Madame va in vacanza

L’estate è sempre il periodo in cui si desidera prendersi una pausa da tutto: stress, lavoro, colleghi, città, inquinamento, sveglia, scadenze… L’unica cosa da cui io non vorrei mai prendere una pausa… è Cinemuffin!

Ciononostante, pur avendo molti progetti in corso (un nuovo articolo su 007 in cantiere, una promessa in rima da mantenere, una Notte Horror da seguire), è arrivato anche per Madame il momento delle ferie, anche se mi scappa un sorriso pensando a Maggie Smith nei panni della Contessa di Downton Abbey che domanda candidamente: “E cosa sarebbe un weekend?”

Cinemuffin va in vacanza ma Madame farà di tutto (connessione permettendo) per continuare a seguire i blog amici, appuntamento quotidiano sempre lieto, direi irrinunciabile.

Al ritorno dalle vacanze Cinemuffin ritornerà ad offrire i suoi contenuti con scadenze (quasi sempre) regolari e ci sarà anche una ghiotta sorpresa…

Vi lascio con l’acquolina in bocca, auguro a tutti i lettori di trascorrere delle serene vacanze!

Madame Verdurin

“Ma quando torna Madame?”

Mai Dire Cinema

Ho già raccontato di come, fin da piccolissima, io abbia iniziato ad amare il cinema guardando i film seduta sulle ginocchia di Papà Verdurin. Ma questo accadeva solamente quando non c’era la partita dell’Inter

In quel caso guardavamo insieme la partita oppure Quelli che il Calcio e Papà Verdurin tifava sempre Inter, anche contro ogni logica e buon senso. Purtroppo però in quegli anni vinceva sempre il Milan, e agli occhi di una bimba di tre anni la squadra che vince è la più bella. E poi nel Milan c’era Gullit, con le sue treccine: la prima di una lunghissima serie di cotte per calciatori della mia vita. Così iniziavo a tifare Milan e mio padre si arrabbiava: “Ho cresciuto una serpe in seno!”

Poi andavamo a giocare la schedina: Papà Verdurin aveva un metodo e studiava tutto per bene; poi, vedendo che io ne indovinavo più di lui, decise che era meglio lasciar perdere. Il divertimento poi continuava con Mai Dire Gol. Ovviamente non potevo capire tutto, ma ricordo ancora benissimo Luttazzi con il suo tabloid (“E’ un calcio mmalato!”), Claudio Bisio/Micio con la coda di cavallo e tutti i suoi intrallazzi, Aldo Giovanni e Giacomo arbitri rinchiusi negli spogliatoi dopo la partita per paura di essere pestati dai tifosi, la canzone di Elio “Ti amo campionato perché non sei falsato”. Ricordo ancora la musichetta che accompagnava la compilation di simulazioni e tuffi dei calciatori.

Poi è arrivato Holly e Benji: grande passione, grandissima cotta per Mark Lenders, urla e strepiti se mi veniva impedito di vedere un episodio. Ero ormai alle elementari, in una scuola gestita da suore: durante la ricreazione, i maschietti giocavano a calcio, mentre le femminucce pettinavano le bambole (letteralmente). Ma io sgattaiolavo nel campo da calcio e scongiuravo i maschi di farmi giocare. A volte me lo permettevano (e segnavo anche), a volte restavo a fare il tifo. Quando avevo dieci anni Babbo Natale mi portò un calcetto (con grande sgomento delle mie compagne che avevano ricevuto case delle bambole) su cui io mi allenai molto ma Papà Verdurin si rovinò la schiena, essendo a misura di bambino e non di adulto. Seguì poi un periodo di allontanamento dal calcio e da molte altre cose, “The Age of Not Believing” come canta Angela Lansbury in Pomi d’ottone e Manici di Scopa (dove tra l’altro si gioca la partita di calcio più bella della storia del cinema), che durò anche per tutti i Mondiali 2006.

La sera della finale rifiutai categoricamente di guardare la partita, non solo per ribellione: la mattina dopo avrei avuto l’orale dell’esame di maturità. A studiare però non ci riuscivo proprio, così finii per guardare un film: Top Gun. Non ne ricordo assolutamente nulla, se non quel che ho visto in Hot Shots! Poi cercai di dormire… inutilmente, ovviamente: l’Italia vinse i Mondiali e i festeggiamenti impazzarono per tutta la notte. Al mattino dopo, per fortuna, i professori erano contenti e stanchi almeno quanto me, così tutto filò liscio.

La mia strada e quella del calcio proseguirono parallele ancora per qualche anno, poi tornarono inaspettatamente ad incrociarsi. Dovetti sottopormi ad un piccolo intervento chirurgico, che però mi lasciò immobilizzata per quasi un anno. Ferma sul divano, non avevo scelta che guardare quello che passava in tv, comprese le partite di calcio: era il 2010, l’anno del Triplete dell’Inter di Mourinho! Questo per me significò vedere ogni singola partita dell’Inter in campionato, in Champions League e in Coppa Italia. Dopo un paio di mesi conoscevo la formazione, le tattiche, i giocatori (a memoria: Julio Cesar, Lucio, Samuel, Stankovic, Pandev, Maicon, Sneijder, Milito, Eto’o, Nagatomo, Pazzini) e tifavo sfegatatamente Inter: in pratica ero tornata bambina. Dopo aver ottenuto i suoi “Tre Tituli” Mourinho, come Mary Poppins, lasciò l’Inter per andare in aiuto di altri bambini in difficoltà: quelli del Chelsea. 

