Scontri Stellari – Oltre la Terza Dimensione (recensione in versi)

Dal titolo ci si aspetterebbe, appunto, una guerra stellare,

Mentre invece iniziamo dentro un albero di Natale:

Lucette colorate ovunque senza motivo

E una navetta che col cartone anche io la costruivo.

La scena che vedo non è proprio bellissima, 

Anzi mi ricorda un po’ Paperissima:

Marco Columbro e Lorella Cuccarini

Avevano effetti speciali certamente più carini.

La musica è di John Barry, lo stesso di 007:

Almeno lui la buona volontà ce la mette.

Entra poi in scena Caroline Munro, la protagonista, 

niente da dire, una gran bella vista!

La bella Caroline Munro/ Stella Stella

Si chiama Stella Star, per gli amici italiani Stella Stella

Piratessa galattica, della galassia la più bella.

Al suo fianco il fedele Akton dai poteri strabilianti:

Dalle mani fa uscire le stelle filanti!

Che era una carnevalata si era già capito,

Non serviva mettere nella piaga il dito!

Akton, idolo delle feste di compleanno dei bambini

Sull’astronave c’è un’intelligenza artificiale

anzi, è proprio un grumo di materia celebrale!

I nostri eroi filibustieri vengono trovati

E dagli scagnozzi dell’Imperatore catturati:

Il robot “L”, che è C3PO ma il modello nero,

Non ha nemmeno un nome intero

Ma d’altra parte il regista non ci poteva pensare,

Aveva già il suo nuovo nome da inventare!

Il robot è quello in mezzo

Da “Luigi Cozzi” a “Lewis Coates” il passo è breve,

Per aver successo globalizzarsi si deve.

L’altro imperiale è Thor, non quello, ahimè,

Più che a un vikingo somiglia a Shrek

così , tutto dipinto di verde…

Non stringetegli la mano perché il colore perde!

La nostra Stella, portata via in tutta fretta

Non ha nemmeno tempo di indossare una camicetta;

Per svolgere i lavori forzati

Gli abiti sadomaso non son certo i più adeguati,

Ma Stella Stellina sobilla una ribellione

E in due e due quattro è fuggita di prigione

Ma è ancora lontana la libertà:

I suoi servizi sono richiesti da Sua Maestà.

Christopher Plummer è l’imperatore

(da ammirare per la sua mancanza di pudore),

Christopher Plummer è solo l’Imperatore dell’Universo

Vuole che Stella e Akton vadano subitissimo

A scovare il nascondiglio del Conte cattivissimo:

“Sarete accompagnati da Shrek e C3PO,

Io qui col mio ologramma vi aspetterò!”

L’imperatore si allontana, sembra finita la comunicazione

Ma gli è sovvenuta un’altra questione:

“Dimenticavo, perdonate lo sbaglio,

Se non vi secca mi riportate mio figlio?

Il mio unico discendente, l’erede al trono

Dell’universo e tutte le stelle che ci sono?”

Partono i nostri verso il Pianeta Proibito

Per sventare il diabolico piano dal Conte ordito.

Sulla strada giungono ad un pianeta di sole donne popolato

Rapiscono Stella e vogliono ogni uomo sterminato:

Un pianeta di sole ragazze in bikini?

Così iniziano molti film birichini

Vogliono torturare Stella con una macchina che distrugge la mente

ma non val la pena: sotto i capelli non c’è un bel niente!

Stella si salva anche questa volta

Ma stiamo per assistere ad una sorprendente svolta:

Thor/Shrek è un traditore in realtà

Stella e il robot surgelati nel ghiaccio abbandonerà,

Ma Akton è svelto e anche molto furbo

E ha tolto il fusibile per inserire il turbo

Recupera dal freezer il robot e Stella

E la scongela come i Quattro Salti in Padella.

Vi risparmio alcuni robot, scontri e lotte

Se no andiamo avanti fino a mezzanotte.

Tocca ora al pianeta dei cavernicoli

Ripresi dal basso così sembran più ridicoli

Ma un eroe misterioso con maschera da pesce

Spara laser dagli occhi e a salvare tutti riesce

Tutti i trogloditi son squagliati come burro,

Sorpresa: sotto la maschera c’è il Principe Azzurro!

David Hasselhoff senza salvagente né auto sarcastica

È ancora vivo, che notizia fantastica!

Per raggiungere il covo del Conte malfattore

Per fortuna c’è un comodo ascensore.

Akton si sacrifica per il bene e la gloria

E siamo quasi alla fine della storia.

Scontro finale, botte da orbi dappertutto

I nostri tentano il tutto per tutto:

Poiché nessuna munizione sembra funzionare

L’intera astronave gli devono lanciare

E finalmente il Conte capitola

Mettendo fine a questa farsa ridicola.

Tutti son felici e soddisfatti

Gli spettatori grosse risate si son fatti.

E se vi state domandando quale sia questa “terza dimensione

Guardate la scollatura di Caroline Munro e capirete l’allusione…

Queste recensione in versi è il premio per Bobby, il vincitore del gioco Indovina l’Attore!

Ancora complimenti Bobby, spero che il premio sia di tuo gradimento!

P.S. L’articolo era già pronto quando è arrivata la triste notizia della scomparsa di Christopher Plummer. Su Cinemuffin Christopher era comparso fino ad ora solamente in Cena con Delitto, in cui interpretava la vittima del misterioso omicidio. Credo che questo film sia un modo molto migliore di ricordarlo, nel ruolo di Imperatore dell’Universo, che alla fine del film guarda dritto in camera e dice: “Ora ci attende un periodo di pace e serenità”. E’ quello che tutti noi ti auguriamo Christopher.

James May – Our Man in Japan

You May like to see a real Samurai

Chi come me ha adorato l’ironia 100% british del trio Jeremy Clarkson-Richard Hammond-James May nei programmi di automobili (che di automobili parlano fino a un certo punto) Top Gear e The Grand Tour non può perdere questo nuovo show targato (per restare in tema) Amazon Prime intitolato James May – Our Man in Japan. In questi esilaranti sei episodi il nostro “Capitan Lento” preferito esplora il Giappone come solo un autentico gentiluomo inglese potrebbe fare: senza capirci un granché e senza alcun barlume di capacità di adattamento. Questo però non impedisce allo show di essere molto divertente, a patto che non si desideri imparare davvero qualcosa di inedito e profondo sulla cultura giapponese. Se invece vi piace vedere occidentali imbarazzati guidare robot giganti e altri veicoli inusuali, indossare costumi tipici e tentare con risultati deprecabili di creare haiku perfetti, allora questo programma fa per voi. Se avete amato vedere Sean Connery camminare curvo e truccato per sembrare un autentico giapponese (senza riuscirci nemmeno alla lontana) in You Only Live Twice allora vi piacerà anche vedere il nostro candido-chiomato James May esibirsi al karaoke, guidare una slitta trainata da cani o prendere il tè con una geisha (nascondendo prontamente gli scones portati da casa). Solo per inguaribili anglofili.

