Ho incontrato Andrea K Lanza

Photo by Marta Branco on Pexels.com

Questo è un piccolo post che, per una volta, parla di vita reale, anche se naturalmente questo felice incontro non si sarebbe mai verificato senza la grande passione per il cinema e per la letteratura che dalla sua nascita dà vita a Cine Muffin.

Sono stata al Salone del Libro di Torino, un’esperienza meravigliosa sotto ogni punto di vista (tranne la coda nei bagni delle donne) che mi sono goduta in ogni secondo, assaporando un’atmosfera splendida piena di amore gioioso per la letteratura ma anche per il cinema, la radio, i giochi di ruolo e da tavolo, che porta alla felicità nello scoprire, condividere e riscoprire ciò che davvero ci fa battere il cuore.

Tra i molti incontri, firmacopie, acquisti (eh sì, sono tornata con una valigia in più…), uno sicuramente mi ha colpito e mi resterà nel cuore.

Sono infatti andata a trovare, nello stand della casa editrice che lo pubblica, Edikit, il blogger Andrea K Lanza, che sta di casa nel blog Malastrana Rated X ma ogni tanto passa a salutare anche dalle pagine dello Zinefilo.

Da anni ci leggevamo, ma non ci eravamo mai visti in faccia, e tanto meno stretti la mano…

Non posso descrivere l’accoglienza calorosa e festante che mi ha riservato, e l’entusiasmo che mi ha subito trasmesso… infatti mi sono portata a casa tutti i suoi libri!

Non vedo l’ora di leggerli, ma nel frattempo non posso non ripensare a questo incontro senza sorridere e sentire che il cuore si riscalda per questa esperienza che abbiamo potuto condividere, anche se solo per pochi minuti.

Ringrazio ancora Andrea e vi invito ad andare a trovarlo sul suo blog; in alternativa troverete un suo racconto nell’antologia 666, che contiene 666 racconti a tema horror… ciascuno di 666 caratteri! Una vera sfida per qualunque scrittore!

Il Delitto del Terzo Piano

Titolo originale: Le crime du 3e étage

Anno: 2026

Regia: Rémi Basançon

Interpreti: Gilles Lellouche, Laetitia Casta

Francois (Gilles Lellouche) e Odette (Laetitia Casta) sono una coppia il cui amore non si è spento ma si è raffreddato. L’indagine su un delitto avvenuto nell’appartamento di fronte li riavvicinerà.

La trama di Il Delitto del Terzo Piano è quanto di più semplice si possa immaginare, e i riferimenti a Hitchcock sono numerosi ed espliciti, visto che Odette, la donna interpretata da Laetitia Casta, insegna cinema alla Sorbona ed è specializzata proprio sulla filmografia del maestro del brivido. La forza del film risiede nell’originalità di rielaborare degli spunti già utilizzati innumerevoli volte dal cinema e di usare l’ironia per conferire leggerezza a tutta l’operazione, non prendendosi troppo sul serio ma senza scadere mai nella farsa.

Il risultato è un film leggero, gradevole, che gioca con lo spettatore, con alcune scene molto divertenti, godibile sia per i conoscitori di Hitchcock sia per chi lo conosce superficialmente, perchè la storia e i dialoghi in ogni caso si reggono perfettamente in piedi.

Consiglio la visione in particolare agli appassionati di Hitchcock, che magari coglieranno qualche riferimento in più, ma in ogni caso a chiunque desideri passare una serata in leggerezza, senza pensieri, e senza troppo sangue.

Voto: 3 Muffin

L’Ammutinamento del Caine

Sulla piattaforma streaming gratuita RaiPlay è disponibile una collezione di film classici del cinema americano di vari generi, tutti diretti e interpretati da famose star di Hollywood e divenuti, ciascuno per motivi diversi, pietre miliari del cinema. Questo viaggio nei classici mi ha divertito, commosso, e in alcuni casi stupito.

Per chi vorrà accompagnarmi in questo viaggio, oggi parliamo di…

L’Ammutinamento del Caine

Titolo originale: The Caine Mutiny

Anno: 1954

Regia: Edward Dmytryk

Interpreti: Humphrey Bogart, Josè Ferrer, Van Johnson, Fred MacMurray, Lee Marvin

Dove trovarlo: RaiPlay

Durante la seconda guerra mondiale, alla nave militare americana Caine viene assegnato il comandante Queeg (Humphrey Bogart), persona instabile che con il suo comportamento sconsiderato e prepotente porterà il suo equipaggio a un ammutinamento e a un successivo processo della corte marziale.

