Funny Girl

Sulla piattaforma streaming gratuita RaiPlay è disponibile una collezione di film classici del cinema americano di vari generi, tutti diretti e interpretati da famose star di Hollywood e divenuti, ciascuno per motivi diversi, pietre miliari del cinema. Questo viaggio nei classici mi ha divertito, commosso, e in alcuni casi stupito.

Per chi vorrà accompagnarmi in questo viaggio, oggi parliamo di…

Funny Girl

Anno: 1968

Regia:  William Wyler

Interpreti: Barbra Streisand, Omar Sharif, Walter Pidgeon

Dove trovarlo: RaiPlay

Fanny Brice (Barbra Streisand) sogna di diventare famosa come cantante e di sposare l’affascinante Nick (Omar Sharif). Ma quando i suoi sogni si realizzeranno, dovrà fare i conti con la vera natura dell’uomo che crede perfetto.

Inizio con una confessione: conoscevo questo film solamente per la scena di In&Out in cui gli amici di Howard (Kevin Kline) glielo propongono come visione per il suo addio al celibato, idea che lo fa inorridire visto che sta combattendo contro la sua omosessualità non ancora dichiarata e che proprio la sua passione per l’attrice Barbra Streisand ha portato alla nascita dei primi pettegolezzi sulla sua virilità.

Conoscevo invece la Streisand per altri titoli decisamente scanzonati e leggeri, come Il Gufo e la Gattina oppure Hello, Dolly!, ed ecco perchè mi ha così stupito scoprire che nel 1969, all’assegnazione del premio Oscar per la migliore interpretazione femminile, c’è stato un ex-aequo tra lei e Katherine Hepburn, attrice di innegabile e comprovata bravura.

Eppure, dopo aver visto Funny Girl, non nutro più alcun dubbio sull’immenso talento non solo canoro e comico della Streisand, ma anche drammatico. Infatti la protagonista Fanny Brice, nonostante il nome che assona proprio con il “funny” (=”divertente”) del titolo, non è semplicemente una soubrette, ma una donna irrimediabilmente innamorata di un uomo affascinante e sicuro di sé ma anche egoista, orgoglioso e ludopatico, che per questo attraverserà momenti di profonda irrequietezza e disperazione. Ho adorato il modo in cui Barbra riesce a passare dal dramma alla comicità in un battito di ciglia, e posso capire senza difficoltà come i suoi atteggiamenti e la sua spavalderia, oltre ai suoi outfit mozzafiato, ne abbiano fatto la grande icona che è e sarà sempre.

Funny Girl è un bellissimo musical, che contiene pezzi divenuti imprescindibili come Don’t Rain on my Parade e in cui non mancano piume e lustrini, ma che racconta anche di come una storia d’amore iniziata come una favola possa avere risvolti tesi e drammatici.

Non fatevi spaventare dalla lunghezza di 2 ore e mezza, il film, anche grazie ai numeri musicali, vi incanterà, vi delizierà e vi sorprenderà, ma alla fine vi farà anche stare in pena per l’innamoratissima Fanny e applaudire al fascino e al talento senza confini di Barbra.

Non perdetevi una parola né un gesto nei dialoghi tra la madre di Fanny e le altre signore del quartiere, perché sono esilaranti!

Gilda

Sulla piattaforma streaming gratuita RaiPlay è disponibile una collezione di film classici del cinema americano di vari generi, tutti diretti e interpretati da famose star di Hollywood e divenuti, ciascuno per motivi diversi, pietre miliari del cinema. Questo viaggio nei classici mi ha divertito, commosso, e in alcuni casi stupito.

