Ho Sognato la Famiglia Douglas

Chi si è già trovato, magari attratto dal dolce profumo di muffin appena sfornati, a frequentare questo blog, ormai sa che io, occasionalmente, faccio sogni piuttosto bizzarri legati in qualche modo al mondo del cinema e ai suoi protagonisti.

Forse dovrei decidermi una volta per tutte a mettere meno cioccolato nei miei muffin, ma in fondo mi dispiacerebbe privarmi di sogni così divertenti. 

Spero tanto che anche voi li troviate tali, perchè ce n’è un altro in arrivo!

Questa notte ho sognato che ero diventata una blogger rispettata, famosa e influente; tanto che tutte le star del cinema desideravano incontrarmi, conoscermi… e anche mangiare i miei muffin!

Mi trovavo quindi con un assembramento di attori e attrici nel giardino che strepitavano chiedendo di entrare, invidiosi dei pochi fortunati cui avevo aperto la porta. Tra questi c’erano Kirk Douglas e suo figlio Michael. Se la cosa più carina che mi viene da dire su Michael è che ha sposato una delle donne più belle del mondo, Catherine Zeta-Jones, Kirk invece, a casa Verdurin, è una leggenda. Lui che ha interpretato film assolutamente mitici come L’Asso nella Manica, Ulisse, Ventimila Leghe sotto i Mari, Orizzonti di Gloria, Spartacus, Uomini e Cobra e moltissimi altri non può che essere idolatrato da cinefili vecchia scuola come me e Papà Verdurin: anche se Kirk si è spento lo scorso anno, per noi è come se fosse sempre Ulisse che pesta vigorosamente l’uva per fare (istantaneamente) il vino e addormentare il crudele Polifemo. Per amore di Kirk, e per l’educazione che una Madame non può mai abbandonare, avevo invitato anche Michael a visitare la mia casa e a gustare i miei dolcetti. 

“Non esiste che ogni volta ti mangi tu tutti i muffin!”

Mentre ci trovavamo sul terrazzo, però, Michael era scivolato alle spalle del padre e lo aveva spinto contro la ringhiera, che il poverino aveva sfondato con il suo fisico imponente. Fatto ciò, Michael era scoppiato a ridere, molto divertito dalla sua simpatica burla. Subito dopo, però, una voce si era levata dalla folla accalcata nel giardino: “Guardate, ora c’è un buco nella ringhiera, si può passare!”. Detto fatto, mi sono ritrovata di fronte Ethan Hawke che pretendeva di entrare in casa. Ma io, memore del trauma da lui infertomi con il film Predestination, mi sono infuriata e l’ho cacciato con sdegno, senza nemmeno il beneficio del dubbio o di un muffin ipocalorico.

Ora, non saprei dire se queste mie performances oniriche derivino da quantità troppo elevate di zucchero nel sangue o dalla reiterazione sconsiderata di aberrazioni quali viaggiatori del tempo che deflorano se stessi (vero, Loki?), ma una cosa è certa: la mattina mi sveglio sempre di buon umore.

Chi prova a entrare a casa mia senza permesso

Super Mario in Rima

Non ho mai giocato ai videogiochi di Super Mario, ma ricordo molto bene la musichetta perché mio fratello invece ci giocava sempre con il Game Boy. Ricordo di avere visto tanti anni fa il film tratto dal videogioco, con Bob Hoskins nei panni di Mario e John Leguizamo in quelli del fratello Luigi, che oggi si trova su Amazon Prime: simpatico ma non proprio un capolavoro, tanto che è già stato annunciato un nuovo film d’animazione per il prossimo anno.

Oggi i miei bimbi, complice la pubblicità capillare dei nuovi videogiochi e di tutto il merchandising, ma soprattutto il ritrovamento di quei reperti archeologici che sono i vecchi Game Boy dello zio, si sono appassionati alle avventure dell’idraulico baffuto più famoso del mondo.

Per partecipare in qualche modo a questa loro nuova passione ho ideato alcune rime.

Visto che ultimamente, tra impegni vari e aria di vacanze, sto pubblicando molto meno assiduamente, ne approfitto per un piccolo post video-ludico-poetico.

Caro, carissimo diario,

oggi ti parlo di Super Mario.

Un videogioco messo in rima?

Ma perché nessuno ci ha pensato prima??

Sembra un semplice idraulico, lo so,

di quelli che trovi su ProntoPro

ma in realtà è un eroe straordinario:

è mitico il nostro Super Mario!

È innamorato della Principessa Pesca

e i nemici la usano sempre come esca

così Mario con mille saltelli

dovrà superare tutti i livelli.

Corre, salta, sale sui cubi:

sempre meglio che aggiustare valvole e tubi!

Ma il nostro eroe non è da solo!

dei suoi alleati parliamo al volo:

col fratello Luigi parte all’avventura,

si sa, con la famiglia non si ha mai paura!

Luigi veste di verde, Mario di rosso,

saltano e corrono a più non posso

e alla fine coi loro baffoni

sconfiggono tutti i cattivoni;

poi c’è Yoshi, il Draghetto,

tenero e verde, alleato perfetto.

Mario prende monete e frutti

e i nemici li sconfigge tutti:

ogni giorno infatti si allena

per saltare ai nemici sulla schiena.

Sonic è il più veloce, Pac-Man il più goloso,

ma Super Mario è strepitoso!

Se hai un tubo che perde, la cucina allagata

o ti hanno rapito la fidanzata

chiama subito Super Mario 

(ore pasti) eroe leggendario!

Mai Dire Cinema

Ho già raccontato di come, fin da piccolissima, io abbia iniziato ad amare il cinema guardando i film seduta sulle ginocchia di Papà Verdurin. Ma questo accadeva solamente quando non c’era la partita dell’Inter

In quel caso guardavamo insieme la partita oppure Quelli che il Calcio e Papà Verdurin tifava sempre Inter, anche contro ogni logica e buon senso. Purtroppo però in quegli anni vinceva sempre il Milan, e agli occhi di una bimba di tre anni la squadra che vince è la più bella. E poi nel Milan c’era Gullit, con le sue treccine: la prima di una lunghissima serie di cotte per calciatori della mia vita. Così iniziavo a tifare Milan e mio padre si arrabbiava: “Ho cresciuto una serpe in seno!”

