Sulla piattaforma streaming gratuita RaiPlay è disponibile una collezione di film classici del cinema americano di vari generi, tutti diretti e interpretati da famose star di Hollywood e divenuti, ciascuno per motivi diversi, pietre miliari del cinema. Questo viaggio nei classici mi ha divertito, commosso, e in alcuni casi stupito.
Per chi vorrà accompagnarmi in questo viaggio, oggi parliamo di…
La Ragazza del Secolo
Titolo originale: It Should Happen to You
Anno: 1953
Regia: George Cukor
Interpreti: Judy Holliday, Jack Lemmon
Dove trovarlo: RaiPlay
Gladys Glover (Judy Holliday) è un’ingenua, dolce e bellissima ragazza di provincia arrivata a New York per diventare famosa. Pete (Jack Lemmon) è un giovane cameraman che si innamora di lei, ma Gladys è così concentrata sul suo sogno di gloria che non sembra accorgersi di lui, nemmeno quando lui si trasferisce a vivere nel suo stesso palazzo per starle vicino.
Finalmente ho capito perchè qualcuno paragoni Judy Holliday a Marilyn Monroe: sebbene Marilyn avesse una bellezza e una sensualità più decise, Judy conquista immediatamente tutti, spettatori e personaggi, con la sua bellezza semplice e l’ingenuità infantile e spiazzante che riesce a conferire al suo personaggio. Gladys non sa come diventare famosa, e sa di non avere talenti particolari, ma la sua determinazione la porterà alla fine a conquistare il suo obiettivo… Ma si accorgerà ben presto che la notorietà e il denaro non sono così soddisfacenti come pensava e che le cose davvero importanti sono altre.
La trama di questo film è così semplice da sembrare ridicola, a raccontarla: una ragazza diventa famosa e poi ricca semplicemente scrivendo il suo nome a lettere cubitali su un cartellone pubblicitario. Eppure la bravura di Judy Holliday non solo rende il tutto credibile, ma ci porta a prendere davvero a cuore le sorti di Gladys e a struggerci in anticipo perchè noi capiamo prima di lei a cosa sta andando incontro e cosa invece si sta lasciando sfuggire.
Jack Lemmon è l’attore perfetto per incarnare l’innamorato ignorato, oggi diremmo “friendzonato”, che cerca in ogni modo di evitare a Gladys la delusione a cui sta andando inevitabilmente incontro.
Una commedia rosa ma anche molto divertente, adatta a tutti, scacciapensieri e perfetta per chi come me conosce l’attrice Judy Holliday solo di nome ma non l’ha mai vista recitare: una vera rivelazione.
Sulla piattaforma streaming gratuita RaiPlay è disponibile una collezione di film classici del cinema americano di vari generi, tutti diretti e interpretati da famose star di Hollywood e divenuti, ciascuno per motivi diversi, pietre miliari del cinema. Questo viaggio nei classici mi ha divertito, commosso, e in alcuni casi stupito.
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Da Qui all’Eternità
Titolo originale: From Here to Eternity
Anno: 1953
Regia: Fred Zinnemann
Interpreti: Burt Lancaster, Deborah Kerr, Montgomery Clift, Frank Sinatra, Donna Reed, Jack Warden, Ernest Borgnine
Dove trovarlo: RaiPlay
Nella base militare americana di Pearl Harbor, appena prima dell’attacco giapponese in seguito al quale gli Stati Uniti entreranno nella seconda guerra mondiale, si dipanano diverse vicende drammatiche. Un soldato semplice (Montgomery Clift) viene vessato dai superiori perchè partecipi a una competizione di pugilato, sport che ha giurato di non praticare mai più dopo aver causato gravi danni fisici a un avversario; un sergente (Burt Lancaster) intrattiene una complicata relazione illecita con la moglie di un superiore (Deborah Kerr); un altro soldato (Frank Sinatra) finisce agli arresti per aver difeso un amico durante una rissa.