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Gilda

Anno: 1946

Regia: Charles Vidor

Interpreti: Rita Hayworth, Glenn Ford, George Macready

Dove trovarlo: RaiPlay

Johnny (Glenn Ford) vivacchia racimolando denaro con il gioco d’azzardo, grazie a dadi truccati e alla sua abilità e rapidità di mano, finché un uomo sconosciuto (George Macready), dopo averlo salvato da una rapina, in virtù delle sue particolari competenze gli offre un lavoro nel suo casinò. Tutto procede bene finché l’amico Ballin non porta a casa una donna bellissima, Gilda (Rita Hayworth), presentandola come sua moglie. Ma per Johnny Gilda non è affatto una sconosciuta…

Fortunatamente RaiPlay mette a disposizione anche in questo caso l’audio originale del film, perchè con la trasposizione italiana, per quanto ben fatta, inevitabilmente si perde una battuta che, in pochissime parole, condensa il senso dell’intero film. Quando Ballin presenta per la prima volta a Johnny sua moglie Gilda, lo conduce direttamente nella stanza di lei, e bussando alla porta le domanda: “Are you decent?”, che significa naturalmente: “Sei presentabile?”, ma in inglese ha anche un’altra sfumatura che in italiano di perde, ovvero: “Sei una donna decente, accostumata?” E Gilda, scuotendo la sensazionale chioma, risponde: “Me?” ovvero: “Chi, io?”, come se non si riconoscesse proprio in quell’idea di donna morigerata e ben educata, e dubitasse perfino che il marito stia parlando di lei.

Questa scena all’apparenza semplicissima racchiude e anticipa già tutto il dramma e l’ambiguità che caratterizzeranno i rapporti tra i tre protagonisti. Johnny è riconoscente a Ballin per averlo tirato via dalla strada e aver fatto di lui qualcuno, ma non può fare a meno di desiderare sua moglie, di cui presto capiamo conosce un passato che invece l’amico ignora. Ballin ha fiducia sia nella moglie che nell’amico, ma allo stesso tempo li tiene entrambi sotto controllo e sotto scacco, comportandosi con le persone care come fa con i soci o i rivali in affari. Gilda è divisa tra un’identità di moglie devota, che le va molto stretta, quella di sgualdrina, che comunque non la rende felice, e l’amore che suo malgrado prova per Johnny, il migliore amico di suo marito. Il regista Charles Vidor è abilissimo nel costruire la suspense e nel tenere lo spettatore in sospeso fino alla fine, con continue rivelazioni e ribaltamenti che rendono molto difficile prevedere il finale e giudicare Gilda e Johnny, che sono allo stesso tempo infidi e bugiardi ma anche appassionati e tormentati. Il film è benedetto dalle interpretazioni superbe di Glenn Ford, qui giovane e affascinante più che mai, e Rita Hayworth, che giustamente con il ruolo di Gilda è entrata per sempre nell’immaginario collettivo e che ci incanta, oltre che con outfit mozzafiato, anche con esibizioni canore indimenticabili.

Gilda è una storia d’amore, un thriller, un dramma, ma soprattutto è un grande film della Hollywood classica che ogni amante del cinema dovrebbe vedere.

Quando mio figlio, da piccolo, indicò la calamita attaccata al frigo con l’immagine di Rita Hayworth in Gilda dicendo: “Mamma!” non mi avrebbe potuto fare complimento più grande.

Voto: 4 Muffin

La Ragazza del Secolo

Sulla piattaforma streaming gratuita RaiPlay è disponibile una collezione di film classici del cinema americano di vari generi, tutti diretti e interpretati da famose star di Hollywood e divenuti, ciascuno per motivi diversi, pietre miliari del cinema. Questo viaggio nei classici mi ha divertito, commosso, e in alcuni casi stupito.

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La Ragazza del Secolo

Titolo originale: It Should Happen to You

Anno: 1953

Regia: George Cukor

Interpreti: Judy Holliday, Jack Lemmon

Dove trovarlo: RaiPlay

Gladys Glover (Judy Holliday) è un’ingenua, dolce e bellissima ragazza di provincia arrivata a New York per diventare famosa. Pete (Jack Lemmon) è un giovane cameraman che si innamora di lei, ma Gladys è così concentrata sul suo sogno di gloria che non sembra accorgersi di lui, nemmeno quando lui si trasferisce a vivere nel suo stesso palazzo per starle vicino.

Finalmente ho capito perchè qualcuno paragoni Judy Holliday a Marilyn Monroe: sebbene Marilyn avesse una bellezza e una sensualità più decise, Judy conquista immediatamente tutti, spettatori e personaggi, con la sua bellezza semplice e l’ingenuità infantile e spiazzante che riesce a conferire al suo personaggio. Gladys non sa come diventare famosa, e sa di non avere talenti particolari, ma la sua determinazione la porterà alla fine a conquistare il suo obiettivo… Ma si accorgerà ben presto che la notorietà e il denaro non sono così soddisfacenti come pensava e che le cose davvero importanti sono altre.

