Assassinio sull’Orient Express

Titolo originale: Murder on the Orient Express

Anno: 2017

Regia: Kenneth Branagh

Interpreti: Kenneth Branagh, Johnny Depp, Judi Dench, Penelope Cruz, Josh Gad, Willem Dafoe, Michelle Pfeiffer, Olivia Colman, Derek Jacobi, Leslie Odom Jr., Tom Bateman

Dove trovarlo: Disney Plus

Gerusalemme, 1934: Hercule Poirot (Kenneth Branagh), il detective più famoso al mondo, dopo l’ennesimo caso risolto brillantemente è pronto per godersi una meritata vacanza quando viene chiamato a Londra per un nuovo mistero da risolvere. Fortunatamente l’amico Bouc (Tom Bateman), direttore dell’Orient Express, riesce a trovargli un posto sul lussuosissimo treno. L’investigatore belga non tarderà a notare che alcuni dei suoi compagni di viaggio nascondono dei segreti e hanno comportamenti sospetti. Il magnate Edward Ratchett (Johnny Depp) gli offre anche un generoso compenso per fargli da guardia del corpo, poiché con i suoi affari poco puliti si è fatto molti nemici e in seguito ad alcune minacce ora teme per la sua vita. Poirot rifiuta, ma quando Ratchett viene trovato ucciso nella sua cabina Bouc lo scongiura di trovare l’assassino…

Sono da sempre una grande appassionata dei gialli di Agatha Christie, perciò non solo ho letto il libro da cui il film è tratto ma ho visto, molte volte, la versione cinematografica precedente, diretta da Sidney Lumet nel 1974, che vantava un cast stellare (Lauren Bacall, Anthony Perkins, Ingrid Bergman, Sean Connery, Jean-Pierre Cassell, Martin Balsam, Vanessa Redgrave, Jacqueline Bisset, Richard Widmark…) e si fregiava dell’ottima interpretazione di Albert Finney nei panni dell’investigatore belga “dalla testa a forma di uovo”. Altre ottime interpretazioni di Hercule Poirot, protagonista di numerosissimi romanzi e racconti scritti dalla Christie, sono state offerte, sia per il cinema che per la televisione, da Peter Ustinov e David Suchet. Questo per dire che la materia mi è non solo familiare ma anche molto cara e ho affrontato la visione con un misto di eccitazione e terrore di restare delusa. Ho un’opinione oscillante di Kenneth Branagh, ho apprezzato molto alcuni suoi lavori (Thor come regista e I Love Radio Rock come attore) e molto meno altri (Frankenstein e più recentemente Artemis Fowl) ed ero molto curiosa di sapere che approccio aveva scelto per questo nuovo adattamento di un così celebre capolavoro del genere giallo che ha già avuto ottime trasposizioni cinematografiche e televisive. Mi è bastata la prima scena, in cui Poirot risolve un caso di furto a Gerusalemme (anche se in realtà la sequenza è stata girata a Malta) utilizzando il suo bastone infisso tra i mattoni del Muro del Pianto per bloccare la fuga del colpevole, per capire che qualcosa non andava. La scena, assente sia nel libro che nei film precedenti, è stata evidentemente aggiunta allo scopo di presentare il personaggio a chi non lo conosce: presentarlo come un esperto di strategie di fuga criminali è quantomeno fuorviante. Il vero Poirot non si sarebbe mai sognato di tentare di prendere un criminale in fuga (rischiando tra l’altro di rovinare il suo bastone): per questo c’erano il buon Hastings e l’Ispettore Japp, mentre a Poirot spettava solo il compito di utilizzare le sue “celluline grigie”. Allo stesso modo, Poirot non si sarebbe mai sognato di pestare una cacca di mucca con il piede destro solamente perché la scarpa sinistra si era già sporcata di letame! Questa ossessione per l’ordine, la precisione e la simmetria, che nel personaggio di Agatha Christie caratterizza in effetti il personaggio, viene estremizzata in modo tale che Hercule Poirot si trasforma nel Detective Monk (personaggio televisivo che adoro, interpretato magistralmente da Tony Shaloub). L’impressione è che Branagh, qui nel duplice ruolo di attore e regista e lo sceneggiatore Michael Green abbiano tentato di fare con Poirot ciò che Guy Ritchie ha fatto con Sherlock Holmes. Ma se per l’investigatore inventato da Arthur Conan Doyle l’operazione è perfettamente riuscita, grazie al ponderato bilanciamento tra azione, suspense e ironia, qui invece è fallita senza appello. Non solo l’ironia è totalmente assente dal film e dal personaggio, ma il tutto assume addirittura toni cupi e melodrammatici, con sprazzi di autocommiserazione (con tanto di impossibile foto di donna amata) moralizzazione non richiesta, del tutto estranei ai libri di Agatha Christie. Per chi poi, come me, è da sempre affezionato al personaggio di Poirot, vederlo saltellare sopra il treno o inseguire il malfattore arrampicandosi tra le impalcature è davvero insostenibile. Per il resto non ci sono novità di sorta rispetto al romanzo o agli adattamenti precedenti, gli attori fanno tutti il loro dovere e la trama non viene stravolta, salvo una connotazione tragica del finale davvero superflua. Judi Dench, ovviamente, non sbaglia mai; Penelope Cruz, come Ingrid Bergman prima di lei, accetta di imbruttirsi e di avere un personaggio fastidioso; Josh Gad è molesto come suo solito; Willem Dafoe è Willem Dafoe e non serve altro; Michelle Pfeiffer si carica della parte psicologicamente più pesante (per lei e per lo spettatore) con fascino e bravura; Leslie Odom Jr. (visto nel musical Hamilton) nel ruolo che fu di Sean Connery introduce un inedito personaggio di colore che viene però caricato e connotato eccessivamente (il passato da cecchino, l’amore proibito, lo sparo) rispetto ad altri che restano un po’ sullo sfondo (come Willem Dafoe). Non deve essere per nulla facile gestire tanti personaggi e tante star allo stesso tempo, ma Branagh non riesce a trovare il giusto equilibrio tra i ruoli, i personaggi e i cambiamenti apportati ai loro caratteri e alle loro storie personali. In conclusione, io non ho visto proprio nulla di buono in questo film e non ho trovato un motivo per giustificare l’idea di questa nuova trasposizione. Ma forse mi è sfuggito qualcosa, visto che sono già terminate le riprese di Assassinio sul Nilo, con Kenneth Branagh ancora nei panni di Hercule Poirot. Chissà se anche questa volta la giustificazione per il silenzio imbarazzato della folla alla sua freddura sarà “Scusate ma non so raccontare le barzellette, sono belga”.

