O – Humphrey Bogart in Omaggio

C’era una volta, in centro città, dove ora sorge un inutile Luis Vuitton, un negozio di cd e dvd chiamato Ricordi, in cui ero solita trascorrere moltissimo tempo e spendere moltissimi soldi. Ci passavo i pomeriggi, sola o con gli amici, ci passavo le mattinate quando bruciavo scuola, ci compravo quasi tutti i regali. E in alcune, rare ma stupende occasioni, ci andavo con mio padre, cioè colui che aveva instillato in me, fin da piccolissima, la passione per la settima arte. Mentre lui studiava minuziosamente i titoli disponibili, all’eterna ricerca di antichi classici perduti (come per esempio gli introvabili film di Robert Mulligan) io, che conoscevo tutto il negozio a memoria, correvo da una parte all’altra e gli depositavo in mano con nonchalance dvd a manciate, ben sapendo che alla fine me li avrebbe comperati, se non tutti almeno la maggior parte. Ricordo che una volta, alla fine della nostra incursione, arrivammo in cassa con una dozzina di titoli e in aggiunta un bellissimo cofanetto tutto dedicato ad Humphrey Bogart, di cui io all’epoca conoscevo solamente il classicissimo Casablanca, che ben lontano dall’essere un polpettone romantico come potrebbe sembrare è in realtà un film molto coraggioso, intelligente e perfino ironico. Grazie a quel cofanetto invece avrei conosciuto anche il divertentissimo La Regina d’Africa, con una non più giovane ma sempre sublime Katherine Hepburn; Il Mistero del Falco, il noir dei noir, talmente noir che non ci ho capito niente; Il Tesoro della Sierra Madre, il migliore di tutti, un western atipico che è in realtà un ritratto universale dell’avidità e della meschinità umana. Quando fummo alla cassa la commessa era in difficoltà nel trovare il prezzo del cofanetto di Bogart, e mio padre le disse: “Quello è in omaggio se si acquistano dieci dvd”. Il bello è che la ragazza gli credette, e poco ci mancò che ci portassimo a casa il cofanetto gratis per davvero. Ma mio padre, che è l’onestà fatta persona, ridendo le spiegò che aveva solamente fatto una battuta, e pagò il conto. Di sicuro ai giovani oggi sembrerà stranissimo questo bisogno di possedere fisicamente tutti questi film su supporti antiquati e malauguratamente anche deperibili, ma io ci tengo, ancora oggi, a possedere i film più significativi (che non sempre sono i più belli, ammetto) in blu ray, in modo da poterli vedere e rivedere a piacimento, anche in quei terribili e angosciosi momenti in cui salta la connessione internet…

Nouvelle Vague? No Merci!

Mi sono laureata in filologia moderna, ma ho sempre calibrato il mio percorso di studi universitari in modo da seguire tutti i corsi inerenti al cinema che potevo. Questo ha incluso anche un paio di esami di filmologia, una sottospecie di materia umanistica che vorrebbe applicare la psicologia al cinema, con risultati piuttosto inconsistenti. Ma tutto quello che mi permetteva di conoscere nuovi film e nuovi autori andava bene, anche se ancora oggi fatico a credere che lo schermo bianco della sala cinematografica ricordi il candore del seno materno… Decisamente più interessante invece è stato l’esame di storia del cinema, sia la parte storica che quella di tecniche cinematografiche. Il corso, oltre a molti spezzoni,  comprendeva anche la visione integrale di alcune pellicole capitali; e secondo il mio professore, quasi tutte le opere riconducibili al Neorealismo e alla Nouvelle Vague appartenevano a tale categoria. Accettai la cosa con rassegnazione, ben sapendo che per capire davvero l’arte di oggi e di domani bisogna conoscere a fondo quella di ieri, ed ero anzi molto grata al professore che mi costringeva a vedere film che per conto mio non avrei mai scelto ma che erano così importanti dal punto di visto socio-culturale. Detto ciò, io quei film proprio non li sopporto. Noiosi, deprimenti, affettati nella loro pretesa adesione alla realtà, fintamente semplici ma in realtà intellettualmente boriosi, disperatamente patetici ma incapaci di coinvolgere e suscitare davvero empatia… insomma, sarà un mio limite, una mia ignoranza, ma io detesto il Neorealismo e la Nouvelle vague, almeno fino al punto in cui arrivò Vittorio De Sica con Cesare Zavattini e con il suo magico e meraviglioso Miracolo a Milano. Nonostante questo apprezzai molto il corso e l’esame durante la triennale. Con grande gioia poi scoprii che anche il corso magistrale prevedeva un esame di storia del cinema. Stranamente non trovai su internet il programma del corso, perciò dovevo aspettare che il professore ce lo svelasse direttamente alla prima lezione. Quella mattina, come facevo molto spesso, mi ritrovai a fare colazione con i miei compagni di corso al bar di fronte alla facoltà. Il bar ha cambiato più volte gestione durante i miei anni universitari, ma in quel periodo c’era la nostra preferita, quella di due ragazze simpaticissime e gentilissime, che ci facevano sentire proprio come a casa nostra. Una delle due era anche molto appassionata di cinema, e aveva fatto decorare la parete di fondo del bar con una serie di locandine di film, promettendo uno spritz in omaggio a chi li avesse indovinati tutti. Naturalmente mi cimentai, ma purtroppo li indovinai tutti (erano circa una ventina) tranne uno, e così niente spritz. Tra queste locandine c’era anche quella di La casa sul lago del tempo, con Keanu Reeves e Sandra Bullock. Una mattina, entrando nel bar, vidi attaccato al muro con il nastro adesivo un foglio con disegnato un autobus, così chiesi: “Come mai La Casa sul Lago del Tempo è diventato Speed?”. Lei rise e mi disse che ero l’unica ad averlo capito. Quando fu l’ora della mia lezione mi alzai e salutai gli altri dicendo: “Vado al corso di storia del cinema, ma se è sulla Nouvelle Vague ritorno subito”. Andai in aula, mi sedetti in primo banco e tirai fuori carta e penna. Il professore arrivò, si sedette e ci annunciò che il corso di quel semestre sarebbe stato sulla Nouvelle Vague. Rimisi in borsa carta e penna, mi alzai in piedi e lasciai l’aula. Un minuto dopo ero di nuovo al tavolo del bar. Agli sguardi interrogativi dei miei compagni risposi: “Il corso era sulla Nouvelle Vague…”