All’inizio del film, una scritta ci informa subito del fatto che “mai nella storia della marina statunitense si è verificato un ammutinamento”, e che quindi tutto ciò che vedremo è frutto di fantasia e non è accaduto veramente. Eppure L’Ammutinamento del Caine non è un semplice film di propaganda a favore dell’esercito americano, ma anzi, come accade in molti film appartenenti al genere, rivela luci e ombre, punti di forza e ambiguità, talenti e debolezze degli uomini che ne fanno parte. Se infatti il comandante Queeg è palesemente una persona disturbata e traumatizzata, allo stesso modo viene messa in discussione la condotta dei suoi sottoposti, e in particolare dei suoi ufficiali. Si potrebbe dire che l’intera operazione altro non sia che un’autogiustificazione per tutti gli sbagli e i fallimenti interni all’esercito americano, ma grazie alle intense interpretazioni degli attori coinvolti, all’ottima sceneggiatura e a una buonissima scrittura dei personaggi, quello che emerge è l’ambiguità morale degli atteggiamenti che gli uomini possono assumere l’uno nei confronti dell’altro in situazioni difficili. Se dopo la prima parte del film, ambientata a bordo del Caine, lo spettatore parteggia pienamente per l’equipaggio vessato dal capitano, dopo il processo e soprattutto dopo l’accorato discorso dell’avvocato Greenwald (José Ferrer) si ritrova a dubitare sul suo stesso giudizio e a concedere il beneficio del dubbio a chi si è comportato in modo senza dubbio arbitrario e a tratti spietato ma che forse, in realtà, aveva soltanto bisogno di aiuto.

Ma nulla di tutto questo sarebbe stato efficace senza l’interpretazione splendida di Humphrey Bogart, molto lontana da quella del duro tutto d’un pezzo che lo ha reso celebre, e a quelle molto ben riuscite degli ufficiali Van Johnson e Fred MacMurray, che rendono alla perfezione i dubbi e le oscillazioni dei loro personaggi.

Questo film, a differenza di altri della raccolta di RaiPlay, lo avevo già visto diverse volte, e dopo ogni visione mi ha lasciata più soddisfatta per come ritrae delle interazioni umane molto credibili, che qui si svolgono su una nave militare ma che potrebbero accadere in contesti del tutto diversi con le stesse dinamiche.

Al di là di tutto quello che oggi possiamo pensare riguardo gli Stati Uniti e alle forze armate, non ho alcun dubbio riguardo alla potenza e alla bellezza di questo film, che consiglio a tutti gli appassionati di cinema e in particolare a chi è curioso di vedere un Humphrey Bogart diverso dal solito.

Aggiungo una nota molto positiva: tutti i film della collezione I grandi Classici di Hollywood si possono fruire nella versione originale in inglese.

Voto: 4 Muffin

Rental Family – Nelle vite degli altri

Titolo originale: Rental Family

Anno: 2026

Regia: Hikari

Interpreti: Brendan Fraser

Philip (Brendan Fraser) è un attore americano emigrato a Tokyo, dove però fa fatica a trovare lavoro. Per questo decide di accettare la proposta di un’agenzia che affitta attori e attrici a pagamento per interpretare i ruoli più diversi: finte amanti, finti fan, finti amici in lutto ai funerali, finti genitori o fittizi coniugi. Inizialmente molto perplesso, Philip finirà per farsi coinvolgere da alcuni dei clienti e scoprire quanto valore abbiano i rapporti con gli altri.

Agenzie come quella descritta nel film non soltanto esistono veramente in Giappone, ma sono anche molto numerose a Tokyo. La cultura giapponese infatti è molto conservatrice e dà grande importanza alle apparenze e al concetto di famiglia tradizionale, per cui molte persone si ritrovano in difficoltà non potendo corrispondere alle aspettative della famiglia. Ecco perché molti decidono di esibire mariti o mogli fittizi per accontentare i parenti, ad esempio, oppure noleggiano persone che si fingano ammiratori o amici. In questa dinamica che a noi occidentali appare così inverosimile, Philip si ritrova coinvolto inizialmente solo per poter pagare l’affitto, ma in seguito scopre che i rapporti, anche se nascono su basi fittizie, sono la base per l’esistenza di ciascuno di noi. Ma naturalmente tali rapporti, che dovrebbero essere basati esclusivamente sulla finzione al pari di transazioni commerciali, possono anche rivelarsi molto complicati, difficili da gestire, e a volte ardui da interrompere.