“Unrelated to Nintendo”

Ho Sognato Jessica Fletcher

La notte scorsa ho sognato Angela Lansbury, o meglio Jessica Fletcher, il suo personaggio protagonista della serie tv La Signora in Giallo (in originale Murder She Wrote) per ben 12 stagioni, dal 1984 al 1996. Per chi non conoscesse il telefilm di cui parlo, la signora Fletcher abita nella cittadina americana di Cabot Cove nel Maine; un tempo insegnante di inglese, dopo la morte del marito Frank ha iniziato a scrivere libri gialli, inizialmente per diletto, fino a diventare l’autrice di gialli più famosa del mondo. Oltre a scrivere libri, però, la signora Jessica Beatrice Fletcher ha un altro hobby: scovare gli assassini. In ogni puntata Jessica si troverà a dover risolvere un delitto utilizzando solamente il suo acume, aiutando (o talvolta scontrandosi con) le autorità locali. Mi sono appassionata a La Signora in Giallo quando ero così piccola che pensavo che i cadaveri del telefilm fossero reali e che per ogni puntata venissero ammazzare davvero una o due persone (il record di maggior numero di cadaveri va alla puntata Snow White, Blood Red/Per il Morto seguire la Freccia della quinta stagione, con ben tre morti e un ferito). Non avevo ancora imparato a scrivere nella direzione corretta (di piccola scrivevo da destra verso sinistra) che avevo già stabilito di diventare una scrittrice come Jessica. Ancora oggi, cascasse il mondo, se in tv, su un qualunque canale, danno la Signora in Giallo, io me lo guardo, e anche se mi basta vedere il titolo per ricordare istantaneamente chi sia il colpevole, la visione riserva sempre delle sorprese. A volte colgo un riferimento che alle visioni precedenti mi era sfuggito (come quando Jessica viene invitata a teatro a vedere l’ultimo successo di Steven Sondheim, e io ora so che Angela Lansbury è stata Mrs. Lovett nell’opera teatrale di Sondheim Sweeney Todd); altre volte riconosco un attore famoso che in precedenza non avevo riconosciuto (l’elenco di guest stars è pressoché infinito, da George Clooney a James Coburn, da Brad Dourif a Neil Patrick Harris, da Vera Miles a Leslie Nielsen). In Italia, dove La Signora in Giallo continua ad andare in onda da lunedì a venerdì su Rete4 alle ore 13.00, per motivi funzionali alle programmazioni televisive hanno apportato dei tagli alle puntate per diminuirne la durata, ma io le avevo già viste così tante volte che sono spesso in grado di ricostruire a memoria le scene eliminate (che a volte contengono indizi importanti per trovare l’assassino, aggiungo). Qualche anno fa ho scoperto dell’esistenza di una puntata cross-over tra Murder She Wrote e Magnum P.I., in cui Angela Lansbury recitava al fianco di Tom Selleck, che era stata tradotta e trasmessa in Italia solamente a metà, così ho recuperato la parte mancante in lingua originale. A questo punto pensavo che la serie non avesse in serbo altre sorprese per me, ma mi sbagliavo: qualche giorno fa mi sono imbattuta in una puntata che non avevo mai visto prima! All’inizio ho pensato ad un brutto scherzo della memoria, ma quando ho sentito che Jessica Fletcher aveva una voce diversa dal solito e ho visto l’attore William Windom vestire i panni non del Dottor Seth Hazlitt ma di un avvocato, sono corsa ad indagare. Ho scoperto che quell’episodio, intitolato Doppio Funerale (in originale Funeral at Fifty-Mile) non era mai stato trasmesso in Italia prima del 2016. A quell’epoca la storica doppiatrice di Jessica Fletcher Alina Moradei ci aveva già lasciato, ed ecco spiegato come mai la voce era diversa (era quella di Vittoria Febbi). Per la prima volta, dopo circa trent’anni, avevo l’occasione di risolvere di nuovo un mistero insieme a Jessica! Eppure, nonostante tutta la mia esperienza pregressa, non mi riuscì di indovinare il colpevole. Ma un motivo c’era: contrariamente a quanto accade in tutte le altre puntate (attenzione: segue spoiler!) gli assassini erano quattro! Ed ecco anche spiegato il motivo per cui questa puntata è rimasta nel cassetto così a lungo: era davvero molto diversa dalle altre. Quattro assassini e una gran dose di violenza: la vittima infatti era stata prima quasi linciata, poi impiccata e, una volta morta, impiccata! Mai visto un simile accanimento! E come se non bastasse, la nostra Jessica sembra quasi quasi voler lasciar correre e non denunciare nemmeno i colpevoli… Insomma, non proprio la solita integerrima e raffinata Jessica Fletcher che tanto amiamo. Meglio dimenticare questo tristo episodio e cercare nuove emozioni altrove. Per fortuna Amazon Prime offre due succulenti titoli con Angela Lansbury: La Signora Scompare, di cui ho già parlato qui, e Il Giullare del Re, con Glynis Jones (la mamma di Jane e Michael in Mary Poppins) e Basil Rathbone, in cui la giovanissima Angela interpreta una principessa piena d’iniziativa e assetata d’amore.

Una giovane Angela Lansbury nel film Il Giullare del Re

Ho visto questi film di recente, e forse per questo, oltre che per la mia passione ancestrale, mi sono ritrovata a sognare Jessica Fletcher. Nel sogno ero in macchina con Papà Verdurin quando vedevo Jessica sul marciapiede e gliela indicavo. Lui subito inchiodava e io potevo raggiungerla e seguirla dentro la libreria in cui doveva fare una presentazione. Qui, gentilissima, mi concedeva un autografo e anche il permesso di farle una domanda. Avevo intenzione di chiederle consiglio per il libro giallo che ho scritto (l’ho scritto davvero) ma ero così emozionata che iniziavo a balbettare e non mi uscivano le parole. Lei mi guardava sorridendo ma così facendo mi metteva ancor più in agitazione. A questo punto è suonata la sveglia, e anche se non saprò mai cosa ne pensa Jessica Fletcher del mio investigatore fantasma mi sono comunque svegliata di buon umore, perché quella tra me e Angela è una “storia vecchia come il tempo”

007 – Si Vive Solo Due Volte

Nonostante il fenomeno 007 sia ormai inarrestabile e i problemi di soldi dei primi film non siano che un lontano ricordo, per la prima volta sul set di un film di 007 si respira un’aria non del tutto serena: Sean Connery, il cui contratto è in scadenza, ha già annunciato che quello sarà il suo ultimo film nei panni dell’agente segreto britannico; la troupe e il cast sono costantemente assediati da curiosi e giornalisti; il pubblico, ormai assuefatto alle scene spettacolari dei film di James Bond, si aspetta sempre di più, e le sequenze d’azione diventano sempre più ardite e pericolose…

Il quinto film della saga di 007, Si Vive Solo Due Volte, si basa sul romanzo scritto da Ian Fleming ma se ne discosta molto a partire dalla trama, che nel libro era strettamente collegata a quella della precedente avventura di Bond, Al Servizio Segreto di Sua Maestà, che però come abbiamo visto non era ancora stato portato sugli schermi a causa di diatribe legali legate ai diritti. L’unica cosa certa è che 007 si dovrà scontrare ancora una volta con l’organizzazione criminale internazionale Spectre e con il suo Numero Uno, Ernst Stavro Blofeld (di cui fino ad ora il pubblico ha potuto vedere solamente le mani) e che il teatro di questo scontro epocale sarà il Giappone. Proprio come Fleming, che vi si era recato per cercare ispirazione per il suo romanzo, durante la fase di pre-produzione i produttori, Harry Saltzman e Albert Broccoli, partono per il Giappone insieme allo scenografo Ken Adam e al nuovo regista, l’inglese Lewis Gilbert (regista di molti film di guerra e dalla commedia di successo Alfie con Michael Caine), alla ricerca di location adatte per il film. A Cubby Broccoli è stata assegnata la suite numero 1007, che sembra di buon auspicio… Invece il castello medievale in cui Blofeld dovrebbe risiedere, circondato da un giardino popolato di animali feroci e piante esotiche velenose, sembra impossibile da trovare. Produttori, scenografo e regista noleggiano due elicotteri e iniziano a setacciare il Giappone, ricoprendone due terzi volando sette ore al giorno con scarso entusiasmo da parte di Gilbert, che non ama volare ed è impaurito dal fatto che il pilota sia piuttosto anziano e abbia le mani tremanti; nel tentativo di allentare la tensione il pilota si volta verso il regista ed esclama: “Io kamikaze!” A dispetto di tutto, il “kamikaze si rivelerà un ottimo pilota. Dopo tre settimane di ricerche in elicottero i nostri stanno per darsi per vinti, finché non si trovano a sorvolare la zona vulcanica a nord di Kyushu. Qui Ken Adam rimane affascinato da un vulcano, il monte Shinmoe, nel cui cratere si è formato un lago e azzarda un’ipotesi: “E se il cattivo anziché in un castello avesse il suo covo segreto dentro un vulcano?”. L’idea piace moltissimo e Adam inizia subito a realizzare schizzi e bozzetti del set del vulcano, che dovrà essere realizzato negli studi Pinewood di Londra. “Quanto costerà?” chiedono i produttori. Lo scenografo, che non ne ha idea, decide di sparare una cifra folle: “Un milione di dollari”. “Ok” risponde Broccoli “se puoi farlo per un milione va bene”. “Sapevo” ammette Adam “che se il set del vulcano non avesse funzionato non avrei mai più lavorato nel cinema”. No pressure here.

