Escape the Undertaker

Quando ero piccola la festa di Halloween non esisteva, la conoscevo soltanto tramite i film e telefilm americani.

Poi ha iniziato a prendere piede anche in Italia, ma io ormai ero decisamente troppo grande per fare dolcetto/scherzetto.

Sarà per questo che ora, ad ogni Halloween, mi assicuro di avere un cesto bello ricolmo di caramelle e dolcetti e un po’ di decorazioni per invitare i bambini ad entrare nell’antro della strega (eh sì, da piccola non ce l’avevo il costume ma ora sì!).

Ma che cosa accadrebbe se, invece dei bambini travestiti, a bussare alla porta fossero i New Day?

E se non cercassero dolcetti ma volessero invece la leggendaria urna del potere?

E se gli sventati avessero bussato proprio alla porta di Undertaker?

Undertaker

Sto parlando della nuova avventura interattiva, dopo lo speciale di Black Mirror e quello su Bear Grylls, ideata da Netflix e interpretata da quattro star del wrestling WWE.

Xavier Woods, Kofi Kingston e Big E formano il gruppo New Day, il cui simbolo è l’unicorno e che si batte per il trionfo del potere della positività.

Undertaker è invece una personalità di spicco del mondo WWE da decenni: il suo ingresso sul ring è sempre accompagnato dal suono sinistro delle campane a morto ed è in grado di terrorizzare i suoi avversari anche solamente esibendo i suoi spaventosi occhi bianchi.

L’avventura, intitolata Escape the Undertaker, si apre con il trio della positività che bussa alla porta di Undertaker nella speranza che lui possa aiutarli a diventare più forti. Il padrone di casa, che osserva ogni loro mossa tramite un sistema di videosorveglianza, decide di lasciarli entrare nella sua sinistra magione… ma non certo per aiutarli!

I New Day dovranno esplorare quel labirinto oscuro per carpirne i segreti, risolvere indovinelli ed affrontare le loro peggiori paure per poter avere la speranza di salvarsi dalla malvagità del beccamorto.

Noi possiamo seguire tutte le loro tribolazioni e, man mano che l’avventura procede, fare delle scelte su come loro si dovranno muovere, quali oggetti dovranno esaminare, quali decisioni dovranno prendere. 

Alla fine naturalmente c’è la possibilità di ritornare indietro per vedere come sarebbero potute andare le cose facendo una scelta differente, esplorando tutte le opzioni.

Un’oretta di divertimento leggero, senza pensieri, da soli o in compagnia. Escape the Undertaker è forse più adatto a chi segue il wrestling e conosce già i personaggi coinvolti, ma resta in ogni caso godibile.

Cosa aspetti? Corri a preparare i dolcetti per i bambini (ho detto per i bambini!) e poi mettiti comodo sul divano e, se ne hai il coraggio, bussa alla porta dell’Undertaker.

Buon Halloween!

(da sinistra) Kofi Kingston, Xavier Woods e Big E

Il mio nome è Widow, Black Widow

Anno: 2021

Regia: Cate Shortland

Interpreti: Scarlett Johansson, Florence Pugh, David Harbour, Rachel Weisz, William Hurt, Olga Kurylenko

Dove trovarlo: Disney Plus

Si potrebbe pensare che io sia un po’ fissata e che veda riferimenti a 007 dappertutto… ma questa volta è vero!

Non sono una grande conoscitrice di supereroi e di fumetti, ma negli ultimi anni ho seguito con molto divertimento i film Marvel. Quando il personaggio della Vedova Nera è comparso per la prima volta, nel film Iron Man 2, non lo conoscevo, anche se conoscevo benissimo la splendida attrice che lo interpreta, Scarlett Johansson, che oltre ad essere di una bellezza mozzafiato è anche un’ottima attrice, come ha dimostrato fin da giovanissima: La Ragazza con l’Orecchino di Perla, Lost in Translation, Match Point, tutte sue ottime interpretazioni. Quando la sua Black Widow è entrata nella vita di Tony Stark/Iron Man, tenendogli testa e rendendo gelosissima la sua fidanzata Pepper/Gwyneth Paltrow, è subito apparso chiaro come il personaggio avesse delle potenzialità, e infatti è stato sfruttato al massimo dalla Marvel: la Vedova Nera è comparsa nella maggior parte dei film successivi (Avengers, Captain America: Winter Soldier, Captain America: Civil War, Avengers: Age of Ultron, Avengers: Infinity War) e costituisce lo zoccolo duro della squadra di supereroi chiamata Avengers. La cosa che rende questo personaggio così interessante però è il suo passato da spia nemica (il suo vero nome è Natasha Romanoff e viene dalla Russia) che successivamente si redime ed entra nello SHIELD, mettendo le sue eccezionali abilità di spia e di combattente al servizio dei buoni, fino ad arrivare a sacrificare la sua vita per la salvezza dell’umanità. Ma la storia cinematografica di Black Widow non poteva terminare con il suo eroico sacrificio, e così è arrivata la origin story Black Widow, che racconta della sua infanzia, della sua famiglia e della sua vendetta nei confronti del potente e prepotente Segretario Ross (interpretato da William Hurt, altro personaggio ricorrente nei film Marvel).

