La Grazia

Anno: 2025

Regia: Paolo Sorrentino

Interpreti: Toni Servillo, Anna Ferzetti

Lo stimato presidente della Repubblica Italiana Mariano De Santis (Toni Servillo) è giunto agli ultimi mesi del suo mandato settennale e si interroga sull’opportunità di firmare due richieste di grazie e una contorversa legge sull’eutanasia.

Ma quand’è che Paolo Sorrentino ha iniziato a sentirsi David Lynch? Come mai ha deciso di inserire in questo film elementi surreali? Perché ha pensato che il talento (innegabile) di Toni Servillo potesse provvedere da solo a tenere in piedi un film privo di trama, con dialoghi troppo funzionali per essere credibili e un tentativo di analisi psicologica e sociologica del nostro Paese decisamente non riuscito?

Che fine ha fatto il regista di un film splendido come Le Conseguenze dell’Amore (lì sì che il personaggio di Toni Servillo era interessante e ben costruito)?

Come mai questo film ha ricevuto addirittura la Coppa Volpi?

Ma soprattutto, perché il nostro Ministero della Cultura ha concesso fondi per la realizzazione di La Grazia?

Domande per le quali non ho trovato risposta.

Non sono rimasta delusa dal contenuto del film, non sono le scelte (che non rivelo) compiute dal Presidente della Repubblica Italiana riguardo la concessione della grazia o la legge sull’eutanasia a lasciarmi perplessa, quanto l’essenza stessa del film, che non mi è affatto chiara.

Qualcuno rideva, al cinema, durante la proiezione, anche se non c’era niente di divertente; ma molte battute erano talmente poco credibili da sembrare comiche.

Nel modo più didascalico possibile il regista ci comunica che l’unica speranza di salvezza personale, ma anche del Paese, risiede nel lasciarsi guidare dalle nuove generazioni.

Certo, se non fosse che le “nuove generazioni” sono rappresentate da attori e personaggi già ben oltre la maturità (Anna Ferzetti) e vengono descritte  come fruitori di musica scema (cameo perfino di Guè Pequeno, giusto per non lasciare dubbi) ma allo stesso tempo portatori sani di saggezza intrinseca che si posa su di loro per “grazia”, assolvendo le generazioni precedenti dalla responsabilità di educare, essere un esempio, evolvere.

Il cinema di oggi commette spesso questo errore, secondo me: trasmette il messaggio che i problemi sia sufficiente esporli perché si risolvano da soli. Ma non è, ovviamente, così.

Un intero film, girato perlopiù nel buio, in cui attori italiani mediocri biascicano frasi incomprensibili di dialoghi impossibili nella vita reale e stiracchiato nella durata oltre la soglia della sopportazione (la scena della telefonata dalla cabina armadio è davvero insopportabile) e con imbarazzanti tentativi di creare scene surreali e oniriche (il cane robot? davvero?): questo è stato, per me, La Grazia.

“Di chi sono i nostri giorni?”

Se non bastasse la psicosociologia spicciola, mettiamoci anche la retorica.

“Di chi sono i nostri giorni?”

Di chi è il mio tempo? O meglio: chi mi restituirà queste due ore della mia vita?

Vado a chiederlo a un corazziere: loro sanno fare tutto.

Voto: 1 Muffin ipocalorico

Buen Camino

Anno: 2025

Regia: Gennaro Nunziante

Interpreti: Checco Zalone, Beatriz Arjona, Letizia Arnò, Martina Colombari

Il megamiliardario Checco Zalone (Checco Zalone), grazie al duro lavoro del padre, ha tutto e molto di più: moglie super top model giovanissima, servitori, ville, yacht eccetera. Ma a sua figlia Crystal (“come lo Champagne”) lusso e ricchezza non bastano più, e decide di intraprendere da sola il cammino di santiago per trovare se stessa. Il padre la seguirà per riportarla a casa, e si troverà suo malgrado a camminare accanto a lei e agli altri pellegrini, inizialmente trovandosi come un pesce fuor d’acqua, ma arrivando poi a scoprire diverse cose su se stesso e sulla figlia.