Ken Adam sul set in costruzione

È ormai chiaro che la trama del romanzo dovrà essere modificata consistentemente prima di essere adattata per il film e il compito di sceneggiare Si Vive Solo Due Volte viene inaspettatamente assegnato a uno scrittore di libri per bambini che non ha alcuna esperienza di sceneggiatura ma era stato grande amico di Ian Fleming: Roald Dahl, che qualche anno prima ha pubblicato La Fabbrica di Cioccolato. A dimostrazione del fatto che i fan di Bond altro non sono che eterni bambini…

Una importante innovazione rispetto al romanzo è quella di introdurre nel film una tematica attualissima come la corsa allo spazio, che si stava svolgendo proprio in quegli anni tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Lo spettatore più attento potrebbe però accorgersi di come, verso la fine del film, siano stati invertiti i filmati dei lanci del razzo americano e di quello sovietico. 

Mentre passeggiano per Tokyo, Saltzman, Broccoli e Gilbert si imbattono in Peter Hunt, il montatore dei precedenti film di Bond, che si trova lì in vacanza. Hunt è contrariato per la scelta di Gilbert come regista: “Mi avevate detto che il prossimo film lo potevo dirigere io!” si lamenta coi produttori. “Facciamo così, dirigi la seconda unità per Si Vive Solo Due Volte e il prossimo lo dirigi tutto tu!” Hunt accetta ma pretende che questa volta l’accordo sia messo per iscritto. Fidarsi è bene… Il giorno in cui i produttori avrebbero dovuto lasciare il Giappone vengono invece chiamati per visionare un filmato di un vero addestramento ninja e decidono di rimandare la partenza. L’aereo su cui sarebbero dovuti salire si schianta e tutti i passeggeri e l’equipaggio perdono la vita. Si adatta perfettamente alla situazione l’haiku che Ian Fleming, che si era appena ripreso da un grave infarto, aveva scelto di usare come incipit del romanzo Si Vive Solo Due Volte:

Si vive solo due volte:

Una volta quando nasci

E una volta quando guardi la morte negli occhi.  

Bashō,

Poeta giapponese,

1643-94

Le riprese iniziano il 4 luglio 1966 e la prima scena girata è… la morte di 007! Gilbert e Dahl decidono infatti di fare, per la sequenza che precede i titoli di testa, qualcosa di diverso dalla solita scena d’azione, puntando invece su un’atmosfera più misteriosa. 

Se la morte di 007 ha spiazzato gli spettatori, il compito di rassicurarli spetta alla sigla di apertura. John Barry è ancora una volta autore della colonna sonora del film e della canzone You Only Live Twice, il cui testo è scritto da Leslie Bricusse e che viene interpretata da Nancy Sinatra, figlia di Frank e amica di Barry e Bricusse. La cantante ricorda di essere stata così nervosa nello studio di registrazione, in presenza di un’ottantina di musicisti dal vivo, che la prima volta le è uscita dalla bocca una voce stridula “come quella di Minnie”. La versione della canzone che ascoltiamo oggi nel film è stata assemblata poi da Barry con parti prese da venticinque diverse registrazioni.

La cantante Nancy Sinatra

Per le immagini che fanno da sfondo ai titoli di testa ci si affida ancora una volta a Maurice Binder, il creatore dell’ormai celeberrima sequenza di apertura con Bond che cammina poi spara verso lo spettatore (per la quale Binder non finì mai di rammaricarsi per aver accettato il pagamento anziché la commissione) che prosegue la tradizione di utilizzare silhouettes di ragazze. “Se c’è qualcosa da censurare nei film di Bond, sono proprio i titoli di testa!” secondo Roger Moore. La figlia del produttore Harry Saltzman racconta di come, quando Binder faceva i provini per le ragazze dei titoli di testa, dagli uomini Pinewood sparissero improvvisamente tutti gli uomini, richiamati da quell’evento… In questo ambiente prevalentemente maschile, la presenza di un’addetta al montaggio donna come Thelma Connell faceva inevitabilmente scalpore, ma Gilbert non se ne preoccupa e la vuole con sé al pari di altri collaboratori come il direttore della fotografia Freddie Young, tre due volte premio Oscar per tre film di David Lean: Lawrence d’Arabia (1962), Il Dottor Zivago (1965) e La Figlia di Ryan (1970). Gilbert invita sul set il collega Lean, il quale accorre incuriosito con l’intenzione di fermarsi un’oretta, ma finisce poi per rimanere l’intera giornata di riprese, incantato, come tutti, dal fascino di una produzione così monumentale (Si Vive Solo Due Volte in quel momento è la più grande produzione del cinema inglese). Nonostante la sua imponenza (ben cinque unità di ripresa dislocate in vari paesi del mondo) però il nuovo regista non si sente intimorito, anzi, dichiara che dirigere un film di 007 è molto facile perché il lavoro in realtà è già tutto pronto: per le scene d’azione il cast tecnico si occupa quasi di tutto, la parte più difficile per il regista è girare i dialoghi; secondo Gilbert il pubblico di 007 non è interessato all’infanzia del personaggio o ai suoi problemi psicologici: quello che interessa al pubblico è l’azione condita di ironia.

Immagini dei titoli di testa creati da Maurice Binder

La finta morte di James Bond viene girata a Pinewood, il funerale sulla HMS Tenby al largo di Gibilterra e il recupero del “cadavere” invece alle Bahamas, utilizzando un modellino di sottomarino. La difficoltà sta nel trovare il giusto peso per il corpo del “defunto” Bond in modo che il fagotto non galleggi ma non sia nemmeno troppo difficile da sollevare e infilare nel sottomarino. Una volta a bordo del sottomarino il redivivo 007 incontra per la prima volta Miss Moneypenny (Lois Maxwell) e il capo M (Bernard Lee) in un ufficio esterno temporaneo. La segretaria, anche se indossa una regolamentare divisa della Marina Britannica, ha i capelli decisamente troppo lunghi per il regolamento di bordo, che consentirebbero di portarli al massimo fino a dieci centimetri sopra le spalline. Ma il nostro James non sembra preoccuparsene…

Lois Maxwell interpreta ancora Miss Moneypenny

Per poter girare in Giappone è necessario utilizzare attori giapponesi. Gilbert sceglie per il ruolo di “Tigre” Tanaka, collega di Bond, l’attore Tetsuro Tamba con cui ha già collaborato in La Settima Alba e che, oltre ad essere un esperto karateka, parla molto bene l’inglese, e fungerà da collegamento con gli attori e i tecnici del luogo. Nessuna ragazza giapponese invece conosce l‘inglese, perciò Gilbert ne selezione due e decide di portarle in Inghilterra per un corso di lingua intensivo; Akiko Wakabayashi impara in fretta, mentre la collega Mie Hama continua ad avere problemi con la lingua: Gilbert non ha altra scelta che dire a Tamba di chiederle di tornare a casa. L’attore esegue, ma la ragazza risponde che in questo caso si getterà dalla finestra dell’hotel. Gilbert non può fare altro che rivedere la sua scelta e tenere Mie nel cast, scambiandole però il ruolo con Akiko visto che Aki ha molte più battute della futura signora Bond Kissy

Mie Hama, Sean Connery e Akiko Wakabayashi

Il regista Lewis Gilbert, oltre a non amare gli elicotteri (come abbiamo visto) o la barche, non riesce ad abituarsi all’abitudine giapponese di togliersi le scarpe per entrare negli ambienti, che vale anche per i teatri di posa nonostante questi non abbiano pavimento: gli attori giapponesi infatti recitano stando seduti a terra, come si fa normalmente nelle case, e dunque è necessario posizionare le macchine da presa ad un livello più basso del terreno, vale a dire in un buco per terra, in modo da riprendere i volti alla giusta altezza. Per aiutare il regista in difficoltà, i produttori assumono prontamente un locale nel ruolo di “ragazzo delle scarpe” per dire al regista quando è il momento giusto di togliere o di rimettere le scarpe.