M – Moulin Rouge!

Ho letto recentemente una riflessione di Paolo Mereghetti sul tema: può il critico cinematografico cambiare idea? Può rivedere drasticamente il suo primo giudizio su un dato film? La risposta, naturalmente, è sì, anche se non è cosa molto frequente: in genere la prima impressione può magari essere leggermente precisata o ricontornata, ma essendo il giudizio critico (idealmente) oggettivo, ovvero dettato da criteri tecnici (abilità degli attori, utilizzo sapiente della macchina da presa e del montaggio, coerenza dei dialoghi…) e non dai gusti personali, difficilmente esso muta completamente di segno. Spesso però i nostri giudizi, riguardo ai film o a qualunque altra cosa, non si basano su criteri così oggettivi, ma su impressioni, sensazioni e gusti personali (anche nel caso non si tratti dei nostri gusti personali). Questo vale, a maggior ragione, nel caso dei pre-giudizi, cioè di quelle valutazioni che noi diamo ad un film prima ancora di averlo visto, e che in definitiva ci fanno decidere se vederlo effettivamente oppure no. In questo caso ogni criterio è allo stesso modo valido, da “quell’attore mi è antipatico” a “adoro i film con gli animali”.

Quando nel 2001 vidi il trailer di Moulin Rouge di Baz Luhrmann lo liquidai come un filmetto romantico strappalacrime e non volli nemmeno vederlo al cinema. Per fortuna una mia cara amica, anche lei grande appassionata di cinema, insistette a lungo perché lo vedessi; per un po’ non volli cedere, ma alla fine accettai di prendere in prestito da lei la videocassetta e, senza alcuna convinzione, iniziai a guardare il film. Innanzitutto, non avevo capito dal trailer che si trattava di un musical: e io adoro i musical! Avevo già la mia buona collezione di colonne sonore, da Jesus Christ Superstar a Grease, da Cantando sotto la pioggia a Cabaret: semplicemente credevo che di musical, ormai, a Hollywood non se ne facessero più, e invece… che bella sorpresa! Forse per l’Italia avevano costruito apposta un trailer che facesse passare questo aspetto un po’ in sordina, poiché nel nostro paese non sono tantissimi gli appassionati del genere musicale, forse anche a causa dell’ostacolo linguistico. Oltre a questo, il film non era affatto un polpettone romantico e smielato: faceva ridere! Già dalla prima scena, in cui Toulouse Lautrec vestito da suora sta mettendo in scena Tutti insieme appassionatamente e un argentino privo di conoscenza precipita nel teatro, mi ritrovai a ridere a crepapelle. Un musical moderno, divertente, che citava in continuazione altri musical, con un cast strepitoso (non ho mai capito come mai non abbiano dato l’Oscar a Nicole Kidman). E una storia d’amore, certo. Infatti alla fine piansi. Sì, dopo aver tanto riso, quando nel finale vidi Satine morire tra le braccia di Christian piansi tutte le mie lacrime, e lo faccio ancora, ogni volta che rivedo il film. Infatti Moulin Rouge divenne uno dei miei film preferiti, presi subito entrambi i cd con la colonna sonora completa, ed è l’unico film che comprai, nel corso degli anni, prima in vhs, poi in dvd e infine in blu-ray. E se tra qualche anno le nuove tecnologie lo renderanno necessario, sono certa che lo comprerò ancora. Per mia fortuna io e la mia amica siamo in contatto ancora oggi (eravamo compagne di scuola e ora portiamo i nostri bambini a giocare insieme al parco), e ancora oggi ogni tanto mi dice: “Ma ti ricordi che neanche lo volevi vedere Moulin Rouge??”

