Il Calamaro Gigante

Quando Lucius, il mio Etrusco preferito, ha pubblicato sul suo blog (uno dei) la recensione entusiasta del libro Il Calamaro Gigante di Fabio Genovesi, definendolo il libro più bello letto quest’anno, come potevo non esserne incuriosita? Tenendo poi conto del fatto che io sono cresciuta con Jules Verne e i suoi romanzi d’avventura, tra cui uno dei miei preferiti era proprio Ventimila Leghe sotto i Mari: Papà Verdurin me lo raccontava durante le lunghe passeggiata in montagna, e giuro che ascoltandolo e perdendomi nel racconto scalavo monti come un capriolo. Così, nel giro di qualche ora, mi sono procurata l’ebook di Il Calamaro Gigante e ho iniziato a leggerlo. Iniziarlo e finirlo è stato un tutt’uno: sono passate meno di 48 ore. Come Lucius aveva predetto, il libro mi ha fin da subito incantato come la voce delle Sirene ha ammaliato Ulisse nell’Odissea (altro grande classico delle scalate in montagna della famiglia Verdurin). Ma di cosa si tratta? Inquadrare il libro di Fabio Genovesi in un unico genere letterario non è per nulla semplice, anzi direi che è impossibile. E’ in parte un saggio storico-scientifico, molto ben documentato e articolato, sul calamaro gigante. I riferimenti ad esso nella letteratura e nei reportage dei viaggiatori di varie epoche, lo scetticismo degli scienziati riguardo la sua esistenza, i racconti all’apparenza deliranti dei marinai che lo avevano avvistato, i primi ritrovamenti e gli studi scientifici. Il tutto raccontato con grazia, ironia, abilità. Ma c’è molto di più. C’è anche un pizzico di autobiografia, con una spruzzatina di romanzo di formazione e un’abbondante glassatura di riflessioni e meditazioni di vario genere e su vari argomenti. Si ha l’impressione che Genovesi potrebbe parlare di qualunque cosa, anche del proverbiale tempo atmosferico, e renderla eccitante e divertente.

Dopo aver terminato la lettura però, pur essendo rimasta soddisfatta oltre ogni mia aspettativa, sentivo che ancora qualcosa mancava. E così sono andata in libreria e ho comprato anche la versione cartacea, in modo che anche Papà Verdurin potesse leggerlo: così il cerchio era completo. 

Un libro bellissimo, scorrevole, intelligente e divertente, che mi sento di consigliare a chiunque ami la lettura. E, aggiungo, a tutte le persone che amano scrivere: non lo sanno ancora, ma hanno un calamaro gigante che veglia su di loro.

Voto: 4 Muffin

L’Innocenza

Titolo originale: Kaibutsu

Anno: 2023

Regia: Hirokazu Kore-eda

Interpreti: Sakura Ando, Eita Kagayama, Soya Kurokawa, Hinata Hiiragi

Dove trovarlo: al cinema

Quando il figlio Minato (Soya Kurokawa) inizia a comportarsi in modo strano, la madre Saori (Sakura Ando), rimasta sola a prendersi cura di lui dopo la morte del padre, si rivolge alla scuola per avere aiuto e spiegazioni, sospettando che il maestro di Minato sia violento con lui. Incontrerà però un muro di freddezza da parte della preside, mentre il maestro Hori (Eita Kagayama) accuserà Minato di comportarsi da bullo con un compagno di classe, Yori (Hinata Hiiragi), considerato da tutti, compreso suo padre, un ragazzino strano e malato.

