“Quel Natale” c’è stato un super lavoro per Babbo Natale: in mezzo alla bufera, con una sola renna (tutte le altre erano raffreddate) per portare gioia e fiducia ai bambini della piccola cittadina di Wellington, alle prese con recite di Natale disastrose, insegnanti arcigni, prime cotte, bambini e tacchini in fuga.
Avevo iniziato a vedere questo film l’anno scorso, e poi me ne ero completamente scordata. Il motivo è presto detto: non esiste una vera trama. Nulla che possa coinvolgere dall’inizio alla fine, soltanto una serie di episodi più o meno riusciti con molti personaggi non ben approfonditi che sfociano nell’inevitabile spirito natalizio collettivo. That Christmas non è un film brutto, ma nemmeno memorabile, piacevole da vedere in relax con la famiglia e con alcune trovate divertenti ma senza particolari guizzi d’ingegno. E dire che in passato lo sceneggiatore Richard Curtis ci aveva regalato una tra le commedia natalizie più belle di sempre, Love Actually…
Quando gli amici blogger Sam Simon e Lucius Etruscus mi hanno domandato se volevo partecipare all’iniziativa natalizia di questo meraviglioso gruppo di cinefili che si fanno chiamare “i Bloggables”, ho riflettuto a lungo sulla loro proposta…
Scherzo, naturalmente ho accettato immediatamente!
Dopo il successo dell’evento di Halloween, come potevo non desiderare di far parte di quello natalizio?
Ho riflettuto sul fatto che il Natale è una festa che suscita nelle persone reazioni diverse: c’è chi lo adora, come me, ma esiste anche chi, per motivi diversi, lo detesta.
Ho quindi deciso di portare su Cinemuffin un Double Feature, un post che tratti di due diversi film, uno perfetto per gli amanti del Natale e uno più indicato per i Grinch che non lo sopportano.
Quindi, per chi il 7 di gennaio sta già pensando agli scherzetti dell’elfo sulla mensola per l’anno successivo:
Titolo: Oh. What. Fun.
Anno: 2025
Regia: Michael Showalter
Interpreti: Michelle Pfeiffer, Felicity Jones, Chloe Grace Moretz, Jason Schwartzman, Eva Longoria, Rose Abdoo
Dove trovarlo: Prime Video
Claire (Michelle Pfeiffer) è la tipica mamma, moglie e nonna innamorata del Natale. Ogni anno si dà un gran daffare con gli addobbi, la cucina, i regali e il resto per stupire figli, nipoti e vicini di casa. Quando però la sua famiglia riunita per le feste si reca ad uno spettacolo dimenticandosi la nonna a casa, Claire decide di farsi da sola il regalo di Natale che desidera tanto ma nessuno ha voluto farle: partecipare alla trasmissione televisiva di Zazzy (Eva Longoria), che nello speciale natalizio premierà le migliori mamme natalizie d’America.
L’inizio del film non può lasciare indifferente nessuna “mamma di Natale”.
Infatti Claire, il personaggio interpretato dalla sempre bravissima e splendida Michelle Pfeiffer, ci fa notare come tutti i classici film di Natale siano incentrati su uomini o comunque personaggi maschili, mentre le donne, compresa mamma Natale, sono sempre relegate in secondo piano, nonostante siano coloro che rendono possibile la magia delle feste con il loro incessante lavoro e il loro inossidabile entusiasmo.
Vediamo poi Claire sopportare qualunque tipo di imprevisto e inconveniente che potrebbe rovinare lo spirito natalizio: la figlia maggiore che le annuncia di voler fare il Natale per conto suo l’anno successivo, il figlio appena lasciato dalla fidanzata, la vicina di casa che le porta un regalo inaspettatamente costoso… Ma quando la sua famiglia si dimentica di lei e la lascia sola a casa per recarsi a uno spettacolo per cui proprio lei aveva comprato i biglietti per tutti, qualcosa in Claire si rompe. Si lascia andare per un pochino alla tristezza, ma reagisce subito prendendo una decisione apparentemente folle: raggiungere gli studios dove viene girato il suo programma televisivo preferito.
Tutto il resto si può facilmente immaginare: mille imprevisti lungo il viaggio, la famiglia allo sbando senza la sua stella polare e un dilettevole alternarsi di scene commoventi e divertenti.