Poi andavamo a giocare la schedina: Papà Verdurin aveva un metodo e studiava tutto per bene; poi, vedendo che io ne indovinavo più di lui, decise che era meglio lasciar perdere. Il divertimento poi continuava con Mai Dire Gol. Ovviamente non potevo capire tutto, ma ricordo ancora benissimo Luttazzi con il suo tabloid (“E’ un calcio mmalato!”), Claudio Bisio/Micio con la coda di cavallo e tutti i suoi intrallazzi, Aldo Giovanni e Giacomo arbitri rinchiusi negli spogliatoi dopo la partita per paura di essere pestati dai tifosi, la canzone di Elio “Ti amo campionato perché non sei falsato”. Ricordo ancora la musichetta che accompagnava la compilation di simulazioni e tuffi dei calciatori.

Poi è arrivato Holly e Benji: grande passione, grandissima cotta per Mark Lenders, urla e strepiti se mi veniva impedito di vedere un episodio. Ero ormai alle elementari, in una scuola gestita da suore: durante la ricreazione, i maschietti giocavano a calcio, mentre le femminucce pettinavano le bambole (letteralmente). Ma io sgattaiolavo nel campo da calcio e scongiuravo i maschi di farmi giocare. A volte me lo permettevano (e segnavo anche), a volte restavo a fare il tifo. Quando avevo dieci anni Babbo Natale mi portò un calcetto (con grande sgomento delle mie compagne che avevano ricevuto case delle bambole) su cui io mi allenai molto ma Papà Verdurin si rovinò la schiena, essendo a misura di bambino e non di adulto. Seguì poi un periodo di allontanamento dal calcio e da molte altre cose, “The Age of Not Believing” come canta Angela Lansbury in Pomi d’ottone e Manici di Scopa (dove tra l’altro si gioca la partita di calcio più bella della storia del cinema), che durò anche per tutti i Mondiali 2006.

La sera della finale rifiutai categoricamente di guardare la partita, non solo per ribellione: la mattina dopo avrei avuto l’orale dell’esame di maturità. A studiare però non ci riuscivo proprio, così finii per guardare un film: Top Gun. Non ne ricordo assolutamente nulla, se non quel che ho visto in Hot Shots! Poi cercai di dormire… inutilmente, ovviamente: l’Italia vinse i Mondiali e i festeggiamenti impazzarono per tutta la notte. Al mattino dopo, per fortuna, i professori erano contenti e stanchi almeno quanto me, così tutto filò liscio.

La mia strada e quella del calcio proseguirono parallele ancora per qualche anno, poi tornarono inaspettatamente ad incrociarsi. Dovetti sottopormi ad un piccolo intervento chirurgico, che però mi lasciò immobilizzata per quasi un anno. Ferma sul divano, non avevo scelta che guardare quello che passava in tv, comprese le partite di calcio: era il 2010, l’anno del Triplete dell’Inter di Mourinho! Questo per me significò vedere ogni singola partita dell’Inter in campionato, in Champions League e in Coppa Italia. Dopo un paio di mesi conoscevo la formazione, le tattiche, i giocatori (a memoria: Julio Cesar, Lucio, Samuel, Stankovic, Pandev, Maicon, Sneijder, Milito, Eto’o, Nagatomo, Pazzini) e tifavo sfegatatamente Inter: in pratica ero tornata bambina. Dopo aver ottenuto i suoi “Tre Tituli” Mourinho, come Mary Poppins, lasciò l’Inter per andare in aiuto di altri bambini in difficoltà: quelli del Chelsea. 

Continuai a seguire il calcio, anche se con meno assiduità, e ancora oggi se c’è l’occasione di vedere una partita la guardo volentieri, soprattutto a livelli alti in cui si può vedere davvero del bel gioco. Ma questo cosa c’entra col cinema?

Ho già raccontato di come il gioco del calcio e il cinema si intreccino talvolta nei miei sogni, proprio come accade sullo schermo, con esiti a volte felici (come in Fuga per la Vittoria) a volte meno felici (come nel recente film italiano La Partita). A volte queste due realtà apparentemente distanti si intersecano in modo inaspettato. Mentre guardavo la finale dei Mondiali 2020, ad esempio, la regia ha mostrato Tom Cruise seduto sugli spalti dell’Inghilterra, accanto a David Beckham con cui si scambiava orgogliosamente un brofist. Ma come?

Ora, tutti quelli che sono già stati qualche volta su Cinemuffin (ma anche quelli che hanno semplicemente guardato la homepage) sanno che io ho un debole per tutto ciò che è inglese. Tuttavia, risaputamente, questo non vale per gli americani, soprattutto per quelli che sono stati Maverick e sono anche “Nati il 4 Luglio”.

Beh, vedere Tom Cruise fare il tifo per l’Inghilterra anziché per l’Italia, quando tra l’altro era stato da poco a Roma per girare il nuovo Mission: Impossible, mi ha intristito molto più di quanto potessi pensare. Ma come, io che ho perso la vittoria dell’italia del 2006 per guardare te svolazzare nel blu dipinto di blu, e ora ti trovo a fare il tifo per gli avversari?

Mi è stato fatto notare che se fosse stato seduto tra i tifosi italiani forse lo avrebbero preso a botte all’uscita, e io certo non vorrei questo. E anche che forse era capitato allo stadio senza nemmeno rendersene conto, proprio come non si era reso conto di aver recitato in quel film di vampiri (per capire meglio questa battuta vedere assolutamente il film Bowfinger con Steve Martin e Eddie Murphy).

Però ci sono rimasta male, ecco.

Mi sono subito consolata con la voce della commentatrice tecnica, Katia Serra, ex calciatrice. Devo ammettere che all’inizio facevo fatica ad abituarmi ad una telecronista donna, abituata come sono a sentire da sempre solo voci maschili, non per le sue parole, ma proprio per la voce: pensavo sempre che qualcuno avesse acceso la tv su un altro canale nella stanza accanto. Però Katia ha mostrato non solo grande competenza e affiatamento con il collega, ma anche una grande passione (senza mai scadere nel ridicolo come alcuni commentatori di Sky, permettetemi). Nessuna più di me, con i miei trascorsi infantili a bordo campo, può essere più soddisfatta dell’ingresso delle donne anche nel mondo del calcio maschile, come commentatori e come arbitri. La telecronaca poi è un racconto, così come lo è un film: ed ecco che il cerchio si chiude.

Per concludere: meglio una bella partita di un brutto film; e in entrambi i casi, sempre meglio che pettinare le bambole.

Notte Horror – Future Animals

Quest’anno ho l’onore di inaugurare assieme al mitico Cassidy l’ottava edizione del ciclo Notte Horror: fino all’inizio del mese di Settembre ogni Martedì troverete su tanti fantastici blog le recensioni di film spaventosi (o, come nel mio caso, brutti da far spavento) per rendere più eccitante la vostra estate: tenete d’occhio il calendario e non perdetevene neanche uno!