Il “ragazzo delle scarpe” suggerisce certamente di toglierle, insieme a tutto il resto, quando Lewis e Sean Connery si recano ad un bagno termale locale, in cui si ritrovano al centro di tutte le attenzioni: le donne, abituate agli uomini glabri, vorrebbero toccare i loro corpi villosi, mentre gli uomini li fulminano con sguardi gelosi. 

Molti dei personaggi che vediamo nel film non erano presenti nel libro: l’agente Spectre Mr. Osato, la spia Aki e la bella e letale Helga, per il cui ruolo si cerca inizialmente un’attrice alta e bionda mentre la scelta finale cade su Karin Dor, che deve quindi tingere i capelli scuri e portare tacchi alti per avere un aspetto più “nordico”. Il primo giorno di riprese, Karin si allontana dal set per un momento e vede un’enorme lampada cadere proprio nel punto in cui si trovava un attimo prima. Per fortuna nessun ferito e le riprese non si fermano, anche perché come sempre i tempi sono stretti: la data d’uscita è già stata fissata. Karin non ha mai visto un film di 007 (!) e quando vede dal vivo Sean Connery pensa che non sia poi così affascinante, salvo ricredersi immediatamente nel momento in cui lo vede recitare: anche se ormai il suo parrucchino è fin troppo evidente, Connery mantiene comunque tutto il suo fascino, nonostante sia molto infastidito dall’invadenza dei giornalisti. Un reporter giapponese ha perfino tentato di fotografarlo dalla finestra mentre era in bagno. I produttori, per tenere Sean lontano dai giornalisti, assumono ben sedici guardie del corpo locali. Risultato? Non appena Connery si avvicina ai suoi angeli custodi questi estraggono dalle tasche le macchina fotografiche! E sul set la situazione non migliora: giornalisti e curiosi circondano sempre la zone delle riprese e il regista è costretto a chiedere più volte il silenzio. La polizia istituisce dei posti di blocco che però vengono puntualmente aggirati: sembra impossibile contenere i fan giapponesi, così Gilbert decide di sfruttare la cosa a suo vantaggio: viene organizzato un vero incontro di sumo nello stadio di Tokyo per girare l’incontro tra Bond e Aki, e i tecnici del suono riescono a registrare dal vivo il clamore della folla autentica di ottomila persone, che viene poi usato per il sonoro del film.

L’abitazione dell’agente segreto Henderson, interpretato da Charles Gray, viene progettata da Ken Adam con grande cura per essere una commistione tra lo stile orientale e quello britannico, visto che Dikko Henderson vive da anni in Giappone ma non ha mai rinunciato alle sue abitudini, preferendo ad esempio un comodo letto a due piazze al tradizionale tatami giapponese. La caduta di stile consiste invece nell’offrire a Bond un Vodka-Martini che ha appena mescolato e non agitato! L’errore sfugge agli attori e al regista sul set, ma non ai fan che, dopo le prime proiezioni, scrivono numerosi alla United Arstists per lamentarsi dell’errore imperdonabile. Ma ancora prima che i fan si scatenassero la fine di Henderson era stata stabilita, tanto che le pareti della sua casa sono di carta di riso proprio in funzione della messa in atto del suo omicidio: Henderson viene pugnalato alle spalle proprio attraverso la parete; e pensare che per evitare la morte gli sarebbe bastato un salto a sinistra

“It’s just a jump to the left!”

In Si Vive Solo Due Volte il coordinatore degli stuntmen è ancora una volta Bob Simmons, che fa anche da controfigura a Sean Connery che, in quanto star indiscussa, non deve assolutamente infortunarsi. Nonostante questo Connery e Gilbert, entrambi appassionati di calcio, decidono di organizzare una partita amichevole contro una squadra giapponese, nonostante le rimostranze dei produttori, preoccupati per l’incolumità di 007. Dopo pochi minuti dal fischio d’inizio Sean Connery è già steso a terra dolorante, con una caviglia gonfia: fortunatamente 007 zoppica appena per un paio di giorni. Chi invece non si fa problemi a correre rischi è Simmons, che nel girare la scena dell’inseguimento al porto salta da trenta metri di altezza per atterrare su degli scatoloni. Quando il cascatore esegue il salto però dal pubblico si leva un grido di terrore: nella caduta a Simmons si sono abbassati i pantaloni, mettendo in mostra le sue mutande rosse, che da lontano sembravano macchie di sangue…

Come sempre il nostro eroe James Bond non ha paura di intrattenersi nemmeno con le donne più pericolose come la bella Helga. Non solo non ne ha timore, ma ci scherza sopra: “Cosa farei per l’Inghilterra!” dice mentre la spoglia. Una battuta che sarebbe dovuta essere nel film precedente, Thunderball (in riferimento ad un’altra bellezza pericolosa, Fiona Volpe) ma che fu tagliata e quindi riciclata per questa occasione.

Sean Connery e Karin Dor

Per la scena dell’aereo che precipita, il tecnico del suono Norman Wanstall (Oscar per gli effetti sonori di Goldfinger) si rivolge ai produttori: “Mi serve un pilota con un aereo che precipita”. La loro risposta? “Per quando ti serve?”. Grazie ad un pilota coraggioso, Wanstall può quindi procedere a registrare da vivo il rumore di un aereo in picchiata… Sono molti gli uomini senza paura che hanno reso possibile la realizzazione del film. Il Colonnello Wallis, ad esempio, inventore di Little Nellie, il mini-elicottero giallo utilizzato da Bond per cercare la base di lancio della Spectre. Quello fornito a 007 da Q (Desmond Llewelyn), di nuovo in trasferta e in tenuta estiva (anche se meno sgargiante di quella indossata nel film precedente) smontabile e trasportabile è un modellino, ma quello che vediamo volare è reale e funzionante, pilotato dallo stesso Colonnello Wallis nella difficile location montuosa e arricchito dal responsabile effetti speciali John Stears di razzi e mitragliatrici realmente funzionanti. In tutto il Colonnello Wallis, che pilota personalmente Little Nellie, farò più di ottantacinque decolli e atterraggi tra le montagne per un totale di circa quarantasei ore di volo: nel film la battaglia aerea dura sette minuti e mezzo…

La Piccola Nellie

Girare la scena della battaglia aerea si rivela molto più difficile e pericoloso del previsto, tanto che uno degli operatori, Johnny Jordan, rimane gravemente ferito in una collisione tra due elicotteri causata dalle correnti d’aria. Per sua fortuna il pilota del suo mezzo altri non è che il pilota kamikaze di Gilbert, che riesce a far atterrare l’elicottero nonostante sia danneggiato. Jordan viene subito trasportato in ospedale e successivamente i produttori gli garantiscono le migliori cure possibili a Londra, ma nonostante questo il piede dovrà essere amputato. Jordan però si rimette in fretta e torna al lavoro già nel film successivo della saga di Bond. La scena della battaglia aerea verrà poi ultimata in fase di post produzione in Spagna, poiché i giapponesi non permettono il lancio di razzi sopra il parco nazionale.

