Malcolm

Titolo originale: Malcolm in the Middle

Anno: 2000 – 2006

Interpreti: Frankie Muniz, Bryan Cranston, Jane Kaczmarek, Justin Berfield, Erik Per Sullivan, Christopher Masterson

Dove trovarlo: Disney Plus

Tempo fa mi ero lamentata qui sul blog di come la serie tv Malcolm non fosse disponibile su nessuna piattaforma. Ora invece sono molto felice perchè la serie è disponibile su Disney Plus e me la sono potuta gustare tutta in lingua originale, dal primo all’ultimo episodio.

Si tratta di una sitcom, con puntate della durata di venti minuti circa, che racconta le vicissitudini di una famiglia americana moderna con pochi soldi e tanti figli dal punto di vista del figlio di mezzo (il titolo originale infatti è Malcolm in the Middle). Anche se, per essere precisi, Malcolm è il terzo figlio su quattro, all’inizio della serie, ma essendo il primogenito sventato e combinaguai Francis (Christopher Masterson) lontano da casa, malcolm è il fratello di mezzo tra il maggiore Reese (Justin Berfield), un bulletto di scarsa intelligenza, e il minore Dewey (Erik Per Sullivan), eccentrico e rassegnato ad essere poco considerato dal resto della famiglia. Malcolm, protagonista e narratore, è interpretato da Frankie Muniz, il cui faccione è molto spesso in primo o primissimo piano mentre racconta le sue tribolazioni di teenager guardando dritto in camera e rivolgendosi allo spettatore, un espediente narrativo cui oggi siamo abituati ma che all’epoca è stato una trovata molto originale. Quando ho iniziato a vedere la serie non mi aspettavo che si componesse addirittura di sette stagioni, tutte con venti o più episodi, e devo dire che non tutti sono divertenti e memorabili allo stesso modo. Vale comunque la pena resistere fino alla fine per non perdersi alcune situazioni e battute assurde ed esilaranti. La vera forza di Malcolm consiste nel talento dei due attori che interpretano i genitori: Jane Kaczmarek nei panni di Lois, la madre inflessibile e psicotica, e Bryan Cranston nei panni di Hal, padre giocherellone e smidollato. Tra i due c’è una grande alchimia ed essendo personaggi diametralmente opposti facilmente si creano situazioni paradossali e divertenti. Io trovo che in questa serie Bryan Cranston offra un’interpretazione meravigliosa e un talento comico ragguardevole, anche se poi è diventato famoso per un prodotto molto più serioso come Breaking Bad. Oltre ai protagonisti della serie,tre cui ciascuno può scegliere il suo preferito, la serie offre un lungo elenco di celebrità o future celebrità in ruoli minori o camei. Un ruolo ricorrente hanno due veterani del regista Mel Brooks come Cloris Leachman (meglio nota come Frau Blücher) che interpreta la madre di Loir e Kenneth Mars (che sempre in Frankenstein Junior ha il ruolo dell’Ispettore Kemp), mentre tra i nomi illustri che compaiono nella serie abbiamo: Emma Stone, Susan Sarandon, Hayden Panettiere, George Takei, Christopher Lloyd, Rose Abdoo, Oscar Nunez e Kurt Fuller, per citarne alcuni.

In conclusione, Malcolm è una sitcom vivace, che alterna episodi un po’ mosci a puntate esilaranti e regala in ogni caso ottime interpretazioni e un po’ di spensieratezza, che non fa mai male di questi tempi.

Diamanti

Anno: 2024

Regia: Ferzan Ozpetek

Interpreti: Luisa Ranieri, Jasmine Trinca, Geppi Cucciari, Mara Venier, Stefano Accorsi, Paola Minaccioni, Aurora Giovinazzo, Milena Vukotic, Elena Sofia Ricci, Kasia Smutniak

La scena d’apertura del film mostra lo stesso regista, Ferzan Ozpetek, che ha riunito per un pranzo conviviale un gran numero di attrici italiane di ogni età per parlare del film che ha intenzione di girare insieme a tutte loro. Entriamo poi nel vivo del film stesso, ambientato in un prestigioso atelier romano negli anni ‘70 fondato e gestito da due sorelle, Alberta (Luisa Ranieri) e Gabriella (Jasmine Trinca) dal carattere molto diverso ma molto legate e affezionate al lavoro. Nell’atelier lavorano moltissime donne e ragazze, ciascuna con il suo ruolo e ciascuna con i propri problemi personali, che però devono essere messi da parte per realizzare i costumi dei film, che sono la specialità della casa di moda. Moltissime saranno le sfide collettive e per i singoli personaggi femminili, ma tutte verranno affrontate con grande determinazione, coraggio e soprattutto collaborazione, tra premi Oscar capricciosi, mariti violenti e registi prepotenti.

