Lupi Mannari

Titolo originale: Loups-Garous

Regia: François Uzan

Interpreti: Jean Reno, Franck Dubosc, Suzanne Clément

Dove trovarlo: Netflix

Una famiglia alle prese con normali problemi delle famiglie: il nonno (Jean Reno) un po’ svampito a causa dell’età, figli adolescenti problematici, difficili rapporti tra figliastri/figliastre e matrigne/patrigni, vita di coppia complicata.

Ma se tutti i membri della famiglia decidono di partecipare a un gioco da tavolo ambientato nella Francia medievale…. e improvvisamente si ritrovano catapultati indietro nel tempo? 

La famiglia deve superare le divergenze e unirsi per trovare il modo di tornare a casa… ma prima deve fare i conti con i lupi mannari!

Nel 1985 uscì un film bellissimo tratto da un gioco da tavolo: Signori il Delitto è Servito, tratto dal classico Cluedo (in originale infatti il titolo è Clue). Si tratta di un film spassoso e con un ottimo cast. 

Ecco, anche Lupi Mannari è basato su un gioco da tavolo molto famoso, Lupi Mannari di Roccascura, ma il risultato è lontano anni luce dal film interpretato da Tim Curry, Leslie Ann Warren, Madeline Kahn, Eileen Brennan e Christopher Lloyd.

Io ho giocato innumerevoli volte a un gioco di carte gemello di Lupi Mannari di Roccascura che si chiama Lupus in Tabula e mi ha regalato ore e ore di divertimento con gli amici, perciò non saprei dire se il film possa essere più divertente non conoscendo le dinamiche del gioco. Lo spettatore che le conosce bene si aspetterà fin da subito che succedano determinate cose e saprà in anticipo spiegarsi gli strani poteri che i personaggi si ritrovano ad avere una volta tornati indietro nel tempo. Nonostante questo il film resta un intrattenimento dignitoso, adatto a tutta la famiglia: infatti, anche se si parla di lupi mannari assassini, di fatto non viene mostrata alcuna uccisione o scena violenta sullo schermo. Sarebbe stato un controsenso, infatti, visto che ci troviamo di fronte al tipico film per famiglie che tratta di conflitti e difficoltà che vengono superati nel nome dell’affetto che lega tutti i familiari. Il film, pur senza avere trovate particolarmente originali, scorre via liscio e senza intoppi, a patto che si accettino alcune forzature dovute all’adesione alle dinamiche del gioco e all’ambientazione medievale. Bisogna anche portare pazienza per il senso dell’umorismo francese, che in alcune scene lascia molto perplessi.

Nel complesso però Lupi Mannari è un filmetto innocuo e divertente per passare una serata rilassante in famiglia.

Nessuno però mi toglierà dalla testa che Jean Reno, come Eddie Murphy nell’esilarante Bowfinger, sia stato ripreso a sua insaputa e non sapesse di essere in questo film, e che lo abbia scoperto solo più tardi quando gli hanno consegnato l’assegno (o il panino alla mortadella, o qualunque sia stato il suo compenso).

Una curiosità: se durante la visione vi ritrovate a pensare intensamente a Non ci Resta che Piangere, la commedia italiana in cui Roberto Benigni e Massimo Troisi si ritrovano inspiegabilmente nel 1492 (“quasi millecinque”) non è un caso: è indubbio che il regista  Francois Uzan lo conosce molto bene!

Voto: 2 Muffin

Il Tempo che ci vuole

Anno: 2024

Regia: Francesca Comencini

Interpreti: Fabrizio Gifuni, Romana Maggiora Vergano

Racconto autobiografico, scritto e diretto da Francesca Comencini, di alcuni momenti salienti del suo rapporto con il padre Luigi Comencini, celebre regista italiano autore di classici del nostro cinema come Pane Amore e Fantasia, Tutti a Casa, ll Compagno Don Camillo, La Donna della Domenica e Signore e Signori, Buonanotte, oltre al famosissimo sceneggiato televisivo tratto da libro Pinocchio. Dall‘infanzia di Francesca alla travagliata adolescenza fino a trovare la sua strada sulle orme del padre.