Per prima cosa, se ancora non l’avete fatto, correte su La Bara Volante a leggere la recensione di Cassidy del film Society. E va bene, potete aspettare la fine della partita..

Quando avete letto (prendetevi tutto il tempo che serve per il post, ne vale sempre la pena!) tornate qui su Cinemuffin: stasera parliamo dei nostri amici animali!

Il filone cinematografico che racconta di animali che, per qualsivoglia motivo, si ribellano all’essere umano, è insospettabilmente ricco e, qualitativamente parlando, assai eterogeneo: si va da un capolavoro come Gli Uccelli di Alfred Hitchcock (1963) allo scalcinato Birdemic (2010); dal primo blockbuster estivo della storia, Lo Squalo di Steven Spielberg (1975), allo scult Mega Shark Versus Giant Octopus (2009). Nel corso dei decenni chi come me coltiva questo guilty pleasure ha avuto la gioia di assistere ad attacchi di innumerevoli specie animali, talvolta anche mutate e/o ibridate in vari modi: uccelli, pipistrelli, topi, squali (i miei prediletti), api, coccodrilli, formiche, ragni, serpenti, tafani, pecore… Ma in genere, ciascun film si occupa di una determinata specie del regno animale, che per qualche motivo (radiazioni cosmiche, esperimenti scientifici, esposizione a sostanze chimiche) smette di vedere l’essere umano come vertice della catena di comando (e alimentare). Cosa succederebbe, invece, se TUTTI gli animali si ribellassero all’uomo?

L’incipit di Future Animals, in originale Day of the Animals (chissà come mai la traduzione italiana è un altro titolo in inglese) ma conosciuto anche come Something Is Out There (“C’è Qualcosa Là Fuori”) ci spiega come tre anni prima (siamo nel 1977) due scienziati, l’americano Frank Sherwood Rowland e il messicano Mario Molina, avessero ipotizzato che i gas clorofluorocarburi utilizzati nei frigoriferi e come propellente nelle bombolette spray (ad esempio la lacca per capelli) potessero danneggiare la fascia d’ozono; senza la protezione fornita dall’ozono, quantità pericolose di raggi ultravioletti possono raggiungere la Terra. Il film ci racconta che cosa POTREBBE accadere nel prossimo futuro se l’uomo non facesse nulla per proteggere la fascia d’ozono. Sebbene i loro studi abbiano poi portato Rowland e Molina a vincere il premio Nobel per la Chimica nel 1995, da un po’ di tempo io non sento più parlare del buco nell’ozono, mentre quando ero piccola mi avevano convinta che ogni donna che usasse la lacca spray per capelli fosse un cattivo essere umano; quello che è certo è che, almeno fino ad oggi, non si sono verificati gli eventi predetti in questo film, e purtroppo per il regista William Girdler, nonostante i suoi buoni propositi, nessuno gli ha mai assegnato un premio qualsivoglia per Future Animals. Andiamo a vedere perché.

Qual era il maggior punto di forza del film di Hitchcock Gli Uccelli? Secondo me, il fatto che non venisse mai spiegato il motivo per cui volatili di specie diverse (in particolare corvi e gabbiani) decidessero all’improvviso di attaccare gli esseri umani. Girdler però nell’impostare il suo film non guarda ad Hitchcock, perché ha un messaggio importante da trasmettere al suo pubblico (“non contribuite ad allargare il buco nell’ozono”), quindi fin dalla sigla ci mostra didascalicamente e ripetutamente che c’è una connessione tra il sole, o meglio i suoi raggi ultravioletti, e l’inedita aggressività degli animali.

I titoli di testa di Future Animals sono un montaggio alternato di inquadrature di animali e del sole (molto fastidiose, queste ultime, alla lunga) che la musica di Lalo Schifrin dovrebbe, in teoria, rendere sinistre. Il compositore, già autore di tante colonne sonore per il cinema e per la tv (suo, ad esempio, il celebre motivetto di Mission:Impossible), qui non dà sicuramente il suo meglio, ma poiché non è certo l’unico non sarebbe giusto fargliene una colpa: rendere dignitoso questo film sarebbe stata, anche per lui, una vera missione impossibile.

Al termine dei titoli, senza tanti preamboli, ci viene presentato il protagonista, Steve Buckner, interpretato da Christopher George, che dopo un esordio promettente in cui affiancava John Wayne nel western El Dorado si era dato ai telefilm e al genere horror. Il nostro Steve si guadagna da vivere accompagnando in gita gruppi di volenterosi che desiderano allontanarsi per qualche giorno dalla vita frenetica della città e rinfrancarsi nel contatto con la natura. Il punto di partenza per queste gite è un paesino in cui vediamo su tutte le insegne il nome “Murphy”. Avete presente Mezzogiorno e Mezzo di Fuoco di Mel Brooks, in cui tutti gli abitanti di Rock Ridge si chiamano Johnson e alle assemblee cittadine si sentono frasi come: “Howard Johnson ha ragione a dire che Randy Johnson ha ragione”? Ecco, qui i tutori della legge, anziché lavorare in ufficio, passano tutto il tempo al pub, che naturalmente si chiama “Da Murphy”: la legge di Murphy insomma. Mentre il gruppetto del giorno si prepara per la partenza, sotto gli occhi attenti di tutto il paese (probabilmente, per quel minuscolo paesino sperduto tra le montagne dell’Alta Sierra californiana, le comitive sgangherate di Steve erano l’evento dell’anno), lo sceriffo (interpretato da Michael Andreas) commenta: “Non ho mai visto un gruppo come quello”, per sottolineare che quell’insieme eterogeneo di persone è davvero scalcinato. Il gruppo in partenza è composto da undici persone (se siete un minimo in confidenza con questo genere di film, sapete già benissimo che non tutti e undici torneranno indietro). Tra queste, solamente Daniel Santee (Michael Ansara), il nativo americano, sembra essere già conosciuto da Steve: durante il film li vedremo sempre solidali e complici ma non ci viene spiegato altro sul loro rapporto. Girdler è così: didascalico fino a diventare buffo oppure ellittico in modo irritante, senza compromessi.