Lois Maxwell, Mie Hama, Sean Connery, Karin Dor e Akiko Wakabayashi sul set di Ken Adam

Mentre la troupe gira in Giappone, a Pinewood fervono i preparativi per allestire il set del  vulcano ideato da Ken Adam, il più grande e complesso mai realizzato, alto centotrentacinque metri (gli operai avevano chiesto e ottenuto un aumento per lavorare a quell’altezza) che una volta completato è visibile da cinque chilometri di distanza e per il quale è stata adoperata una quantità di acciaio superiore a quella impiegata per costruire l’hotel Hilton di Londra. L’esterno è coperto da teli cerati e per le riprese dall’esterno vengono usati dei fondali dipinti attaccati ad una gru alta quasi cinquanta metri, ma per l’interno è tutto un altro discorso: gli elicotteri decollano veramente all’interno del set, la monorotaia è funzionante e Freddie Young deve usare ogni lampada degli studi per illuminarlo. Il buco del cratere è di vetro e la copertura può scorrere realmente grazie ad un verricello. Tuttavia c’è una cosa che non è possibile fare nel set di Adam: far decollare un razzo spaziale. La scena della partenza del razzo della Spectre viene realizzata sollevando il veicolo con una gigantesca gru; il rumore del decollo è dato da quello di un jet mescolato a quello del vapore. Il razzo che si apre per “ingoiare” gli altri razzi è interamente frutto della fantasia di Ken Adam, anche se un modello molto simile viene realizzato decenni dopo e utilizzato per il recupero e il rilascio di piccoli satelliti.

Il set di Ken Adam

Con un covo così grandioso, anche il villain deve esserlo: eppure l’attore scelto per interpretare Blofeld, di cui finalmente si dovrà vedere il volto, non convince per via di quell’aria bonacciona da Babbo Natale. Dopo cinque giorni di riprese il buon Jan Werich viene mandato a casa e rimpiazzato da Donald Pleasance. Pleasance accetta di buon grado la cicatrice che gli viene applicata alla pelle, nonostante la colla gli renda il volto livido. Chi invece non vede la faccenda di buon grado è il gatto bianco, che Blofeld tiene sempre in braccio. Nonostante sia un gatto-attore professionista, il micio si spaventa per un colpo di pistola a salve e si getta all’interno del condotto della monorotaia, dal quale riemergerà solo due giorni dopo, sotto shock: non lavorerà più nel mondo del cinema.

Per James Bond i produttori vogliono solo il meglio: le ragazze più belle, le scenografie più imponenti, i nemici più spietati. Per le molte scene del film in cui vengono utilizzate le arti marziali vediamo all’opera combattenti professionisti che si servono di autentiche armi tradizionali giapponesi. Per la scena del campo di addestramente ninja viene scelta la suggestiva location del Castello dell’Airone Bianco risalente all’inizio del diciassettesimo secolo. Per evitare danni all’edificio storico, che è anche un santuario, gli scenografi realizzano un secondo muro esterno sul quale i combattenti si allenano nel lancio degli shuriken. Il giorno successivo i quotidiani locali titolano “Via 007 dal Giappone!”: i giornalisti e i fotografi presenti sul set non avevano capito che il muro era posticcio e pensavano che gli attori stessero davvero rovinando il monumento storico. Per la scena dell’assalto finale al covo di Blofeld arriva dal Giappone un’intera squadra di esperti di arti marziali, tra cui anche i ninja autentici, che gli occidentali non avevano mai visto in un film: le arti marziali orientali non arriveranno al cinema in occidente che cinque anni più tardi. Bob Simmons avverte i colleghi di stare attenti con i ninja perché sono tipi molto orgogliosi… eppure, quando arriva il momento di calarsi lungo le funi all’interno del set del vulcano costruito da Ken Adam i ninja, spaventati dall’altezza, si rifiutano (ricordo che il vulcano è alto 137 metri): tocca dunque a Simmons e alla sua squadra di un centinaio di stuntmen calarsi a tutta velocità (utilizzano un flessibile per non bruciarsi le mani, ma nonostante questo accorgimento uno di loro si rompe una caviglia). Per la prima volta vengono anche introdotti i trampolini per le acrobazie degli stuntmen, uno dei quali però, a causa dell’inesperienza, batte violentemente la testa, per fortuna senza conseguenze.

Il matrimonio tra Bond e Kissy

Dopo l’addestramento di arti marziali, le fatiche di 007 non sono certo finite: ora James Bond, che ufficialmente è ancora defunto, deve diventare giapponese per nascondersi in mezzo alla popolazione locale. Per prima cosa è necessario coprire il tatuaggio di Sean Connery: Scotland Forever. Il make-up però non è sufficiente: Bond deve sposare una ragazza del luogo. La scelta ricade sulla bella Kissy, insospettabile agente segreto: al matrimonio di 007, filmato al tempio Nakanoshima, presenziano centoventi comparse oltre ad un gran numero di giornalisti. Per reclamizzare l’evento cinematografico la United Artists aveva precedentemente diffuso uno special tv, Welcome to Japan Mr.Bond, in cui Miss Moneypenny e Q (per la prima volta nella stessa scena) elucubrano sull’identità della fortunata Signora Bond). Per 007 non è certo una passeggiata, anzi, è una passeggiata molto difficile in quanto deve camminare curvo per non spiccare troppo sopra i giapponesi che lo circondano. Come se non bastasse, la bella Kissy, devota alla sua missione, gli nega le gioie della prima notte di nozze. Non c’è dunque da stupirsi se il make-up orientale di Bond scompare misteriosamente prima dello scontro finale con Blofeld: i costumi giapponesi proprio non fanno per lui…

Bondo-san

Al termine dello scontro finale servono degli aerei che lancino dei gommoni di salvataggio a 007, Kissy e agli altri sopravvissuti: ci pensa il Generale Russhon, amico di Cubby Broccoli e da sempre angelo custode di Bond, a dare l’ordine necessario. Russhon aveva anche provveduto a procurare, in modo non del tutto ortodosso, armi e attrezzatura militare per il film. 

La scena in cui il sottomarino emerge da sotto il gommone, interrompendo la luna di miele di Bond, si rivela impossibile da girare, perché la corrente generata dall’emersione spinge via il gommone: a Gilbert viene però l’idea di posizionare il gommone sul sommergibile che, anziché emergere, si immerge. A questo punto non resta che invertire la pellicola in fase di montaggio.

Il resto, come si dice, è storia: Si Vive Solo Due Volte, nonostante tutte le difficoltà e gli incidenti dentro e fuori dal set, fu un enorme successo, ma non fu l’ultimo film di 007. Anzi, a dirla tutta non fu nemmeno l’ultimo film di 007 di Sean Connery… ma di questo parleremo la prossima volta, vi aspetto sempre qui su Cinemuffin per Agente 007 – Al Servizio Segreto di Sua Maestà!

Project Power (recensione rap)

“Non si può fare la rivoluzione

Con una recensione!

Tu vuoi battere il sistema

Coi bomboloni alla crema,

Tu che sei nata nella glassa

Finirai per prima nella cassa,

Ti piace tanto giudicare

Ma stai solo a guardare

Distribuisci muffin come caramelle

Pellicole brutte e pellicole belle

Ma non sei abbastanza ribelle

Vuoi fare la guerra

Ma non hai le mani sporche di terra

E una Madame che rappa

Si dà sui piedi la zappa!”