Il film mi è piaciuto molto, credo che nessun cinefilo possa dire di no all’idea di scoprire qualcosa di più su un regista così importante come Luigi Comencini, anche considerando il fatto che non siamo di fronte ad un documentario e che molti avvenimenti e dialoghi potrebbero non essere autentici. In ogni caso mi hanno molto colpita l’affetto e il rispetto con cui Francesca Comencini ha raccontato Luigi, che senza dubbio in alcune fasi della sua vita deve essere stato per lei un padre piuttosto ingombrante e dal quale non si sentiva capita. Ho apprezzato gli interpreti, in particolare Fabrizio Gifuni nel ruolo di Luigi, l’amore per le città di Roma e di Parigi che traspare dalle inquadrature, l’equilibrio tra racconto del cinema e racconto della vita, che scorrono a tratti parallelamente ma senza incontrarsi, a tratti indissolubilmente intrecciati. Quel pizzichino di realismo magico alla Zavattini poi mi ha soddisfatto molto, coerente con la figura di artista che ci viene raccontata e che abbiamo tutti imparato a conoscere e amare attraverso il suo cinema.

Mi resta un’unica riserva, non avendo visto altri film di Francesca Comencini, mi domando se sia in grado di raccontare altro rispetto al padre e a se stessa (sappiamo dal film che il suo esordio dietro la macchina da presa, nel 1984 con Pianoforte, è stato sempre all’insegna dell’autobiografia): non mi resta che procurarmi altri film diretti da lei per scoprirlo!

Voto: 3 Muffin

Little Miss Sunshine

Anno: 2006

Regia: Jonathan Dayton, Valerie Faris

Interpreti: Abigail Breslin, Steve Carell, Toni Collette, Greg Kinnear, Alan Arkin, Paul Dano, Bryan Cranston

Dove trovarlo: Disney Plus

Quando la piccola Olive (Abigail Breslin) viene selezionata per partecipare al concorso di bellezza e talent show per bambine Little Miss Sunshine in California, tutta la sua famiglia si mette in viaggio con lei a bordo di uno scalcinato furgoncino giallo: il padre (Greg Kinnear) in attesa che il suo libro motivazionale venga pubblicato, la madre (Toni Collette) che fuma di nascosto, il fratello (Paul Dano) che ha fatto voto di silenzio fino a che non sarà accettato alla scuola militare per piloti, il nonno (Alan Arkin) cocainomane e sboccato, e lo zio (Steve Carell) che ha da poco tentato il suicidio.

Questo piccolo gioiello del 2006 ha vinto moltissimi premi in vari festival; tra questi riconoscimenti spiccano le 4 nomination agli Academy Awards che lo hanno portato a vincere 2 premi Oscar: migliore sceneggiatura originale per Michael Arndt e miglior attore non protagonista per Alan Arkin, che nel film interpreta il peculiare nonno di Olive.

Tutti gli allori ricevuti sono più che meritati: il film infatti è una gioia per gli occhi e per il cuore, divertentissimo ma anche molto commovente e intelligente, interpretato da tutti in modo magistrale (anche Bryan Cranston ha un ruolo, seppur minore, arricchendo anche il cast di comprimari). Si potrebbe dire che i coniugi Jonathan Dayton e Valerie Faris (che 11 anni dopo torneranno a dirigere Steve Carell nell’ottimo Battle of the Sexes) hanno vita facile, con una sceneggiatura così fresca e acuta e un cast meraviglioso, ma non è da sottovalutare la loro abilità nel creare sequenze divertenti, inquadrature significative e collegamenti tra le scene che sottolineano l’evoluzione dei personaggi. faccio un esempio di quest’ultima tipologia: mentre alla partenza alcuni personaggi hanno bisogno di aiuto per salire sullo scalcinato pulmino giallo in corsa, nel finale tutti riescono a montare in autonomia, ad indicare l’arricchimento psicologico ed emotivo che tutti hanno guadagnato con quello strano viaggio e quella improbabile compagnia. Little Miss Sunshine è un road-movie corale che sposa tutti gli stilemi del genere ma li sa sfruttare tutti con grande intelligenza e originalità, dando vita a un’opera ricca, spassosa, acuta e senza un solo momento di noia. Avevo visto il film molti anni fa ma lo ricordavo bene, perchè scene e personaggi si erano impressi con forza nella mia memoria. Rivedendolo oggi, questa volta in lingua originale, ho avuto modo di apprezzare ancora una volta la sapienza con cui è costruito, le ottime interpretazioni e l’intelligenza dei dialoghi; certo la prima volta resta unica per la sorpresa dell’esibizione al talent show, di cui non svelerò nulla per non togliere il divertimento a chi non ha mai visto il film. Non saprei cosa aggiungere per convincere tutti a vederlo, è un film davvero splendido, che critica molti aspetti dello show business americano (e non solo) senza risultare mai scontato o pedante, in grande leggerezza e con simpatia infinita. Gli attori fanno a gara di bravura, i personaggi entrano nel cuore, lo scassato furgoncino giallo diventa icona e simbolo di evoluzione personale e legami indissolubili.