Continuai a seguire il calcio, anche se con meno assiduità, e ancora oggi se c’è l’occasione di vedere una partita la guardo volentieri, soprattutto a livelli alti in cui si può vedere davvero del bel gioco. Ma questo cosa c’entra col cinema?

Ho già raccontato di come il gioco del calcio e il cinema si intreccino talvolta nei miei sogni, proprio come accade sullo schermo, con esiti a volte felici (come in Fuga per la Vittoria) a volte meno felici (come nel recente film italiano La Partita). A volte queste due realtà apparentemente distanti si intersecano in modo inaspettato. Mentre guardavo la finale dei Mondiali 2020, ad esempio, la regia ha mostrato Tom Cruise seduto sugli spalti dell’Inghilterra, accanto a David Beckham con cui si scambiava orgogliosamente un brofist. Ma come?

Ora, tutti quelli che sono già stati qualche volta su Cinemuffin (ma anche quelli che hanno semplicemente guardato la homepage) sanno che io ho un debole per tutto ciò che è inglese. Tuttavia, risaputamente, questo non vale per gli americani, soprattutto per quelli che sono stati Maverick e sono anche “Nati il 4 Luglio”.

Beh, vedere Tom Cruise fare il tifo per l’Inghilterra anziché per l’Italia, quando tra l’altro era stato da poco a Roma per girare il nuovo Mission: Impossible, mi ha intristito molto più di quanto potessi pensare. Ma come, io che ho perso la vittoria dell’italia del 2006 per guardare te svolazzare nel blu dipinto di blu, e ora ti trovo a fare il tifo per gli avversari?

Mi è stato fatto notare che se fosse stato seduto tra i tifosi italiani forse lo avrebbero preso a botte all’uscita, e io certo non vorrei questo. E anche che forse era capitato allo stadio senza nemmeno rendersene conto, proprio come non si era reso conto di aver recitato in quel film di vampiri (per capire meglio questa battuta vedere assolutamente il film Bowfinger con Steve Martin e Eddie Murphy).

Però ci sono rimasta male, ecco.

Mi sono subito consolata con la voce della commentatrice tecnica, Katia Serra, ex calciatrice. Devo ammettere che all’inizio facevo fatica ad abituarmi ad una telecronista donna, abituata come sono a sentire da sempre solo voci maschili, non per le sue parole, ma proprio per la voce: pensavo sempre che qualcuno avesse acceso la tv su un altro canale nella stanza accanto. Però Katia ha mostrato non solo grande competenza e affiatamento con il collega, ma anche una grande passione (senza mai scadere nel ridicolo come alcuni commentatori di Sky, permettetemi). Nessuna più di me, con i miei trascorsi infantili a bordo campo, può essere più soddisfatta dell’ingresso delle donne anche nel mondo del calcio maschile, come commentatori e come arbitri. La telecronaca poi è un racconto, così come lo è un film: ed ecco che il cerchio si chiude.

Per concludere: meglio una bella partita di un brutto film; e in entrambi i casi, sempre meglio che pettinare le bambole.

Malcolm

In quest’epoca d’oro per le cosiddette “couch potatoes”, le “patate da divano”, coloro che passano volentieri l’intera giornata stesi sul divano a guardare la tv e mangiare patatine, in cui le proliferanti piattaforme streaming hanno messo a disposizione di tutti una scelta fino a qualche anno fa inimmaginabile di film, cartoni animati e serie tv, sembra impossibile che ci siano ancora prodotti introvabili. Non mi riferisco a quei vecchi film che erano introvabili già da decenni (l’indefesso inseguimento di Papà Verdurin dei film di Robert Mulligan temo non avrà mai fine), ma alle serie tv del passato recente che, incredibilmente, non sono disponibili su nessuna delle piattaforme più diffuse, nonostante il grandissimo successo di pubblico riscosso.

Una di queste è la serie Malcolm, andata in onda negli Stati Uniti dal 2000 al 2006 e da noi (con il classico ritardo) dal 2004 al 2008 su Italia 1. Ci sono diversi motivi per ricordare questa serie, in cui ogni puntata si apriva con la simpatica canzone Boss of Me dei They Might be Giants. La prima cosa a colpire quando la si guarda per la prima volta è il fatto che il protagonista, il giovane Malcolm, spesso guarda in macchina e si rivolge direttamente allo spettatore per commentare ciò che gli sta accadendo. Oggi questa rottura della quarta parete nelle serie tv ci sembra normale perchè l’abbiamo vista in moltissime serie recenti (Ned: Scuola di Sopravvivenza ma soprattutto l’acclamatissima Modern Family, prima che nel film Enola Holmes, solo per citarne alcuni), ma tutto è iniziato con Malcolm. Ricordo anzi che all’epoca mi faceva un po’ impressione, all’inizio, vedere il faccione di Frankie Muniz (l’attore che interpreta il protagonista) inquadrato in primo piano che commentava la sua vita, spesso in toni lamentosi.