Il titolo italiano del film, L’Innocenza, non è fuori luogo, ma quello che è stato scelto per la versione in inglese, Monster, cioè Mostro, è decisamente più attinente. Il film infatti ci racconta di tre personaggi accomunati dall’accusa di essere in qualche modo dei mostri. Minato viene accusato dal maestro di essere un bullo violento; il maestro a sua volta viene accusato dagli alunni di essere violento; il padre di Yori definisce il figlio “un mostro con un cervello di maiale”. La verità è molto diversa, ma per riuscire ad afferrarla lo spettatore dovrà incontrare i punti di vista di questi diversi personaggi, tutti considerati da qualcun altro mostri. Ma, come cantano i bambini nei loro giochi, “chi è il mostro? Chi è?”. Il mostro sembra essere colui che si allontana dalla conformità, dalla normalità, da quella strada già tracciata per noi da tradizioni, famiglia, insegnanti. Come già il grande maestro del cinema giapponese Akira Kurosawa aveva fatto nel suo Rashomon (1950), il regista Hirokazu Kore-eda ci racconta la stessa storia da tre punti di vista differenti, ciascuno dei quali chiarisce e completa gli altri. E il gioco di incastri, rimandi, sospensioni e illuminazioni è talmente preciso e perfetto da aver giustamente portato il film a vincere il premio per la miglior sceneggiatura (scritta da Yuji Sakamoto) al Festival di Cannes dello scorso anno. La locandina del film poi tira in ballo un altro maestro del cinema nipponico: Hayao Miyazaki. E a ragione: anche in L’Innocenza infatti, come nei lungometraggi animati dello studio Ghibli di Miyazaki, i bambini sono protagonisti della storia, sono ricchi di doti, virtù e sogni, ma vengono schiacciati dal mondo degli adulti che non riesce a comprenderli e incoraggiarli. Questa volta non è una creatura magica come Totoro a giungere in soccorso dei bambini nel momento di maggior difficoltà, ma in ogni caso la fuga dalla realtà e il sogno di un mondo nuovo e diverso sostengono la loro presa di coscienza e la loro crescita verso quell’età adulta che tanto li spaventa e li confonde. Non trovo alcun difetto in questo film: la trama è solidissima, le emozioni autentiche e profonde, gli attori eccellenti, ogni inquadratura e ogni immagine splendida. La colonna sonora, firmata dal recentemente scomparso Ryuichi Sakamoto, sottolinea ogni aspetto emotivo con grazia, e si compone principalmente di un pianoforte, cui si affiancano rumori e suoni intradiegetici fondamentali per sottolineare certi passaggi emotivi ma anche narrativi. Da vedere con attenzione per godersi ogni rimando da una versione all’altra e per immergersi in una cultura che all’inizio può sembrare profondamente diversa dalla nostra ma, nella sostanza, purtroppo non lo è così tanto. Da vedere assolutamente.

Voto: 4 Muffin

Tyler Rake 2

Titolo originale: Extraction 2

Anno: 2023

Regia: Sam Hargrave

Interpreti: Chris Hemsworth, Olga Kurylenko, Idris Elba

Dove trovarlo: Netflix

Alla fine del primo film, il mercenario Tyler Rake (Chris Hemsworth) era stato dato per morto, dopo diversi colpi d’arma da fuoco e una caduta nel fiume. All’inizio di questo secondo capitolo invece scopriamo che in realtà Tyler era stato salvato e dopo essere rimasto per un po’ di tempo in coma si era ripreso. Non ci vorrà molto perchè qualcuno vada a cercarlo per offrirgli un nuovo lavoro. Una donna con i due figli ha chiesto aiuto per fuggire dalla prigione georgiana in cui il marito, lì detenuto, la costringe a vivere per tenerla sotto controllo: serve un estrattore, e serve il migliore. E il committente altri non è che l’ex moglie di Tyler…

Anche se l’action non è il mio genere preferito, Tyler Rake (in originale Extraction, Estrazione, cioè l’operazione con cui i militari e i mercenari sottraggono una o più persone da una situazione di grande pericolo) mi era piaciuto. Non posso negare che il fatto che il protagonista sia l’affascinante Chris “Thor” Hemsworth abbia avuto il suo peso, ma il film mi aveva colpito per l’ironia che lo alleggeriva molto e per il sapiente uso del piano sequenza, per quanto ottenuto con effetti digitali, per creare un’azione serrata e coinvolgente.