Il cineforum di quartiere, dove vengono mostrati film scelti per noi da qualcuno di estremamente appassionato e competente, sono una gran bella cosa, anzi una cosa fantastica. Grazie al cineforum che frequento infatti ho avuto modo di conoscere film, autori e cinematografie che ignoravo, e di affrontare film che magari per conto mio non avrei trovato la voglia di vedere.

Negli anni ho visto film che mi hanno stupito, commosso, fatto riflettere, informato, deluso, sconvolto. Ed è stato emozionante, arricchente e coinvolgente.

Ogni tanto, però, ci vuole anche un po’ di leggerezza, in mezzo a tanti film che parlano di guerra, lutto e drammi esistenziali di vario genere.

Ed ecco perché una commedia come Buen Camino non stona affatto in mezzo a tanti film pluripremiati e blasonati.

Certo non mi troverete mai a fare la coda davanti al cinema il giorno di Natale per vedere l’ultimo film di Checco Zalone nel weekend dell’uscita, ma quando mi capita di vedere qualcosa di suo in tv in genere mi diverte e, al contrario di molti altri film italiani contemporanei, non mi infastidisce.

Buen Camino è esattamente quello che ci si aspetta: una commedia leggera, molto divertente, non troppo volgare o scurrile (anche se non è certo un film per bambini), e che riesce anche a ritrarre con efficacia un certo tipo di italiani (ma non solo) abituati dalla tenera età a guardare tutto e tutti dall’alto in basso in virtù di ciò che posseggono grazie al duro lavoro dei loro nonni o genitori. Un tipo di atteggiamento molto diffuso, e non solo tra megamilionari: si tratta di arroganza e superbia trasversale, non sempre direttamente proporzionale al ceto sociale o al numero di carte di credito possedute.

Siamo molto lontani dalla commedia amara di Risi o Monicelli, ovviamente, però qualche spunto di riflessione c’è anche qui, anche se prevale sempre la risata, la gag, la battuta politicamente scorretta (un sorso d’acqua fresca) o addirittura la canzone parodia.

E in ogni caso, l’idea che chiunque, per quanto sembri irrecuperabile, anche a cinquant’anni possa rivedere i suoi principi e cambiare prospettive in modo radicale è sicuramente preziosa, soprattutto al giorno d’oggi, quando la notizia che più ci farebbe piacere è che alcune persone di grande spicco e influenza si sono ricredute e hanno fatto marcia indietro sulle loro convinzioni.

Checco Zalone, interprete principale ma anche sceneggiatore del film, mi ha regalato una serata in un cinema gremito in cui hanno risuonato grandi e talvolta sguaiate risate da parte di un pubblico eterogeneo per età e interessi, tra cui Papà Verdurin e la sottoscritta Madame. E di questo non posso che ringraziarlo.

Voto: 3 Muffin

La Villa portoghese

Titolo originale: Una quinta portuguesa

Anno: 2025

Regia: Avelina Prat

Interpreti: Manolo Solo, Maria de Medeiros

Fernando (Manolo Solo) vive in Spagna, insegna geografia all’università ed è sposato con Milena, originaria della Serbia. Un giorno, senza alcuna spiegazione, Milena lascia il marito e il paese per tornare in Serbia. Sconvolto e destabilizzato, Fernando, alla ricerca di un nuovo equilibrio, si reca in Portogallo, dove fa conoscenza con un giardiniere, Manuel, che gli racconta di una splendida villa in cui dal giorno successivo si trasferirà per lavorare. Quando improvvisamente Manuel muore per un attacco di cuore, Fernando non ci pensa troppo su prima di assumere la sua identità e recarsi a lavorare nella tenuta Magnolie Bianche al posto suo.