La trama di questo film è così semplice da sembrare ridicola, a raccontarla: una ragazza diventa famosa e poi ricca semplicemente scrivendo il suo nome a lettere cubitali su un cartellone pubblicitario. Eppure la bravura di Judy Holliday non solo rende il tutto credibile, ma ci porta a prendere davvero a cuore le sorti di Gladys e a struggerci in anticipo perchè noi capiamo prima di lei a cosa sta andando incontro e cosa invece si sta lasciando sfuggire.

Jack Lemmon è l’attore perfetto per incarnare l’innamorato ignorato, oggi diremmo “friendzonato”, che cerca in ogni modo di evitare a Gladys la delusione a cui sta andando inevitabilmente incontro.

Una commedia rosa ma anche molto divertente, adatta a tutti, scacciapensieri e perfetta per chi come me conosce l’attrice Judy Holliday solo di nome ma non l’ha mai vista recitare: una vera rivelazione.

Voto: 3 Muffin

Da Qui all’Eternità

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Da Qui all’Eternità

Titolo originale: From Here to Eternity

Anno: 1953

Regia: Fred Zinnemann

Interpreti: Burt Lancaster, Deborah Kerr, Montgomery Clift, Frank Sinatra, Donna Reed, Jack Warden, Ernest Borgnine

Dove trovarlo: RaiPlay

Nella base militare americana di Pearl Harbor, appena prima dell’attacco giapponese in seguito al quale gli Stati Uniti entreranno nella seconda guerra mondiale, si dipanano diverse vicende drammatiche. Un soldato semplice (Montgomery Clift) viene vessato dai superiori perchè partecipi a una competizione di pugilato, sport che ha giurato di non praticare mai più dopo aver causato gravi danni fisici a un avversario; un sergente (Burt Lancaster) intrattiene una complicata relazione illecita con la moglie di un superiore (Deborah Kerr); un altro soldato (Frank Sinatra) finisce agli arresti per aver difeso un amico durante una rissa.

La scena più famosa di questo film, riprodotta e citata in ogni dove (perfino nel film d’animazione Shrek 2), è quella in cui Burt Lancaster e Deborah Kerr si baciano appassionatamente sulla spiaggia. Tuttavia il film è molto di più di un melodramma sentimentale. La base militare funge da sfondo per una serie di vicende umane, tutte complesse e drammatiche, che a tratti si intersecano facendo emergere sia il meglio che il peggio di ogni personaggio. Da Qui all’Eternità non ha un protagonista vero e proprio, si può definire un film corale, in cui ognuno è a suo modo sia un eroe che un delinquente, capace sia di amare che di tradire, sia di difendere un amico che di togliere una vita. Ancora una volta, quello che a prima vista potrebbe sembrare un film di propaganda che incensa l’esercito americano in realtà, come L’Ammutinamento del Caine, racconta vicende umane e interazioni tra persone realistiche e plausibili anche in contesti differenti. I soldati vengono dipinti come normali esseri umani, capaci tanto di eroismo quanto di egoismo, eternamente divisi tra il dovere e i sentimenti personali, tra il bene del Paese e la propria felicità. Tutti, nessuno escluso, hanno difetti e debolezze, e si rivelano capaci di commettere azioni tremende in alcune circostanze, voltando a volte le spalle a chi in loro riponeva fiducia.

Il film dura due ore, ma le vicende umane dei personaggi sono così avvincenti e le interpretazioni talmente ottime che il tempo scorre via e non ci si annoia nemmeno per un secondo. Confesso senza vergogna di aver pianto a dirotto alla morte del personaggio, secondario ma memorabile, interpretato stupendamente da Frank Sinatra.

Consiglio senza riserve questo film a chiunque ami il grande cinema classico e i divi del passato divenuti celebri per il fascino ma capaci di interpretazioni straordinarie come lo sono Burt Lancaster e Montgomery Clift in questo film.