Il film riesce benissimo a farci entrare in questa realtà così estranea per noi occidentali e a farci percepire quanto profonda e dolorosa possa essere la solitudine, anche per chi all’apparenza vive una vita piena e soddisfacente. Molto presto lo spettatore entra nell’ottica e inizia a capire (anche se comprendere appieno una civiltà così diversa resta un’impresa titanica per chi non ne faccia parte da sempre) le dinamiche di una società così profondamente differente e allo stesso tempo di un’umanità così affine.

Brendan Fraser offre un’interpretazione perfetta, incarnando un’infinità di stati d’animo e di sfumature, riuscendo con una semplice espressione a farci ridere, riflettere o commuovere.

Rental Family tratta infatti una serie di sentimenti, non si può ascrivere a un singolo genere perchè è tanto dramma quanto commedia, tanto film psicologico e introspettivo quanto reportage di viaggio o storia di formazione.

In ogni caso consiglio vivamente la visione perché si tratta di un film di grande delicatezza e dolcezza, che sceglie di essere edificante ma non per questo buonista o superficiale, con scene molto divertenti ma anche momenti tristi, e soprattutto una collana di spunti di riflessione di cui almeno uno, certamente, toccherà le corde dello spettatore.

Voto: 4 Muffin

Clarence, il leone strabico

Titolo originale: Clarence, the Cross-Eyed Lion

Anno: 1965

Regia: Andrew Marton

Interpreti: Marshall Thompson, Betsy Drake, Richard Haydn, Cheryl Miller

Nella savana africana il dottor Mark Tracy (Marshall Thompson), un veterinario americano, e la figlia Paula (Cheryl Miller) si imbattono in un leone che non è in grado di cacciare, e quindi di nutrirsi… perché strabico! Mentre si prendono cura del leone Clarence, si ritroveranno anche a gestire la smodata simpatia di un serpente e di uno scimpanzè per il professor Rowbotham (Richard Haydn) e anche a combattere i bracconieri che vogliono catturare i gorilla studiati dalla bella e dolce Julie (Betsy Drake).

Mi ero intestardita a voler rivedere questo film della mia infanzia, che avevo registrato dalla tv su una videocassetta consumata per le innumerevoli visioni – Mamma Verdurin ci aveva incollato sopra un’immagine della locandina ritagliata dal Telesette perchè io non sapevo ancora leggere! – così, non trovandolo in nessuna piattaforma e poiché non passava mai per televisione, alla fine mi sono comprata il dvd, del tutto privo di contenuti speciali, ma che mi ha permesso di rivedermi dopo tanti anni Clarence, il leone strarbico.

Chiaramente non posso essere del tutto imparziale, riguardo a un film cui sono così tanto affezionata, ma posso dire che, dopo tanti anni, la visione è ancora molto piacevole e divertente, anche se i ritmi sono decisamente sonnolenti rispetto a quelli dei film di adesso.

Sicuramente, per la sensibilità di oggi, il film risente del fatto di avere sulle spalle ben 60 anni. Al giorno d’oggi non potremmo mai vedere un tale dispiegamento di animali in carne ed ossa (leoni, giaguari, scimpanzè, serpenti…) in un film, e il tipo di umorismo ci appare piuttosto stagionato, incentrato soprattutto sulle fobie e l’eccentricità del professor Rowbotham.

A proposito, se vi sembra di aver già visto da qualche parte l’attore che lo interpreta, Richard Haydn, sicuramente avete in mente l’avvocato di Frankenstein Junior che porta a Frederick “testamento di suo grande e famoso nonno”.

Altre piccole curiosità sul cast: la bella Betsy Drake, che interpreta la studiosa di gorilla Julie, nella vita era la moglie di Cary Grant, con cui ha recitato in Ogni ragazza vuol marito, mentre il regista Andrew Marton si è occupato della regia della seconda unità, tra gli altri, del colossal Ben-Hur.