Da vedere e rivedere.

P.S. Nel film il personaggio di Steve Carell è il massimo esperto mondiale di Marcel Proust: poteva Madame Verdurin rimanere indifferente?

Voto: 4 Muffin

Vermiglio

Anno: 2024

Regia: Maura Delpero

Interpreti: Tommaso Ragno, Martina Scrinzi, Giuseppe De Domenico

La Seconda Guerra Mondiale sta per volgere al termine quando la numerosa famiglia Graziadei, si ritrova a dare rifugio a un disertore siciliano, Pietro (Giuseppe De Domenico), che ha salvato la vita al giovane Attilio. Ma una presenza straniera in un minuscolo paese di montagna come Vermiglio non può non avere conseguenze.

Su Cinemuffin ho sempre e solo riportato pareri originali, condivisibili o meno, tutta farina del mio sacco; questa volta invece voglio citare testualmente la recensione, succinta e caustica, fatta di questo film da Papà Verdurin: “Vermiglio è la versione povera di L’Albero degli Zoccoli”. E non c’è alcun dubbio sul fatto che la regista e sceneggiatrice Maura Delpero si sia ispirata moltissimo al maestro del cinema italiano Ermanno Olmi, in particolar modo nell’incipit del film, privo di parole ma ricco di paesaggi e squarci di vita rurale molto suggestivi. Quello che purtroppo manca è la grande poesia che Olmi sapeva infondere nei suoi capolavori (ammetto di non averli visti tutti, ma faccio riferimento a, appunto, L’Albero degli Zoccoli e Cantando Dietro i Paraventi), che lasciava senza parole e teneva lo spettatore avvinghiato alle immagini del film nonostante i ritmi lentissimi. Vermiglio rimane comunque un bel film, che non solo ha vinto il Leone d’Argento a Venezia, ma è anche stato selezionato per rappresentare l’Italia agli Oscar del 2025, che però manca di quel guizzo che contraddistingue i capolavori. Regia e fotografia sono encomiabili, la visione in sala accentua la bellezza delle immagini e dei paesaggi; peccato però che, dopo gli infiniti titoli di testa enuncianti i numerosissimi enti sponsor, lo spettatore abbia a tratti l’impressione di assistere ad uno spot pubblicitario sulle vacanze in Trentino Alto Adige. Gli attori, non tutti professionisti, fanno un ottimo lavoro, recitando in dialetto del Trentino (il film infatti è sottotitolato per facilitare la comprensione dei dialoghi) e dando vita a personaggi molto realistici e sfaccettati, anche se non tutti hanno sufficiente spazio per mostrarsi ed evolversi sullo schermo: penso al giovane Attilio, quasi parte dell’arredamento, e alla zia Cesira, mera voce narrante del sentire comune. Ho notato inoltre una tendenza tutta contemporanea, che molto stona con il realismo di base, a rappresentare tutti i personaggi maschili come negativi oppure imbelli pusillanimi, senza vie di mezzo e senza appello; si salvano giusto i bambini piccoli. Un peccato, perchè una rappresentazione più equilibrata dei personaggi avrebbe giovato moltissimo al film, che di dinamiche tra pochi personaggi vive, fino al finale in cui, se non gli sbadigli, comunque un pochino di insofferenza arriva.

Concludendo, Vermiglio è un bel film, da vedere ma difficilmente da rivedere, con grandi pregi e alcuni difetti importanti: diciamo che non ho contattato l’allibratore per scommetterci come miglior film straniero agli Oscar, ecco.

