Men in Black: International

Anno: 2019

Regia: F. Gary Gray

Interpreti: Chris Hemsworth, Tessa Thompson, Liam Neeson, Emma Thompson, Rebecca Ferguson

Dove trovarlo: Netflix

Come tutti, nel 1997 mi sono innamorata del film Men in Black di Barry Sonnenfeld che miscelava perfettamente azione e umorismo dando vita a un mondo molto ben pensato in cui gli alieni non solo esistono, ma vivono in mezzo a noi sulla Terra sotto mentite spoglie; esistono però anche altri alieni meno amichevoli, con i quali, quando la diplomazia fallisce, è necessario imbracciare le armi. Tutti questi complicati rapporti intergalattici vengono gestiti sulla Terra da un’organizzazione segretissima, i Men in Black, che gestiscono le varie specie aliene e proteggono i terrestri. E li proteggono, naturalmente, tenendoli all’oscuro di tutto. Questo bellissimo film non solo ha avuto un grande successo, ma è proprio entrato nell’immaginario collettivo: oggi tutti sanno cosa significa “sparaflashare”, sanno riconoscere gli uomini vestiti di nero con occhiali da sole e sanno che le vere notizie si trovano nei giornaletti scandalistici. Inoltre, a tutti noi è capitato di pensare che se l’insegnante di matematica delle media fosse stato un alieno si sarebbero spiegate moltissime cose, e che se il nostro vicino di casa Luciano si comporta in modo strano probabilmente è perché un alieno ha preso il suo posto e indossato un Luciano-abito. Naturalmente un film che ottiene un tale successo non può che generare dei seguiti. Nel 2002 lo stesso Sonnenfeld dirige di nuovo la grandiosa coppia Will Smith e Tommy Lee Jones in Men in Black 2, che però non ha neanche lontanamente l’acume e lo spirito dell’originale. Il terzo capitolo, diretto ancora da Sonnenfeld nel 2012, devo averlo visto ma non ne conservo alcun ricordo, segno che forse non era così fantastico. Ma questo non impedisce alla Sony di mettere in cantiere uno spin-off, ed ecco come nasce questo quarto capitolo della saga degli uomini in nero, Men In Black: International, che chiarisce come i Men in Black non siano un’organizzazione prettamente statunitense ma abbiano invece sedi e agenti in tutto il mondo.

La nostra storia inizia a New York, dove la piccola Molly si ritrova un piccolo alieno variopinto in camera e lo aiuta a scappare; subito dopo assiste alla cancellazione della memoria dei suoi genitori da parte di due uomini vestiti di nero. Da quel momento l’obiettivo della vita di Molly (Tessa Thompson)  diventa scoprire la verità ed entrare a far parte di quella misteriosa organizzazione, di cui nessuno sa nulla, ma che lei sa esiste davvero. Grazie alla sua determinazione Molly riesce a individuare la sede dei Men in Black e a introdurvisi: colpita dalla sua perseveranza e dal suo entusiasmo, l’agente O (Emma Thompson) decide di darle una possibilità e la manda nella sede di Londra come agente in prova. Qui Molly, ora Agente M, incontra il capo, High T (Liam Neeson) e l’affascinante agente H (Chris Hemsworth), il più abile ma anche il più indisciplinato della sua sezione. Molly convince H a portarla con sé nella sua missione successiva, convinta di poter dimostrare di avere tutte le qualità per diventare un agente a tutti gli effetti. Il compito sembra molto semplice: far divertire Vungus, un giovane alieno di stirpe reale grande amico di H. Ma qualcosa va storto, due alieni sconosciuti e molto potenti li attaccano: mentre H combatte, Vungus, ferito a morte, affida a M un oggetto misterioso e la avverte che c’è una spia nei Men in Black. Ora Molly dovrà capire che sono gli assassini di Vungus e perché lo hanno ucciso, cosa sia l’oggetto misterioso e, soprattutto, di chi si può fidare all’interno dei Men in Black.

Il regista F. Gary Gray, che nasce come autore di videoclip, ha già mostrato di trovarsi a suo agio nei film d’azione spettacolari (The Fate of the Furious) ma anche in quelli più ironici (Be Cool), e infatti non si può certo dire che il film manchi di inseguimenti adrenalinici; il comparto effetti speciali fa un ottimo lavoro a tutti i livelli, dalle creature aliene (alcune non molto originali ma comunque ben fatte) agli effetti bullet time (più che altro si usa il rallentatore per godersi di più la camminata sciolta di Chris Hemsworth, ma non mi lamento).