L – Labyrinth, dove (quasi) tutto è possibile

Nella vita sono stata davvero molto fortunata a poter sempre condividere la mia grande passione per il cinema con le persone a me care: primo tra tutti mio padre, che mi ha cresciuta ed allevata nel mito di John Wayne, Humphrey Bogart e 007. Fu poi naturale che anche con mio fratello (molto più giovane di me) si instaurasse un legame speciale cementato anche dal cinema: tanti tanti cartoni animati e film per bambini prima (tra i preferiti Toy Story e Small Soldiers), film di scarsa qualità artistica ma di ingenua simpatia poi (tutta la serie degli animali assassini, da Shark Attack al nostrano Tafanos). Quando i miei uscivano la sera, preparavo una spropositata quantità di pop corn con il caramello (in realtà non sono mai riuscita, in tanti anni, a far venire fuori un caramello decente, era più che altro un aggrumato di burro e zucchero, ma a noi piaceva comunque) e ci dedicavamo ad una visione senza commenti allibiti o smorfie di disapprovazione degli adulti. Trovai anche molti cari amici con cui condividere questa passione, e tra questi non posso non ricordare una mia coetanea che fu la mia amica del cuore tra gli otto e i diciotto anni, e che per mia fortuna è tutt’ora una cara amica, anche se da molti anni vive negli Stati Uniti. Lei era molto spesso a casa sola, così per noi era naturale trascorrere i pomeriggi dopo scuola a casa sua, libere di chiacchierare, ascoltare musica e guardare ciò che preferivamo. Mostrandomi tutte le sue videocassette si stupì molto del fatto che io non avessi mai visto Labyrinth, e disse che dovevo vederlo assolutamente. Lo mettemmo su immediatamente e ci divertimmo moltissimo, in effetti è un film fantasy davvero ben fatto e impreziosito dalle bellissime canzoni di David Bowie, che è anche il protagonista. Lo vedemmo insieme molte volte e ci procurammo la colonna sonora: era diventato uno dei nostri classici, uno dei molti film che conoscevamo a memoria e ci divertivamo a citare in ogni occasione. Anni più tardi, con l’arrivo dei dvd, ebbi finalmente la possibilità di vedere questo film in lingua originale. Oggi, che i film sono disponibili in qualunque lingua e con tutti i sottotitoli su internet e su un numero sempre più alto di piattaforme può sembrare strano, ma quando ero giovane non era certo facile procurarsi la versione originale non doppiata di un film. Alcune videoteche ne tenevano una manciata, e bisognava accontentarsi. Oppure comprare in edicola le uscite di vhs allegate ai corsi di lingua inglese (cosa che feci per 2001 – Odissea nello spazio nel pieno della mia fase Kubrick). Quando d’estate io e la mia amica andavamo in vacanza studio in Inghilterra eravamo solite rincasare con un’enorme quantità di videocassette. E, poiché sugli aerei c’erano severissimi limiti di peso per i bagagli, la sera prima della partenza eliminavamo nella vasca da bagno tutti i resti di bagnoschiuma, shampoo e dentifricio per riuscire a portarcele a casa. L’arrivo del dvd fu una vera benedizione: tutti i film in lingua originale e con i sottotitoli… un sogno che diventava realtà! Finalmente potevo vedere Labyrinth con la vera voce di David Bowie. Feci partire il film… e dopo pochi minuti, tornai al menù e cambiai la lingua audio in “italiano”. Fu l’unica volta in tutta la mia vita in cui non riuscii a vedere un film in inglese. Non perché non capissi, per fortuna il mio inglese è sempre stato buono. Ma perchè i due protagonisti, David Bowie e Jennifer Connelly, erano davvero dei cani di attori. Inascoltabili. Lui poi aveva molte altre doti, era un cantante eccezionale, aveva un grande carisma e nel ruolo del re dei goblin Jareth era davvero affascinante e sensuale. Jennifer invece… aveva dei grandi occhioni azzurri… vorrei dire che con il tempo è migliorata (non che potesse peggiorare), ma non credo sia proprio così. In ogni caso il mio sconforto durò poco, perché nei dvd, oltre alla magia delle diverse lingue, c’era un’altra novità meravigliosa per noi cinefili: i contenuti speciali. In questo caso un piccolo documentario sulla realizzazione del film, che mostrava come venivano animati tutti i pupazzi dei goblin e come erano stati realizzati alcuni trucchi. Fu divertentissimo vedere come, nella scena in cui il re dei goblin fa roteare tra le dita delle sfere magiche, in realtà ci fosse un esperto giocoliere nascosto dietro David Bowie che faceva sbucare il suo avambraccio da sotto il suo mantello (ci vollero diversi ciak per non far cadere nemmeno una pallina). Si sa, ancora oggi, chi non può conquistare il pubblico con la recitazione, lo fa con gli effetti speciali…

