Due Estranei

Titolo originale: Two Distant Strangers

Anno: 2021

Durata: 32 minuti

Regia: Travon Free, Martin Desmond Roe

Interpreti: Joey Badass, Andrew Howard, Zaria

Dove trovarlo: Netflix

Questo cortometraggio ha da poco vinto l’Oscar della sua categoria, usando un approccio diverso per raccontare la problematica, più che mai attuale negli Stati Uniti, delle violenze da parte delle forze dell’ordine ai danni delle persone di colore. Negli ultimi anni l’Academy si è dimostrata particolarmente sensibile alle tematiche affrontate dalle opere in concorso, e Due Estranei non fa eccezione, cavalcando senza dubbio l’onda di un argomento già nel cuore della politica e del giornalismo, ma utilizzando un punto di vista diverso, più cinematografico che documentaristico, per avvicinare il pubblico ad un argomento caldo come quello della discriminazione razziale.

Il giovane Carter (Joey Badass) si risveglia nel letto della bella Perri (Zaria) dopo aver passato la notte con lei. La ragazza lo invita a restare a colazione, ma Carter, sebbene molto preso da lei, rifiuta perché ansioso di tornare a casa dal suo cane, Jeter, rimasto solo dalla sera precedente. Carter si veste ed esce, ma non appena arriva in strada viene aggredito da un poliziotto, l’agente Merk (Andrew Howard) che lo accusa immotivatamente di possesso di droga e lo immobilizza. Carter si ritrova a terra, con il poliziotto che schiaccia il suo collo impedendogli di respirare, fino a che non muore. Si risveglia però nel letto di Perri, ancora una volta. Convinto che si sia trattato di un brutto sogno, lascia nuovamente la casa della ragazza per tornare da Jeter, e di nuovo viene fermato dall’agente Merk, che questa volta gli spara e lo uccide. Di nuovo, Carter si risveglia nel letto di Perri. Si rende conto di essere bloccato in un loop temporale, in cui, qualunque cosa faccia, l’agente Carter alla fine lo uccide. Ma il ragazzo non si arrende, deciso a ritornare a casa dal suo cane…

La trama, sebbene non sia originale nel contesto del cinema di fantascienza, trova però un’applicazione nuova nel campo della denuncia sociale; d’altro canto la fantascienza, come tutti i generi cinematografici un tempo considerati “minori” (horror, western…) ha sempre utilizzato metafore per parlare, in realtà, non di pianeti lontani ma del mondo in cui viviamo. Allo stesso modo questo cortometraggio utilizza lo stratagemma narrativo del loop temporale per rappresentare la condizione, apparentemente senza via d’uscita, della popolazione di colore negli Stati Uniti, che viene ancora oggi discriminata talvolta con brutalità e violenza. Il rimando alla morte del giovane George Floyd è molto diretto, e nei titoli di coda scorrono molti altri nomi di persone di colore uccise arbitrariamente dalla polizia americana negli ultimi anni. Two Distant Strangers (il titolo originale sottolinea come i due uomini non siano solo sconosciuti ma siano anche molto distanti tra loro, nonostante si trovino continuamente a stretto contatto) ha un valore civile più alto di quello artistico, e si potrebbe discutere su quale dei due sia stato premiato, ma testimonia, oltre alla condizione difficilissima in cui versa una parte della popolazione statunitense, anche la ricerca, che in questi anni procede per tentativi, a volte maldestri, di un’espressione artistica per tale condizione. Considerando anche la breve durata, Due Estranei è senza dubbio una visione interessante, che lascia allo stesso tempo amareggiati ma anche speranzosi sia nei confronti della situazione delle discriminazioni razziali sia verso quella della cinematografia odierna. Dopo diversi esempi, visti in questi ultimi anni, di rielaborazioni storiche che annullavano le differenze razziali (come il musical Hamilton o le serie Hollywood e Bridgerton), ora assistiamo a nuovi esperimenti cinematografici che tentano di elaborare una condizione civile ed esistenziale difficilissima. Sono sicura che, quando l’arte troverà il modo giusto per incanalare questa condizione, il risultato (forse non solo artistico) sarà ragguardevole.

Terminal Velocity

Anno: 1994

Regia: Deran Sarafian

Interpreti: Charlie Sheen, Nastassja Kinski, James Gandolfini

Dove trovarlo: Disney Plus (Stars)

Richard Brodie detto “Ditch” è un istruttore di volo e di paracadutismo che sa cosa siano le regole e la disciplina. Un giorno si presenta da lui una bellissima sconosciuta che dice di chiamarsi Chris (Nastassja Kinski) e che smania per una lezione di volo immediata. Ditch accetta, sperando di far colpo su Chris, ma quando sono sull’aereo la ragazza, senza spiegazioni, si lancia nel vuoto. Ditch sta ancora cercando di darsi pace per l’accaduto quando si imbatte nuovamente in Chris, che gli rivela di chiamarsi in realtà Krista e di essere un agente del KGB in missione; la ragazza trovata morta era invece la sua compagna di stanza, di cui lei ora deve trovare l’omicida. Se vuole essere scagionato da ogni accusa Ditch non ha altra scelta che collaborare con Krista e aiutarla nella sua pericolosa missione…

Charlie Sheen è forse l’ultimo nome che ci si aspetterebbe di trovare nel catalogo di Disney Plus, viste le sue burrascose vicissitudini personali legate all’uso di droghe e alla violenza domestica: eppure, grazie all’acquisizione della piattaforma Stars, film e serie tv per adulti sono diventati molto più numerosi. Terminal Velocity è un film d’azione di stampo molto classico, senza eccessiva violenza e con giusto qualche parolaccia e alcune battute non adatte ai minori (“Io non sono solo un pisello con le gambe, sono un pisello con le ali!”), con i suoi canonici colpi di scena (senza grosse sorprese) e un mix di azione e comicità, affidata alle battute di Ditch e al contrasto tra i due caratteri opposti dei protagonisti che si ritrovano, sempre da manuale, insieme per forza. Ditch è un ribelle, scapestrato, superficiale e donnaiolo, mentre Krista è un agente segreto serio, professionale e devoto alla causa; inutile dire che tra i due ci saranno dapprima scintille e poi, man mano che iniziano ad aprirsi e confrontarsi, del tenero. A prescindere da ciò che si può pensare di lui come uomo, Charlie Sheen è da sempre un buon attore comico che sa essere fascinoso e divertente al punto giusto, come il duetto di film Hot Shots! ha dimostrato. Nastassja Kinski è molto brava a cambiare atteggiamento, da stuzzicante e seriosa a romantica, senza che il suo fascino diminuisca mai. Per una serata senza pensieri (ma va bene anche a colazione), con un po’ di azione retrò, qualche risatina e alcuni simpatici svolazzamenti.

