I Fratelli Sisters

Titolo originale: Les Frères Sisters

Anno: 2018

Regia: Jacques Audiard

Interpreti: John C. Reilly, Joachin Phoenix, Jake Gyllenhaal, Riz Ahmed, Rutger Hauer

Dove trovarlo: Amazon Prime

I fratelli Eli (John C. Reilly) e Charlie (Joachin Phoenix) Sisters sono tra i più abili e famigerati cacciatori di taglie tra quelli al soldo del potente Commodoro (Rutger Hauer), che questa volta ha deciso di inviarli sulle tracce di un cercatore d’oro, Herman Kermitt Warm (Riz Ahmed). Il Commodoro ha anche mandato in avanscoperta un segugio, John Morris (Jake Gyllenhaal), il migliore nello scovare i fuggitivi ma molto meno abile con le armi da fuoco, per localizzare Herman. Ma inaspettatamente Herman convince John ad unirsi a lui nella sua ricerca della ricchezza: i fratelli Sisters dovranno quindi rintracciarli ed occuparsi di entrambi. Almeno in teoria…

Tratto dal romanzo del 2011 di Patrick DeWitt Arrivano i Sister, I Fratelli Sisters (“sisters” in inglese significa “sorelle”) è il primo film girato in lingua inglese dal regista francese Jacques Audiard, autore anche della sceneggiatura, che dirige un cast eccezionale in un’interpretazione del Vecchio West che attraversa tutti i toni, dal classico al divertito al tragico, spiazzando lo spettatore per la transizione inaspettata dalla canonica caccia all’uomo alla composizione del delizioso quartetto di personaggi in una situazione quasi bucolica per poi virare verso un’inedita caccia all’oro che ricorda le dinamiche del Tesoro della Sierra Madre di John Huston con Humphrey Bogart, almeno fino all’inatteso epilogo.

La visione, che trascina lo spettatore in un’altalena di umori ed emozioni, non è adatta a tutti, in quanto la violenza e le situazioni forti sono presenti; non è adatto nemmeno a chi ama il western classico e non gradisce le variazioni sul tema, perché qui i cowboy con le pistole non sono che uno spunto per riflettere su alcuni temi: famiglia, cupidigia, percezione di se stessi, convivere con il passato. Encomiabili tutti e due gli attori protagonisti e anche i due comprimari, che si caricano sulle spalle con consapevolezza questo fardello culturale ed emotivo restituendoci dei personaggi insoliti, anche attraverso dei dialoghi ben scritti ma che spesso paiono troppo forzati, troppo didascalici e poco realistici. Da segnalare anche una colonna sonora non riuscita, a tratti troppo invadente e non pervenuta invece nei complicati dislivelli emotivi, in cui sarebbe stata necessaria la sua guida (lo stesso che succedeva in Midnight Sky, sempre con colonna sonora di Alexandre Desplat). Rutger Hauer appare in un bizzarro cameo.

Voto: 3 Muffin

L.O.L. – L’Unico Programma Comico Palindromo

Farsi una bella risata

Non è mai sbagliato

(Tranne per i concorrenti in questo caso)

Accettate un consiglio spassionato

Guardate LOL e divertitevi, voi che potete!

Dieci famosi comici italiani

Prigionieri in un teatro per 6 lunghe ore

Hanno il divieto di ridere, pena l’eliminazione

Secondo le regole del gioco: chi ride è fuori

Alle regole per essere tali

Serve qualcuno per farle rispettare

Infatti non c’è spettacolo senza conduttore

E Fedez fa il suo ingresso in trionfale pigiama

Dare fastidio al presentatore

Ecco l’unico compito di Mara Maionchi

nemmeno Elio vestito da Gioconda che balla il tip tap

non fa ridere nessuno

Caterina Guzzanti

Uno spettacolo così non sarebbe durato 5 minuti

Con i comici di Zelig però

Pintus che cercava di ubriacare gli altri

Non poteva che farsi ridere da solo

E’ difficile resistere

Alle magie di Lillo

Non serve nemmeno strabuzzare gli occhi

Anche sedersi sul WC ibrido

E’ inutile come una nonna che fischia

Alla fine si gioca il tutto per tutto

Arrivano astronauti, robot e lottatori di sumo

Per strappare una risata agli avversari

Privi di spunti

Comici

Fanno ridere alla fine

Anche i palloncini di Elio

L’atmosfera si fa sempre più tesa

Tra bicchieri rotti e bottiglie spaccate

La lotta è senza esclusione di colpi

Tra i novelli Adamo ed Eva

Inaspettatamente sarà lei a perderci una costola

Alla fine ne rimarrà soltanto uno (con paresi facciale permanente)

Poiché il vincitore devolverà la vincita in beneficenza

Ridere fa bene e far ridere può far del bene

Come succede guardando LOL:

A volte ti sorprendi e ti senti anche ispirato

Perchè non sempre le cose sono quello che sembrano:

Solo quando avrai finito di leggerlo

Ti renderai conto che questo è un POST PALINDROMO.

Al Servizio Segreto di Sua Maestà

Durante le riprese di 007 – Si Vive Solo Due Volte Sean Connery ha annunciato che quello sarebbe stato il suo ultimo film nei panni dell’agente segreto britannico, ma comprensibilmente i produttori Albert Broccoli e Harry Saltzman non hanno intenzione di lasciarsi sfuggire quella miniera d’oro. Inizia dunque una grandiosa operazione di casting, alla disperata ricerca di “un nuovo Sean Connery”. Ma questi, si sa, non si trovano certo sotto gli alberi di mango… Più di 200 attori sostengono il provino per il ruolo di 007, tra cui l’attore shakespeariano Timothy Dalton, ma i produttori non riescono a trovare il loro nuovo James Bond, fino a che non vedono un fascinoso sconosciuto guidare un’automobile da corsa nello spot della cioccolata Fry: si tratta dell’australiano George Lazenby, di professione venditore d’automobili e modello per hobby. Sebbene George non abbia mai lavorato nel cinema i produttori pensano che potrebbe essere il loro uomo. Lazenby, incredulo, per fare buona impressione decide di rivolgersi direttamente a Anthony Sinclair di Londra, che per anni era stato il sarto ufficiale di Sean Connery/James Bond; il caso vuole che Sinclair abbia in magazzino un completo elegante che era stato realizzato per Connery ma che non era mai stato ritirato: non resta che allungare un po’ le maniche e il gioco è fatto! Per non sbagliare George si rivolge anche al barbiere di Connery, Kurt dell’Hotel Dorchester, a cui domanda un taglio uguale a quello di Connery: Lazenby non sa che, seduto nella poltrona accanto a lui, c’è proprio il produttore Cubby Broccoli, anche lui assiduo cliente di Kurt, che osserva compiaciuto tutti i suoi sforzi. Il passo successivo è il colloquio con Harry Saltzman nel suo studio, dove George deve seminare la diligente segretaria per poter essere ricevuto e riesce a dimostrare di avere un carattere deciso quando si rifiuta di sedersi sulla sedia su cui Saltzman poggiava i piedi fino a un istante prima. Non resta che la prova del nove: il set. Lazenby viene invitato negli studi Pinewood per provare qualche scena d’azione con gli stuntman, visto che, se sarà scelto come James Bond, ne dovrà girare parecchie. Ma Lazenby si dimostra insofferente, provare le stesse mosse in continuazione con i cascatori lo annoia: “È come passare la giornata a piantare patate!” dirà in un’intervista, e sarà solo la prima di una serie di osservazioni infelici. Sia come sia il nostro George, per vincere la noia, decide di fare sul serio e finisce per rompere il naso all’attore russo Yuri Borienko. L’episodio, che normalmente verrebbe considerato deprecabile, al contrario scioglie tutte le riserve dei produttori: George Lazenby è ufficialmente il nuovo James Bond. Con queste premesse, cosa potrebbe andare storto?