In questo periodo in cui di “donne” si sente parlare sempre, comunque e ovunque, dai tg al cinema, dei loro diritti, delle loro lotte, dei soprusi e della violenza fisica a non solo che hanno subìto nei secoli, il regista Ferzan Ozpetek non si tira indietro ma decide di lasciare da parte i toni polemici e denunciatori facendo a tutte le donne un meraviglioso regalo: Diamanti. Il film è una poesia d’amore per la donna, di ogni età, con ogni passato alle spalle, con ogni fragilità e debolezza, con abilità, talento e capacità. Ozpetek riunisce uno straordinario cast femminile tutto italiano e riesce a sfruttare appieno l’immenso potenziale di ciascuna attrice, esaltandone le caratteristiche e assegnando con sapienza i ruoli da interpretare, di modo che anche le stelle della tv (una sorprendente e bravissima Mara Venier o una esilarante Geppi Cucciari) o della radio (Paola Minaccioni, celebre per i personaggi e le imitazioni del Ruggito del Coniglio ma qui in un ruolo drammatico) possano rifulgere accanto alle attrici di cinema, siano queste giovani (Kasia Smutniak), giovanissime (Aurora Giovinazzo), esperte (Jasmine Trinca, Luisa Ranieri) o veterane (Milena Vukotic). “Da sole siamo niente, ma insieme siamo tutto” è una delle molte frasi da incorniciare in questo film corale che diverte molto e commuove molto nel raccontare le vite, mai perfette, di queste donne lavoratrici talentuose e coraggiose, che pur essendo molto diverse tra loro affrontano unite le piccole e grandi difficoltà di ogni giorno, senza bisogno di grandi discorsi o di retorica: semplicemente loro sono lì l’una per l’altra e tutte per la squadra, cioè l’atelier di moda. L’ambientazione scelta permette di mostrare alcuni dietro le quinte della realizzazione dei film nel nostro paese, oltre che una serie di costumi mozzafiato, il cui processo di realizzazione viene mostrato in tutte le sue sfaccettature. Il dettaglio che ho apprezzato molto è stata l’idea del regista di origine turca di inserire nella narrazione dei personaggi maschili secondari avvenenti che le donne dell’atelier trattano come oggetti dando loro ordini e comandi, senza cattiveria ma con grande schiettezza: se per decenni abbiamo visto al cinema uomini sbavare dietro a segretarie in minigonna e vicine di casa procaci, perchè un gruppo di donne lavoratrici non può godersi la presenza di un bel ragazzo, garzone del pasticcere o attore di belle speranze, e magari chiedergli di cantare e ballare per una pausa rilassante e rinvigorente dal duro lavoro della sartoria?

Il film è un sincero omaggio di Ozpetek a tutte quelle donne, attrici ma non solo, senza le quali i suoi film non sarebbero mai stati realizzati; e sarebbe stata una perdita per tutti noi.

Consiglio questo film a chi ama le donne, ne apprezza lo spirito e il talento e ama divertirsi insieme a loro. Preparatevi e ridere ma anche a piangere un pochino. Splendida anche la canzone Diamanti cantata da Giorgia che accompagna i titoli di coda: giuro che è stata la prima in vita mia volta in cui al riaccendersi delle luci nessuno in sala si è mosso fino alla fine dello scorrere dei nome degli interpreti!

Voto: 4 Muffin

Conclave

Anno: 2024

Regia: Edward Berger

Interpreti: Ralph Fiennes, Stanley Tucci, John Lithgow, Sergio Castellitto, Carlos Diehz, Isabella Rossellini

Dopo la morte del Santo Padre, come da protocollo tutti i cardinali si riuniscono in conclave, isolati dal resto del mondo, per decidere chi tra loro diventerà il nuovo Pontefice. Al cardinale decano Thomas Lawrence (Ralph Fiennes) spetta il difficile compito di guidare il conclave, nonostante egli avesse chiesto al Papa quando era ancora in vita di dispensarlo da questo ruolo per permettergli di chiarire alcuni suoi dubbi legati alla fede; il Pontefice però non aveva avallato la sua richiesta. Lawrence si ritroverà perciò a gestire un conclave molto complesso, teatro di scontro in particolare tra alcuni cardinali che hanno grande influenza ciascuno a suo modo: il grande amico del defunto Pontefice Cardinale Bellini (Stanley Tucci), l’ambizioso Cardinale Tremblay (John Lithgow), il reazionario Cardinale Tedesco (Sergio Castellitto) e l’outsider Benitez, Cardinale di Kabul di origine messicana. 

Nonostante il film, tratto dal romanzo omonimo di Robert Harris, metta in scena con grande rigore e precisione quelle che sono le procedure seguite dalla Chiesa cattolica dopo la dipartita di un Pontefice, appare chiaro fin da subito come questo film non sia e non voglia essere un atto d’accusa contro la Chiesa. Il conclave infatti non è altro che una stanza chiusa piena di uomini potenti e ambiziosi in guerra tra di loro per il potere, sebbene ciascuno abbia i propri metodi e le proprie motivazioni. Ma c’è un’altra lotta in corso sulla scena: quella per l’interprete migliore. Ralph Fiennes, John Lithgow, Stanley Tucci e Sergio Castellitto, con l’aggiunta di Isabella Rossellini nel ruolo piccolo ma cruciale di Suor Agnes, offrono tutti interpretazioni splendide nei panni di personaggi tra loro diversissimi, ciascuno caratterizzato la luci e ombre, difetti e punti di forza, certezze apparenti e inversioni di rotta. Le dinamiche dello scontro tra questi diversi personaggi e le loro inconciliabili vedute sono il cuore del film, che dall’inizio alla fine avvince e rapisce, nonostante tutta l’azione si svolga in ambienti chiusi e avvenga tramite parole. La regia sapiente, la sceneggiatura solida e le efficaci interazioni tra i personaggi rendono il film non solo appassionante e coinvolgente, ma perfino avvincente in un crescendo di tensione in cui i rapporti di forza cambiano in continuazione e i pronostici si ribaltano costantemente. Fino al finale.