Tuttavia, per quanto io ami la Vedova e l’attrice che la interpreta, non posso dire che sentivo il bisogno di conoscere il suo passato: mi era sufficiente quanto rivelato da Loki/Tom Hiddleston (che, a proposito, è in lizza per diventare il successore di Daniel Craig nei panni di James Bond, e visto il disastro della serie su Loki credo proprio che gli farebbe bene) in una scena davvero ben fatta del film Avengers (che per me resta il migliore). Invece ai piani alti della Marvel è stato deciso che doveva essere fatto un film incentrato sulla Vedova Nera e sul suo passato. Purtroppo, però, nessuno ha pensato che questo film, oltre a molte tutine attillate, dovesse avere anche una sceneggiatura

Il film è stato scritto da tre sceneggiatori, tutti piuttosto giovani ma già veterani di film e serie di supereroi oltre che di produzioni di casa Disney: Eric Pearson, Jac Shaeffer e Ned Benson. Anche se Jac è una donna, inevitabilmente la memoria corre ai tre sceneggiatori della serie Boris. Nel caso di Black Widow, ai tre scrittori è stato detto di realizzare non un classico film di supereroi (d’altra parte Natasha, sebbene sia estremamente forte e agile, di fatto non ha dei veri superpoteri) ma un classico film di spie. Dopo forse un momento iniziale di smarrimento, i nostri hanno pensato che la cosa migliore da fare fosse andare direttamente alla fonte, alla saga di film di spionaggio per antonomasia: quella di 007. Sono stati comunque sufficientemente onesti da rendere la cosa palese, inserendo i film di James Bond all’interno del film stesso: infatti Natasha in televisione guarda proprio Moonraker- Operazione Spazio, film del 1979 in cui l’agente segreto britannico è interpretato da Roger Moore. Così, quando nel finale si scopre che l’introvabile nascondiglio del villain (la Stanza Rossa) si trovava proprio nello spazio, non si può gridare “plagio!” ma tuttalpiù “omaggio!”. Questo è il riferimento più evidente, mentre l’esercito di super soldatesse mentalmente condizionate tramite l’uso di droghe rimanda al film Al Servizio Segreto di Sua Maestà del 1969, in cui 007 ha il volto di George Lazenby. Altri elementi tipicamente bondiani riguardano il cattivo, la sua megalomania, il suo piano diabolico ma carente nelle motivazioni (tramite il suo esercito di Vedove Ross è effettivamente in grado di manipolare la politica mondiale… ma perché? Quale sarebbe il suo scopo? Come per i cattivi bondiani, non viene specificato). Questo tuttavia non impedisce a Ross, come ogni villan bondiano che si rispetti, di snocciolare il suo arguto piano davanti all’avversario, in questo caso la nostra Natasha, che mentre lui si autocelebra per la sua astuzia gliela fa ovviamente sotto il naso. Come in ogni film bondiano che sia tale, la trama passa in secondo piano rispetto alle scene d’azione (quanti combattimenti! Davvero, quanti…) lasciando anche qualche perplessità su tutta la questione della finta famiglia e del complicato (ma non troppo) rapporto tra sorelle. Oltre a un aroma diffuso di Dalla Russia con Amore è difficile identificare gli altri riferimenti alla mitologia bondiana soprattutto perché la figura maschile e il concetto generale di attrazione o amore tra uomo e donna non trova posto in questo film; a dirla tutta, l’intero genere maschile viene segregato nel ruolo di arcinemico (Ross) o di fallimentare e comica figura paterna (Alexei/David Harbour). Fa eccezione solo il personaggio di Mason (O-T Fagbenle), una sorta di Q che procura a Natasha i gadget di cui nessuna spia può fare a meno. Tutti i personaggi principali sono femminili e sono positivi, perfino quello di Antonia, la sfigurata e mentalmente plagiata figlia di Ross, interpretata da un’irriconoscibile Olga Kurylenko. Il fatto che Melina, la finta madre di Natasha e Yelena (Florence Pugh) interpretata da Rachel Weisz (ancora splendida nella sua tutina attillata), abbia chiamato uno dei suoi maiali Alexei come il collega nonché finto marito la dice lunga sul contrappasso che la figura maschile deve subire in questo film in seguito ai decenni di sexy Bond-girls in bikini.

Nella inevitabile scena che segue i titoli di coda (altro rovesciamento di un paradigma bondiano, in cui invece le sorprese avvengono prima dei titoli di testa) capiamo che il film è, come spesso accade in questo periodo, un lungo trailer per il prossimo lungometraggio Marvel, che avrà come protagonista Clint Burton/Occhio di Falco (Jeremy Renner), e che la sorellina meno fortunata (ma non meno bella né meno capace) Yelena avrà un ruolo fondamentale.

Visto che la conclusione del film rimanda alla serie The Falcon and the Winter Soldier, desidero concludere con una piccola fantasia: e se l’aereo pieno di belle e disadattate ex-Vedove atterrasse proprio nel porticciolo del paesino di pescatori della Louisiana dove Sam e Bucky sono intenti a riverniciare la Paul & Darlene? What If…?

9 Motivi per cui ho odiato 9 Perfect Strangers

Ho iniziato a vedere la serie Nine Perfect Strangers (“Nove Perfetti Sconosciuti”) su Amazon Prime per diversi motivi. Innanzitutto per rivedere, dopo un po’ di tempo che non mi capitava, Nicole Kidman, che interpretando la prostituta Satine in Moulin Rouge si è guadagnata per sempre il mio affetto e la stima per le sue doti di cantante e attrice; poi nella speranza di vedere finalmente la tanto osannata comica (ma quando?) Melissa McCarthy mostrare anche le sue doti recitative oltre alla sua, pur notevole, media di parolacce al minuto; infine perché l’idea di nove perfetti sconosciuti segregati per un’intera settimana in un resort pieno di segreti mi sembrava molto intrigante, così come, a suo tempo, trovavo davvero interessante l’idea alla base del Grande Fratello, prima di vedere con i miei occhi che non era certo il consesso di personalità e scambi di opinioni che avevo immaginato. Ma soprattutto, sotto sotto speravo con Nine Perfect Strangers di vedere una versione di Dieci Piccoli Indiani aggiornata ai tempi di Instagram. La serie però mi ha deluso. Mi ha deluso per ben 9 (perfetti) motivi:

(attenzione: SPOILER!)