Chiudo con questa riflessione: spesso tendiamo (io per prima) a evitare i film di guerra americani, dai più vecchi a quelli contemporanei, ritenendo che siano tutti film di sfrontata propaganda; mi sto invece rendendo conto di come il cinema di guerra, così come altri generi cinematografici (ad esempio il western) altro non sia che un contenitore utilizzato dai cineasti più acuti per raccontare storie umane universali, che potrebbero essere facilmente trasposte in contesti diversi senza perdere efficacia, perché la loro forza sta nella realtà dei personaggi raccontati. Non credo sia un caso se Fred Zinnemann, oltre a Da Qui all’Eternità, ha diretto anche uno dei più grandi classici del genere western, Mezzogiorno di Fuoco.

Voto: 4 Muffin

Incantesimo

Sulla piattaforma streaming gratuita RaiPlay è disponibile una collezione di film classici del cinema americano di vari generi, tutti diretti e interpretati da famose star di Hollywood e divenuti, ciascuno per motivi diversi, pietre miliari del cinema. Questo viaggio nei classici mi ha divertito, commosso, e in alcuni casi stupito.

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Incantesimo

Titolo originale: Holiday

Anno: 1938

Regia: George Cukor

Interpreti: Cary Grant, Katharine Hepburn, Doris Nolan, Lew Ayres, Edward Everett Horton, Jean Dixon

Dove trovarlo: RaiPlay

Johnny Case (Cary Grant) ha deciso di sposare la bella Julia (Doris Nolan) nonostante lei sia una ricca ereditiera e lui uno spiantato che cambia continuamente lavoro. Il padre di Julia acconsente al matrimonio, a patto che Johnny metta la testa a posto e abbandoni tutti i suoi sogni per lavorare in banca. Profondamente confuso, durante la cena di Capodanno Johnny scopre dei lati del carattere della fidanzata che non sospettava e un inatteso feeling con la sorella di Julia, la ribelle Linda (Katharine Hepburn).

Un film che non avevo mai visto, che di certo non è il più memorabile nella filmografia dei suoi protagonisti ma che si guarda molto volentieri. Incantesimo (in originale Holiday, perchè si svolge quasi interamente durante la notte di Capodanno) è un film d’impostazione teatrale, girato quasi interamente in un unico ambiente, cioè la nursery della villa in cui abitano Doris e Linda, l’unica stanza della casa a non sembrare una sala di museo ma a possedere al contrario un’atmosfera intima, rassicurante e familiare. E’ proprio la stanza in cui si rifugia Linda, da sempre refrattaria alle convenzioni e alle buone maniere che un veglione come quello organizzato da suo padre per annunciare il matrimonio della sorella imporrebbe. Ma ben presto la camera si trasforma in una festa parallela, e vi si rifugiano vari personaggi che, per un motivo o per l’altro, si sentono estranei allo sfarzo e ai lustrini della festa principale. In poche ore vediamo il mutamento di certezze, speranze e sentimenti; il tutto però è raccontato con dialoghi e battute di grande ritmo e brio, così che non ci si annoia mai. Cary Grant non è ancora entrato nel ruolo di uomo raffinato ed elegante, anzi al contrario interpreta un ragazzo molto bohemien, schietto e pieno di energia, tanto da esibirsi in acrobazie e salti mortali (senza controfigure) che da lui non mi sarei aspettata.

Gli tiene testa senza difficoltà una Katharine Hepburn giovanissima ma già ricca di fascino e sicura di sé, dilaniata dal tormento di essersi innamorata del fidanzato della sorella a cui è molto affezionata. Fanno da contorno al triangolo amoroso diversi personaggi minori interessanti, su cui spicca Mr. Potter interpretato dal meraviglioso Edward Everett Horton, che porta l’allegria e la risata nei momenti più tristi.

La storia è minimale e il finale ovvio, ma il film è impreziosito da interpretazioni piene di ritmo ed energia e dialoghi spumeggianti, per cui vale sicuramente la pena vedere Incantesimo, per chi lo desidera disponibile in lingua originale.