Voto: 3 Muffin

007 – Una Cascata di Diamanti

Dopo il disastro conclamato di Al Servizio Segreto di Sua Maestà, che delude non solo i fan di 007 ma anche i produttori (che si erano abituati a ben altri incassi per i film della saga), per Cubby Broccoli e Harry Saltzman si presenta una sfida assai ardua: trovare un nuovo James Bond. I produttori sono convinti che il nuovo 007 debba essere un po’ meno inglese e più americano per tornare a soddisfare i gusti del pubblico. Sostituiscono dunque lo sceneggiatore Richard Maibaum, che aveva già scritto una prima bozza del copione partendo dal romanzo Diamonds are Forever di Ian Fleming, con il giovane americano (ma con un stile di scrittura sufficientemente british) Tom Mankiewicz. Cercano un americano anche per interpretare Bond, ma purtroppo Adam West, già sotto contratto per il telefilm Batman, non è disponibile; accetta l’offerta invece John Gavin (l’amante di Janet Leigh nel film Psycho di Alfred Hitchcock), che viene scritturato per interpretare l’agente segreto più famoso del mondo.

La United Artists vorrebbe riavere Sean Connery, ma Broccoli e Saltzman non intendono implorare l’attore scozzese: inviano quindi la bellissima Ursula Andress, che era stata sua partner in Licenza di Uccidere ed è rimasta in ottimi rapporti con Connery, a farlo in loro vece. Connery si prende una settimana per decidere e infine accetta il compenso stratosferico di 1.200.000 dollari, che devolverà interamente in beneficenza allo Scottish International Trust, il fondo per l’educazione scozzese istituito da lui stesso tre anni prima. I produttori, nel congedare John Gavin, insistono per pagargli ugualmente il compenso stabilito e lui si fa da parte con grande eleganza (a differenza del suo predecessore George Lazenby). L’idea di americanizzare James Bond viene così accantonata, ci si accontenta di adeguarlo un tantino ai tempi, facendolo smettere di fumare. È dunque ufficiale: Sean Connery interpreterà James Bond ancora una volta!

Una Cascata di Diamanti non è certo il film di 007 migliore tra quelli interpretati da Sean Connery (personalmente lo considero anzi il peggiore), ma si tratta comunque di un livello qualitativo infinitamente superiore rispetto al precedente Al Servizio Segreto di Sua Maestà con George Lazenby, come anche pubblico e critica decreteranno. Per quanto mi riguarda, se penso all’ultimo film di Sean Connery come 007 mi viene in mente piuttosto Mai Dire Mai, che però non fa parte della saga ufficiale di Bond e ne è piuttosto una riuscitissima parodia. Senza arrivare alla presa in giro, ma i produttori capiscono che, dopo il finale tragico del film precedente i fan di 007 hanno ora bisogno di umorismo e leggerezza più che mai.

Non resta dunque che scegliere il regista: i produttori decidono di andare sul sicuro e di richiamare Guy Hamilton, considerando il suo Goldfinger il film meglio riuscito (nonché il più redditizio) della saga; seguendo lo stesso ragionamento per interpretare la canzone del film, Diamonds are Forever, viene chiamata ancora una volta la talentuosa Shirley Bassey

La trama del romanzo di Fleming è piuttosto complicata (prevede ad esempio uno scontro finale tra Bond e il fratello gemello di Blofeld) e non convince i produttori, che chiedono a Tom Mankiewicz di discostarsene liberamente. Lo spunto per la nuova trama proviene dalla fonte più inaspettata: un sogno di Cubby Broccoli. Il produttore sogna infatti di osservare il lussuoso attico dell’amico Howard Hughes (eccentrico regista e magnate di Hollywood) dalla finestra e di scorgervi quello che crede di essere l’amico ma è in realtà una persona totalmente diversa. Mankiewicz inizia subito a lavorare su un copione in cui compare un ricco ingegnere stramboide (Willard Whyte, interpretato dal musicista country Jimmy Dean che Connery chiama “the noisy American”) e, nel finale, James Bond si ritrova ad affrontare non uno ma diversi Blofeld, tutti magistralmente interpretati da Charles Gray, che era già apparso in un film di 007 (Si Vive Solo Due Volte) nei panni di Dikko Henderson.

Charles Gray è Ernst Stavro Blofeld

Una Cascata di Diamanti sarà l’ultimo film in cui compare il villain Ernst Stavro Blofeld (eccezion fatta per la spassosissima scena iniziale di Solo per i tuoi Occhi) fino al  2015, in cui il personaggio ritornerà in Spectre con le sembianze di Christoph Waltz. Per le scenografie si decide di andare sul sicuro con Ken Adam, mentre purtroppo viene modificato il comparto effetti speciali, dove l’inglese premio Oscar John Stears vine sostituito dagli americani Leslie Hillman e Whitey McMahon, con risultati a mio parere molto meno efficaci, soprattutto per quanto riguarda gli effetti visivi delle esplosioni. Le mancanze dell’effettistica vengono però bilanciate dalla bravura degli stuntmen, ancora una volta guidati dai veterani Bob Simmons e George Leech. Nei ruoli ormai consolidati di M, Q e Miss Moneypenny tornano ancora una volta Bernard Lee, Desmond Llewelyn e Lois Maxwell, quest’ultima con un look decisamente diverso dal solito: non essendoci alcuna scena ambientata nello studio del capo di 007, M, questa volta la segretaria compare ad Amsterdam con la divisa di agente delle dogana. Per indossare invece i succinti panni della nuova Bond-girl Tiffany Case viene scelta l’americana Jill St. John; in seconda posizione troviamo invece Lana Wood (sorella minore di Natalie) nel ruolo di Plenty O’Toole.

La scelta è più difficile per i ruoli dei killer omosessuali, apparentemente innocui ma in realtà spietati, Mr. Kidd e Mr. Wint: la scelta cade sul musicista Putter Smith e sull’attore Bruce Glover (anche se i produttori avrebbero voluto Peter Lorre in questo ruolo). Questi personaggi sono molto delicati in quanto, tra l’omosessualità e la forte violenza, si muovono sul filo della censura, ma si rivelano una scelta felice: c’è infatti bisogno di un nuovo antagonista per 007, qualcuno di veramente temibile (per sottolineare la grandezza di 007) ma di originale, come appunto i due ometti all’apparenza inoffensivi che James Bond fa l’erorre di non prendere sul serio.

Il 5 Aprile 1971 iniziano, nel deserto del Nevada (che nel film è quello del Sud Africa), le riprese di Agente 007: Una Cascata di Diamanti. La prima scena girata è quella dell’omicidio del dentista commesso da Wint e Kidd con uno scorpione velenoso infilato nella giacca. Viene girata anche una scena alternativa in cui lo scorpione viene messo nella bocca della vittima, poi scartata perché troppo violenta.