C’è poi la bella giornalista televisiva Terry (Lynda Day George), che inizialmente rifiuta la corte sfacciata di Steve ma poi, dopo aver visto alcuni compagni morire tra grandi sofferenze, ci ripensa: questo, oltre ad essere un cliché narratologico, potrebbe avere a che fare col fatto che Lynda e Christopher George, nella vita, erano marito e moglie; insieme i due hanno recitato in diverse pellicole horror. Troviamo poi due coppie, una più giovane e in pieno incanto dell’innamoramento composta da Beth (Kathleen Bracken) e Jimmy (Andrew Stevens), che sia IMDB che Wikipedia chiamano erroneamente “Bob”, e una in piena crisi formata dal gentile Frank (John Cedar) e dalla moglie Mandy (Susan Backlinie) che non si fa alcun problema a lavare in pubblico tutti i loro panni sporchi. Nella combriccola c’è anche un ragazzino, John (Bobby Porter, destinato a un grande futuro da stuntman), accompagnato dalla lamentosa madre Shirley (Ruth Roman) che continua a ripetere come sarebbe dovuto essere il padre, e non lei, ad accompagnare John in quella scampagnata. Chiudono la formazione il professor Macgregor (Richard Jaeckel), appassionato di fotografia e di animali (destinato a vedere animali selvatici molto da vicino senza però avere il tempo di fotografarli) e Roy Moore (Paul Mantee), un ex giocatore di football malato di cancro che, nonostante sia costretto a servirsi di un bastone per camminare, vuole dimostrare di essere ancora fisicamente abile. Ho lasciato per ultimo l’attore più interessante (nonché il motivo principale per cui ho deciso di vedere questo film): Leslie Nielsen, qui lontanissimo dai ruoli comici che lo hanno reso famoso qualche anno più tardi in film come Una Pallottola Spuntata e L’Aereo più Pazzo del Mondo. In Future Animals infatti Nielsen interpreta Paul Jenson, il personaggio più sgradevole del gruppo, che non fa alcun tentativo di essere simpatico ma anzi insulta tutti quanti spesso e volentieri, dando dell’incapace alla guida, facendo apprezzamenti poco eleganti sulle sue compagne escursioniste e mancando in continuazione di rispetto a Santee e alle sue origini. Se per caso in questo gruppo avete riconosciuto qualche volto familiare, probabilmente siete (come me) grandi fan della Signora in Giallo: infatti ben otto di questi attori sono comparsi almeno in un episodio di Murder She Wrote. Leslie Nielsen è comparso in due episodi, mentre Ruth Roman interpretava la mitica Loretta, la parrucchiera pettegola di Cabot Cove! Ma non illudetevi: le avventure di Jessica Fletcher qualitativamente sono ben al di sopra di Future Animals!

Ora che vi ho presentato i personaggi vi invito a capire chi di loro sarà la prima vittima degli animali ribelli. Dopo aver formulato la vostra ipotesi potete, a vostra discrezione, proseguire con la lettura di questo post (che d’ora in avanti conterrà alcuni SPOILER) oppure guardare il film (disponibile su Amazon Prime Video) per verificare la vostra previsione. Scritto il nome del morituro consegnate il foglio al notaio e proseguiamo nel racconto.

Nel momento in cui i nostri salgono sugli elicotteri già ci accorgiamo di qualcosa che non quadra (oltre al fatto che prima del decollo appoggiano semplicemente i loro bagagli sui pattini dell’elicottero): gli escursionisti partono con zaini e sacchi a pelo ma senza cibo. Il programma infatti prevede che i ranger lascino del cibo per loro in una capanna in mezzo al bosco. Non so voi, ma io, con queste premesse, non partirei mai a poi mai, non senza almeno qualche dozzina di muffin per sicurezza. Inoltre lo sceriffo ha avvertito Steve di stare in guardia perché si sono già verificati alcuni strani incidenti. Ma Steve non ha paura di niente e si incammina con uomini, ragazze, donne, bambini e malati al seguito, stabilendo la sua expertise mostrando ai cittadini qualcosa di sorprendente: dentro le pigne ci sono i pinoli! Ben presto gli animali iniziano a seguire il gruppetto, coordinati da un’aquila che, a quanto sembra, è il capo di tutte le bestie selvatiche. I rapaci iniziano a radunarsi intorno al gruppo; quando un grifone si avvicina troppo al piccolo John (colpevole di aver recidivamente lanciato sassi), tutti iniziano ad avere paura.

Nel frattempo, da Murphy, la televisione sta trasmettendo un comunicato: tutti gli animali che vivono sopra i 1500 metri si stanno comportando in modo strano. Allarmato da quella notizia, lo sceriffo si fa portare una fetta di torta di mele con il gelato. Intanto i nostri eroi si sono imbattuti in un accampamento completamente vuoto e con l’aria di essere stato abbandonato in fretta (le tende sono aperte e il fuoco è acceso); Steve decide che la cosa migliore da fare è accamparsi proprio lì, perché agli altri campeggiatori, quando torneranno, farà senza dubbio piacere la loro compagnia. Ma naturalmente non si vede anima viva, nemmeno al calar della notte. I nostri sono perennemente tenuti sotto controllo dai gufi (che a differenza di quanto ci insegna David Lynch sono proprio quello che sembrano: gufi) e a notte fonda i lupi attaccano il gruppo, accanendosi su Mandy. Nonostante siano disarmati, gli uomini riescono a respingere i lupi: Mandy è ferita ma soprattutto in stato di shock. Al mattino Steve elabora il piano più idiota possibile per gestire la situazione: Mandy, ferita e sotto shock, raggiungerà con il marito Frank la stazione dei ranger e chiederà di inviare un elicottero per recuperare il resto del gruppo, visto che la scampagnata è ormai irrimediabilmente compromessa. Ma come? La ragazza ferita mandata a chiedere soccorso per quelli che invece stanno benone, senza nemmeno una mappa? Dividere il gruppo, senza nemmeno accordarsi sul punto in cui gli elicotteri dovrebbero eventualmente andarli a prendere? Nessuno però ha obiezioni a questo folle piano, e il gruppo si divide. Prima che Shirley metta fuori uso la radio, Steve riesce a capire che gli animali stanno attaccando l’essere umano un po’ ovunque e che la situazione è davvero seria. Lo capiscono anche Frank e Mandy, che è rimasta senza forze ma continua a insultare il marito. Madre natura non tollera certe intemperanze: gli uccelli attaccano Mandy (non Frank) e la spingono giù da un dirupo. Gli animali saranno anche resi feroci dai raggi ultravioletti, ma quando è il momento di uccidere sanno distinguere benissimo i buoni dai cattivi, e una donna che insulta il marito in pubblico e rifiuta di dormire con lui è senza dubbio cattiva.