All’inizio del film non facciamo alcuna fatica a capire come mai la moglie di Fernando se ne sia andata: probabilmente è l’uomo più noioso del mondo. Lei ha resistito ben tre anni, mentre per lo spettatore è difficile tenere gli occhi aperti per tre minuti!

Scomparsa la moglie, i vari enti regionali portoghesi elencati nei lunghissimi titoli di testa iniziano a reclamare, perciò vediamo le bellezze del Portogallo, il mare, le piante eccetera.

Quando ci svegliamo dal torpore, Fernando si è già integrato nella villa portoghese del titolo, e non ha avuto alcuna difficoltà a prendere il posto del defunto giardiniere, occupandosi da solo dell’intera tenuta. Lui, che aveva giusto due piantine sul terrazzo di casa. Prendiamo atto. Dopodiché non succede niente. E poi, non succede niente. E continua a non succedere niente mentre gli anni passano. Fernando ritorna in Spagna, conosce una donna, la segue, eccetera. Onestamente, non ci interessa. Non interessa a nessuno. Nemmeno all’ente del turismo secondo me. Non svelo il finale… perchè tanto, lo avrete intuito, non succede niente.

La Villa portoghese non è un film brutto, ma è certamente un film noioso, che non ha niente di particolare da dire e non sa come dirlo. Poteva essere più divertente e mostrare le peripezie di un falso giardiniere in terra straniera, poteva essere più introspettivo, più filosofico, più drammatico… Non sapendo scegliere, non è niente. L’unico spunto narrativo vagamente interessante (la piantagione di magnolie) viene presto dimenticato e finisce nel nulla, come tutto il resto. Ma con tante piante intorno.

Voto: 1 Muffin

Norimberga

Titolo originale: Nuremberg

Anno: 2025

Regia: James Vanderbilt

Interpreti: Russell Crowe, Rami Malek, Michael Shannon, John Slattery, Richard E. Grant

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale viene istituito, per la prima volta nella storia, un tribunale internazionale per processare i gerarchi del partito nazista. Le tre potenze vincitrici (Stati Uniti, Inghilterra e Russia) condivisero l’onere di giudicare i crimini dei volti più importanti nel nazismo al netto di Hitler e degli altri che si erano già tolti la vita.

Il processo si tenne a Norimberga, città della Germania in cui si erano svolti i grandi raduni del partito nazista (in una sorta di contrappasso ideologico) e l’unica a possedere ancora un palazzo di giustizia e un carcere quasi integri dopo i bombardamenti.

Scopo ultimo del tribunale era quello di far riconoscere al mondo in modo inequivocabile le azioni malvagie compiute dai nazisti e punirli in modo esemplare, affinché non dovesse mai più ripetersi una tragedia come lo sterminio sistematico del popolo ebraico da loro perpetrato.

Gli avvocati si imbatterono tuttavia in molte difficoltà. Innanzitutto, fornire prove inconfutabili e indurre i colpevoli a confessare si rivelò più arduo del previsto; ma ancora più arduo fu riuscire a mantenere in vita i gerarchi nazisti, alcuni dei quali riuscirono a togliersi la vita prima della condanna e della sentenza capitale, che venne infine sentenziata per tutti loro.

Emblema di tali difficoltà fu Hermann Göring, il successore designato di Adolf Hitler, che con il suo carisma e il suo sangue freddo rese molto complesso per gli avvocati ottenere la sua condanna, e riuscì infine ad evitare la pubblica impiccagione togliendosi la vita. Non venne mai chiarito se la capsula di cianuro con cui si uccise l’avesse avuta con sé fin dal principio o se avesse convinto qualcuno dei suoi carcerieri a procurargliela.