La scena più famosa di questo film, riprodotta e citata in ogni dove (perfino nel film d’animazione Shrek 2), è quella in cui Burt Lancaster e Deborah Kerr si baciano appassionatamente sulla spiaggia. Tuttavia il film è molto di più di un melodramma sentimentale. La base militare funge da sfondo per una serie di vicende umane, tutte complesse e drammatiche, che a tratti si intersecano facendo emergere sia il meglio che il peggio di ogni personaggio. Da Qui all’Eternità non ha un protagonista vero e proprio, si può definire un film corale, in cui ognuno è a suo modo sia un eroe che un delinquente, capace sia di amare che di tradire, sia di difendere un amico che di togliere una vita. Ancora una volta, quello che a prima vista potrebbe sembrare un film di propaganda che incensa l’esercito americano in realtà, come L’Ammutinamento del Caine, racconta vicende umane e interazioni tra persone realistiche e plausibili anche in contesti differenti. I soldati vengono dipinti come normali esseri umani, capaci tanto di eroismo quanto di egoismo, eternamente divisi tra il dovere e i sentimenti personali, tra il bene del Paese e la propria felicità. Tutti, nessuno escluso, hanno difetti e debolezze, e si rivelano capaci di commettere azioni tremende in alcune circostanze, voltando a volte le spalle a chi in loro riponeva fiducia.
Il film dura due ore, ma le vicende umane dei personaggi sono così avvincenti e le interpretazioni talmente ottime che il tempo scorre via e non ci si annoia nemmeno per un secondo. Confesso senza vergogna di aver pianto a dirotto alla morte del personaggio, secondario ma memorabile, interpretato stupendamente da Frank Sinatra.
Consiglio senza riserve questo film a chiunque ami il grande cinema classico e i divi del passato divenuti celebri per il fascino ma capaci di interpretazioni straordinarie come lo sono Burt Lancaster e Montgomery Clift in questo film.
Chiudo con questa riflessione: spesso tendiamo (io per prima) a evitare i film di guerra americani, dai più vecchi a quelli contemporanei, ritenendo che siano tutti film di sfrontata propaganda; mi sto invece rendendo conto di come il cinema di guerra, così come altri generi cinematografici (ad esempio il western) altro non sia che un contenitore utilizzato dai cineasti più acuti per raccontare storie umane universali, che potrebbero essere facilmente trasposte in contesti diversi senza perdere efficacia, perché la loro forza sta nella realtà dei personaggi raccontati. Non credo sia un caso se Fred Zinnemann, oltre a Da Qui all’Eternità, ha diretto anche uno dei più grandi classici del genere western, Mezzogiorno di Fuoco.
Sulla piattaforma streaming gratuita RaiPlay è disponibile una collezione di film classici del cinema americano di vari generi, tutti diretti e interpretati da famose star di Hollywood e divenuti, ciascuno per motivi diversi, pietre miliari del cinema. Questo viaggio nei classici mi ha divertito, commosso, e in alcuni casi stupito.
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Incantesimo
Titolo originale: Holiday
Anno: 1938
Regia: George Cukor
Interpreti: Cary Grant, Katharine Hepburn, Doris Nolan, Lew Ayres, Edward Everett Horton, Jean Dixon
Dove trovarlo: RaiPlay
Johnny Case (Cary Grant) ha deciso di sposare la bella Julia (Doris Nolan) nonostante lei sia una ricca ereditiera e lui uno spiantato che cambia continuamente lavoro. Il padre di Julia acconsente al matrimonio, a patto che Johnny metta la testa a posto e abbandoni tutti i suoi sogni per lavorare in banca. Profondamente confuso, durante la cena di Capodanno Johnny scopre dei lati del carattere della fidanzata che non sospettava e un inatteso feeling con la sorella di Julia, la ribelle Linda (Katharine Hepburn).
Un film che non avevo mai visto, che di certo non è il più memorabile nella filmografia dei suoi protagonisti ma che si guarda molto volentieri. Incantesimo (in originale Holiday, perchè si svolge quasi interamente durante la notte di Capodanno) è un film d’impostazione teatrale, girato quasi interamente in un unico ambiente, cioè la nursery della villa in cui abitano Doris e Linda, l’unica stanza della casa a non sembrare una sala di museo ma a possedere al contrario un’atmosfera intima, rassicurante e familiare. E’ proprio la stanza in cui si rifugia Linda, da sempre refrattaria alle convenzioni e alle buone maniere che un veglione come quello organizzato da suo padre per annunciare il matrimonio della sorella imporrebbe. Ma ben presto la camera si trasforma in una festa parallela, e vi si rifugiano vari personaggi che, per un motivo o per l’altro, si sentono estranei allo sfarzo e ai lustrini della festa principale. In poche ore vediamo il mutamento di certezze, speranze e sentimenti; il tutto però è raccontato con dialoghi e battute di grande ritmo e brio, così che non ci si annoia mai. Cary Grant non è ancora entrato nel ruolo di uomo raffinato ed elegante, anzi al contrario interpreta un ragazzo molto bohemien, schietto e pieno di energia, tanto da esibirsi in acrobazie e salti mortali (senza controfigure) che da lui non mi sarei aspettata.