Una volta superato il primo shock, però, si scopre una serie molto ben fatta e soprattutto divertentissima, che infatti ha ottenuto diversi premi e riconoscimenti. Il titolo originale della serie è Malcolm in the Middle, cioè “Malcolm nel mezzo” in riferimento al fatto che il protagonista, alle prese con i classici problemi adolescenziali, sia il figlio di mezzo in una famiglia con quattro figli maschi, di cui il maggiore, Francis, viene presto mandato all’accademia militare nel tentativo di domare il suo spirito ribelle e combinaguai. Nel corso delle stagioni la famiglia Wilkerson crescerà con la nascita di un quinto maschietto, Jamie, che già in tenerissima età darà del filo da torcere a genitori e fratelli. Tutti i personaggi della serie, anche se non sono molto realistici, sono ben caratterizzati. Ho già accennato alla propensione di Francis per i guai e i colpi di testa. Reese invece è un sempliciotto svogliato e con atteggiamenti da bullo. Malcolm, con le sue mille manie, insicurezze e idiosincrasie, cerca di barcamenarsi tra la sua stramba famiglia e il mondo complicato dell’adolescenza. Dewey, il piccolino di casa fino alla nascita di Jamie, è incredibilmente intelligente per la sua età ma viene sempre ignorato dagli altri membri della sua famiglia, troppo impegnati in discussioni e bisticci. I genitori di Malcolm sono una coppia esplosiva con dinamiche credibili (anche se portate spesso all’eccesso, come quasi tutto in questa serie) ed esilaranti. La madre Lois è una maniaca del controllo che si scalda facilmente, mentre il marito Hal cerca di trovare un equilibrio tra i suoi isterismi e le esigenze della prole. Hal è interpretato da un attore allora poco conosciuto ma che oggi è famosissimo: Bryan Cranston, attore salito alla ribalta con la serie Breaking Bad che, in Malcolm, può esibire tutto il suo grande talento comico (e anche canoro in un paio di occasioni). Bryan Cranston è sicuramente il membro del cast che ha avuto la carriera più sfolgorante, mentre Frankie Muniz, dopo un paio di titoli per il giovane pubblico come agente Cody Banks, è sparito dai radar, salvo comparire in un paio di film della serie Sharknado. Più ci penso e più mi sembra strano che una serie che ha cambiato le regole della serialità, che è stata più volte ripresa e copiata (la serie The Middle, fin dal titolo, ne è la copia carbone) e che ha un cast così talentuoso non venga replicata a ciclo continuo in televisione e non sia in primo piano su almeno una delle principali piattaforme streaming. Mi auguro che gli omaggi diretti a Malcolm visti recentemente nell’unica parte godibile della serie Marvel Wandavision (cioè quella girata in stile sitcom) possano smuovere un po’ le cose e riportare alla luce questa serie esilarante.

Dare una mano, anzi un indice

Alcuni visitatori di Cinemuffin mi hanno giustamente fatto notare che il blog non era facile da navigare, non esistendo un indice di tutti i titoli trattati. Visto che ormai il blog è attivo da più di un anno e in effetti il numero di titoli di cui ho parlato (o poetato) inzia ad essere importante, mi sono presa un po’ di tempo per creare una pagina indice che, se tutto va come previsto, comparirà sulla barra superiore accanto alle altre pagine del menù. Vi potrete trovare, in ordine alfabetico, tutti i titoli affrontati divisi in film, serie tv, e cortometraggi, con un’ultima sezione speciale dedicata ai film di 007. Scorrete l’indice per cercare il titolo che vi interessa, scovare una recensione che vi eravate persi o rileggere un vecchio articolo.

La terrò sempre aggiornata, prometto.

Buona lettura!

Love, Death & Robots – Vol. 2

Science Fiction… …Double Feature

Dopo il grande successo della prima stagione, Netflix ha prodotto una nuova serie di Love, Death and Robots, che come la prima raccoglie cortometraggi animati molto diversi tra loro per stile dell’animazione, trama e tono, accomunati da uno o più degli elementi che danno il titolo alla serie: Amore, Morte e Robots. I diciotto episodi della prima stagione, usciti nel 2019, avevano conquistato il pubblico per la loro varietà e la loro qualità generale molto elevata; inoltre la formula di radunare cortometraggi molto diversi per origine, produzione e focus si era rivelata vincente, tanto da replicarla in tutto e per tutto, tranne che nel numero di episodi, che questa volta sono solo 8. Tuttavia questa nuova stagione non convince quanto la precedente. Il difetto non è certo nella qualità dell’animazione, che in alcuni episodi è davvero straordinaria, tanto da far dimenticare che quello che si sta guardando è realizzato al computer e non ripreso dal vivo. In altri casi invece si è puntato su stili di animazione più particolari, cui è un po’ difficile abituarsi all’inizio ma che sono comunque segno di una certa dose di creatività. Quello che non convince però sono le trame dei singoli episodi, che a volte partono da un buono spunto ma che impiegano appena quei pochi minuti di durata per sgonfiarsi e lasciare lo spettatore con un “Beh, e allora?” sulle labbra. Come nella prima serie, in tanta varietà ciascuno può trovare l’episodio più affine ai suoi gusti (a me per esempio, che amo molto i racconti che sanno unire acutezza ed ironia, sono piaciuti Servizio Clienti Automatico e quello su un’interpretazione molto originale della figura di Babbo Natale. Il sentimento generale però è che questi nuovi cortometraggi fossero un puro sfoggio di abilità tecnica ma non avessero molto da dire a livello di messaggio per lo spettatore e di espressione artistica. 

