Io & Sherlock Holmes – Parte 3

La scorsa settimana, ho passato un intero pomeriggio a perlustrare la biblioteca di casa in cerca di Uno Studio in Rosso di Arthur Conan Doyle, che avevo letto in gioventù e che ora mio figlio doveva leggere per la scuola. Anche se non mi sono mai appassionata alle avventure del violinista di Baker Street come a quelle di Hercule Poirot o di Miss Marple, ricordavo alla perfezione di averlo letto, e rammentavo anche che la copertina era bianca e rossa. Quando stavo per arrendermi e darlo per disperso, proprio nell’ultimo posto in cui non avevo guardato e a cui ho pensato mentre avevo già un piede fuori dalla porta rassegnata all’acquisto di una nuova edizione, eccolo! Come ricordavo, copertina bianca e rossa: Uno Studio in Rosso, la prima avventura di Sherlock Holmes! Dopo averlo consegnato trionfalmente a mio figlio, che ha iniziato a leggerlo immediatamente in barba alle intenzioni del docente di leggerlo in classe tutti assieme, mi sono detta che era arrivato il momento di fare un altro tuffo nella Londra vittoriana. Ma questa volta non mi sarei affidata a dilettanti allo sbaraglio come nel caso degli Irregolari: chi meglio del mio regista britannico del cuore Guy Ritchie per riportarmi alla scoperta del personaggio che lui per primo mi aveva fatto apprezzare? Mi sono così immersa nella visione della serie Young Sherlock, 8 puntate (la giusta durata, nè troppo nè troppo poco) disponibili su Prime Video.

Per prima cosa, lo devo dire, io vado in brodo di giuggiole quando sento parlare inglese britannico, non ci posso fare niente, quindi dopo la prima scena, in cui Mycroft tira fuori il fratellino Sherlock di prigione, ero già conquistata. Tornato uomo libero, il giovanissimo Sherlock dovrà quindi espiare in qualche modo le sue colpe (l’irriverenza, sopra tutte), e diventerà sguattero nella prestigiosa università di Oxford. Inutile dire che non passerà molto tempo prima che Sherlock si metta nei guai e si trovi a investigare su una serie di delitti che nasconde un intricato complotto; l’indagine lo porterà anche a scoperchiare alcune verità sulla sua stessa famiglia.

Nei primi due episodi Guy Ritchie è dietro la macchina da presa, e chi lo conosce un po’ non può avere dubbi al riguardo per come vengono gestiti gli inseguimenti, l’uso del rallenty e della colonna sonora, mentre per il resto rimane come ideatore e produttore; in generale, per quanto mi riguarda, la prima parte della serie, più investigativa, è più accattivante della seconda parte, che è più simile ad un film d’azione o di spionaggio, ma in ogni caso l’ho seguita più che volentieri, e anzi l’ho divorata a tempo record.

Un altro tratto distintivo di Guy Ritchie è l’uso generoso dell’ironia, proprio come nei due film da lui diretti con Robert Downey Jr nel ruolo del detective di Baker Street, che a mio parere è l’unico modo per rendere piacevole un personaggio altrimenti sgradevole e repulsivo come Sherlock Holmes; l’ironia però non toglie mai forza alle scene d’indagine, d’azione, o alle molte e approfondite interazioni tra i personaggi.

E qui non posso non fare riferimento alle ottime interpretazioni di tutti gli attori del cast, dai veterani (Colin Firth, Natascha McElhone, Joseph Fiennes) ai più giovani.

E affrontiamo subito l’elefante nella stanza: se dal suo cognome nasce subito il sospetto che il giovane attore Hero Fiennes Tiffin, scelto per interpretare il giovane Sherlock, sia in qualche modo imparentato con i fratelli Ralph “Voldemort” Fiennes e Joseph “Shakespeare in Love” Fiennes, nella realtà il fatto che siano i suoi zii (fratelli della madre Martha) non inficia minimamente la sua davvero ottima interpretazione in questa serie. Non era infatti per nulla semplice calarsi nei panni di un personaggio letterario già portato sul piccolo e grande schermo da interpreti blasonati e raccontato in mille modi differenti, mostrandone al contempo la genialità, la spigolosità e le fragilità dovute alla giovanissima età, e conciliando il tutto con il futuro che questo personaggio avrà e che tutti noi già conosciamo.