Così mi hanno detto

Che non posso rappare

Ma anche se sono una Madame

Io ci voglio provare

Devo farvi capire

Non mi potete zittire!

Se vi piacciono le cose belle

E ci tenete alla pelle

Allora no, non lo dovete vedere

Quel film chiamato “Il Progetto del Potere”.

Intanto una cosa io mi sono chiesta:

“Ben due registi per una boiata come questa??”

Ma la risposta l’ho trovata

Ed è una gran trovata:

Se uno dei due sbadiglia l’altro mette su il caffè

E se uno si addormenta l’altro dice “Tocca a me”.

Loro non vogliono che ve lo dica

Ma io non ci sto

Faccio questa fatica

E un gran consiglio vi dò:

Se avete Netflix

Meglio vedere le Winx.

Ma se ci tenete allora andiamo a New Orleans

Dove c’è una ragazzina sveglia

Di andare a scuola non ha voglia

La madre malata da curare

Ma non si fanno soldi a rappare

deve comprare la zuppa

ma è un generale senza truppa

Per uscire dal ghetto

Non si compra il biglietto

Spaccia la pillola gialla

Per restare a galla

Senza un po’ di zucchero per mandarla giù

Ma la polizia non ci sta più

C’è qualche cattivone che crea scompiglio

All’ottavo miglio.

Joseph Gordon-Levitt

(Ma levitt proprio!)

Fa il poliziotto buono

Che per darsi un tono

Ogni tanto una pastiglia se la prende

Per avere i superpoteri

Per cinque minuti interi

Ma nel ghetto la giustizia

Finisce dove inizia

Il capo ha le mani legate 

“Riga dritto e basta cavolate!”.

Poliziotto buono 

E papà ancora più buono:

Jamie Foxx ha perso la figlia

La cerca dappertutto

Ma gli sbirri hanno gli occhi col prosciutto

Anche se il cattivo vero è bianco con pizzetto

Jamie lo mettono in prigione diretto.

“Volpe” sarà ma stavolta l’anima non ci ha messo

ma anche lui ha casa e mutuo connesso

ecco perché combatterà ancora l’Uomo Ragno:

sapete quanto costan le piastrelle del bagno?

Ma la ragazzina li mette tutti in riga

“Tutti e tre insieme risolviamo questa sfiga!”

Non dico il finale

Lo spoiler non vale

Dico solo che per nuocere viene questo male

Se voglio i superpoteri

Dovete darmi quelli veri

Mica gente che si impasticca

E poi salta per aria

O prende fuoco

Eh no!

Non mi piace questo gioco!

Per i superpoteri ci vuole un fisico bestiale

E una bella faccia non sarebbe male

In questo film son tutti bravi e buoni

Ma nessuno ha un addominale!

Lasciate stare questo film

Non c’è niente di buono

Fate come me:

Aspettate “Amore & Tuono”.

Mic Drop

Operazione U.N.C.L.E.

Titolo originale: The Man from U.N.C.L.E.

Anno: 2015

Regia: Guy Ritchie

Interpreti: Henry Cavill, Armie Hammer, Alicia Vikander, Hugh Grant

Dove trovarlo: Netflix

Nel politicamente delicatissimo 1963 le intelligence di diversi paesi decidono di collaborare in un’operazione congiunta per smascherare un pericoloso traffico di armi. Napoleon Solo (Henry Cavill) e Illya Kuryakin (Armie Hammer), rispettivamente i migliori agenti della CIA e del KGB, saranno costretti a fare squadra insieme alla bella e imprevedibile Gaby Teller (Alicia Vikander), figlia di uno scienziato misteriosamente scomparso da Berlino Est. Le ricerche iniziano a Roma.

Guy Ritchie, già regista di ottimi film d’azione ricchi di umorismo come Snatch e i due film di Sherlock Holmes con Robert Downey Jr., partecipa anche come sceneggiatore a questo adattamento della famosa serie tv degli anni ‘60 Organizzazione U.N.C.L.E. La serie, che aveva come protagonisti Robert Vaughn e David McCallum, si colloca tra i molti prodotti derivati dalla Bond-mania scoppiata dopo il primo film di 007, Licenza di Uccidere, uscito nel 1962. Il film di Ritchie riprende i personaggi protagonisti della serie, Napoleon Solo (che inizialmente avrebbe dovuto dare anche il nome al telefilm, Solo, ma i produttori dei film di James Bond intentarono una causa in quanto un personaggio di nome Solo era presente anche nel romanzo di Ian Fleming Goldfinger) e Illya Kuryakin e racconta la nascita del loro improbabile sodalizio dal quale, intuiamo, nasceranno molte altre collaborazioni. Henry Cavill (il suo fascino è di certo più valorizzato dai completi eleganti di Solo che dagli occhi gialli di The Witcher) è una scelta perfetta per l’agente affascinante, pragmatico e arguto della CIA; Armie Hammer, anche lui prestante e inaspettatamente dotato di grande umorismo, è un contraltare perfetto e i dialoghi tra i due sono sempre brillanti. Sfuggente e bellissima, Alicia Vikander/Gaby Teller è l’elemento esplosivo e destabilizzante della squadra. Aggiunge lustro al cast la presenza di Hugh Grant, capo del servizio segreto britannico dall’impeccabile humor inglese: sebbene compaia per pochi minuti sullo schermo la sua presenza irradia simpatia. In perfetto stile Bond, Ritchie crea un gran bel film di spie ricco d’azione e colpi di scena ma che non si prende mai troppo sul serio: proprio come per 007, una battuta detta nel tono giusto stempera anche la violenza più cruda (un esempio perfetto è la scena della morte del torturatore di professione, che mi ha fatto ridere di pancia). Scene d’azione incalzanti, bei vestiti, tanto divertimento: cosa volere di più? Un seguito?

Voto: 4 Muffin

Indovina l’attore

Anno nuovo, gioco nuovo: ecco a voi il primo gioco del 2021 di cine-muffin!

Questa volta lo scopo del gioco è indovinare il nome dell’attore a cui si fa riferimento nel seguente brano.

Ho immaginato che questo famoso attore abbia deciso di ritirarsi dal mondo del cinema per aprire un suo ristorante, di cui il testo che segue è la recensione data da un cliente che, come vedrete, è solo parzialmente soddisfatto… La recensione contiene diversi indizi sulla filmografia dell’attore da cui potrete risalire alla sua identità.

Secondo la tradizione, colui o colei che indovinerà il nome dell’attore misterioso avrà diritto ad una recensione in versi di un film a sua scelta!

Pronti a indovinare l’attore? Allora…via!

“Ieri sera sono stato a cena in quel nuovo ristorante, quello di quell’attore famoso. Gli ha dato il suo nome, e d’altra parte non poteva essere diversamente… Lui era presente, girava tra i tavoli (ho notato che zoppicava leggermente) e salutava tutti con grandi sorrisi, ma sospetto che facesse così per non far notare le gravi mancanze nel servizio. Per esempio, io non sono certo un maniaco della perfezione eh, ci mancherebbe… però al mio tavolo avevamo tutti bicchieri diversi! E poi era tutto così buio, glielo ho anche fatto notare che le candele non bastavano a illuminare una sala così grande (non mi piace non vedere cosa ho nel piatto) ma ha detto che la luce gli dà fastidio… stranezze da divi! L’antipasto  proprio non mi è piaciuto, colpa di quel pestifero formaggio francese secondo me, pare che gli piaccia servirsene sempre. Il primo piatto invece era squisito, anche se aveva un bruttissimo aspetto, molle e viscido, sembrava quasi materia grigia… Però devo dire che era davvero delizioso! Ma il piatto forte è stata la bistecca, una vera leccornia! Chissà dove si procura della carne così fresca… Mi è piaciuto così tanto che ho pulito il piatto e poi ho chiesto di poter fare i complimenti allo chef, ma lui mi ha detto che non potevo entrare in cucina perché avrei messo tutto in disordine. Peccato! Siccome era il compleanno di mia moglie abbiamo chiesto una torta e le abbiamo cantato tanti auguri, poi lui, molto cortesemente, è venuto a farle gli auguri di persona. Lei quasi sveniva per l’emozione, mentre a me ha detto che ero stonato… ma insomma chi si crede di essere?? Giudicare così un cliente! Comunque gli abbiamo proposto di sedersi e mangiare una fetta di torta con noi ma ha detto che doveva rifiutare perché ci tiene alla linea. Sembrava molto serio in proposito! Alla fine non è che io sia uscito proprio soddisfatto, inoltre non abbiamo certo pagato poco… ma, siccome a mia moglie è piaciuto tanto, ci torniamo domani!”