Santa Claus is coming to town

Continuate a fare i bravi bambini…

Ben più efficace è stato il lungometraggio I Mitchell contro le Macchine, anch’esso disponibile su Netflix, che ha puntato sull’innovazione visiva unendo la classica animazione al computer con spunti grafici pop, raccontando la storia di una famiglia che risolve i suoi problemi di comunicazione mentre salva il mondo dalla rivolta dei robot. Qui una trama non particolarmente originale viene elevata dal tono ironico, dallo spessore realistico dei personaggi e dall’originalità formale (non solo lo stile dell’animazione ma anche le scelte di “montaggio” e la colonna sonora). Io mi sono innamorata dei due robot che, resisi conto di essere stati danneggiati e quindi di rischiare la distruzione, decidono (forse in un’interpretazione originale della terza legge della robotica di Asimov) di fingersi esseri umani, con risultati davvero esilaranti. Consiglio quindi a chi sia rimasto deluso da Love, Death and Robots di rifarsi gli occhi con I Mitchell contro le Macchine, anche se lo ha già visto: garantisco personalmente che il film rimane divertente anche dopo molteplici visioni ripetute.

Io & Sherlock Holmes – Parte 2

Io & Sherlock Holmes – Parte 2

Dopo la brutta delusione di Gli Irregolari di Baker Street avevo decisamente bisogno di qualcosa dai toni più scanzonati per ridare prestigio al detective più famoso del mondo, Sherlock Holmes. Da molto tempo aveva nella mia lista Netflix il film che faceva proprio al caso mio: Enola Holmes. Parafrasando il titolo del film comico con Gene Wilder del 1975, si potrebbe dire che Enola è “la sorella più furba di Sherlock Holmes”. Il personaggio della sorellina minore di Sherlock nasce dalla penna della scrittrice americana Nancy Springer, che la rende protagonista di una serie di gialli per ragazzi, I Misteri di Enola Holmes, pubblicati tra il 2006 e il 2010. Enola è la sorella di Sherlock e Mycroft, molto più giovane anagraficamente ma non per questo meno sveglia e determinata; infatti non si rassegna all’idea di diventare una donna elegante e educata destinata solo a sposare un uomo agiato, preferisce dedicarsi allo studio, lo sport e, all’occasione, risolvere crimini come il fratellone. Enola ha trascorso tutta la sua vita praticamente sola in casa con la madre Eudoria, interpretata da Helena Bonham Carter. Quando Eudoria scompare all’improvviso, i fratelli maggiori ricompaiono per prendersi cura di Enola: nella visione del primogenito, Mycroft, questo si traduce in una severa educazione collegiale. Sherlock sembra un tantino più empatico nei confronti di Enola e dei suoi bisogni, ma non osa mettersi in contrasto col fratello. Alla ragazza non resta dunque che prendere in mano il proprio destino, fuggendo e mettendosi alla ricerca della madre per conto proprio. Se si parte dalla consapevolezza del fatto che si tratta di un film pensato anche per un pubblico giovane (cui oggi ci si riferisce come young adult), Enola Holmes è un buon intrattenimento che mette in campo attori bravi e simpatici, come la protagonista Millie Bobby Brown, divenuta famosa come Undici nella serie Stranger Things, che qui si destreggia tra enigmi, crinoline e risse nei vicoli di Londra. Ho solamente trovato piuttosto fastidiosa la scelta del regista Harry Bradbeer di far rivolgere spesso Enola direttamente allo spettatore guardando in macchina; se era molto divertente quando lo faceva Amélie Poulain, qui invece finisce per rallentare una narrazione che già non è sempre scoppiettante nel ritmo (forse il film avrebbe beneficiato di un minutaggio leggermente ridotto).

Confesso però che il motivo di maggior interesse per me è incarnato da Henry Cavill, senza dubbio lo Sherlock Holmes più attraente di sempre (mentre il Dottor Watson più affascinante è senza dubbio la splendida Lucy Liu della serie Elementary). Curiosità: dopo l’uscita del film lo scorso anno la Conan Doyle Estate, che attualmente detiene i diritti delle opere dello scrittore, ha intentato causa a Netflix (casa produttrice di Enola Holmes) accusandola di raffigurare Sherlock Holmes come “un personaggio che prova emozioni”. La causa è stata però archiviata nel dicembre 2020, e Netflix sta già preparando un sequel: nuove emozioni anche per Sherlock, dunque. E più Henry Cavill per noi. 

La visione di Enola Holmes mi ha molto rinfrancata, ma sentivo di aver bisogno di un altro pizzico di Sherlock per ritornare al pieno equilibrio. Ancora una volta, come l’autista Ambrogio che tirava fuori i cioccolatini dal cruscotto, è giunta in mio aiuto la piattaforma Netflix con un nuovo titolo più che calzante: Holmes & Watson.

Certo le premesse non erano delle migliori: del regista Etan Cohen a essere sinceri avevo solo brutti ricordi, sia nel ruolo di regista che di sceneggiatore (il terribile Men in Black 3 ma soprattutto il tremendo Tropic Thunder). Inoltre, a parte il suo ruolo di Mugatu nel primo Zoolander (del secondo preferisco non parlare), ho una grandissima antipatia anche per Will Ferrell, che qui interpreta Sherlock Holmes; sull’altro piatto della bilancia però c’era John C. Reilly, attore di grande talento (anche canoro come dimostra Chicago) e comico straordinario, nel ruolo di Watson.