Voto: 1 Muffin Ipocalorico

Fratello, dove sei?

Titolo originale: Oh Brother, where art thou?

Anno: 2000

Regia: Joel Coen

Interpreti: George Clooney, John Turturro, Tim Blake Nelson, John Goodman, Charles Durning, Wayne Duvall

Dove trovarlo: Netflix

Mississippi, inizio anni 30’. Ulysses Everett (George Clooney), costretto ai lavori forzati, convince i due detenuti incatenati insieme a lui a fuggire per cercare un tesoro nascosto. Abbagliati dai sogni di libertà e ricchezza Pete (John Turturro) e Delmar (Tim Blake Nelson) acconsentono e i tre si ritrovano presto a vivere mille avventure tra stranissimi incontri e inseguimenti delle forze dell’ordine, fino a giungere non ad un forziere colmo di monete d’oro ma alla moglie di Everett, che si deve risposare il giorno successivo…

Ho visto questo film alla sua uscita al cinema nel pieno del mio “periodo Clooney” e l’ho trovato surreale ed esilarante. Ad una nuova visione in lingua originale (grazie a Netflix) però ho avuto modo di apprezzarlo ancora di più e di cogliere molti riferimenti e sfumature che in passato mi erano sfuggiti, regalandomene un’opinione ancora più alta. Il bizzarro titolo deriva da un sottile gioco metacinematografico: nel film di Preston Sturges I Dimenticati (1941) il protagonista, il regista cinematografico Sullivan, doveva compiere un viaggio per vivere sulla sua pelle le tribolazioni dell’uomo medio e raccontarle poi nel suo film, che si sarebbe intitolato appunto Oh Brother, where art thou?. Mentre un uomo medio il nostro Ulysses Everett lo è davvero, nonostante condivida il nome con l’eroe Ulisse: certo è il più intelligente del trio, ma a dire la verità per questo ci vuol poco. Pete di fatto è un disadattato, mentre Delmar un ingenuo sprovveduto: con la sua parlantina senza freni Everett non fatica molto a convincerli a seguirlo sulle tracce del fantomatico tesoro. Nasce così un trio comico davvero irresistibile, grazie al talento dei tre attori. Sarò sempre convinta che George Clooney, per quanto sia ammirevole il suo impegno a livello artistico, politico e ambientalista, abbia sempre dato il meglio di sé come interprete di commedie o film di altri generi in cui aveva ruoli brillanti: Ocean’s Eleven, Prima ti Sposo poi ti Rovino (sempre dei fratelli Coen, non a caso), per citare i più riusciti.

John Turturro e Tim Blake Nelson (che diventerà Buster Scruggs sempre per i Coen) gli fanno da ottime spalle, teneri e comici nelle giuste proporzioni. Come viene detto all’inizio del film, Fratello, Dove sei? si ispira liberamente all’Odissea: infatti i fratelli Coen non avevano mai letto il poema di Omero (pare che sul set Tim Blake Nelson fosse l’unico ad averlo fatto) ma hanno comunque fatto un ottimo lavoro nell’amalgamare le epiche gesta dell’eroe greco Ulisse con la descrizione del profondo Sud degli Stati Uniti e di tutti i suoi elementi caratteristici (compreso il Ku Klux Klan). Il tono beffardo e ironico scelto dai registi e sceneggiatori Joel e Ethan Coen crea una commistione perfetta e senza stonature di archetipi, immagini, personaggi e musica tra due mondi, il Mississippi e l’antica Grecia dei poemi epici, che più distanti non potrebbero sembrare. I riferimenti diretti all’Odissea sono moltissimi e chi ha avuto la gioia di leggere il poema di Omero (o, come nel mio caso, di farselo narrare più volte dall’instancabile Papà Verdurin) si divertirà molto a riconoscere tutti i personaggi e le situazioni che vi fanno riferimento.