La prima scena girata da Sean Connery invece è quella dell’inseguimento nel centro di Las Vegas: Cubby Broccoli, grazie alle sue conoscenze influenti, riesce a ottenere la chiusura delle strade della città per ben cinque notti consecutive. La grande comodità di girare di notte a Las Vegas, è che non servono riflettori per illuminare il set. Ma non tutto si rivela così semplice: non è possibile allontanare i curiosi dal set (infatti sullo sfondo si possono ben vedere i capannelli di fan sui marciapiedi) e questo diventerà un grosso problema per la scena in cui l’auto di Bond, per infilarsi in un vicolo strettissimo, viaggia su due sole ruote. L’acrobazia di sollevare la macchina sulle ruote di destra riesce al primo colpo allo stuntman Joei Chitwood (che riceve un applauso estemporaneo dalla folla): peccato però che la ripresa dell’auto che esce dal vicolo sia inutilizzabile a causa della gente e dei poliziotti accalcati ai lati del set. La scena deve essere girata nuovamente in giugno, negli studi Pinewood: gli stuntman americani non sono più disponibili e vengono chiamati degli stuntman francesi… ma per errore la scena viene girata con l’automobile che esce dal vicolo sulle ruote sinistre! Il pasticcio viene rimediato girando una scena di raccordo nell’interno dell’auto in cui Bond dice a Tiffany di “reggersi forte” perché sta per cambiare l’inclinazione della macchina: sarebbe una cosa senza senso e quasi impossibile da fare, ma nonostante questo, dopo il montaggio, la scena in qualche modo funziona.

Abbiamo parlato delle prime scene girate, ma analizziamo invece la scena che, come da tradizione, precede i titoli di testa e la sigla. La sequenza ha lo scopo di agganciarsi alla trama del film precedente, in cui la moglie di Bond è stata uccisa da Blofeld, sottolineando però il fatto che il mitico Sean Connery sia tornato nei panni di 007. Assistiamo dunque a diversi interrogatori molto poco garbati di Bond, di cui ancora non vediamo il volto, che sconvolto dalla morte di Tracy desidera vendetta nei confronti del Numero Uno della Spectre. Inizialmente, proprio come avveniva in Licenza di Uccidere, non vediamo il viso di Bond ma solo le sue spalle, mani e braccia, in un crescendo di tensione fino alla scoperta del covo segreto di Blofeld, in cui, dopo una dura lotta, assistiamo (apparentemente) alla morte del cattivo. Girare questa scena è stato molto difficile per gli stuntman: in prima battuta, per ricreare il fango terapeutico utilizzato dal chirurgo plastico, viene usato del purè di patate, che però, dopo alcune ore, inizia a marcire e diffondere un odore insopportabile. Si appronta dunque una nuova miscela, che però ha il difetto di bruciare gli occhi e produrre eruzioni cutanee ai cascatori… altro che trattamento di bellezza!

Subito dopo la sigla, Hamilton decide di inserire l’unica scena poco divertente del film, quella in cui viene spiegato al pubblico ciò che ha bisogno di sapere sui diamanti per poter seguire poi la storia (analogamente a quanto fatto per l’oro di Goldfinger); una volta sbrigata questa formalità, il film può procedere a ritmo sostenuto con le classiche scene d’azione e la stessa ironia di sempre. Non manca comunque una punta di ironia, anche se semi-involontaria: lo sceneggiatore Tom Mankiewicz inserisce infatti una sagace osservazione di Bond sull’annata dello Sherry, non sapendo che, per questo liquore, non esiste l’annata! Per sua fortuna l’avvocato di Broccoli, che invece è un esperto del settore, si trova a passare sul set in quel momento e gli fa notare l’inesattezza: questo scambio diventa la nuova battuta del film.

L’idea iniziale di girare gli interni agli Universal Studios di Los Angeles viene abbandonata in favore dei cari vecchi Studi Pinewood di Londra, dove Ken Adam realizza tutti i set, mentre gli esterni ambientati ad Amsterdam vengono girati nella città olandese in appena un weekend. Per velocizzare le riprese, Guy Hamilton ha l’idea di promettere a tutti la serata libera ad Amsterdam a lavoro ultimato, e come racconta lui stesso: “Mai lavorato così in fretta con una troupe!”.

Come in tutti i film di Bond che si rispettino, anche in Una Cascata di Diamanti non possono mancare i combattimenti corpo a corpo. Tuttavia, poiché il regista pensa che “non ci sia nulla di più noioso che guardare due tizi che si menano”, bisogna rendere accattivanti gli scontri fisici, come ad esempio quello (girato a Pinewood) tra 007 e Peter Franks, interpretato dall’inglese Joe Robinson, che era stato l’insegnante di judo di Sean Connery. Hamilton decide che lo scontro tra questi due atleti grandi e grossi deve avvenire in uno spazio davvero angusto: un ascensore. La coreografia del combattimento viene pianificata con molta cura da Bob Simmons, ma in quel set ristretto non c’è spazio per gli stuntman (le inquadrature sono troppo ravvicinate) e i due attori devono cavarsela da soli. Nessun problema per Sean Connery, che si diverte molto a girare queste scene e non fa mai storie quando deve picchiare o farsi picchiare: l’attore aggiunge anche qualche tocco personale alla coreografia (come aveva fatto anche per i dialoghi del copione) e il risultato è una scena molto efficace con la tipica chiusura ironica: oltre due settimane di prove per una scena di due minuti appena.

In Una Cascata di Diamanti incontriamo ancora una volta l’agente CIA Felix Leiter, sempre un fedele alleato di Bond, interpretato da Norman Burton (che segue Jack Lord, Cec Linder e Rick Van Nutter). Nella scena all’aeroporto, quando Felix esamina la bara e domanda a 007 dove siano nascosti i diamanti, Bond gli risponde: “Alimentary, Watson” (“Alimentare, Watson”), parafrasando Sherlock Holmes: Cubby Broccoli in realtà desiderava eliminare questa battuta dal copione, sostenendo che nessuno l’avrebbe capita. Quando, alla prima del film, sente che il pubblico in sala ride di gusto, commenta: “Bella forza, saranno tutti dottori!”

Per il set della camera mortuaria di Las Vegas Ken Adam sceglie uno stile molto kitsch e ironico (ben rappresentato dalla vetrata a forma di diamante) e decide che, come tutti i congegni che compaiono nei film di 007, anche il pannello di controllo del forno crematorio deve essere pieno di leve e pulsanti appariscenti. La scena in cui Bond è imprigionato nella bara e sta per essere cremato è la tipica situazione dei film di 007 in cui il protagonista sembra non avere via di scampo e il pubblico ha pochi secondi per cercare di capire come riuscirà a cavarsela: anche se sono scene brevissime, a volte sono necessari mesi per idearne una che funzioni. Ironia della sorte, quella di 007 imprigionato nella cassa da morto è anche l’ultimissima scena girata da Sean Connery nei panni di James Bond, venerdì 13 agosto (neanche a farlo apposta) 1971.