E così mi sono tuffata nella visione di Holmes & Watson (sottotitolo italiano: Due De Menti al Servizio della Regina). Responso? Un grosso sacco di risate! Davvero, a parte alcune scene piuttosto di cattivo gusto ho trovato il film divertentissimo. Cohen, rifacendosi anche all’umorismo di Zucker/Abrahams/Zucker, si è divertito a prendere in giro tutti i clichè su Sherlock, compresi quelli stabiliti in tempi recenti da Guy Ritchie con i suoi due film, sostenuto da una favolosa accoppiata di protagonisti e scrivendo personalmente una buona sceneggiatura (il racconto iniziale del primo incontro tra Holmes e Watson è buffissimo). Ho anche amato ritrovare alcuni volti ben noti nel cast: Hugh Laurie nel ruolo di Mycroft, Ralph Fiennes in quello di Moriarty, il wrestler WWE Braun Strowman in un combattimento davvero singolare. Il momento musical poi mi ha particolarmente deliziato. Lo consiglio a tutti coloro che, sempre con rispetto per Sir Arthur Conan Doyle, desiderano farsi qualche bella risata su Sherlock Holmes e i suoi amici. Per ora, da Baker Street, è tutto!

Un Selfie con Sua Maestà

Io & Sherlock Holmes – Parte 1

Basil Rathbone nei panni di Sherlock Holmes

Il mio rapporto con l’investigatore più famoso del mondo è sempre stato difficile ed ha avuto fasi alterne. Il primo approccio è stato indiretto ed è avvenuto tramite il lungometraggio Disney del 1986 Basil l’Investigatopo, in cui il topo protagonista era un investigatore che abitava proprio sotto al famoso numero 221b di Baker Street, dimora del celebre detective londinese nato nel 1887 dalla penna della scrittore Arthur Conan Doyle.

Nel cartone il personaggio di Basil è ricalcato su quello di Sherlock, soprattutto nella sua trasposizione cinematografica in cui è stato interpretato in ben quattordici film dall’attore inglese Basil Rathbone (da cui prende anche il nome). Nel film Disney compare tuttavia anche lo stesso Sherlock Holmes, o meglio, si vedono la sua ombra e quella del Dottor Watson mentre si preparano ad andare ad un concerto. “Questa musica è introspettiva e voglio essere introspettivo” dice Sherlock. “Ma Holmes” risponde Watson “Quella musica è terribilmente noiosa!”. Ho scoperto solo più tardi che, nella versione originale, la voce di Sherlock Holmes era proprio quella di Basil Rathbone (tratta da materiale d’archivio in quanto l’attore era morto nel 1967), mentre l’antagonista di Basil, il malvagio Professor Rattigan (ispirato alla nemesi letteraria di Sherlock, il Professor Moriarty), è doppiato da Vincent Price. Dunque, per molti anni, per me Sherlock Holmes non è stato altro che quell’ombra che dichiarava con serietà “voglio essere introspettivo”. Quando più tardi mi sono appassionata al genere letterario giallo è successo esclusivamente attraverso Agatha Christie, di cui in pochi anni ho letto la maggior parte dei romanzi e dei racconti. In virtù di questo mio grande amore per il genere, sembrava naturale che leggessi anche i libri del grande Conan Doyle e non avevo dubbi che mi sarei innamorata del personaggio di Holmes come lo ero di Miss Marple e soprattutto di Hercule Poirot. Decisi di iniziare dal principio e lessi il primo romanzo in cui compariva Sherlock Holmes, Lo Studio in Rosso, rimanendone cocentemente delusa. Infatti quello che amo di più dei gialli di Agatha Christie è che è sempre (con pochissime eccezioni) possibile indovinare il colpevole, o almeno tentare di farlo: il lettore svolge la sua indagine parallelamente all’investigatore, ha i suoi stessi elementi ed indizi e ha sempre la possibilità di giungere alla soluzione prima della conclusione. In Conan Doyle invece non è affatto così, Sherlock risolve il caso basandosi su indizi di cui il lettore non è a conoscenza e il colpevole a volte è un personaggio che non era mai comparso prima nella narrazione (come afferma con livore Lionel Twain/Truman Capote in Invito a Cena con Delitto).

Feci un altro tentativo con quello che forse è il romanzo più famoso, Il Mastino dei Baskerville, poi mi arresi: Sherlock Holmes non faceva per me; Conan Doyle, invece, lo rivalutai qualche anno dopo quando si rivelò inaspettatamente bravo nel raccontare di avventure e di dinosauri. Per molto tempo io e Sherlock Holmes abbiamo proceduto su strade separate, che però sono tornate inaspettatamente a incrociarsi quando Guy Ritchie ha girato il suo Sherlock Holmes, con Robert Downey Jr. nei panni dell’investigatore e Jude Law in quelli del fedele Watson.

Sembrava un’operazione alquanto azzardata, la sua, e invece mi ha davvero conquistata col suo mix di azione e ironia (chi è già stato su Cinemuffin ormai sa che Ritchie come regista mi piace molto proprio per questo). Se non ho gradito affatto la metamorfosi sancita da Kenneth Branagh per il suo Poirot, lo Sherlock di Ritchie invece mi è piaciuto molto più di quello dei libri di Conan Doyle e mi è piaciuto, appena meno del primo, anche il secondo film, Gioco di Ombre (la presenza del caro Stephen Fry nei panni di Mycroft, il fratello di Sherlock, probabilmente ha il suo peso). Similmente ho amato, almeno per le prime stagioni, la serie tv Sherlock, con i talentuosissimi Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, che vince con onore la sfida di trasportare le avventure di Sherlock Holmes ai giorni nostri.