I più evidenti sono le sirene ammaliatrici, che con la loro voce e le loro grazie seducono senza alcuno sforzo i nostri eroi (con il piccolo contributo di un bottiglione con sopra tre grosse X). Avviene inoltre una fusione tra le sirene e il personaggio della maga Circe, che nel poema trasformava gli uomini in maiali: qui invece le sirene, apparentemente, sono in grado di tramutare gli uomini in rospi. Il ciclope Polifemo, che ha il faccione molto meno amichevole del solito di John Goodman.

Omero stesso, nei panni di un vecchio cieco che conosce il futuro (e dunque un po’ Omero e un po’ Tiresia), compare proprio all’inizio della fuga. Questi i rimando più semplici da individuare, ma ad un’analisi più attenta ce ne sono molti altri. L’avventura di Ulisse è narrata da lui stesso in flashback: il poema infatti descrive l’approdo del re di Itaca, solo e stremato, nell’isola dei Feaci, dove il re Alcinoo lo accoglie e lo invita a narrare la sua storia. Parallelamente le avventure dei nostri galeotti iniziano da una sperduta stazione radio in cui vengono invitati, contro ogni logica, ad incidere alcune canzoni popolari, che, come scopriremo solo più avanti nella visione, descrivono perfettamente la situazione di Everett, Man of Constant Sorrow perché separato dalla moglie cui si riferisce anche You are my Sunshine. Anche se le voci non sono quelle degli attori (che hanno cantato in playback) la colonna sonora di questo film è davvero azzeccata, bella e divertente, e accompagna benissimo le scene più rocambolesche e quelle più bizzarre con i toni scanzonati del country, a partire dalla sigla di apertura Big Rock Candy Mountain. Un’altro prelievo dall’Odissea, secondo me molto divertente, riguarda i due aspiranti governatori del Mississippi impegnati nella campagna elettorale, Homer Stokes (Wayne Duvall) e Pappy O’Daniel (Charles Durning). Spesso i nostri tre fuggitivi si ritrovano senza volerlo invischiati nella lotta tra i due politicanti, che cercano, a seconda delle circostanze, di ucciderli o di farseli amici. Mi è venuto da pensare che i Fratelli Coen volessero qui raffigurare Scilla e Cariddi, i due enormi mostri marini che Ulisse si trova a fronteggiare con il suo equipaggio: entrambi gli uomini sono di stazza imponente infatti, e Pappy non si muove senza i suoi tre tirapiedi, che per la loro attitudine sottomessa e servile sono quasi un tutt’uno con lui, proprio come il mostro Scilla aveva molte teste. Così come Ulisse supera i mostri passando esattamente nel mezzo tra i due, così i nostri sopravvivono sfuggendo al confronto diretto con ciascuno dei due e con le forze dell’ordine (che danno loro la caccia con grande ostinazione) in generale.

Anche il finale del film rimane aderente a quello di Omero: quando Everett finalmente raggiunge la moglie la trova in procinto di sposarsi con un altro uomo, dopo aver raccontato alle loro sei figlie che il padre è morto. Anche Ulisse, quando dopo dieci anni riusciva a tornare ad Itaca, trovava la moglie insidiata dai Proci (i suoi chiassosi e smargiassi pretendenti); Penelope però aveva sempre sperato nel ritorno del marito e ne aveva tenuto vivo il ricordo nel figlio Telemaco. Un’ultima osservazione, forse arbitraria, ma che ho trovato molto divertente: nelle sue avventure Ulisse  sempre aiutato e protetto da Atena, la dea della sapienza: la dea gli infonde arguzia e sagacia quando serve, ma ne altera anche l’aspetto fisico al bisogno (ade sempio lo rende più attraente agli occhi di Nausicaa, la figlia del re Alcinoo, al fine di assicurargli ospitalità e protezione alla corte dei Feaci). Sembrerà assurdo, ma nel film la stessa funzione è svolta… dalla brillantina per capelli! Everett è ossessionato dalla sua capigliatura, tanto da dormire con una retina per proteggere i capelli anche quando si trova in una stalla. Il nostro eroe sembra addirittura perdere le proprie facoltà intellettive quando esaurisce la brillantina e non è disposto a scendere a compromessi: non va bene una marca qualsiasi perché lui è “un uomo Dapper Dan”. Sia come sia, ho trovato esilarante vedere George Clooney così impegnato a pettinarsi e impomatarsi i capelli lungo i fossi o in mezzo al bosco, con gli abiti da galeotto e la faccia sporca di terra. Credo che pochi altri attori sarebbero potuti risultare così affascinanti, disinvolti e divertenti nel ruolo di questo Ulisse moderno. Consiglio senza remore la visione di questo film a tutti coloro che amano ritrovare gli antichi miti nel mondo moderno, a chi ama le commedie, lo humor peculiare dei fratelli Coen e George Clooney, le avventure e la buona musica, le mucche e la brillantina.