  1. Il cast è davvero notevole, tutti attori e attrici con alle spalle lunghe esperienze sia di cinema che di tv, ma viene del tutto sprecato in una serie priva di scopo. Nicole Kidman, grazie alla chirurgia estetica, è sempre bellissima ma anche sempre meno espressiva, a tratti sembra che non riesca neppure a muovere la bocca, mentre a tratti esplode in un’espressività sopra e righe che mal si addice al personaggio di Masha, colei che tira le fila con calcolata freddezza. Melissa McCarthy inizialmente sbraita e impreca come suo solito, salvo poi adottare uno sguardo addolorato perenne che non aiuta a capire l’evoluzione del suo personaggio, la scrittrice rifiutata sia dagli editori che dagli uomini Frances. Luke Evans fa quello che può con un personaggio discontinuo come Lars, il giornalista omosessuale desideroso e allo stesso tempo timoroso della paternità. Tutti gli altri interpreti fanno quello che possono con la sceneggiatura che hanno. Regina Hall per la prima volta, dopo tanti Scary Movie e dopo essere stata la donna di Shaft, ricopre il ruolo scomodo e difficile di Carmel, accantonata da marito e figli in favore di una donna più giovane e attraente e che nasconde più di un segreto.
  2. I personaggi, tutti, sono privi di forza e di credibilità, monolitici nell’avere un unico, singolo problema da affrontare e risolvere, accettano passivamente eventi impensabili, non allacciano rapporti tra di loro se non quelli strettamente funzionali al raggiungimento del finale, e soprattutto non evolvono, come dimostra chiaramente il fatto che l’epifania che cambierà le loro vite si manifesta esclusivamente nell’esperienza della camera chiusa in cui temono di stare per morire, inficiando di fatto tutte le esperienze precedenti.
  3. Lo stile della serie è indeciso e alterna soluzioni formali diverse alla ricerca di un risultato che, qualsiasi dovesse essere, non viene raggiunto. Le inquadrature da angolazioni strane, le canzoni famose, i sogni, i flashback, i cambiamenti di luce e di sonorità, le allucinazioni, tutti stratagemmi che non portano a nulla e che mostrano l’indecisione della serie sul tono da adottare e sulla sua stessa essenza: thriller? Onirico? Soprannaturale? Psicologico? Non si sa.
  4. La serie è anche piena di false promesse, di elementi che non vengono sviluppati e che sembrano indizi per risolvere un mistero che, in realtà, non c’è mai stato. Chi sono le persone che lavorano a Tranquillum e perché lo fanno? Perché e come Yao ha salvato la vita di Masha? Perché Masha chiede a Lars di filmare tutto? Sarà una coincidenza il fatto che alcuni ospiti siano assassini? Con che criterio Masha sceglie i suoi ospiti? Come mai Tony conosceva le critiche al libro inedito di Frances? Dove sono finite le automobili? Tutte domande che restano senza risposta e che non portano a nulla.
  5. Il triangolo no! Ci viene mostrato che Masha intrattiene una relazione sia con Yao che con Delilah, i quali hanno anche una relazione tra di loro. Ma cosa lega queste persone? Come e da quanto si conoscono? Perché Yao ha salvato la vita a Masha e perchè sembra esserne così succube? Perché invece Delilah riesce ad andarsene? Ma soprattutto, a cosa serve tutto questo ai fini della storia?
  6. Come funziona l’aldilà? La serie ci dice che è possibile comunicare con i defunti, in certe condizioni, ma quali siano queste condizioni è molto difficile da capire. L’unica cosa chiara è che bisogna essere sotto l’effetto di sostanze allucinogene. Il che ci porta al prossimo punto:
  7. Trovo inaccettabile che una serie tv possa suggerire che l’uso massiccio di stupefacenti e sostanze psicotropiche possa essere una soluzione per i problemi esistenziali dell’essere umano. Fino all’ultimo ho sperato che le droghe non fossero altro che un espediente narrativo, per quanto ingenuo, per arrivare a qualcosa d’altro; ma non è così. Alla fine quello che ci viene detto è: se non riesci ad accettare la perdita di una persona cara e andare avanti con la tua vita, allora fai uso di droghe per fare pace con te stesso e tornare sereno. Cosa? Altro che arduo percorso di introspezione e meditazione immersi nella natura, la felicità si raggiunge con gli smoothies all’LSD! Non aggiungo altro.
  8. Ho odiato anche la scelta di spingere così tanto sul pedale del patetico, mostrando e rimostrando all’infinito la scena straziante della morte di Tatiana, la figlia di sette anni di Grace; lo stesso vale per Zach, il fratello gemello della giovane Zoe, morto suicida, che appare ripetutamente alla sorella e ai genitori. Queste scene sono difficili da reggere, ma la commozione che procurano è soltanto viscerale; riflettendoci sopra, come già si diceva, il messaggio che passa è che se ti droghi i tuoi cari estinti ti perdoneranno e faranno pace con te. No, non ci siamo.
  9. Infine, naturalmente, il finale. Non c’è nessuna delle sorprese che credevo di aver intuito, tutto procede esattamente come previsto, senza colpi di scena, verso uno dei lieti fini più smaccatamente vergognosi di sempre. Chi si è drogato per una settimana nei boschi della California e chi ha creduto di morire soffocato in un bunker ora ha meritato, a quanto pare, la felicità. Anche se per raggiungere i suoi scopi, nel caso di Masha, ha mentito, manipolato, intimidito e drogato le persone a loro insaputa. E’ vero che, una volta appreso che gli smoothies erano pieni di allucinogeni, nessuno ha battuto ciglio, ma ci tengo a precisare che sono cose che non si fanno, visto che i creatori della serie non hanno pensato di farlo: se ai vostri amici muore il gatto non mettete loro la droga nel frullato, ok?

Questo è quanto, sconsiglio vivamente la visione di Nine Perfect Strangers a tutti e vi consiglio di lasciar perdere gli smoothies a di bere piuttosto una buona tazza di tè. Possibilmente con un muffin.

Questa Masha sì che fa paura!

Madame va in vacanza

L’estate è sempre il periodo in cui si desidera prendersi una pausa da tutto: stress, lavoro, colleghi, città, inquinamento, sveglia, scadenze… L’unica cosa da cui io non vorrei mai prendere una pausa… è Cinemuffin!

