Ultimo Schiaffo

Anno: 2026

Regia: Matteo Oleotto

Interpreti: Massimiliano Motta, Adalgisa Manfrida, Giuseppe Battiston

Petra (Adalgisa Manfrida) e Jure (Massimiliano Motta), sorella e fratello, vivono di espedienti in un paesino che lascerebbero volentieri, se non fosse per la madre lì ricoverata in un ospizio e affetta da grave demenza, tanto da non riconoscere i suoi figli quando la vanno a trovare. Jure e Petra, senza padre né istruzione, vivono di lavoretti ed espedienti non sempre legali pur di pagare le cure della madre e procurarsi il necessario per vivere.

Temo di non aver proprio capito questo film. Oltre al fatto che la recitazione, come purtroppo spesso accade nel nostro Paese, lascia parecchio a desiderare in tutti i comprimari (salvo i due giovani protagonisti che invece sono molto bravi), e la colonna sonora è invadente e urticante non solo nel volume, non sono riuscita ad afferrare il tono, che oscilla tra quello di una commedia che non fa ridere, di una denuncia sociale che non indigna, di un dramma che però è sporcato da un umorismo nero che proprio non funziona. Si potrebbe anche parteggiare per i due protagonisti, lui buono e ingenuo, lei rozza e opportunista, e per il loro rapporto così forte, ma la sceneggiatura incredibile (nel senso di non credibile) e alcune inspiegabili virate di tono lo rendono quasi impossibile. Realistico e surreale si mescolano in maniera confusa, creando una storia da una parte del tutto credibile ma dall’altra impossibile da riconoscere come vicina, lasciando sì alcune sensazioni nette nello spettatore, ma nel complesso costruendo un’impalcatura troppo fragile di vicende ed emozioni destinata a sgretolarsi non appena si riaccendono le luci della sala.

Non mi sento proprio di consigliarlo, anche se indubbiamente c’è di molto peggio.

Voto: 1 Muffin

Il Professore e il Pinguino

Titolo originale: The Penguin Lessons

Anno: 2024

Regia: Peter Cattaneo

Interpreti: Steve Coogan, Jonathan Pryce

Il Professor Tom Michell (Steve Coogan) viene assunto come insegnante di inglese in un esclusivo istituto superiore in Argentina, dove non riesce a far breccia nel cuore degli alunni, ragazzi ricchi e viziati che non hanno alcun interesse per la letteratura. Ma le cose cambieranno quando Tom salva un pinguino da una macchia di petrolio e, inizialmente suo malgrado, decide di tenerlo con sé…

La cosa più interessante di questo film, che si colloca tra la commedia, la storia di formazione e l’analisi storico-culturale, è che è tratto da una storia vera. Il professor Michell adottò veramente, negli anni ‘70, un pinguino che portò spesso con sé durante le lezioni e le attività scolastiche per destare l’interesse e la curiosità dei suoi svogliati studenti. Non solo l’intera vicenda è raccontata dallo stesso Michell in un libro, ma nei titoli di coda del film vengono mostrati alcuni filmati del pinguino che nuota felice nella piscina della scuola.

A parte questo, e la scelta encomiabile di utilizzare per le riprese un vero pinguino (anzi due) anzichè qualche sgorbio realizzato in CGI, il film non eccelle per originalità né ritmo, alternando con poca maestria siparietti comici legati all’animaletto con i drammi dei rapimenti e delle morti senza spiegazioni che travagliavano l’Argentina in quel periodo.

Il Professore e il Pinguino rimane comunque un film piacevole, un patinato racconto di formazione (o meglio presa di coscienza) che non brilla ma nemmeno infastidisce, con un ottimo attore protagonista (Steve Coogan) e dei bravi comprimari (sacrificato il talentuoso e simpatico Jonathan Pryce nel ruolo stereotipato del preside che “non vuole problemi”).

Una visione non proprio imperdibile ma del tutto potabile, con alcune scene molto divertenti e altre commoventi.