Oh. What. Fun. non vincerà di certo l’Oscar, né ambisce ad essere qualcosa di diverso da ciò che è: una classica commedia natalizia piena di buoni sentimenti tra lacrimucce e risate.
Tuttavia la prospettiva dal punto di vista di una “mamma di Natale”, la giusta dose di buon umorismo e la bravura degli interpreti, su cui spicca una radiosa e irresistibile Michelle Pfeiffer, rendono la visione molto piacevole, rilassante e scacciapensieri: proprio ciò che ci si aspetta da un film di Natale.
Se siete mamme o nonne, senza dubbio almeno una volta avete fatto a gara per le migliori decorazioni natalizie con i vicini e vi rispecchierete in Claire; se non lo siete, forse vedrete in lei qualcosa della vostra mamma, moglie o nonna che vi ricorderà quanto siano imprescindibili le cose che a volte diamo per scontate o che addirittura ci sembrano un peso.
Invece, per chi dal 24 dicembre al 6 gennaio vorrebbe rinchiudersi nel suo antro e non vedere nessuno:
Titolo: Fallout: The Ghoul Log
Anno: 2025
Regia: Tyler Adams
Interpreti: Walton Goggins, Wayne Newton
Dove trovarlo: Prime Video
Mi sento di poter dire tranquillamente che la cosa più interessante della serie tv tratta dal videogioco Fallout sia il personaggio di Cooper Howard, detto “Ghoul” a causa delle mutazioni genetiche subite dopo il disastro nucleare, interpretato da Walton Goggins, attore che stimo moltissimo e per cui ho grande simpatia.
Dunque, quando ho visto che la piattaforma Prime Video proponeva uno special di Natale che lo vede protagonista, dal titolo The Ghoul Log, cioè “Il Ceppo del Ghoul” (malamente tradotto in italiano come “Natale con il Demone”), potevo io resistere? Ovviamente no.
Ed ecco come mi sono ritrovata a fissare per 90 (novanta) minuti un fuoco che arde in un camino, con vecchie canzoni natalizie in sottofondo.
E fin qui, nulla di strano.
Se non che, in una comparsata iniziale di pochi secondi, il Ghoul ci spiega meglio questa sua personalissima tradizione: trascorrere il Natale insieme al suo cane fissando un ceppo ardere e ascoltando la radio fino ad addormentarsi. Il ceppo che arde, però, non è un ceppo qualunque: si tratta infatti di un braccio umano. Per la precisione, del braccio di un uomo grasso, che a quanto pare brucia meglio. E le vecchie canzoni natalizie trasmesse dalla radio sono interrotte a tratti dalla voce del dj Mr New Vegas (Wayne Newton) che legge i messaggi arrivati alla stazione radio dagli ascoltatori, i quali sono di questo tenore: “Caro dj, le canzoni di Natale mi rendono triste da quando ho divorato la mia intera famiglia” e via discorrendo.
Che dire? Mi hanno ingannato, promettendo Walton Goggins, e mi hanno fatto buttare via 90 minuti della mia vita? Sì, direi di sì. Ma almeno ora posso avvertire tutti voi di non fare il mio stesso errore. A meno che non desideriate mettere Fallout: The Ghoul Log in tv durante il pranzo di Natale e vedere se la nonna si accorge che quello che caminetto è un braccio umano…
Adatto a… beh, solo al Grinch, mi viene da dire.
Invito tutti voi a passare a trovare tutti i miei colleghi Bloggables e auguro a tutti buone feste!
Interpreti: Daniel Radcliffe, Evan Rachel Wood, Rainn Wilson, Patton Oswalt, Jack Black, Lin-Manuel Miranda
Dove trovarlo: Prime Video
Come ve la immaginate l’autobiografia del cantante di parodie Weird (=”strambo”) Al Yankovic, che in qualità di sceneggiatore racconta se stesso in questo film? Pazza, assurda, fuori di testa, come le sue canzoni. Avete indovinato: Weird: La storia di Al Yankovic è esattamente così. Racconta la vita del cantautore e suonatore di fisarmonica partendo dall’infanzia fino ad arrivare al successo e alla fama, ma lo fa, e non poteva essere altrimenti, a modo suo. Molti fatti, episodi e personaggi sono reali, ma a trionfare è la fantasia, l’esagerazione, la burla. Come quella volta che Al, insieme a Madonna, uccise Pablo Escobar, per fare un esempio.