Ho sicuramente già raccontato cosa il personaggio di James Bond significhi per me, che guardavo e riguardavo i film con Sean Connery e Roger Moore sulle ginocchia di Papà Verdurin e che mai potrò considerare questo personaggio in modo imparziale e distaccato, ma Al Servizio Segreto di Sua Maestà fa eccezione: questo film, che avevo visto solamente una volta a differenza di quasi tutti gli altri, è davvero brutto. Mi viene da dire che se George Lazenby non ha affossato il mito di Bond allora nessuno potrà mai farlo. Nel corso dell’articolo chiarirò e motiverò riccamente queste affermazioni, ma in questo caso l’impressione di quell’unica visione di tanti anni fa è stata pienamente confermata, dopo tanti anni e con tutti gli approfondimenti opportuni. In ogni caso, per amore di completezza, è necessario parlare anche di questo film, e così farò, anche perchè la storia della sua realizzazione e quella della meteora Lazenby sono come sempre molto interessanti. Certo è facile, col senno di poi, dire che le cose non sarebbero potute andare diversamente, però dico: scegliere come nuovo James Bond un modello? Davvero?

Mentre George Lazenby si prepara a diventare 007 con corsi di dizione (per perdere il forte accento australiano) e di portamento (per camminare in modo meno “australiano”) Saltzman e Broccoli cercano il resto del cast. Per il ruolo importantissimo di Tracy, che non sarà solo una Bond-girl ma diventerà anche sua moglie, viene scelta l’attrice inglese Diana Rigg (i produttori vorrebbero Brigitte Bardot, che è anche bionda come il personaggio del libro, ma non è disponibile). Diana ha già molta esperienza nel cinema e nelle serie tv (ha sostituito Honor Blackman come protagonista femminile nel telefilm Avengers, sul cui set ha anche imparato a girare le scene di lotta) e viene affiancata al neofita George Lazenby per fargli da guida. Nel ruolo del villain Ernst Stavro Blofeld non ci sarà più Donald Pleasance, visto in You Only Live Twice, ma Telly Savalas, (costretto a ripiegare all’indietro i lobi delle orecchie per corrispondere alla descrizione di Fleming) che diventerà famoso qualche anno più tardi come Tenente Kojak. All’attore italiano Gabriele Ferzetti, dalla vasta filmografia ma per me conosciuto soprattutto come lo spietato Morton di C’era una Volta il West, viene affidato un ruolo complesso, quello del padre di Tracy, incaricato di spiegare allo spettatore la trama del film in un lungo monologo che, nonostante lui cerchi di ravvivarlo compiendo varie azioni in scena (versando da bere, camminando, accendendo il sigaro…) risulta comunque piuttosto noioso. L’attrice tedesca Ilse Steppat, che interpreta la cattiva Irma Bunt, morirà poco dopo il termine delle riprese. L’attore George Baker, vecchio amico di Ian Fleming, viene convocato con un doppio compito: interpretare Sir Hilary Bray dell’istituto araldico e doppiare la voce di George Lazenby nelle scene in cui Bond si spaccia per Sir Hilary: nonostante l’impegno di George, imitare in modo convincente un accento britannico è fuori dalla sua portata. Tornano come sempre le tre rocce della serie: Lois Maxwell/Miss Moneypenny, Desmond Llewelyn/Q e Bernard Lee/M; tra l’altro in questo film abbiamo per la prima volta la gioia di vedere questi tre personaggi in scena tutti insieme, ospiti al matrimonio di James Bond.

Per quanto riguarda il cast tecnico, per prima cosa bisogna parlare del regista: Peter Hunt, che aveva lavorato in tutti i film precedenti come montatore o regista della seconda unità, finalmente ottiene il ruolo di regista che tanto desiderava. Hunt, che aveva appena realizzato la sequenza dei titoli di apertura per Chitty Chitty Bang Bang (tratto da un libro di Ian Fleming e prodotto da Cubby Broccoli), importa da quel set moltissimi collaboratori: tra questi e le maestranze storiche della saga, sul set c’è sempre una gran folla e servono anche degli interpreti per facilitare le comunicazioni, oltre al fatto che i costi di catering per la troupe lievitano. Tra i collaboratori importati da Chitty Chitty Bang Bang c’è lo sceneggiatore Richard Maibaum, che ha il compito di adattare il romanzo di Ian Fleming uscito nel 1963 e scritto durante le riprese di Licenza di Uccidere, To Her Majesty’s Secret Service. A differenza di quanto accaduto per i film precedenti, in cui il libro era solo un punto di partenza per inventare storie, scene e personaggi, Hunt vuole mantenersi il più fedele possibile al romanzo, che fra tutti quelli scritti da Fleming offre il più approfondito scavo psicologico e dramma umano del personaggio di James Bond, raccontati con uno stile più semplice. Hunt crede che i fan di Bond desiderino vedere meno effetti speciali, gadget sofisticati e scenografie eccentriche, perché preferiscono il pathos e l’introspezione: ma sarà davvero così?

Peter Hunt ha lavorato a tutti gli 007, perciò dovrebbe avere ormai capito quali sono i meccanismi che permettono ai film della serie di funzionare: invece decide di stravolgerli tutti quanti, con risultati, come vedremo, poco felici. Per prima cosa, come abbiamo detto, Hunt ritiene che i fan di James Bond desiderino scoprire i risvolti personali e psicologici del personaggio, che decide dunque di appendere al chiodo la Walther PPK per via dell’ennesimo dissapore con M e di mettere su famiglia, sposandosi con la bella ma irrequieta ereditiera Tracy. Possiamo dire, a discolpa del personaggio, che Draco, il padre di Tracy gli ha offerto un’ingente somma per sposare la figlia scapestrata, e che, quando il dovere lo esige, Bond è comunque pronto a ignorare la sua monogamia per tante volte quante la Corona richieda. Inoltre, Hunt aveva previsto che Al Servizio Segreto di Sua Maestà si concludesse con la scena dello sfarzoso matrimonio di Bond, lasciando il suo triste epilogo per l’incipit del film successivo, Una Cascata di Diamanti. Le cose però, a causa dei capricci di una certa star e dei deludenti risultati al botteghino, non andarono secondo i suoi piani, come vedremo.

Il perfetto addio al celibato

Quando inizia il film, la prima immagine che vediamo sullo schermo è l’ormai familiare targa della Universal Export, che già sappiamo essere la copertura per gli uffici dell’Intelligence Britannica. Quello che è invece molto difficile notare è il regista Peter Hunt riflesso sulla targa lucida mentre passa per la strada: il regista non ha resistito all’idea di un cameo alla Hitchcock.