Dopo questa blasonata doppietta per un po’ mi sono distanziata da Sherlock, finché non mi sono imbattuta, poco tempo fa, in una serie tv targata Netflix, Gli Irregolari di Baker Street. In quel momento cercavo una visione leggera, e quelle otto puntate con investigatori in erba, interpretati da giovani attori sconosciuti che si trovano in qualche modo coinvolti nelle indagini di Sherlock Holmes e Watson sembrava una buona idea… E invece no! Non so da dove cominciare a elencare i difetti di questa serie, perché ce ne sono a tutti i livelli. L’idea di fondo, quella di una banda di ragazzini di strada di cui Sherlock Holmes si serve nelle proprie indagini ha le sue radici negli stessi romanzi di Conan Doyle ed è già stata portata in teatro e sullo schermo in passato. Qui però si è voluto esagerare. Inverosimiglianze storiche, per cui quattro ragazzini orfani possono vivere sereni nel centro di Londra in un ampio e comodo rifugio coperto con cucina e soppalco, o un servitore invita il suo nobile padroncino a soddisfare le sue voglie adolescenziali con un’altra ragazza di nobile famiglia anziché con una popolana. La decisione, sbagliata da ogni punto di vista, di far entrare in gioco il soprannaturale, gestito male sia dalla sceneggiatura che dagli effetti speciali e facendosi beffe della più celebre massima di Sherlock Holmes: “Eliminato l’impossibile, ciò che rimane, per quanto improbabile, dev’essere la verità”. Per far capire quanto brutta possa essere questa serie basta uno sguardo all’ambientazione dei sogni ricorrenti della protagonista, dotata di poteri psichici, che tanto ricorda la capanna dello Zio Tom.

La Capanna dello Zio Tom, anche quella in Baker Street

Il finale a sorpresa non sorprende proprio nessuno, i personaggi non hanno spessore e le relazioni tra loro sono traballanti, tanto da chiedersi cosa li spinga a fare le cose che fanno. E infine, il casting cosiddetto “daltonico”: il Dottor Watson è di colore, così come uno degli Irregolari (sarà un caso, ma è quello meno caratterizzato di tutti, come viene esplicitato nell’ultimo episodio, in cui è l’unico di cui non vediamo materializzarsi le paure più profonde perché, immagino, gli sceneggiatori non le avevano pensate), e le due ragazze protagoniste sono due sorelle, una con gli occhi azzurri e una con i tratti orientali. Naturalmente questa è una scelta che, anche se storicamente e biologicamente poco credibile, si potrebbe anche accettare; più difficile è abituarsi all’idea che Watson sia innamorato di Sherlock (anche questo dovrebbe essere un colpo di scena ma non serve certo essere Sherlock Holmes per capirlo già al primo episodio – anzi a dire il vero Sherlock è proprio l’unico a non capirlo). Insomma, una catastrofe: che Sherlock Holmes vi piaccia o meno, tenetevi alla larga da questa serie, di cui è già stata cancellata, fortunatamente, la seconda stagione. Dopo questa pessima esperienza, avevo bisogno di riabilitare il Detective di Baker Street ai miei occhi. E soprattutto avevo bisogno… di una bella risata!

Alla prossima puntata!

Stephen Fry nei “panni” di Mycroft Holmes

Chiami il mio Agente!

Titolo originale: Dix pour Cent

Anno: 2015-2020

Episodi: 4 stagioni da 6 episodi

Interpreti: Camille Cottin, Thibault de Montalembert, Grégory Montel, Liliane Rovère, Fanny Sidney, Nicolas Maury, Laure Calamy

Dove trovarlo: Netflix

Come raccontavo non molto tempo fa, nella mia vita il cinema è proprio dappertutto. Inevitabile quindi che, anche quando decido di vedere una serie tv, questa parli in qualche modo di cinema. Chiami il mio agente! (in originale Dix pour Cent, “Dieci per cento” in riferimento alla percentuale di guadagno di un agente sugli incassi dal talento da lui rappresentato) è ambientata a Parigi e racconta di una prestigiosa agenzia, la ASK, che da decenni cura gli interessi di alcuni tra i volti più noti del cinema francese, oltre che di molti giovani talenti. Quando il fondatore della ASK muore all’improvviso, durante la prima vacanza che si concedeva da anni, i suoi soci devono trovare il modo di mandare avanti l’agenzia senza di lui, gestendo i complicati rapporti con gli attori e i registi, tenendo a bada la spietata concorrenza, ma soprattutto imparando a contare l’uno sull’altro. Il personaggio centrale della storia è la giovane Camille (Fanny Sidney), che sentendo troppo stretta la vita di provincia lascia la madre per trasferirsi a Parigi ed entrare nel mondo dello spettacolo. Per poterlo fare conta sull’aiuto del padre, Mathias (Thibault de Montalembert), che lavora in un’agenzia di spettacolo; lui però rifiuta per paura di ferire la moglie e il figlio, visto che Camille era nata da una sua relazione clandestina. Fortuna vuole però che, mentre Camille si trova nella sede dell’ASK per parlare col padre, l’assistente di un’altra agente, la dura e esigente Andréa (Camille Cottin), abbia un crollo di nervi e abbandoni il lavoro: ad Andréa serve con urgenza una nuova assistente, e Camille si trova al posto giusto al momento giustissimo. Attraverso lo sguardo della neofita Camille scopriamo un po’ alla volta cosa significhi davvero dedicare la propria vita al mondo dello spettacolo pur rimanendo sempre nell’ombra, come fanno gli agenti, che spesso arrivano a sacrificare completamente la propria vita privata in nome del lavoro. Bisogno dire che quattro stagioni, considerando che non esiste una vera e propria trama generale della serie, sono abbastanza lunghe, ma si guardano con piacere grazie alla bravura degli interpreti e ai toni sempre sopra le righe che non appesantiscono mai nemmeno i momenti emotivamente più impegnativi. La vera forza di Chiami il mio Agente! però risiede nelle star che hanno accettato, sempre con grande classe e autoironia, di interpretare se stesse senza risparmiarsi: una Monica Bellucci affamata di uomini, Jean Reno vestito da Babbo Natale, Juliette Binoche che seduce uomini nei corridoi, Sigourney Weaver che balla in un cafè parigino; sono solo alcuni dei grandi nomi coinvolti, una vera gioia per qualunque cinefilo. Grazie a questa ricchezza di grandi star e situazioni surreali lo spettatore è portato a passare sopra ai molti cali di ritmo, alla sceneggiatura spesso forzata o banale e all’ironia che quasi mai riesce a restituire il pieno potenziale delle situazioni comiche che si presentano. Per questo sono stata molto felice di scoprire che è in arrivo anche la versione britannica di Chiami il mio Agente!: la serie sarà costituita da 8 episodi di un’ora e verrà distribuita nel Regno Unito nel 2022. Attendo la versione inglese con impazienza e mi domando se anche l’Italia tenterà di sfruttare l’onda di questo successo di Netflix, magari con una declinazione prettamente comica in stile Boris. Nel frattempo ripenso con divertimento alla puntata di Chiami il mio Agente! con Jean Reno, in cui scopriamo che l’attore francese era da decenni cliente dell’agenzia ASK: finalmente ho scoperto chi è stato a consigliargli di interpretare quel bel noir francese!