Ciononostante, pur avendo molti progetti in corso (un nuovo articolo su 007 in cantiere, una promessa in rima da mantenere, una Notte Horror da seguire), è arrivato anche per Madame il momento delle ferie, anche se mi scappa un sorriso pensando a Maggie Smith nei panni della Contessa di Downton Abbey che domanda candidamente: “E cosa sarebbe un weekend?”

Cinemuffin va in vacanza ma Madame farà di tutto (connessione permettendo) per continuare a seguire i blog amici, appuntamento quotidiano sempre lieto, direi irrinunciabile.

Al ritorno dalle vacanze Cinemuffin ritornerà ad offrire i suoi contenuti con scadenze (quasi sempre) regolari e ci sarà anche una ghiotta sorpresa…

Vi lascio con l’acquolina in bocca, auguro a tutti i lettori di trascorrere delle serene vacanze!

Madame Verdurin

“Ma quando torna Madame?”

Mai Dire Cinema

Ho già raccontato di come, fin da piccolissima, io abbia iniziato ad amare il cinema guardando i film seduta sulle ginocchia di Papà Verdurin. Ma questo accadeva solamente quando non c’era la partita dell’Inter

In quel caso guardavamo insieme la partita oppure Quelli che il Calcio e Papà Verdurin tifava sempre Inter, anche contro ogni logica e buon senso. Purtroppo però in quegli anni vinceva sempre il Milan, e agli occhi di una bimba di tre anni la squadra che vince è la più bella. E poi nel Milan c’era Gullit, con le sue treccine: la prima di una lunghissima serie di cotte per calciatori della mia vita. Così iniziavo a tifare Milan e mio padre si arrabbiava: “Ho cresciuto una serpe in seno!”

Poi andavamo a giocare la schedina: Papà Verdurin aveva un metodo e studiava tutto per bene; poi, vedendo che io ne indovinavo più di lui, decise che era meglio lasciar perdere. Il divertimento poi continuava con Mai Dire Gol. Ovviamente non potevo capire tutto, ma ricordo ancora benissimo Luttazzi con il suo tabloid (“E’ un calcio mmalato!”), Claudio Bisio/Micio con la coda di cavallo e tutti i suoi intrallazzi, Aldo Giovanni e Giacomo arbitri rinchiusi negli spogliatoi dopo la partita per paura di essere pestati dai tifosi, la canzone di Elio “Ti amo campionato perché non sei falsato”. Ricordo ancora la musichetta che accompagnava la compilation di simulazioni e tuffi dei calciatori.

Poi è arrivato Holly e Benji: grande passione, grandissima cotta per Mark Lenders, urla e strepiti se mi veniva impedito di vedere un episodio. Ero ormai alle elementari, in una scuola gestita da suore: durante la ricreazione, i maschietti giocavano a calcio, mentre le femminucce pettinavano le bambole (letteralmente). Ma io sgattaiolavo nel campo da calcio e scongiuravo i maschi di farmi giocare. A volte me lo permettevano (e segnavo anche), a volte restavo a fare il tifo. Quando avevo dieci anni Babbo Natale mi portò un calcetto (con grande sgomento delle mie compagne che avevano ricevuto case delle bambole) su cui io mi allenai molto ma Papà Verdurin si rovinò la schiena, essendo a misura di bambino e non di adulto. Seguì poi un periodo di allontanamento dal calcio e da molte altre cose, “The Age of Not Believing” come canta Angela Lansbury in Pomi d’ottone e Manici di Scopa (dove tra l’altro si gioca la partita di calcio più bella della storia del cinema), che durò anche per tutti i Mondiali 2006.

La sera della finale rifiutai categoricamente di guardare la partita, non solo per ribellione: la mattina dopo avrei avuto l’orale dell’esame di maturità. A studiare però non ci riuscivo proprio, così finii per guardare un film: Top Gun. Non ne ricordo assolutamente nulla, se non quel che ho visto in Hot Shots! Poi cercai di dormire… inutilmente, ovviamente: l’Italia vinse i Mondiali e i festeggiamenti impazzarono per tutta la notte. Al mattino dopo, per fortuna, i professori erano contenti e stanchi almeno quanto me, così tutto filò liscio.

La mia strada e quella del calcio proseguirono parallele ancora per qualche anno, poi tornarono inaspettatamente ad incrociarsi. Dovetti sottopormi ad un piccolo intervento chirurgico, che però mi lasciò immobilizzata per quasi un anno. Ferma sul divano, non avevo scelta che guardare quello che passava in tv, comprese le partite di calcio: era il 2010, l’anno del Triplete dell’Inter di Mourinho! Questo per me significò vedere ogni singola partita dell’Inter in campionato, in Champions League e in Coppa Italia. Dopo un paio di mesi conoscevo la formazione, le tattiche, i giocatori (a memoria: Julio Cesar, Lucio, Samuel, Stankovic, Pandev, Maicon, Sneijder, Milito, Eto’o, Nagatomo, Pazzini) e tifavo sfegatatamente Inter: in pratica ero tornata bambina. Dopo aver ottenuto i suoi “Tre Tituli” Mourinho, come Mary Poppins, lasciò l’Inter per andare in aiuto di altri bambini in difficoltà: quelli del Chelsea. 

Continuai a seguire il calcio, anche se con meno assiduità, e ancora oggi se c’è l’occasione di vedere una partita la guardo volentieri, soprattutto a livelli alti in cui si può vedere davvero del bel gioco. Ma questo cosa c’entra col cinema?

Ho già raccontato di come il gioco del calcio e il cinema si intreccino talvolta nei miei sogni, proprio come accade sullo schermo, con esiti a volte felici (come in Fuga per la Vittoria) a volte meno felici (come nel recente film italiano La Partita). A volte queste due realtà apparentemente distanti si intersecano in modo inaspettato. Mentre guardavo la finale dei Mondiali 2020, ad esempio, la regia ha mostrato Tom Cruise seduto sugli spalti dell’Inghilterra, accanto a David Beckham con cui si scambiava orgogliosamente un brofist. Ma come?