K – Stephen King of Kings

Ho un rapporto davvero strano con lo scrittore americano Stephen King. Forse tutto deriva dal fatto che il suo nome è ridondante: infatti in greco “stephanos” è “colui che porta la corona, mentre in inglese “king” significa “re”… Insomma, è l’uomo che volle farsi re re. 

Come tutti ho visto moltissimi film tratti dalle sue opere, e in generale mi sono piaciuti. Mi è piaciuto molto Il Miglio Verde. Trovo che Misery non deve morire sia un vero capolavoro (e con due protagonisti come Kathy Bates e James Caan come poteva essere diversamente?). It, nonostante la presenza di Tim Curry, non mi ha detto proprio niente (non ho visto la nuova versione però). Ho trovato Cujo un passabile film del genere “animali assassini” che tanto amo. Christine un thriller simpatico con alla base un’idea non nuova ma declinata con originalità (una ragazza gelosa incarnata in un’automobile). Mi piace molto anche The Mist, che ha avuto invece critiche molto negative: al contrario io lo trovo angosciante e inquietante al punto giusto e credo che l’idea che, in caso di situazioni estreme, gli uomini diventino fanatici religiosi e spietati assassini nel giro di pochissimo tempo sia piuttosto realistica. Fin qui ho citato solamente film che ho visto senza leggere il romanzo o il racconto di King su cui sono basati. Vorrei ora parlare invece del libro The Dome, che ho letto e che si sviluppa in modo simile a The Mist: in una situazione estrema (anziché la nebbia popolata di mostri assassini qui è una gigantesca cupola che separa un piccolo paese americano dal resto del mondo) gli esseri umani impiegano pochissimo tempo a divenire eroi se prima erano brave persone oppure spietati assassini se prima erano di dubbia moralità. Anche se si volesse accettare questa resa dicotomica dei caratteri dei protagonisti, la premessa soprannaturale della storia a mio parere doveva restare un mistero: quando l’autore cerca di spiegarla diventa una cosa ridicola e grottesca (e mi domando come sia stato possibile renderla nella serie tv, che non ho visto). E poi, c’è Shining. Shining è senza dubbio il mio film preferito di Kubrick, l’ho visto tantissime volte e ogni volta mi fa paura, lo conosco a memoria e ne amo ogni dettaglio. Ma so che a Stephen King non piaceva perché non era fedele al suo romanzo. Dunque lessi il romanzo con grandissime aspettative e ne rimasi davvero delusa: non era nemmeno lontanamente bello come il film! Certo chiariva molte cose che nel film erano mostrate senza spiegazioni (come gli uomini con maschere da animali o la vecchia nella vasca da bagno), ma non era spaventoso, non aveva suspense e alcune trovate erano perfino ridicole (come le siepi a forma di animali che si animavano). Per chiudere il cerchio vidi anche la versione cinematografica di Shining che King aveva curato personalmente: un vero disastro! Per un film che dovrebbe essere un thriller annoiare o anche far ridere lo spettatore non può che ritenersi una sconfitta… Dunque il successo planetario di Stephen King rimaneva per me un mistero. Ma allora, se non mi sono mai innamorata né dei libri nè dei film, come mai continuo a “sentire” Stephen King? So che deve sembrare una scemenza, ma mi capita molto spesso di associare alle cose che vedo o ai luoghi in cui mi trovo delle sensazioni che ricollego alle atmosfere di King. Capita soprattutto quando sono in montagna, cioè in un ambiente piuttosto simile a quello in cui King vive e ambienta molte delle suo opere: il Maine, con i suoi piccoli paesi spettrali e i suoi fitti boschi nebbiosi. Non è lo stesso Maine solare e bucolico della Signora in Giallo (che stranamente è un’altra parte importantissima della mia formazione personale), questo è certo. Quando mi trovo in montagna, mentre tutti intorno a me si rilassano e si godono la quiete e la natura, io penso a come siano spettrali i paesini, a come siano inquietanti le giornate nebbiose e a cosa si potrebbe nascondere tra gli alberi o sotto le rocce. Sto ancora cercando di risolvere questo mistero, di capire che cosa mi leghi davvero a Stephen King, se amore o odio, se ammirazione o delusione, se curiosità o invidia. Forse ho solamente letto i libri sbagliati, il che è plausibile, data la vastità della sua bibliografia. Ho appena finito di leggere On Writing – A Memoir of the Craft, il suo saggio parte autobiografia parte manuale di istruzioni per scrittori esordienti, che mi è stato consigliato per diverse ragioni da diverse persone nel corso degli anni. Mi sono finalmente decisa a leggerlo nella speranza che potessero essere le parole stesse dell’autore a svelarmi l’arcano: e forse è stato così. Nell’ultima pagina infatti King conclude così (traduzione mia): “La parte migliore di questo libro è un permesso: tu puoi, tu dovresti, e se sei abbastanza coraggioso da iniziare, tu ce la farai [a diventare uno scrittore]”. Perciò poco importa se spesso non ho capito o non ho apprezzato le sue opere (la mia promessa di recupararne altre resta comunque valida): King si è rivelato un buon mentore per la sua grande consapevolezza di scrittore. Lui sa, perchè così è stato anche per lui, che l’aspirante scrittore deve prima di tutto dare a se stesso (e non cercare di ottenere dagli altri) il permesso di considerarsi uno scrittore. King basa queste riflessioni sulla sua esperienza di autore di racconti e romanzi, ma mi piace pensare che si possano estendere anche a chi ha deciso di riversare la sua energia creativa in un blog, magari un blog sul cinema….