Purtroppo però la trama e i personaggi non sono altrettanto curati. Per quanto riguarda la storia, onestamente ci sto pensando da un paio di giorni e ancora non ho compreso come mai gli Hive (alieni cattivi) non abbiano distrutto la Terra la prima volta e per quale motivo abbiano deciso di piazzare invece una loro spia. Se avevano bisogno di impadronirsi dell’arma, come mai gli altri alieni invece la volevano per difendersi da loro? Significa che gli Hive erano già adeguatamente armati…E perchè Vungus porta l’arma proprio sulla Terra se sa che c’è una spia, mettendo così l’intero pianeta in pericolo? Insomma, forse io sono lenta di comprendonio, ma in questa scaramuccia intergalattica qualcosa non torna (e si capisce da subito chi sia la spia, comunque). Ma tutto questo guazzabuglio spaziale si potrebbe perdonare, se solo i due protagonisti funzionassero, invece sono due personaggi pensati male che quindi interagiscono malamente tra di loro. H sembra, a detta di tutti, essere cambiato dopo la battaglia contro gli Hive di alcuni anni prima: ma cambiato come? Come era prima? E cambiato perché? Tutto questo, anche alla luce di ciò che si scopre su quello scontro, non ha senso. Molly invece ha dedicato la sua vita a studiare lo spazio e le forme di vita aliene, tanto da possedere strumentazione sofisticatissima per individuare gli extraterrestri in arrivo sul pianeta. Eppure, quando entra finalmente nei Men in Black, cosa fa? Mente ad H, fingendo di sapere cose che non sa, per poter andare in missione con lui. Perché? Non mi sembra che attaccarsi alla gamba dell’agente più fico sia un modo dignitoso di fare carriera e dimostrare il proprio valore… Forse si poteva inventare un diverso stratagemma per portarli a cooperare. Poi si capisce che tra i due nasce un sentimento, e anche questo appare forzato. Certo parliamo di due attori, Chris Hemsworth e Tessa Thompson, simpatici e attraenti, che come già si era visto in Thor: Ragnarok insieme funzionano piuttosto bene, ma questo non basta a reggere un intero film che traballa per sceneggiatura, dialoghi e personaggi secondari. Ne escono naturalmente a testa alta Liam Neeson e soprattutto la meravigliosa Emma Thompson, sagace e stilosa al punto giusto. Alla fine del film, però, quello che resta è un gran desiderio di rivedere il primo, inossidabile Men in Black e sparaflasharsi per dimenticare tutti i seguiti (peccato per Chris Hemsworth senza camicia però).

Voto: 3 Muffin (di cui uno è per Chris Hemsworth in pantaloni rosa)

Aladdin

Anno: 2019

Regia: Guy Ritchie

Interpreti: Mena Massoud, Naomi Scott, Marwan Kenzari, Navid Negahban, Will Smith, Billy Magnussen

Dove trovarlo: Disney Plus

Lo spietato Jafar (Marwan Kenzari), il Gran Visir del sultano (Navid Negahban), trama per conquistare il trono di Agrabah. Per riuscirci deve impossessarsi della lampada magica, che però solo il “diamante allo stato grezzo”, un uomo dall’animo puro, può toccare. Così convince il ladruncolo di strada Aladdin (Men Massoud) a recuperarla per lui, cercando poi di uccidere il ragazzo, che però si salva e si tiene anche la lampada, da cui esce un Genio magico blu (Will Smith) che si mette al suo servizio: esaudirà per lui tre desideri. Aladdin non ha dubbi su cosa chiedere: il genio può aiutarlo a conquistare il cuore della bella principessa Jasmine (Naomi Scott).