Hunt pensa che il nuovo attore debba essere introdotto con nonchalance (le locandine del film infatti glissano sull’assenza di Connery), senza dare troppo risalto alla cosa, e decide di ricalcare l’entrata in scena di Sean Connery nel primo film, Dr. No, mostrando da principio solo primi piani di oggetti legati al personaggio di Bond (sigaretta, dettagli degli abiti, accendino), quindi l’eroe in azione mentre salva Tracy dall’annegamento e combatte con degli assalitori sulla spiaggia e solo dopo la vittoria un primo piano del viso di George Lazenby, mentre si presenta come “Bond, James Bond”. L’agente segreto però non sembra aver affascinato la ragazza, che se ne va abbandonandolo da solo su una spiaggia deserta. E qui Lazenby esclama: “Questo non succedeva a quell’altro”, infrangendo per la prima volta nella saga la quarta parete e rivolgendosi direttamente al pubblico, che in effetti non ha mai visto una donna dire di no a Sean Connery. Pare che questa frase fosse ripetuta in continuazione da Lazenby sul set, e che Hunt abbia deciso estemporaneamente di utilizzarla anche nel film. Se poi l’attore australiano fosse trattato in modo diverso rispetto al suo predecessore è difficile dirlo, quel che è certo è che lui non si comportava affatto come Connery. Ad esempio, l’attore scozzese rifuggiva le attenzioni della stampa, mentre Lazenby non perdeva occasione per farsi intervistare e per lamentarsi della sua condizione, accusando il regista di non permettergli di esprimersi al meglio come attore, di caratterizzare meglio il personaggio e di non tenere in considerazione i suoi suggerimenti, come ad esempio quello di inserire nel film una buona dose di musica pop contemporanea: avendo imparato in Goldfinger che 007 ascolta i Beatles “solamente con i tappi nelle orecchie”, come avrebbe potuto funzionare?

Per fortuna invece ad occuparsi della colonna sonora c’è, ancora una volta, John Barry, che è in grado di conferire dignità a qualunque film (perfino a Scontri Stellari). Per Barry il primo ostacolo da superare è la tradizione secondo la quale la canzone della sigla di apertura deve avere lo stesso titolo del film: nel caso di Al Servizio Segreto di Sua Maestà cosa poteva essere adatto, forse una marcia militare? Infine Barry opta per un tema strumentale per accompagnare l’audace sigla creata da Maurice Binder che mostra silhouette molto dettagliate di corpi femminili. L’attore Roger Moore  più avanti affermerà che le sigle sono l’unica cosa dei film di 007 che dovrebbe davvero essere censurata. E questo, in alcuni casi, avviene: per esempio in Sudafrica la sigla viene tagliata per far scomparire tutti i capezzoli in rilievo delle ombre. Peccato che così venga eliminato dai titoli di testa anche il nome del regista: in Sudafrica quindi questo film è adespota. Oltre alle silhouettes conturbanti, la sigla mostra immagini dei film precedenti (non di Sean Connery però) per sottolineare la continuità della saga a prescindere dal cambio di attore. Il concetto è ribadito da clessidre e orologi: alla faccia della nonchalance!

John Barry riesce comunque a inserire una canzone memorabile per il film, nella scena dell’idillio amoroso tra Bond e Tracy, dal titolo We Have All The Time in the World (la stessa frase incisa all’interno della fede nuziale di Tracy nonché l’ultima tragica battuta del film e del romanzo) e per cantarla chiama Louis Armstrong, mostrando una certa sfacciataggine: il cantante infatti è malato da tempo e questa sarà l’ultima canzone che inciderà prima di morire. Armstrong in ogni caso si dichiara contento e ringrazia Barry per questa opportunità, dopo aver offerto una grande interpretazione alla canzone scritta da Barry con testi di Hal David.

Telly Savalas nel ruolo di Blofeld

L’inizio ufficiale delle riprese di Al Servizio Segreto di Sua Maestà è il 21 Ottobre 1968, in Svizzera, dove il regista ha trovato la location perfetta per Piz Gloria, la misteriosa clinica di Blofeld: il Monte Schilthorn, alto 3000 metri, sul quale è appena stato costruito un ristorante. La troupe ottiene il permesso di girare nella struttura e di arredarla a sua discrezione, purché si doti di generatore elettrico e costruisca l’eliporto. Lo scenografo Syd Cain dunque arreda la location: al termine delle riprese il ristorante sarà lasciato già arredato e i proprietari decidono di sfruttare il prestigio del film mantenendo il nome “Piz Gloria” per il ristorante girevole e chiamando “James Bond” il bar. All’arrivo in Svizzera la troupe non riceve certo il più propizio dei benvenuti: Hunt e gli altri si trovano di fronte al cadavere di un escursionista morto congelato che penzola dal fianco del monte Eiger, in attesa che le condizioni meteo permettano il recupero. Ma non tutto il male viene per nuocere, e Hunt trasforma questo tragico episodio in uno spunto per il film: quando Blofeld scoprirà la vera identità di Bond infatti gli mostrerà anche il cadavere congelato del collega dell’Intelligence Campbell (Bernard Horsfall) appeso davanti alla finestra. Hunt decide di girare per prime le scene in cui Bond sta impersonando Sir Hilary, in modo da giustificare la sua goffaggine. Hunt cerca anche di preparare lo spettatore per l’inedito outfit di 007 facendogli prima estrarre dalla valigia e solo in seguito indossare un tradizionale kilt scozzese (e come una delle ragazze avrà modo di constatare più tardi, senza biancheria intima come da tradizione). Hunt dichiara di aver voluto vestire il nuovo 007 secondo il suo stile personale, ed ecco perché vediamo per la prima volta l’agente segreto indossare dolcevita e camicie con volant, oltre al già citato kilt. Ma nonostante il cambio di vestiario, Bond si dimostra ancora un seduttore entrando nelle grazie di due delle affascinanti degenti del Piz Gloria, in cui Blofeld, fingendo di curare le allergie, manipola in realtà le menti delle ragazze tramite ipnosi per i suoi malevoli scopi. Nonostante tutti cerchino di tenersi occupati nelle pause tra i ciak – le ragazze si dedicano all’uncinetto mentre Telly Savalas al poker e al karaoke, oltre che alla bella Dani Sheridan, con cui inizia una storia d’amore che durerà per ben dieci anni – quando Harry Saltzman raggiunge il set trova un clima pesante e cupo, tanto che decide di organizzare una festa per tutta la troupe. Ma, a festa iniziata, nessun segno di George Lazenby, che si presenta solo molto più tardi, risentito per non aver ricevuto un invito personale. Quando Saltzman gli spiega che nessuno lo aveva ricevuto lui replica: “Ma io sono la star!” Anni più tardi, nelle interviste, Lazenby riconoscerà di essersi montato la testa per via del successo improvviso e della sua giovane età, ma all’epoca i suoi comportamenti causarono molti problemi a colleghi e produttori. Lazenby ad esempio, che in base alla sua polizza assicurativa non avrebbe dovuto sciare, attendeva il buio per divertirsi sugli sci di nascosto, e non aveva perso il vizio di picchiare sul serio girando le scene di lotta. Inoltre l’attore discute spesso con la coprotagonista Diana, e naturalmente la stampa non tarda ad ingigantire gli screzi tra i due. Lazenby è sempre più teso e nervoso sul set, rilascia ai giornalisti dichiarazioni sempre più infelici e la cosa non sfugge di certo ai produttori…