Voto: 3 Muffin

L’Ammutinamento del Caine

Sulla piattaforma streaming gratuita RaiPlay è disponibile una collezione di film classici del cinema americano di vari generi, tutti diretti e interpretati da famose star di Hollywood e divenuti, ciascuno per motivi diversi, pietre miliari del cinema. Questo viaggio nei classici mi ha divertito, commosso, e in alcuni casi stupito.

Per chi vorrà accompagnarmi in questo viaggio, oggi parliamo di…

L’Ammutinamento del Caine

Titolo originale: The Caine Mutiny

Anno: 1954

Regia: Edward Dmytryk

Interpreti: Humphrey Bogart, Josè Ferrer, Van Johnson, Fred MacMurray, Lee Marvin

Dove trovarlo: RaiPlay

Durante la seconda guerra mondiale, alla nave militare americana Caine viene assegnato il comandante Queeg (Humphrey Bogart), persona instabile che con il suo comportamento sconsiderato e prepotente porterà il suo equipaggio a un ammutinamento e a un successivo processo della corte marziale.

All’inizio del film, una scritta ci informa subito del fatto che “mai nella storia della marina statunitense si è verificato un ammutinamento”, e che quindi tutto ciò che vedremo è frutto di fantasia e non è accaduto veramente. Eppure L’Ammutinamento del Caine non è un semplice film di propaganda a favore dell’esercito americano, ma anzi, come accade in molti film appartenenti al genere, rivela luci e ombre, punti di forza e ambiguità, talenti e debolezze degli uomini che ne fanno parte. Se infatti il comandante Queeg è palesemente una persona disturbata e traumatizzata, allo stesso modo viene messa in discussione la condotta dei suoi sottoposti, e in particolare dei suoi ufficiali. Si potrebbe dire che l’intera operazione altro non sia che un’autogiustificazione per tutti gli sbagli e i fallimenti interni all’esercito americano, ma grazie alle intense interpretazioni degli attori coinvolti, all’ottima sceneggiatura e a una buonissima scrittura dei personaggi, quello che emerge è l’ambiguità morale degli atteggiamenti che gli uomini possono assumere l’uno nei confronti dell’altro in situazioni difficili. Se dopo la prima parte del film, ambientata a bordo del Caine, lo spettatore parteggia pienamente per l’equipaggio vessato dal capitano, dopo il processo e soprattutto dopo l’accorato discorso dell’avvocato Greenwald (José Ferrer) si ritrova a dubitare sul suo stesso giudizio e a concedere il beneficio del dubbio a chi si è comportato in modo senza dubbio arbitrario e a tratti spietato ma che forse, in realtà, aveva soltanto bisogno di aiuto.

Ma nulla di tutto questo sarebbe stato efficace senza l’interpretazione splendida di Humphrey Bogart, molto lontana da quella del duro tutto d’un pezzo che lo ha reso celebre, e a quelle molto ben riuscite degli ufficiali Van Johnson e Fred MacMurray, che rendono alla perfezione i dubbi e le oscillazioni dei loro personaggi.

Questo film, a differenza di altri della raccolta di RaiPlay, lo avevo già visto diverse volte, e dopo ogni visione mi ha lasciata più soddisfatta per come ritrae delle interazioni umane molto credibili, che qui si svolgono su una nave militare ma che potrebbero accadere in contesti del tutto diversi con le stesse dinamiche.

Al di là di tutto quello che oggi possiamo pensare riguardo gli Stati Uniti e alle forze armate, non ho alcun dubbio riguardo alla potenza e alla bellezza di questo film, che consiglio a tutti gli appassionati di cinema e in particolare a chi è curioso di vedere un Humphrey Bogart diverso dal solito.

Aggiungo una nota molto positiva: tutti i film della collezione I grandi Classici di Hollywood si possono fruire nella versione originale in inglese.

Voto: 4 Muffin

Minimarket

Sto imparando una cosa sulle star di Hollywood: quando raggiungono una certa età, sono prese da un gran desiderio di farsi una vacanza nel nostro Paese. Se poi possono farlo anche raggranellando qualche soldino per pagarsi i souvenir, perchè no? Altra spiegazione non so dare alla partecipazione a questa serie prodotta da Raiplay e girata a Roma con attori tutti italiani, che vede la partecipazione straordinaria di Kevin Spacey nel ruolo di se stesso.