Questa prima morte (chi l’ha indovinata?) non dovrebbe sorprendere: Susan Backlinie, l’attrice che interpreta Mandy, era stata la primissima vittima anche nel film Lo Squalo appena due anni prima. A Frank non resta che procedere da solo verso valle per cercare aiuto, mentre il resto del gruppo ha raggiunto quello che doveva essere il punto di rifornimento solo per scoprire che gli animali hanno razziato tutto il cibo. Frank intanto ha trovato nel bosco una bambina, sola e sotto shock, e ha deciso di portarla con sé per proteggerla. 

La bambina è interpretata da Michelle Stacy, che in quello stesso anno farà pace con gli animali dando la voce a Penny nel cartone Disney Le Avventure di Bianca e Bernie. Arriva di nuovo la notte e lo sceriffo viene svegliato da una telefonata del suo vice: è arrivato l’esercito, bisogna evacuare immediatamente il paese. Per tutta risposta lo sceriffo va in cucina e tira fuori il tacchino dal frigorifero: non si può evacuare a stomaco vuoto, lo sanno tutti. Ma qualcun altro mostra grande interesse per gli avanzi: i topi, con dei balzi fenomenali, attaccano lo sceriffo ferendolo al volto. A questo punto il tutore della legge capisce che forse è il caso di fare qualcosa e sveglia la moglie. In paese rimangono solamente lo sceriffo e i suoi uomini per aiutare l’esercito e rintracciare, l’indomani, tutti gli escursionisti. Mentre i militari evacuano il paese, Steve e gli altri subiscono un nuovo attacco, stavolta dai puma. 

Per quanto riguarda le riprese con gli animali, il regista si è limitato a riprenderli mentre si facevano gli affari loro per poi renderli protagonisti di arbitrarie soggettive come se stessero spiando gli esseri umani e complottando; meglio non parlare delle scene con incontri più ravvicinati in cui vengono usati pupazzi e peluche vari; Girdler però doveva essere almeno in parte consapevole dei suo limiti, perché da un certo punto in poi, per sottolineare la drammaticità della situazione, ha chiesto al suo direttore della fotografia Robert Sorrentino di rappresentare tutto sempre avvolto dalla nebbia, per cui in un attimo si passa dall’Alta Sierra alla Val Padana.

Il mattino dopo alcuni escursionisti presentano escoriazioni sul viso: i raggi ultravioletti del sole, non più filtrati dalla fascia d’ozono, non solo rendono aggressivi gli animali ma ustionano la pelle. Esasperati, sfiniti, senza armi nè cibo, gli escursionisti iniziano a dubitare della competenza di Steve; Paul (Leslie Nielsen) si propone come nuovo leader e il gruppo si divide in due. Santee commenta con un antico proverbio indiano: “Ciascuno si cuoce nell’acqua sua” (in inglese “You can’t save a fool from himself”, “Non si può salvare un pazzo da se stesso”, che suona leggermente meno scemo). Paul, che fin dall’inizio era stato arrogante, prepotente e irrispettoso, col passare del tempo diventa sempre più dispotico e violento, fino alle conseguenze più estreme: i raggi ultravioletti infatti hanno effetto su tutti gli animali, compreso l’uomo. Il regista non ha remore nel calcare la mano per far arrivare allo spettatore il suo messaggio: se non agiamo subito, il buco nell’ozono avrà conseguenze nefaste per tutti noi! Peccato che basti l’acconciatura sempre perfetta di Linda Day George, ottenuta senza dubbio grazie a massicce dosi di lacca, a sbugiardarlo.

Non vi racconterò il finale nei dettagli, nel caso (improbabile) aveste ancora voglia di vedere Future Animals. Vi descrivo solo, in ordine sparso, alcuni avvenimenti comicamente rilevanti: da un inquadratura del dettaglio si scopre che Terry (la giornalista televisiva) aveva portato i tacchi per tutto il tempo; qualcuno affronterà un orso bruno in corpo a corpo; un cameraman comparirà in uno specchietto retrovisore; qualcuno griderà “Muoio!” mentre muore; il professore fornirà un’eloquente spiegazione scientifica della condizione umana e dell’ineluttabilità della morte iniziando con: “Una volta c’erano solo i pesci”. Se questi eventi vi incuriosiscono, allora buona visione!

Inspiegabilmente, dopo questo film (cui Paolo Mereghetti assegna appena una stella nel suo eminente dizionario del cinema), l’anno successivo il regista William Girdler ha ottenuto i fondi per realizzare un nuovo film, e poiché squadra che vince (?) non si cambia, ha richiamato gran parte del cast di Future Animals, con l’aggiunta eccellente di Tony Curtis, per girare Manitù – Lo Spirito del Male, in cui una signora si accorge di avere un’escrescenza che le cresce sul collo ma che è in realtà uno sciamano indiano morto secoli prima che cerca di tornare nel mondo dei vivi… ma di questo parleremo alla Notte Horror del prossimo anno! Per quest’anno, invece, il prossimo appuntamento è Martedì 13 Luglio alle ore 21.00 sul Bollalmanacco del Cinema con il film La Casa 4: Witchcraft. Non mancate o gli animali vi mangeranno per primi!

Voto: 1 Muffin (forse sarebbe potuto arrivare a due se si fosse preso un po’ meno sul serio)

Ho Sognato Mel Brooks

Tre giorni fa è stato il novantacinquesimo compleanno di Mel Brooks, il regista di alcuni autentici capolavori del cinema comico. La ricorrenza è stata festeggiata in grande stile da Sam Simon, che nel suo blog ha parlato di uno dei film forse meno conosciuti del regista, Che Vita da Cani!, e da Cassidy, che sulla sua Bara Volante ha invece trattato il film più famoso di Mel Brooks, Frankenstein Junior. Per quanto riguarda me, ho già accennato alla mia devozione per Mel Brooks e al suo film che preferisco su tutti, Silent Movie (in italiano L’Ultima Follia di Mel Brooks): per fare un film muto nel 1976 e intitolarlo “Film Muto”, non puoi che essere un pazzo o un genio. Io non ho alcun dubbio: genio! Io leggo i due blog sopracitati ogni giorno, e il 28 Giugno non ha fatto eccezione: in seguito a questa ubriacatura celebrativa di post su Mel Brooks, ho fatto un sogno su di lui.