Gli tiene testa senza difficoltà una Katharine Hepburn giovanissima ma già ricca di fascino e sicura di sé, dilaniata dal tormento di essersi innamorata del fidanzato della sorella a cui è molto affezionata. Fanno da contorno al triangolo amoroso diversi personaggi minori interessanti, su cui spicca Mr. Potter interpretato dal meraviglioso Edward Everett Horton, che porta l’allegria e la risata nei momenti più tristi.
La storia è minimale e il finale ovvio, ma il film è impreziosito da interpretazioni piene di ritmo ed energia e dialoghi spumeggianti, per cui vale sicuramente la pena vedere Incantesimo, per chi lo desidera disponibile in lingua originale.
Sulla piattaforma streaming gratuita RaiPlay è disponibile una collezione di film classici del cinema americano di vari generi, tutti diretti e interpretati da famose star di Hollywood e divenuti, ciascuno per motivi diversi, pietre miliari del cinema. Questo viaggio nei classici mi ha divertito, commosso, e in alcuni casi stupito.
Per chi vorrà accompagnarmi in questo viaggio, oggi parliamo di…
L’Ammutinamento del Caine
Titolo originale: The Caine Mutiny
Anno: 1954
Regia: Edward Dmytryk
Interpreti: Humphrey Bogart, Josè Ferrer, Van Johnson, Fred MacMurray, Lee Marvin
Dove trovarlo: RaiPlay
Durante la seconda guerra mondiale, alla nave militare americana Caine viene assegnato il comandante Queeg (Humphrey Bogart), persona instabile che con il suo comportamento sconsiderato e prepotente porterà il suo equipaggio a un ammutinamento e a un successivo processo della corte marziale.
All’inizio del film, una scritta ci informa subito del fatto che “mai nella storia della marina statunitense si è verificato un ammutinamento”, e che quindi tutto ciò che vedremo è frutto di fantasia e non è accaduto veramente. Eppure L’Ammutinamento del Caine non è un semplice film di propaganda a favore dell’esercito americano, ma anzi, come accade in molti film appartenenti al genere, rivela luci e ombre, punti di forza e ambiguità, talenti e debolezze degli uomini che ne fanno parte. Se infatti il comandante Queeg è palesemente una persona disturbata e traumatizzata, allo stesso modo viene messa in discussione la condotta dei suoi sottoposti, e in particolare dei suoi ufficiali. Si potrebbe dire che l’intera operazione altro non sia che un’autogiustificazione per tutti gli sbagli e i fallimenti interni all’esercito americano, ma grazie alle intense interpretazioni degli attori coinvolti, all’ottima sceneggiatura e a una buonissima scrittura dei personaggi, quello che emerge è l’ambiguità morale degli atteggiamenti che gli uomini possono assumere l’uno nei confronti dell’altro in situazioni difficili. Se dopo la prima parte del film, ambientata a bordo del Caine, lo spettatore parteggia pienamente per l’equipaggio vessato dal capitano, dopo il processo e soprattutto dopo l’accorato discorso dell’avvocato Greenwald (José Ferrer) si ritrova a dubitare sul suo stesso giudizio e a concedere il beneficio del dubbio a chi si è comportato in modo senza dubbio arbitrario e a tratti spietato ma che forse, in realtà, aveva soltanto bisogno di aiuto.
Ma nulla di tutto questo sarebbe stato efficace senza l’interpretazione splendida di Humphrey Bogart, molto lontana da quella del duro tutto d’un pezzo che lo ha reso celebre, e a quelle molto ben riuscite degli ufficiali Van Johnson e Fred MacMurray, che rendono alla perfezione i dubbi e le oscillazioni dei loro personaggi.