In Svizzera vengono girate moltissime spettacolari scene d’azione. Quelle ambientate sulle piste da sci sono tutte tratte direttamente da romanzo: Fleming infatti aveva studiato in Svizzera ed era uno sciatore provetto. Diana, che non sa sciare, gira le inquadrature ravvicinate stando in ginocchio su uno slittino; per i campi lunghi gli attori vengono sostituiti da stuntman ripresi dal campione olimpico di sci Willy Bognor Jr., che essendo in grado di sciare anche all’indietro riesce a catturare splendide scene di inseguimento sulla neve da molto vicino, tenendo la telecamera in mano o in mezzo alle gambe e realizzando anche le acrobazie più impegnative (come ad esempio il salto con atterraggio sul tetto). Altre inquadrature mozzafiato vengono realizzate da Johnny Jordan, l’operatore rimasto ferito durante le riprese di Si Vive Solo Due Volte che non solo è tornato al lavoro con una gamba di legno, ma ha inventato insieme al pilota di elicottero John Crewdson un modo per agganciare l’imbragatura alla parte bassa dell’elicottero e permettere a Jordan di filmare da ogni angolazione senza che l’elicottero entri mai nell’inquadratura. Jordan, sospeso molto al di sotto dell’elicottero, comunica con Crewdson tramite impianto interfonico e deve indossare una tuta di gomma per non congelare. Le temperature, soprattutto ad alta quota, sono glaciali, ma nonostante questo la neve inizia inesorabilmente a sciogliersi, causando non pochi problemi a Hunt, che deve trasportare la neve con dei camion in ogni location. Il regista pensa anche di spostarsi con la troupe dall’altro lato della valle, ma non è possibile perchè già occupato da un’altra troupe cinematografica: Robert Redford e Gene Hackman stanno girando Gli Spericolati. Hunt è preoccupato soprattutto per la grandiosa scena della valanga, per la quale si è accordato con l’esercito svizzero per piazzare delle cariche esplosive nei punti strategici, ma quando finalmente arriva il momento di farle esplodere non c’è più neve, che si è sciolta tutta nottetempo. Giungono in aiuto di Hunt il responsabile degli effetti speciali John Stears, che realizza una valanga in miniatura fatta con il sale e degli alberelli di plastica da poter filmare, e il regista della seconda unità John Glen, che aveva filmato (non senza rischi!) una vera valanga, provocata in un valico disabitato lanciando una manciata di bombe dall’elicottero: montando questo materiale e inserendo con un effetto ottico due minuscoli sciatori che cercano di sfuggire alla neve, il gioco è fatto. Hunt è più fortunato con la scena della pista di pattinaggio, che su sua insistenza viene girata proprio il giorno prima che il ghiaccio si sciolga; Diana, che non sa pattinare, viene sostituita da una controfigura, mentre guiderà personalmente l’auto durante l’inseguimento sulla pista ghiacciata della gara di stock car, debitamente addestrata insieme agli stuntmen da Erich Glavitza, pilota di rally austriaco. L’inseguimento viene girato di notte, a una temperatura di -30 gradi; attori e tecnici vengono continuamente riforniti di bevande calde e la pista continuamente bagnata e spazzolata per mantenere la lucidità del ghiaccio, di grande effetto scenico ma che fa slittare le auto (le gomme non sono dotate di chiodi, che rovinerebbero il campo da gioco sottostante). Molte auto si ribaltano, senza danni per via del tettuccio rinforzato. La Ford Escort di Tracy però non si ribalta realmente: quella che vediamo nel film è un’inquadratura ribaltata!

Johnny Jordan filma appeso all’elicottero

Ancora una volta il ruolo degli stuntmen è fondamentale. Tocca a loro sciare, pilotare auto sul ghiaccio, tuffarsi dall’elicottero per atterrare nella neve (che a volte è troppo alta e a volte nasconde delle rocce…), lanciarsi con i bob a tutta velocità, scivolare appesi ai cavi della funivia (che a volte si ghiacciano e diventano scivolosi…): gli incidenti e gli imprevisti sono talmente tanti che Hunt rimaneggia in continuo la sceneggiatura per includerli nel film (come succede per esempio per il bob che esce di pista). Gli interni vengono sempre girati in un momento successivo negli studi Pinewood, tranne la lotta nel fienile con i campanacci appesi: si tratta di un fienile autentico che aveva colpito Hunt in fase di ricerca location e in cui aveva voluto a tutti i costi ambientare una scena di lotta: abbiamo capito che al regista piacciono molto i rumori d’ambiente… Completamente ricostruito a studio invece è il fienile in cui Bond fa la proposta di matrimonio a Tracy. In questo caso Hunt si distacca dal libro, in cui la proposta veniva dalla ragazza: l’iniziativa deve essere di Bond!

Diana Riggs

Viene girata a Berna la scena in cui Bond si introduce nell’ufficio di Gumbold: con un colpo di fortuna Hunt trova una piazza in cui sono presenti un grande orologio e un edificio in costruzione con impalcature e gru, proprio come serve per la scena. Non gli resta che aggiungere il cartello Draco Constructions ed ecco pronto il set. Qui vediamo l’unico gadget utilizzato da Bond in tutto il film, il congegno per forzare la cassaforte che fa anche da fotocopiatrice, macchinario all’epoca non ancora molto diffuso e considerato quindi avveniristico. Per dare un tocco di leggerezza e spezzare la suspense della scena, il regista ci mostra 007 sfogliare la rivista Playboy trovata nell’ufficio di Gumbold: oltre che un tocco umoristico si tratta di un richiamo alla realtà, in quanto Al Servizio Segreto di Sua Maestà di Fleming era uscito a puntate proprio su Playboy. Questo è il primo richiamo esplicito ai romanzi di Fleming, ma abbiamo ormai capito che Al Servizio Segreto di Sua Maestà è il film delle prime volte: primo utilizzo del rallenty in un film di Bond (quando a Piz Gloria 007 viene colpito e sviene); primo flashback (quando Bond vede in un riflesso sulla finestra i nemici portare via Tracy dopo la valanga) e prima volta che scopriamo il motto storico della famiglia Bond tramite il blasone rinvenuto da Sir Hillary (Orbis Non Sufficit, cioè Il Mondo Non Basta).

Il blasone della famiglia Bond

Poiché è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare, sottolineo anche che Lazenby, forse anche per via della sua inesperienza, ha delle ottime doti di improvvisazione. L’ultima scena sulla neve, in cui Bond viene raggiunto dal San Bernardo soccorritore, era stata pensata diversamente, ma l’attore, quando il cane inaspettatamente si sdraia a terra accanto a lui in cerca di coccole, improvvisa una battuta: “Lascia perdere, vai a prendere il brandy!” Forse anche perché il sole era ormai tramontato, il ciak viene tenuto per buono.

Non resta che una cosa da fare prima di lasciare la Svizzera: filmare l’esplosione del laboratorio segreto di Blofeld. Al termine delle riprese il set, costato più di 100.000 dollari, è completamente distrutto,, ma la grande esplosione cui assistiamo nel film è in realtà quella di un modellino realizzato da John Stears.

Alla fine di aprile, dopo sei mesi trascorsi nella fredda Svizzera, la troupe si sposta nel più soleggiato Portogallo per il resto delle riprese in esterno; gli interni, come sempre, saranno girati negli Studi Pinewood di Londra. La scena iniziale sulla spiaggia in realtà viene girata per ultima e di giorno, utilizzando dei filtri per farla sembrare una ripresa notturna. George Lazenby non è per nulla entusiasta all’idea di entrare nell’acqua gelata, ma Hunt ci tiene molto a vedere gli schizzi e sentire il rumore dell’acqua durante la lotta. A coreografare i combattimenti degli stuntmen c’è il veterano George Leech mentre al montaggio il neo regista Hunt viene sostituito dall’amico John Glen, che si occupa anche della seconda unità e che più tardi diventerà a sua volta regista di alcuni film della saga: Glen fa suo da subito il montaggio veloce e serrato in stile Hunt, che tanto bene aveva funzionato nei film precedenti per creare scene mozzafiato e al contempo nascondere i piccoli difetti delle riprese. Mentre sui set dei film precedenti l’incolumità di Sean Connery era sempre una priorità per tutti (nonostante lui insistesse per realizzare le sequenze acquatiche o di lotta in prima persona), a Lazenby viene chiesto dal regista di eseguire personalmente tutte le scene di lotta e le più semplici delle scene d’azione, in modo da poterlo riprendere da vicino con un effetto molto realistico (come nella scena in cui Bond spara ai nemici scivolando sulla pista di curling, agganciato a una fune di sicurezza). Le malelingue (Lazenby per primo, durante le interviste) sostengono che a Hunt non andasse a genio l’attore australiano e che addirittura rifiutasse di rivolgergli direttamente la parola durante le riprese, sostenendo che per il regista un attore valeva l’altro purché fisicamente corrispondesse all’idea di Bond; al contrario Hunt nel suo commento al film spende molte parole di elogio per Lazenby, ammirandone l’eleganza e le doti recitative.