Voto: 2 Muffin

John Carter

Anno: 2012

Regia: Andrew Stanton

Interpreti: Taylor Kitsch, Lynn Collins, Willem Dafoe, Bryan Cranston, Samantha Morton, James Purefoy, Mark Strong, Dominic West, Jon Favreau, Daryl Sabara

Dove trovarlo: Disney Plus

1868: il pluridecorato ex capitano dell’esercito confederato americano John Carter (Taylor Kitsch), ritenendo di aver servito sufficientemente il suo paese, cerca di fuggire dai soldati che vorrebbero ancora il suo aiuto contro gli Apache. Nella fuga John si ritrova in una caverna sulle cui pareti è evidente una ricca vena d’oro, ma subito viene attaccato da un uomo dagli straordinari poteri. Lottando con lui attiva accidentalmente il potere di un medaglione e si ritrova su un altro pianeta: Barsoom, a noi noto come Marte. Su Barsoom John scopra di avere una forza e un’agilità straordinarie, dovute alla differenza di gravità tra Marte e la Terra. Dovrà però scegliere da che parte stare nello scontro tra diverse nazioni marziane e lottare per la sua vita e per salvare la bella principessa di Marte Dejah (Lynn Collins).

John Carter, film famigerato per essere stato non solo il più grande flop di casa Disney, ma il più grande flop della storia del cinema (anche se tra cambio e inflazione non è facile stabilirlo con certezza). I numeri non mentono: a fronte di una spesa di 350 milioni di dollari tra realizzazione del film e marketing, gli incassi ammontano ad “appena” 142 milioni di dollari: un disastro per la casa di Topolino! Ma la domanda è: il film è davvero così brutto?

La risposta, per quanto mi riguarda, è: no, non è affatto brutto, anzi!

Il personaggio di John Carter nasce da una serie di libri scritti da Edgar Rice Burroughs (che compare anche come personaggio nel film) qualche anno prima di inventare il personaggio di Tarzan: il film del 2012 ne riassume tre, ed erano già previsti i due classici sequel, ma il sonoro tonfo al botteghino ha stroncato il progetto. Si parlava di realizzare un film dal libro La Principessa di Marte già da decenni: dapprima si era pensato a un film d’animazione, poi se ne era interessato, ma senza concretizzare nulla, il maestro degli effetti speciali Ray Harryhausen; il progetto era poi arrivato nelle mani della Disney e del regista John McTiernan, che aveva scelto Tom Cruise per interpretare John Carter: di nuovo nulla di fatto. I diritti rimbalzano alla Paramount e alla Columbia, fino a ritornare alla Disney, che finalmente affida la realizzazione del progetto a Andrew Stanton, già regista di A Bug’s Life, Alla Ricerca di Nemo e Wall-E. E il film vede finalmente la luce.


Guardando John Carter si percepisce come per realizzarlo la Disney non abbia badato a spese. La colonna sonora è firmata Michael Giacchino per esempio. Il cast comprende nomi illustri quali Willem Dafoe, Samantha Morton e Bryan Cranston. Gli effetti speciali non sono invecchiati di un giorno, ma si vede benissimo come la CGI non abbia sostituito ma semplicemente modificato elementi della messinscena. Ad esempio, gli abitanti di Barsoom, marziani dalla pelle verde alti 3 metri e con 4 braccia, sono stati interpretati da attori in carne e ossa (tra cui il mitico Willem Dafoe) recitando sui trampoli con indosso una tuta speciale prima di essere ritoccati al computer per aggiungere la pelle verde e le braccia in più; l’interazione tra i personaggi e il realismo delle scene ha guadagnato molto da queste accortezze. Le scene sul pianeta Barsoom sono state girate per lo più nel deserto dello Utah e non in studio; perfino il cagnolone marziano era interpretato da un attore!


Certo, i protagonisti Taylor Kitsch e Lynn Collins (che 3 anni prima avevano lavorato insieme, rispettivamente nei panni di Gambit e di Kayla, in X-Men: Le origini – Wolverine), pur bellissimi e adatti ai loro personaggi, non vinceranno mai un premio per l’espressività, ma nel complesso il cast recita molto bene, gli effetti speciali sono ottimi e la trama, quella di un classico film d’avventura, regge molto bene. Difetti? Forse il film si prende un po’ troppo sul serio, è quasi del tutto privo di umorismo, che invece, visto che parliamo di un soldato rimbalzello su Marte, non avrebbe guastato. Inoltre la trama, con tutti i giochi di potere tra le diverse fazioni marziane, è un pochino complessa, forse a causa della scelta di riassumere tre diversi romanzi in un unico film. Ma nel complesso non ho da segnalare pecche così grandi da dover condannare John Carter all’inferno, anzi lo trovo un godibile film d’azione, molto ben fatto e adatto a tutta la famiglia.