Questo film, a differenza di altri della raccolta di RaiPlay, lo avevo già visto diverse volte, e dopo ogni visione mi ha lasciata più soddisfatta per come ritrae delle interazioni umane molto credibili, che qui si svolgono su una nave militare ma che potrebbero accadere in contesti del tutto diversi con le stesse dinamiche.
Al di là di tutto quello che oggi possiamo pensare riguardo gli Stati Uniti e alle forze armate, non ho alcun dubbio riguardo alla potenza e alla bellezza di questo film, che consiglio a tutti gli appassionati di cinema e in particolare a chi è curioso di vedere un Humphrey Bogart diverso dal solito.
Aggiungo una nota molto positiva: tutti i film della collezione I grandi Classici di Hollywood si possono fruire nella versione originale in inglese.
Sto imparando una cosa sulle star di Hollywood: quando raggiungono una certa età, sono prese da un gran desiderio di farsi una vacanza nel nostro Paese. Se poi possono farlo anche raggranellando qualche soldino per pagarsi i souvenir, perchè no? Altra spiegazione non so dare alla partecipazione a questa serie prodotta da Raiplay e girata a Roma con attori tutti italiani, che vede la partecipazione straordinaria di Kevin Spacey nel ruolo di se stesso.
Fingendo che si tratti di un prodotto che abbia una capo e una coda, riassumo la trama: Manlio (Filippo Laganà) vive a Roma e sogna di diventare una star della tv, ma per sbarcare il lunario lavora come commesso nel minimarket gestito dal padre della fidanzata. Durante il lavoro, molto poco appagante, Manlio ha delle allucinazioni in cui vede numeri musicali, balletti, e in cui molto spesso compare Kevin Spacey, generoso di buoni consigli sul mondo dello spettacolo.
Come si intuisce subito, la trama è pressoché inconsistente, un pretesto per mettere in scena tremendi balletti e atroci esibizioni musicali (anche seguire il playback sembra una chimera…), un numero sproporzionato di personaggi irrilevanti, e naturalmente per dare spazio (anche troppo) al grandissimo attore Kevin Spacey, che tanto ho amato nelle sue interpretazioni (oltre all’ovvio I Soliti Sospetti, io sono molto affezionata a Seven, American Beauty e K-Pax) ma che in questi 10 episodi non riesce mai a essere divertente né a mostrare il suo vero talento, al massimo ci lascia una triste frecciatina a Netflix, che come sappiamo lo ha liquidato senza tanti complimenti dopo lo scandalo che lo ha coinvolto.
Come dicevo, 10 episodi, ma percepiti 100: la serie è così banale, ingenua, scialba, recitata incredibilmente male, che non è fisicamente possibile tollerare più di un episodio alla volta.
L’unico guizzo, che poteva perfino dimostrarsi intelligente e di quel divertimento amaro tipico della commedia italiana degli anni ‘60 e ‘70, è il finale, che però perde purtroppo ogni efficacia a causa della recitazione pessima e della regia insulsa che non è in grado di valorizzarlo.
Non posso che sconsigliarne la visione a chiunque, suggerendo piuttosto di recuperare i film classici interpretati da Kevin Spacey quando la sua mente non era ancora stata obnubilata dal desiderio di cacio e pepe.
Nonostante sia in corso la Seconda Guerra Mondiale, la famiglia tedesca Höss vive una vita agiata e serena in una grande casa con un bellissimo giardino, una serie di persone di servizio e ampi spazi verdi in cui i bambini possono giocare.
Casa Höss, però, sorge proprio al confine con le mura perimetrali del campo di concentramento di Auschwitz, di cui Rudolf Höss è il comandante in capo.
In occasione della Giornata della Memoria, RaiPlay ha messo a disposizione alcuni titoli importanti, tra cui La Zona d’Interesse, film vincitore del premio Oscar come Miglior Film Internazionale nel 2024 (ma che ha anche fatto incetta di altri premi e di nomination), che da tempo desideravo vedere. Il fatto che si possa desiderare di vedere film tematicamente incentrati sull’Olocausto, nonostante ne siano stati girati davvero innumerevoli nel corso dei decenni, dimostra come quella ferita tremenda è tutt’altro che chiusa, e anzi proprio oggi, alla luce dei recenti sviluppi nella politica internazionale, ricordare sia necessario e imprescindibile.