J – Quando strinsi la mano a Jackie Chan

Nell’estate del 2006 l’Italia vinse i mondiali e io presi il diploma. Le due cose potrebbero sembrare in tutto e per tutto non correlate, eppure non è così. Infatti la mia prova orale si svolse proprio la mattina successiva al grande trionfo della nostra nazionale. La vittoria si era festeggiata a lungo e rumorosamente nelle vie e nelle piazze di ogni città e paese, e io non ero riuscita a chiudere occhio fino alle quattro del mattino. Ma lo stesso valeva per i miei professori. È quindi ipotizzabile che la buona riuscita della mia prova sia da imputare anche a quel generale senso di languido torpore e di sottaciuta euforia (noi intellettuali del liceo classico non ci entusiasmavamo per le rozze manifestazioni sportive, e tanto meno lo facevano i nostri insegnanti) che permeava l’aria in quella particolare mattinata. Fatto sta che in quel luglio mi diplomai e i miei genitori mi fecero un regalo meraviglioso: l’ingresso al Festival del Cinema del Lido di Venezia. Il mio biglietto prevedeva solamente le proiezioni di seconda serata ma mio cugino, che quell’anno lavorava per il Festival, mi permise di sfruttare le sue conoscenze per intrufolarmi anche agli spettacoli di terza serata. Devo dire che trovavo il sotterfugio molto eccitante, ma aggiungo che non rubavo sicuramente il posto a nessuno, poiché quelle proiezioni erano sempre semideserte. Ma non per questo erano meno godibili, anzi, mentre in quelle di seconda serata, sempre gremite e con ospiti illustri, il tutto era sempre un tantino patinato (tutti si alzavano, si sedevano e applaudivano solo nei momenti deputati), nelle proiezioni notturne c’era un’atmosfera molto più informale, tanto che spesso gli spettatori manifestavano apertamente le proprie sensazioni nei confronti della pellicola con risate, sbuffi, esclamazioni ed applausi estemporanei. Fu proprio in questo clima che vidi il film con Jackie Chan Rob-B-Hood. All’epoca non conoscevo quasi per nulla l’attore cinese, ma il film mi piacque. Quando uscii dalla sala e mi avviai verso casa di mia zia (che non ringrazierò mai abbastanza per avermi accolto e ospitato in quei giorni, dormendo addirittura sul divano affinchè io potessi avere un comodo letto), mi ritrovai per caso in mezzo ad un gruppetto di ragazze asiatiche, tutte evidentemente trepidanti ed entusiaste per qualche cosa. Appena un attimo dopo, Jackie Chan in persona uscì da una porta e passò a stringere la mano alle sue fan, stringendola dunque anche a me. In seguito naturalmente approfondii la conoscenza di Jackie Chan ed ebbi modo di apprezzarne tutta la simpatia, la professionalità e la dedizione, come attore e come stuntman, rendendo così retroattivamente unico e speciale quel momento così bizzarro.

