Norimberga

Titolo originale: Nuremberg

Anno: 2025

Regia: James Vanderbilt

Interpreti: Russell Crowe, Rami Malek, Michael Shannon, John Slattery, Richard E. Grant

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale viene istituito, per la prima volta nella storia, un tribunale internazionale per processare i gerarchi del partito nazista. Le tre potenze vincitrici (Stati Uniti, Inghilterra e Russia) condivisero l’onere di giudicare i crimini dei volti più importanti nel nazismo al netto di Hitler e degli altri che si erano già tolti la vita.

Il processo si tenne a Norimberga, città della Germania in cui si erano svolti i grandi raduni del partito nazista (in una sorta di contrappasso ideologico) e l’unica a possedere ancora un palazzo di giustizia e un carcere quasi integri dopo i bombardamenti.

Scopo ultimo del tribunale era quello di far riconoscere al mondo in modo inequivocabile le azioni malvagie compiute dai nazisti e punirli in modo esemplare, affinché non dovesse mai più ripetersi una tragedia come lo sterminio sistematico del popolo ebraico da loro perpetrato.

Gli avvocati si imbatterono tuttavia in molte difficoltà. Innanzitutto, fornire prove inconfutabili e indurre i colpevoli a confessare si rivelò più arduo del previsto; ma ancora più arduo fu riuscire a mantenere in vita i gerarchi nazisti, alcuni dei quali riuscirono a togliersi la vita prima della condanna e della sentenza capitale, che venne infine sentenziata per tutti loro.

Emblema di tali difficoltà fu Hermann Göring, il successore designato di Adolf Hitler, che con il suo carisma e il suo sangue freddo rese molto complesso per gli avvocati ottenere la sua condanna, e riuscì infine ad evitare la pubblica impiccagione togliendosi la vita. Non venne mai chiarito se la capsula di cianuro con cui si uccise l’avesse avuta con sé fin dal principio o se avesse convinto qualcuno dei suoi carcerieri a procurargliela.

Il film, diretto e sceneggiato da James Vanderbilt, si ispira al libro Il nazista e lo psichiatra di Jack El-Hai, che racconta la vera storia dello psichiatra dell’esercito Douglas M. Kelley che fu incaricato, in vista del processo di Norimberga, di verificare la sanità mentale dei gerarchi nazisti. E proprio la figura di Kelley, nel film interpretato da Rami Malek, è centrale nel film. Come accaduto nella realtà, lo psichiatra cerca, tramite l’avvicinamento ai gerarchi nazisti, di individuare il tratto psicologico comune tra essi che permetta di identificare il germe del male per poterlo in futuro riconoscere ed estirpare prima che la storia si ripeta. Purtroppo l’analisi di Kelley, riportata da lui stesso nel suo libro 22 Celle di Norimberga, portò a una conclusione sconfortante, che portò lo stesso psichiatra alla depressione e poi al suicidio: non esiste un tratto peculiare del male che possa essere individuato e curato. I gerarchi nazisti da lui esaminati erano uomini intelligenti e ambiziosi, dotati di grande astuzia e carisma, che compivano il male consapevolmente per raggiungere i loro scopi personali di grandezza, gloria e trionfo. Uomini non dissimili, conclude lo stesso Kelly nel suo libro, da molti americani potenti e ingerenti. Kelley si riferiva ai suoi connazionali; noi, con tutto ciò che accade purtroppo oggi nel mondo, possiamo solo trovare la conferma che la malvagità non è e non è mai stata prerogativa unica dei nazisti, o del popolo tedesco, o di un solo popolo, o di un’unica categoria di persone. Con questo messaggio, il film vuole evidentemente farci riflettere su come il male che sembrava essere stato sconfitto con la disfatta del nazismo sia invece ancora presente nel mondo e imponga il suo fascino su migliaia di persone in tutto il mondo, che ne diventano non solo complici inconsapevoli ma perpetratori attivi e convinti. E fin qui, nulla da eccepire.

Ma sappiamo bene che nel cinema, così come nelle altre forme d’arte, forma e contenuto devono essere concordi e in armonia (anche per contrasto, in alcuni casi) per poter colpire davvero chi ne fruisce. Questo però, in Norimberga, non accade.

Per quanto la ricostruzione storica sia ineccepibile, la sceneggiatura solida e la regia buona, il film rimane infatti molto freddo, asettico, e non riesce mai a emozionare, a turbare, a commuovere. E senza emozione, anche il messaggio, per quanto valido, perde potenza.

Perfino le agghiaccianti immagini di repertorio dei campi di concentramento non riescono a smuovere l’animo di chi guarda, che continua a porsi un’unica domanda: come sta reagendo Göring? Cosa sta facendo? Come cercherà di cavarsela davanti all’evidenza dei fatti?

Hermann Göring, interpretato in modo sublime da Russell Crowe (e splendidamente doppiato del nostro veterano Luca Ward), è l’alfa e l’omega di questo film. Vanderbilt non a caso sceglie spesso di inquadrare la mole poderosa di Crowe dal basso, come faceva Orson Welles con se stesso per conferire ai suoi personaggi autorità e imponenza.

Crowe troneggia su tutti gli altri attori, seppur bravi (come l’ottimo Michael Shannon).

Un’interpretazione e un personaggio così avrebbero meritato un valoroso contraltare, un vigoroso rivale, un astuto rivale nella partita di scacchi che Göring/Crowe sa di star giocando con il destino. E invece ci è toccato Rami Malek. Non l’ho mai apprezzato come attore, e in questo caso ho trovato molto sgradevole, fuori luogo e patetico il suo perpetuo atteggiarsi, le sue espressioni sopra le righe, rintuzzate dalla regia e dalla sceneggiatura che nel tentativo di farne il protagonista creano in realtà un fantoccio, una macchietta, un personaggio repulsivo in ogni suo comportamento, che esce irrimediabilmente sconfitto dallo scontro con una personalità più forte e più consapevole come quella di Göring, senza averci mai fatto parteggiare realmente per lui, nonostante ciò che c’era in gioco.

Un duello di un singolo, un one-man show che non lascia campo a nessun altro, un trionfo su tutta la linea di Göring/Crowe, pur nella sconfitta e nella morte, che lascia l’amaro in bocca: la vittoria sul male può avvenire solamente per caso, per fortuna, e grazie magari a un goccetto di brandy. Avvilente e demoralizzante. Forse è proprio quello che il film voleva dirci? Se così è, non apprezzo la scelta e tanto meno il tempismo.

Come ultima nota: sappiamo bene che è nella natura umana prendere a cuore le disgrazie del singolo piuttosto che quelle delle moltitudini. Immagino sia per questo che è stato dato tanto spazio al personaggio del soldato interprete, che si scopre, in modo davvero poco credibile, essere di origine ebrea nonostante i capelli biondi, gli occhi azzurri e il torace muscoloso, e che dovrebbe rappresentare appunto la tragedia personale che commuove più dello sterminio delle masse. No, questa volta non ha proprio funzionato.

La seconda guerra mondiale non è certo esaurita come tematica da affrontare, ricordare e sviscerare: ce lo hanno mostrato alcuni film recenti come La Zona d’Interesse; che però ci hanno anche mostrato come sia sempre necessario un punto di vista diverso, un’intuizione particolare, uno sguardo nuovo (un esempio per tutti: Jojo Rabbit) per non correre il rischio di far diventare ripetitivo e noioso ciò che dovrebbe essere sconvolgente e agghiacciante.

Voto: 2 Muffin