Per girare le scene ambientate nei casinò e gli inseguimenti d’auto, la troupe si ferma per ben sei settimane a Las Vegas: serve tanto tempo perché è possibile effettuare le riprese all’interno dei casinò solamente tra le tre e le sei del mattino dei giorni feriali. Attori e maestranze smettono di dormire, impegnati come sono a girare durante il giorno e giocare d’azzardo di notte. Lo sceneggiatore Tom Mankiewicz perde un intero mese di paga. E non si salva neppure chi non gioca: Cubby e Dana Broccoli vengono derubati mentre dormono tranquilli nella loro suite. Ma questo non è un grosso problema per il produttore, che ha sempre a disposizione un budget di riserva che lui chiama “supporto morale”: in questo caso decide di spenderlo per dare una suite anche allo sceneggiatore, per il quale era stata prevista invece una sistemazione più semplice. Per ringraziarlo Tom voleva dare ai trapezisti del Circus Circus il nome di “Flying Broccoli” in omaggio al produttore, che però glielo vieta categoricamente.

Il direttore del Circus Circus concede il suo casinò per le riprese in cambio di una piccola parte nel film: quella dello “scienziato pazzo” che introduce il numero della donna-scimmia. Viene girata anche una scena con una donna in costume da sirena che suona l’arpa galleggiando su una conchiglia all’interno del ristorante, ma viene poi esclusa dal montaggio finale, insieme a un cameo di Sammy Davis Jr. al casinò. Per girare la scena in cui Q utilizza uno dei suoi congegni per sbancare le slot machine viene chiesto a un tecnico di impostare le macchina in modo tale che ogni tentativo sia vincente… immagino che quell’uomo sia diventato d’un tratto molto popolare!

L’hotel Whyte House, da cui l’eccentrico milionario Willard Whyte non esce mai (proprio come faceva Howard Hughes nel suo Desert Inn) è il realtà l’hotel Hilton: nei campi lunghi gli edifici adiacenti vengono nascosti da un fondale per farlo spiccare di più.

A Las Vegas entra in scena la bella Plenty O’Toole: dopo “Pussy Galore” (“Gnocca a Volontà”) un altro nome evocativo, come lo stesso Bond non manca di notare, in quanto “Plenty” significa “abbondanza”. Inizialmente il ruolo doveva andare a Jill St. John, ma il regista cambia idea e lo assegna a Lana Wood, bellissima ma piccola di statura, che per recitare accanto a Sean Connery è costretta a salire su una cassetta di frutta; la scelta si rivela cruciale quando viene girata la morte di Plenty (nella casa di Kirk Douglas a Palm Springs): la ragazza viene trovata morta nella piscina e Lana ha davvero i piedi legati ad un peso posto sul fondo. Nessuno si è accorto però che il fondale della piscina è inclinato e con passare del tempo il peso scivola verso la parte più profonda: presto Lana non è più in grado di tirare fuori la testa dall’acqua per respirare. Per fortuna l’attrice è un’ottima nuotatrice e apneista, e riesce a non andare nel panico mentre le viene prestato tempestivamente soccorso. Nonostante la sua bravura però per il tuffo in piscina dal terrazzo viene chiamata una cascatrice, Patty Elder; allo stesso modo Sean Connery, anche lui abile nuotatore, viene sostituito da un tuffatore professionista quando 007 deve buttarsi in acqua da oltre venti metri.

Gli autori dei film di 007 sono da sempre attenti alle ultime novità tecnologiche ma anche alle mode del momento. La chirurgia plastica, che ha un ruolo centrale del film, era diventata di gran moda alla fine degli anni ‘60, così come lo erano i letti ad acqua come quello della suite d’albergo di Bond (in cui Ken Adam ha l’idea geniale di inserire anche dei pesci vivi); allo stesso modo, l’ascensore esterno o le tessere magnetiche, come quelle che garantiscono l’accesso al laboratorio, erano delle novità assolute. Bond riesce a introdursi nel laboratorio segreto della Spectre grazie all’aiuto inconsapevole del Dottor Hergersheimer: questo suggestivo cognome altro non è che la parola usata da Guy Hamilton per indicare un “Pinco Pallino” qualsiasi: lo sceneggiatore decide di usarla come nome per uno dei personaggi del film. 

Una delle scene più memorabili del film è senza dubbio la fuga di 007 a bordo del Moon Buggy, il veicolo lunare realizzato da Ken Adam basandosi sul modello reale ma, per volere del regista, con aggiunta di bracci e altre parti mobili per renderlo più grottesco; Adam ha dotato lo strambo veicolo di ruote a sezione conica come l’originale, ma purtroppo queste non resistono all’ambiente ostile del deserto del Nevada e si rompono durante le riprese. Vengono sostituite con dei più classici pneumatici Honda per poter terminare la scena.

Esattamente come i combattimenti, anche le scene di inseguimento nei film rischiano sempre di diventare noiose: ecco perché Hamilton pensa di ambientarne una in un parcheggio, elaborandone lo sviluppo con l’utilizzo di diversi modellini. Qui il regista può dare sfogo a tutta la sua antipatia per le auto americane, facendo sfasciare tutte le oltre ottanta automobili messe a disposizione gratuitamente dalla Ford per il film. Girando la scena al distributore di benzina, invece, una donna che sta passando in auto si distrae per guardare Sean Connery e tampona l’auto davanti, rallentando le riprese: quando si dice fascino pericoloso…

Dopo aver visto la scena del film in cui Bond utilizza una sparachiodi da arrampicata per introdursi dall’esterno nell’attico di Whyte, diverse associazioni di scalatori scrivono alla United Artists per chiedere dove poterne acquistare una: ma questo aggeggio nella realtà non esiste (i chiodi infissi in quel modo non potrebbero mai reggere il peso di un uomo). Proprio come gli speranzosi scalatori, dopo la sua impresa Bond vede le sue speranze finire…nel gabinetto. A questo punto del copione Tom aveva inserito una lunga spiegazione da parte di Blofeld su come funzionasse il sintetizzatore vocale, ma l’attore Charles Gray suggerisce di sostituirla con una semplice frase: “Non so come funziona, ma il principio è molto semplice”. Come in tutti i film di Bond, non bisogna mai spiegare troppo…

Ken Adam si è potuto sbizzarrire nel creare il set dell’attico di Whyte, lussuoso ma anche avveniristico, pieno d’acciaio e di modellini dei suoi progetti. Al contrario la casa in cui Bond affronta Bambi e Thumper non è un set, ma una vera abitazione di Palm Springs, costruita attorno ad un blocco di roccia, cui non viene aggiunto nulla se non il trapezio necessario per la scena di lotta. L’idea per questo strano combattimento è venuto al regista guardando  le acrobazie compiuta dalle atlete delle Olimpiadi: spetta poi a Bob Simmons coreografare il tutto e creare una delle scene più memorabili della saga di Bond.