Voto: 4 Muffin

Predestination

Anno: 2014

Regia: The Spierig Brothers

Interpreti: Ethan Hawke, Sarah Snook, Noah Taylor

Dove trovarlo: Amazon Prime

Tratto dal racconto di Robert A. Heinlein Tutti voi zombie del 1959, Predestination si apre con una scena di caccia ad un attentatore che si conclude tragicamente per l’inseguitore, il quale rimane gravemente ferito e ustionato. Con uno stacco ci ritroviamo molti anni dopo in un bar. Il nuovo barista inizia con un avventore una normale conversazione di cortesia tra sconosciuti ma insiste poi per farsi raccontare tutta la sua storia. Il cliente lo avverte: si tratta di una storia davvero scioccante, che lo lascerà senza parole. il barista non si lascia dissuadere e così inizia un lungo e incredibile racconto…  

Non rivelerò altri dettagli della trama non tanto per l’accortezza deontologica verso gli spoiler, quanto perché se la raccontassi nessuno crederebbe mai che questa possa essere davvero la trama di un film. Non so come la storia si sviluppasse nel racconto da cui è tratto (il cui titolo tra l’altro viene citato scevro di contesto nel film generando un ulteriore senso di confusione nello spettatore), ma per quanto riguarda il film ci troviamo di fronte ad una malsana dimostrazione di cattivo gusto mascherata da curiosità per le ipotesi scientifiche più azzardate. Mi sono venuti in mente i protagonisti di The Big Bang Theory, che nel loro salotto avrebbero potuto facilmente sbizzarrirsi in ipotesi sui paradossi dei viaggi nel tempo, e questa diciamo che è la parte interessante, quella teoretica sul “cosa accadrebbe se si potesse viaggiare nel tempo e cambiare il passato?”. Tutto il resto non è che un guazzabuglio di aberrazioni etiche e psicologiche che al termine della visione lasciano un senso di disgusto difficile da dimenticare. Dunque, volendo trovare un pregio a questo film, è quello di non essere facilmente dimenticabile. I due protagonisti, che sono anche gli unici personaggi su cui si regge la trama, interpretati da Ethan Hawke e Sarah Snook, sono talmente assurdi, irreali e psicologicamente contorti che non saprei nemmeno giudicare la performance degli attori. Si salva il comprimario Mr. Robertson (Noah Talor), anche se le sue motivazioni restano imperscrutabili. In conclusione, se amate le elucubrazioni sui viaggi nel tempo e non temete la conseguenze più nefande che esse possono avere, potete tentare di guardare Predestination. Ma non dite che non eravate stati avvertiti!

Voto: 1 Muffin Ipocalorico

La Migliore Offerta

Anno: 2013

Regia: Giuseppe Tornatore

Interpreti: Geoffrey Rush, Sylvia Hoeks, Jim Sturgess, Donald Sutherland

Dove trovarlo: Amazon Prime (con abbonamento Premium)

Virgil Oldman (Geoffrey Rush) è uno dei più quotati battitori d’asta ed esperti d’arte del mondo. La sua vita è ordinata, solitaria e scandita da rituali sempre uguali; Virgil vive nel lusso più elegante, che può permettersi anche grazie alle truffe che organizza con il suo vecchio amico, il pittore specializzato in falsificazione Billy Whistler (Donald Sutherland). La vita di Virgil viene però stravolta da una donna misteriosa, l’ereditiera Claire (Sylvia Hoeks), che lo incarica di esaminare e valutare il suo ingente patrimonio. Virgil si innamora di Claire pur non avendola mai vista: la donna infatti rifiuta di uscire dalla sua stanza e di incontrare altre persone, spaventata da tutto e da tutti a causa di una serie di disturbi psicologici. A poco a poco però, anche grazie ai consigli del giovane Robert (Jim Sturgess), Virgil sembra riuscire a vincere i timori e la ritrosia di Claire…