Il film, diretto e sceneggiato da James Vanderbilt, si ispira al libro Il nazista e lo psichiatra di Jack El-Hai, che racconta la vera storia dello psichiatra dell’esercito Douglas M. Kelley che fu incaricato, in vista del processo di Norimberga, di verificare la sanità mentale dei gerarchi nazisti. E proprio la figura di Kelley, nel film interpretato da Rami Malek, è centrale nel film. Come accaduto nella realtà, lo psichiatra cerca, tramite l’avvicinamento ai gerarchi nazisti, di individuare il tratto psicologico comune tra essi che permetta di identificare il germe del male per poterlo in futuro riconoscere ed estirpare prima che la storia si ripeta. Purtroppo l’analisi di Kelley, riportata da lui stesso nel suo libro 22 Celle di Norimberga, portò a una conclusione sconfortante, che portò lo stesso psichiatra alla depressione e poi al suicidio: non esiste un tratto peculiare del male che possa essere individuato e curato. I gerarchi nazisti da lui esaminati erano uomini intelligenti e ambiziosi, dotati di grande astuzia e carisma, che compivano il male consapevolmente per raggiungere i loro scopi personali di grandezza, gloria e trionfo. Uomini non dissimili, conclude lo stesso Kelly nel suo libro, da molti americani potenti e ingerenti. Kelley si riferiva ai suoi connazionali; noi, con tutto ciò che accade purtroppo oggi nel mondo, possiamo solo trovare la conferma che la malvagità non è e non è mai stata prerogativa unica dei nazisti, o del popolo tedesco, o di un solo popolo, o di un’unica categoria di persone. Con questo messaggio, il film vuole evidentemente farci riflettere su come il male che sembrava essere stato sconfitto con la disfatta del nazismo sia invece ancora presente nel mondo e imponga il suo fascino su migliaia di persone in tutto il mondo, che ne diventano non solo complici inconsapevoli ma perpetratori attivi e convinti. E fin qui, nulla da eccepire.

Ma sappiamo bene che nel cinema, così come nelle altre forme d’arte, forma e contenuto devono essere concordi e in armonia (anche per contrasto, in alcuni casi) per poter colpire davvero chi ne fruisce. Questo però, in Norimberga, non accade.

Per quanto la ricostruzione storica sia ineccepibile, la sceneggiatura solida e la regia buona, il film rimane infatti molto freddo, asettico, e non riesce mai a emozionare, a turbare, a commuovere. E senza emozione, anche il messaggio, per quanto valido, perde potenza.

Perfino le agghiaccianti immagini di repertorio dei campi di concentramento non riescono a smuovere l’animo di chi guarda, che continua a porsi un’unica domanda: come sta reagendo Göring? Cosa sta facendo? Come cercherà di cavarsela davanti all’evidenza dei fatti?

Hermann Göring, interpretato in modo sublime da Russell Crowe (e splendidamente doppiato del nostro veterano Luca Ward), è l’alfa e l’omega di questo film. Vanderbilt non a caso sceglie spesso di inquadrare la mole poderosa di Crowe dal basso, come faceva Orson Welles con se stesso per conferire ai suoi personaggi autorità e imponenza.

Crowe troneggia su tutti gli altri attori, seppur bravi (come l’ottimo Michael Shannon).

Un’interpretazione e un personaggio così avrebbero meritato un valoroso contraltare, un vigoroso rivale, un astuto rivale nella partita di scacchi che Göring/Crowe sa di star giocando con il destino. E invece ci è toccato Rami Malek. Non l’ho mai apprezzato come attore, e in questo caso ho trovato molto sgradevole, fuori luogo e patetico il suo perpetuo atteggiarsi, le sue espressioni sopra le righe, rintuzzate dalla regia e dalla sceneggiatura che nel tentativo di farne il protagonista creano in realtà un fantoccio, una macchietta, un personaggio repulsivo in ogni suo comportamento, che esce irrimediabilmente sconfitto dallo scontro con una personalità più forte e più consapevole come quella di Göring, senza averci mai fatto parteggiare realmente per lui, nonostante ciò che c’era in gioco.