Il finale, che non rivelerò, è a dir poco sorprendente, scioccante, e sembra quasi inficiare tutto quanto detto e costruito fino a quel momento, salvo poi dimostrarsi coronamento perfetto di un percorso accidentato e dalla meta incerta ma intriso di fiducia nel genere umano e speranza per il futuro. 

Basta, ho detto anche troppo: le otto nomination agli Oscar si spiegano facilmente non solo alla luce della conclusione proposta ma soprattutto per lo spessore dei talenti dispiegati.

Vi lascio con un’immagine che, da quando lo schermo del cinema si è fatto nero al termine della visione, non sono più riuscita a levarmi dalla testa: chi ha visto o vedrà Conclave capirà, inizialmente riderà, ma poi riflettendoci meglio comprenderà appieno.

Voto: 4 Muffin

Brothers & Sisters

La serie tv Brothers & Sisters (Fratelli e Sorelle) è andata in onda per cinque stagione, dal 2006 al 2011, e per chi fosse interessato è disponibile su Disney Plus.

Io mi sono avvicinata alla serie perchè curiosa di scoprire qualcosa di più sulle abilità recitative di Sally Field dopo aver letto la sua interessante autobiografia, In Pieces (2018), anche se nel libro l’attrice non spende molte parole per la serie ma si limita a dire quanto fosse un conforto lavorarci in uno dei molti momenti complicati e travagliati della sua vita.

In Brothers & Sisters Sally Field interpreta Nora Walker, che nel primo episodio rimane vedova di William Walker (Tom Skerritt), abile imprenditore e uomo di famiglia energico e affettuoso, ma che nascondeva anche moltissimi segreti, come si scopre nelle diverse stagioni. Con la morte del marito però Nora non rimane certo sola, avendo avuto da lui cinque figli e avendo accanto anche il fratello Saul (Ron Rifkin). La serie racconta le vicende familiari di questi fratelli e sorelle, a partire dai segreti emersi con la morte di William e proseguendo con la gestione dell’azienda di famiglia, i legami familiari, le problematiche legate ai figli e alle rotture dei rapporti, oltre naturalmente a diverse vicissitudini sentimentali.

Ho seguito la serie con molto interesse all’inizio, ma devo dire che con il passare delle stagioni e la chiusura di alcuni argomenti aperti nei primi episodi la curiosità sul destino dei vari membri della famiglia Walker è andata scemando, suscitando anzi un certo sollievo al termine della visione. L’episodio conclusivo, il finale della quinta stagione, mi ha comunque lasciata molto soddisfatta per come ha chiuso tutte le parentesi aperte in precedenza (dimenticandosi per strada giusto un figlio, Ryan (Luke Grimes), ma poco male) e dato una conclusione lieta a tutti i personaggi.

Brothers & Sisters resta comunque un buon prodotto, con livelli sempre molto buoni di recitazione e di messa in scena (salvo qualche difficoltà con il sonoro in alcune scene girate in esterno). Nel cast spiccano le due stelle Sally Field e Calista “Ally McBeal” Flockhart, ma tutti gli altri interpreti tengono loro testa senza problemi, e tra questi ci sono molti volti noti del cinema e della televisione e alcuni nomi illustri (Beau Bridges, Marin Hinkle, Rob Lowe, Pedro Pascal, Sonia Braga, Mitch Pileggi, Danny Glover, Marion Ross, Chevy Chase) tra cui molti dei fedelissimi del produttore della serie, Greg Berlanti, che arrivano direttamente nella sua creazione Everwood (Treat Williams, Emily VanCamp) terminata proprio nel 2006.

Il punto di forza della serie sono i personaggi, tutti diversi e ben caratterizzati, e i legami tra di loro, tra litigi, segreti, bugie e divergenze varie.

La sceneggiatura, come è tipico di questi prodotti, in alcuni casi presenta delle forzature dovute alla necessità di inserire determinate scene o situazioni, e anche i personaggi in alcuni casi vengono un po’ piegati a queste necessità, ma senza mai avere stonature troppo eclatanti.

Quello che rende spesso difficile empatizzare con i membri della famiglia Walker è il fatto che la famiglia sia molto benestante, per cui molti problemi della vita per loro sono già di base inesistenti. Inoltre tutti i personaggi riescono sempre senza alcune difficoltà a ottenere o cambiare lavoro, trovando sempre la strada spianata in qualunque luogo, ambito e settore decidano di cimentarsi: vendita di frutta, produzione di vino, ristorazione, avvocatura, politica, letteratura, radio, in qualunque caso i Walker cadono sempre in piedi e ottengono ruoli manageriali e ricchi stipendi.

Per godersi Brothers & Sisters bisogna mettere da parte ogni pretesa di realismo, di critica sociale e di conflitto etnico/razziale, per lasciarsi invece coinvolgere dalle dinamiche degli scontri tra consanguinei e dei segreti di famiglia, consapevoli del fatto che comunque vadano le cose i Walker, questa grande famiglia borghese bianca americana, cadrà sempre in piedi. 