Il sogno in realtà non era iniziato bene: avevo scoperto che, in una palestra molto vicina a casa mia, avevano organizzato un superdomino umano: messe in fila decine di persone, ciascuna legata ad un materasso, facendo cadere la prima le altre poi la seguono una dietro l’altra, come succede appunto con le tessere del domino. Queste cose, per chi non lo sapesse, vengono fatte veramente: su Youtube potete trovare diversi video del genere. Io stessa, in quei mesi di lockdown in cui le giornate sembravano non passare mai (soprattutto per chi aveva bambini piccoli), ne ho realizzati un paio di cui vado molto fiera, uno che attraversava l’intero appartamento e uno fatto invece con i libri (perché la cultura è importante). Nel mio sogno mi arrabbiavo moltissimo perché non solo non ero stata invitata a partecipare, ma non mi permettevano neppure di assistere! Altro che forze del male avrei invocato! Per fortuna in quel momento incontravo Mel Brooks, che mi rivelava di essere un grande estimatore di Cinemuffin. “Lo leggo sempre” mi diceva “è molto divertente!”. Detto da Mel Brooks, capite che è il più grande complimento del mondo!

“Cinemuffin!!”

U: Solit – Udine

U – SOLIT – UDINE

Trovo che sia meraviglioso il modo in cui le nostre passioni (nel mio caso, inutile dirlo, il cinema) possano avvicinare tra loro persone completamente diverse, che magari non si sarebbero mai neppure rivolte la parola se non si fossero trovate sedute vicine in una sala cinematografica o in coda per farsi firmare un autografo. Io mi ritengo una persona molto fortunata perchè sono riuscita nel corso degli anni a mantenere molte delle amicizie a cui tenevo di più. Tra queste una mia cara amica conosciuta a soli quindici anni sui banchi di scuola cui mi riferirò col suo titolo nobiliare “Contessa Arruffapopoli“. È davvero difficile immaginare due ragazze più diverse di noi per idee politiche, modo di vestire, scelta degli hobby, degli amici e dei passatempi (non sempre dei ragazzi, tuttavia, e questo portò all’unico e solo screzio tra di noi): ma proprio per questo, in questi anni, abbiamo avuto modo di arricchirci a vicenda di esperienze che, da sole, di certo non avremmo mai fatto, e di allargare l’una gli orizzonti dell’altra. Alla base di tutto, certo, abbiamo sempre avuto in comune l’amore per le famigerate materie umanistiche (che ci portò ad attraversare assieme prima il liceo classico e poi la facoltà di lettere), letteratura, teatro, e anche cinema. Fu così che decidemmo di prenderci qualche giorno tutto per noi e partecipare al FEFF (Far East Film Festival) di Udine insieme. Prenotammo un piccolo B&B e partimmo, entusiaste e curiose. Eravamo partite con un giorno di anticipo per avere il tempo di visitare la città, ma Udine si rivelò una delusione, una cittadina piccola e con poche attrattive, giusto appena animata da alcune bancarelle a tema orientale in occasione del festival. Avremmo dovuto sospettarlo quando, arrivando dalla stazione verso il centro, ci imbattemmo in una gigantesca scritta su un muro: SOLIT – UDINE. Insomma, più chiaro di così… Poi iniziò il festival, e per quattro giorni non ci fu più tempo per niente altro, a malapena per mangiare. Le proiezioni  iniziavano alle dieci del mattino e continuavano senza soluzione di continuità (giusto un’oretta scarsa per il pranzo) fino a sera. Fu un’esperienza immersiva stupenda, di quelle che poi, una volta messa su casa e famiglia, diventano un’utopia. Vedemmo film belli e brutti, divertenti e tristi, violenti e romantici… si passava da un genere all’altro, da un paese orientale all’altro, senza respiro. Ricordo che, mentre passavamo come al solito di fretta da una sala all’altra, dissi alla Contessa Arruffapopoli: “Finora il film che mi è piaciuto di più è stato quel drammone vietnamita… quello che abbiamo visto l’altro ieri…”. La mia amica mi guardò sorniona e mi corresse: “Guarda che lo abbiamo visto stamattina!”. In contesti del genere il tempo si dilata, e si finisce per perderne completamente la cognizione. Ritornammo a casa stordite, un po’ confuse, ma sicuramente felici e soddisfatte dell’esperienza. Ritentammo l’anno successivo, ma lo sciopero dei treni ce lo impedì. Così quei quattro giorni restano unici e memorabili, come esperienza culturale senza dubbio ma anche come tassello di una grande e duratura amicizia. Alla faccia della solit-Udine.

Malcolm

In quest’epoca d’oro per le cosiddette “couch potatoes”, le “patate da divano”, coloro che passano volentieri l’intera giornata stesi sul divano a guardare la tv e mangiare patatine, in cui le proliferanti piattaforme streaming hanno messo a disposizione di tutti una scelta fino a qualche anno fa inimmaginabile di film, cartoni animati e serie tv, sembra impossibile che ci siano ancora prodotti introvabili. Non mi riferisco a quei vecchi film che erano introvabili già da decenni (l’indefesso inseguimento di Papà Verdurin dei film di Robert Mulligan temo non avrà mai fine), ma alle serie tv del passato recente che, incredibilmente, non sono disponibili su nessuna delle piattaforme più diffuse, nonostante il grandissimo successo di pubblico riscosso.

Una di queste è la serie Malcolm, andata in onda negli Stati Uniti dal 2000 al 2006 e da noi (con il classico ritardo) dal 2004 al 2008 su Italia 1. Ci sono diversi motivi per ricordare questa serie, in cui ogni puntata si apriva con la simpatica canzone Boss of Me dei They Might be Giants. La prima cosa a colpire quando la si guarda per la prima volta è il fatto che il protagonista, il giovane Malcolm, spesso guarda in macchina e si rivolge direttamente allo spettatore per commentare ciò che gli sta accadendo. Oggi questa rottura della quarta parete nelle serie tv ci sembra normale perchè l’abbiamo vista in moltissime serie recenti (Ned: Scuola di Sopravvivenza ma soprattutto l’acclamatissima Modern Family, prima che nel film Enola Holmes, solo per citarne alcuni), ma tutto è iniziato con Malcolm. Ricordo anzi che all’epoca mi faceva un po’ impressione, all’inizio, vedere il faccione di Frankie Muniz (l’attore che interpreta il protagonista) inquadrato in primo piano che commentava la sua vita, spesso in toni lamentosi.