La Zona d’Interesse racconta l’orrore incommensurabile dei campi di concentramento, ma non solo: ci mostra un orrore altrettanto mostruoso, quello degli esseri umani che giungono a considerare altri esseri umani come animali, o peggio, senza nutrire alcun dubbio al riguardo e senza mettere in discussione per un momento l’idea che l’agiatezza in cui vivono sia di fatto conseguenza di quelle atrocità e di quello sterminio.
Auschwitz è proprio al di là del muro, ma i rumori agghiaccianti delle urla e degli spari non impediscono alla famiglia Höss di vivere serenamente: i bambini vanno a scuola e giocano con il cane, il papà legge storie della buonanotte ai figli, la mamma spettegola con le amiche e cura i fiori del giardino. La signora Höss non ha alcuno scrupolo nel chiedere al marito di portarle gli oggetti personali appartenuti a coloro che vengono bruciati nelle fornaci del campo, e non la disturba il fatto che i figli si imbattano nelle ceneri umane sversate nel fiume mentre pescano con il padre.
Non si vede mai nulla al di là del muro, ma ciononostante molte sequenze causano un gran turbamento; io personalmente sono rimasta scioccata dalla scena in cui gli ingegneri discutono sull’efficienza delle fornaci impiegate ad Auschwitz come se stessero parlando di un forno a legna per panificazione.
Nulla si vede ma molto si sente (il film ha vinto anche l’Oscar per il miglior sonoro) e non si può dimenticare. Ciò che colpisce è il contrasto tra l’inferno del campo e l’idillio di casa Höss, per esempio quello tra il grigio del fumo proveniente dalle fornaci e lo splendore dei colori dei fiori del giardino adiacente. Auschwitz non è solo un posto in cui si può vivere, è un posto in cui è desiderabile vivere e crescere dei figli: infatti la signora Höss rifiuta di trasferirsi con il marito quando gli viene assegnato un diverso incarico.
L’incredibile, l’impensabile, viene reso realistico dalla scelta del regista Jonathan Glazer di utilizzare macchine da presa fisse, dislocate nelle stanze, quasi come se fossero nascoste e ci permettessero di sbirciare uno scorcio di vita autentico, oltre che dalla bravura degli interpreti e dalla solidità della sceneggiatura.
La Zona d’Interesse è un film agghiacciante e sconvolgente quanto importante, di cui consiglio la visione a chiunque consideri il cinema, e l’arte in generale, un mezzo potente per consolidare e ampliare quella memoria che oggi più che mai ci è necessaria, per non ripetere gli errori, e per riflettere sulla spiazzante ambiguità della natura umana.
Il giovane Mahito non si trova a suo agio nella sua vita: la madre è morta, e il padre si è risposato con Natsuko, la giovane cognata, che ora aspetta un bambino. Mahito non riesce ad adattarsi alla nuova situazione famigliare, finchè un giorno Natsuko scompare misteriosamente. Mahito, per riportarla a casa, vivrà incredibili avventure in un mondo incredibile di cui non sospettava l’esistenza.
Ormai lo sappiamo bene: per il regista giapponese Hayao Miyazaki un viaggio in un mondo fantastico non è mai solamente un’avventura: esso racchiude anche una formazione per chi lo compie (sempre bambini o bambine, infatti), che ritornerà poi nel nostro mondo con una maturità e una consapevolezza del tutto diverse.
Non è diverso per il giovane Mahito, che nonostante la sua diffidenza verso la matrigna (che peraltro è la sorella minore della madre, quindi sua zia) non esita a intraprendere un viaggio nell’ignoto per riportarla a casa sana e salva.
Come sempre lo Studio Ghibli di Miyazaki ci incanta con l’inesauribile creatività e fantasia nel dar vita a mondi fantastici abitati da creature magiche e misteriose che molto spesso hanno un’ambiguità di fondo che rende impossibile, inizialmente, distinguere gli amici dai nemici.
Gli elementi classici della poetica di Miyazaki quindi ci sono tutti, ma non per questo il film risulta banale o scontato; le avventure di Mahito sono sorprendenti e coinvolgenti, e tutti i personaggi magnificamente connotati.
Per me i personaggi più indimenticabili in questo caso non sono quelli immaginifici del mondo della torre, ma sono le anziane domestiche che vivono nella residenza di famiglia: adorabili vecchiette simpaticissime, efficienti e premurose quanto confusionarie e infantili. Non mi potrò mai dimenticare di loro.