Ora, tutti quelli che sono già stati qualche volta su Cinemuffin (ma anche quelli che hanno semplicemente guardato la homepage) sanno che io ho un debole per tutto ciò che è inglese. Tuttavia, risaputamente, questo non vale per gli americani, soprattutto per quelli che sono stati Maverick e sono anche “Nati il 4 Luglio”.

Beh, vedere Tom Cruise fare il tifo per l’Inghilterra anziché per l’Italia, quando tra l’altro era stato da poco a Roma per girare il nuovo Mission: Impossible, mi ha intristito molto più di quanto potessi pensare. Ma come, io che ho perso la vittoria dell’italia del 2006 per guardare te svolazzare nel blu dipinto di blu, e ora ti trovo a fare il tifo per gli avversari?

Mi è stato fatto notare che se fosse stato seduto tra i tifosi italiani forse lo avrebbero preso a botte all’uscita, e io certo non vorrei questo. E anche che forse era capitato allo stadio senza nemmeno rendersene conto, proprio come non si era reso conto di aver recitato in quel film di vampiri (per capire meglio questa battuta vedere assolutamente il film Bowfinger con Steve Martin e Eddie Murphy).

Però ci sono rimasta male, ecco.

Mi sono subito consolata con la voce della commentatrice tecnica, Katia Serra, ex calciatrice. Devo ammettere che all’inizio facevo fatica ad abituarmi ad una telecronista donna, abituata come sono a sentire da sempre solo voci maschili, non per le sue parole, ma proprio per la voce: pensavo sempre che qualcuno avesse acceso la tv su un altro canale nella stanza accanto. Però Katia ha mostrato non solo grande competenza e affiatamento con il collega, ma anche una grande passione (senza mai scadere nel ridicolo come alcuni commentatori di Sky, permettetemi). Nessuna più di me, con i miei trascorsi infantili a bordo campo, può essere più soddisfatta dell’ingresso delle donne anche nel mondo del calcio maschile, come commentatori e come arbitri. La telecronaca poi è un racconto, così come lo è un film: ed ecco che il cerchio si chiude.

Per concludere: meglio una bella partita di un brutto film; e in entrambi i casi, sempre meglio che pettinare le bambole.

Malcolm

In quest’epoca d’oro per le cosiddette “couch potatoes”, le “patate da divano”, coloro che passano volentieri l’intera giornata stesi sul divano a guardare la tv e mangiare patatine, in cui le proliferanti piattaforme streaming hanno messo a disposizione di tutti una scelta fino a qualche anno fa inimmaginabile di film, cartoni animati e serie tv, sembra impossibile che ci siano ancora prodotti introvabili. Non mi riferisco a quei vecchi film che erano introvabili già da decenni (l’indefesso inseguimento di Papà Verdurin dei film di Robert Mulligan temo non avrà mai fine), ma alle serie tv del passato recente che, incredibilmente, non sono disponibili su nessuna delle piattaforme più diffuse, nonostante il grandissimo successo di pubblico riscosso.

Una di queste è la serie Malcolm, andata in onda negli Stati Uniti dal 2000 al 2006 e da noi (con il classico ritardo) dal 2004 al 2008 su Italia 1. Ci sono diversi motivi per ricordare questa serie, in cui ogni puntata si apriva con la simpatica canzone Boss of Me dei They Might be Giants. La prima cosa a colpire quando la si guarda per la prima volta è il fatto che il protagonista, il giovane Malcolm, spesso guarda in macchina e si rivolge direttamente allo spettatore per commentare ciò che gli sta accadendo. Oggi questa rottura della quarta parete nelle serie tv ci sembra normale perchè l’abbiamo vista in moltissime serie recenti (Ned: Scuola di Sopravvivenza ma soprattutto l’acclamatissima Modern Family, prima che nel film Enola Holmes, solo per citarne alcuni), ma tutto è iniziato con Malcolm. Ricordo anzi che all’epoca mi faceva un po’ impressione, all’inizio, vedere il faccione di Frankie Muniz (l’attore che interpreta il protagonista) inquadrato in primo piano che commentava la sua vita, spesso in toni lamentosi.

Una volta superato il primo shock, però, si scopre una serie molto ben fatta e soprattutto divertentissima, che infatti ha ottenuto diversi premi e riconoscimenti. Il titolo originale della serie è Malcolm in the Middle, cioè “Malcolm nel mezzo” in riferimento al fatto che il protagonista, alle prese con i classici problemi adolescenziali, sia il figlio di mezzo in una famiglia con quattro figli maschi, di cui il maggiore, Francis, viene presto mandato all’accademia militare nel tentativo di domare il suo spirito ribelle e combinaguai. Nel corso delle stagioni la famiglia Wilkerson crescerà con la nascita di un quinto maschietto, Jamie, che già in tenerissima età darà del filo da torcere a genitori e fratelli. Tutti i personaggi della serie, anche se non sono molto realistici, sono ben caratterizzati. Ho già accennato alla propensione di Francis per i guai e i colpi di testa. Reese invece è un sempliciotto svogliato e con atteggiamenti da bullo. Malcolm, con le sue mille manie, insicurezze e idiosincrasie, cerca di barcamenarsi tra la sua stramba famiglia e il mondo complicato dell’adolescenza. Dewey, il piccolino di casa fino alla nascita di Jamie, è incredibilmente intelligente per la sua età ma viene sempre ignorato dagli altri membri della sua famiglia, troppo impegnati in discussioni e bisticci. I genitori di Malcolm sono una coppia esplosiva con dinamiche credibili (anche se portate spesso all’eccesso, come quasi tutto in questa serie) ed esilaranti. La madre Lois è una maniaca del controllo che si scalda facilmente, mentre il marito Hal cerca di trovare un equilibrio tra i suoi isterismi e le esigenze della prole. Hal è interpretato da un attore allora poco conosciuto ma che oggi è famosissimo: Bryan Cranston, attore salito alla ribalta con la serie Breaking Bad che, in Malcolm, può esibire tutto il suo grande talento comico (e anche canoro in un paio di occasioni). Bryan Cranston è sicuramente il membro del cast che ha avuto la carriera più sfolgorante, mentre Frankie Muniz, dopo un paio di titoli per il giovane pubblico come agente Cody Banks, è sparito dai radar, salvo comparire in un paio di film della serie Sharknado. Più ci penso e più mi sembra strano che una serie che ha cambiato le regole della serialità, che è stata più volte ripresa e copiata (la serie The Middle, fin dal titolo, ne è la copia carbone) e che ha un cast così talentuoso non venga replicata a ciclo continuo in televisione e non sia in primo piano su almeno una delle principali piattaforme streaming. Mi auguro che gli omaggi diretti a Malcolm visti recentemente nell’unica parte godibile della serie Marvel Wandavision (cioè quella girata in stile sitcom) possano smuovere un po’ le cose e riportare alla luce questa serie esilarante.