Inutile elencare tutti i fatti assurdi che vengono raccontati, bisogna vedere il film e lasciarsi contagiare dalla sua buffa follia e dal suo modo fanciullesco e irresistibile di raccontare. Il tutto impreziosito da piccoli ruoli, a volte camei, ricoperti da personaggi di prim’ordine come Rainn Wilson, Patton Oswalt, Jack Black e molti altri. Ma su tutti si staglia un ottimo Daniel “Harry Potter” Radcliffe, che offre un’interpretazione ottima, ironica e sfrontata al punto giusto. E ancora una volta, vergogna a Prime Video che non offre l’audio del film in lingua originale.
Il piccolo Icare vive con la madre alcolizzata. Un giorno, a causa di un tragico incidente causato proprio da Icare, la madre perde la vita, e il bambino viene accolto in un orfanotrofio, dove imparerà a conoscere bambini e bambine con diversi problemi e traumi pregressi ma capaci di grande affetto e amicizia.
Il titolo bizzarro di questo piccolo film d’animazione è presto spiegato: il piccolo Icare preferisce essere chiamato da tutti “Zucchina” (in originale “Courgette”), che è il nomignolo datogli dalla madre.
La mia Vita da Zucchina è interessante per diversi aspetti.
In primo luogo è un film indipendente, realizzato da un regista svizzero, Claude Barras, al suo esordio nell’animazione; poi è realizzato in stop motion, una tecnica di animazione molto complessa che comporta una lunga lavorazione e grandi abilità tecniche, perchè prevede la realizzazione di modellini che vengono posizionati manualmente per ogni inquadratura. La squadra di nove animatori riusciva a girare a passo uno non più di 30 secondi di film al giorno!
Tuttavia gli sforzi hanno pagato, perchè visivamente il film è di grande impatto, freschezza e originalità.
Basato sul romanzo Autobiografia di una zucchina di Gilles Paris, il film racconta una storia molto semplice con uno sviluppo lineare e un ristretto numero di personaggi; la forza del film si trova nell’abilità di restituire gli stati d’animo, i pensieri e le paure dei bambini. Nei dialoghi, nei comportamenti, nei gesti, l’infanzia che ha subìto grossi traumi ma ha ancora una gran voglia di vivere e amare è rappresentata in modo convincente, commovente e tenerissimo.
Delicato ma realistico, divertente e commovente, La mia Vita da Zucchina è un film adatto a tutti, perchè anche i temi più delicati (come gli abusi subiti da una delle bambine) vengono trattati con tutta l’innocenza e l’empatia di cui i bambini sono capaci.
Consigliatissimo (lo trovate su Prime Video incluso nell’abbonamento) a tutti, una boccata d’aria fresca come l’aria delle montagne svizzere.
Voto: 4 Muffin
Con l’occasione avviso che per le prossime due settimane sarò in vacanza, quindi potrei non rispondere ai commenti o non essere attivamente presente sugli altri blog; ma una pausa serve anche a una Madame!
Interpreti: Bradley Cooper, Jennifer Lawrence, Robert De Niro, Jacki Weaver, Julia Stiles, Chris Tucker
Dove trovarlo: Prime Video
Pat (Bradley Cooper) dopo essere stato dimesso dall’istituto per malattie mentali tenta di riprendersi la propria vita, il proprio lavoro e soprattutto la sua ex moglie. L’incontro con Tiffany (Jennifer Lawrence), una ragazza bellissima ma emotivamente molto instabile, rende le cose più complicate del previsto.
Ero davvero convinta che Il Lato Positivo fosse un film drammatico, che raccontasse problematiche legate alla malattia mentale e la difficoltà per chi ne è affetto nello stringere relazioni umane. Come mi sbagliavo…
All’inizio sembrava davvero il racconto realistico e intenso delle difficoltà incontrate da un uomo che ha avuto un collasso emotivo e deve rimettere insieme i cocci della propria vita.
Ma non c’è voluto molto perché il film prendesse tutta un’altra piega, diventando una marmellata appiccicaticcia di storia d’amore banale e insulsa, condita con personaggi secondari imbarazzanti e avvenimenti che non stanno nè in cielo nè in terra.