Ormai siamo tutti rassegnati: i remake in live-action dei grandi classici Disney non si fermeranno. Anche se fino ad ora nessuno di questi mi ha incantata, mi sono avvicinata a Aladdin con una certa curiosità, soprattutto per vedere come se la sarebbe cavata Will Smith nei panni blu del Genio, che nel cartone animato del 1992 era stato magistralmente doppiato da Robin Williams (in italia la sua voce era del bravissimo Gigi Proietti). Per quanto mi riguarda Will Smith ha fatto un ottimo lavoro in questo film, anche se la CGI non permette tutta la pazza libertà che davano invece carta e matita, quindi il Genio è risultato un pochino più ingessato di come me lo aspettavo, scevro anche delle citazioni anacronistiche di cui il cartoon invece era pieno. Lo stesso vale per tutti i personaggi non umani del film: la scimmietta Abu, il pappagallo Jago, la tigre Raja e il tappeto volante; per quanto la tecnologia della computer grafica sia sempre più sofisticata, questo non li può rendere simpatici come lo erano nel cartone animato. Questo può essere un limite del mezzo scelto, ma altre differenze tra il cartone animato e il film (che ovviamente non possono non esserci, per quanto la Disney possa tentare di ricalcare i suoi cavalli di battaglia alla perfezione) invece derivano da scelte deliberate e molte di queste mi hanno lasciata perplessa. Chiunque abbia frequentato le produzioni Disney più recenti (non solo i lungometraggi ma anche le serie animate come La Dottoressa Peluche, La Principessa Sofia, Jake e l’Isola dei Pirati eccetera) non può non aver notato che ormai i villains stanno scomparendo dall’universo Disney (tranne quelli storici che sono un must del reparto merchandising), rimpiazzati da antagonisti che non sono davvero cattivi cattivi, tuttalpiù sono un po’ egoisti e dispettosi, ma alla resa dei conti sono simpatici e pronti a redimersi. I motivi di questa linea d’azione derivano secondo me dal desiderio di essere politically correct e di insegnare ai bambini (e non solo a loro) la tolleranza e il perdono. Questa è una tendenza generale cui i live-action aderiscono pienamente e non voglio dire che sia ideologicamente sbagliata, ma non la trovo drammaturgicamente valida. Alfred Hitchcock diceva che serve un cattivo terrificante per fare un bel film, e credo che lui ne sapesse qualcosa: come può un film, d’animazione o meno, essere emozionante e coinvolgente se i protagonisti non sembrano mai essere davvero in serio pericolo e se i cattivi non sono poi così tanto malvagi ma hanno solo avuto una brutta giornata? Il capo delle guardie di Agrabah, per esempio, che nel cartone era grande, grosso e cattivo, qui invece, alla fine, si redime e si schiera anche lui contro Jafar, in virtù di un passato di fedeltà e dedizione al sultano di cui non si era mai parlato prima. Lo stesso Jafar non è nemmeno lontanamente spaventoso come quello del cartone, e ci viene anche raccontato come da giovane lui stesso fosse un ladruncolo da strada proprio come Aladdin. Questo permette di inserire un paio di scene di “borseggio” divertenti, ma in definitiva non è che un voler fornire una giustificazione alla sua cattiveria, oltre che il più squallido dei “io e te in fondo siamo uguali!” detto dal cattivo al buono prima dello scontro finale. Viene poi da chiedersi come sia stato possibile per un borseggiatore di strada diventare il primo consigliere del sultano… Vengono poi eliminate molte scene che potevano forse creare troppa ansia: Jasmine non viene intrappolata in una clessidra gigante ma semplicemente viene detto alle guardie di portarla via, cosicché possa facilmente liberarsi e cantare la nuova canzone aggiunta apposta per lei, che la trasforma (nelle intenzioni di Guy Ritchie) da donna oggetto del desiderio a donna d’azione (paradossalmente Jasmine mostrava molta più intraprendenza nel cartone animato); Aladdin non viene messo in prigione e condannato a morte, il che rende il suo ritorno nei panni del principe Alì molto meno d’impatto. Ma quello che secondo me è il cambiamento meno riuscito è il fatto che Jasmine non desideri sposarsi perché ritiene che la carica di sultano spetti a lei stessa: nonostante il suo desiderio di aiutare il suo popolo sia encomiabile, non riesco a convincermi che affidare il trono ad una ragazza che non ha mai lasciato il suo palazzo e che ha mostrato di non sapere che il pane, al mercato, bisogna pagarlo, non mi sembra essere una gran buona idea. Ma, come anche Frozen ci insegna, ormai i personaggi maschili della Disney non possono che aspirare al ruolo di “principe consorte” e nulla più. E a proposito di principi, peccato che non sia stata assegnata una canzone anche al principe pretendente Anders, perché in Into the Woods Billy Magnussen ha mostrato un gran talento canoro e una grande ironia che avrebbero fatto comodo anche a questo film. Nel complesso poi il film si lascia vedere e il tempo passa in fretta, gli attori se la cavano bene anche col canto e le canzoni sono nel giusto numero e non troppo diverse da quelle originali che tanto amiamo (ovviamente il principe Alì non possiede più “schiave che non sono mai stanche”) e l’effetto nostalgia funziona. Funziona così bene che fa venire moltissima voglia di rivedere il cartone del ‘92 oppure qualche film molto meglio riuscito di Guy Ritchie, come ad esempio i due Sherlock Holmes con Robert Downey Jr. oppure Snatch.

Voto: 2 Muffin