Voto: 3 Muffin

Lo avevo detto che ci sono le scimmie?

Il Giallo del Bidone Giallo

Titolo originale: Men at Work

Anno: 1990

Regia: Emilio Estevez

Interpreti: Emilio Estevez, Charlie Sheen, Leslie Hope, Keith David

Dove trovarlo: Prime Video

Due giovani netturbini scansafatiche e combinaguai trovano, tra i bidoni dell’immondizia, uno strano bidone di colore giallo con dentro il cadavere di un importante uomo politico, nonché loro vicino di casa. Temendo di perdere il posto o peggio di attirare sospetti, decidono di portare a casa il corpo e di svolgere le indagini per conto proprio…

Amare il cinema non significa amare solo i grandi capolavori, i film sperimentali o i drammoni stranieri: significa anche apprezzare piccoli film che capolavori di certo non sono ma che ci fanno sorridere e ci fanno dimenticare tutti i problemi per un paio d’ore. A questa categoria appartiene Il Giallo del Bidone Giallo (per una volta apprezzo moltissimo il titolo italiano, indimenticabile e perfetto per una commedia sgangherata come questa). La trama è esile e lineare, ma la forza dei film sta nella simpatia degli interpreti, nello humor nero (alla Weekend con il Morto, per intendeci) e nell’assurdità delle situazioni e delle reazioni dei personaggi. Emilio Estevez dirige se stesso e il fratello Charlie Sheen, attore dalla vita privata burrascosa ma da sempre grande protagonista di commedie spassose come i due Hot Shots!, i film in cui ha dato il meglio di sé. La chimica tra i due fratelli è meravigliosa (non posso non immaginare il padre Martin Sheen che gongola d’orgoglio guardando questo film) e ci fa parteggiare immediatamente per i loro personaggi. La trama molto semplice e classica fa da sfondo a una sequela di gag e scene una più assurda e divertente dell’altra (il rapimento del ragazzo della pizza, le ripicche contro i colleghi antipatici e i poliziotti, i malviventi che si perdono il cadavere per strada…), da godere senza pensieri per una serata rilassante, da soli o, meglio ancora, con gli amici.

Voto: 3 Muffin

L’Innocenza

Titolo originale: Kaibutsu

Anno: 2023

Regia: Hirokazu Kore-eda

Interpreti: Sakura Ando, Eita Kagayama, Soya Kurokawa, Hinata Hiiragi

Dove trovarlo: al cinema

Quando il figlio Minato (Soya Kurokawa) inizia a comportarsi in modo strano, la madre Saori (Sakura Ando), rimasta sola a prendersi cura di lui dopo la morte del padre, si rivolge alla scuola per avere aiuto e spiegazioni, sospettando che il maestro di Minato sia violento con lui. Incontrerà però un muro di freddezza da parte della preside, mentre il maestro Hori (Eita Kagayama) accuserà Minato di comportarsi da bullo con un compagno di classe, Yori (Hinata Hiiragi), considerato da tutti, compreso suo padre, un ragazzino strano e malato.