Questo secondo capitolo è meno divertente del precedente, pur essendo firmato da una squadra di regista e sceneggiatori che sono tra i nomi di punta nella realizzazione dei blockbuster dei supereroi Marvel: alla regia Sam Hargrave (regista anche del primo film e coordinatore degli stuntman, e alla sceneggiatura Joe e Anthony Russo (registi di Avengers: Endgame, Captain America: Civil War e altri). Il lunghissimo piano sequenza dell’estrazione dalla prigione è molto ben fatto e tiene desta l’attenzione dall’inizio alla fine. Inoltre in questo secondo film scopriamo delle cose in più su Tyler e il suo passato. Tuttavia non ho trovato in questo film nulla di nuovo e di originale rispetto al primo. Mi è comunque piaciuto e resta, per il genere cui appartiene, un prodotto molto ben fatto e godibile, però mi sarei aspettata, essendo passati tre anni tra i due film, un qualcosa in più. Non che la spettacolarità non sia aumentata, seguendo la regola aurea dei seguiti “uguale al primo ma di più”, con l’inseguimento sul treno, gli elicotteri abbattuti e il resto, ma niente di contenutisticamente rilevante a mio parere. In ogni caso è già in lavorazione un terzo capitolo delle avventure del nostro giardiniere prezzolato di fiducia (in inglese “rake” significa “rastrello”, passatemi la battuta) che evidentemente ha conquistato il pubblico.

Voto: 3 Muffin

Hit Man – Killer per Caso

Titolo originale: Hit Man

Anno: 2024

Regia: Richard Linklater

Interpreti: Glen Powell, Adria Arjona

Dove trovarlo: al cinema

Gary (Glen Powell) insegna filosofia all’università, è single, vive con due gatti ed è apparentemente soddisfatto della sua vita solitaria e monotona, anche perchè fuori dall’orario scolastico collabora con la polizia per arrestare le persone che assoldano assassini a pagamento per liberarsi di amanti, colleghi, vicini, rivali divenuti troppo scomodi.

Quando il poliziotto Jasper (Austin Amelio) viene rimosso dal suo incarico per aver picchiato dei bambini, Gary si ritrova a prendere il suo posto nel ruolo di finto sicario prezzolato. Scopre così che impersonare un assassino, oltre ad essere divertente, offre molti spunti di riflessione sulla natura umana. Tutto procede nel migliore dei modi fino a quando Gary, nei panni del killer Ron, non incontra la bellissima Madison (Adria Arjona) e, anziché incastrarla e portarla in tribunale come di consueto, la lascia andare…

Si potrebbe facilmente accusare questo film di immoralità e di istigazione al delitto. Infatti la conclusione sembra dirci che non c’è nulla di male a compiere o nascondere qualche piccolo omicidio per risolvere i propri problemi. Se poi contiamo che nell’incipit vediamo subito il nostro protagonista spiegare le teorie del filosofo Nietzsche ai suoi studenti e accudire con affetto i suoi cagnolini Es e Io (termini della psicanalisi che indicano le parti che compongono il nostro essere e che lottano tra di loro per la supremazia, l’istinto e la coscienza) viene da pensare che il regista Richard Linklater volesse proprio tirarsi addosso delle polemiche di questo genere.

Ma per me ogni analisi approfondita e ogni rimostranza in merito a questo film sarebbe una vera perdita di tempo, perché non si tratta che di una commedia leggera e divertente che non ambisce né a dare insegnamenti né a suggerire modelli di vita. Unico scopo del film è intrattenere, e ci riesce benissimo grazie all’istrionico Glen Powell, irresistibile nelle sue diverse maschere da killer, e alla meravigliosa Adria Arjona, tanto bella e seducente da togliere il fiato, oltre che simpatica e perfetta per la parte. Hit Man è un film che parla di omicidi ma non mostra nemmeno una goccia di sangue, ed è molto casto anche nel mostrare le scene intime tra i due protagonisti, pur lasciandoci chiaramente intendere la passione che divampa tra loro. Il regista tratta invece in modo piuttosto superficiale i personaggi secondari, sprecando secondo me l’occasione di creare ulteriori situazioni comiche e di rendere il film più persistente nella memoria dello spettatore. C’è anche qualche lunghezza che poteva essere evitata (penso alle scene in tribunale, che non fanno proseguire in alcun modo la vicenda ma rallentano il ritmo) e qualche spunto che viene lasciato cadere nel vuoto (ci viene detto che Gary è un esperto di elettronica ma non lo vediamo mai in azione in questo senso), ma nel complesso il film fila via che è un piacere.

Consiglio questo film a tutti quelli che vogliono passare un paio d’ore in leggerezza e farsi qualche bella risata; da evitare invece se siete molto suscettibili riguardo l’amoralità del Superuomo.