So che il film è l’adattamento del libro L’Orlo Argenteo delle Nuvole di Matthew Quick, ma non avendolo letto non posso né incolpare né assolvere lo scrittore per questo disastro cinematografico; posso invece dare la colpa al regista, David O’Russell, che nonostante avesse in mano un gran cast non ne ha fatta una giusta. Non voglio bollarlo in maniera definitiva, di diretto da lui posso parlare solamente di Three Kings, l’unico film con George Clooney di cui non sono riuscita ad arrivare alla fine. E ho detto tutto.
Credo che Bradley Cooper sia un attore di grande talento, ma questo personaggio così poco coerente non gli dà certo la possibilità di esprimersi.
Anche la splendida e brava Jennifer Lawrence non può far nulla, imprigionata in un interesse sentimentale quadrato e prevedibile.
Robert De Niro poi sembra una caricatura per quanto il suo personaggio è forzato e le sue battute ripetitive: a tratti, nelle scene in cui si parla di scommesse sportive, sembra di assistere a un delirio improvvisato senza costrutto. E l’arrivo di Chris Tucker, nel ruolo di un amico rilasciato anche lui dallo stesso istituto per malattie mentali, non fa che peggiorare le cose già malmesse.
Per un attimo si spera nel rapporto conflittuale col fratello, migliore di Pat in ogni cosa e portato a vantarsene, ma non è che una bolla di sapone.
La scena poi della gara di ballo, cui assistono amici, parenti, lo psichiatra, i vicini di casa e la ex moglie, è davvero grottesca e imbarazzante.
Il finale, intuibile già dal minuto due, non merita nemmeno che ci spenda parole.
Un’enorme delusione. Non c’è proprio nessun lato positivo in questo film, non saprei dare una buona ragione per guardarlo, se non forse l’avvenenza di Jennifer Lawrence.
E a pensarci bene credo che sia anche irrispettoso nei confronti di chi soffre davvero di malattie mentali o condizioni psicologiche particolari e a causa di queste non riesce a integrarsi nella società e a stabilire relazioni affettive stabili: ma come, basta perdere qualche chilo e passare di là perchè la bellissima vicina di casa perda la testa per te e l’amore trionfi, perchè farne tanti drammi? Mi sembra che questo film sminuisca problemi che invece sono enormi e difficilissimi da gestire, per il singolo e per la società, e che meriterebbero si essere trattati con più sensibilità e rispetto.
Interpreti: Kurt Russell, Samuel L. Jackson, Walton Goggins, Michael Madsen, Tim Roth, Jennifer Jason Leigh, Bruce Dern, Channing Tatum
Dove trovarlo: Prime Video
Una tempesta di neve costringe un gruppo di viaggiatori a rifugiarsi in un emporio. Non si tratta però di semplici estranei: ciascuno di loro ha un motivo per trovarsi lì e uno scopo ben preciso, e non si fermerà davanti a nulla pur di raggiungerlo.
Già la schermata con il titolo del film, che recita “L’Ottavo film di Quentin Tarantino”, ci anticipa che con The Hateful Eight il regista ha tutta l’intenzione di replicare se stesso e gli stilemi che lo hanno reso famoso: violenza, volgarità, dialoghi fiume, utilizzo innovativo della colonna sonora e montaggio imprevedibile. Ma se queste caratteristiche funzionavano benissimo in Le Iene, Pulp Fiction e Kill Bill, adesso invece non sono che stanche ripetizioni di se stesse utilizzate senza una logica. Insomma, se una volta Quentin Tarantino ci sorprendeva e ci faceva divertire, adesso l’unico che si diverte, forse, è proprio lui.
Credo proprio che da un regista così blasonato, un cast così spettacolare e un’idea di base stuzzicante, fosse lecito aspettarsi di più.
Invece The Hateful Eight (Gli Odiosi Otto) non è altro che un compendio di tutto ciò che definisce lo stile “tarantiniano” senza anima, senza divertimento, e a tratti disgustoso in maniera insopportabile per la violenza e la volgarità che mette in scena. E non mi riferisco ai tanti “motherf*cker”, ma alla totale mancanza di sensibilità e buon gusto di certe scene che non esito a definire repellenti.
Ci tengo comunque a salvare tutto il cast, che ha fatto un lavoro eccellente, purtroppo non supportato dalla regia, né dalla sceneggiatura.
Molti sono in questo film i veterani di Tarantino (Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Tim Roth e il recentemente scomparso Michael Madsen), ma chi a mio parere stava una spanna sopra tutti era Walton Goggins, che si conferma un interprete eccezionale.