Il titolo italiano del film, L’Innocenza, non è fuori luogo, ma quello che è stato scelto per la versione in inglese, Monster, cioè Mostro, è decisamente più attinente. Il film infatti ci racconta di tre personaggi accomunati dall’accusa di essere in qualche modo dei mostri. Minato viene accusato dal maestro di essere un bullo violento; il maestro a sua volta viene accusato dagli alunni di essere violento; il padre di Yori definisce il figlio “un mostro con un cervello di maiale”. La verità è molto diversa, ma per riuscire ad afferrarla lo spettatore dovrà incontrare i punti di vista di questi diversi personaggi, tutti considerati da qualcun altro mostri. Ma, come cantano i bambini nei loro giochi, “chi è il mostro? Chi è?”. Il mostro sembra essere colui che si allontana dalla conformità, dalla normalità, da quella strada già tracciata per noi da tradizioni, famiglia, insegnanti. Come già il grande maestro del cinema giapponese Akira Kurosawa aveva fatto nel suo Rashomon (1950), il regista Hirokazu Kore-eda ci racconta la stessa storia da tre punti di vista differenti, ciascuno dei quali chiarisce e completa gli altri. E il gioco di incastri, rimandi, sospensioni e illuminazioni è talmente preciso e perfetto da aver giustamente portato il film a vincere il premio per la miglior sceneggiatura (scritta da Yuji Sakamoto) al Festival di Cannes dello scorso anno. La locandina del film poi tira in ballo un altro maestro del cinema nipponico: Hayao Miyazaki. E a ragione: anche in L’Innocenza infatti, come nei lungometraggi animati dello studio Ghibli di Miyazaki, i bambini sono protagonisti della storia, sono ricchi di doti, virtù e sogni, ma vengono schiacciati dal mondo degli adulti che non riesce a comprenderli e incoraggiarli. Questa volta non è una creatura magica come Totoro a giungere in soccorso dei bambini nel momento di maggior difficoltà, ma in ogni caso la fuga dalla realtà e il sogno di un mondo nuovo e diverso sostengono la loro presa di coscienza e la loro crescita verso quell’età adulta che tanto li spaventa e li confonde. Non trovo alcun difetto in questo film: la trama è solidissima, le emozioni autentiche e profonde, gli attori eccellenti, ogni inquadratura e ogni immagine splendida. La colonna sonora, firmata dal recentemente scomparso Ryuichi Sakamoto, sottolinea ogni aspetto emotivo con grazia, e si compone principalmente di un pianoforte, cui si affiancano rumori e suoni intradiegetici fondamentali per sottolineare certi passaggi emotivi ma anche narrativi. Da vedere con attenzione per godersi ogni rimando da una versione all’altra e per immergersi in una cultura che all’inizio può sembrare profondamente diversa dalla nostra ma, nella sostanza, purtroppo non lo è così tanto. Da vedere assolutamente.

Voto: 4 Muffin

Tyler Rake 2

Titolo originale: Extraction 2

Anno: 2023

Regia: Sam Hargrave

Interpreti: Chris Hemsworth, Olga Kurylenko, Idris Elba

Dove trovarlo: Netflix

Alla fine del primo film, il mercenario Tyler Rake (Chris Hemsworth) era stato dato per morto, dopo diversi colpi d’arma da fuoco e una caduta nel fiume. All’inizio di questo secondo capitolo invece scopriamo che in realtà Tyler era stato salvato e dopo essere rimasto per un po’ di tempo in coma si era ripreso. Non ci vorrà molto perchè qualcuno vada a cercarlo per offrirgli un nuovo lavoro. Una donna con i due figli ha chiesto aiuto per fuggire dalla prigione georgiana in cui il marito, lì detenuto, la costringe a vivere per tenerla sotto controllo: serve un estrattore, e serve il migliore. E il committente altri non è che l’ex moglie di Tyler…

Anche se l’action non è il mio genere preferito, Tyler Rake (in originale Extraction, Estrazione, cioè l’operazione con cui i militari e i mercenari sottraggono una o più persone da una situazione di grande pericolo) mi era piaciuto. Non posso negare che il fatto che il protagonista sia l’affascinante Chris “Thor” Hemsworth abbia avuto il suo peso, ma il film mi aveva colpito per l’ironia che lo alleggeriva molto e per il sapiente uso del piano sequenza, per quanto ottenuto con effetti digitali, per creare un’azione serrata e coinvolgente.

Questo secondo capitolo è meno divertente del precedente, pur essendo firmato da una squadra di regista e sceneggiatori che sono tra i nomi di punta nella realizzazione dei blockbuster dei supereroi Marvel: alla regia Sam Hargrave (regista anche del primo film e coordinatore degli stuntman, e alla sceneggiatura Joe e Anthony Russo (registi di Avengers: Endgame, Captain America: Civil War e altri). Il lunghissimo piano sequenza dell’estrazione dalla prigione è molto ben fatto e tiene desta l’attenzione dall’inizio alla fine. Inoltre in questo secondo film scopriamo delle cose in più su Tyler e il suo passato. Tuttavia non ho trovato in questo film nulla di nuovo e di originale rispetto al primo. Mi è comunque piaciuto e resta, per il genere cui appartiene, un prodotto molto ben fatto e godibile, però mi sarei aspettata, essendo passati tre anni tra i due film, un qualcosa in più. Non che la spettacolarità non sia aumentata, seguendo la regola aurea dei seguiti “uguale al primo ma di più”, con l’inseguimento sul treno, gli elicotteri abbattuti e il resto, ma niente di contenutisticamente rilevante a mio parere. In ogni caso è già in lavorazione un terzo capitolo delle avventure del nostro giardiniere prezzolato di fiducia (in inglese “rake” significa “rastrello”, passatemi la battuta) che evidentemente ha conquistato il pubblico.

