La Grazia

Anno: 2025

Regia: Paolo Sorrentino

Interpreti: Toni Servillo, Anna Ferzetti

Lo stimato presidente della Repubblica Italiana Mariano De Santis (Toni Servillo) è giunto agli ultimi mesi del suo mandato settennale e si interroga sull’opportunità di firmare due richieste di grazie e una contorversa legge sull’eutanasia.

Ma quand’è che Paolo Sorrentino ha iniziato a sentirsi David Lynch? Come mai ha deciso di inserire in questo film elementi surreali? Perché ha pensato che il talento (innegabile) di Toni Servillo potesse provvedere da solo a tenere in piedi un film privo di trama, con dialoghi troppo funzionali per essere credibili e un tentativo di analisi psicologica e sociologica del nostro Paese decisamente non riuscito?

Che fine ha fatto il regista di un film splendido come Le Conseguenze dell’Amore (lì sì che il personaggio di Toni Servillo era interessante e ben costruito)?

Come mai questo film ha ricevuto addirittura la Coppa Volpi?

Ma soprattutto, perché il nostro Ministero della Cultura ha concesso fondi per la realizzazione di La Grazia?

Domande per le quali non ho trovato risposta.

Non sono rimasta delusa dal contenuto del film, non sono le scelte (che non rivelo) compiute dal Presidente della Repubblica Italiana riguardo la concessione della grazia o la legge sull’eutanasia a lasciarmi perplessa, quanto l’essenza stessa del film, che non mi è affatto chiara.

Qualcuno rideva, al cinema, durante la proiezione, anche se non c’era niente di divertente; ma molte battute erano talmente poco credibili da sembrare comiche.

Nel modo più didascalico possibile il regista ci comunica che l’unica speranza di salvezza personale, ma anche del Paese, risiede nel lasciarsi guidare dalle nuove generazioni.

Certo, se non fosse che le “nuove generazioni” sono rappresentate da attori e personaggi già ben oltre la maturità (Anna Ferzetti) e vengono descritte  come fruitori di musica scema (cameo perfino di Guè Pequeno, giusto per non lasciare dubbi) ma allo stesso tempo portatori sani di saggezza intrinseca che si posa su di loro per “grazia”, assolvendo le generazioni precedenti dalla responsabilità di educare, essere un esempio, evolvere.

Il cinema di oggi commette spesso questo errore, secondo me: trasmette il messaggio che i problemi sia sufficiente esporli perché si risolvano da soli. Ma non è, ovviamente, così.

Un intero film, girato perlopiù nel buio, in cui attori italiani mediocri biascicano frasi incomprensibili di dialoghi impossibili nella vita reale e stiracchiato nella durata oltre la soglia della sopportazione (la scena della telefonata dalla cabina armadio è davvero insopportabile) e con imbarazzanti tentativi di creare scene surreali e oniriche (il cane robot? davvero?): questo è stato, per me, La Grazia.

“Di chi sono i nostri giorni?”

Se non bastasse la psicosociologia spicciola, mettiamoci anche la retorica.

“Di chi sono i nostri giorni?”

Di chi è il mio tempo? O meglio: chi mi restituirà queste due ore della mia vita?

Vado a chiederlo a un corazziere: loro sanno fare tutto.

Voto: 1 Muffin ipocalorico

2 pensieri riguardo “La Grazia

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