Ma le ottime interpretazioni non bastano per salvare un film troppo lungo (poco meno di tre ore), reso noioso dalle ripetizioni continue dei dialoghi (perchè lui ha detto a lei prima che arrivasse lui quello che adesso dice a loro) e completamente affossato da una regia scellerata con voce narrante e colonna sonora utilizzate totalmente a casaccio.
Concludo con una nota personale che, a seconda di come la si prende, può essere deprimente oppure spassosa.
Naturalmente, visto il calibro degli attori in gioco, ho voluto vedere il film in lingua originale, ma conoscendo Tarantino e sapendo che sarei stata sommersa di parole ho preferito utilizzare i sottotitoli inglesi forniti da Prime Video. Ma quei sottotitoli avevano qualcosa di strano. Non coincidevano mai con il dialogo recitato, anche se grossomodo ne restituivano in senso generale. C’erano però anche delle frasi assurde, del tutto fuori contesto, che proprio non riuscivo a spiegarmi… Finchè non ho capito: i sottotitoli inglesi di Prime Video non erano una trascrizione dell’audio originale del film, ma una traduzione, probabilmente fatta con l’intelligenza artificiale o comunque con qualche software, dell’audio italiano.
Ed ecco che la battuta “Tutti contro il muro, forza!” viene sottotitolata “Against the wall, strenght!”. Oppure i personaggi, che sono tutti inspiegabilmente stanchi (“tired of”) di qualcosa, in realtà stanno mangiando lo stufato, e i sottotitoli traducono “stufato” con “tired of”, “stanco”.
Se pensate che i sottotitoli prodotti in questa maniera possano essere fonte di risate, è del tutto lecito. In caso contrario, non mi viene in mente nessun motivo per consigliare questo film, anzi suggerirei di starne il più possibile alla larga.
Stanley Ford (Jack Lemmon) è un uomo felice e soddisfatto: ha una splendida casa a New York, un maggiordomo devoto (Terry-Thomas) e un lavoro appagante e remunerativo come disegnatore di fumetti. Ma tutto cambia quando, dopo aver bevuto troppo a una festa, si ritrova sposato con una bellissima ragazza straniera (Virna Lisi) che rivoluzionerà completamente i suoi princìpi, la sua casa e la sua vita.
Un film come questo oggi sembra inconcepibile: un film in cui un uomo viene portato in trionfo da altri uomini quale esempio di libertà e coraggio perchè ha presumibilmente ucciso la moglie. Un film in cui le donne in generale e le mogli in particolare vengono rappresentate come noiose e prepotenti zavorre che privano l’uomo della sua libertà e della sua gioia di vivere. L’unica speranza per la donna di non venire ripudiata è quella di essere bellissima e sessualmente disponibile. Per quanto questa morale oggi ci appaia ripugnante senza alcun dubbio, dobbiamo ricordare che Come Uccidere Vostra Moglie è stato girato nel 1965, aderendo alla cultura e alla moralità americana (ma non solo) dell’epoca, e si inserisce nel filone della commedia americana di quegli anni che rappresenta l’uomo come una sfortunata vittima della moglie in cerca di quella libertà e di quella passione che il matrimonio non ha saputo dargli, ma che alla fine, dopo aver combinato diversi guai, si pente e ritorna ad essere un marito e un padre fedele e devoto, anzi riconoscente. Alcuni grandi classici di questo genere sono: È Ricca, la sposo e l’ammazzo (1971) con Walter Matthau (non a caso sodale di Jack Lemmon in moltissimi film), che ha la particolarità di essere stato diretto e sceneggiato da una donna, Elaine May, anche protagonista del film; Quando la Moglie è in Vacanza (1955), con Tom Ewell e Marilyn Monroe, sceneggiato da George Axelrod come How to Murder your Wife, e il mio preferito Una Guida per l’Uomo Sposato (1967), ancora con Walter Matthau e con Terry-Thomas (che in Come Uccidere Vostra Moglie interpreta il maggiordomo Charles) nel ruolo esilarante dell’uomo la cui vita è rovinata dal momento in cui l’amante perde il reggiseno in casa sua.