Dare una mano, anzi un indice

Alcuni visitatori di Cinemuffin mi hanno giustamente fatto notare che il blog non era facile da navigare, non esistendo un indice di tutti i titoli trattati. Visto che ormai il blog è attivo da più di un anno e in effetti il numero di titoli di cui ho parlato (o poetato) inzia ad essere importante, mi sono presa un po’ di tempo per creare una pagina indice che, se tutto va come previsto, comparirà sulla barra superiore accanto alle altre pagine del menù. Vi potrete trovare, in ordine alfabetico, tutti i titoli affrontati divisi in film, serie tv, e cortometraggi, con un’ultima sezione speciale dedicata ai film di 007. Scorrete l’indice per cercare il titolo che vi interessa, scovare una recensione che vi eravate persi o rileggere un vecchio articolo.

La terrò sempre aggiornata, prometto.

Buona lettura!

Love, Death & Robots – Vol. 2

Science Fiction… …Double Feature

Dopo il grande successo della prima stagione, Netflix ha prodotto una nuova serie di Love, Death and Robots, che come la prima raccoglie cortometraggi animati molto diversi tra loro per stile dell’animazione, trama e tono, accomunati da uno o più degli elementi che danno il titolo alla serie: Amore, Morte e Robots. I diciotto episodi della prima stagione, usciti nel 2019, avevano conquistato il pubblico per la loro varietà e la loro qualità generale molto elevata; inoltre la formula di radunare cortometraggi molto diversi per origine, produzione e focus si era rivelata vincente, tanto da replicarla in tutto e per tutto, tranne che nel numero di episodi, che questa volta sono solo 8. Tuttavia questa nuova stagione non convince quanto la precedente. Il difetto non è certo nella qualità dell’animazione, che in alcuni episodi è davvero straordinaria, tanto da far dimenticare che quello che si sta guardando è realizzato al computer e non ripreso dal vivo. In altri casi invece si è puntato su stili di animazione più particolari, cui è un po’ difficile abituarsi all’inizio ma che sono comunque segno di una certa dose di creatività. Quello che non convince però sono le trame dei singoli episodi, che a volte partono da un buono spunto ma che impiegano appena quei pochi minuti di durata per sgonfiarsi e lasciare lo spettatore con un “Beh, e allora?” sulle labbra. Come nella prima serie, in tanta varietà ciascuno può trovare l’episodio più affine ai suoi gusti (a me per esempio, che amo molto i racconti che sanno unire acutezza ed ironia, sono piaciuti Servizio Clienti Automatico e quello su un’interpretazione molto originale della figura di Babbo Natale. Il sentimento generale però è che questi nuovi cortometraggi fossero un puro sfoggio di abilità tecnica ma non avessero molto da dire a livello di messaggio per lo spettatore e di espressione artistica. 

Santa Claus is coming to town

Continuate a fare i bravi bambini…

Ben più efficace è stato il lungometraggio I Mitchell contro le Macchine, anch’esso disponibile su Netflix, che ha puntato sull’innovazione visiva unendo la classica animazione al computer con spunti grafici pop, raccontando la storia di una famiglia che risolve i suoi problemi di comunicazione mentre salva il mondo dalla rivolta dei robot. Qui una trama non particolarmente originale viene elevata dal tono ironico, dallo spessore realistico dei personaggi e dall’originalità formale (non solo lo stile dell’animazione ma anche le scelte di “montaggio” e la colonna sonora). Io mi sono innamorata dei due robot che, resisi conto di essere stati danneggiati e quindi di rischiare la distruzione, decidono (forse in un’interpretazione originale della terza legge della robotica di Asimov) di fingersi esseri umani, con risultati davvero esilaranti. Consiglio quindi a chi sia rimasto deluso da Love, Death and Robots di rifarsi gli occhi con I Mitchell contro le Macchine, anche se lo ha già visto: garantisco personalmente che il film rimane divertente anche dopo molteplici visioni ripetute.