Voto: 3 Muffin

Hit Man – Killer per Caso

Titolo originale: Hit Man

Anno: 2024

Regia: Richard Linklater

Interpreti: Glen Powell, Adria Arjona

Dove trovarlo: al cinema

Gary (Glen Powell) insegna filosofia all’università, è single, vive con due gatti ed è apparentemente soddisfatto della sua vita solitaria e monotona, anche perchè fuori dall’orario scolastico collabora con la polizia per arrestare le persone che assoldano assassini a pagamento per liberarsi di amanti, colleghi, vicini, rivali divenuti troppo scomodi.

Quando il poliziotto Jasper (Austin Amelio) viene rimosso dal suo incarico per aver picchiato dei bambini, Gary si ritrova a prendere il suo posto nel ruolo di finto sicario prezzolato. Scopre così che impersonare un assassino, oltre ad essere divertente, offre molti spunti di riflessione sulla natura umana. Tutto procede nel migliore dei modi fino a quando Gary, nei panni del killer Ron, non incontra la bellissima Madison (Adria Arjona) e, anziché incastrarla e portarla in tribunale come di consueto, la lascia andare…

Si potrebbe facilmente accusare questo film di immoralità e di istigazione al delitto. Infatti la conclusione sembra dirci che non c’è nulla di male a compiere o nascondere qualche piccolo omicidio per risolvere i propri problemi. Se poi contiamo che nell’incipit vediamo subito il nostro protagonista spiegare le teorie del filosofo Nietzsche ai suoi studenti e accudire con affetto i suoi cagnolini Es e Io (termini della psicanalisi che indicano le parti che compongono il nostro essere e che lottano tra di loro per la supremazia, l’istinto e la coscienza) viene da pensare che il regista Richard Linklater volesse proprio tirarsi addosso delle polemiche di questo genere.

Ma per me ogni analisi approfondita e ogni rimostranza in merito a questo film sarebbe una vera perdita di tempo, perché non si tratta che di una commedia leggera e divertente che non ambisce né a dare insegnamenti né a suggerire modelli di vita. Unico scopo del film è intrattenere, e ci riesce benissimo grazie all’istrionico Glen Powell, irresistibile nelle sue diverse maschere da killer, e alla meravigliosa Adria Arjona, tanto bella e seducente da togliere il fiato, oltre che simpatica e perfetta per la parte. Hit Man è un film che parla di omicidi ma non mostra nemmeno una goccia di sangue, ed è molto casto anche nel mostrare le scene intime tra i due protagonisti, pur lasciandoci chiaramente intendere la passione che divampa tra loro. Il regista tratta invece in modo piuttosto superficiale i personaggi secondari, sprecando secondo me l’occasione di creare ulteriori situazioni comiche e di rendere il film più persistente nella memoria dello spettatore. C’è anche qualche lunghezza che poteva essere evitata (penso alle scene in tribunale, che non fanno proseguire in alcun modo la vicenda ma rallentano il ritmo) e qualche spunto che viene lasciato cadere nel vuoto (ci viene detto che Gary è un esperto di elettronica ma non lo vediamo mai in azione in questo senso), ma nel complesso il film fila via che è un piacere.

Consiglio questo film a tutti quelli che vogliono passare un paio d’ore in leggerezza e farsi qualche bella risata; da evitare invece se siete molto suscettibili riguardo l’amoralità del Superuomo.