Voto: 3 Muffin

Inside Out 2

Inside Out 2

Anno: 2024

Regia: Kelsey Mann

Dove trovarlo: Disney Plus

Nel film Inside Out (2015) avevamo fatto la conoscenza di Riley, una bambina dolce e affettuosa ma spaventata e confusa all’idea di trasferirsi con la famiglia in un’altra città. Ma soprattutto avevamo incontrato le Emozioni di Riley: Gioia, saldamente al comando, Paura, Disgusto, Rabbia e Tristezza.

Nel secondo capitolo Riley è ormai adolescente (ha appena compiuto 13 anni) e sviluppa alcune emozioni nuove: Imbarazzo, Ennui, Invidia e Ansia. Nel caos che segue l’arrivo di questi nuovi stati d’animo, Gioia e le altre “vecchie” emozioni vengono allontanate dalla sala controllo di Riley, perchè Ansia vuole gestire tutto quanto; per il bene di Riley. Gioia farà di tutto per riprendere il controllo e rimettere a posto le cose.

Il primo Inside Out era stato davvero audace nell’introdurre la psicoanalisi nel mondo dei cartoni animati rendendola non solo comprensibile per i più piccoli ma anche divertente per tutti: e infatti è stato molto apprezzato da grandi e piccini. Io stessa, dopo averlo visto, mi sono spesso trovata ad immaginare la mia personale sala controllo, con Disgusto saldamente al comando, nei momenti in cui dentro di me emozioni diverse lottavano per il predominio, o per comprendere le motivazioni di certe mie scelte e decisioni all’apparenza incoerenti con la mia natura. Nel primo film avevamo imparato che per crescere, maturare, sviluppare una personalità completa, sono necessarie tutte le emozioni, anche quelle che sembrano essere soltanto negative. Gioia inizialmente cercava di respingere Tristezza, di tenerla lontana da Riley, ma alla fine si rendeva conto che la bambina aveva bisogno non solo della felicità e della gioia, ma anche della malinconia e della tristezza. Nessuna emozione è da respingere o sopprimere, tutte sono necessarie.

Detto questo, ho detto tutto. Anche del secondo film.

Inside Out 2 è un film bello, divertente, commovente, istruttivo e accurato. Ma secondo me non dice nulla che non fosse già stato detto nel primo film. Anche in questo caso vediamo Riley crescere, questa volta passando dall’infanzia alla pubertà, e avere difficoltà ad accettare i cambiamenti nella sua vita. Se nel primo film a spaventarla era il trasloco, in questo caso è la paura di perdere le sue due migliori amiche, che andranno in una scuola diversa dalla sua. Di nuovo vediamo delle emozioni che inizialmente sembrano dannose per Riley ma che in realtà, in collaborazione con tutte le altre, formano le varie sfaccettature della sua personalità, che con la crescita si fa più complessa e variegata. Riley è una brava bambina, ma a volte si comporta male. Riley è una buona amica, ma a volte commette errori. Riley è una figlia affettuosa, ma a volte si arrabbia con i genitori. Crescere e maturare significa appunto accettare questi stati d’animo e questi comportamenti, e tutte le emozioni che li causano. E questo succede infatti. Proprio come nel primo film.

Non sto dicendo che il film non mi sia piaciuto, mentirei, perchè la visione è molto piacevole e ci sono scene davvero spassose e ben realizzate: il caos nel centro di controllo all’inizio della pubertà, gli strani personaggi rinchiusi nel caveau dei segreti (chi non ha riso vedendo la mossa d’attacco del guerriero Lance Slashblade?), le reazioni delle emozioni dei genitori ai primi segnali della pubertà di Riley.

Dico però che questo secondo film secondo me non ha aggiunto nulla di nuovo a quanto già raccontato e mostrato nel primo. Anzi, in questo caso ho trovato che la narrazione si impantanasse spesso, con il vagabondare delle “vecchie” emozioni di qua e di là senza incontri o episodi davvero significativi e mostrando una pletora di episodi della vita di Riley, concentrati in poco tempo, per condensare i cambiamenti del suo carattere in un paio di giornate, seppur cruciali.

Consiglio comunque di vederlo, non solo per completezza ma perchè è una visione interessante e piacevole, ma senza aspettarsi quella scintilla originale che aveva caratterizzato il numero uno.

Portate pazienza fino alla fine dei titoli di coda (come i supereroi Marvel/Disney infatti vi hanno insegnato a fare).