E se Hero Fiennes Tiffin è egregio nei panni di Sherlock, il duetto tra lui e Donal Finn nei panni del giovane James Moriarty, che noi tutti sappiamo diventerà il peggior nemico di Sherlock ma che in questa fase è invece il suo amico più caro, sono una vera delizia.

Non mancano divertenti riferimenti al futuro di Sherlock: il violino, il cappello (!), il giovanissimo Lestrade, gli Irregolari… Ma per fortuna questo non va mai a interferire con lo Sherlock più giovane, immaturo e fragile che vediamo e a cui ci affezioniamo nel corso degli otto episodi.

In definitiva, la serie Young Sherlock è davvero gustosa e godibile, divertnete e appassionante, e la consiglio senza riserve, sia a chi ama il personaggio di Arthur Conan Doyle sia a chi, come me, non lo apprezza del tutto, e se possibile, come quasi sempre,  consiglio la visione in lingua originale.

LOL Halloween

Anche se ho già pubblicato un post ieri, ho pensato che questo avrebbe perso di significato se avessi atteso fino alla prossima settimana, perciò eccomi qui a parlare, molto brevemente, della nuova serie palindroma disponibile su Prime Video LOL Halloween Edition.

Brevemente, appunto, perchè non c’è poi molto da dire, ma anche perchè questa volta i concorrenti sono solamente 6 (Maccio Capatonda, Herbert Ballerina, Andrea Pisani, Katia Follesa, Lucia Ocone e Brenda Lodigiani), il gioco dura solamente 4 ore, e le puntate sono soltanto 3: la giusta durata, a mio parere, per trascorrere una o al massimo due serate totalmente senza pensieri né pretese.

Conduttori di questa edizione speciale sono il signor Marco e il signor Giorgio, cioè la Gialappa’s Band, e questo basterebbe a dare lustro a questa edizione, oltre al fatto che tra i concorrenti ci siano i miei beniamini Herbert Ballerina ma soprattutto Maccio Capatonda, per il quale ammetto di aver fatto il tifo senza ritegno.

Ma non posso non citare l’ormai irrinunciabile Lillo, che mette in difficoltà i concorrenti con i suoi mostri imbranati.

Come per le altre edizioni, viene eliminato chi tra i comici concorrenti riceve due ammonizioni, ma questa volta, oltre che la risata, a venire sanzionata è anche la paura, trattandosi di uno special di Halloween.

Naturalmente non rivelerò il vincitore e nemmeno le gag più riuscite, ma posso dire che in più di un’occasione mi sono ritrovata a ridere davvero di gusto.

Purtroppo però la serie non è adatta ai bambini, perchè vengono dette innumerevoli parolacce. Peccato.

Buona visione, buone risate e buoni spaventi!

La Tata / The Nanny

Quando ero piccola, come molti, non mi perdevo nemmeno una puntata del telefilm (allora le serie tv le chiamavamo così…) La Tata che veniva trasmesso in tv, e che trovavo spassoso. Crescendo, quando mi capitava di rivederne casualmente qualche scena, sempre in tv, mi rendevo conto che alla prima visione mi erano certamente sfuggite tutte le battute più “pruriginose” (e ce n’erano parecchie, realizzavo), che non potevo capire e quindi apprezzare, e anche tutti i camei di personaggi famosi che da piccola ancora non potevo conoscere. Così, quando ho trovato su Prime Video tutte e 7 le stagioni di The Nanny (titolo originale, che significa appunto “La Tata”), ho deciso di approfittarne per ritornare all’infanzia ma godendomi anche ciò che all’epoca mi ero persa. Ma rivedere l’intera serie è stato anche molto di più: la visione in lingua originale infatti mi ha finalmente permesso di chiarire tutte quelle incongruenze che mi stupivano da piccola. Nel doppiaggio italiano infatti, immagino nella convinzione che il pubblico del nostro strambo Paese a forma di scarpa (citando Cassidy del blog La Bara Volante), la tata Fran Fine era diventata Francesca Cacace, e tutta la sua famiglia aveva assunto origini italiane. Ma perfino per una bambina questo non aveva senso, visto che Fran(cesca) passava le vacanze nei kibbutz… Infatti la famiglia Fine non era italiana, bensì ebrea, e questo generava tutta una serie di situazioni comiche che diventavano però incomprensibili nella traduzione italiana. Un’altra cosa che si perdeva con il doppiaggio era la spiccata differenza tra l’accento americano di Fran e quello inglese del suo datore di lavoro, il signor Sheffield, e dell’impareggiabile maggiordomo Niles; anche questa fonte di moltissime battute tipicamente british che si perdevano col doppiaggio.