I – Una Foto con Pino Insegno

Pino Insegno

Quando ero giovane ho fatto qualche vacanza studio nel Regno Unito per imparare meglio l’inglese. La verità è che di inglese ho imparato davvero poco; in compenso, poiché ho sempre avuto la tendenza ad assorbire gli accenti delle persone che ho intorno: ci fu un anno in cui, avendo stretto amicizia con due ragazze italiane, ritornai a casa parlando un misto di siciliano e romagnolo. Di ritorno dal viaggio, mentre facevamo un inspiegabile scalo all’aeroporto di Roma, vidi tra la folla Pino Insegno. Prima di proseguire però devo aprire una parentesi sulla mia grande passione per Il Signore degli Anelli di Tolkien. Tutto iniziò quando mia madre mi consigliò di leggere Lo Hobbit, che però ricordo non mi piacque particolarmente: in quel periodo (avevo circa tredici anni) cercavo letture più impegnate oppure istruttive, e lo liquidai come una simpatica favoletta per bambini. Mia madre però insistette perché leggessi anche Il Signore degli Anelli, che a lei era piaciuto moltissimo. Così, seppur riluttante, lo iniziai, e me ne innamorai dopo poche pagine. Divenne una vera e propria ossessione, lo lessi e rilessi, ne parlai a tutti quelli che conoscevo, anzi a ben pensarci non parlai d’altro per un bel po’; a scuola riuscivo in qualche modo a infilarlo  in tutte le interrogazioni e i temi di italiano (ero grafomane già allora, quindi ne approfitto per ringraziare la mia professoressa di lettere per la sua pazienza). Ero perdutamente innamorata di Aragorn, il Ramingo destinato a diventare Re, e fantasticavo notte e giorno sul quel mondo meraviglioso, pieno di magia, nobili sentimenti e una splendida epicità, creato dal professore di Oxford. Mi spinsi perfino a leggere il Silmarillion, anche se l’impresa richiese un quaderno pieno di appunti per non confondere tra di loro eroi e parenti degli eroi; all’epoca il figlio di Tolkien, Christopher, non aveva ancora iniziato a ritrovare fortunosamente manoscritti inediti del padre in ogni vecchio mobile di casa, perciò il materiale a disposizione, una volta lette anche tutte le appendici, era esaurito. Questo fino a che un certo Peter Jackson non annunciò che avrebbe realizzato la sua Trilogia (non specifico “prima Trilogia” in quanto per me questa è l’unica che conti davvero). È davvero difficile cercare di descrivere a parole l’entusiasmo che questa notizia suscitò in me, e nei miei amici, che nel frattempo, volenti o nolenti, avevo coinvolto nell’entusiasmo fantasy. All’epoca non era facile come lo sarebbe oggi avere notizie su ciò che stava venendo realizzato in Nuova Zelanda, ma io setacciavo senza sosta internet alla ricerca di indiscrezioni sulla lavorazione, il cast, le date di uscita; quando venne pubblicata la prima fotografia dell’allora sconosciuto Viggo Mortensen nei panni di Aragorn il mio cuore saltò un battito, e quando vidi in tv il primo trailer (si vedeva solamente un anello d’oro roteante su sfondo nero) quasi svenni. Alla luce di questo sarà più semplice immaginare che effetto possa aver avuto su di me veder passare a pochi metri da me Pino Insegno, che nella versione italiana del Signore degli Anelli aveva doppiato (egregiamente) proprio il personaggio di Aragorn. Non ci pensai due volte e mi lanciai all’inseguimento del membro della Premiata Ditta: dovevo per forza parlargli, fargli i miei complimenti e stringergli la mano. Lui entrò nel bagno degli uomini e io mi piazzai appena fuori dalla porta per paura che mi potesse in qualche modo sfuggire, con il cuore che batteva all’impazzata. Quando finalmente uscì gli andai incontro, complimentandomi con lui per il suo lavoro di doppiatore con il personaggio di Aragorn. “Sì, sto appunto andando a ritirare un premio proprio per questo…” disse lui. A quel punto la ragazza siciliana con cui avevo stretto amicizia in Inghilterra estrasse la macchina fotografica (ancora non esistevano gli Smartphone con la fotocamera…) e propose di scattarci una foto. Pino Insegno si prestò, molto gentilmente, poi scappò via. Ero incantata: avevo una fotografia con Pino Insegno! Ringraziai la mia amica un milione di volte. Ci eravamo già scambiate gli indirizzi e promesse che ci saremmo scritte, quindi dovevo solo avere un po’ di pazienza e lei avrebbe sviluppato la foto e me la avrebbe senz’altro spedita… o almeno, così mi disse. Rimanemmo in contatto per un paio di anni, ci spedimmo lettere e cartoline… ma la fotografia non arrivò mai! La incitai, la pregai, la supplicai, offrendomi di pagare le spese di sviluppo e spedizione… ma non vidi mai quella fotografia né la ricevetti. Il tempo passò, e come è naturale ci perdemmo di vista, e io mi rassegnai a non vedere mai e poi mai quella mia foto con Pino Insegno. La mia unica speranza ora è che la mia amica si imbatta in Cine-muffin, legga questo articolo e decida di frugare tra i vecchi ricordi fino a ritrovare anche quella fotografia scattata davanti al bagno degli uomini dell’aeroporto di Roma… 