Quindi, stabilito inequivocabilmente che l’imbarazzante e inaccettabile sottostrato morale e culturale di Come Uccidere Vostra Moglie non solo era presente negli Stati Uniti degli anni ‘50 e ‘60 (e in parte è presente ancora oggi, e non solo in America) ma era imperante tanto da generare situazioni da commedia e da essere condiviso, come abbiamo visto, dalle donne stesse, posso dire che io ho sempre trovato questo genere di film molto divertenti e che quelli che ho citato sono dei grandi classici in casa Verdurin.
Come Uccidere Vostra Moglie però non si può collocare al livello degli altri che ho citato, perchè non è altrettanto divertente, anche se ha sicuramente delle scene e dei personaggi di contorno davvero irresistibili, come il maggiordomo Charles, interpretato dal già citato Terry-Thomas. Inoltre mi è piaciuto moltissimo il fatto che il protagonista fosse un disegnatore di fumetti d’avventura che, per etica professionale, non rappresenta mai nelle sue strisce qualcosa che lui stesso non abbia fatto: il suo lavoro richiede quindi, nella prima fase, di organizzare e portare a termine imprese rocambolesche mentre il suo fedele maggiordomo lo fotografa, offrendo poi prezioso materiale per le sue tavole.
Jack Lemmon recita divinamente, come sempre, ma questo ruolo nella sua carriera non può certo spiccare su altri ben più intensi e divertenti (penso a La Strana Coppia, A Qualcuno Piace Caldo, Non per Soldi ma per Denaro…): in ogni caso vale sempre la pena di vedere una sua interpretazione. L’italiana Virna Lisi interpreta la ragazza che esce dalla torta e poco dopo diventa la signora Ford, nella versione originale naturalmente è italiana, mentre nella versione doppiata diventa greca (il che però cozza parecchio con i piatti che cucina e la borsa Alitalia che porta con sè). Virna in questo film è di una bellezza mozzafiato e ricopre a perfezione il ruolo che le è stato assegnato, quello della moglie un po’ svampita fin troppo servizievole, disponibile e amorevole verso un marito che inizialmente non pensa ad altro che ad allontanarla e a divorziare da lei per ritrovare la sua libertà.
Il film, che ha una trama di per sé piuttosto semplice e lineare, soffre della lunghezza eccessiva di alcune scene (la festa in casa, il processo) e della perdita lungo la strada del ruolo di narratore esterno del maggiordomo, che rende invece l’inizio così accattivante.
Il finale non riserva sorprese (anzi, una piccolina sì), come abbiamo detto il film si inserisce esattamente in un filone con canoni prestabiliti e consolidati.
Consiglio la visione solo agli amanti dei film, e in particolare delle commedie, degli anni ‘50-‘60, ma consiglio più che altro la visione dei film citati sopra per una declinazione più riuscita, leggera e divertente delle stesse tematiche.
Un momento di grande soddisfazione, ma anche di grande malinconia, quello in cui ho terminato la visione delle 15 stagioni della serie tv Supernatural, andata in onda dal 2005 al 2020.
Questa celeberrima serie americana ha come protagonisti i due fratelli Winchester, Sam (Jared Padalecki) e Dean (Jensen Ackles), di mestiere cacciatori di mostri come il padre, che all’inizio della prima stagione scompare costringendo i fratelli a fare squadra e mettersi in gioco per ritrovarlo.
Da molti anni, se mi capita di trovare Supernatural in tv, mi fermo sempre a guardarlo, non solo per l’avvenenza dei due protagonisti, ma perchè l’ho sempre trovato molto divertente e piacevole come visione. Quello che ha sempre inibito il mio desiderio di guardare tutti gli episodi è il fatto che le prime stagioni seguono la formula “mostro del giorno”: i fratelli Winchester affrontano una creatura soprannaturale diversa ad ogni puntata, e non c’è una trama unitaria forte che leghi i diversi episodi. Con il proseguire delle stagioni però l’impostazione cambia, e si arriva a sceneggiature sempre più complesse (anche se non prive di buchi e forzature, questo va detto) e nemici sempre più ambiziosi: demoni, angeli, leviatani e così via. Vengono anche introdotti sempre più personaggi interessanti e divertenti, come l’Angelo Castiel (Misha Collins), il Demone Crowley (Mark Shepperd), Lucifero (Mark Pellegrino)… e infine anche Dio (Rob Benedict) entra nel cast!