Voto: 3 Muffin

Vita privata

Titolo originale: La Vie Privée

Anno: 2025

Regia: Rebecca Zlotowski

Interpreti: Jodie Foster, Daniel Auteuil, Mathieu Amalric, Virginie Efira

Lilian Steiner (Jodie Foster) è una psichiatra che apparentemente non riesce ad instaurare connessioni emotive forti né con i suoi pazienti né con le altre persone della sua vita (figlio, nipotino, ex-marito). Ma la sua imperturbabilità verrà profondamente scossa dalla morte di una sua paziente, avvenuta in circostanze poco chiare, su cui Lilian si sentirà in dovere di indagare.

Questo film è stato presentato come thriller, ma non lo è affatto. Anzi, non saprei nemmeno collocarlo in un genere, in quanto Vita Privata contiene elementi diversi, che purtroppo non si amalgamano affatto tra loro. Alcune scene farebbero pensare a una commedia, altre a un dramma psicologico con tratti onirici, altre ancora hanno sicuramente tutte le caratteristiche del giallo. Ma alla fine, quello che rimane dopo questa giostra di toni differenti, è la sensazione di aver visto un film passabile, ma per nulla memorabile, che ha oltretutto il grave difetto di essere incredibilmente didascalico per quanto riguarda l’interiorità della protagonista, utilizzando ad esempio il fatto che registri su nastro tutte le sedute con i suoi pazienti per spiegare come in realtà non li ascolti attentamente, oppure mostrando come inizialmente non voglia prendere in braccio il nipotino per far capire come sia refrattaria all’impegno emotivo.

Tutto questo non toglie nulla all’ottima interpretazione di Jodie Foster (che in questo film recita in lingua francese) o al talento e la simpatia di Daniel Auteuil, ma due ottimi attori, seppur affiatati, non bastano a reggere da soli un film così ondivago e insicuro.

Voto: 1 Muffin

Minimarket

Sto imparando una cosa sulle star di Hollywood: quando raggiungono una certa età, sono prese da un gran desiderio di farsi una vacanza nel nostro Paese. Se poi possono farlo anche raggranellando qualche soldino per pagarsi i souvenir, perchè no? Altra spiegazione non so dare alla partecipazione a questa serie prodotta da Raiplay e girata a Roma con attori tutti italiani, che vede la partecipazione straordinaria di Kevin Spacey nel ruolo di se stesso.

Fingendo che si tratti di un prodotto che abbia una capo e una coda, riassumo la trama: Manlio (Filippo Laganà) vive a Roma e sogna di diventare una star della tv, ma per sbarcare il lunario lavora come commesso nel minimarket gestito dal padre della fidanzata. Durante il lavoro, molto poco appagante, Manlio ha delle allucinazioni in cui vede numeri musicali, balletti, e in cui molto spesso compare Kevin Spacey, generoso di buoni consigli sul mondo dello spettacolo.

Come si intuisce subito, la trama è pressoché inconsistente, un pretesto per mettere in scena tremendi balletti e atroci esibizioni musicali (anche seguire il playback sembra una chimera…), un numero sproporzionato di personaggi irrilevanti, e naturalmente per dare spazio (anche troppo) al grandissimo attore Kevin Spacey, che tanto ho amato nelle sue interpretazioni (oltre all’ovvio I Soliti Sospetti, io sono molto affezionata a Seven, American Beauty e K-Pax) ma che in questi 10 episodi non riesce mai a essere divertente né a mostrare il suo vero talento, al massimo ci lascia una triste frecciatina a Netflix, che come sappiamo lo ha liquidato senza tanti complimenti dopo lo scandalo che lo ha coinvolto.

Come dicevo, 10 episodi, ma percepiti 100: la serie è così banale, ingenua, scialba, recitata incredibilmente male, che non è fisicamente possibile tollerare più di un episodio alla volta.

L’unico guizzo, che poteva perfino dimostrarsi intelligente e di quel divertimento amaro tipico della commedia italiana degli anni ‘60 e ‘70, è il finale, che però perde purtroppo ogni efficacia a causa della recitazione pessima e della regia insulsa che non è in grado di valorizzarlo.