Onward – Oltre la magia

Titolo originale: Onward

Anno: 2020

Regia: Dan Scanlon

Interpreti: Tom Holland, Chris Pratt, Octavia Spencer

Dove trovarlo: Disney Plus

Onward è ambientato in un mondo fantasy, popolato quindi da molte diverse razze (elfi, fate, unicorni, centauri…) che convivono in armonia, in cui però la magia è stata da lungo tempo abbandonata a favore della tecnologia. Nella città di New Mushroomtown (la Nuova Città dei Funghi) vivono due giovani fratelli elfi, Barley e Ian, appassionato di giochi di ruolo e di storia della magia il primo, occupato ad affrontare le classiche difficoltà dell’adolescenza il secondo. Il padre è morto quando erano molto piccoli e la madre Laurel, affettuosa ed energica, ha il suo bel daffare per contenere l’entusiasmo di Barley e spronare l’insicuro secondogenito. Per il suo sedicesimo compleanno, Ian riceve un regalo davvero speciale, lasciato per lui dal padre: un bastone magico insieme ad una pergamena con un incantesimo che permette di riportare in vita un defunto per ventiquattro ore. Barley, elettrizzato, usa tutte le sue conoscenze sulla magia, ma non riesce a lanciare l’incantesimo. A sorpresa, invece, Ian scopre di essere in grado di utilizzarlo, ma nel tentativo di lanciare la magia qualcosa va storto e del padre si materializza solamente la parte inferiore del corpo. Barley e Ian dovranno quindi intraprendere una missione per recuperare un oggetto magico e portare l’incantesimo a compimento, per poter parlare con il padre (tutto intero) per un’ultima volta.

Onward, disponibile su Disney Plus dal 6 gennaio, risente certamente del fatto di essere uscito al cinema molto brevemente durante la riapertura post-lockdown e di essere approdato sulla piattaforma streaming pochi giorni dopo l’acclamato Soul, di cui non eguaglia l’originalità e la peculiarità. Della mia esperienza di visione con GroupWatch ho già parlato qui, ma al di là di tutte le difficoltà distributive cui è andato incontro, Onward resta un classico e dignitoso prodotto Disney-Pixar la cui visione è piacevole per grandi e piccini anche se non particolarmente entusiasmante. La parte sicuramente più interessante è la creazione di questo mondo ibrido tra fantasy e tecnologico, in cui gli unicorni mangiano spazzatura per le strade e gli elfi giocano di ruolo. Purtroppo questa realtà così affascinante e ricca di spunti viene mostrata solo brevemente nel prologo e ripresa poi a spizzichi e bocconi nel corso del film, ma per quanto mi riguarda, nel momento in cui sono stati introdotti i personaggi ed ha preso il via la trama principale mi sono sentita dispiaciuta per non aver avuto la possibilità di esplorare meglio tutto il resto. E di sicuro ci sarebbe stato molto da esplorare, come raccontano i bellissimi contenuti speciali disponibili su Disney Plus. L’intera troupe infatti ha preso parte ad un processo creativo lungo e complesso per dare vita a questa realtà rendendola realistica ad ogni livello. Le tecnologie digitali all’avanguardia hanno reso possibili scene ed effetti speciali grandiosi grazie al lavoro sottostante di uomini e donne sensibili e meticolosi. Per gli scenari più spettacolari, come quello della camminata nel vuoto o dello scontro finale, sono stati utilizzati visori per la realtà virtuale per esplorare i paesaggi realizzati al computer da ogni posizione e angolazione, oltre che per meglio comprendere le reazioni emotive dei personaggi. Agli animatori è stato richiesto ad esempio di affrontare una camminata nel vuoto virtuale. Molto difficile è stato anche capire come poter rendere in qualche modo senzienti ed emotive… un paio di gambe! Un attore davanti ad un green screen ha provato e riprovato i movimenti (e il ballo) del papà dimezzato per dare spunti agli animatori. Ma l’argomento più interessante è la magia: molti membri della troupe erano infatti appassionati di fantasy e di giochi (in altre parole, erano dei nerd) e si sono sbizzarriti nell’inventare le formule magiche, gli incantesimi e i movimenti per lanciarli. Il gioco di ruolo di cui Barley è appassionato, Quest of Yore, è stato inventato per intero, carte e miniature comprese, e i membri della troupe ci giocavano durante le pause per assicurarsi che tutti gli elementi presenti nel film fossero coerenti oltre che evocativi. Il processo di scrittura non è stato meno complesso. L’idea di base nasce dal vissuto personale di Dan Scanlon, regista e sceneggiatore, il cui padre è morto quando lui e il fratello erano molto piccoli, lasciando solamente un’audiocassetta in cui aveva registrato due parole: “ciao” e “addio”. “E queste” spiega Scanlon “sono proprio le due parole che i protagonisti hanno bisogno di sentirsi dire dal padre: Ian, che quasi non lo ha conosciuto, vorrebbe una scambio con lui, mentre Barley, che non ne ha avuto l’occasione, vorrebbe dirgli addio”. I personaggi principali sono modellati non solo su Dan e suo fratello, ma ancora una volta, come da prassi Pixar, tutta la troupe è stata coinvolta nel processo creativo e invitata a condividere aneddoti su persone importanti nelle loro vite, le quali sono poi state tutte invitate alla festa di fine produzione. Un ultima nota va fatta sul doppiaggio: quello italiano è ottimo, ma consiglio se possibile la visione in lingua inglese perché Tom Holland, che dà la voce a Ian, e Chris Pratt, che invece doppia Barley, sono una duo fenomenale (avendo anche già recitato insieme negli ultimi film Marvel, in cui interpretano rispettivamente Spiderman e Starlord). Il personaggio che vince il premio simpatia però è Colt, poliziotto centauro, nuovo compagno di Laurel, impacciato e autoritario all’inizio ma pronto a correre con la chioma al vento nel finale, dopo che Ian e Barley hanno riportato nel mondo un pizzico di magia, ma soprattutto nuova fiducia per tutte le creature, compresi loro stessi, consapevoli ora della profondità del loro rapporto. È tutto (ma se non vi è bastato dopo la visione cliccate su Extra per i contenuti speciali), godetevi il film!