Non stupisce affatto il Premio Oscar assegnato a Il Ragazzo e l’Airone nel 2024 come miglior film d’animazione, come già era accaduto per La Città Incantata nel 2003, perchè il film è narrativamente e tecnicamente perfetto.
Consiglio quindi senza remore il film a tutti gli amanti di Miyazaki e dello studio Ghibli (mentre per chi non avesse familiarità con questo tipo di animazione magari consiglierei un altro film, ad esempio Totoro,come primo approccio), adulti e bambini, anche se i più piccoli potrebbero trovare un po’ noiosa la parte iniziale.
Irlanda, 1985. Bill Furlong (Cillian Murphy) è un mercante di carbone, padre di famiglia e uomo di grande altruismo e generosità. Quando si imbatte per puro caso in alcuni strani accadimenti all’interno del convento del paese, in cui trovano ospitalità anche le ragazze madri, non riesce proprio a far finta di niente, nonostante tutti gli sconsiglino di approfondire i fatti.
Tratto dal romanzo Piccole coseda nulla di Claire Keegan, il film vuole raccontare del dramma delle innumerevoli ragazze madri (“oltre 56.000”, recita la didascalia finale) cui nel secolo scorso, negli istituti religiosi conosciuti come “Magdalene”, sono stati tolti i figli appena nati. Il tema, di grande importanza storica, umana e sociale, viene affrontato dal punto di vista del carbonaio Bill, interpretato egregiamente da Cillian Murphy, che in virtù della sua natura compassionevole rifiuta di girarsi dall’altra parte di fronte ai soprusi e alle ingiustizie, pur sapendo quanto questa sua decisione possa essere dannosa per lui e per la sua famiglia. I conventi infatti, come viene anche detto nel film, sono un importante polo di influenza per la vita economica dei piccoli paesi, e per questo in genere la popolazione preferisce evitare di indagare su ciò che accade all’interno delle loro mura.
Anche se i personaggi sono d’invenzione, la situazione descritta è stata spaventosamente reale per molti decenni: come mai allora lo spettatore non arriva mai a provare davvero emozioni forti durante il film? Le ragioni sono molteplici, e tra queste di certo non vi è la prova attoriale di Cillian Murphy, egregia, nè quella della sua controparte Emily Watson, una glaciale e terrificante Suor Mary la cui presenza in una stanza è sufficiente a far tremare non solo le giovani ospiti del convitto ma anche le sue stesse consorelle.
Invece non ho apprezzato la regia di Tim Mielant, troppo compiaciuta in inquadrature complesse e movimenti di camera innaturali, tanto da far perdere di vista a tratti la storia del film, ed interrompendo quindi ogni flusso emozionale.
Ho trovato pleonastico anche l’inserimento di flashback sull’infanzia di Bill, molto confusi dal punto di vista narrativo e inutilmente didascalici nel rimarcare come Bill avesse un trauma pregresso per la precoce perdita della madre.
Questo elemento ci rende ancora più ovvia la scelta finale di Bill: lui non ha vissuto davvero alcun tormento interiore, in realtà lo spettatore non ha mai un solo dubbio sul fatto che alla fine Bill non subirà le pressioni e sceglierà di aiutare la giovane in difficoltà, ad ogni costo. E questo costo non ci viene mostrato, mentre io avrei pensato di vedere almeno le reazioni della famiglia di Bill al suo gesto.
Un’altra cosa un po’ bizzarra è il fatto che Bill non si relazioni con alcun maschio per tutto il film, ad eccezione di un bambino cui elargisce l’elemosina: rifugge perfino dal barbiere, ad un certo punto, sembra non avere amici né sodali di alcun genere e nessuna interazione sostanziosa se non con donne o comunque femmine (la moglie, le figlie, le suore, la padrona della locanda). Mi è sembrato un po’ inverosimile e unilaterale, e non mi ha aiutato a sentirmi davvero dentro la storia.
Piccole Cose come Queste non è certo un brutto film, anzi, è di pregevole qualità nell’insieme e impreziosito da ottime interpretazioni, ma vista la drammaticità del tema trattato (ricordiamo anche che è tutto accaduto veramente) mi sarei aspettata un maggior realismo e un maggior coinvolgimento dal punto di vista emotivo.