Ecco perchè mi sono goduta così tanto questa visione in lingua originale: La Tata è una sitcom senza pretese, divertente e molto rilassante da guardare, che si può vantare di una serie incredibile di camei celebri (solo alcuni nomi: James “Jimmy” Marsden, Dan Aykroyd, Billy Ray Cyrus, David Letterman, Cloris Leachman, Elizabeth Taylor, Burt Bacharach, Eartha Kitt, Donald O’Connor, Donald Trump, Pamela Anderson, John Astin, Bette Midler, Jay Leno, Elton John, Ray Charles, Chevy Chase, Whoopi Goldberg…) e anche di aver creato dei personaggi che non si scordano più, come mamma Sylvia (che in italiano, misteriosamente, non è più la madre di Fran ma diventa la zia Assunta), la nonna Yetta (che in italiano diventa prozia…) e l’amica svampita Val (per noi Lalla), oltre a tutta la famiglia Sheffield, la signorina Babcock e il già menzionato ma mai troppo elogiato maggiordomo Niles.

L’unica pecca della serie è l’ultima stagione, la settima, in cui ormai Fran è riuscita a sposare Mr. Sheffield e perciò, detta banalmente, non c’è più gusto: per gli ultimi episodi la visione è davvero faticosa.

A parte questo, a distanza di decenni rimane comunque una serie piacevole e divertente, senza pretese e che non si dà mai arie, ma intrattiene con leggerezza e simpatia: non mi serve altro.

Le Mie Due Mogli

Titolo originale: My Favorite Wife

Anno: 1940

Regia: Garson Kanin

Interpreti: Cary Grant, Irene Dunne, Gail Patrick, Randolph Scott

Dove trovarlo: RaiPlay

Nick Arden (Cary Grant), sette anni dopo la scomparsa della moglie Ellen (Irene Dunne) in un naufragio, si risposa con Bianca (Gail Patrick) proprio nello stesso giorno in cui la prima moglie fa ritorno a casa. A complicare le cose si aggiunge il fatto che Ellen ha vissuto per sette anni su un isola deserta insieme al prestante e affascinante Stephen (Randolph Scott)…

Cary Grant è senza dubbio tra i miei attori preferiti, ma naturalmente anche lui, come tutti, ha partecipato occasionalmente a film mediocri, anzi decisamente bruttini. Proprio come nel caso di Le Mie Due Mogli, in cui tutto il suo fascino e le sue espressioni buffe non possono proprio salvare un film sbagliato sotto ogni punto di vista. 

La trama, come prima cosa, non brilla per originalità, ma offre comunque uno spunto che, se elaborato a dovere, poteva dar vita a una commedia brillante alla Howard Hawks oppure a un intenso dramma sentimentale, mentre purtroppo non fa nè ridere nè commuovere.

I personaggi, compreso il protagonista, sono ritratti in modo confuso e superficiale, perciò sembrano non avere un carattere preciso e agiscono come agiscono senza ragione apparente, cambiando atteggiamenti e stati d’animo in modo imprevedibile.

I dialoghi sono ripetitivi, fiacchi, privi di mordente, anche se mi rendo conto del fatto che riempire un’ora e mezza con una trama così flebile non era semplice.