Non è facile per Guy Hamilton trovare una location adeguata per lo scontro finale: serve infatti una piattaforma petrolifera dismessa ma sicura (in quanto verranno utilizzati esplosivi ed effetti pirotecnici) e non troppo difficile da raggiungere. Per sua fortuna in quegli anni l’azienda petrolifera Shell versa in cattive acque: Hamilton riesce così ad affittare una vecchia piattaforma, poco lontano dalla costa della California, per una cifra modesta. Ogni giorno, per raggiungere il set, attori e troupe devono volare per quindici minuti su degli elicotteri privi di portelloni. Prima di girare la grande esplosione finale, il regista decide di fare un’ultima prova generale della scena, ma l’aiuto regista fraintende e ordina di azionare tutti gli esplosivi. Per fortuna il cameraman Jim Gavin ha la prontezza di azionare la telecamera e riprendere tutto dall’elicottero su cui si trova. Vengono girate anche scene con i sub che si tuffano dagli elicotteri e raggiungono la piattaforma a nuoto, ma sono poi scartate per non far risultare la scena troppo lunga (ne restano però delle immagini nelle locandine). La scena in cui Bond raggiunge la piattaforma dentro uno strano pallone (ispirata al regista, ancora una volta, da un filmato visto in televisione), viene girata successivamente negli studi Pinewood, insieme alla scena finale a bordo della nava da crociera.

Putter Smith accetta coraggiosamente di lasciarsi incendiare le braccia, ma viene poi sostituito da George Leech per il finale della scena, così come lo stuntman Gerry Crampton sostituisce Bruce Glover per il salto in mare (per cui viene utilizzato un trampolino), anche se in realtà la scena viene grata in studio e non c’è acqua ma solo tessuto increspato a simulare l’effetto delle onde. Ken Adam progetta ben due sottomarini per la fuga di Blofeld, uno in fibra di vetro (per il costo di 30.000 dollari) e uno più resistente pieno di cemento per la demolizione della sala controllo. La scena, inizialmente prevista, di inseguimento di Blofeld nella salina non viene mai girata per indisponibilità della location californiana. Nonostante sia molto elaborata e tecnicamente complicata, la scena dell’attacco alla piattaforma viene girata a tempo di record grazie alla sagacia dei produttori, che negano a Guy Hamilton e Sean Connery il permesso di recarsi negli splendidi campi da golf della California fino a che la scena non sarà ultimata. A volte non serve altro che il giusto incentivo…

Venerdì 13 agosto 1971, alle ore 16.00, Sean Connery ha appena finito di girare la sua ultima scena nei panni di 007, e tutti i suoi amici e colleghi sanno che questa volta si tratta di un addio definitivo. I produttori avranno modo di consolarsi con gli incassi e il successo del film (anche se non è certo uno dei migliori, anzi), ma il futuro appare incerto: che ne sarà di James Bond? Dopo il fallimento catastrofico di George Lazenby sembra chiaro che sostituire Sean Connery non è possibile… È forse la fine di 007? 

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Il Ritorno dei Pomodori Assassini

Titolo originale: Return of the Killer Tomatoes

Anno: 1988

Regia: John De Bello

Interpreti: Anthony Starke, George Clooney, John Astin, Steve Lundquist, Karen M. Waldron

Dove trovarlo: Amazon Prime

Ieri è stato il compleanno di George Clooney, che ha compiuto 60 anni. Clooney è un attore che ho seguito molto negli anni passati (fin dai tempi del Dr. Ross di E.R.) e di cui ho avuto modo di vedere moltissimi film, alcuni bellissimi, altri molto meno belli, altri… bellissimi in modo molto diverso. È il caso di questo film, interpretato da George in gioventù (27 anni): Il Ritorno dei Pomodori Assassini. Come il titolo suggerisce si tratta del seguito di un altro film, Attacco dei Pomodori Assassini del 1978, sempre diretto da John De Bello e sceneggiato dal regista insieme a Costa Dillon e J. Stephen Peace.

La trama del primo film ci viene riassunta brevemente: alla fine degli anni ‘70 i pomodori, dopo aver subito una mutazione genetica, si erano ribellati e avevano dichiarato guerra alla razza umana. L’intero pianeta era in pericolo, ma alla fine i perfidi vegetali erano stati sconfitti grazie al coraggio di un uomo, il Tenente Wilbur Finletter (J.Stephen Peace), che aveva scoperto come i pomodori venissero annientati da una particolare canzone pop, Amore in Pubertà, e guidato il contrattacco terrestre fino a sbaragliare gli avversari. 

La nostra storia inizia dunque in un mondo in cui i pomodori sono diventati illegali (ma vengono contrabbandati): al solo nominarli si scatena il panico. Wilbur Finletter dopo la sua impresa eroica ha lasciato l’esercito e aperto una pizzeria (rigorosamente Tomato-free) in cui lavorano anche il nipote Chad (Anthony Starke) e il suo amico Matt (George Clooney). Mentre Matt passa tutto il suo tempo ad escogitare nuovi sistemi per conquistare le ragazze, Chad si sbizzarrisce dietro il bancone creando pizze sempre più fantasiose (con acciughe, burro d’arachidi e orsetti gommosi, per esempio). Nel frattempo, all’insaputa di tutti, il malvagio Professor Gangreen (John Astin) sta perfezionando un piano diabolico per conquistare il mondo servendosi di pomo-uomini, pomodori trasformati chimicamente in super-soldati. Il Professore però ha creato anche una pomo-donna, la bellissima Tara (Karen M. Waldron) di cui Chad, che va spesso alla villa per consegnarle la pizza, è invaghito. Tara, comprese le losche intenzioni del suo creatore, decide di fuggire, e non sapendo a chi rivolgersi chiede aiuto proprio a Chad.

Chi come me ha sempre avuto un debole per i film di serie B (o anche Z in molti casi) che mostrano, con effetti speciali più o meno accurati, animali che si ribellano all’uomo e diventano spietati assassini, ormai ha visto di tutto: squali, api, serpenti, pipistrelli, formiche, ragni, tafani, perfino funghi giganti… ma forse non i pomodori! Il Ritorno dei Pomodori Assassini, a differenza di alcuni dei film sopra citati, ha l’enorme pregio di non prendersi mai sul serio e riesce ad essere a tratti davvero molto divertente, giocando con il piano metacinematografico (mostrando cioè che i personaggi sono in realtà attori consapevoli di essere in un film) e utilizzando gag e battute come altre parodie del genere di Hot Shots!, Una Pallottola Spuntata o molti film di Mel Brooks. Non raggiunge gli stessi livelli, ma alcune trovate secondo me sono davvero ottime (come quella di inserire in scena gli sponsor per ovviare ai costi di produzione) e spesso si ride di gusto, con il valore aggiunto di vedere un giovane Clooney che fa il pizzaiolo (non perdete mai d’occhio le pizze!) o un attore del calibro di John Astin (il Gomez della serie tv La Famiglia Addams) interpretare lo scienziato pazzo. Anche se il film da noi resta sconosciuto (ricordo quanto fu difficile trovarlo quando, studiando la filmografia di Clooney, incredula ne scoprii l’esistenza) il suo successo è testimoniato dai suoi due seguiti, Killer Tomatoes Strike Back! e Killer Tomatoes Eat France!: in entrambi ritroviamo John Astin nei panni di Gangreen e Steve Lundquist come Igor, assistente del Professore che sogna la carriera di annunciatore in tv. Se vi piace George Clooney (ma anche se non vi piace!), se amate l’umorismo del trio Zucker-Abrahams-Zucker e di Mel Brooks, se collezionate animali e vegetali assassini, allora non perdetevi Il Ritorno dei Pomodori Assassini! su Amazon Prime. Sarete molto sorpresi di scoprire cosa può fare un pomodoro con sei bottiglie di latte e una sedia sdraio…