Un duello di un singolo, un one-man show che non lascia campo a nessun altro, un trionfo su tutta la linea di Göring/Crowe, pur nella sconfitta e nella morte, che lascia l’amaro in bocca: la vittoria sul male può avvenire solamente per caso, per fortuna, e grazie magari a un goccetto di brandy. Avvilente e demoralizzante. Forse è proprio quello che il film voleva dirci? Se così è, non apprezzo la scelta e tanto meno il tempismo.

Come ultima nota: sappiamo bene che è nella natura umana prendere a cuore le disgrazie del singolo piuttosto che quelle delle moltitudini. Immagino sia per questo che è stato dato tanto spazio al personaggio del soldato interprete, che si scopre, in modo davvero poco credibile, essere di origine ebrea nonostante i capelli biondi, gli occhi azzurri e il torace muscoloso, e che dovrebbe rappresentare appunto la tragedia personale che commuove più dello sterminio delle masse. No, questa volta non ha proprio funzionato.

La seconda guerra mondiale non è certo esaurita come tematica da affrontare, ricordare e sviscerare: ce lo hanno mostrato alcuni film recenti come La Zona d’Interesse; che però ci hanno anche mostrato come sia sempre necessario un punto di vista diverso, un’intuizione particolare, uno sguardo nuovo (un esempio per tutti: Jojo Rabbit) per non correre il rischio di far diventare ripetitivo e noioso ciò che dovrebbe essere sconvolgente e agghiacciante.

Voto: 2 Muffin

Father Mother Sister Brother

Anno: 2025

Regia: Jim Jarmusch

Interpreti: Adam Driver, Tom Waits, Mayim Bialik, Cate Blanchett, Charlotte Rampling, Vicky Krieps

Tre episodi distinti che mostrano tre diversi nuclei familiari e le difficoltà di relazione presenti in ciascuno. Il primo episodio è ambientato in America (fratello e sorella fanno visita al padre), il secondo in Irlanda (due sorelle fanno visita alla madre) e il terzo in Francia (fratello e sorella, gemelli, affrontano la morte dei genitori).

Io non ho proprio nulla contro i film dal ritmo lento, i dialoghi dilatati, gli accadimenti ridotti all’osso. E non ho nulla contro i film a episodi, o contro gli elementi che possono ritornare da un episodio all’altro. E tanto meno sono contro le inquadrature curate, i colori perfetti, le composizioni impeccabili. Però, gradirei che tutto ciò avesse poi un senso. Un’idea di fondo, un messaggio da trasmettere, una riflessione da instillare. In questo film invece non c’è nulla al di fuori della forma, patinata e controllatissima, impreziosita, bisogna proprio dirlo, da egregie prove attoriali: ma per dire cosa? Che a volte i rapporti familiari sono freddi e formali? Che a volte non sappiamo niente dei nostri parenti più prossimi? Non si sa. O almeno, io non ho proprio capito cosa Jim Jarmusch volesse comunicare ed esprimere con questo film. Non esiste un tratto comune che leghi gli episodi, né per similitudine né per contrasto, se non tutti quegli elementi così ridondanti da risultare alla fine ridicoli che ritornano nei tre episodi: i personaggi vestiti del medesimo colore, il Rolex forse autentico e forse no, gli skaters al rallentatore, e quella strana battuta sullo zio che non ho capito.

Rimarco il fatto che gli attori facciano a gara di bravura, ma il loro talento è sprecato in questa narrazione senza costrutto né intenzione. Aggiungo che le animazioni con i luccichini che separano gli episodi sono tremende.

Da vedere solo per i completisti di Jarmusch, dei quali io di certo non faccio parte.

Voto: 1 Muffin

Ultimo Schiaffo

Anno: 2026

Regia: Matteo Oleotto

Interpreti: Massimiliano Motta, Adalgisa Manfrida, Giuseppe Battiston

Petra (Adalgisa Manfrida) e Jure (Massimiliano Motta), sorella e fratello, vivono di espedienti in un paesino che lascerebbero volentieri, se non fosse per la madre lì ricoverata in un ospizio e affetta da grave demenza, tanto da non riconoscere i suoi figli quando la vanno a trovare. Jure e Petra, senza padre né istruzione, vivono di lavoretti ed espedienti non sempre legali pur di pagare le cure della madre e procurarsi il necessario per vivere.