Fingendo che si tratti di un prodotto che abbia una capo e una coda, riassumo la trama: Manlio (Filippo Laganà) vive a Roma e sogna di diventare una star della tv, ma per sbarcare il lunario lavora come commesso nel minimarket gestito dal padre della fidanzata. Durante il lavoro, molto poco appagante, Manlio ha delle allucinazioni in cui vede numeri musicali, balletti, e in cui molto spesso compare Kevin Spacey, generoso di buoni consigli sul mondo dello spettacolo.

Come si intuisce subito, la trama è pressoché inconsistente, un pretesto per mettere in scena tremendi balletti e atroci esibizioni musicali (anche seguire il playback sembra una chimera…), un numero sproporzionato di personaggi irrilevanti, e naturalmente per dare spazio (anche troppo) al grandissimo attore Kevin Spacey, che tanto ho amato nelle sue interpretazioni (oltre all’ovvio I Soliti Sospetti, io sono molto affezionata a Seven, American Beauty e K-Pax) ma che in questi 10 episodi non riesce mai a essere divertente né a mostrare il suo vero talento, al massimo ci lascia una triste frecciatina a Netflix, che come sappiamo lo ha liquidato senza tanti complimenti dopo lo scandalo che lo ha coinvolto.

Come dicevo, 10 episodi, ma percepiti 100: la serie è così banale, ingenua, scialba, recitata incredibilmente male, che non è fisicamente possibile tollerare più di un episodio alla volta.

L’unico guizzo, che poteva perfino dimostrarsi intelligente e di quel divertimento amaro tipico della commedia italiana degli anni ‘60 e ‘70, è il finale, che però perde purtroppo ogni efficacia a causa della recitazione pessima e della regia insulsa che non è in grado di valorizzarlo.

Non posso che sconsigliarne la visione a chiunque, suggerendo piuttosto di recuperare i film classici interpretati da Kevin Spacey quando la sua mente non era ancora stata obnubilata dal desiderio di cacio e pepe.

The Day that Kevin went Bananas

La Zona d’Interesse

Titolo originale: The Zone of Interest

Anno: 2023

Regia: Jonathan Glazer

Interpreti: Christian Friedel, Sandra Hüller

Dove trovarlo: RaiPlay

Nonostante sia in corso la Seconda Guerra Mondiale, la famiglia tedesca Höss vive una vita agiata e serena in una grande casa con un bellissimo giardino, una serie di persone di servizio e ampi spazi verdi in cui i bambini possono giocare.

Casa Höss, però, sorge proprio al confine con le mura perimetrali del campo di concentramento di Auschwitz, di cui Rudolf Höss è il comandante in capo.

In occasione della Giornata della Memoria, RaiPlay ha messo a disposizione alcuni titoli importanti, tra cui La Zona d’Interesse, film vincitore del premio Oscar come Miglior Film Internazionale nel 2024 (ma che ha anche fatto incetta di altri premi e di nomination), che da tempo desideravo vedere. Il fatto che si possa desiderare di vedere film tematicamente incentrati sull’Olocausto, nonostante ne siano stati girati davvero innumerevoli nel corso dei decenni, dimostra come quella ferita tremenda è tutt’altro che chiusa, e anzi proprio oggi, alla luce dei recenti sviluppi nella politica internazionale, ricordare sia necessario e imprescindibile.

La Zona d’Interesse racconta l’orrore incommensurabile dei campi di concentramento, ma non solo: ci mostra un orrore altrettanto mostruoso, quello degli esseri umani che giungono a considerare altri esseri umani come animali, o peggio, senza nutrire alcun dubbio al riguardo e senza mettere in discussione per un momento l’idea che l’agiatezza in cui vivono sia di fatto conseguenza di quelle atrocità e di quello sterminio.

Auschwitz è proprio al di là del muro, ma i rumori agghiaccianti delle urla e degli spari non impediscono alla famiglia Höss di vivere serenamente: i bambini vanno a scuola e giocano con il cane, il papà legge storie della buonanotte ai figli, la mamma spettegola con le amiche e cura i fiori del giardino. La signora Höss non ha alcuno scrupolo nel chiedere al marito di portarle gli oggetti personali appartenuti a coloro che vengono bruciati nelle fornaci del campo, e non la disturba il fatto che i figli si imbattano nelle ceneri umane sversate nel fiume mentre pescano con il padre.