Io & Sherlock Holmes – Parte 2

Io & Sherlock Holmes – Parte 2

Dopo la brutta delusione di Gli Irregolari di Baker Street avevo decisamente bisogno di qualcosa dai toni più scanzonati per ridare prestigio al detective più famoso del mondo, Sherlock Holmes. Da molto tempo aveva nella mia lista Netflix il film che faceva proprio al caso mio: Enola Holmes. Parafrasando il titolo del film comico con Gene Wilder del 1975, si potrebbe dire che Enola è “la sorella più furba di Sherlock Holmes”. Il personaggio della sorellina minore di Sherlock nasce dalla penna della scrittrice americana Nancy Springer, che la rende protagonista di una serie di gialli per ragazzi, I Misteri di Enola Holmes, pubblicati tra il 2006 e il 2010. Enola è la sorella di Sherlock e Mycroft, molto più giovane anagraficamente ma non per questo meno sveglia e determinata; infatti non si rassegna all’idea di diventare una donna elegante e educata destinata solo a sposare un uomo agiato, preferisce dedicarsi allo studio, lo sport e, all’occasione, risolvere crimini come il fratellone. Enola ha trascorso tutta la sua vita praticamente sola in casa con la madre Eudoria, interpretata da Helena Bonham Carter. Quando Eudoria scompare all’improvviso, i fratelli maggiori ricompaiono per prendersi cura di Enola: nella visione del primogenito, Mycroft, questo si traduce in una severa educazione collegiale. Sherlock sembra un tantino più empatico nei confronti di Enola e dei suoi bisogni, ma non osa mettersi in contrasto col fratello. Alla ragazza non resta dunque che prendere in mano il proprio destino, fuggendo e mettendosi alla ricerca della madre per conto proprio. Se si parte dalla consapevolezza del fatto che si tratta di un film pensato anche per un pubblico giovane (cui oggi ci si riferisce come young adult), Enola Holmes è un buon intrattenimento che mette in campo attori bravi e simpatici, come la protagonista Millie Bobby Brown, divenuta famosa come Undici nella serie Stranger Things, che qui si destreggia tra enigmi, crinoline e risse nei vicoli di Londra. Ho solamente trovato piuttosto fastidiosa la scelta del regista Harry Bradbeer di far rivolgere spesso Enola direttamente allo spettatore guardando in macchina; se era molto divertente quando lo faceva Amélie Poulain, qui invece finisce per rallentare una narrazione che già non è sempre scoppiettante nel ritmo (forse il film avrebbe beneficiato di un minutaggio leggermente ridotto).

Confesso però che il motivo di maggior interesse per me è incarnato da Henry Cavill, senza dubbio lo Sherlock Holmes più attraente di sempre (mentre il Dottor Watson più affascinante è senza dubbio la splendida Lucy Liu della serie Elementary). Curiosità: dopo l’uscita del film lo scorso anno la Conan Doyle Estate, che attualmente detiene i diritti delle opere dello scrittore, ha intentato causa a Netflix (casa produttrice di Enola Holmes) accusandola di raffigurare Sherlock Holmes come “un personaggio che prova emozioni”. La causa è stata però archiviata nel dicembre 2020, e Netflix sta già preparando un sequel: nuove emozioni anche per Sherlock, dunque. E più Henry Cavill per noi. 

La visione di Enola Holmes mi ha molto rinfrancata, ma sentivo di aver bisogno di un altro pizzico di Sherlock per ritornare al pieno equilibrio. Ancora una volta, come l’autista Ambrogio che tirava fuori i cioccolatini dal cruscotto, è giunta in mio aiuto la piattaforma Netflix con un nuovo titolo più che calzante: Holmes & Watson.

Certo le premesse non erano delle migliori: del regista Etan Cohen a essere sinceri avevo solo brutti ricordi, sia nel ruolo di regista che di sceneggiatore (il terribile Men in Black 3 ma soprattutto il tremendo Tropic Thunder). Inoltre, a parte il suo ruolo di Mugatu nel primo Zoolander (del secondo preferisco non parlare), ho una grandissima antipatia anche per Will Ferrell, che qui interpreta Sherlock Holmes; sull’altro piatto della bilancia però c’era John C. Reilly, attore di grande talento (anche canoro come dimostra Chicago) e comico straordinario, nel ruolo di Watson.

E così mi sono tuffata nella visione di Holmes & Watson (sottotitolo italiano: Due De Menti al Servizio della Regina). Responso? Un grosso sacco di risate! Davvero, a parte alcune scene piuttosto di cattivo gusto ho trovato il film divertentissimo. Cohen, rifacendosi anche all’umorismo di Zucker/Abrahams/Zucker, si è divertito a prendere in giro tutti i clichè su Sherlock, compresi quelli stabiliti in tempi recenti da Guy Ritchie con i suoi due film, sostenuto da una favolosa accoppiata di protagonisti e scrivendo personalmente una buona sceneggiatura (il racconto iniziale del primo incontro tra Holmes e Watson è buffissimo). Ho anche amato ritrovare alcuni volti ben noti nel cast: Hugh Laurie nel ruolo di Mycroft, Ralph Fiennes in quello di Moriarty, il wrestler WWE Braun Strowman in un combattimento davvero singolare. Il momento musical poi mi ha particolarmente deliziato. Lo consiglio a tutti coloro che, sempre con rispetto per Sir Arthur Conan Doyle, desiderano farsi qualche bella risata su Sherlock Holmes e i suoi amici. Per ora, da Baker Street, è tutto!

Un Selfie con Sua Maestà

Io & Sherlock Holmes – Parte 1

Basil Rathbone nei panni di Sherlock Holmes

Il mio rapporto con l’investigatore più famoso del mondo è sempre stato difficile ed ha avuto fasi alterne. Il primo approccio è stato indiretto ed è avvenuto tramite il lungometraggio Disney del 1986 Basil l’Investigatopo, in cui il topo protagonista era un investigatore che abitava proprio sotto al famoso numero 221b di Baker Street, dimora del celebre detective londinese nato nel 1887 dalla penna della scrittore Arthur Conan Doyle.