Non aiuta ovviamente il fatto che entrambe le attrici femminili non siano il massimo per bravura e simpatia, e come ripeto non sono aiutate dalla sceneggiatura indecisa e claudicante.

Chi ne esce a testa alta è Randolph Scott, attore all’epoca celebre per i ruoli nel genere western, la cui avvenenza e il cui carisma danno vita alle uniche scene divertenti dell’intero film.

Per il resto si alternano sequenze poco credibili e siparietti ripetitivi che al termine della visione non lasciano proprio nulla allo spettatore.

Non che sia un film orrendo, ma rispetto ad altre commedie hollywoodiane coeve decisamente non fa una bella figura; ed ecco perchè è caduto nel dimenticatoio e finito nel catalogo di RaiPlay senza nemmeno la versione audio originale).

Voto: 1 Muffin

Kraven – Il Cacciatore

Titolo originale: Kraven The Hunter

Anno: 2024

Regia: J.C. Chandor

Interpreti: Aaron Taylor-Johnson, Ariana DeBose, Russell Crowe, Alessandro Nivola

Dove trovarlo: Netflix

Il giovane Sergei, durante una battuta di caccia in Africa con il padre e il fratello, viene ferito mortalmente da un leone; tuttavia una misteriosa pozione somministrata da un’altrettanto misteriosa ragazza di nome Calypso non solo lo riporta in vita, ma gli conferisce forza, velocità e poteri sovrumani, che una volta adulto Sergei deciderà di utilizzare contro i despoti criminali come suo padre.

Kraven, mi dicono, è un personaggio dei fumetti Marvel, che per qualche motivo, ultimo tra gli ultimi, viene portato sullo schermo da J.C. Chandor in questa barbara barbarie che impiega due ore a non dire nulla di nulla che possa avere un qualunque interesse.

Non voglio fare alcun confronto con il fumetto, che come detto non conosco per nulla, mi limito a parlare di questo film noioso, recitato male e scritto malissimo, con personaggi abbozzati e per nulla interessanti, salvo forse il camaleonte che potremmo vedere in un possibile sequel (ma sarebbe meglio di no).

Aaron Taylor-Johnson recita con gli addominali, ma il suo personaggio è talmente altezzoso e antipatico che non vengono nemmeno percepiti; Ariana DeBose è molto carina, ma il suo ruolo è superfluo (sarebbe potuto bastare il sangue del leone, la pozione magica è un di più che confonde e basta) e ondivago; Russell Crowe, in perfetto stile Stanley Tucci, è palesemente passato solo per il buffet del catering.

La mia modesta opinione è che questo personaggio avrebbe potuto funzionare in combo con qualche altro supereroe, ma da solo è talmente insopportabile da far venire voglia di tifare per il villain, se non fosse che è il mega-cattivo più scemo e ridicolo del Multiverso, la cui motivazione alla malvagità è “mi ha detto brutte cose” (vedere per credere, se rimanete svegli fino a quel punto).

Violento, superficiale, soporifero, insipido, inutile, per indorare un po’ la pillola.

Voto: 1 Muffin

In the Grey

Anno: 2026

Regia: Guy Ritchie

Interpreti: Eiza Gonzalez, Jake Gyllenhaal, Henry Cavill

Dove trovarlo: Prime Video

In the Grey, nel Grigio, quella zona a metà tra bianco e nero, tra legale e illecito: lì si muove l’avvenente avvocato Rachel (Eiza Gonzàlez), coadiovata dai due fedelissimi Bronco (Jake Gyllenhaal) e Sidney (Henry Cavill), per rimediare a torti là dove la legge non può arrivare… in cambio del giusto compenso, ovviamente.

In the Grey: è proprio lì che si va a collocare questo film d’azione del regista britannico Guy Ritchie, nel grigiore indefinito, non brutto ma nemmeno bello; Ritchie in questo caso fa bene i compiti, anche troppo bene, ma non ci mette il cuore, l’inventiva e l’ironia che metteva nei suoi primi successi.