Una volta superato il primo shock, però, si scopre una serie molto ben fatta e soprattutto divertentissima, che infatti ha ottenuto diversi premi e riconoscimenti. Il titolo originale della serie è Malcolm in the Middle, cioè “Malcolm nel mezzo” in riferimento al fatto che il protagonista, alle prese con i classici problemi adolescenziali, sia il figlio di mezzo in una famiglia con quattro figli maschi, di cui il maggiore, Francis, viene presto mandato all’accademia militare nel tentativo di domare il suo spirito ribelle e combinaguai. Nel corso delle stagioni la famiglia Wilkerson crescerà con la nascita di un quinto maschietto, Jamie, che già in tenerissima età darà del filo da torcere a genitori e fratelli. Tutti i personaggi della serie, anche se non sono molto realistici, sono ben caratterizzati. Ho già accennato alla propensione di Francis per i guai e i colpi di testa. Reese invece è un sempliciotto svogliato e con atteggiamenti da bullo. Malcolm, con le sue mille manie, insicurezze e idiosincrasie, cerca di barcamenarsi tra la sua stramba famiglia e il mondo complicato dell’adolescenza. Dewey, il piccolino di casa fino alla nascita di Jamie, è incredibilmente intelligente per la sua età ma viene sempre ignorato dagli altri membri della sua famiglia, troppo impegnati in discussioni e bisticci. I genitori di Malcolm sono una coppia esplosiva con dinamiche credibili (anche se portate spesso all’eccesso, come quasi tutto in questa serie) ed esilaranti. La madre Lois è una maniaca del controllo che si scalda facilmente, mentre il marito Hal cerca di trovare un equilibrio tra i suoi isterismi e le esigenze della prole. Hal è interpretato da un attore allora poco conosciuto ma che oggi è famosissimo: Bryan Cranston, attore salito alla ribalta con la serie Breaking Bad che, in Malcolm, può esibire tutto il suo grande talento comico (e anche canoro in un paio di occasioni). Bryan Cranston è sicuramente il membro del cast che ha avuto la carriera più sfolgorante, mentre Frankie Muniz, dopo un paio di titoli per il giovane pubblico come agente Cody Banks, è sparito dai radar, salvo comparire in un paio di film della serie Sharknado. Più ci penso e più mi sembra strano che una serie che ha cambiato le regole della serialità, che è stata più volte ripresa e copiata (la serie The Middle, fin dal titolo, ne è la copia carbone) e che ha un cast così talentuoso non venga replicata a ciclo continuo in televisione e non sia in primo piano su almeno una delle principali piattaforme streaming. Mi auguro che gli omaggi diretti a Malcolm visti recentemente nell’unica parte godibile della serie Marvel Wandavision (cioè quella girata in stile sitcom) possano smuovere un po’ le cose e riportare alla luce questa serie esilarante.

Men in Black: International

Anno: 2019

Regia: F. Gary Gray

Interpreti: Chris Hemsworth, Tessa Thompson, Liam Neeson, Emma Thompson, Rebecca Ferguson

Dove trovarlo: Netflix

Come tutti, nel 1997 mi sono innamorata del film Men in Black di Barry Sonnenfeld che miscelava perfettamente azione e umorismo dando vita a un mondo molto ben pensato in cui gli alieni non solo esistono, ma vivono in mezzo a noi sulla Terra sotto mentite spoglie; esistono però anche altri alieni meno amichevoli, con i quali, quando la diplomazia fallisce, è necessario imbracciare le armi. Tutti questi complicati rapporti intergalattici vengono gestiti sulla Terra da un’organizzazione segretissima, i Men in Black, che gestiscono le varie specie aliene e proteggono i terrestri. E li proteggono, naturalmente, tenendoli all’oscuro di tutto. Questo bellissimo film non solo ha avuto un grande successo, ma è proprio entrato nell’immaginario collettivo: oggi tutti sanno cosa significa “sparaflashare”, sanno riconoscere gli uomini vestiti di nero con occhiali da sole e sanno che le vere notizie si trovano nei giornaletti scandalistici. Inoltre, a tutti noi è capitato di pensare che se l’insegnante di matematica delle media fosse stato un alieno si sarebbero spiegate moltissime cose, e che se il nostro vicino di casa Luciano si comporta in modo strano probabilmente è perché un alieno ha preso il suo posto e indossato un Luciano-abito. Naturalmente un film che ottiene un tale successo non può che generare dei seguiti. Nel 2002 lo stesso Sonnenfeld dirige di nuovo la grandiosa coppia Will Smith e Tommy Lee Jones in Men in Black 2, che però non ha neanche lontanamente l’acume e lo spirito dell’originale. Il terzo capitolo, diretto ancora da Sonnenfeld nel 2012, devo averlo visto ma non ne conservo alcun ricordo, segno che forse non era così fantastico. Ma questo non impedisce alla Sony di mettere in cantiere uno spin-off, ed ecco come nasce questo quarto capitolo della saga degli uomini in nero, Men In Black: International, che chiarisce come i Men in Black non siano un’organizzazione prettamente statunitense ma abbiano invece sedi e agenti in tutto il mondo.

La nostra storia inizia a New York, dove la piccola Molly si ritrova un piccolo alieno variopinto in camera e lo aiuta a scappare; subito dopo assiste alla cancellazione della memoria dei suoi genitori da parte di due uomini vestiti di nero. Da quel momento l’obiettivo della vita di Molly (Tessa Thompson)  diventa scoprire la verità ed entrare a far parte di quella misteriosa organizzazione, di cui nessuno sa nulla, ma che lei sa esiste davvero. Grazie alla sua determinazione Molly riesce a individuare la sede dei Men in Black e a introdurvisi: colpita dalla sua perseveranza e dal suo entusiasmo, l’agente O (Emma Thompson) decide di darle una possibilità e la manda nella sede di Londra come agente in prova. Qui Molly, ora Agente M, incontra il capo, High T (Liam Neeson) e l’affascinante agente H (Chris Hemsworth), il più abile ma anche il più indisciplinato della sua sezione. Molly convince H a portarla con sé nella sua missione successiva, convinta di poter dimostrare di avere tutte le qualità per diventare un agente a tutti gli effetti. Il compito sembra molto semplice: far divertire Vungus, un giovane alieno di stirpe reale grande amico di H. Ma qualcosa va storto, due alieni sconosciuti e molto potenti li attaccano: mentre H combatte, Vungus, ferito a morte, affida a M un oggetto misterioso e la avverte che c’è una spia nei Men in Black. Ora Molly dovrà capire che sono gli assassini di Vungus e perché lo hanno ucciso, cosa sia l’oggetto misterioso e, soprattutto, di chi si può fidare all’interno dei Men in Black.

Il regista F. Gary Gray, che nasce come autore di videoclip, ha già mostrato di trovarsi a suo agio nei film d’azione spettacolari (The Fate of the Furious) ma anche in quelli più ironici (Be Cool), e infatti non si può certo dire che il film manchi di inseguimenti adrenalinici; il comparto effetti speciali fa un ottimo lavoro a tutti i livelli, dalle creature aliene (alcune non molto originali ma comunque ben fatte) agli effetti bullet time (più che altro si usa il rallentatore per godersi di più la camminata sciolta di Chris Hemsworth, ma non mi lamento).