Peccato che, nel doppiaggio italiano, si perdano quasi del tutto le scaramucce tra l’americano dottor Tracy (Marshall Thompson) e l’ufficiale britannico Carter (Alan Caillou).

Non incito a comprare il dvd di questo film per famiglie, ma se per caso vi capita, consiglio a tutti (anche ai bambini più piccoli) la visione di questo simpatico film con il classico finale edificante (e il rispetto per la natura, oggi più che mai, non è un messaggio insignificante) e alcune scene davvero spassose (sfido chiunque a non ridere quando Clarence guida la jeep terrorizzando bracconieri e soldati inglesi).

Voto: 3 Muffin

Voglia di vincere

Titolo originale: Teen Wolf

Anno: 1985

Regia: Rod Daniel

Interpreti: Michael J. Fox, Jerry Levine

Dove trovarlo: Prime Video

Scott (Michael J. Fox) è un adolescente che affronta i classici problemi legati all’età: le ragazze, i professori, le delusioni sportive, la popolarità, la difficoltà di comunicare con il padre… Ma tutto cambia quando Scott scopre di essere, proprio come suo padre, un lupo mannaro…

Voglia di vincere non è un film sulla licantropia. Invece è un film che tratta un aspetto dell’adolescenza che era fondamentale e problematico nel 1985 e lo è altrettanto, se non di più, oggi: la popolarità ad ogni costo. Il fatto che Scott si trasformi in un lupo mannaro non è che una metafora per indicare il fatto che diventi, in modo improvviso e ingiustificato, il ragazzo più popolare della scuola. Questo è chiaro per il fatto che nessuno si stupisce, se non molto brevemente, di questa sua peculiarità, e che non arrivino mai né giornalisti, né scienziati, né agenti governativi per indagare sulla questione, che pure diventa immediatamente di pubblico dominio. Inoltre, nessuno è mai spaventato da Scott nella sua nuova forma; al contrario, ciò che accade è che lui diventa immediatamente il più popolare della scuola, vale a dire il sogno di qualunque liceale.

Una volta consapevole della sua doppia natura, improvvisamente Scott riesce in tutto ciò che fa e ottiene tutto ciò che desidera: vittorie sportive, fama, ragazze, perfino bei voti a scuola.

Ma presto si rende conto che tutti quei successi non hanno valore né significato, perché lungo la strada ha perso di vista ciò che conta davvero: affetto, amicizia, lealtà, condivisione.

Fortunatamente non troppo tardi per rimediare ai suoi errori.

A vederlo oggi, quando per mezzo dei social è ancora più semplice ottenere una rapida e facile popolarità salvo poi perderla nel giro di poche ore, questo film è ancora più efficace nel descrivere gli effetti deleteri del successo non meritato e quelli benefici della fiducia in se stessi e dell’aderenza a valori e principi solidi.

Ho apprezzato molto il film, che parla efficacemente a spettatori di tutte le età con un linguaggio semplice e immediato ma non per questo rozzo o sciocco; il messaggio non è dei più originali naturalmente, ma a quanto pare non siamo mai stanchi dei film che ci mettono in guardia dalle insidie di un’età splendida quanto complicata.

In modo molto coerente il regista Rod Daniel sceglie di non abusare degli effetti speciali, utilizzando invece unghie, denti e peli posticci per mostrare la trasformazione di Scott (e di suo padre), cosa che vista oggi sicuramente fa sorridere ma che è efficace per gli scopi della narrazione.

Un altro tema importante è quello della difficoltà che spesso incontrano gli adulti nel comprendere e affrontare i problemi dei giovani, e ci viene mostrato con una serie di insegnanti superficiali, rancorosi, egoisti e stolidi.

Una delle battute più divertenti infatti riguarda i consigli elargiti del professore di educazione fisica ad uno Scott in piena crisi emotiva e morale: “Non comprare mai un’automobile da un venditore che si chiama come una città”. Imprescindibile.

Michael J. Fox, che interpreta Scott nello stesso anno, il 1985, in cui entra nell’immaginario collettivo con Ritorno al Futuro, interpreta perfettamente un ragazzo confuso, indeciso, insicuro, che di colpo diventa un vincente, spavaldo e rubacuori.