Accettate queste premesse la serie è molto godibile, soprattutto agli inizi, ma di certo non è un prodotto adatto a tutte le esigenze e a tutti i gusti.

Come Uccidere Vostra Moglie

Titolo originale: How to Murder your Wife

Anno: 1965

Regia: Richard Quine

Interpreti: Jack Lemmon, Virna Lisi, Terry-Thomas

Dove trovarlo: Prime Video

Stanley Ford (Jack Lemmon) è un uomo felice e soddisfatto: ha una splendida casa a New York, un maggiordomo devoto (Terry-Thomas) e un lavoro appagante e remunerativo come disegnatore di fumetti. Ma tutto cambia quando, dopo aver bevuto troppo a una festa, si ritrova sposato con una bellissima ragazza straniera (Virna Lisi) che rivoluzionerà completamente i suoi princìpi, la sua casa e la sua vita.

Un film come questo oggi sembra inconcepibile: un film in cui un uomo viene portato in trionfo da altri uomini quale esempio di libertà e coraggio perchè ha presumibilmente ucciso la moglie. Un film in cui le donne in generale e le mogli in particolare vengono rappresentate come noiose e prepotenti zavorre che privano l’uomo della sua libertà e della sua gioia di vivere. L’unica speranza per la donna di non venire ripudiata è quella di essere bellissima e sessualmente disponibile. Per quanto questa morale oggi ci appaia ripugnante senza alcun dubbio, dobbiamo ricordare che Come Uccidere Vostra Moglie è stato girato nel 1965, aderendo alla cultura e alla moralità americana (ma non solo) dell’epoca, e si inserisce nel filone della commedia americana di quegli anni che rappresenta l’uomo come una sfortunata vittima della moglie in cerca di quella libertà e di quella passione che il matrimonio non ha saputo dargli, ma che alla fine, dopo aver combinato diversi guai, si pente e ritorna ad essere un marito e un padre fedele e devoto, anzi riconoscente. Alcuni grandi classici di questo genere sono: È Ricca, la sposo e l’ammazzo (1971) con Walter Matthau (non a caso sodale di Jack Lemmon in moltissimi film), che ha la particolarità di essere stato diretto e sceneggiato da una donna, Elaine May, anche protagonista del film; Quando la Moglie è in Vacanza (1955), con Tom Ewell e Marilyn Monroe, sceneggiato da George Axelrod come How to Murder your Wife, e il mio preferito Una Guida per l’Uomo Sposato (1967), ancora con Walter Matthau e con Terry-Thomas (che in Come Uccidere Vostra Moglie interpreta il maggiordomo Charles) nel ruolo esilarante dell’uomo la cui vita è rovinata dal momento in cui l’amante perde il reggiseno in casa sua.

Quindi, stabilito inequivocabilmente che l’imbarazzante e inaccettabile sottostrato morale e culturale di Come Uccidere Vostra Moglie non solo era presente negli Stati Uniti degli anni ‘50 e ‘60 (e in parte è presente ancora oggi, e non solo in America) ma era imperante tanto da generare situazioni da commedia e da essere condiviso, come abbiamo visto, dalle donne stesse, posso dire che io ho sempre trovato questo genere di film molto divertenti e che quelli che ho citato sono dei grandi classici in casa Verdurin.

Come Uccidere Vostra Moglie però non si può collocare al livello degli altri che ho citato, perchè non è altrettanto divertente, anche se ha sicuramente delle scene e dei personaggi di contorno davvero irresistibili, come il maggiordomo Charles, interpretato dal già citato Terry-Thomas. Inoltre mi è piaciuto moltissimo il fatto che il protagonista fosse un disegnatore di fumetti d’avventura che, per etica professionale, non rappresenta mai nelle sue strisce qualcosa che lui stesso non abbia fatto: il suo lavoro richiede quindi, nella prima fase, di organizzare e portare a termine imprese rocambolesche mentre il suo fedele maggiordomo lo fotografa, offrendo poi prezioso materiale per le sue tavole.

Jack Lemmon recita divinamente, come sempre, ma questo ruolo nella sua carriera non può certo spiccare su altri ben più intensi e divertenti (penso a La Strana Coppia, A Qualcuno Piace Caldo, Non per Soldi ma per Denaro…): in ogni caso vale sempre la pena di vedere una sua interpretazione. L’italiana Virna Lisi interpreta la ragazza che esce dalla torta e poco dopo diventa la signora Ford, nella versione originale naturalmente è italiana, mentre nella versione doppiata diventa greca (il che però cozza parecchio con i piatti che cucina e la borsa Alitalia che porta con sè). Virna in questo film è di una bellezza mozzafiato e ricopre a perfezione il ruolo che le è stato assegnato, quello della moglie un po’ svampita fin troppo servizievole, disponibile e amorevole verso un marito che inizialmente non pensa ad altro che ad allontanarla e a divorziare da lei per ritrovare la sua libertà.

Il film, che ha una trama di per sé piuttosto semplice e lineare, soffre della lunghezza eccessiva di alcune scene (la festa in casa, il processo) e della perdita lungo la strada del ruolo di narratore esterno del maggiordomo, che rende invece l’inizio così accattivante.

Il finale non riserva sorprese (anzi, una piccolina sì), come abbiamo detto il film si inserisce esattamente in un filone con canoni prestabiliti e consolidati.