Sulla carta non manca niente: scambi di battute e didascalie in sovrimpressione che dovrebbero divertire, armi, mezzi di trasporto e gadget degni di 007, un’ambientazione suggestiva, una trama in equilibrio tra semplicità e originalità…

Il problema è che di equilibrio forse ce n’è troppo.

Quello che dovrebbe far ridere fa appena sorridere, le scene d’azione rocambolesche fanno appena appena muovere il sopracciglio, le scene che dovrebbero essere drammatiche sono appena appena un pochino tristi…

Non bastano la bellezza sconfinata di Eiza Gonzalez e quella altrettanto ragguardevole delle controparti maschili, che sono tra i miei preferiti a livello personale per avvenenza e talento, Jake Gyllenhaal e Henry Cavill: avrei voluto una migliore caratterizzazione di Bronco e Sidney, una diversificazione più profonda che rendesse anche memorabili i loro scambi, cosa che purtroppo non avviene, e anche degli altri membri della squadra.

Non dico di evitarlo, ripeto che non si tratta di un brutto film per chi ama l’action ironico ma anche ricco d’azione: forse il problema è che Guy Ritchie ci aveva abituati troppo bene.

Voto: 2 Muffin

Robert Englund – Hollywood Monster

Lucius Etruscus, nel suo imprescindibile blog il Zinefilo, mi ha fatto scoprire l’esistenza di un’autobiografia dell’attore americano Robert Englund, che io, in tutta sincerità, conosco solamente per aver interpretato Freddy Krueger nella serie horror Nightmare; proprio per questo è stato ancora più sorprendente scoprire quanto piacevole e divertente da leggere sia questo libro, in cui l’attore si racconta con entusiasmo, semplicità, e tanta ironia.

Englund racconta ad esempio di come la produzione di Nightmare non ne volesse sapere di un surfista californiano per interpretare l’assassino pederasta che uccide negli incubi Freddy Krueger, ma il provino di Robert e le sue movenze hanno subito convinto tutti che non poteva esserci attore migliore per il ruolo.

Englund racconta delle interminabili sedute di trucco per diventare Freddy, e svela un sacco di retroscena gustosi sulla lavorazione dei suoi film, raccontando al contempo la sua vita personale e citando diverse celebrità con cui è entrato in contatto nel lavoro o al di fuori.

Ho amato moltissimo il fatto che Robert, proprio come Mel Brooks, abbia sempre una buona parola per tutti, attori, registi e maestranze, senza parlare mai male di nessuno (mentre ad esempio Alan Rickman, nei suoi diari, si toglie parecchi sassolini dalla scarpa…).

L’edizione Pocket Books si arricchisce con ben due prefazioni, scritte proprio da due persone qualsiasi: Tobe Hooper (regista di Non aprite quella porta) e Wes Craven (regista di Scream), visto che Robert, dopo il ruolo di Freddy ripreso per ben 8 volte, è stato sempre legato mani e piedi al genere horror.

Hollywood Monster – A walk down Elm Street with the man of your dreams (titolo geniale, peraltro, va detto, visto che l’omicida di Elm Street, Freddy Krueger, come detto, mieteva le sue vittima proprio entrando nei loro sogni) ) è una lettura piacevolissima, scorrevole, interessante anche per chi non conosce nel dettaglio la filmografia dell’attore californiano, che ci guida per mano nel suo mondo… da sogno!

Madly, Deeply – I Diari di Alan Rickman

Il mio primo vero incontro con Alan Rickman avvenne al cinema, nel lontano 2003, quando uscì in sala la commedia britannica Love, Actually. Certo, avevo già visto l’attore inglese in Die Hard, Robin Hood – Il Principe dei Ladri, e nei primi Harry Potter nel suo ruolo più popolare, il Professor Severus Snape, ma in quella particolare occasione Alan Rickman mi colpì davvero molto per la sua interpretazione sublime in un ruolo non solo molto complesso, ma anche sfaccettato. Il suo personaggio infatti spezzava il cuore della moglie, interpretata da Emma Thompson, ma aveva anche una scena esilarante insieme a Rowan “Mr. Bean” Atkinson: ho ammirato molto la disinvoltura con cui l’attore sapeva passare dal registro drammatico a quello comico, e per la prima volta mi sono appuntata mentalmente quel nome, sicura che mi avrebbe offerto grandissime emozioni in futuro. E così infatti è stato.