Temo di non aver proprio capito questo film. Oltre al fatto che la recitazione, come purtroppo spesso accade nel nostro Paese, lascia parecchio a desiderare in tutti i comprimari (salvo i due giovani protagonisti che invece sono molto bravi), e la colonna sonora è invadente e urticante non solo nel volume, non sono riuscita ad afferrare il tono, che oscilla tra quello di una commedia che non fa ridere, di una denuncia sociale che non indigna, di un dramma che però è sporcato da un umorismo nero che proprio non funziona. Si potrebbe anche parteggiare per i due protagonisti, lui buono e ingenuo, lei rozza e opportunista, e per il loro rapporto così forte, ma la sceneggiatura incredibile (nel senso di non credibile) e alcune inspiegabili virate di tono lo rendono quasi impossibile. Realistico e surreale si mescolano in maniera confusa, creando una storia da una parte del tutto credibile ma dall’altra impossibile da riconoscere come vicina, lasciando sì alcune sensazioni nette nello spettatore, ma nel complesso costruendo un’impalcatura troppo fragile di vicende ed emozioni destinata a sgretolarsi non appena si riaccendono le luci della sala.

Non mi sento proprio di consigliarlo, anche se indubbiamente c’è di molto peggio.

Voto: 1 Muffin

Il Professore e il Pinguino

Titolo originale: The Penguin Lessons

Anno: 2024

Regia: Peter Cattaneo

Interpreti: Steve Coogan, Jonathan Pryce

Il Professor Tom Michell (Steve Coogan) viene assunto come insegnante di inglese in un esclusivo istituto superiore in Argentina, dove non riesce a far breccia nel cuore degli alunni, ragazzi ricchi e viziati che non hanno alcun interesse per la letteratura. Ma le cose cambieranno quando Tom salva un pinguino da una macchia di petrolio e, inizialmente suo malgrado, decide di tenerlo con sé…

La cosa più interessante di questo film, che si colloca tra la commedia, la storia di formazione e l’analisi storico-culturale, è che è tratto da una storia vera. Il professor Michell adottò veramente, negli anni ‘70, un pinguino che portò spesso con sé durante le lezioni e le attività scolastiche per destare l’interesse e la curiosità dei suoi svogliati studenti. Non solo l’intera vicenda è raccontata dallo stesso Michell in un libro, ma nei titoli di coda del film vengono mostrati alcuni filmati del pinguino che nuota felice nella piscina della scuola.

A parte questo, e la scelta encomiabile di utilizzare per le riprese un vero pinguino (anzi due) anzichè qualche sgorbio realizzato in CGI, il film non eccelle per originalità né ritmo, alternando con poca maestria siparietti comici legati all’animaletto con i drammi dei rapimenti e delle morti senza spiegazioni che travagliavano l’Argentina in quel periodo.

Il Professore e il Pinguino rimane comunque un film piacevole, un patinato racconto di formazione (o meglio presa di coscienza) che non brilla ma nemmeno infastidisce, con un ottimo attore protagonista (Steve Coogan) e dei bravi comprimari (sacrificato il talentuoso e simpatico Jonathan Pryce nel ruolo stereotipato del preside che “non vuole problemi”).

Una visione non proprio imperdibile ma del tutto potabile, con alcune scene molto divertenti e altre commoventi.

Voto: 3 Muffin

Vita privata

Titolo originale: La Vie Privée

Anno: 2025

Regia: Rebecca Zlotowski

Interpreti: Jodie Foster, Daniel Auteuil, Mathieu Amalric, Virginie Efira

Lilian Steiner (Jodie Foster) è una psichiatra che apparentemente non riesce ad instaurare connessioni emotive forti né con i suoi pazienti né con le altre persone della sua vita (figlio, nipotino, ex-marito). Ma la sua imperturbabilità verrà profondamente scossa dalla morte di una sua paziente, avvenuta in circostanze poco chiare, su cui Lilian si sentirà in dovere di indagare.