Molti anche gli ospiti speciali: Paris Hilton, Ted Raimi, Felicia Day, Timothy Omundson, Kurt Fuller…
Sam e Dean Winchester sono personaggi che conquistano da subito, così diversi eppure così legati, che ripetono sempre gli stessi errori stagione dopo stagione ma riescono comunque sempre a cavarsela e a prevalere sul nemico. Jared Padalecki, già conosciuto nei panni del primo fidanzatino di Rory in Una Mamma per Amica (Gilmore Girls) ricopre ottimamente il ruolo del fratello serio, coscienzioso, empatico, studioso. Insomma, lui è quello noioso. Al contrario Jensen Ackles è un vulcano di battute, citazioni (tutte da godere in lingua originale se possibile), gag e perfino canzoni e balletti: è lui il vero motore di questa serie. E dopo tanti anni di lotte, esorcismi, resurrezioni, incantesimi e battaglie è stato davvero difficile dire addio ai fratelli Winchester, che mi hanno donato tanto intrattenimento, risate ed emozioni. Non posso nascondere di aver pianto tutte le mie lacrime guardando l’ultimo episodio. Quindi confermo quanto detto all’inizio, un momento di grande soddisfazione ma anche di grande malinconia.
Mi sento di consigliarne sinceramente la visione a tutti gli appassionati di horror e fantastico (questo show non è per bambini ma non è di certo tra i più violenti e truculenti in circolazione) ma anche a chi ami ricercare citazioni di libri e di film, perchè ne troverà a bizzeffe (passare dal mio amico Etrusco per conferma) e, alcuni in particolare, molto acuti.
Come ad esempio la decisione di far scegliere il libro di Kurt VonnegutBreakfast of Champions come nascondiglio da Metatron (Curtis Armstrong), lo scriba di Dio: in quel libro infatti Vonnegut racconta proprio di uno scrittore che si mescola con i personaggi da lui stesso creati, con esiti inattesi e infelici.
Interpreti: Emilio Estevez, Charlie Sheen, Leslie Hope, Keith David
Dove trovarlo: Prime Video
Due giovani netturbini scansafatiche e combinaguai trovano, tra i bidoni dell’immondizia, uno strano bidone di colore giallo con dentro il cadavere di un importante uomo politico, nonché loro vicino di casa. Temendo di perdere il posto o peggio di attirare sospetti, decidono di portare a casa il corpo e di svolgere le indagini per conto proprio…
Amare il cinema non significa amare solo i grandi capolavori, i film sperimentali o i drammoni stranieri: significa anche apprezzare piccoli film che capolavori di certo non sono ma che ci fanno sorridere e ci fanno dimenticare tutti i problemi per un paio d’ore. A questa categoria appartiene Il Giallo del Bidone Giallo (per una volta apprezzo moltissimo il titolo italiano, indimenticabile e perfetto per una commedia sgangherata come questa). La trama è esile e lineare, ma la forza dei film sta nella simpatia degli interpreti, nello humor nero (alla Weekend con il Morto, per intendeci) e nell’assurdità delle situazioni e delle reazioni dei personaggi. Emilio Estevez dirige se stesso e il fratello Charlie Sheen, attore dalla vita privata burrascosa ma da sempre grande protagonista di commedie spassose come i due Hot Shots!, i film in cui ha dato il meglio di sé. La chimica tra i due fratelli è meravigliosa (non posso non immaginare il padre Martin Sheen che gongola d’orgoglio guardando questo film) e ci fa parteggiare immediatamente per i loro personaggi. La trama molto semplice e classica fa da sfondo a una sequela di gag e scene una più assurda e divertente dell’altra (il rapimento del ragazzo della pizza, le ripicche contro i colleghi antipatici e i poliziotti, i malviventi che si perdono il cadavere per strada…), da godere senza pensieri per una serata rilassante, da soli o, meglio ancora, con gli amici.