Consiglio la visione solo agli amanti dei film, e in particolare delle commedie, degli anni ‘50-‘60, ma consiglio più che altro la visione dei film citati sopra per una declinazione più riuscita, leggera e divertente delle stesse tematiche.

Voto: 2 Muffin

Napoli – New York

Anno: 2024

Regia: Gabriele Salvatores

Interpreti: Pierfrancesco Favino, Omar Benson Miller, Dea Lanzaro, Antonio Guerra

Napoli, 1949. Un ordigno inesploso della seconda guerra mondiale provoca il crollo della palazzina in cui la piccola Celestina (Dea Lanzaro) abita con la zia: Celestina rimane illesa, ma la zia perde la vita, lasciando la bambina sola senza alcun parente in vita, eccezion fatta per la sorella maggiore Agnese, che però vive a New York. Non avendo un posto dove andare, Celestina si rifugia dall’amico Carmine (Antonio Guerra), che dorme in un edificio dichiarato pericolante e vive di espedienti. Una sera, inseguendo George (Omar Benson Miller), un americano che deve loro dei soldi e lavora come cuoco sul transatlantico Victory, i due ragazzi si ritrovano bloccati sulla nave e non possono far altro che tentare di nascondersi a bordo fino all’arrivo a New York, dove Celestina spera di riabbracciare la sorella. Ma il commissario di bordo Garofalo (Pierfrancesco Favino) è sulle tracce dei due clandestini.

Siamo lontanissimi da quel pasticcio incredibile di Nirvana, l’unico altro film che ho visto di Gabriele Salvatores: ora non potrò che cercare di recuperare tutti gli altri suoi film, perchè la sua ultima opera Napoli-New York mi ha davvero conquistata come capita molto raramente con i prodotti italiani contemporanei. Il trailer, ingannatore, mi aveva fatto credere che il film fosse serio e drammatico, mentre invece, anche se i temi affrontati sono molto importanti (guerra, povertà, immigrazione), la narrazione mantiene sempre un tono leggero e fiabesco, raccontando con infinita grazia le vicissitudini di due scugnizzi napoletani nella Grande Mela. Il soggetto di questo film era stato elaborato da Federico Fellini e Tullio Pinelli, sceneggiatore che oltre ad aver collaborato con Fellini in alcuni dei suoi capolavori (8 1/2, La Strada, La Dolce Vita) ci ha anche regalato quella pietra miliare della comicità italiana che è la saga di Amici Miei. Da un’idea di partenza così blasonata Salvatores riesce con grande abilità a trarre un film dolce, simpatico e delicato che ricorda, soprattutto per la parte ambientata sulla nave, La Leggenda del Pianista sull’Oceano di Giuseppe Tornatore, mentre la parte sul processo ad Agnese a New York mi ha ricordato il musical Chicago per l’acume e l’ironia con cui rappresenta il sistema giudiziario americano. A proposito di musica, la colonna sonora, curata dal collaboratore storico di Salvatores Federico De Robertis, è molto variegata e riesce a trovare la canzone giusta per ogni diversa situazione o stato d’animo. La storia raccontata è molto semplice, e poteva venire declinata in modi diversi, ma Salvatores sceglie saggiamente la leggerezza mai superficiale e l’ironia che non scade mai in farsa, regalando divertimento e risate che permeano anche eventi e situazioni tragici e incerti (gli strascichi della guerra, la vita per le strade dei ragazzi di Napoli, l’ostilità verso gli immigrati) e mostrando New York come un luogo quasi irreale in cui davvero tutto può accadere. Il dialetto napoletano in cui recitano i bambini protagonisti può sembrare uno scoglio all’inizio ma viene presto superato grazie alla varietà di personaggi e all’empatia che presto si instaura tra lo spettatore e i due piccoli sgugnizzi. La recitazione è ottima da parte di tutti, dai due bambini quasi neofiti del cinema Dea Lanzaro e Antonio Guerra al veterano Pierfrancesco Favino, e contribuisce a dar vita a dialoghi, scene e personaggi indimenticabili. Da vedere e rivedere, fino al finale che mi ha soddisfatta pienamente e compresi i bellissimi titoli di coda in cui ai nomi degli interpreti e delle maestranze vengono associate inquadrature significative del film stesso.

Voto: 4 Muffin

Il Ragazzo dai Pantaloni Rosa

Anno: 2024

Regia: Margherita Ferri

Interpreti: Claudia Pandolfi, Samuele Carrino, Andrea Arru, Sara Ciocca

Il film racconta la storia vera e tragica di Andrea Spezzacatena (interpretato da Samuele Carrino), uno studente di Roma che si tolse la vita nel 2012, a soli quindici anni, dopo essere stato vittima di bullismo e cyberbullismo da parte dei compagni di scuola. Le prese in giro, i maltrattamenti e le vessazioni erano iniziati dopo che Andrea si era presentato a scuola con dei pantaloni di colore rosa, comprati dalla madre Teresa Manes (Claudia Pandolfi) e stinti con il lavaggio.