Non si vede mai nulla al di là del muro, ma ciononostante molte sequenze causano un gran turbamento; io personalmente sono rimasta scioccata dalla scena in cui gli ingegneri discutono sull’efficienza delle fornaci impiegate ad Auschwitz come se stessero parlando di un forno a legna per panificazione.

Nulla si vede ma molto si sente (il film ha vinto anche l’Oscar per il miglior sonoro) e non si può dimenticare. Ciò che colpisce è il contrasto tra l’inferno del campo e l’idillio di casa Höss, per esempio quello tra il grigio del fumo proveniente dalle fornaci e lo splendore dei colori dei fiori del giardino adiacente. Auschwitz non è solo un posto in cui si può vivere, è un posto in cui è desiderabile vivere e crescere dei figli: infatti la signora Höss rifiuta di trasferirsi con il marito quando gli viene assegnato un diverso incarico.

L’incredibile, l’impensabile, viene reso realistico dalla scelta del regista Jonathan Glazer di utilizzare macchine da presa fisse, dislocate nelle stanze, quasi come se fossero nascoste e ci permettessero di sbirciare uno scorcio di vita autentico, oltre che dalla bravura degli interpreti e dalla solidità della sceneggiatura.

La Zona d’Interesse è un film agghiacciante e sconvolgente quanto importante, di cui consiglio la visione a chiunque consideri il cinema, e l’arte in generale, un mezzo potente per consolidare e ampliare quella memoria che oggi più che mai ci è necessaria, per non ripetere gli errori, e per riflettere sulla spiazzante ambiguità della natura umana.

Voto: 4 Muffin

Il Ragazzo e l’Airone

Titolo originale: Kimi-tachi wa dô ikiru ka

Anno: 2023

Regia: Hayao Miyazaki

Dove trovarlo: Raiplay

Il giovane Mahito non si trova a suo agio nella sua vita: la madre è morta, e il padre si è risposato con Natsuko, la giovane cognata, che ora aspetta un bambino. Mahito non riesce ad adattarsi alla nuova situazione famigliare, finchè un giorno Natsuko scompare misteriosamente. Mahito, per riportarla a casa, vivrà incredibili avventure in un mondo incredibile di cui non sospettava l’esistenza.

Ormai lo sappiamo bene: per il regista giapponese Hayao Miyazaki un viaggio in un mondo fantastico non è mai solamente un’avventura: esso racchiude anche una formazione per chi lo compie (sempre bambini o bambine, infatti), che ritornerà poi nel nostro mondo con una maturità e una consapevolezza del tutto diverse.

Non è diverso per il giovane Mahito, che nonostante la sua diffidenza verso la matrigna (che peraltro è la sorella minore della madre, quindi sua zia) non esita a intraprendere un viaggio nell’ignoto per riportarla a casa sana e salva.

Come sempre lo Studio Ghibli di Miyazaki ci incanta con l’inesauribile creatività e fantasia nel dar vita a mondi fantastici abitati da creature magiche e misteriose che molto spesso hanno un’ambiguità di fondo che rende impossibile, inizialmente, distinguere gli amici dai nemici.

Gli elementi classici della poetica di Miyazaki quindi ci sono tutti, ma non per questo il film risulta banale o scontato; le avventure di Mahito sono sorprendenti e coinvolgenti, e tutti i personaggi magnificamente connotati.

Per me i personaggi più indimenticabili in questo caso non sono quelli immaginifici del mondo della torre, ma sono le anziane domestiche che vivono nella residenza di famiglia: adorabili vecchiette simpaticissime, efficienti e premurose quanto confusionarie e infantili. Non mi potrò mai dimenticare di loro.

Non stupisce affatto il Premio Oscar assegnato a Il Ragazzo e l’Airone nel 2024 come miglior film d’animazione, come già era accaduto per La Città Incantata nel 2003, perchè il film è narrativamente e tecnicamente perfetto.