Due Estranei

Titolo originale: Two Distant Strangers

Anno: 2021

Durata: 32 minuti

Regia: Travon Free, Martin Desmond Roe

Interpreti: Joey Badass, Andrew Howard, Zaria

Dove trovarlo: Netflix

Questo cortometraggio ha da poco vinto l’Oscar della sua categoria, usando un approccio diverso per raccontare la problematica, più che mai attuale negli Stati Uniti, delle violenze da parte delle forze dell’ordine ai danni delle persone di colore. Negli ultimi anni l’Academy si è dimostrata particolarmente sensibile alle tematiche affrontate dalle opere in concorso, e Due Estranei non fa eccezione, cavalcando senza dubbio l’onda di un argomento già nel cuore della politica e del giornalismo, ma utilizzando un punto di vista diverso, più cinematografico che documentaristico, per avvicinare il pubblico ad un argomento caldo come quello della discriminazione razziale.

Il giovane Carter (Joey Badass) si risveglia nel letto della bella Perri (Zaria) dopo aver passato la notte con lei. La ragazza lo invita a restare a colazione, ma Carter, sebbene molto preso da lei, rifiuta perché ansioso di tornare a casa dal suo cane, Jeter, rimasto solo dalla sera precedente. Carter si veste ed esce, ma non appena arriva in strada viene aggredito da un poliziotto, l’agente Merk (Andrew Howard) che lo accusa immotivatamente di possesso di droga e lo immobilizza. Carter si ritrova a terra, con il poliziotto che schiaccia il suo collo impedendogli di respirare, fino a che non muore. Si risveglia però nel letto di Perri, ancora una volta. Convinto che si sia trattato di un brutto sogno, lascia nuovamente la casa della ragazza per tornare da Jeter, e di nuovo viene fermato dall’agente Merk, che questa volta gli spara e lo uccide. Di nuovo, Carter si risveglia nel letto di Perri. Si rende conto di essere bloccato in un loop temporale, in cui, qualunque cosa faccia, l’agente Carter alla fine lo uccide. Ma il ragazzo non si arrende, deciso a ritornare a casa dal suo cane…

La trama, sebbene non sia originale nel contesto del cinema di fantascienza, trova però un’applicazione nuova nel campo della denuncia sociale; d’altro canto la fantascienza, come tutti i generi cinematografici un tempo considerati “minori” (horror, western…) ha sempre utilizzato metafore per parlare, in realtà, non di pianeti lontani ma del mondo in cui viviamo. Allo stesso modo questo cortometraggio utilizza lo stratagemma narrativo del loop temporale per rappresentare la condizione, apparentemente senza via d’uscita, della popolazione di colore negli Stati Uniti, che viene ancora oggi discriminata talvolta con brutalità e violenza. Il rimando alla morte del giovane George Floyd è molto diretto, e nei titoli di coda scorrono molti altri nomi di persone di colore uccise arbitrariamente dalla polizia americana negli ultimi anni. Two Distant Strangers (il titolo originale sottolinea come i due uomini non siano solo sconosciuti ma siano anche molto distanti tra loro, nonostante si trovino continuamente a stretto contatto) ha un valore civile più alto di quello artistico, e si potrebbe discutere su quale dei due sia stato premiato, ma testimonia, oltre alla condizione difficilissima in cui versa una parte della popolazione statunitense, anche la ricerca, che in questi anni procede per tentativi, a volte maldestri, di un’espressione artistica per tale condizione. Considerando anche la breve durata, Due Estranei è senza dubbio una visione interessante, che lascia allo stesso tempo amareggiati ma anche speranzosi sia nei confronti della situazione delle discriminazioni razziali sia verso quella della cinematografia odierna. Dopo diversi esempi, visti in questi ultimi anni, di rielaborazioni storiche che annullavano le differenze razziali (come il musical Hamilton o le serie Hollywood e Bridgerton), ora assistiamo a nuovi esperimenti cinematografici che tentano di elaborare una condizione civile ed esistenziale difficilissima. Sono sicura che, quando l’arte troverà il modo giusto per incanalare questa condizione, il risultato (forse non solo artistico) sarà ragguardevole.