Questo film è stato presentato come thriller, ma non lo è affatto. Anzi, non saprei nemmeno collocarlo in un genere, in quanto Vita Privata contiene elementi diversi, che purtroppo non si amalgamano affatto tra loro. Alcune scene farebbero pensare a una commedia, altre a un dramma psicologico con tratti onirici, altre ancora hanno sicuramente tutte le caratteristiche del giallo. Ma alla fine, quello che rimane dopo questa giostra di toni differenti, è la sensazione di aver visto un film passabile, ma per nulla memorabile, che ha oltretutto il grave difetto di essere incredibilmente didascalico per quanto riguarda l’interiorità della protagonista, utilizzando ad esempio il fatto che registri su nastro tutte le sedute con i suoi pazienti per spiegare come in realtà non li ascolti attentamente, oppure mostrando come inizialmente non voglia prendere in braccio il nipotino per far capire come sia refrattaria all’impegno emotivo.

Tutto questo non toglie nulla all’ottima interpretazione di Jodie Foster (che in questo film recita in lingua francese) o al talento e la simpatia di Daniel Auteuil, ma due ottimi attori, seppur affiatati, non bastano a reggere da soli un film così ondivago e insicuro.

Voto: 1 Muffin

Minimarket

Sto imparando una cosa sulle star di Hollywood: quando raggiungono una certa età, sono prese da un gran desiderio di farsi una vacanza nel nostro Paese. Se poi possono farlo anche raggranellando qualche soldino per pagarsi i souvenir, perchè no? Altra spiegazione non so dare alla partecipazione a questa serie prodotta da Raiplay e girata a Roma con attori tutti italiani, che vede la partecipazione straordinaria di Kevin Spacey nel ruolo di se stesso.

Fingendo che si tratti di un prodotto che abbia una capo e una coda, riassumo la trama: Manlio (Filippo Laganà) vive a Roma e sogna di diventare una star della tv, ma per sbarcare il lunario lavora come commesso nel minimarket gestito dal padre della fidanzata. Durante il lavoro, molto poco appagante, Manlio ha delle allucinazioni in cui vede numeri musicali, balletti, e in cui molto spesso compare Kevin Spacey, generoso di buoni consigli sul mondo dello spettacolo.

Come si intuisce subito, la trama è pressoché inconsistente, un pretesto per mettere in scena tremendi balletti e atroci esibizioni musicali (anche seguire il playback sembra una chimera…), un numero sproporzionato di personaggi irrilevanti, e naturalmente per dare spazio (anche troppo) al grandissimo attore Kevin Spacey, che tanto ho amato nelle sue interpretazioni (oltre all’ovvio I Soliti Sospetti, io sono molto affezionata a Seven, American Beauty e K-Pax) ma che in questi 10 episodi non riesce mai a essere divertente né a mostrare il suo vero talento, al massimo ci lascia una triste frecciatina a Netflix, che come sappiamo lo ha liquidato senza tanti complimenti dopo lo scandalo che lo ha coinvolto.

Come dicevo, 10 episodi, ma percepiti 100: la serie è così banale, ingenua, scialba, recitata incredibilmente male, che non è fisicamente possibile tollerare più di un episodio alla volta.

L’unico guizzo, che poteva perfino dimostrarsi intelligente e di quel divertimento amaro tipico della commedia italiana degli anni ‘60 e ‘70, è il finale, che però perde purtroppo ogni efficacia a causa della recitazione pessima e della regia insulsa che non è in grado di valorizzarlo.

Non posso che sconsigliarne la visione a chiunque, suggerendo piuttosto di recuperare i film classici interpretati da Kevin Spacey quando la sua mente non era ancora stata obnubilata dal desiderio di cacio e pepe.