Ingiustamente dimenticato in Italia e sulle piattaforme streaming, Galaxy Quest è la parodia meglio riuscita di sempre di Star Trek, pur rimanendo un bel film di per sé, con un cast stellare (e non poteva essere altrimenti!) e  la convivenza, nel personaggio interpretato da Rickman (una non velata parodia del Dottor Spock), dei due registri, comico e tragico: c’è chi ha pianto… e chi mente!

Poi, nel corso degli anni, anche il Professor Piton ha rivelato diverse sfumature, passando dall’arcigno e scontroso al tragico (ma anche al comico: tutti lo ricordiamo vestito come la nonna di Neville Paciock!).

E ancora, seppur in questo caso il ruolo sia stato solamente vocale, la voce del robot Marvin nel film La Guida Galattica per Autostoppisti (nella versione originale, naturalmente) era esattamente come quella che mi ero immaginata leggendo il libro di Douglas Adams! (leggendo e rileggendo…)

Infine, porterò sempre nel cuore la sua interpretazione nel musical Sweeney Todd, diretto da Tim Burton, in cui ricopre il ruolo del malvagio Giudice Turpin e ci permette di gustare anche le sue doti canore, oltre a quelle attoriali, nel suo duetto con Johnny Depp in Pretty Women: indimenticabile.

In questi suoi diari privati, che Alan Rickman ha scritto rigorosamente a mano e illustrato personalmente (alcune delle illustrazioni originali di sua mano sono riportate nel libro), l’attore britannico ci offre riflessioni, commenti, delusioni, gioie, amarezze della vita di attore e regista di teatro e di cinema, a partire dal 1998 e fino all’anno della sua morte, avvenuta nel 2016 a causa di un cancro al pancreas. L’attore ci svela, con lucidità e sincerità, i retroscena di quei mondi che ha abitato con passione e dedizione, le sue riflessioni sull’arte e sulla natura umana, le sue opinioni sulle persone con cui ha condiviso successi e amarezze, il racconto dei suoi progetti dalla nascita alla realizzazione.

Le note di Alan Taylor, che ha trascritto e curato la pubblicazione dei diari di Alan Rickman, permettono al lettore di comprendere meglio il contesto delle affermazioni dell’autore e di interpretare le sigle da lui utilizzate per indicare nomi e titoli.

Inutile dire che gli amanti del cinema troveranno in Madly, Deeply anche diversi aneddoti su attori, attrici, registi e maestranze, anche se Rickman non era interessato ai pettegolezzi; tuttavia non aveva riserve nell’offrire la sua opinione personale sul lavoro dei colleghi con estrema sincerità. Ma questo non dipenda dal fatto che si tratti di un diario privato: l’attrice Emma Thompson, collega e grande amica di Rickman, nella prefazione ci spiega come lui fosse diretto e sincero anche nella vita, per cui non si faceva scrupolo a dire alle persone cosa realmente pensasse di loro.

Inutile elencare le celebrità del mondo del teatro, del cinema e della musica nominate in questi diari, non mi resta che esortare tutti gli appassionati di cinema e di teatro a leggere Madly, Deeply (non mi risulta però che esista, al momento, una traduzione italiana) per scoprire e apprezzare ancora di più il talento, l’integrità, la dedizione e la sagacia di Alan Rickman.

Chiudo con un particolare che mi ha colpito: quando Alan Rickman ha diretto Stanley Tucci nel film Le Regole del Caos, ha riportato nel diario di essere stupito di come l’attore americano non ricordasse mai le sue, poche e brevi, battute, come se non gli importasse molto di recitare. “Ma allora, di che cosa gli importa?” si domanda Rickman nel suo diario. E la risposta ce la dà lo stesso Tucci nel suo libro autobiografico Taste, in cui scrive che, una volta raggiunta la fama, ha iniziato a scegliere i progetti cui prendere parte in base alla qualità del catering sul set e dei ristoranti limitrofi.