Non posso che sconsigliarne la visione a chiunque, suggerendo piuttosto di recuperare i film classici interpretati da Kevin Spacey quando la sua mente non era ancora stata obnubilata dal desiderio di cacio e pepe.

The Day that Kevin went Bananas

La Zona d’Interesse

Titolo originale: The Zone of Interest

Anno: 2023

Regia: Jonathan Glazer

Interpreti: Christian Friedel, Sandra Hüller

Dove trovarlo: RaiPlay

Nonostante sia in corso la Seconda Guerra Mondiale, la famiglia tedesca Höss vive una vita agiata e serena in una grande casa con un bellissimo giardino, una serie di persone di servizio e ampi spazi verdi in cui i bambini possono giocare.

Casa Höss, però, sorge proprio al confine con le mura perimetrali del campo di concentramento di Auschwitz, di cui Rudolf Höss è il comandante in capo.

In occasione della Giornata della Memoria, RaiPlay ha messo a disposizione alcuni titoli importanti, tra cui La Zona d’Interesse, film vincitore del premio Oscar come Miglior Film Internazionale nel 2024 (ma che ha anche fatto incetta di altri premi e di nomination), che da tempo desideravo vedere. Il fatto che si possa desiderare di vedere film tematicamente incentrati sull’Olocausto, nonostante ne siano stati girati davvero innumerevoli nel corso dei decenni, dimostra come quella ferita tremenda è tutt’altro che chiusa, e anzi proprio oggi, alla luce dei recenti sviluppi nella politica internazionale, ricordare sia necessario e imprescindibile.

La Zona d’Interesse racconta l’orrore incommensurabile dei campi di concentramento, ma non solo: ci mostra un orrore altrettanto mostruoso, quello degli esseri umani che giungono a considerare altri esseri umani come animali, o peggio, senza nutrire alcun dubbio al riguardo e senza mettere in discussione per un momento l’idea che l’agiatezza in cui vivono sia di fatto conseguenza di quelle atrocità e di quello sterminio.

Auschwitz è proprio al di là del muro, ma i rumori agghiaccianti delle urla e degli spari non impediscono alla famiglia Höss di vivere serenamente: i bambini vanno a scuola e giocano con il cane, il papà legge storie della buonanotte ai figli, la mamma spettegola con le amiche e cura i fiori del giardino. La signora Höss non ha alcuno scrupolo nel chiedere al marito di portarle gli oggetti personali appartenuti a coloro che vengono bruciati nelle fornaci del campo, e non la disturba il fatto che i figli si imbattano nelle ceneri umane sversate nel fiume mentre pescano con il padre.

Non si vede mai nulla al di là del muro, ma ciononostante molte sequenze causano un gran turbamento; io personalmente sono rimasta scioccata dalla scena in cui gli ingegneri discutono sull’efficienza delle fornaci impiegate ad Auschwitz come se stessero parlando di un forno a legna per panificazione.

Nulla si vede ma molto si sente (il film ha vinto anche l’Oscar per il miglior sonoro) e non si può dimenticare. Ciò che colpisce è il contrasto tra l’inferno del campo e l’idillio di casa Höss, per esempio quello tra il grigio del fumo proveniente dalle fornaci e lo splendore dei colori dei fiori del giardino adiacente. Auschwitz non è solo un posto in cui si può vivere, è un posto in cui è desiderabile vivere e crescere dei figli: infatti la signora Höss rifiuta di trasferirsi con il marito quando gli viene assegnato un diverso incarico.

L’incredibile, l’impensabile, viene reso realistico dalla scelta del regista Jonathan Glazer di utilizzare macchine da presa fisse, dislocate nelle stanze, quasi come se fossero nascoste e ci permettessero di sbirciare uno scorcio di vita autentico, oltre che dalla bravura degli interpreti e dalla solidità della sceneggiatura.

La Zona d’Interesse è un film agghiacciante e sconvolgente quanto importante, di cui consiglio la visione a chiunque consideri il cinema, e l’arte in generale, un mezzo potente per consolidare e ampliare quella memoria che oggi più che mai ci è necessaria, per non ripetere gli errori, e per riflettere sulla spiazzante ambiguità della natura umana.

Voto: 4 Muffin