Nel cartone il personaggio di Basil è ricalcato su quello di Sherlock, soprattutto nella sua trasposizione cinematografica in cui è stato interpretato in ben quattordici film dall’attore inglese Basil Rathbone (da cui prende anche il nome). Nel film Disney compare tuttavia anche lo stesso Sherlock Holmes, o meglio, si vedono la sua ombra e quella del Dottor Watson mentre si preparano ad andare ad un concerto. “Questa musica è introspettiva e voglio essere introspettivo” dice Sherlock. “Ma Holmes” risponde Watson “Quella musica è terribilmente noiosa!”. Ho scoperto solo più tardi che, nella versione originale, la voce di Sherlock Holmes era proprio quella di Basil Rathbone (tratta da materiale d’archivio in quanto l’attore era morto nel 1967), mentre l’antagonista di Basil, il malvagio Professor Rattigan (ispirato alla nemesi letteraria di Sherlock, il Professor Moriarty), è doppiato da Vincent Price. Dunque, per molti anni, per me Sherlock Holmes non è stato altro che quell’ombra che dichiarava con serietà “voglio essere introspettivo”. Quando più tardi mi sono appassionata al genere letterario giallo è successo esclusivamente attraverso Agatha Christie, di cui in pochi anni ho letto la maggior parte dei romanzi e dei racconti. In virtù di questo mio grande amore per il genere, sembrava naturale che leggessi anche i libri del grande Conan Doyle e non avevo dubbi che mi sarei innamorata del personaggio di Holmes come lo ero di Miss Marple e soprattutto di Hercule Poirot. Decisi di iniziare dal principio e lessi il primo romanzo in cui compariva Sherlock Holmes, Lo Studio in Rosso, rimanendone cocentemente delusa. Infatti quello che amo di più dei gialli di Agatha Christie è che è sempre (con pochissime eccezioni) possibile indovinare il colpevole, o almeno tentare di farlo: il lettore svolge la sua indagine parallelamente all’investigatore, ha i suoi stessi elementi ed indizi e ha sempre la possibilità di giungere alla soluzione prima della conclusione. In Conan Doyle invece non è affatto così, Sherlock risolve il caso basandosi su indizi di cui il lettore non è a conoscenza e il colpevole a volte è un personaggio che non era mai comparso prima nella narrazione (come afferma con livore Lionel Twain/Truman Capote in Invito a Cena con Delitto).

Feci un altro tentativo con quello che forse è il romanzo più famoso, Il Mastino dei Baskerville, poi mi arresi: Sherlock Holmes non faceva per me; Conan Doyle, invece, lo rivalutai qualche anno dopo quando si rivelò inaspettatamente bravo nel raccontare di avventure e di dinosauri. Per molto tempo io e Sherlock Holmes abbiamo proceduto su strade separate, che però sono tornate inaspettatamente a incrociarsi quando Guy Ritchie ha girato il suo Sherlock Holmes, con Robert Downey Jr. nei panni dell’investigatore e Jude Law in quelli del fedele Watson.

Sembrava un’operazione alquanto azzardata, la sua, e invece mi ha davvero conquistata col suo mix di azione e ironia (chi è già stato su Cinemuffin ormai sa che Ritchie come regista mi piace molto proprio per questo). Se non ho gradito affatto la metamorfosi sancita da Kenneth Branagh per il suo Poirot, lo Sherlock di Ritchie invece mi è piaciuto molto più di quello dei libri di Conan Doyle e mi è piaciuto, appena meno del primo, anche il secondo film, Gioco di Ombre (la presenza del caro Stephen Fry nei panni di Mycroft, il fratello di Sherlock, probabilmente ha il suo peso). Similmente ho amato, almeno per le prime stagioni, la serie tv Sherlock, con i talentuosissimi Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, che vince con onore la sfida di trasportare le avventure di Sherlock Holmes ai giorni nostri.

Dopo questa blasonata doppietta per un po’ mi sono distanziata da Sherlock, finché non mi sono imbattuta, poco tempo fa, in una serie tv targata Netflix, Gli Irregolari di Baker Street. In quel momento cercavo una visione leggera, e quelle otto puntate con investigatori in erba, interpretati da giovani attori sconosciuti che si trovano in qualche modo coinvolti nelle indagini di Sherlock Holmes e Watson sembrava una buona idea… E invece no! Non so da dove cominciare a elencare i difetti di questa serie, perché ce ne sono a tutti i livelli. L’idea di fondo, quella di una banda di ragazzini di strada di cui Sherlock Holmes si serve nelle proprie indagini ha le sue radici negli stessi romanzi di Conan Doyle ed è già stata portata in teatro e sullo schermo in passato. Qui però si è voluto esagerare. Inverosimiglianze storiche, per cui quattro ragazzini orfani possono vivere sereni nel centro di Londra in un ampio e comodo rifugio coperto con cucina e soppalco, o un servitore invita il suo nobile padroncino a soddisfare le sue voglie adolescenziali con un’altra ragazza di nobile famiglia anziché con una popolana. La decisione, sbagliata da ogni punto di vista, di far entrare in gioco il soprannaturale, gestito male sia dalla sceneggiatura che dagli effetti speciali e facendosi beffe della più celebre massima di Sherlock Holmes: “Eliminato l’impossibile, ciò che rimane, per quanto improbabile, dev’essere la verità”. Per far capire quanto brutta possa essere questa serie basta uno sguardo all’ambientazione dei sogni ricorrenti della protagonista, dotata di poteri psichici, che tanto ricorda la capanna dello Zio Tom.

La Capanna dello Zio Tom, anche quella in Baker Street

Il finale a sorpresa non sorprende proprio nessuno, i personaggi non hanno spessore e le relazioni tra loro sono traballanti, tanto da chiedersi cosa li spinga a fare le cose che fanno. E infine, il casting cosiddetto “daltonico”: il Dottor Watson è di colore, così come uno degli Irregolari (sarà un caso, ma è quello meno caratterizzato di tutti, come viene esplicitato nell’ultimo episodio, in cui è l’unico di cui non vediamo materializzarsi le paure più profonde perché, immagino, gli sceneggiatori non le avevano pensate), e le due ragazze protagoniste sono due sorelle, una con gli occhi azzurri e una con i tratti orientali. Naturalmente questa è una scelta che, anche se storicamente e biologicamente poco credibile, si potrebbe anche accettare; più difficile è abituarsi all’idea che Watson sia innamorato di Sherlock (anche questo dovrebbe essere un colpo di scena ma non serve certo essere Sherlock Holmes per capirlo già al primo episodio – anzi a dire il vero Sherlock è proprio l’unico a non capirlo). Insomma, una catastrofe: che Sherlock Holmes vi piaccia o meno, tenetevi alla larga da questa serie, di cui è già stata cancellata, fortunatamente, la seconda stagione. Dopo questa pessima esperienza, avevo bisogno di riabilitare il Detective di Baker Street ai miei occhi. E soprattutto avevo bisogno… di una bella risata!

Alla prossima puntata!

Stephen Fry nei “panni” di Mycroft Holmes