Interpreti: Charlie Cox, Eve Myles, Freema Agyeman, Billy Cook, Mackenzie Crook, Annette Crosbie, Tony Curran
Dove trovarlo: RaiPlay
I vampiri vivono in mezzo a noi. Da centinaia di anni. Quindi hanno avuto tutto il tempo per organizzarsi: esiste in Europa un Consiglio supremo, dopodiché ogni nazione viene gestita dal vampiro più anziano, in ottemperanza con tutte le norme vigenti nella comunità vampirica. Chi trasgredisce viene eliminato e sostituito. Ed è per questo scopo che il giovane zingaro (ma lui preferisce “rom”) Sebastian (Billy Cook) viene sedotto dalla splendida Vanessa (Eve Myles) e portato in un’isolata fattoria della campagna inglese: qui la congrega britannica, composta da otto vampiri, deciderà se il nuovo arrivato diventerà uno di loro o se diventerà piuttosto la loro cena…
Quando il mio caro amico e collega Lucius Etruscus mi ha chiesto di partecipare a questa deliziosa iniziativa di recensioni di film horror coordinate per il giorno di Halloween, ho accettato subito con entusiasmo, naturalmente. Oggi non siamo più solamente una manciata di bloggers raminghi: siamo i Bloggables! Poi però mi sono ricordata che a me gli horror fanno impressione! Ricordo giusto quelli visti in gioventù, quando il mio stomaco era meno suscettibile, ma non sopporto le scene troppo sanguinolente o impressionanti.
Che fare?
Mi è venuto in soccorso il catalogo di RaiPlay, che alla ricerca “horror” mi ha proposto questa commedia inglese.
Chi bazzica talvolta CineMuffin già sa che, nonostante il nickname francofono, sono da sempre un’anglofila convinta, e tutto ciò che rischia di contenere dello humor british stuzzica inevitabilmente la mia curiosità.
E questo film, già dal titolo, appare davvero divertente: Eat Local(s), e cioè “Mangia Locale” (il famoso “km 0”) con l’aggiunta di quella “s” che lo trasforma in “Mangia I Locali” (ma sempre a km 0 comunque).
Infatti i vampiri protagonisti si nutrono, come da tradizione, di sangue umano, e per poterlo fare in serenità si sono spartiti l’Inghilterra in modo che ciascuno possa avere il controllo di un “territorio di caccia” in cui agli altri è tassativamente vietato sconfinare.
I vampiri hanno, come noi, le loro preferenze alimentari, come spiegano in una scena che ricorda molto le discussioni tra i giganti nel libro Il GGG di Roald Dahl (anche lui inglese), anche se qualcuno afferma fieramente di non avere preferenze di sorta.
Chi invece ha scelto una dieta radicale è Henry, il vampiro interpretato da Charlie “Daredevil” Cox, che per principio non si è mai nutrito di sangue umano, preferendo quello animale: una scelta etica, in quanto, come ci spiega: “Ero anche io umano una volta”.
Il film mi ha conquistato da subito per l’atmosfera di filmino girato in casa tra amici. L’incipit è addirittura una lunga inquadratura statica che ci mostra l’arrivo nella remota fattoria di tutti e 8 i vampiri inglesi, e anche andando avanti si ha l’impressione che la semplicità sia stata scelta come cifra di stile e non sia dovuta (o almeno non del tutto) alla mancanza di fondi, perché i trucchi prostetici sono ottimi e ci sono anche alcuni trucchi digitali di bella qualità, usati con saggezza e parsimonia.
Ho amato l’impostazione del film, che nella parte iniziale è quasi teatrale, nove personaggi chiusi in una stanza che parlano: hanno creato un mondo efficace e credibile con mezzi semplici, e ci bastano le parole dei personaggi per comprenderli e appassionarci alle loro differenze.
Ma l’idillio della riunione cinquantennale viene interrotto dall’esercito: i militari hanno scoperto della riunione, si sono nascosti nel bosco, osservano e attendono.
Ma cosa attendono? Potrebbero sbarazzarsi di tutti i vampiri dell’Inghilterra in un colpo solo…
Come vorrebbe l’inviato del Vaticano, che sollecita il colonnello a sterminare gli empi abomini. Ma il colonnello ha altri piani…
ATTENZIONE: SPOILER!