Giuseppe Tornatore, già regista di capolavori come Nuovo Cinema Paradiso e La Leggenda del Pianista sull’Oceano, dirige uno splendido cast internazionale in un film peculiare, formalmente curatissimo e dagli sviluppi imprevedibili. Geoffrey Rush si cala con disinvoltura nei panni dello sgradevole Virgil, egocentrico e misantropo, rappresentandone in modo convincente la grande arroganza e tutte le piccole caratteristiche manie (l’ossessione per i guanti, la tinta dei capelli e la sua esplicativa collezione privata di ritratti femminili che sottolinea le sue difficoltà nei rapporti con il sesso opposto). Tornatore, qui anche sceneggiatore, realizza una serie di inquadrature che sembrano proprio quadri, a sottolineare il fatto che la vita del protagonista è vissuta in modo asettico e anaffettivo come se fosse fittizia, anche nei rapporti con gli altri, sempre superficiali e guidati dalla sua pretesa di superiorità (lo capiamo bene quando esterna la mancata stima per il talento artistico dell’amico di sempre Billy, o quando dimostra di non conoscere nulla della vita privata dei suoi collaboratori). Le interpretazioni sono tutte di ottimo livello e le scelte di cast tutte felici per creare un insieme eterogeneo e funzionale di personaggi tutti ben definiti ma non completamente leggibili, il che crea una bellissima atmosfera “gialla” senza però mai introdurre le forzature tipiche del genere. Per prima cosa lo spettatore rimane incantato dalla bellezza formale delle immagini, ma proseguendo si rende conto che qualcosa non torna, che qualcuno sta manovrando nell’ombra e raccontando deliberate menzogne: ma capire chi è e quale sia il suo scopo non è semplice, e il finale sorprende a sufficienza ribaltando la prospettiva e risultando allo stesso tempo perfettamente coerente, quasi inevitabile. Ancora una volta Tornatore collabora con il maestro Ennio Morricone, la cui colonna sonora sposa felicemente l’eleganza del protagonista e delle immagini. Il regista non rinuncia anche a una lezione morale che viene impartita con precisione (l’inquadratura finale con gli orologi) ma senza pesantezza, lasciando lo spettatore pienamente soddisfatto. Un film che mi è piaciuto molto e che consiglio vivamente per come arricchisce il patrimonio cinematografico italiano contemporaneo di un elemento ragguardevole e che non sfigura affatto nel confronto con le grandi produzioni internazionali.

Voto: 4 Muffin

Hello, Dolly!

Anno: 1969

Regia: Gene Kelly

Interpreti: Barbra Streisand, Walter Matthau, Louis Armstrong

Dove trovarlo: Disney Plus

L’elegante e disinvolta Dolly Levi (Barbra Streisand) ha deciso di non desiderare forti emozioni nella sua vita e si dedica pertanto a manovrare le vite altrui, organizzando affari e matrimoni tra i suoi innumerevoli conoscenti. Quando però Dolly decide di rimettersi in gioco in prima persona la sua scelta cade sul celibe burbero e spilorcio Horace Vandergelder (Walther Matthau), tentando con mille manovre di portarlo all’altare. Riuscirà nell’impresa?

Gene Kelly, attore protagonista ma anche co-regista del capolavoro Cantando sotto la Pioggia, porta sul grande schermo il musical Hello, Dolly! del 1964: sebbene la critica non lo apprezzi, il film vince ben tre Oscar l’anno successivo (migliore scenografia, sonoro e colonna sonora) e diventa un classico per gli amanti del musical e dell’attrice Barbra Streisand. Nel ruolo di Dolly Levi si sono avvicendate sul palcoscenico le attrici più celebri e talentuose (Ginger Rogers, Madeline Kahn, Bette Midler, Imelda Staunton e la nostra Loretta Goggi, tra le altre): il personaggio di Dolly è infatti molto affascinante, non solo per le diverse canzoni che interpreta ma anche per i molti eccentrici costumi che sfoggia e per la miscela di simpatia, arguzia e dolcezza che la contraddistingue e la fa entrare nel cuore dello spettatore. Barbra Streisand è perfettamente a suo agio tra piume e corsetti, elegante e sicura di sé mentre manovra i fili delle vite altrui ma anche quando decide di aprirsi in prima persona ai rischi e ai brividi della ricerca dell’amore. A tenerle testa troviamo, nei panni del misantropo Horace Vandergelder, il mitico Walter Matthau, che qui si cimenta anche nel canto e in alcuni (pochi) passi di danza. La trama, minimale, non è che il pretesto per le divertentissime esibizioni di questi due meravigliosi protagonisti e di una serie di simpaticissimi comprimari, fino alla magistrale scena madre nel ristorante di lusso (così chic che è possibile scegliere non solo il pesce dell’acquario che si desidera mangiare ma anche l’anatra selvatica, che il cameriere provvederà immediatamente ad abbattere con la carabina). Disney Plus, ora arricchito dal catalogo Stars, offre agli appassionati del musical la possibilità di gustare questo film rinfrescante, appagante e divertente, con due protagonisti bravissimi e tante deliziose canzoni (per chi non ama il genere alcune parti potrebbero risultare noiose ma consiglio comunque di tenere duro fino alla scena finale). Non c’è da meravigliarsi se nel capolavoro Pixar Wall-E il robottino protagonista è così affascinato da questo film, prezioso cimelio della sua collezione di paccottiglia terrestre, che per lui è unica rappresentazione visiva conosciuta dell’amore. Consiglio questo film a chi ama i musical classici, la vecchia Hollywood, i costumi sgargianti, le commedie romantiche, l’amore genuino, maldestro e canterino, le grandi dive e i grandi comici, le risate a tempo di musica.