Per il matrimonio di Bond il regista vuole fiori ovunque, perché ha deciso che i fiori sono caratteristici del personaggio di Tracy, e infatti compaiono sempre insieme a lei: sul terrazzo, sui suoi abiti, sul letto, e naturalmente sull’abito da sposa. Sfortunatamente è tutto rose e fiori anche per Bernard Lee (M), che durante una pausa viene travolto da George Lazenby che sta mostrando la sua abilità di cavallerizzo, finendo tra le rose e ferendosi una gamba. Cubby Broccoli, che non si allontana quasi mai dal set, osserva e rimugina… Anche Lois Maxwell (Moneypenny) avrà una brutta sorpresa al termine delle riprese: tutti gli abiti fatti su misura per lei, che aveva avuto il permesso di tenerli, sono già stati portati via. Viene invece affidata a Desmond Llewelyn (Q) una battuta molto controversa rivolta allo sposo: “007, sono stupito, io pensavo che lei fosse…” Cosa? Perché Q pensava che 007 non si sarebbe mai sposato? Sarà davvero per la sua reputazione di dongiovanni? Non è certo. Quel che è certo è che al termine della cerimonia Bond si allontana con la moglie sulla sua iconica Aston Martin DB5. Anche se, purtroppo, non andranno molto lontano…

Che cosa avrà voluto dire?

Per girare la morte di Tracy, Hunt lascia volutamente Lazenby in attesa per molto tempo, in modo da innervosirlo. Poi però, al momento del ciak, l’attore scoppia in singhiozzi e la scena va rigirata: 007 può essere distrutto ma non piange mai! A piangere sono invece i produttori, che quando hanno promesso a George Lazenby che avrebbe partecipato al tour promozionale del film non avevano certo previsto che lui si sarebbe fatto crescere barba e capelli! Poiché Lazenby rifiuta categoricamente di riassumere un aspetto più “bondiano”, Broccoli e Saltzman fanno saltare l’accordo: Lazenby organizzerà un proprio tour parallelo, pagandosi tutte le spese. Anni più tardi Lazenby ammetterà: “Non capivo la fama, mi davo un sacco di arie e non piacevo a nessuno. Le porte per me si aprirono tutte e si richiusero tutte subito dopo”. Ed ecco perché, una volta dismessi i panni eleganti di James Bond, la carriera cinematografica di Lazenby si può dire conclusa, salvo qualche ruolo nei panni della spia in varie imitazioni o parodie dei film di 007.

Un’ultima curiosità prima di lasciare definitivamente la Svizzera: nella versione originale del film Draco, il padre di Tracy, è italiano come lo è l’attore che lo interpreta, Gabriele Ferzetti. Nel finale, in cui Draco arriva con gli elicotteri per salvare Tracy, rapita da Blofeld, Draco risponde per radio alla torre di controllo del Piz Gloria che gli intima di cambiare immediatamente rotta e allontanarsi inventando sul momento una giustificazione dopo l’altra, fino a che non inizia a parlare in italiano nel tentativo di confondere l’operatore e comincia a spiegare di “una disastrosa alluvione a Rovigo” che lo costringe all’intervento immediato. Certo James Bond è stato diverse volte in Italia (Cortina, Roma, Venezia…), ma mai mi sarei aspettata di sentir nominare Rovigo in un suo film!

“Questo non succedeva a quell’altro…”

Terminate le riprese in Portogallo la troupe rientra a Londra per girare tutte le scene negli interni negli studi Pinewood. Per la prima volta in assoluto vediamo lo studio di James Bond quando lui, credendo di non essere più un agente segreto (non sa che la devota Moneypenny ha sostituito le sue dimissioni con una richiesta di permesso per due settimane) sgombra la sua scrivania. Intanto noi possiamo vedere diversi cimeli delle sue precedenti avventure: il coltello di Honey Ryder da Dr. No, l’orologio per garrota di Red Grant da Dalla Russia con Amore, il respiratore di Thunderball. Come se questo tuffo nel passato non bastasse, fuori dall’ufficio di Draco vedremo un nano intento a lavare il pavimento fischiettando il motivetto di Goldfinger: sempre all’insegna della nonchalance. Ma se Peter Hunt fa qualche azzardo per quanto riguarda la continuità con i film precedenti, dimostra anche di essere tecnicamente preparatissimo quando decide di girare tutte le inquadrature tenendo conto del cambio di formato che subiranno nel passaggio dal grande al piccolo schermo. Inoltre il regista, ossessionato dal desiderio di realismo, fa realizzare tutte le scenografie degli interni con i soffitti (mentre di solito il soffitto è vuoto per poter permettere i movimenti delle telecamere e i passaggi di cavi e illuminazioni varie); inoltre sceglie di abbandonare il formato Panavision a favore del Cinemascope: tecnicamente il regista è impeccabile tanto quanto lo è nello stile personale, visto che non si è mai presentato sul set senza cravatta. Oltre a vedere per la prima volta l’ufficio di 007 per la prima volta lo spettatore è ammesso anche nella residenza privata di M, Quarterdeck (che è invece spesso presente nei romanzi).

L’ufficio di 007

Sarà anche vero, come affermava lo stesso Lazenby, che “Bond ha qualcosa di ogni uomo, o meglio ogni uomo crede di avere qualcosa di Bond” ma forse le sue convinzioni non erano fondate, perché quando il suo agente Ronan O’Reilly annuncia alla stampa che il suo cliente non prenderà parte ad altri 007, i produttori non versano lacrime, al contrario si affrettano a confermare la notizia e ad affermare di aver liquidato loro l’attore australiano. A Peter Hunt e John Glen non resta che montare tutto il materiale girato con Lazenby, che dunque non parteciperà al capitolo successivo, convinto che, in ogni caso, il fenomeno Bond non sia destinato a durare a lungo…

Il matrimonio di James Bond

La première di Al Servizio Segreto di Sua Maestà si tiene il 18 Dicembre 1969; gli incassi sono molto alti, ma il film impiega molto più tempo rispetto ai precedenti per recuperare le spese. Questo insuccesso viene attribuito dai produttori interamente a George Lazenby, che evidentemente non è adatto per il ruolo e va sostituito. Ma chi, dopo questo primo passo falso dell’agente segreto britannico più famoso del mondo, accetterà di indossarne i panni ed essere travolto da una cascata di diamanti? Lo scopriremo nel prossimo capitolo di questa rubrica, sempre qui su Cinemuffin!