The Day that Kevin went Bananas

La Zona d’Interesse

Titolo originale: The Zone of Interest

Anno: 2023

Regia: Jonathan Glazer

Interpreti: Christian Friedel, Sandra Hüller

Dove trovarlo: RaiPlay

Nonostante sia in corso la Seconda Guerra Mondiale, la famiglia tedesca Höss vive una vita agiata e serena in una grande casa con un bellissimo giardino, una serie di persone di servizio e ampi spazi verdi in cui i bambini possono giocare.

Casa Höss, però, sorge proprio al confine con le mura perimetrali del campo di concentramento di Auschwitz, di cui Rudolf Höss è il comandante in capo.

In occasione della Giornata della Memoria, RaiPlay ha messo a disposizione alcuni titoli importanti, tra cui La Zona d’Interesse, film vincitore del premio Oscar come Miglior Film Internazionale nel 2024 (ma che ha anche fatto incetta di altri premi e di nomination), che da tempo desideravo vedere. Il fatto che si possa desiderare di vedere film tematicamente incentrati sull’Olocausto, nonostante ne siano stati girati davvero innumerevoli nel corso dei decenni, dimostra come quella ferita tremenda è tutt’altro che chiusa, e anzi proprio oggi, alla luce dei recenti sviluppi nella politica internazionale, ricordare sia necessario e imprescindibile.

La Zona d’Interesse racconta l’orrore incommensurabile dei campi di concentramento, ma non solo: ci mostra un orrore altrettanto mostruoso, quello degli esseri umani che giungono a considerare altri esseri umani come animali, o peggio, senza nutrire alcun dubbio al riguardo e senza mettere in discussione per un momento l’idea che l’agiatezza in cui vivono sia di fatto conseguenza di quelle atrocità e di quello sterminio.

Auschwitz è proprio al di là del muro, ma i rumori agghiaccianti delle urla e degli spari non impediscono alla famiglia Höss di vivere serenamente: i bambini vanno a scuola e giocano con il cane, il papà legge storie della buonanotte ai figli, la mamma spettegola con le amiche e cura i fiori del giardino. La signora Höss non ha alcuno scrupolo nel chiedere al marito di portarle gli oggetti personali appartenuti a coloro che vengono bruciati nelle fornaci del campo, e non la disturba il fatto che i figli si imbattano nelle ceneri umane sversate nel fiume mentre pescano con il padre.

Non si vede mai nulla al di là del muro, ma ciononostante molte sequenze causano un gran turbamento; io personalmente sono rimasta scioccata dalla scena in cui gli ingegneri discutono sull’efficienza delle fornaci impiegate ad Auschwitz come se stessero parlando di un forno a legna per panificazione.

Nulla si vede ma molto si sente (il film ha vinto anche l’Oscar per il miglior sonoro) e non si può dimenticare. Ciò che colpisce è il contrasto tra l’inferno del campo e l’idillio di casa Höss, per esempio quello tra il grigio del fumo proveniente dalle fornaci e lo splendore dei colori dei fiori del giardino adiacente. Auschwitz non è solo un posto in cui si può vivere, è un posto in cui è desiderabile vivere e crescere dei figli: infatti la signora Höss rifiuta di trasferirsi con il marito quando gli viene assegnato un diverso incarico.

L’incredibile, l’impensabile, viene reso realistico dalla scelta del regista Jonathan Glazer di utilizzare macchine da presa fisse, dislocate nelle stanze, quasi come se fossero nascoste e ci permettessero di sbirciare uno scorcio di vita autentico, oltre che dalla bravura degli interpreti e dalla solidità della sceneggiatura.

La Zona d’Interesse è un film agghiacciante e sconvolgente quanto importante, di cui consiglio la visione a chiunque consideri il cinema, e l’arte in generale, un mezzo potente per consolidare e ampliare quella memoria che oggi più che mai ci è necessaria, per non ripetere gli errori, e per riflettere sulla spiazzante ambiguità della natura umana.

Voto: 4 Muffin