Degna di nota anche l’interpretazione di Jerry Levine nel ruolo del migliore amico Stiles, le cui bizzarre t-shirt e la cui simpatia travolgente meritano un pollice in su.

Perfette anche le musiche, che calzano a pennello per ogni diversa scena e descrivono i variegati stati d’animo con i loro testi e con le loro note.

Teen Wolf (questo il titolo originale) è adatto a tutta la famiglia, perché la trasformazione in licantropo, come dicevo, è più buffa che spaventosa, e anche le scene di feste e approcci tra i ragazzi sono estremamente castigate.

Voto: 3 Muffin

La Famiglia del Piccolo Nicolas – Le Vacanze del Piccolo Nicolas

Titolo: Il Piccolo Nicolas e i suoi genitori

Titolo originale: Le Petit Nicolas

Anno: 2009

Regia: Laurent Tirard

Interpreti: Maxime Godart, Valérie Lemercier, Kad Merad

Titolo: Le Vacanze del Piccolo Nicolas

Titolo originale: Les vacances du petit Nicolas

Anno: 2014

Regia: Laurent Tirard

Interpreti: Mathéo Boisselier, Valérie Lemercier, Kad Merad, Luca Zingaretti

Il personaggio e le avventure del piccolo Nicolas derivano dalla fortunata serie di libri per bambini scritta da René Goscinny e illustrata da Jean Jacques Sempé

Molto probabilmente il primo di questi due nomi vi suona familiare: René Goscinny è infatti, insieme a Albert Uderzo, il creatore dei personaggi di Asterix, Obelix, e del loro piccolo villaggio gallico che resiste alla strapotenza di Roma grazie alla pozione magica del bardo Panoramix.

Nelle storie del piccolo Nicolas portate sul grande schermo ritroviamo lo stesso irresistibile umorismo dei fumetti di Asterix, e nel primo film c’è anche una citazione diretta del personaggio.

Il Piccolo Nicolas e i suoi genitori e Le Vacanze del Piccolo Nicolas sono due film molto divertenti sia per i bambini che per gli adulti, quindi perfetti per la visione in famiglia: il loro umorismo è allo stesso tempo diretto e semplice e intelligente e originale, strappando parecchie risate quindi agli spettatori di tutte le età.

L’idea di base è quella di rappresentare il mondo dal punto di vista di un bambino e dei suoi coetanei, che quindi facilmente fraintendono le situazioni ed elaborano soluzioni imprevedibili e rocambolesche per i loro problemi.

Adoro il modo in cui vengono rappresentati i bambini: sono svegli, dolci, determinati, e capaci di stringere legami fortissimi tra di loro, arrivando a compiere le imprese più assurde per aiutarsi l’un l’altro.

Allo stesso modo, il mondo degli adulti visto con gli occhi dei bambini è assurdo ma anche divertente: fa riflettere come i problemi possano essere gravissimi oppure irrilevanti a secondo delle menti che li considerano.

Curiosità: nel secondo film ha una parte minore, caricaturale e molto simpatica l’attore italiano Luca Zingaretti.

Consiglio questi due film a tutti i bambini e a tutte le famiglie, ma anche a tutti gli adulti che amano Asterix e Il Favoloso Mondo di Amèlie, un altro francese film dolcissimo, tenero e delicato ma anche intelligente, acuto ed esilarante.

Voto: 3 Muffin

La Grazia

Anno: 2025

Regia: Paolo Sorrentino

Interpreti: Toni Servillo, Anna Ferzetti

Lo stimato presidente della Repubblica Italiana Mariano De Santis (Toni Servillo) è giunto agli ultimi mesi del suo mandato settennale e si interroga sull’opportunità di firmare due richieste di grazie e una contorversa legge sull’eutanasia.

Ma quand’è che Paolo Sorrentino ha iniziato a sentirsi David Lynch? Come mai ha deciso di inserire in questo film elementi surreali? Perché ha pensato che il talento (innegabile) di Toni Servillo potesse provvedere da solo a tenere in piedi un film privo di trama, con dialoghi troppo funzionali per essere credibili e un tentativo di analisi psicologica e sociologica del nostro Paese decisamente non riuscito?

Che fine ha fatto il regista di un film splendido come Le Conseguenze dell’Amore (lì sì che il personaggio di Toni Servillo era interessante e ben costruito)?