Consiglio quindi senza remore il film a tutti gli amanti di Miyazaki e dello studio Ghibli (mentre per chi non avesse familiarità con questo tipo di animazione magari consiglierei un altro film, ad esempio Totoro,come primo approccio), adulti e bambini, anche se i più piccoli potrebbero trovare un po’ noiosa la parte iniziale.

Voto: 4 Muffin

Piccole Cose come Queste

Titolo originale: Small Things Like These

Anno: 2024

Regia: Tim Mielants

Interpreti: Cillian Murphy, Emily Watson

Dove trovarlo: Raiplay

Irlanda, 1985. Bill Furlong (Cillian Murphy) è un mercante di carbone, padre di famiglia e uomo di grande altruismo e generosità. Quando si imbatte per puro caso in alcuni strani accadimenti all’interno del convento del paese, in cui trovano ospitalità anche le ragazze madri, non riesce proprio a far finta di niente, nonostante tutti gli sconsiglino di approfondire i fatti.

Tratto dal romanzo Piccole cose da nulla di Claire Keegan, il film vuole raccontare del dramma delle innumerevoli ragazze madri (“oltre 56.000”, recita la didascalia finale) cui nel secolo scorso, negli istituti religiosi conosciuti come “Magdalene”, sono stati tolti i figli appena nati. Il tema, di grande importanza storica, umana e sociale, viene affrontato dal punto di vista del carbonaio Bill, interpretato egregiamente da Cillian Murphy, che in virtù della sua natura compassionevole rifiuta di girarsi dall’altra parte di fronte ai soprusi e alle ingiustizie, pur sapendo quanto questa sua decisione possa essere dannosa per lui e per la sua famiglia. I conventi infatti, come viene anche detto nel film, sono un importante polo di influenza per la vita economica dei piccoli paesi, e per questo in genere la popolazione preferisce evitare di indagare su ciò che accade all’interno delle loro mura.

Anche se i personaggi sono d’invenzione, la situazione descritta è stata spaventosamente reale per molti decenni: come mai allora lo spettatore non arriva mai a provare davvero emozioni forti durante il film? Le ragioni sono molteplici, e tra queste di certo non vi è la prova attoriale di Cillian Murphy, egregia, nè quella della sua controparte Emily Watson, una glaciale e terrificante Suor Mary la cui presenza in una stanza è sufficiente a far tremare non solo le giovani ospiti del convitto ma anche le sue stesse consorelle.

Invece non ho apprezzato la regia di Tim Mielant, troppo compiaciuta in inquadrature complesse e movimenti di camera innaturali, tanto da far perdere di vista a tratti la storia del film, ed interrompendo quindi ogni flusso emozionale.

Ho trovato pleonastico anche l’inserimento di flashback sull’infanzia di Bill, molto confusi dal punto di vista narrativo e inutilmente didascalici nel rimarcare come Bill avesse un trauma pregresso per la precoce perdita della madre.

Questo elemento ci rende ancora più ovvia la scelta finale di Bill: lui non ha vissuto davvero alcun tormento interiore, in realtà lo spettatore non ha mai un solo dubbio sul fatto che alla fine Bill non subirà le pressioni e sceglierà di aiutare la giovane in difficoltà, ad ogni costo. E questo costo non ci viene mostrato, mentre io avrei pensato di vedere almeno le reazioni della famiglia di Bill al suo gesto.

Un’altra cosa un po’ bizzarra è il fatto che Bill non si relazioni con alcun maschio per tutto il film, ad eccezione di un bambino cui elargisce l’elemosina: rifugge perfino dal barbiere, ad un certo punto, sembra non avere amici né sodali di alcun genere e nessuna interazione sostanziosa se non con donne o comunque femmine (la moglie, le figlie, le suore, la padrona della locanda). Mi è sembrato un po’ inverosimile e unilaterale, e non mi ha aiutato a sentirmi davvero dentro la storia.

Piccole Cose come Queste non è certo un brutto film, anzi, è di pregevole qualità nell’insieme e impreziosito da ottime interpretazioni, ma vista la drammaticità del tema trattato (ricordiamo anche che è tutto accaduto veramente) mi sarei aspettata un maggior realismo e un maggior coinvolgimento dal punto di vista emotivo.

Voto: 2 Muffin