Il film, presentato nel 2024 alla Festa del Cinema di Roma, racconta la drammatica vicenda realmente accaduta di Andrea Spezzacatena, che è divenuta emblematica delle problematiche legate al bullismo e al cyberbullismo, sempre più approfondite e dibattute nelle scuole italiane, come è giusto che sia. Infatti, se è difficile per genitori e insegnanti gestire un caso di bullismo che si manifesta con un occhio nero o un abito strappato, è ancora più complesso gestirne uno che non lascia tracce visibili se non sul web e, come viene chiaramente mostrato, nelle anime dei bambini e dei ragazzi: ecco perchè è così diffiicle individuare il cyberbullismo, comprenderne le dinamiche e combatterlo. Il Ragazzo dai Pantaloni Rosa è stato proiettato in diverse scuole all’interno di percorsi di educazione contro la violenza e il bullismo. E le scuole sono il posto più adatto a questa pellicola. Le scuole medie, magari, perchè già alle superiori i ragazzi si renderanno conto che al valore contenutistico e cronachistico del film non ne corrisponde affatto uno cinematografico di uguale portata. Il film è girato, ripreso e montato in modo 100% convenzionale, con grossi problemi di messa a fuoco e di ritmo. Tutto ciò che vediamo è scontato fin dal principio, e non solo perchè la voce narrante fuori campo ce lo anticipa, ma perchè si ha continuamente l’impressione di star vedendo uno qualunque dei film e delle serie tv che hanno affrontato, anche solo marginalmente, l’argomento dei maltrattamenti in ambiente scolastico. La recitazione di tutti è pessima, e il sonoro, anch’esso pessimo, non aiuta ad estrapolare qualche frase di senso compiuto dai farfugliamenti in mezzo romanesco; c’è da dire che i dialoghi sono così banali e stantii che probabilmente la perdita non è grave. La colonna sonora, con il gran finale dei miagolii insopportabili di Arisa, è banale all’inverosimile. Una visione che dovrebbe essere, in particolar modo per una madre, drammatica e straziante risulta invece noiosa e insopportabile a causa dell’imperizia della messa in scena a tutti i livelli. Come nel caso di Berlinguer – La Grande Ambizione, sono convinta che sarebbe stato molto più efficace un documentario, magari della durata di un’oretta, per raccontare la vera storia di Andrea e di sua madre Teresa Manes, insignita nel 2022 da Sergio Mattarella dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica per il suo impegno, realizzatosi attraverso libri e altre attività sociali, contro il bullismo e il cyberbullismo; ridurre una storia autentica e significativa come questa a una delle tante fiction televisive di bassa qualità mi sembra un vero peccato. Se poi la regista (a me sconosciuta) Margherita Ferri decide di mostrare come primissima scena la nascita di Andrea, cioè una madre cinquantenne (tale l’età anagrafica di Claudia Pandolfi, che nonostante la chirurgia estetica li dimostra tutti) nell’atto di partorire un bambino che nasce già grande di alcune settimane, con gli occhi aperti e tutto il resto, mi sia concesso di non appassionarmi a questa storia non per quello che rappresenta ma per come è stata raccontata.

Voto: 1 Muffin

Nightbitch

Anno: 2024

Regia: Marielle Heller

Interpreti: Amy Adams, Scoot McNairy

Dove trovarlo: Disney Plus

La protagonista, che rimane senza nome per tutto il film, è una madre che ha scelto di mettere in pausa la sua carriera di artista per occuparsi esclusivamente del figlio, mentre il marito (anche lui senza nome) è quasi sempre lontano da casa per lavoro. Essere mamma e casalinga per tutto il tempo però si rivela più faticoso del previsto, fisicamente ed emotivamente. Quando la madre inizia ad avvertire alcuni inspiegabili cambiamenti nel suo corpo, come la crescita anomala di peli, l’intensificazione del senso dell’odorato e l’insaziabile voglia di carne, cerca risposte in biblioteca, dove incontra anche alcune altre mamme con cui scopre di avere molto in comune.

Oggi io e Lucius Etruscus abbiamo deciso di fare un po’ di cagnara in compagnia! Vi invito a correre a leggere i suoi post sul Dizionario del Doppiaggio e su Non quel Marlowe sempre riguardo a Nightbitch.

Molto, moltissimo è già stato detto o scritto sulla maternità e sulle difficoltà, i disagi e i conflitti che provoca nella donna sotto ogni aspetto. Nel caso di Nightbitch (ricordiamo che in inglese “bitch” significa “cagna”, ma anche “stronza”) tutto parte dal libro d’esordio di Rachel Yoder, che la regista Marielle Heller trasporta su schermo in modo molto fedele, scegliendo però di modificare il finale. Non voglio rivelare nulla a chi non abbia ancora letto il libro e/o visto il film, ma personalmente non ho amato il finale del libro. Quello del film invece, per quanto sia sicuramente all’acqua di rose, è meno arduo e repulsivo, anche se tendente alla semplificazione: non è di certo una cosa così banale riappropriarsi della propria vita e dei propri sogni, e soprattutto far comprendere uno stato d’animo così variegato e complesso a chi non sia disposto a mettersi davvero nei panni altrui. Resta comunque una possibilità. Ma la forza del film non sta di sicuro nel suo finale, quanto invece nelle riflessioni che la madre riesce a fare su se stessa. Gran parte di questi pensieri, dei monologhi e dei dialoghi sono presi parola per parola dal libro, e sono la parte più interessante; in corso d’opera il tono si modifica dal comico iniziale al tragico, forse volutamente per mostrare l’altalena di emozioni di una mamma che sì, adora il suo bambino e vive per lui, ma inizia a realizzare che il suo essere madre non può essere l’unico paradigma della sua esistenza. Il fatto che la madre resti senza nome per tutto il film indica la spersonalizzazione subìta dalla donna, che sceglie di occuparsi del figlioletto senza aver capito inizialmente a quanto e a cosa stia realmente rinunciando. Ma non è la sola, perchè nessuno intorno a lei, nemmeno il marito, sembra rendersi conto della reale entità di quella rinuncia. La trasformazione della madre in cane (la cagna notturna, appunto, ma anche la stronza che desidera mollare tutte quelle cose che sono diventate suoi doveri e sue responsabilità per ritrovare se stessa) è ovviamente una metafora (che nel film avvenga realmente o sia solo frutto della fantasia di un’artista ingabbiata in una vita che non è vita non ha importanza) di questa anelata liberazione da un ruolo imposto e autoimposto che però non è abbastanza, non è sufficiente a definire una persona, un’artista, una donna.