Purtroppo però la trama e i personaggi non sono altrettanto curati. Per quanto riguarda la storia, onestamente ci sto pensando da un paio di giorni e ancora non ho compreso come mai gli Hive (alieni cattivi) non abbiano distrutto la Terra la prima volta e per quale motivo abbiano deciso di piazzare invece una loro spia. Se avevano bisogno di impadronirsi dell’arma, come mai gli altri alieni invece la volevano per difendersi da loro? Significa che gli Hive erano già adeguatamente armati…E perchè Vungus porta l’arma proprio sulla Terra se sa che c’è una spia, mettendo così l’intero pianeta in pericolo? Insomma, forse io sono lenta di comprendonio, ma in questa scaramuccia intergalattica qualcosa non torna (e si capisce da subito chi sia la spia, comunque). Ma tutto questo guazzabuglio spaziale si potrebbe perdonare, se solo i due protagonisti funzionassero, invece sono due personaggi pensati male che quindi interagiscono malamente tra di loro. H sembra, a detta di tutti, essere cambiato dopo la battaglia contro gli Hive di alcuni anni prima: ma cambiato come? Come era prima? E cambiato perché? Tutto questo, anche alla luce di ciò che si scopre su quello scontro, non ha senso. Molly invece ha dedicato la sua vita a studiare lo spazio e le forme di vita aliene, tanto da possedere strumentazione sofisticatissima per individuare gli extraterrestri in arrivo sul pianeta. Eppure, quando entra finalmente nei Men in Black, cosa fa? Mente ad H, fingendo di sapere cose che non sa, per poter andare in missione con lui. Perché? Non mi sembra che attaccarsi alla gamba dell’agente più fico sia un modo dignitoso di fare carriera e dimostrare il proprio valore… Forse si poteva inventare un diverso stratagemma per portarli a cooperare. Poi si capisce che tra i due nasce un sentimento, e anche questo appare forzato. Certo parliamo di due attori, Chris Hemsworth e Tessa Thompson, simpatici e attraenti, che come già si era visto in Thor: Ragnarok insieme funzionano piuttosto bene, ma questo non basta a reggere un intero film che traballa per sceneggiatura, dialoghi e personaggi secondari. Ne escono naturalmente a testa alta Liam Neeson e soprattutto la meravigliosa Emma Thompson, sagace e stilosa al punto giusto. Alla fine del film, però, quello che resta è un gran desiderio di rivedere il primo, inossidabile Men in Black e sparaflasharsi per dimenticare tutti i seguiti (peccato per Chris Hemsworth senza camicia però).

Voto: 3 Muffin (di cui uno è per Chris Hemsworth in pantaloni rosa)

Dare una mano, anzi un indice

Alcuni visitatori di Cinemuffin mi hanno giustamente fatto notare che il blog non era facile da navigare, non esistendo un indice di tutti i titoli trattati. Visto che ormai il blog è attivo da più di un anno e in effetti il numero di titoli di cui ho parlato (o poetato) inzia ad essere importante, mi sono presa un po’ di tempo per creare una pagina indice che, se tutto va come previsto, comparirà sulla barra superiore accanto alle altre pagine del menù. Vi potrete trovare, in ordine alfabetico, tutti i titoli affrontati divisi in film, serie tv, e cortometraggi, con un’ultima sezione speciale dedicata ai film di 007. Scorrete l’indice per cercare il titolo che vi interessa, scovare una recensione che vi eravate persi o rileggere un vecchio articolo.

La terrò sempre aggiornata, prometto.

Buona lettura!

Love, Death & Robots – Vol. 2

Science Fiction… …Double Feature

Dopo il grande successo della prima stagione, Netflix ha prodotto una nuova serie di Love, Death and Robots, che come la prima raccoglie cortometraggi animati molto diversi tra loro per stile dell’animazione, trama e tono, accomunati da uno o più degli elementi che danno il titolo alla serie: Amore, Morte e Robots. I diciotto episodi della prima stagione, usciti nel 2019, avevano conquistato il pubblico per la loro varietà e la loro qualità generale molto elevata; inoltre la formula di radunare cortometraggi molto diversi per origine, produzione e focus si era rivelata vincente, tanto da replicarla in tutto e per tutto, tranne che nel numero di episodi, che questa volta sono solo 8. Tuttavia questa nuova stagione non convince quanto la precedente. Il difetto non è certo nella qualità dell’animazione, che in alcuni episodi è davvero straordinaria, tanto da far dimenticare che quello che si sta guardando è realizzato al computer e non ripreso dal vivo. In altri casi invece si è puntato su stili di animazione più particolari, cui è un po’ difficile abituarsi all’inizio ma che sono comunque segno di una certa dose di creatività. Quello che non convince però sono le trame dei singoli episodi, che a volte partono da un buono spunto ma che impiegano appena quei pochi minuti di durata per sgonfiarsi e lasciare lo spettatore con un “Beh, e allora?” sulle labbra. Come nella prima serie, in tanta varietà ciascuno può trovare l’episodio più affine ai suoi gusti (a me per esempio, che amo molto i racconti che sanno unire acutezza ed ironia, sono piaciuti Servizio Clienti Automatico e quello su un’interpretazione molto originale della figura di Babbo Natale. Il sentimento generale però è che questi nuovi cortometraggi fossero un puro sfoggio di abilità tecnica ma non avessero molto da dire a livello di messaggio per lo spettatore e di espressione artistica. 

Santa Claus is coming to town

Continuate a fare i bravi bambini…

Ben più efficace è stato il lungometraggio I Mitchell contro le Macchine, anch’esso disponibile su Netflix, che ha puntato sull’innovazione visiva unendo la classica animazione al computer con spunti grafici pop, raccontando la storia di una famiglia che risolve i suoi problemi di comunicazione mentre salva il mondo dalla rivolta dei robot. Qui una trama non particolarmente originale viene elevata dal tono ironico, dallo spessore realistico dei personaggi e dall’originalità formale (non solo lo stile dell’animazione ma anche le scelte di “montaggio” e la colonna sonora). Io mi sono innamorata dei due robot che, resisi conto di essere stati danneggiati e quindi di rischiare la distruzione, decidono (forse in un’interpretazione originale della terza legge della robotica di Asimov) di fingersi esseri umani, con risultati davvero esilaranti. Consiglio quindi a chi sia rimasto deluso da Love, Death and Robots di rifarsi gli occhi con I Mitchell contro le Macchine, anche se lo ha già visto: garantisco personalmente che il film rimane divertente anche dopo molteplici visioni ripetute.