In conclusione: per capire davvero come funziona il mondo del cinema, le autobiografie degli attori andrebbero lette tutte quante!

Coyote vs. ACME

Anni: 2026

Regia: Dave Green

Interpreti: Will Forte, John Cena

Dove trovarlo: al cinema

Dopo aver inseguito Bip Bip per decenni, Willy Coyote decide di assumere un avvocato per fare causa alla ACME, l’azienda che da sempre gli fornisce prodotti che non funzionano o, più spesso, esplodono.

Come tutti, sono cresciuta con i cartoni animati dei Looney Tunes, inoltre ho sempre amato molto i lungometraggi realizzati con la tecnica mista tra attori in carne ed ossa e animazione, a partire dai classici Disney Mary Poppins e Pomi d’ottone e manici di scopa, passando per Chi ha incastrato Roger Rabbit? (con cui questo film ha molto in comune) fino agli altri due film che hanno per protagonisti proprio i Looney Tunes, Space Jam e Looney Tunes – Back in Action.

Ho trovato fin da subito molto divertente e indovinata l’idea di Willy il Coyote che fa causa alla ACME, dopo che per decenni i suoi prodotti lo hanno fatto schiantare, esplodere, spiaccicare eccetera, e trovo che il film l’abbia sviluppata molto bene, creando dei personaggi completi, sfruttando i Looney Tunes storici con intelligenza e originalità (che divertente la scena con la strega!), riuscendo a divertire grandi e piccini senza mai annoiare, omaggiando i classici corti Warner Bros. ma senza ripeterli pedissequamente.

Ammetto poi di trovare sempre ottimo John Cena in ruoli comici, è davvero simpatico.

Mi sono stupita di trovare tra i personaggi animati Peter Lorre, noto per i suoi ruoli in classici come Casablanca e Arsenico e vecchi merletti, ma ho scoperto che spesso l’attore è stato rappresentato in modo caricaturale nei cartoni animati Warner.

In conclusione: consiglio vivamente di vedere Coyote vs. ACME, un film adatto a tutta la famiglia, divertente e non banale, capace di intrattenere e anche di sorprendere, lontanissimo dall’essere una piatta rievocazione nostalgica.

Voto: 3 Muffin

Goat – Sogna in grande

Titolo originale: GOAT

Anno: 2025

Regia: Tyree Dillihay, Adam Rosette

Dove trovarlo: Prime Video

Fin da quando era un capretto, Will sogna di diventare un campione di Roarball, uno sport simile al basket, ma il suo sogno, nonostante il suo talento, sembra impossibile da realizzare a causa della sua taglia minuta.

Premesso che qualunque film d’animazione che scelga di mettere in scena la pallacanestro dopo Space Jam (1995) ha già perso in partenza, GOAT non riesce a mettere sul tavolo nulla di originale. La storia parla del riscatto dei più piccoli e strambi, niente di nuovo. I personaggi sono molto superficiali e alcuni piuttosto confusi, in ogni caso non si faranno certamente ricordare. L’ambientazione è l’ormai classica città moderna con animali antropomorfizzati che si comportano come gli esseri umani, compresi i social, le scarpe alla moda e tutto il resto. Anche questo, dopo Zootropolis, è storia antica. Ma quello che mi è piaciuto di meno è proprio l’animazione, volutamente bidimensionale e a scatti, che unitamente a un montaggio da videoclip e una regia convulsa dà una generale sensazione di mal di mare.

Concedo la possibilità che la versione in lingua originale, che vede come doppiatori Patton Oswalt, David Harbour e Jennifer Hudson, possa essere migliore, anzi sicuramente lo è perchè non utilizza la tremenda traduzione di “Roarball” in “Ruggiball” (ma per piacere!).

Per il resto, anche se il film non ha niente di gravemente nocivo, sono certa che si possa trovare un intrattenimento molto migliore.

Voto: 1 Muffin