Il Rompiscatole

Titolo originale: The Cable Guy

Anno: 1996

Regia: Ben Stiller

Interpreti: Matthew Broderick, Jim Carrey, Leslie Mann, Jack Black, Bob Odenkirk, George Segal, Diane Baker, Eric Roberts, David Cross, Owen Wilson, Ben Stiller

Dove trovarlo: Netflix

Steven (Matthew Broderick) ha chiesto alla sua ragazza Robin (Leslie Mann) di sposarlo e lei, per tutta risposta, gli ha detto che le serve un po’ di tempo lontano da lui. Per riempire il vuoto lasciato da Robin Steven si abbona alla tv via cavo e l’installatore (Jim Carrey), dopo essersi fatto attendere per ore, si rivela un tipo strambo ma servizievole, che accetta anche di manipolare il sistema affinché Steven possa vedere i canali a pagamento senza dover pagare. Per educazione Steven accetta di uscire con lui, e si ritrova presto invischiato in una serie di stranezze promosse dall’uomo del via cavo, che diventa sempre più incontrollabile e invadente, fino a che Steven decide di dover interrompere ogni rapporto con lui: ma l’uomo del via cavo non è affatto d’accordo…

In una puntata dei Simpson ricordo che Homer denigrava The Cable Guy accusando il film di aver quasi distrutto la carriera di Jim Carrey. Difficile pensare che l’attore, che era già stato protagonista di The Mask e dei due Ace Ventura, potesse venire danneggiato da questo film, ma di sicuro qui lo troviamo in un ruolo diverso dai suoi soliti: sempre libero di gigioneggiare come solo lui sa fare, l’uomo della tv via cavo ha però anche un aspetto spaventoso e inquietante, e come afferma lui stesso può essere il tuo migliore amico oppure il tuo peggior nemico. Il film, anche se ha momenti di inquietudine nel momento in cui Steven si rende conto di quanto sia squilibrato quello che sembrava un innocuo buffone, si mantiene sempre sul binario della commedia che diverte senza però far fare risate di pancia. La parte più interessante il regista Ben Stiller la riserva per se stesso, nel doppio ruolo di due fratelli gemelli di cui uno è accusato di aver assassinato l’altro: il circo mediatico attorno al processo accompagna tutto lo sviluppo del film, siglandone il lato accusatorio verso i meccanismi più morbosi della televisione, colpevoli di aver plagiato la fragile mente dell’uomo della tv, abbandonato da piccolo per troppe ore davanti alla tv da una madre assente, libero di assorbirne tutti i precetti meno edificanti. Il messaggio passa comunque in grande leggerezza, tra le rocambolesche avventure vissute dal sobrio e compunto Steven in compagnia dello sconosciuto, dal karaoke alla giostra medievale. Bravo Ben Stiller a gestire una vicenda che poteva diventare ripetitiva o scontata, coadiuvato da due ottimi protagonisti: Jim Carrey, che come spesso accade riesce ad essere allo stesso tempo simpatico e insopportabile, e Matthew Broderick, in cui diventa facile identificarsi per la sua onestà di fondo punteggiata però di piccole bassezze morali (volere la tv a pagamento senza pagare, fingere amicizia per i suoi scopi, ignorare gli amici). Il film è sorretto da queste due colonne ma arricchito da una miriade di attori famosi del grande e piccolo schermo che hanno ruoli di contorno ma necessari per il ritmo e l’arricchimento della trama (da Jack Black a Bob Odenkirk, da Eric Roberts all’amico di sempre Owen Wilson). Non esilarante come altri film di Jim Carrey o di Ben Stiller e penalizzato dal brutto titolo italiano ma adatto ad una serata senza troppi pensieri tra facce note in cui si prova gratitudine per il fatto che Netflix non necessiti di un installatore…

Voto: 2 Muffin

Moonwalkers

Anno: 2015

Regia: Antoine Bardou-Jacquet

Interpreti: Ron Perlman, Rupert Grint, Robert Sheehan

Dove trovarlo: Amazon Prime Video

Siamo alla fine degli anni ‘60, è ormai questione di giorni prima che l’Unione Sovietica riesca ad approntare la sua missione spaziale per la Luna. Naturalmente anche gli Stati Uniti stanno preparando una missione simile, ma poiché sono in gioco il prestigio internazionale e il dominio economico e politico globale non si possono correre rischi. Ecco perché la CIA incarica un suo membro fidatissimo, l’agente Kidman (Ron Perlman), di rintracciare il famoso regista Stanley Kubrick e convincerlo a girare, in totale segretezza, uno sbarco lunare americano fasullo da esibire in caso la vera missione spaziale dovesse fallire. Kidman parte per l’Inghilterra, dove deve incontrare l’agente di Kubrick ma per una serie di casualità si trova invece davanti Jonny, agente pasticcione di una band sconosciuta, il quale, tentato dalla cospicua somma di denaro promessa, decide di far spacciare il suo scapestrato coinquilino Leon (Robert Sheehan) per Stanley Kubrick per intascare il denaro e poi scomparire. Una volta capito il raggiro, Kidman ritrova i due impostori ma non ha altra scelta che collaborare con loro per girare il falso allunaggio prima che sia troppo tardi…

L’idea di partenza del film è molto accattivante e ricca di spunti, a partire dalla sigla animata che ricorda moltissimo quelle realizzate da Terry Gilliam per il Flying Circus e i film dei Monty Python, ma purtroppo non è stata sfruttata al meglio dal regista Antoine Bardou-Jacquet, privo di esperienza cinematografica se non si contano una manciata di video e di spot. Peccato perché la vicenda di per sè è già esilarante, solamente leggendo la sinossi della trama io ero già divertita, eppure il film manca del tutto di ritmo e di coerenza di tono, passando dalla commedia all’action violento alla farsa, inserendo sequenze immotivatamente lunghe di scontri fisici truculenti tra Kidman (affetto da disturbi post traumatici molto gravi) e scagnozzi di varia provenienza oppure di persone con i sensi ottenebrati dalla droga che si lasciano andare completamente a follie di varia natura. Tolte queste, il film sarebbe molto divertente, ricco di situazioni surreali ma buffe e sorretto da bravi attori. Ron Perlman, nonostante il ruolo strambo e le allucinazioni che offuscano spesso il giudizio del suo tosto personaggio (permettendo così alla vicenda di svilupparsi in qualche modo), è una garanzia di qualità, e Rupert Grint (a tutti noto come il Ron Weasley della saga di Harry Potter) è perfetto per il ruolo dell’opportunista imbranato ma pieno di risorse. Non mi sento di consigliarlo a cuore aperto per via dei suoi molti difetti, ma resta un film godibile in alcune parti con un’idea di fondo davvero buona, che poteva certamente essere sfruttata meglio. Peccato anche aver dato poco risalto a tutto l’aspetto metacinematografico della vicenda, che avrebbe meritato meno derive lisergiche e una migliore sceneggiatura. Non ho capito come mai tutta l’azione fosse ambientata in Inghilterra ma, da brava anglofila, l’ho apprezzato molto.

Voto: 2 Muffin

Stanley Kubrick, Ron Weasley e Rambo entrano in un pub…

Una Frittella di Mela al Giorno…

Su Disney Plus si possono trovare (quasi) tutti i film della nostra infanzia. Sono appunto quei film che, quando eravamo piccoli, ci piacevano tantissimo e ci facevano ridere, tanto che li rivedevamo in continuazione e li imparavamo a memoria. Questi due film invece non solo non li ho visti da piccola, ma non li avevo mai sentiti nominare: ne sono certa perché mi sarei ricordata di titoli così suggestivi! Li ho visti quindi solo da adulta, e sicuramente hanno perso molta della godibilità che avrebbero per un bambino, però mi hanno comunque intrattenuto piacevolmente e strappato qualche sorriso. Se anche voi siete cresciuti con Quattro Bassotti per un Danese, FBI operazione Gatto e Un Cowboy col Velo da Sposa, allora questa banda succulenta fa per voi!