E ora, quando esce lo spinoff su Nostalgia?

Voto: 3 Muffin

Cattiverie a Domicilio

Titolo originale: Wicked Little Letters

Anno: 2023

Regia: Thea Sharrock

Interpreti: Olivia Colman, Timothy Spall, Jessie Buckley, Anjana Vasan

Dove trovarlo: Al cinema

In un piccolo paesino inglese, poco dopo la fine della Grande Guerra, la rispettabile e devota zitella Edith Swan (Olivia Colman) inizia a ricevere una serie di lettere offensive, volgari e diffamatorie. Il padre infuriato (Timothy Spall) la spinge a sporgere denuncia alla polizia locale. Alla centrale nessuno ha dubbi: la colpevole è la vicina di casa di Edith, l’irlandese sboccata Rose Gooding (Jessie Buckley), che viene immediatamente arrestata. Ma la donna poliziotto Gladys Moss (Anjana Vasan) dubita della colpevolezza di Rose e inizia un’indagine per conto suo.

Inizio con un piccolo aneddoto: ho visto il film nella sala cinematografica della scuola salesiana ed ero seduta accanto ad una suora. Quando i personaggi hanno iniziato a leggere ad alta voce le lettere ingiuriose, piene di parolacce, volgarità e riferimenti a pratiche sessuali di vario genere, mi sono un attimo irrigidita sbirciando con la coda dell’occhio la suora… che si stava sganasciando dalle risate! Tutto a posto quindi, il film poteva andare avanti.

MI ero fatta l’idea che il film fosse una commedia, mentre invece, sebbene qualche scena e situazione buffa ci sia, si tratta di una riflessione seria sulla condizione della donna nell’Inghilterra di inizio secolo scorso (e non solo, ovviamente). La donna deve essere devota, sottomessa, obbediente, monogama, pia, casta e diligente; deve tenere la casa pulita e in ordine (“La donna che non pulisce bene il pavimento è una sgualdrina” declama la protagonista); deve preparare il tè per gli uomini che lavorano; deve stare in silenzio.

Inevitabilmente tutte queste restrizioni portano i molti personaggi femminili della storia a reazioni e comportamenti molto diversi, ma tutti in qualche modo affini. Non c’è poi molta differenza tra una donna poliziotto cui viene proibito di svolgere indagini in quanto donna e una bambina cui non è permesso suonare la chitarra perchè “non è una cosa che fa una bambina per bene”. La regista inglese Thea Sharrock, di cui già avevo apprezzato L’Unico e Insuperabile Ivan, sa come gestire un cast in gran forma e personaggi diversi tutti caratterizzati da luci e ombre. Jessie Buckley dà vita a una donna sguaiata e irriverente cui non si può proprio non voler bene; Anjana Vasan conquista nei panni della bistrattata donna poliziotto. Ma le stelle che oscurano tutte le altre sono Olivia Colman, che nei panni di Edith riesce a dare vita a un personaggio tanto fulgente quanto oscuro utilizzando al minimo, che in questo caso è il massimo, espressività fisica e vocale; Timothy Spall ha un ruolo molto difficile ma che ricopre alla perfezione, da grande interprete quale è sempre stato.

Il rischio di cadere nella trappola modaiola di rappresentare una dicotomia donna-buona / uomo-cattivo viene evitata dalle mille sfaccettature dei personaggi femminili e dall’inserimento dell’uomo forte ma saggio, innamorato ma non beota, Bill (il bravo e simpatico Malachi Kirby). Il punto debole del film sono però i personaggi femminili secondari, le amiche di Edith che collaborano all’indagine: molto simpatiche ma presentate e caratterizzate troppo in fretta (“anche io lo so che la mia igiene personale è tremenda” è una battuta che definire didascalica è dire poco). Inutile spendere parole su come l’oppressione vissuta dalle donne del film sia tutt’altro che relegata all’Inghilterra del secolo scorso, ma il film ha il grande merito di riflettere sulla condizione fimminile attraverso le storie dei personaggi senza mai strillare alcuna verità morale o ideologica.

Il titolo originale, Wicked Little Letters (“Piccole Lettere Malvagie”) ha un doppio significato che nella traduzione italiana si perde, ma a parte questo dettaglio il film è davvero molto godibile.

Voto: 3 Muffin