H – Rita Haywarth sul Frigorifero

Da brava appassionata di cinema, naturalmente nel corso degli anni ho accumulato diversi gadget e oggetti legati ad esso, e molti di questi addobbano tutt’ora la mia casa, come ad esempio il martello di Thor o le presine di 007. Il forno e il microonde sono decorati da una serie di calamite con locandine di alcuni tra i miei film preferiti, come ad esempio i Blues Brothers o il Rocky Horror Picture Show. Ora i miei bambini si divertono a guardarle e a giocarci, perchè le cose della mamma sono sempre molto ma molto più belle e interessanti di tutti i loro giocattoli. Crescendo ci dimentichiamo tante cose, per esempio di come da piccoli anche noi idealizzassimo in qualche modo i nostri genitori. Io ricordo che ero assolutamente certa del fatto che mia madre fosse Mary Poppins. Non solo la trovavo fisicamente somigliante, ma le attribuivo gli stessi poteri magici, con i quali lei non finiva mai di meravigliarmi e sorprendermi, inventando giochi nuovi e realizzando con le sue mani oggetti di ogni tipo, tutti sempre bellissimi, dai vestiti per le bambole alle decorazioni natalizie. Un giorno, mentre giocava con le calamite, mio figlio ne indicò una e disse, con grande convinzione: “Mamma!”. Mi avvicinai e quando scoprii che si trattava di Rita Hayworth nei panni di Gilda mi sentii sciogliere per la tenerezza. Nella realtà non posso dire che ci siano molte somiglianze tra me e Rita Hayworth, ma capii che era così che mio figlio mi vedeva, elegante e bellissima: se ci penso non posso proprio non commuovermi. Poi ne indicò un’altra, “Papà!”: questa volta si trattava del Gladiatore. Nemmeno mio marito assomiglia poi tanto a Russell Crowe, ma suo figlio lo vede come un eroe forte e muscoloso, e tanto basta. Proprio come mia madre, che per me è e sarà sempre Mary Poppins.

G – Guida Galattica per Cinefili

Alle medie io e la mia migliore amica prendemmo una cotta per lo stesso ragazzo: giravamo tutti i pomeriggi intorno a casa sua, a scuola lo cercavamo con ogni scusa e pendevamo senza pudore dalle sue labbra. Alla fine lui scelse la mia amica, ma a me rimase comunque qualcosa che mi cambiò la vita, un libro di cui non avevo mai sentito parlare ma che mi ero procurata e divorata perchè piaceva molto a questo ragazzo: la Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams. La passione per questa fantastica “Trilogia in cinque parti”, opera di ingegnosa fantascienza raccontata con impeccabile humor britannico, curò in men che non si dica il mio cuore spezzato, che iniziò a battere freneticamente per le spassose avventure del terrestre Arthur Dent che, salvato dalla distruzione della Terra, si ritrova a vagabondare per l’universo con altri scalcinati personaggi. Di lì a poco avrei scoperto anche i Monty Python (con cui Adams collaborò per un episodio del Flying Circus), ma la mia anglofilia era già potente e mi fece innamorare della scrittura allo stesso tempo arguta e divertente di Douglas Adams. Al mio primo viaggio in Inghilterra mi procurai la versione originale (allora si doveva fare così…), con disperazione di tutti gli amici e parenti cui già da mesi propinavo letture dei brani più significativi (prediligevo l’incontro tra Arthur e la creatura da lui inconsapevolmente uccisa in diverse sue reincarnazioni). Credo che a questo punto non sia difficile immaginare come reagii alla notizia che stava per uscire un film tratto dalla Guida Galattica. L’entusiasmo si intiepidì solo quando mi accorsi che in Italia il film usciva in appena una manciata di sale (tutte fuori portata) per rimanerci appena per un weekend: avrei dovuto attendere ancora a lungo per poterlo vedere!

Ma mi dissi: niente panico! Coincidenza volle, infatti, che mi trovassi a Londra proprio in quel periodo. Ormai non davano più il film al cinema, ma una cosa era rimasta: una mostra in cui era possibile visitare i set cinematografici del film! Mi immersi così anima e corpo nel mondo creato da Douglas Adams, incontrai i temibili Vogon, ascoltai il robot Marvin parlare del suicidio e attraversai porte che al mio passaggio mi apostrofarono così: “Grazie per aver reso felice un’umile porta!” Ma quella davvero felice ero io! Salii perfino sul carrellino elevatore giallo che si vede anche nel film, lo stesso toccato da Martin Freeman (che ancora non era diventato né Watson nè Bilbo Baggins). All’uscita mi proposero di acquistare la mia foto sul carrello per una cifra abnorme, così fui costretta a rifiutare (quanto me ne pento!) e mi accontentai di comprare tutte le matite e le calamite disponibili nello shop. Una di queste è arrivata fino a noi (vedi foto). Molto tempo dopo riuscii finalmente a vedere anche il film, che però mi lasciò delusa. Pur avendo un buon cast, tutti i tempi comici erano sbagliati, e non era lontanamente divertente quanto il libro. Tuttavia sarò sempre legata al film di Garth Jennings del 2005 che mi ha permesso, anche se per vie traverse, di vivere un’esperienza davvero indimenticabile! Quindi, anche se il ragazzo dei vostri sogni vi snobba per la vostra migliore amica, non colpitelo con un asciugamano (!) bagnato! 