Il Ritorno dei Pomodori Assassini

Titolo originale: Return of the Killer Tomatoes

Anno: 1988

Regia: John De Bello

Interpreti: Anthony Starke, George Clooney, John Astin, Steve Lundquist, Karen M. Waldron

Dove trovarlo: Amazon Prime

Ieri è stato il compleanno di George Clooney, che ha compiuto 60 anni. Clooney è un attore che ho seguito molto negli anni passati (fin dai tempi del Dr. Ross di E.R.) e di cui ho avuto modo di vedere moltissimi film, alcuni bellissimi, altri molto meno belli, altri… bellissimi in modo molto diverso. È il caso di questo film, interpretato da George in gioventù (27 anni): Il Ritorno dei Pomodori Assassini. Come il titolo suggerisce si tratta del seguito di un altro film, Attacco dei Pomodori Assassini del 1978, sempre diretto da John De Bello e sceneggiato dal regista insieme a Costa Dillon e J. Stephen Peace.

La trama del primo film ci viene riassunta brevemente: alla fine degli anni ‘70 i pomodori, dopo aver subito una mutazione genetica, si erano ribellati e avevano dichiarato guerra alla razza umana. L’intero pianeta era in pericolo, ma alla fine i perfidi vegetali erano stati sconfitti grazie al coraggio di un uomo, il Tenente Wilbur Finletter (J.Stephen Peace), che aveva scoperto come i pomodori venissero annientati da una particolare canzone pop, Amore in Pubertà, e guidato il contrattacco terrestre fino a sbaragliare gli avversari. 

La nostra storia inizia dunque in un mondo in cui i pomodori sono diventati illegali (ma vengono contrabbandati): al solo nominarli si scatena il panico. Wilbur Finletter dopo la sua impresa eroica ha lasciato l’esercito e aperto una pizzeria (rigorosamente Tomato-free) in cui lavorano anche il nipote Chad (Anthony Starke) e il suo amico Matt (George Clooney). Mentre Matt passa tutto il suo tempo ad escogitare nuovi sistemi per conquistare le ragazze, Chad si sbizzarrisce dietro il bancone creando pizze sempre più fantasiose (con acciughe, burro d’arachidi e orsetti gommosi, per esempio). Nel frattempo, all’insaputa di tutti, il malvagio Professor Gangreen (John Astin) sta perfezionando un piano diabolico per conquistare il mondo servendosi di pomo-uomini, pomodori trasformati chimicamente in super-soldati. Il Professore però ha creato anche una pomo-donna, la bellissima Tara (Karen M. Waldron) di cui Chad, che va spesso alla villa per consegnarle la pizza, è invaghito. Tara, comprese le losche intenzioni del suo creatore, decide di fuggire, e non sapendo a chi rivolgersi chiede aiuto proprio a Chad.

Chi come me ha sempre avuto un debole per i film di serie B (o anche Z in molti casi) che mostrano, con effetti speciali più o meno accurati, animali che si ribellano all’uomo e diventano spietati assassini, ormai ha visto di tutto: squali, api, serpenti, pipistrelli, formiche, ragni, tafani, perfino funghi giganti… ma forse non i pomodori! Il Ritorno dei Pomodori Assassini, a differenza di alcuni dei film sopra citati, ha l’enorme pregio di non prendersi mai sul serio e riesce ad essere a tratti davvero molto divertente, giocando con il piano metacinematografico (mostrando cioè che i personaggi sono in realtà attori consapevoli di essere in un film) e utilizzando gag e battute come altre parodie del genere di Hot Shots!, Una Pallottola Spuntata o molti film di Mel Brooks. Non raggiunge gli stessi livelli, ma alcune trovate secondo me sono davvero ottime (come quella di inserire in scena gli sponsor per ovviare ai costi di produzione) e spesso si ride di gusto, con il valore aggiunto di vedere un giovane Clooney che fa il pizzaiolo (non perdete mai d’occhio le pizze!) o un attore del calibro di John Astin (il Gomez della serie tv La Famiglia Addams) interpretare lo scienziato pazzo. Anche se il film da noi resta sconosciuto (ricordo quanto fu difficile trovarlo quando, studiando la filmografia di Clooney, incredula ne scoprii l’esistenza) il suo successo è testimoniato dai suoi due seguiti, Killer Tomatoes Strike Back! e Killer Tomatoes Eat France!: in entrambi ritroviamo John Astin nei panni di Gangreen e Steve Lundquist come Igor, assistente del Professore che sogna la carriera di annunciatore in tv. Se vi piace George Clooney (ma anche se non vi piace!), se amate l’umorismo del trio Zucker-Abrahams-Zucker e di Mel Brooks, se collezionate animali e vegetali assassini, allora non perdetevi Il Ritorno dei Pomodori Assassini! su Amazon Prime. Sarete molto sorpresi di scoprire cosa può fare un pomodoro con sei bottiglie di latte e una sedia sdraio…