Non è per il gusto di rovinare la visione, ma è perchè l’ho trovato incredibilmente acuto e spassoso, che riporto qui le segrete motivazioni del colonnello: una blasonata ditta di cosmetici gli ha offerto una lauta ricompensa per poter avere un vampiro vivo su cui fare esperimenti per creare un siero della giovinezza.
Non svelo poi il finale correlato, ma è molto divertente.
FINE SPOILER
Quando entrano in scena i militari assistiamo anche ad alcune scene in esterno, che mi sono sembrate fatte molto bene, nonostante l’oscurità, e una scena di combattimento particolarmente ben riuscita.
Alla fine del film ho guardato i titoli di coda fino alla fine e mi ha colpito un nome, quello del “consulente alle scene di combattimento”: un tale Jason Statham…
Studiando le filmografie poi ho trovato altre connessioni, ad esempio ho scoperto che il regista Jason Flemyng ha partecipato come attore a Lock&Stock (1998) di Guy Ritchie insieme a Jason Statham; inoltre ha all’attivo un solo film da regista: questo. Si vede che gli è bastato…
Scherzi a parte, Eat Local(s) è un film divertente, fatto bene, in cui si vede pochissimo sangue (obiettivo centrato!) e si usano le parole più delle zanne.
Ci sono alcune piccole stranezze: inquadrature bizzarre, cambi di scena strani, movimenti accelerati, rotture della quarta parete… perfino una citazione musicale da La Grande Fuga che sembra un po’ fuori posto…
Ma nel complesso mi sento di consigliare questo film come visione di Halloween, anche per i deboli di cuore e di stomaco.
RaiPlay offre solamente la versione doppiata, ma per fortuna il film è stato doppiato da un cast italiano di prim’ordine, praticamente la famiglia Ward al completo, quindi non c’è troppo da lamentarsi.
John May (Eddie Marsan) è un grigio e anonimo impiegato comunale in un paesino dell’Inghilterra, ma il suo lavoro, che lui svolge con incredibile dedizione e scrupolosità, è davvero peculiare: John è incaricato di rintracciare familiari e conoscenti delle persone decedute che apparentemente non hanno famiglia né amici. Il compito di John è dunque organizzare il funerale e la sepoltura dei defunti e spulciare poi tra le loro cose alla ricerca di indizi per trovare amici e parenti, qualora ce ne siano. Quando John viene licenziato, dopo vent’anni di servizio, perchè la nuova amministrazione desidera “tagliare i rami secchi”, ottiene il permesso di chiudere l’ultimo caso e si impone di riuscire a rintracciare la famiglia del defunto Billy Stoke.
Nonostante la connessione pessima di Raiplay, per cui il film si interrompeva spesso e volentieri, ho davvero adorato questo film, un’autentica boccata d’aria per gli amanti del cinema per come riesce a mettere in scena in maniera impeccabile una vicenda tanto comune quanto unica. Quanti di noi pensano forse di essere come John May? Mentre a tutti noi capita sicuramente molto spesso di incontrare qualche John May, persone all’apparenza insignificanti ma che celano in sé un amore per il prossimo incondizionato e una cognizione del senso e del valore della vita umana insospettabilmente profonda. La regia di Uberto Pasolini, sorretta da una fotografia e una colonna sonora impeccabili, rappresenta lo svolgimento di una vicenda apparentemente semplice e quasi noiosa, in cui però ogni inquadratura, ogni gesto e ogni oggetto stabilisce un preciso e inatteso richiamo con un evento apparentemente remoto. Le metafore sono chiare e potenti, senza venire però mai urlate in faccia allo spettatore, piuttosto sono suggerite da collegamenti tra dettagli nelle immagini, e le parole sono significative perché misurate e mai sprecate. Il protagonista Eddie Marsan ci regala una prova straordinaria, affiancato da una sempre splendida e bravissima Joanne Froggatt (conosciuta nella serie Downton Abbey).
L’impressione guardando il film è che potrebbe bastare un battito di ciglia per perdere un dettaglio fondamentale per comprendere dinamiche e legami: così come è nella vita.
Consiglio con il cuore la visione di Still Life (giustamente non tradotto in italiano perchè in inglese l’espressione ha una doppia valenza, “Vita Immobile” ma anche “Ancora Vita”), una coccola per l’anima con un sapore, che emerge nel perfetto finale, che mi piace definire “zavattiniano”.