Interpreti: Fabio De Luigi, Stefano Accorsi, Alessandro Haber, Marina Massironi, Paolo Cevoli
Dove trovarlo: Prime Video
Quando il padre Corrado (Alessandro Haber) muore, i fratelli Rocco (Fabio De Luigi) e Guido (Stefano Accorsi) si ritrovano dopo 30 anni in occasione del funerale. E’ chiaro fin da subito che i vecchi rancori familiari non sono sopiti: Rocco è colpevole di aver rivelato al padre il tradimento della madre, mentre Guido se n’è andato da casa giovanissimo per far carriera lasciando il fratello solo ad occuparsi del burbero e rancoroso padre. Eppure, dopo poco, l’affetto fraterno prevale, e i due decidono di portare insieme le ceneri del padre sulla tomba della madre, come lui aveva chiesto prima di morire. Il mezzo prescelto per il viaggio dalla Lombardia alla Romagna? I due motorini costruiti per loro proprio dal padre! L’avventura ha inizio…
Conoscendo il regista (lo stesso Fabio De Luigi), i nomi coinvolti e la trama, mi sono approcciata al film in cerca di una visione senza pretese di originalità ma simpatica e non impegnativa. Ma se avevo ragione da una parte, avevo torto dall’altra. L’assunto di partenza del film è molto banale e abusato: due persone tra loro diversissime per carattere e senso morale si (ri)avvicinano grazie ad un viaggio fatto insieme, come abbiamo visto accadere in decine di road movie. Ero prontissima ad accettare questa premessa, nella speranza di trovare qualche scena divertente, e soprattutto delle dinamiche interessanti tra due personaggi che, sulla carta, sono l’uno l’opposto dell’altro. In realtà il film non è mai divertente, ma proprio mai, in nessun caso, né nei dialoghi nè nelle situazioni nè negli incontri lungo il percorso. E, considerando che si tratta di un film diretto e interpretato da un attore comico, questo mi sembra un difetto importante. Perfino Paolo Cevoli, nel ruolo potenzialmente esilarante di sacerdote che celebra il funerale di un noto egoista burbero e misantropo, resta una macchietta sprecata. In secondo luogo, tutte le azioni e le scelte dei personaggi sono piegate al servizio di una trama che, come già detto, è banale e monodirezionale, a discapito della credibilità e incisività dei personaggi stessi. Rocco dovrebbe essere il figlio timido, introverso, timoroso, che non ha mai trovato il coraggio di allontanarsi dal padre e di correre rischi: eppure gli basta un attimo per mollare tutto e partire, sedurre una completa sconosciuta, partecipare a festini notturni, fare uso di droghe non identificate e altro ancora. Viceversa Guido dovrebbe essere il figlio superficiale, egoista ed egocentrico, ma gli bastano due parole per partire in missione per conto del padre che odiava, mollare il lavoro su due piedi e mettere in discussione tutte le sue scelte di vita. Questo rende molto meno percepibili i conflitti e molto meno interessante l’evoluzione dei personaggi, che anche in un film volutamente leggero ci deve essere. Tutte le situazioni che i due fratelli si trovano davanti sono forzate e poco credibili, così come lo è il loro comportamento: questo rende impossibile giudicare le loro interpretazioni, visto che i personaggi sono inconsistenti e incoerenti (al massimo posso congratularmi per la scena di ballo coreografato). Il film è un vero disastro dal punto di vista della scrittura sotto ogni punto di vista. Dopo un po’ ho capito che il titolo 50 km all’ora non si riferisce solo ai motorini scassati dei due protagonisti, ma anche alla velocità di scorrimento della pellicola percepita dallo spettatore: alla fine del film ero stesa sul divano implorando pietà. Non capisco infatti perchè il film dovesse durare così tanto (1 ora e 50 minuti) quando a stento c’era materiale per un’ora e venti: infatti le scene sono eterne, soprattutto considerando che la loro funzione narrativa è ovvia, sembrano non terminare mai (penso alla festa psichedelica, ma anche al disastroso amplesso con la sedicente cavallerizza o alla partita di calcio nel parco). La parte peggiore però è quella del furto dei motorini, persi ad una scommessa: possibile che un tizio qualunque scovato in un bar possa estrarre una balestra per rincorrere i ladri? Soprattutto quando li avrebbe raggiunti comodamente a piedi? Una scena che nelle mani di Maccio Capatonda sarebbe stata un capolavoro, mentre qui è un pasticcio incomprensibile.
Non è giusto però parlare solo dei lati negativi di questo film italiano. Devo fare infatti i complimenti ad Alessandro Haber, che in pochissime battute riesce a rendersi del tutto insopportabile. Ma soprattutto mi ha sorpreso Marina Massironi, con un’interpretazione della canzone Girls just wanna have fun che non ha nulla da invidiare a quella di Madonna.
Il film non mi è piaciuto e non lo consiglio, ma non per questo voglio male a chi me l’ha consigliato: sono sempre esperienze dopotutto!