La Banda delle Frittelle di Mele

Titolo originale: The Apple Dumpling Gang

Anno: 1975

Regia: Norman Tokar

Interpreti: Bill Bixby, Susan Clarke, Don Knotts, Tim Conway

Dove trovarlo: Disney Plus

Siamo nel caro vecchio west, dove Mr. Donovan (Bill Bixby), burbero giocatore d’azzardo, accetta di ritirare per un amico un misterioso pacco in arrivo sulla diligenza. Che shock scoprire che il pacco in questione sono in realtà tre bambini, di cui ora Mr. Donovan è costretto, suo malgrado, a prendersi cura. Mr. Donovan, desideroso di liberarsi dei bambini, stringe un accordo con la bella Dusty (Susan Clarke) per un matrimonio di convenienza, in modo che i piccoli vengano affidati alla donna e lui rimanga libero di inseguire i suoi sogni di ricchezza. Ma nel frattempo, nella vecchia miniera di cui i bambini sono proprietari, è stata trovata un’enorme pepita d’oro. Ora tutti in città desiderano adottare i bambini (anche l’amico si rifà vivo per reclamarli), ma loro invece vogliono restare con Mr. Donovan e Dusty: si accordano perciò con due fuorilegge imbranati, Amos (Tim Conway) e Theodore (Don Knotts), perché li aiutino a rubare la pepita dalla banca in cui è custodita: è nata la Banda delle Frittelle di Mele!

Anche se non c’è nulla di particolarmente originale in questo film, tutti gli elementi tipici dei film per famiglie sono presenti nella giusta quantità, in un buon equilibrio tra sentimenti e umorismo fino all’immancabile lieto fine. L’ambientazione del Far West è sempre suggestiva, i bambini dopo qualche scena entrano nel cuore dello spettatore e anche il cinico Mr. Donovan mostra infine il suo lato tenero; Susan Clarke è una bellissima e dolcissima Dusty, nonostante gli abiti maschili e l’atteggiamento da dura. Tutta una serie di personaggi minori fanno da contorno alla vicenda, dalla sceriffo barbiere al padre ubriacone di Dusty, garantendo simpatia e la giusta dose di confusione. Ma il vero cuore del film è costituito dai due incapaci rapinatori Amos e Theodore (e l’asino Clarice), di natura combinaguai ma sempre uniti in ogni malefatta e in ogni conseguente disastro. Il regista Norman Tokar, veterano dei film per famiglie Disney (suoi sia Quattro Bassotti per un Danese che Il Gatto Venuto dallo Spazio) sa benissimo come creare scene slapstick per tutti i gusti e come far vincere l’amore senza diventare stucchevole. In internet si trova la ricetta degli Apple Dumplings (ravioli di mele) per accompagnare la visione!

La Banda delle Frittelle di Mele 2

Titolo originale: The Apple Dumpling Gang Rides Again

Anno: 1979

Regia: Vincent McEveety

Interpreti: Don Knotts, Tim Conway

Dove trovarlo: Disney Plus

Amos (Tim Conway) e Theodore (Don Knotts), stanchi della vita troppo tranquilla nella fattoria con Mr. Donovan, Dusty e i bambini, raggiungono Junction City per cercare fortuna, questa volta onestamente. A causa di una serie di equivoci vengono però scambiati per i rapinatori della banca e lo sceriffo Hitchcock si mette sulle loro tracce. I due si rifugiano in un forte e vengono arruolati come soldati, ma tra indiani, armi e munizioni che scompaiono e criminali nascosti nelle caverne ne passeranno di tutti i colori!

Anche il regista Vincent McEveety è un veterano della commedia per famiglia Disney (suoi Un Papero da un MIlione di Dollari e Herbie al Rally di Montecarlo, in cui recita anche Don Knotts) ma, forte del successo del primo film, alza il tiro e realizza un film più complicato, con abbondanza di personaggi, sottotrame (anche amorose, naturalmente) e colpi di scena che vedono la Banda delle Frittelle di Mele, composta questa volta solo da Amos e Theodore, mettersi sempre più nei guai con situazioni sempre più assurde e incredibili, anche quando i due compari cercano di rigare dritto. Non so se i bambini potrebbero apprezzare questo film così complicato e pieno di personaggi minori (soldati, fuorilegge, perfino gli indiani), meno tarato sui loro gusti rispetto al precedente, ma di sicuro il divertimento non manca in questa serie rocambolesca di situazioni tipiche dell’ambientazione western (il forte, l’assalto al treno, gli indiani, la rapina…) in cui niente va mai secondo i piani. Gran numero di attori eccellenti (Tim Matheson, Jack Elam, Robert Pine, Kenneth Mars) in un film pensato stavolta più per gli adulti ma sempre simpatico e con scene comiche esagerate e divertenti e il tanto agognato lieto fine. Disney Plus lo propone col titolo alternativo La Gang delle Sfoglie di Mele Colpisce Ancora, ma comunque li si voglia chiamare si tratta sempre degli stessi dolci Apple Dumplings che fanno venire l’acquolina in bocca anche quando non si vedono.

Lock&Stock – Pazzi Scatenati

Titolo originale: Lock & Stock and Two Smoking Barrels

Anno: 1998

Regia: Guy Ritchie

Interpreti: Jason Statham, Vinnie Jones

Dove trovarlo: Netflix

Un gruppetto di piccoli delinquenti si convince di poter guadagnare molti soldi con una partita a poker contro un boss della malavita. Sfortunatamente invece perdono, e il boss dà loro pochi giorni per mettere insieme una grossa cifra. I nostri decidono quindi di procurarsi il denaro derubando i loro vicini una volta che questi avranno a loro volta derubato degli spacciatori…

Piccola premessa: io e mio marito abbiamo visto i primi episodi della serie Locke&Key e stavamo cercando il successivo per continuare la visione quando il motore di ricerca di Netflix ha fatto comparire Lock&Stock. Io ho commentato: “Dovrei proprio vederlo questo”. E mio marito: “Non l’hai mai visto??” e ha cliccato immediatamente “Inizia visione”. Bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare. E comunque, di sicuro è molto meglio di Locke&Key!

Guy Ritchie, lungi dall’essere solamente l’ex signor Madonna, è un regista che amo moltissimo quando si mantiene nel genere gangster-commedia, mentre quando ne esce resto sempre delusa (il peggiore di tutti i suoi film è senza dubbio Travolti dal Destino, infelice remake del film di Lina Wertmuller Travolti da un Insolito Destino nell’Azzurro Mare d’Agosto, ma anche il film su Re Artù e il live-action di Aladdin non erano belli). Non fa eccezione il suo film d’esordio Lock&Stock – Pazzi Scatenati, che unisce il genere gangster, con rapine e sparatorie, con la commedia più brillante, con risultati davvero esilaranti. La trama, con i suoi intrecci e colpi di scena, è molto ben congegnata, e i personaggi, pur essendo tanti, sono tutti ben caratterizzati, grazie anche a una squadra di bravi attori di ogni età (tra cui due giovani Vinnie Jones e Jason Statham) e ai dialoghi ben scritti e ben recitati, conditi di battute divertenti e situazioni paradossali ma mai troppo incredibili. La violenza e il turpiloquio passano sempre in secondo piano rispetto alle rocambolesche avventure dei protagonisti, per cui i due barili fumanti del titolo originali sono l’ultimo dei problemi. Non so dire se il regista abbia davvero inventato questa formula per il successo ma di sicuro ci si muove dentro con splendidi risultati, come sarà anche per i film successivi The Snatch, Sherlock Holmes e The Man from U.N.C.L.E. Eccitante, divertente, soddisfacente: cosa volere di più?

Voto: 4 Muffin

A Star is Born

Anno: 2018

Regia: Bradley Cooper

Interpreti: Lady Gaga, Bradley Cooper, Sam Elliot

Dove trovarlo: Netflix

Una cameriera che sogna di diventare una star e un cantante di grande successo ma con gravi problemi di alcool e droga si conoscono per caso nel locale di drag queen in cui lei si esibisce. Tra i due scocca la scintilla, la fama di Jack (Bradley Cooper) spianerà la strada verso il successo per Ally (Lady Gaga) ma le dipendenze di lui renderanno molto difficile il rapporto di coppia.