Voto: 3 Muffin

Inside Out 2

Inside Out 2

Anno: 2024

Regia: Kelsey Mann

Dove trovarlo: Disney Plus

Nel film Inside Out (2015) avevamo fatto la conoscenza di Riley, una bambina dolce e affettuosa ma spaventata e confusa all’idea di trasferirsi con la famiglia in un’altra città. Ma soprattutto avevamo incontrato le Emozioni di Riley: Gioia, saldamente al comando, Paura, Disgusto, Rabbia e Tristezza.

Nel secondo capitolo Riley è ormai adolescente (ha appena compiuto 13 anni) e sviluppa alcune emozioni nuove: Imbarazzo, Ennui, Invidia e Ansia. Nel caos che segue l’arrivo di questi nuovi stati d’animo, Gioia e le altre “vecchie” emozioni vengono allontanate dalla sala controllo di Riley, perchè Ansia vuole gestire tutto quanto; per il bene di Riley. Gioia farà di tutto per riprendere il controllo e rimettere a posto le cose.

Il primo Inside Out era stato davvero audace nell’introdurre la psicoanalisi nel mondo dei cartoni animati rendendola non solo comprensibile per i più piccoli ma anche divertente per tutti: e infatti è stato molto apprezzato da grandi e piccini. Io stessa, dopo averlo visto, mi sono spesso trovata ad immaginare la mia personale sala controllo, con Disgusto saldamente al comando, nei momenti in cui dentro di me emozioni diverse lottavano per il predominio, o per comprendere le motivazioni di certe mie scelte e decisioni all’apparenza incoerenti con la mia natura. Nel primo film avevamo imparato che per crescere, maturare, sviluppare una personalità completa, sono necessarie tutte le emozioni, anche quelle che sembrano essere soltanto negative. Gioia inizialmente cercava di respingere Tristezza, di tenerla lontana da Riley, ma alla fine si rendeva conto che la bambina aveva bisogno non solo della felicità e della gioia, ma anche della malinconia e della tristezza. Nessuna emozione è da respingere o sopprimere, tutte sono necessarie.

Detto questo, ho detto tutto. Anche del secondo film.

Inside Out 2 è un film bello, divertente, commovente, istruttivo e accurato. Ma secondo me non dice nulla che non fosse già stato detto nel primo film. Anche in questo caso vediamo Riley crescere, questa volta passando dall’infanzia alla pubertà, e avere difficoltà ad accettare i cambiamenti nella sua vita. Se nel primo film a spaventarla era il trasloco, in questo caso è la paura di perdere le sue due migliori amiche, che andranno in una scuola diversa dalla sua. Di nuovo vediamo delle emozioni che inizialmente sembrano dannose per Riley ma che in realtà, in collaborazione con tutte le altre, formano le varie sfaccettature della sua personalità, che con la crescita si fa più complessa e variegata. Riley è una brava bambina, ma a volte si comporta male. Riley è una buona amica, ma a volte commette errori. Riley è una figlia affettuosa, ma a volte si arrabbia con i genitori. Crescere e maturare significa appunto accettare questi stati d’animo e questi comportamenti, e tutte le emozioni che li causano. E questo succede infatti. Proprio come nel primo film.

Non sto dicendo che il film non mi sia piaciuto, mentirei, perchè la visione è molto piacevole e ci sono scene davvero spassose e ben realizzate: il caos nel centro di controllo all’inizio della pubertà, gli strani personaggi rinchiusi nel caveau dei segreti (chi non ha riso vedendo la mossa d’attacco del guerriero Lance Slashblade?), le reazioni delle emozioni dei genitori ai primi segnali della pubertà di Riley.

Dico però che questo secondo film secondo me non ha aggiunto nulla di nuovo a quanto già raccontato e mostrato nel primo. Anzi, in questo caso ho trovato che la narrazione si impantanasse spesso, con il vagabondare delle “vecchie” emozioni di qua e di là senza incontri o episodi davvero significativi e mostrando una pletora di episodi della vita di Riley, concentrati in poco tempo, per condensare i cambiamenti del suo carattere in un paio di giornate, seppur cruciali.

Consiglio comunque di vederlo, non solo per completezza ma perchè è una visione interessante e piacevole, ma senza aspettarsi quella scintilla originale che aveva caratterizzato il numero uno.

Portate pazienza fino alla fine dei titoli di coda (come i supereroi Marvel/Disney infatti vi hanno insegnato a fare).

E ora, quando esce lo spinoff su Nostalgia?

Voto: 3 Muffin