Celebrity Hunted – Caccia all’Uomo

Ormai da decenni abbiamo tutti capito che c’è davvero molto poco di autentico in qualsiasi reality show, ma questo è particolarmente vero per lo show di Amazon Prime (basato su un format britannico) Celebrity Hunted: Caccia all’Uomo. Se fosse tutto vero, infatti, assisteremmo a sei puntate in cui un gruppo di persone con accesso a tutte le risorse delle forze dell’ordine (computer, satelliti, intercettazioni, elicotteri, droni…) cerca di impedire a dei personaggi famosi (chi più chi meno) di vincere dei soldi da dare in beneficenza. Evidentemente non è così, non c’è alcun dubbio sul fatto che si tratti di uno spettacolo costruito, organizzato e recitato, in cui le risorse della polizia vengono solamente replicate (come viene specificato all’inizio di ogni puntata) e tutto è pianificato per intrattenere lo spettatore sfruttando la simpatia e le diverse doti delle celebrità coinvolte. Inoltre, come spesso accade, il vero eroe non è il vincitore del gioco (non farò spoiler in ogni caso) ma i cameraman, costetti e seguire i personaggi famosi ovunque (nei boschi, nelle cliniche di chirurgia plastica, nelle case sugli alberi, nei conventi) e a nascondersi e acquattarsi a loro volta per non essere individuati dagli Hunters (i Cacciatori). Ma questo non significa che Celebrity Hunted non sia divertente e non possa regalare qualche risata e molti momenti di leggerezza. Tutto ha inizio a Roma, dove si trova la sede degli Hunters (nella suggestiva lanterna di Fuksas, in cima al palazzo dell’Ex Unione Militare) e dove i concorrenti vengono radunati per l’inizio del gioco. I fuggitivi hanno avuto la possibilità di organizzarsi in coppie e di predisporre un mezzo per la fuga; ciascuno di loro inoltre è stato dotato di un cellulare di vecchia generazione (non Smartphone) tramite il quale, dopo 12 giorni di fuga, i concorrenti ancora in gioco riceveranno le coordinate del Punto di Estrazione (che può essere ovunque nel territorio italiano e che è sconosciuto anche ai Cacciatori). Avranno quindi due giorni di tempo per raggiungerlo, ma a quel punto avranno anche gli Hunters alle calcagna: il cellulare infatti, così come i loro cellulari personali, è sotto controllo. I fuggitivi dovranno spostarsi, nascondersi e sopravvivere senza farsi trovare e con poche risorse a disposizione (una tessera bancomat che eroga al massimo 70 euro al giorno e che, naturalmente, viene tracciata). Nella loro sede operativa i cacciatori, una squadra composta da ex rappresentanti delle forze dell’ordine, hackers etici (cioè “buoni”), criminologi e psicologi cercherà di individuare i fuggitivi e anticipare le loro mosse per catturarli tramite le squadre d’azione dislocate sul territorio italiano. Le prede, come dice il titolo, sono personaggi famosi dello sport, del cinema e dello spettacolo italiano: l’ex capitano della Roma Francesco Totti, che affronterà la sfida in solitaria; il conduttore tv Costantino della Gherardesca, anche lui deciso a fuggire da solo; gli attori Diana del Bufalo a Cristiano Caccamo (in tutta onestà, mai visti nè sentiti prima), in coppia; l’attore Claudio Santamaria (che ho apprezzato moltissimo in Lo Chiamavano Jeeg Robot) insieme alla moglie giornalista Francesca Barra; il rapper Fedez (di cui ancora non ho sentito una canzone ma che mi è piaciuto molto per come ha condotto L.O.L.) in coppia con lo youtuber Luis Sal. A rendere le cose divertenti sono le peculiarità di ciascun personaggio e le dinamiche che si vengono a creare tra le coppie, oltre alle diverse strategie adottate (chi ha un piano, chi si affida alla fortuna, chi sfrutta le conoscenze, chi conta sulla generosità degli sconosciuti). Qualcuno cercherà di sparire in un monastero, altri in una casa sull’albero o in una stalla, qualcuno invece finirà ad abbuffarsi in casa Surace. Mettetevi comodi, preparatevi a fare il tifo per la vostra celebrità del cuore e vi scoprirete a trattenere il respiro quando i Cacciatori si avvicinano… Anche se non è tutto vero, di sicuro è vero intrattenimento!

Assassinio sull’Orient Express

Titolo originale: Murder on the Orient Express

Anno: 2017

Regia: Kenneth Branagh

Interpreti: Kenneth Branagh, Johnny Depp, Judi Dench, Penelope Cruz, Josh Gad, Willem Dafoe, Michelle Pfeiffer, Olivia Colman, Derek Jacobi, Leslie Odom Jr., Tom Bateman

Dove trovarlo: Disney Plus

Gerusalemme, 1934: Hercule Poirot (Kenneth Branagh), il detective più famoso al mondo, dopo l’ennesimo caso risolto brillantemente è pronto per godersi una meritata vacanza quando viene chiamato a Londra per un nuovo mistero da risolvere. Fortunatamente l’amico Bouc (Tom Bateman), direttore dell’Orient Express, riesce a trovargli un posto sul lussuosissimo treno. L’investigatore belga non tarderà a notare che alcuni dei suoi compagni di viaggio nascondono dei segreti e hanno comportamenti sospetti. Il magnate Edward Ratchett (Johnny Depp) gli offre anche un generoso compenso per fargli da guardia del corpo, poiché con i suoi affari poco puliti si è fatto molti nemici e in seguito ad alcune minacce ora teme per la sua vita. Poirot rifiuta, ma quando Ratchett viene trovato ucciso nella sua cabina Bouc lo scongiura di trovare l’assassino…