La storia si racconta in due righe e non è certo nuova, visto che abbiamo già avuto due film dallo stesso titolo, uno del 1954 con Judy Garland e James Mason e uno del 1976 con Barbra Streisand e Kris Kristofferson. Tuttavia questa nuova versione mi è piaciuta davvero molto, perciò mi sento di consigliare questo film agli amanti della musica e anche a chi ama vedere sullo schermo storie d’amore complicate. Io ero già una fan di Lady Gaga ma credo che in questo film la celebre cantante pop brilli davvero come una stella per il suo genuino talento canoro e per le sue più che adatte doti recitative. Doppio applauso poi per Bradley Cooper, attore affascinante e simpaticissimo, che qui non solo si cala in un ruolo molto difficoltoso ma si cimenta anche per la prima volta come regista, ottenendo un ottimo risultato: senza particolari vezzi autoriali Cooper riesce a raccontare questa storia, semplice ma intensa, in modo lineare e accattivante, facendoci davvero affezionare ai due protagonisti e al fratello di Jack, Bobby, interpretato dal sempre mitico Sam Elliott. Belle musiche e canzoni, bravi gli attori, pulita la regia di Cooper, che ci inonda di luci quando sale sul palco per mostrare lo straniamento di chi è sotto l’effetto di alcool e droghe ma ci racconta poi una dolce e sofferta storia d’amore con grazia e tenerezza. Meritato l’Oscar per la miglior canzone a Shallow, cantata da Lady Gaga e Bradley Cooper. 

Voto: 3 Muffin

Rampage

Anno: 2009

Regia: Uwe Boll

Interpreti: Brendan Fletcher

Dove trovarlo: Amazon Prime

Ho trovato questo film per puro caso su Amazon Prime Video, mentre cercavo tutt’altro (probabilmente l’omonimo film con The Rock e gli animali assassini giganti mutanti) e sono stata colpita dalla trama quasi inesistente che prometteva un’ora e mezza di intrattenimento senza nessuna pretesa e ancora meno pensieri: un ragazzo imbraccia le armi e stermina la folla inerme per strada in preda a furia omicida incontrollata. In verità, in barba a quello che dicono IMDB o la stessa Amazon Prime, in questo film c’è molto di più. Rampage mantiene la promessa con cui ci viene venduto, una gran dose di violenza senza tanta sovrastruttura, ma la faccenda è molto ma molto più divertente di come appare. L’inizio del film lascia decisamente perplessi, con le sue inquadrature tremolanti da video amatoriale e con i pochi attori in scena impegnati in lunghi dialoghi estremamente banali e privi di sostanza (molto realistici, in pratica), tanto che ci si inizia a chiedere che genere di film si stia guardando e se non si sia ancora in tempo per interrompere e vedere quello con Dwayne Johnson e il lupo gigante volante. L’utilizzo di continui flashforward però continua a prometterci che l’azione prima o poi arriverà, basta avere un po’ di pazienza. E infatti l’azione arriva, come promesso, con una violenza sanguinaria apparentemente immotivata che sembra togliere tutto il divertimento… sembra! Infatti, a poco a poco, iniziamo a capire che non si tratta affatto di uno sfogo irrazionale, ma che fa tutto parte di un piano molto (molto) ben congegnato e che Bill è mosso da motivazioni su diversi livelli. Il protagonista, con la perfetta faccia da schiaffi di Brendan Fletcher, inizia a emergere dai contorni di ragazzo pigro e bugiardo in cui ci era stato presentato per diventare, se non simpatico, di certo più accattivante (narrativamente parlando). Alla fine del film, ammesso che si riesca a tollerare una certa dose di sangue e di uccisioni (la violenza è molto realistica ma il regista fa anche alcune scelte sagge, per esempio di scatenare il protagonista in un momento della giornata in cui i bambini sono tutti al sicuro tra le mura scolastiche) la sensazione di appagamento è completa, solo che d’ora in poi giocare a bingo non sarà mai più la stessa cosa. Infine la notizia che del film siano stati fatti non uno ma due seguiti regala grande gioia allo spettatore. Sembrava Un Giorno di Ordinaria Follia, ma in realtà era ideologicamente più vicino a…

Voto: 3 Muffin

S – Fuorilegge per Amore (di Spiderman)

Oggigiorno ci siamo abituati ad avere tutti i film nuovi sempre a nostra disposizione. Passa sempre meno tempo tra l’uscita cinematografica (che sempre più spesso avviene in contemporanea, o viene addirittura sostituita, da quella su piattaforma) e l’uscita del blu ray, e tutto è sempre disponibile, più o meno lecitamente, su internet. Ma una volta non era così, perchè se ti innamoravi di un film visto al cinema non potevi far altro che ritornare a vederlo di nuovo in sala (come facemmo per esempio per la saga de Il Signore degli Anelli, ciascun episodio non meno di tre volte) oppure rassegnarti ed attendere pazientemente il rilascio per il noleggio e l’home video. Nel lontano 2002, prima dell’avvento dell’era dei supereroi cinematografici dei vari universi, un certo Sam Raimi realizzò un film sull’Uomo Ragno. Io non sono mai stata una lettrice di fumetti, ma ero cresciuta con i cartoni animati di Spiderman ed ero molto affezionata a quel personaggio, così accessibile e simpatico. Una mia amica invece aveva una gran cotta per l’attore scelto per interpretarlo, Tobey Maguire. Lei infatti aveva un debole per i bravi ragazzi, scarsi di pettorali ma pieni di occhi azzurri (ciascuno infatti può avere un motivo diverso per pagare il biglietto per Il Signore degli Anelli tre volte). Avevamo dunque entrambe grandi aspettative; lei però si era organizzata meglio. Quando la vidi arrivare davanti al cinema con una borsa enorme pensai che fosse piena di snack da sgranocchiare durante il film. Invece, quando ci fummo sistemate ai nostri posti, con circospezione estrasse dalla borsa un mangianastri, di quelli per bambini, di plastica colorata e con il microfono a gelato. Mi spiegò che non poteva certo restare troppo tempo senza sentire la voce dello stupendo Tobey (anche quella del doppiatore evidentemente andava bene). Quando si spensero le luci protese il microfono verso lo schermo e premette il tasto Rec. Rimase così, come se stesse intervistando la poltroncina di fronte, fino a che non terminò il nastro della cassetta, prima della fine del film. Ma lei si ritenne molto soddisfatta di quel suo stratagemma. Rifiutai con quanto più garbo possibile la copia della cassetta che si offrì di farmi, e con aria vagamente colpevole uscimmo dalla sala. Ancora oggi resto convinta che il primo Spiderman di Sam Raimi sia uno dei film di supereroi più belli. Forse non era fedele ai fumetti, ma era coerente nella sceneggiatura (cosa che certo non si può dire dei film con il successore di Tobey Maguire, Andrew Garfield), divertente, romantico, coinvolgente. La scena del bacio a testa in giù tra Spiderman e Mary Jane (una bellissima e dolcissima Kirsten Dunst) è diventata iconica, ed è stato a partire da questo film che l’invasione dei supereroi ha avuto inizio. Oggi, con gli Smartphone, sarebbe fin troppo facile rubare un’immagine o qualche minuto di audio ad un film visto al cinema, e comunque nessuno sente più il bisogno di farlo. E molti bambini oggi non sanno nemmeno cosa sia un mangianastri: un apparecchio elettronico con cui è possibile ascoltare canzoni e favole, registrare voci, musica e suoni, e soprattutto rubare un ricordo speciale.

E voi cosa avete fatto a San Valentino?