P – Psycho

Ho sempre amato moltissimo la produzione del maestro del brivido (ma non solo di quello) Alfred Hitchcock, e questa non è una sorpresa nel quadro generale della mia innata anglofilia. Ricordo che, quando ero davvero molto piccola, vidi per caso il finale di Intrigo Internazionale: rimasi molto impressionata dall’inseguimento sul monte Rushmore, mi spaventai quando il cattivo tentò di far cadere nel vuoto Cary Grant pestandogli una mano, e rimasi esterrefatta dal finale in cui si passava improvvisamente dalla drammatica prospettiva di una caduta da un precipizio all’estasi divertita di una luna di miele sul vagone di un treno. Più tardi naturalmente, da brava cinefila, ho guardato tutti i film del maestro che ho potuto trovare, mi sono letta l’intervista di Truffaut e mi sono divertita a cercare la comparsata di Hitch in ogni film, con grande soddisfazione per aver trovato in un polveroso vhs anche l’introvabile Prigionieri dell’Oceano, interamente ambientato su una scialuppa alla deriva in mezzo al mare, in cui il regista compare tra la fotografie dei ricercati in un brandello di pagina di giornale che galleggia tra i relitti del naufragio. Una volta acquisita un’infarinatura di tecniche cinematografiche, mi sono goduta anche gli aspetti più tecnici della fantasia innovativa del regista britannico, uno su tutti il suo grande desiderio di girare un intero film in piano sequenza (cioè senza stacchi di montaggio, cosa che la lunghezza delle pellicole all’epoca non permetteva e che è divenuta possibile solo con l’avvento del digitale), quasi realizzato con lo splendido Nodo alla Gola, in cui gli stacchi di montaggio sono camuffati con buffe inquadrature che entrano nella schiena dei personaggi. O piccole chicche come la lampadina messa all’interno del bicchiere di latte del presunto uxoricida Cary Grant in Il Sospetto, o il pavimento trasparente nel suo primo lungometraggio, The Lodger. Ho scoperto anche la vena divertente di Hitchcock con il poco conosciuto La Congiura degli Innocenti. Il titolo originale è The Trouble with Harry: il guaio con Harry è che è morto, e poiché tutti i protagonisti sono convinti di averlo ucciso, il povero Harry viene sepolto e dissepolto diverse volte prima della fine, tutto secondo il più autentico british black humor che io tanto amo. Li ho visti tutti, li ho amati tutti, ma ce n’è sempre stato uno che per me, ancor prima di vederlo, era davvero speciale: Psycho. Sapevo che aveva un finale a sorpresa, ma incredibilmente sono riuscita ad arrivare alla fine delle scuole medie senza che nessuno me lo spoilerasse (non che molti dei miei compagni di allora fossero fan di Hitchcock…). Desideravo tantissimo vedere quel film così capitale, ero estremamente curiosa, ma allo stesso tempo avevo anche paura che mi spaventasse sul serio… e questo lo rendeva ancora più desiderabile. Quando superai con il massimo dei voti gli esami di terza media i miei genitori (che sono sempre stati più che generosi) mi chiesero se desiderassi qualcosa in regalo, e io senza pensarci su espressi il mio desiderio: volevo vedere Psycho di Hitchcock, mangiando una pizza al gorgonzola, da sola, in salotto, al buio e senza interruzioni. Detto fatto: il film fu noleggiato, la pizza ordinata, le luci spente. Mi godetti la visione al cento per cento, il film mi spaventò quanto era giusto e lo amai tantissimo. E da allora mi godetti finalmente anche tutti i diversi omaggi e parodie, primo fra tutti quello di una puntata della Signora in Giallo in cui Jessica Fletcher si trova proprio sul set originale del film di Hitchcock (e naturalmente ci scappa il morto). Al secondo posto viene Bugs Bunny, che in Looney Tunes – Back in Action reinterpreta a modo suo la celeberrima scena della doccia. Ho invece decisamente odiato l’operazione furbetto-scolastica di Gus Van Sant, che ha rigirato il film in maniera identica fotogramma per fotogramma, aggiungendoci giusto una scena di masturbazione di cui nessuno sentiva il bisogno: pollice verso.

Qualche anno più tardi, quando ormai nemmeno mio padre poteva più fingere che il dvd non stesse soppiantando la videocassetta, lo accompagnai a scegliere il nostro primo lettore dvd; mentre lui si faceva spiegare tutti i dettagli tecnici dal commesso, io mi persi a scorrere i dvd in vendita nel negozio, e quando lui ebbe finalmente trovato un modello che lo convinceva lo raggiunsi alla cassa con in mano il dvd di Psycho. Lui rise, ma io dissi seria: “Scusa, come facciamo a sapere se il lettore funziona se non abbiamo nemmeno un dvd?”. E così Psycho di Hitchcock fu il primo dvd in assoluto che comprai (che mio padre mi comprò, per l’esattezza, il primo di una lunga lunga serie).