F – Ti lascio per Frank, il coniglio gigante

La mia prima relazione a lungo termine, quando avevo diciassette anni, fu con un ragazzo che abitava a circa novanta chilometri di distanza: nonostante la lontananza fisica, però, il rapporto durò più di un anno, grazie alla tecnologia, che ci permetteva di chattare e scambiarci messaggi, all’entusiasmo della gioventù, e soprattutto per il fatto che la maggior parte di quell’idillio amoroso in realtà stava accadendo all’interno della mia testa. Dopo il diploma, questo ragazzo decise di venire a vivere nella mia stessa città – specificando però molto chiaramente che la mia presenza non c’entrava per nulla con la sua scelta – e fu qui che, come si suol dire, cascò l’asino. Vedendolo più spesso (cioè un paio di sere a settimana, perché non poteva trovare altro tempo da dedicarmi) mi resi finalmente conto del fatto che io non gli interessavo poi più di tanto, e che anziché passare il tempo con me avrebbe senz’altro preferito essere con gli amici a giocare a d&d. Glielo feci educatamente notare, e lui disse che poteva essere vero e che ci avrebbe pensato un po’ su. Ne avremmo parlato più esaurientemente al nostro incontro, la domenica successiva. Iniziai a convincermi che quella relazione, nel bene o nel male, fosse finita in ogni caso, e in quel fine settimana mi dedicai intensamente alla mia passione, il cinema, e vidi due bellissimi film. Venerdì sera vidi Shrek 2, divertentissimo e pieno di citazioni gustosissime per una cinefila come me. Oggi, che i miei figli sono abituati a vedere cartoni animati pieni di riferimenti adulti (che per ora non possono cogliere) faticano a capire che rivoluzione sia stata nel 2001 quella del primo Shrek. Fino ad allora l’equazione imprescindibile era animazione = per bambini = Walt Disney. Vedere quindi questo grosso orco puzzolente che alla sua entrata in scena è nel gabinetto e si sta pulendo il sedere con le pagine di un libro di favole, beh, è stato un’epifania. Poi alla fine il film si rivela essere decisamente una favola classica, con tanto di morale ed happy ending, divertente per i bambini ma esilarante per gli adulti, che per la prima volta vedevano film come Matrix citati in un cartone animato. Il seguito non è altrettanto dirompente, ma di sicuro non delude le aspettative (come accade invece con gli altri due seguiti, decisamente non all’altezza). Sabato sera invece fu il turno di Prima ti sposo poi ti rovino dei fratelli Coen, ossia coloro che hanno sempre saputo tirare fuori il meglio di George Clooney. Forse il titolo italiano fa pensare un po’ troppo ad una classica commedia romantica, ma in realtà il film è molto di più, con un umorismo forte ma intelligente e situazioni paradossali e spassose. Vidi poi che domenica sera avrebbero proiettato Donnie Darko, che mi incuriosiva moltissimo. Quella mattina incontrai il mio ragazzo in chat, e lui mi disse che aveva riflettuto a fondo su quello che gli avevo detto e che aveva bisogno di parlarmi quella sera. Al che io gli chiesi se non ne potevamo invece discutere in quel momento, senza ulteriori attese snervanti, e così facemmo: mi disse che in effetti non sentiva più trasporto per me e che dunque era meglio interrompere la nostra relazione. Concordai e ci salutammo con cordialità, promettendoci di restare amici (non lo rividi mai più). Sollevata, chiamai immediatamente la mia amica e andammo al cinema. Fu una buona scelta, perché Donnie Darko mi colpì molto. Ancora oggi non sono sicura di averlo capito tutto, ma senza dubbio il saggio e inquietante coniglio antropomorfo Frank mi è rimasto impresso (un’eccitante variazione sul tema, per una che è cresciuta con l’Harvey di James Stewart), così come la scena in cui Frank mostra a Donnie che ogni essere umano ha già tracciato il suo destino, sotto forma di una sorta di scia multicolore che lo attraversa e si dipana tra il suo passato e il suo futuro. Ho sempre trovato molto rassicurante l’idea che il futuro sia già scritto, perciò fui soddisfatta di questa visione, nonostante le circostanze emotive particolari in cui avvenne. Tutti dicono che porre termine ed una relazione amorosa per messaggio o in chat sia una cosa riprovevole, da immaturi, irresponsabili e vigliacchi. Forse, ma quando il coniglio gigante chiama…