Voto: 4 Muffin

I Fratelli Sisters

Titolo originale: Les Frères Sisters

Anno: 2018

Regia: Jacques Audiard

Interpreti: John C. Reilly, Joachin Phoenix, Jake Gyllenhaal, Riz Ahmed, Rutger Hauer

Dove trovarlo: Amazon Prime

I fratelli Eli (John C. Reilly) e Charlie (Joachin Phoenix) Sisters sono tra i più abili e famigerati cacciatori di taglie tra quelli al soldo del potente Commodoro (Rutger Hauer), che questa volta ha deciso di inviarli sulle tracce di un cercatore d’oro, Herman Kermitt Warm (Riz Ahmed). Il Commodoro ha anche mandato in avanscoperta un segugio, John Morris (Jake Gyllenhaal), il migliore nello scovare i fuggitivi ma molto meno abile con le armi da fuoco, per localizzare Herman. Ma inaspettatamente Herman convince John ad unirsi a lui nella sua ricerca della ricchezza: i fratelli Sisters dovranno quindi rintracciarli ed occuparsi di entrambi. Almeno in teoria…

Tratto dal romanzo del 2011 di Patrick DeWitt Arrivano i Sister, I Fratelli Sisters (“sisters” in inglese significa “sorelle”) è il primo film girato in lingua inglese dal regista francese Jacques Audiard, autore anche della sceneggiatura, che dirige un cast eccezionale in un’interpretazione del Vecchio West che attraversa tutti i toni, dal classico al divertito al tragico, spiazzando lo spettatore per la transizione inaspettata dalla canonica caccia all’uomo alla composizione del delizioso quartetto di personaggi in una situazione quasi bucolica per poi virare verso un’inedita caccia all’oro che ricorda le dinamiche del Tesoro della Sierra Madre di John Huston con Humphrey Bogart, almeno fino all’inatteso epilogo.

La visione, che trascina lo spettatore in un’altalena di umori ed emozioni, non è adatta a tutti, in quanto la violenza e le situazioni forti sono presenti; non è adatto nemmeno a chi ama il western classico e non gradisce le variazioni sul tema, perché qui i cowboy con le pistole non sono che uno spunto per riflettere su alcuni temi: famiglia, cupidigia, percezione di se stessi, convivere con il passato. Encomiabili tutti e due gli attori protagonisti e anche i due comprimari, che si caricano sulle spalle con consapevolezza questo fardello culturale ed emotivo restituendoci dei personaggi insoliti, anche attraverso dei dialoghi ben scritti ma che spesso paiono troppo forzati, troppo didascalici e poco realistici. Da segnalare anche una colonna sonora non riuscita, a tratti troppo invadente e non pervenuta invece nei complicati dislivelli emotivi, in cui sarebbe stata necessaria la sua guida (lo stesso che succedeva in Midnight Sky, sempre con colonna sonora di Alexandre Desplat). Rutger Hauer appare in un bizzarro cameo.

Voto: 3 Muffin

Il Rompiscatole

Titolo originale: The Cable Guy

Anno: 1996

Regia: Ben Stiller

Interpreti: Matthew Broderick, Jim Carrey, Leslie Mann, Jack Black, Bob Odenkirk, George Segal, Diane Baker, Eric Roberts, David Cross, Owen Wilson, Ben Stiller

Dove trovarlo: Netflix

Steven (Matthew Broderick) ha chiesto alla sua ragazza Robin (Leslie Mann) di sposarlo e lei, per tutta risposta, gli ha detto che le serve un po’ di tempo lontano da lui. Per riempire il vuoto lasciato da Robin Steven si abbona alla tv via cavo e l’installatore (Jim Carrey), dopo essersi fatto attendere per ore, si rivela un tipo strambo ma servizievole, che accetta anche di manipolare il sistema affinché Steven possa vedere i canali a pagamento senza dover pagare. Per educazione Steven accetta di uscire con lui, e si ritrova presto invischiato in una serie di stranezze promosse dall’uomo del via cavo, che diventa sempre più incontrollabile e invadente, fino a che Steven decide di dover interrompere ogni rapporto con lui: ma l’uomo del via cavo non è affatto d’accordo…