Come mai questo film ha ricevuto addirittura la Coppa Volpi?

Ma soprattutto, perché il nostro Ministero della Cultura ha concesso fondi per la realizzazione di La Grazia?

Domande per le quali non ho trovato risposta.

Non sono rimasta delusa dal contenuto del film, non sono le scelte (che non rivelo) compiute dal Presidente della Repubblica Italiana riguardo la concessione della grazia o la legge sull’eutanasia a lasciarmi perplessa, quanto l’essenza stessa del film, che non mi è affatto chiara.

Qualcuno rideva, al cinema, durante la proiezione, anche se non c’era niente di divertente; ma molte battute erano talmente poco credibili da sembrare comiche.

Nel modo più didascalico possibile il regista ci comunica che l’unica speranza di salvezza personale, ma anche del Paese, risiede nel lasciarsi guidare dalle nuove generazioni.

Certo, se non fosse che le “nuove generazioni” sono rappresentate da attori e personaggi già ben oltre la maturità (Anna Ferzetti) e vengono descritte  come fruitori di musica scema (cameo perfino di Guè Pequeno, giusto per non lasciare dubbi) ma allo stesso tempo portatori sani di saggezza intrinseca che si posa su di loro per “grazia”, assolvendo le generazioni precedenti dalla responsabilità di educare, essere un esempio, evolvere.

Il cinema di oggi commette spesso questo errore, secondo me: trasmette il messaggio che i problemi sia sufficiente esporli perché si risolvano da soli. Ma non è, ovviamente, così.

Un intero film, girato perlopiù nel buio, in cui attori italiani mediocri biascicano frasi incomprensibili di dialoghi impossibili nella vita reale e stiracchiato nella durata oltre la soglia della sopportazione (la scena della telefonata dalla cabina armadio è davvero insopportabile) e con imbarazzanti tentativi di creare scene surreali e oniriche (il cane robot? davvero?): questo è stato, per me, La Grazia.

“Di chi sono i nostri giorni?”

Se non bastasse la psicosociologia spicciola, mettiamoci anche la retorica.

“Di chi sono i nostri giorni?”

Di chi è il mio tempo? O meglio: chi mi restituirà queste due ore della mia vita?

Vado a chiederlo a un corazziere: loro sanno fare tutto.

Voto: 1 Muffin ipocalorico

Buen Camino

Anno: 2025

Regia: Gennaro Nunziante

Interpreti: Checco Zalone, Beatriz Arjona, Letizia Arnò, Martina Colombari

Il megamiliardario Checco Zalone (Checco Zalone), grazie al duro lavoro del padre, ha tutto e molto di più: moglie super top model giovanissima, servitori, ville, yacht eccetera. Ma a sua figlia Crystal (“come lo Champagne”) lusso e ricchezza non bastano più, e decide di intraprendere da sola il cammino di santiago per trovare se stessa. Il padre la seguirà per riportarla a casa, e si troverà suo malgrado a camminare accanto a lei e agli altri pellegrini, inizialmente trovandosi come un pesce fuor d’acqua, ma arrivando poi a scoprire diverse cose su se stesso e sulla figlia.

Il cineforum di quartiere, dove vengono mostrati film scelti per noi da qualcuno di estremamente appassionato e competente, sono una gran bella cosa, anzi una cosa fantastica. Grazie al cineforum che frequento infatti ho avuto modo di conoscere film, autori e cinematografie che ignoravo, e di affrontare film che magari per conto mio non avrei trovato la voglia di vedere.

Negli anni ho visto film che mi hanno stupito, commosso, fatto riflettere, informato, deluso, sconvolto. Ed è stato emozionante, arricchente e coinvolgente.

Ogni tanto, però, ci vuole anche un po’ di leggerezza, in mezzo a tanti film che parlano di guerra, lutto e drammi esistenziali di vario genere.

Ed ecco perché una commedia come Buen Camino non stona affatto in mezzo a tanti film pluripremiati e blasonati.

Certo non mi troverete mai a fare la coda davanti al cinema il giorno di Natale per vedere l’ultimo film di Checco Zalone nel weekend dell’uscita, ma quando mi capita di vedere qualcosa di suo in tv in genere mi diverte e, al contrario di molti altri film italiani contemporanei, non mi infastidisce.