Amy Adams mette tutta se stessa e tutto il suo smisurato talento in questo ruolo difficile, multiforme, sublime e grottesco allo stesso tempo, e la regia abile di Marielle Heller è al suo servizio. Personalmente mi sarei volentieri risparmiata la parte body horror del film, ma mi rendo conto di come serva a comunicare meglio uno stato d’animo e mentale così potentemente complicato. Non mi sento di consigliare questo film a tutti, perchè forse chi non ha avuto figli non può empatizzare con un personaggio che si comporti in questo modo e provi questi sentimenti così contrastanti, scioccanti, inconcepibili. Il film però offre uno spunto di riflessione importantissimo sul ruolo della donna e della madre nella famiglia e nella società, e di questo credo non si possa parlare mai abbastanza.

Voto: 3 Muffin

Wicked

Anno: 2024

Regia: Jon M. Chu

Interpreti: Cynthia Erivo, Ariana Grande, Jonathan Bailey, Michelle Yeoh, Jeff Goldblum

La malvagia strega dell’Ovest è morta! In tutto il regno di Oz i Mastichini e tutti i popoli festeggiano. Si rallegra anche la Strega Buona Glinda (Ariana Grande), che però ricorda anche come lei e Elphaba, la cattiva strega dell’Ovest (Cynthia Erivo) in gioventù fossero state grandi amiche, nonostante Elphaba fosse evitata e derisa da tutti per via della sua pelle completamente verde. Elphaba e Glinda si sono conosciute giovanissime all’Università di Stregoneria Shiz. Elphaba in realtà era arrivata lì solamente per accompagnare la sorella, ma la Professoressa di Stregoneria Morrible (Michelle Yeoh), riconoscendo immediatamente in lei un altissimo potenziale magico, le aveva permesso di restare per studiare la magia. Inizialmente Elphaba e Glinda si detestano: troppo noiosa, seria e solitaria la prima, troppo frivola e mondana la seconda. Col tempo però tra loro nasce un’amicizia fortissima, e quando finalmente a Elphaba viene concesso di incontrare di persona il famoso e potentissimo mago di Oz (Jeff Goldblum), che si dice sia in grado di esaudire ogni desiderio del cuore, l’amica l’accompagna. Ma il Mago non è affatto come le ragazze se lo aspettavano…

Ho avuto l’incredibile fortuna di vedere Wicked in lingua originale al cinema ed è un’esperienza che consiglio di cuore.  Avverto però che chi non è un grande appassionato di musical potrebbe essere recalcitrante ad entrare in sala dopo aver sbirciato la durata del film: 160 minuti. Se poi dovesse trovare comunque la voglia di sedersi in poltrona, potrebbe volersi alzare immediatamente dopo la schermata del titolo che recita: Wicked – Parte 1.