In una puntata dei Simpson ricordo che Homer denigrava The Cable Guy accusando il film di aver quasi distrutto la carriera di Jim Carrey. Difficile pensare che l’attore, che era già stato protagonista di The Mask e dei due Ace Ventura, potesse venire danneggiato da questo film, ma di sicuro qui lo troviamo in un ruolo diverso dai suoi soliti: sempre libero di gigioneggiare come solo lui sa fare, l’uomo della tv via cavo ha però anche un aspetto spaventoso e inquietante, e come afferma lui stesso può essere il tuo migliore amico oppure il tuo peggior nemico. Il film, anche se ha momenti di inquietudine nel momento in cui Steven si rende conto di quanto sia squilibrato quello che sembrava un innocuo buffone, si mantiene sempre sul binario della commedia che diverte senza però far fare risate di pancia. La parte più interessante il regista Ben Stiller la riserva per se stesso, nel doppio ruolo di due fratelli gemelli di cui uno è accusato di aver assassinato l’altro: il circo mediatico attorno al processo accompagna tutto lo sviluppo del film, siglandone il lato accusatorio verso i meccanismi più morbosi della televisione, colpevoli di aver plagiato la fragile mente dell’uomo della tv, abbandonato da piccolo per troppe ore davanti alla tv da una madre assente, libero di assorbirne tutti i precetti meno edificanti. Il messaggio passa comunque in grande leggerezza, tra le rocambolesche avventure vissute dal sobrio e compunto Steven in compagnia dello sconosciuto, dal karaoke alla giostra medievale. Bravo Ben Stiller a gestire una vicenda che poteva diventare ripetitiva o scontata, coadiuvato da due ottimi protagonisti: Jim Carrey, che come spesso accade riesce ad essere allo stesso tempo simpatico e insopportabile, e Matthew Broderick, in cui diventa facile identificarsi per la sua onestà di fondo punteggiata però di piccole bassezze morali (volere la tv a pagamento senza pagare, fingere amicizia per i suoi scopi, ignorare gli amici). Il film è sorretto da queste due colonne ma arricchito da una miriade di attori famosi del grande e piccolo schermo che hanno ruoli di contorno ma necessari per il ritmo e l’arricchimento della trama (da Jack Black a Bob Odenkirk, da Eric Roberts all’amico di sempre Owen Wilson). Non esilarante come altri film di Jim Carrey o di Ben Stiller e penalizzato dal brutto titolo italiano ma adatto ad una serata senza troppi pensieri tra facce note in cui si prova gratitudine per il fatto che Netflix non necessiti di un installatore…

Voto: 2 Muffin

Moonwalkers

Anno: 2015

Regia: Antoine Bardou-Jacquet

Interpreti: Ron Perlman, Rupert Grint, Robert Sheehan

Dove trovarlo: Amazon Prime Video

Siamo alla fine degli anni ‘60, è ormai questione di giorni prima che l’Unione Sovietica riesca ad approntare la sua missione spaziale per la Luna. Naturalmente anche gli Stati Uniti stanno preparando una missione simile, ma poiché sono in gioco il prestigio internazionale e il dominio economico e politico globale non si possono correre rischi. Ecco perché la CIA incarica un suo membro fidatissimo, l’agente Kidman (Ron Perlman), di rintracciare il famoso regista Stanley Kubrick e convincerlo a girare, in totale segretezza, uno sbarco lunare americano fasullo da esibire in caso la vera missione spaziale dovesse fallire. Kidman parte per l’Inghilterra, dove deve incontrare l’agente di Kubrick ma per una serie di casualità si trova invece davanti Jonny, agente pasticcione di una band sconosciuta, il quale, tentato dalla cospicua somma di denaro promessa, decide di far spacciare il suo scapestrato coinquilino Leon (Robert Sheehan) per Stanley Kubrick per intascare il denaro e poi scomparire. Una volta capito il raggiro, Kidman ritrova i due impostori ma non ha altra scelta che collaborare con loro per girare il falso allunaggio prima che sia troppo tardi…

L’idea di partenza del film è molto accattivante e ricca di spunti, a partire dalla sigla animata che ricorda moltissimo quelle realizzate da Terry Gilliam per il Flying Circus e i film dei Monty Python, ma purtroppo non è stata sfruttata al meglio dal regista Antoine Bardou-Jacquet, privo di esperienza cinematografica se non si contano una manciata di video e di spot. Peccato perché la vicenda di per sè è già esilarante, solamente leggendo la sinossi della trama io ero già divertita, eppure il film manca del tutto di ritmo e di coerenza di tono, passando dalla commedia all’action violento alla farsa, inserendo sequenze immotivatamente lunghe di scontri fisici truculenti tra Kidman (affetto da disturbi post traumatici molto gravi) e scagnozzi di varia provenienza oppure di persone con i sensi ottenebrati dalla droga che si lasciano andare completamente a follie di varia natura. Tolte queste, il film sarebbe molto divertente, ricco di situazioni surreali ma buffe e sorretto da bravi attori. Ron Perlman, nonostante il ruolo strambo e le allucinazioni che offuscano spesso il giudizio del suo tosto personaggio (permettendo così alla vicenda di svilupparsi in qualche modo), è una garanzia di qualità, e Rupert Grint (a tutti noto come il Ron Weasley della saga di Harry Potter) è perfetto per il ruolo dell’opportunista imbranato ma pieno di risorse. Non mi sento di consigliarlo a cuore aperto per via dei suoi molti difetti, ma resta un film godibile in alcune parti con un’idea di fondo davvero buona, che poteva certamente essere sfruttata meglio. Peccato anche aver dato poco risalto a tutto l’aspetto metacinematografico della vicenda, che avrebbe meritato meno derive lisergiche e una migliore sceneggiatura. Non ho capito come mai tutta l’azione fosse ambientata in Inghilterra ma, da brava anglofila, l’ho apprezzato molto.