Buen Camino è esattamente quello che ci si aspetta: una commedia leggera, molto divertente, non troppo volgare o scurrile (anche se non è certo un film per bambini), e che riesce anche a ritrarre con efficacia un certo tipo di italiani (ma non solo) abituati dalla tenera età a guardare tutto e tutti dall’alto in basso in virtù di ciò che posseggono grazie al duro lavoro dei loro nonni o genitori. Un tipo di atteggiamento molto diffuso, e non solo tra megamilionari: si tratta di arroganza e superbia trasversale, non sempre direttamente proporzionale al ceto sociale o al numero di carte di credito possedute.

Siamo molto lontani dalla commedia amara di Risi o Monicelli, ovviamente, però qualche spunto di riflessione c’è anche qui, anche se prevale sempre la risata, la gag, la battuta politicamente scorretta (un sorso d’acqua fresca) o addirittura la canzone parodia.

E in ogni caso, l’idea che chiunque, per quanto sembri irrecuperabile, anche a cinquant’anni possa rivedere i suoi principi e cambiare prospettive in modo radicale è sicuramente preziosa, soprattutto al giorno d’oggi, quando la notizia che più ci farebbe piacere è che alcune persone di grande spicco e influenza si sono ricredute e hanno fatto marcia indietro sulle loro convinzioni.

Checco Zalone, interprete principale ma anche sceneggiatore del film, mi ha regalato una serata in un cinema gremito in cui hanno risuonato grandi e talvolta sguaiate risate da parte di un pubblico eterogeneo per età e interessi, tra cui Papà Verdurin e la sottoscritta Madame. E di questo non posso che ringraziarlo.

Voto: 3 Muffin

La Villa portoghese

Titolo originale: Una quinta portuguesa

Anno: 2025

Regia: Avelina Prat

Interpreti: Manolo Solo, Maria de Medeiros

Fernando (Manolo Solo) vive in Spagna, insegna geografia all’università ed è sposato con Milena, originaria della Serbia. Un giorno, senza alcuna spiegazione, Milena lascia il marito e il paese per tornare in Serbia. Sconvolto e destabilizzato, Fernando, alla ricerca di un nuovo equilibrio, si reca in Portogallo, dove fa conoscenza con un giardiniere, Manuel, che gli racconta di una splendida villa in cui dal giorno successivo si trasferirà per lavorare. Quando improvvisamente Manuel muore per un attacco di cuore, Fernando non ci pensa troppo su prima di assumere la sua identità e recarsi a lavorare nella tenuta Magnolie Bianche al posto suo.

All’inizio del film non facciamo alcuna fatica a capire come mai la moglie di Fernando se ne sia andata: probabilmente è l’uomo più noioso del mondo. Lei ha resistito ben tre anni, mentre per lo spettatore è difficile tenere gli occhi aperti per tre minuti!

Scomparsa la moglie, i vari enti regionali portoghesi elencati nei lunghissimi titoli di testa iniziano a reclamare, perciò vediamo le bellezze del Portogallo, il mare, le piante eccetera.

Quando ci svegliamo dal torpore, Fernando si è già integrato nella villa portoghese del titolo, e non ha avuto alcuna difficoltà a prendere il posto del defunto giardiniere, occupandosi da solo dell’intera tenuta. Lui, che aveva giusto due piantine sul terrazzo di casa. Prendiamo atto. Dopodiché non succede niente. E poi, non succede niente. E continua a non succedere niente mentre gli anni passano. Fernando ritorna in Spagna, conosce una donna, la segue, eccetera. Onestamente, non ci interessa. Non interessa a nessuno. Nemmeno all’ente del turismo secondo me. Non svelo il finale… perchè tanto, lo avrete intuito, non succede niente.

La Villa portoghese non è un film brutto, ma è certamente un film noioso, che non ha niente di particolare da dire e non sa come dirlo. Poteva essere più divertente e mostrare le peripezie di un falso giardiniere in terra straniera, poteva essere più introspettivo, più filosofico, più drammatico… Non sapendo scegliere, non è niente. L’unico spunto narrativo vagamente interessante (la piantagione di magnolie) viene presto dimenticato e finisce nel nulla, come tutto il resto. Ma con tante piante intorno.

Voto: 1 Muffin