Sono da sempre una grande appassionata dei gialli di Agatha Christie, perciò non solo ho letto il libro da cui il film è tratto ma ho visto, molte volte, la versione cinematografica precedente, diretta da Sidney Lumet nel 1974, che vantava un cast stellare (Lauren Bacall, Anthony Perkins, Ingrid Bergman, Sean Connery, Jean-Pierre Cassell, Martin Balsam, Vanessa Redgrave, Jacqueline Bisset, Richard Widmark…) e si fregiava dell’ottima interpretazione di Albert Finney nei panni dell’investigatore belga “dalla testa a forma di uovo”. Altre ottime interpretazioni di Hercule Poirot, protagonista di numerosissimi romanzi e racconti scritti dalla Christie, sono state offerte, sia per il cinema che per la televisione, da Peter Ustinov e David Suchet. Questo per dire che la materia mi è non solo familiare ma anche molto cara e ho affrontato la visione con un misto di eccitazione e terrore di restare delusa. Ho un’opinione oscillante di Kenneth Branagh, ho apprezzato molto alcuni suoi lavori (Thor come regista e I Love Radio Rock come attore) e molto meno altri (Frankenstein e più recentemente Artemis Fowl) ed ero molto curiosa di sapere che approccio aveva scelto per questo nuovo adattamento di un così celebre capolavoro del genere giallo che ha già avuto ottime trasposizioni cinematografiche e televisive. Mi è bastata la prima scena, in cui Poirot risolve un caso di furto a Gerusalemme (anche se in realtà la sequenza è stata girata a Malta) utilizzando il suo bastone infisso tra i mattoni del Muro del Pianto per bloccare la fuga del colpevole, per capire che qualcosa non andava. La scena, assente sia nel libro che nei film precedenti, è stata evidentemente aggiunta allo scopo di presentare il personaggio a chi non lo conosce: presentarlo come un esperto di strategie di fuga criminali è quantomeno fuorviante. Il vero Poirot non si sarebbe mai sognato di tentare di prendere un criminale in fuga (rischiando tra l’altro di rovinare il suo bastone): per questo c’erano il buon Hastings e l’Ispettore Japp, mentre a Poirot spettava solo il compito di utilizzare le sue “celluline grigie”. Allo stesso modo, Poirot non si sarebbe mai sognato di pestare una cacca di mucca con il piede destro solamente perché la scarpa sinistra si era già sporcata di letame! Questa ossessione per l’ordine, la precisione e la simmetria, che nel personaggio di Agatha Christie caratterizza in effetti il personaggio, viene estremizzata in modo tale che Hercule Poirot si trasforma nel Detective Monk (personaggio televisivo che adoro, interpretato magistralmente da Tony Shaloub). L’impressione è che Branagh, qui nel duplice ruolo di attore e regista e lo sceneggiatore Michael Green abbiano tentato di fare con Poirot ciò che Guy Ritchie ha fatto con Sherlock Holmes. Ma se per l’investigatore inventato da Arthur Conan Doyle l’operazione è perfettamente riuscita, grazie al ponderato bilanciamento tra azione, suspense e ironia, qui invece è fallita senza appello. Non solo l’ironia è totalmente assente dal film e dal personaggio, ma il tutto assume addirittura toni cupi e melodrammatici, con sprazzi di autocommiserazione (con tanto di impossibile foto di donna amata) moralizzazione non richiesta, del tutto estranei ai libri di Agatha Christie. Per chi poi, come me, è da sempre affezionato al personaggio di Poirot, vederlo saltellare sopra il treno o inseguire il malfattore arrampicandosi tra le impalcature è davvero insostenibile. Per il resto non ci sono novità di sorta rispetto al romanzo o agli adattamenti precedenti, gli attori fanno tutti il loro dovere e la trama non viene stravolta, salvo una connotazione tragica del finale davvero superflua. Judi Dench, ovviamente, non sbaglia mai; Penelope Cruz, come Ingrid Bergman prima di lei, accetta di imbruttirsi e di avere un personaggio fastidioso; Josh Gad è molesto come suo solito; Willem Dafoe è Willem Dafoe e non serve altro; Michelle Pfeiffer si carica della parte psicologicamente più pesante (per lei e per lo spettatore) con fascino e bravura; Leslie Odom Jr. (visto nel musical Hamilton) nel ruolo che fu di Sean Connery introduce un inedito personaggio di colore che viene però caricato e connotato eccessivamente (il passato da cecchino, l’amore proibito, lo sparo) rispetto ad altri che restano un po’ sullo sfondo (come Willem Dafoe). Non deve essere per nulla facile gestire tanti personaggi e tante star allo stesso tempo, ma Branagh non riesce a trovare il giusto equilibrio tra i ruoli, i personaggi e i cambiamenti apportati ai loro caratteri e alle loro storie personali. In conclusione, io non ho visto proprio nulla di buono in questo film e non ho trovato un motivo per giustificare l’idea di questa nuova trasposizione. Ma forse mi è sfuggito qualcosa, visto che sono già terminate le riprese di Assassinio sul Nilo, con Kenneth Branagh ancora nei panni di Hercule Poirot. Chissà se anche questa volta la giustificazione per il silenzio imbarazzato della folla alla sua freddura sarà “Scusate ma non so raccontare le barzellette, sono belga”.

Voto: 1 Muffin Ipocalorico

Fratello, dove sei?

Titolo originale: Oh Brother, where art thou?

Anno: 2000

Regia: Joel Coen

Interpreti: George Clooney, John Turturro, Tim Blake Nelson, John Goodman, Charles Durning, Wayne Duvall

Dove trovarlo: Netflix

Mississippi, inizio anni 30’. Ulysses Everett (George Clooney), costretto ai lavori forzati, convince i due detenuti incatenati insieme a lui a fuggire per cercare un tesoro nascosto. Abbagliati dai sogni di libertà e ricchezza Pete (John Turturro) e Delmar (Tim Blake Nelson) acconsentono e i tre si ritrovano presto a vivere mille avventure tra stranissimi incontri e inseguimenti delle forze dell’ordine, fino a giungere non ad un forziere colmo di monete d’oro ma alla moglie di Everett, che si deve risposare il giorno successivo…

Ho visto questo film alla sua uscita al cinema nel pieno del mio “periodo Clooney” e l’ho trovato surreale ed esilarante. Ad una nuova visione in lingua originale (grazie a Netflix) però ho avuto modo di apprezzarlo ancora di più e di cogliere molti riferimenti e sfumature che in passato mi erano sfuggiti, regalandomene un’opinione ancora più alta. Il bizzarro titolo deriva da un sottile gioco metacinematografico: nel film di Preston Sturges I Dimenticati (1941) il protagonista, il regista cinematografico Sullivan, doveva compiere un viaggio per vivere sulla sua pelle le tribolazioni dell’uomo medio e raccontarle poi nel suo film, che si sarebbe intitolato appunto Oh Brother, where art thou?. Mentre un uomo medio il nostro Ulysses Everett lo è davvero, nonostante condivida il nome con l’eroe Ulisse: certo è il più intelligente del trio, ma a dire la verità per questo ci vuol poco. Pete di fatto è un disadattato, mentre Delmar un ingenuo sprovveduto: con la sua parlantina senza freni Everett non fatica molto a convincerli a seguirlo sulle tracce del fantomatico tesoro. Nasce così un trio comico davvero irresistibile, grazie al talento dei tre attori. Sarò sempre convinta che George Clooney, per quanto sia ammirevole il suo impegno a livello artistico, politico e ambientalista, abbia sempre dato il meglio di sé come interprete di commedie o film di altri generi in cui aveva ruoli brillanti: Ocean’s Eleven, Prima ti Sposo poi ti Rovino (sempre dei fratelli Coen, non a caso), per citare i più riusciti.