Voto: 2 Muffin

Stanley Kubrick, Ron Weasley e Rambo entrano in un pub…

Lock&Stock – Pazzi Scatenati

Titolo originale: Lock & Stock and Two Smoking Barrels

Anno: 1998

Regia: Guy Ritchie

Interpreti: Jason Statham, Vinnie Jones

Dove trovarlo: Netflix

Un gruppetto di piccoli delinquenti si convince di poter guadagnare molti soldi con una partita a poker contro un boss della malavita. Sfortunatamente invece perdono, e il boss dà loro pochi giorni per mettere insieme una grossa cifra. I nostri decidono quindi di procurarsi il denaro derubando i loro vicini una volta che questi avranno a loro volta derubato degli spacciatori…

Piccola premessa: io e mio marito abbiamo visto i primi episodi della serie Locke&Key e stavamo cercando il successivo per continuare la visione quando il motore di ricerca di Netflix ha fatto comparire Lock&Stock. Io ho commentato: “Dovrei proprio vederlo questo”. E mio marito: “Non l’hai mai visto??” e ha cliccato immediatamente “Inizia visione”. Bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare. E comunque, di sicuro è molto meglio di Locke&Key!

Guy Ritchie, lungi dall’essere solamente l’ex signor Madonna, è un regista che amo moltissimo quando si mantiene nel genere gangster-commedia, mentre quando ne esce resto sempre delusa (il peggiore di tutti i suoi film è senza dubbio Travolti dal Destino, infelice remake del film di Lina Wertmuller Travolti da un Insolito Destino nell’Azzurro Mare d’Agosto, ma anche il film su Re Artù e il live-action di Aladdin non erano belli). Non fa eccezione il suo film d’esordio Lock&Stock – Pazzi Scatenati, che unisce il genere gangster, con rapine e sparatorie, con la commedia più brillante, con risultati davvero esilaranti. La trama, con i suoi intrecci e colpi di scena, è molto ben congegnata, e i personaggi, pur essendo tanti, sono tutti ben caratterizzati, grazie anche a una squadra di bravi attori di ogni età (tra cui due giovani Vinnie Jones e Jason Statham) e ai dialoghi ben scritti e ben recitati, conditi di battute divertenti e situazioni paradossali ma mai troppo incredibili. La violenza e il turpiloquio passano sempre in secondo piano rispetto alle rocambolesche avventure dei protagonisti, per cui i due barili fumanti del titolo originali sono l’ultimo dei problemi. Non so dire se il regista abbia davvero inventato questa formula per il successo ma di sicuro ci si muove dentro con splendidi risultati, come sarà anche per i film successivi The Snatch, Sherlock Holmes e The Man from U.N.C.L.E. Eccitante, divertente, soddisfacente: cosa volere di più?

Voto: 4 Muffin

A Star is Born

Anno: 2018

Regia: Bradley Cooper

Interpreti: Lady Gaga, Bradley Cooper, Sam Elliot

Dove trovarlo: Netflix

Una cameriera che sogna di diventare una star e un cantante di grande successo ma con gravi problemi di alcool e droga si conoscono per caso nel locale di drag queen in cui lei si esibisce. Tra i due scocca la scintilla, la fama di Jack (Bradley Cooper) spianerà la strada verso il successo per Ally (Lady Gaga) ma le dipendenze di lui renderanno molto difficile il rapporto di coppia.

La storia si racconta in due righe e non è certo nuova, visto che abbiamo già avuto due film dallo stesso titolo, uno del 1954 con Judy Garland e James Mason e uno del 1976 con Barbra Streisand e Kris Kristofferson. Tuttavia questa nuova versione mi è piaciuta davvero molto, perciò mi sento di consigliare questo film agli amanti della musica e anche a chi ama vedere sullo schermo storie d’amore complicate. Io ero già una fan di Lady Gaga ma credo che in questo film la celebre cantante pop brilli davvero come una stella per il suo genuino talento canoro e per le sue più che adatte doti recitative. Doppio applauso poi per Bradley Cooper, attore affascinante e simpaticissimo, che qui non solo si cala in un ruolo molto difficoltoso ma si cimenta anche per la prima volta come regista, ottenendo un ottimo risultato: senza particolari vezzi autoriali Cooper riesce a raccontare questa storia, semplice ma intensa, in modo lineare e accattivante, facendoci davvero affezionare ai due protagonisti e al fratello di Jack, Bobby, interpretato dal sempre mitico Sam Elliott. Belle musiche e canzoni, bravi gli attori, pulita la regia di Cooper, che ci inonda di luci quando sale sul palco per mostrare lo straniamento di chi è sotto l’effetto di alcool e droghe ma ci racconta poi una dolce e sofferta storia d’amore con grazia e tenerezza. Meritato l’Oscar per la miglior canzone a Shallow, cantata da Lady Gaga e Bradley Cooper. 

Voto: 3 Muffin