Il film di Jon M. Chu infatti è la trasposizione della prima metà dell’omonimo spettacolo di Broadway, che a sua volta è stato tratto da un romanzo, Strega – Cronache del Regno di Oz in Rivolta (Wicked – The Life and Times of the Wicked Witch of the West), scritto nel 1995 da Gregory Maguire basandosi sui personaggi e l’ambientazione del classico Il Meraviglioso Mago di Oz (The Wonderful Wizard of Oz), scritto da L. Frank Baum nel 1900. Tutti questi nomi e titoli possono far girare un po’ la testa, ma è giusto contestualizzare questo film che ha ricevuto ben 10 nomination agli Oscar 2025, compresa quella come miglior film. Ecco, non mi spingo certo a dire che Wicked è il film migliore dell’anno, ma come amante dei musical l’ho apprezzato moltissimo e sono stata piacevolmente sorpresa dal talento recitativo e canoro di tutti gli interpreti, dalle due meravigliose protagoniste (entrambe nominate, Cynthia Erivo come attrice protagonista e Ariana Grande come attrice non protagonista) fino ai ruoli secondari. Ad esempio, a dare la voce al Professor Dillamond nella versione originale è Peter Dinklage. Mentre gli appassionati della serie Glee e dei musical in generale non faticheranno a riconoscere, sul palcoscenico della Città di Smeraldo, Kristin Chenoweth e Idina Menzel (la doppiatrice originale della principessa Elsa di Frozen). Aggiungo poi che il principe affascinante e ribelle Fiyero ha il volto di Jonathan Bailey, protagonista della seconda stagione di Bridgerton: mi si perdonerà se con tutti i vestiti addosso non lo avevo riconosciuto, ma anche lui offre un’ottima prova. Michelle Yeoh è bellissima e terribile nei panni di Madame Morrible. E, naturalmente, Jeff Goldblum è il miglior Mago di Oz che potessimo sperare di vedere (e ascoltare). Una vera e propria parata di stelle, ma tra tutti spicca la splendida Ariana Grande: bellissima, dolce, divertente, e con una voce sensazionale, lascia davvero senza fiato. Il suo personaggio ricorda molto la Elle interpretata da Reese Witherspoon in La Rivincita delle Bionde, sempre solare e vestita di rosa, desiderosa di farsi benvolere da tutti, frivola e svenevole in apparenza ma tosta e determinata. Devo ammettere che la parte ambientata alla Shiz, tra cotte adolescenziali, sfide di popolarità e ribellione giovanile scorre piuttosto lenta, riportando alla mente tanti altri musical ambientati nell’universo giovanile (Grease, High School Musical, Hairspray), ma l’attenzione ritorna desta nella seconda parte. Non tutte le canzoni sono ugualmente memorabili, ma tutte si ascoltano con piacere, mentre tutto ciò che colpisce l’occhio (scenografie, costumi, trucco, coreografie) è coloratissimo e scanzonato, proprio come nel famosissimo musical Il Mago di Oz con Judy Garland, che viene preso a modello e ripetutamente omaggiato (di fatto gli eventi narrati in Wicked sono un prequel di quelli del film del 1939). Il finale, sulle note della meravigliosa canzone Gravity, mette davvero i brividi. Non vedo l’ora di potermi immergere di nuovo in questo mondo rutilante e affascinante per altri 160 minuti.

Voto: 4 Muffin

La Stanza Accanto

Titolo originale: The Room Next Door

Anno: 2024

Regia: Pedro Almodóvar

Interpreti: Tilda Swinton, Julianne Moore, John Turturro

Ingrid (Julianne Moore) è una scrittrice di successo, mentre Martha (Tilda Swinton) una reporter di guerra. Grandi amiche in gioventù, si ritrovano molti anni dopo, quando a Martha, affetta da un tumore incurabile, non restano che pochi mesi di vita. A questo punto Martha fa alla vecchia amica una proposta sconvolgente: restarle accanto per alcuni giorni fino a che lei non assumerà una pillola, procuratasi illegalmente poichè l’eutanasia è un reato, per suicidarsi…

Il trailer del film mi aveva conquistata, trovavo l’idea di partenza (derivata dal romanzo Attraverso la Vita di Sigrid Nunez) estremamente affascinante e terribile, ed ero arrivata al cinema con già in mano un fazzoletto, pronta ad essere sconvolta, scandalizzata, disperata… Ma non è accaduto nulla di tutto questo. La Stanza Accanto non è che una messinscena leccata, colorata, patinata e ovattata della morte, che esclude ogni emozione, ogni sentimento, ogni dibattito. Non voglio certo negare il talento delle attrici protagoniste: Tilda Swinton in particolare è una scelta perfetta, visto che sembra davvero sul punto di morire ad ogni inquadratura; Julianne Moore, all’opposto, dovrebbe rappresentare la vita e la gioia di vivere, in connubio con la paura della morte, ma purtroppo non riesce a trasmettere nulla di tutto questo. Ma la colpa non è tutta sua, semplicemente la trasmissione di emozioni verso lo spettatore non è affatto contemplata, fin dall’inizio. Tutto il film è costituito di dialoghi algidi, pacati, ragionevoli, anche con i personaggi minori (il cinico scrittore John Turturro, il personal trainer, il poliziotto). Nessuno si altera, si sfoga, si arrabbia, si ribella, si dispera. Il regista Pedro Almódovar si concentra esclusivamente sul mostrare opere d’arte, architetture avanguardistiche, colorazioni sfacciate di abiti e arredamento: un contorno elegante ma non funzionale e non veicolante alcun messaggio.

Il film è pieno zeppo di libri infilati ovunque (libri, librerie, scrittori…) ma non ne ha la profondità nè lo spessore. La citazione portante dal racconto The Dead (I Morti, se per caso fin qui non fossimo stati sufficientemente didascalici) di James Joyce è insignificante, oltre che vergognosamente scolastica, ma rende bene l’idea del gelo emotivo che riempie lo schermo in ogni momento. Anzi, se vogliamo trovarlo un messaggio c’è: la morte non è poi così tremenda se puoi affrontarla in una casa lussuosa, piena di fonti di intrattenimento, opere d’arte e oggetti di design, con accanto un’amica che può tranquillamente lasciare il lavoro per settimane, e scegliere liberamente il momento in cui morire grazie ad una pillola senza dubbio costosissima. Ma temo che non tutti coloro che, purtroppo, sono condannati a morte da una malattia incurabile, possano concedersi questi lussi. L’empatia con questi personaggi così freddi, algidi, insensibili, non è proprio possibile. Dal film vincitore del Leone d’Oro 2024 a Venezia mi aspettavo molto, ma molto di più. Una delusione.

Voto: 1 Muffin Ipocalorico