John Turturro e Tim Blake Nelson (che diventerà Buster Scruggs sempre per i Coen) gli fanno da ottime spalle, teneri e comici nelle giuste proporzioni. Come viene detto all’inizio del film, Fratello, Dove sei? si ispira liberamente all’Odissea: infatti i fratelli Coen non avevano mai letto il poema di Omero (pare che sul set Tim Blake Nelson fosse l’unico ad averlo fatto) ma hanno comunque fatto un ottimo lavoro nell’amalgamare le epiche gesta dell’eroe greco Ulisse con la descrizione del profondo Sud degli Stati Uniti e di tutti i suoi elementi caratteristici (compreso il Ku Klux Klan). Il tono beffardo e ironico scelto dai registi e sceneggiatori Joel e Ethan Coen crea una commistione perfetta e senza stonature di archetipi, immagini, personaggi e musica tra due mondi, il Mississippi e l’antica Grecia dei poemi epici, che più distanti non potrebbero sembrare. I riferimenti diretti all’Odissea sono moltissimi e chi ha avuto la gioia di leggere il poema di Omero (o, come nel mio caso, di farselo narrare più volte dall’instancabile Papà Verdurin) si divertirà molto a riconoscere tutti i personaggi e le situazioni che vi fanno riferimento.

I più evidenti sono le sirene ammaliatrici, che con la loro voce e le loro grazie seducono senza alcuno sforzo i nostri eroi (con il piccolo contributo di un bottiglione con sopra tre grosse X). Avviene inoltre una fusione tra le sirene e il personaggio della maga Circe, che nel poema trasformava gli uomini in maiali: qui invece le sirene, apparentemente, sono in grado di tramutare gli uomini in rospi. Il ciclope Polifemo, che ha il faccione molto meno amichevole del solito di John Goodman.

Omero stesso, nei panni di un vecchio cieco che conosce il futuro (e dunque un po’ Omero e un po’ Tiresia), compare proprio all’inizio della fuga. Questi i rimando più semplici da individuare, ma ad un’analisi più attenta ce ne sono molti altri. L’avventura di Ulisse è narrata da lui stesso in flashback: il poema infatti descrive l’approdo del re di Itaca, solo e stremato, nell’isola dei Feaci, dove il re Alcinoo lo accoglie e lo invita a narrare la sua storia. Parallelamente le avventure dei nostri galeotti iniziano da una sperduta stazione radio in cui vengono invitati, contro ogni logica, ad incidere alcune canzoni popolari, che, come scopriremo solo più avanti nella visione, descrivono perfettamente la situazione di Everett, Man of Constant Sorrow perché separato dalla moglie cui si riferisce anche You are my Sunshine. Anche se le voci non sono quelle degli attori (che hanno cantato in playback) la colonna sonora di questo film è davvero azzeccata, bella e divertente, e accompagna benissimo le scene più rocambolesche e quelle più bizzarre con i toni scanzonati del country, a partire dalla sigla di apertura Big Rock Candy Mountain. Un’altro prelievo dall’Odissea, secondo me molto divertente, riguarda i due aspiranti governatori del Mississippi impegnati nella campagna elettorale, Homer Stokes (Wayne Duvall) e Pappy O’Daniel (Charles Durning). Spesso i nostri tre fuggitivi si ritrovano senza volerlo invischiati nella lotta tra i due politicanti, che cercano, a seconda delle circostanze, di ucciderli o di farseli amici. Mi è venuto da pensare che i Fratelli Coen volessero qui raffigurare Scilla e Cariddi, i due enormi mostri marini che Ulisse si trova a fronteggiare con il suo equipaggio: entrambi gli uomini sono di stazza imponente infatti, e Pappy non si muove senza i suoi tre tirapiedi, che per la loro attitudine sottomessa e servile sono quasi un tutt’uno con lui, proprio come il mostro Scilla aveva molte teste. Così come Ulisse supera i mostri passando esattamente nel mezzo tra i due, così i nostri sopravvivono sfuggendo al confronto diretto con ciascuno dei due e con le forze dell’ordine (che danno loro la caccia con grande ostinazione) in generale.

Anche il finale del film rimane aderente a quello di Omero: quando Everett finalmente raggiunge la moglie la trova in procinto di sposarsi con un altro uomo, dopo aver raccontato alle loro sei figlie che il padre è morto. Anche Ulisse, quando dopo dieci anni riusciva a tornare ad Itaca, trovava la moglie insidiata dai Proci (i suoi chiassosi e smargiassi pretendenti); Penelope però aveva sempre sperato nel ritorno del marito e ne aveva tenuto vivo il ricordo nel figlio Telemaco. Un’ultima osservazione, forse arbitraria, ma che ho trovato molto divertente: nelle sue avventure Ulisse  sempre aiutato e protetto da Atena, la dea della sapienza: la dea gli infonde arguzia e sagacia quando serve, ma ne altera anche l’aspetto fisico al bisogno (ade sempio lo rende più attraente agli occhi di Nausicaa, la figlia del re Alcinoo, al fine di assicurargli ospitalità e protezione alla corte dei Feaci). Sembrerà assurdo, ma nel film la stessa funzione è svolta… dalla brillantina per capelli! Everett è ossessionato dalla sua capigliatura, tanto da dormire con una retina per proteggere i capelli anche quando si trova in una stalla. Il nostro eroe sembra addirittura perdere le proprie facoltà intellettive quando esaurisce la brillantina e non è disposto a scendere a compromessi: non va bene una marca qualsiasi perché lui è “un uomo Dapper Dan”. Sia come sia, ho trovato esilarante vedere George Clooney così impegnato a pettinarsi e impomatarsi i capelli lungo i fossi o in mezzo al bosco, con gli abiti da galeotto e la faccia sporca di terra. Credo che pochi altri attori sarebbero potuti risultare così affascinanti, disinvolti e divertenti nel ruolo di questo Ulisse moderno. Consiglio senza remore la visione di questo film a tutti coloro che amano ritrovare gli antichi miti nel mondo moderno, a chi ama le commedie, lo humor peculiare dei fratelli Coen e George Clooney, le avventure e la buona musica, le mucche e la brillantina.

Voto: 4 Muffin