Voto: 3 Muffin

Bridgerton

Il Duca di Hastings (Regé-Jean Page) e Dafne Bridgerton (Phoebe Dynevor)

Caro Lettore,

Troppo spesso nelle nostre vite ci sentiamo sottoposti ad una importuna pressione sociale, e il colmo è che questo avviene anche quando in società non ci viviamo affatto, come in questa contingenza storica che stiamo vivendo. Nonostante la mancanza di feste e balli ci permetta di risparmiare considerevolmente sulla crinolina e le stecche di balena, le energie che spendiamo nel tentativo di non lasciarci andare sono altrettanto ragguardevoli. Questa segregazione forzata, che ci allontana da molte delle attività che normalmente riempiono, non solo temporalmente, le nostre esistenze, idealmente ci sta offrendo su un vassoio d’argento l’opportunità di lavorare su noi stessi al fine di migliore come esseri umani, in previsione di uno sfavillante nuovo debutto in società quando le circostanze lo permetteranno.  Accade dunque a molti di noi, e a questa autrice certamente, di sentirsi in qualche modo moralmente costretti ad utilizzare la benedizione di quest’abbondanza di tempo libero per nobili fini quali l’auto-istruzione, l’auto-apprendimento e l’auto-arricchimento a livello morale, culturale e spirituale. La sottoscritta tuttavia, sebbene non possa che condividere gli alti ideali di cui sopra, di tanto in tanto sente il bisogno stringente di allentare la pressione sulla propria materia grigia e lasciarsi andare a qualche inescusabile frivolezza intellettiva, per rinfrancare mente e spirito. In poche parole, quando ci si diverte e poi ci si diverte per il fatto che ci si sta divertendo. La serie Bridgerton, offerta da Netflix, caro lettore, è perfetta a questo scopo: chi vi si approccia scevro da ogni desiderio di realismo, accuratezza storica e arricchimento morale e culturale troverà in essa un intrattenimento delizioso ed appagante. E poco importa se l’Inghilterra del diciannovesimo secolo descritta dalla showrunner Shonda Rhimes poco ha a che fare con quella aderente alla realtà storica conosciuta, ad esempio, attraverso la meravigliosa serie Downton Abbey, e la sensazione evocata dalla serie si avvicina di più a Desperate Housewives che a Jane Austen (che pure è ben presente, in spirito). Bastano pochi minuti di immersione nella visione per dimenticare quanto abiti ed acconciature siano improbabili e per fare l’abitudine ad un cast, come è stato appropriatamente definito, “politically daltonico” e lasciarsi trasportare nel mondo colorato e glamour della nobile famiglia Bridgerton, che ha il costume di dare i nomi ai propri discendenti seguendo l’ordine alfabetico. Ecco quindi Anthony, Benedict, Colin, Dafne, Eloise, Francesca, Gregory e Hyacinth Bridgerton, ma le nostre attenzioni si concentrano presto sulla bella e compita Dafne, cresciuta ed educata ad un solo scopo: trovare un buon marito affinché le sue sorelle possano poi fare altrettanto e la famiglia possa prosperare. E l’amore? Quello sembra fuori questione, almeno fino a che Dafne non incontra (o meglio si scontra) con l’affascinante Duca di Hastings: tra i due sono subito scintille e appare evidente come non si sopportino, ma naturalmente le cose sono destinate a cambiare, e su questo non vi è dubbio alcuno. Il divertimento consiste nel vedere in che modo questo accadrà a come ne verranno influenzati i molti  differenti personaggi che si muovono intorno ai due piccioncini. Vi sono, c’è da dire, alcune inaccuratezze nella trama, ma non temere, caro lettore: gli addominali scolpiti del Duca sono qui apposta per tappare ogni buco di sceneggiatura! Nonostante questa piacevole distrazione, questa autrice non può fare a meno di domandarsi che fine abbia fatto la preziosa collana donata dal Principe a Dafne e abbandonata dalla stessa nel giardino… questo argomento è stato dimenticato dagli sceneggiatori, con grande disappunto della sottoscritta che sperava invece in una svolta avventurosa ispirata ad un famoso autore d’oltremanica, un certo Dumas…

Che fine ha fatto la collana?

A guidarci in questo viaggio senza pensieri sarà la voce melodiosa della superba Julie Andrews, la glassa su questo dolcissimo e variopinto cupcake, nei panni della misteriosa Lady Whistledown, regina del gossip, una cui parola può distruggere o salvare una reputazione. Va considerato però che lo stratagemma narrativo di ricorrere ad una figura misteriosa, una dama che scrive nascondendosi dietro ad uno pseudonimo altolocato, sulla cui identità tutti si interrogano non potendo far altro che speculare all’infinito, potrebbe non avere efficacia e non irretire lo spettatore… Ma se invece sei rimasto stuzzicato da queste premesse, caro lettore, ti consiglio di non indugiare oltre e intraprendere la visione immantinente!

XOXO

Madame Verdurin

Pietà

Titolo originale: Pietà

Anno: 2012

Regia: Kim Ki-duk

Interpreti: Cho Min-soo, Lee Jung-jin

Dove trovarlo: Raiplay

Il giovane Kang-do vive una vita squallida e solitaria lavorando come “recuperatore di crediti” per gli strozzini in una zona di Seul povera e sporca, privo di interessi e di affetti, compiacendosi nella violenza che perpetra sui creditori disperati. Un giorno Kang-do si accorge di una donna sconosciuta che lo segue ovunque. Lui la scaccia e la insulta ma lei persevera, anzi inizia a fargli dei favori (procurandogli ad esempio del cibo) ed entra persino in casa sua tentando di ripulirla. Kang-do diventa sempre più aggressivo, finché la donna non gli rivela di essere la madre che lo ha abbandonato poco dopo la sua nascita, tornata per rimediare al suo errore. L’ostilità e la diffidenza del ragazzo si dissipano presto e i due cercano di stabilire un rapporto e tentare di recuperare il tempo perduto. Kang-do non se ne accorge, accecato dalla gioia di sentirsi per la prima volta amato, ma la madre sembra nascondere un oscuro segreto…

L’improvvisa morte del celebre regista coreano Kim Ki-duk a causa del Covid-19, che ho tanto amato in gioventù, mi ha spinto a recuperare questo suo film, disponibile su Raiplay, un po’ più recente rispetto a L’Arco, ultimo film del regista che avevo visto e che non mi era piaciuto a causa del simbolismo confuso e della morbosità della situazione narrata. In Pietà invece ho ritrovato quello che mi ha sempre affascinata di questo grande regista: un racconto lucido e molto sentito dei sentimenti umani, che sopravvivono anche nella miseria e nella violenza più atroce, e anzi in alcuni casi germogliano in esse. I film di Kim Ki-duk infatti trasmettono sempre la fiducia nel genere umano e nella sua capacità di amare e aiutare il suo prossimo, anche contro ogni logica e ogni ragione. In questo caso il sentimento protagonista è la pietà, come esplicitato dal manifesto del film ispirato all’omonima scultura di Michelangelo. La visione non è sempre facile, la ben nota violenza che è cifra stilistica dell’autore di certo non lo rende un film per tutti, ma io trovo che il messaggio finale sia ancora una volta positivo e ricco di speranza, a ripagare tutti i turbamenti dello spettatore. Sembra incredibile la rapidità con cui Kang-ho passa dalla violenza fisica verso una donna sconosciuta che crede bugiarda all’abbandono totale al suo affetto e al desiderio di rivivere l’infanzia perduta accanto alla madre: in poche scene il ragazzo passa da spietato mutilatore a bambino felice che gioca con i palloncini e mangia zucchero filato. Tale è il bisogno di affetto, dalla cui mancanza nasceva quella compiaciuta violenza che tanti guai continuerà a procurargli, perché, proprio come nel film di Tim Burton Sweeney Todd, dalla violenza non può mai derivare la felicità, che nasce invece dai legami empatici tra gli esseri umani, ma solo altra violenza. Unico difetto del film è la scena finale, in cui il titolo “Pietà” viene spiegato dalla protagonista in un monologo didascalico narrativamente poco efficace: avrei preferito un altro modo per far trasparire i suoi contrastanti sentimenti nell’apice della storia. A parte questa piccola pecca il film, anche se non offre una prospettiva nuova rispetto alle altre opere del regista coreano, è efficace, potente, appagante, ma di sicuro questo tipo di cinema non è per tutti. Consigliato a chi già conosce e ama il regista; per chi volesse approcciarsi a Kim Ki-duk per la prima volta consiglio invece Ferro 3, il più divertente e meno violento tra quelli che ho visto nonché il mio preferito.

Voto: 3 Muffin