Enemy

Anno: 2013

Regia: Denis Villeneuve

Interpreti: Jake Gyllenhaal, Mélanie Laurent, Sarah Gadon, Isabella Rossellini

Dove trovarlo: Amazon Prime Video

Adam Bell (Jake Gyllenhaal) è un professore universitario dalla vita monotona e noiosa. Nemmeno la stanca relazione con la bella Helen (Mélanie Laurent) sembra rendere interessante la vita, fino a che Adam, seguendo il consiglio di un collega insegnante, noleggia un film in cui recita un attore in tutto e per tutto identico a lui. Incuriosito Adam inizia a indagare su di lui, scoprendo che si chiama Daniel St. Claire (in arte Anthony Claire). Adam, ormai ossessionato, inizia a spiare Daniel, fino a che non decide di chiamarlo e chiedergli un incontro. Daniel inizialmente rifiuta ma poi accetta di incontrare Adam; Daniel rimane a sua volta sbalordito dalla somiglianza fisica (anche le voci sono identiche) e propone subito uno scambio di identità: per una giornata Adam e Daniel si scambieranno gli abiti, l’appartamento e anche le donne…

Lo ammetto: ho scelto questo film, nel vasto catalogo Prime Video, attirata dall’idea di un doppio Jake Gyllenhaal. E la mia ingordigia è stata punita…

Enemy, tratto dal romanzo L’Uomo Duplicato di Josè Saramago, è un film con un’ottima idea di partenza (anche se non proprio originalissima, basti pensare a Il Principe e il Povero e a tutti gli altri libri e film basati sullo scambio di identità tra persone fisicamente identiche, da La Maschera di Ferro a Un Cowboy col Velo da Sposa) che non sa sfruttare, sporcando la connotazione thriller, ben riuscita, con una deriva onirico-psicologica che fa sorridere.

Il regista Denis Villeneuve, salito ora alla ribalta con il kolossal Dune, ambienta il suo film in una Toronto verdognola e giallastra per dare l’idea della vita insipida e scialba condotta dal professore Adam, che trova invece desiderabile quella del suo doppio, l’attore di cinema. A ben guardare però nemmeno Daniel è così appagato della sua vita, infatti tradisce in continuazione la moglie e non esita nemmeno un’istante quando gli si prospetta l’opportunità di farlo nuovamente, questa volta con la donna del suo alter-ego. Considerando solo l’anima thriller, il film sarebbe ben fatto nel costruire la tensione; purtroppo le derive simbolico-oniriche la spezzano, e il finale aperto con ragno gigante lascia lo spettatore con un sorriso beffardo più che con il senso di inquietudine che forse era l’obiettivo del regista.

La metafora della donna-ragno è banale, l’espediente narrativo del sogno lo è anche di più, e in congiunzione con il tema del Doppelganger rende tutto il film stantio quanto pretenzioso.

Se poi si pensa che Jake Gyllenhaal è stato il villain dell’ultimo film di Spiderman, lo sberleffo è assicurato: per chi vuole apprezzare le doti attoriali di Gyllenhaal consiglio piuttosto Zodiac, Jarhead o il classico Brokeback Mountain; per chi invece vuole gustarsi il suo bell’aspetto, allora consiglio di cuore Prince of Persia, tratto dal celebre videogioco. 

Isabella Rossellini compare, per una manciata di secondi, nel ruolo della madre di Adam.

Voto: 1 Muffin

Per chi non ha capito bene il film, Villeneuve lo spiega alla lavagna

Il Nido dello Storno

Titolo originale: The Starling

Anno: 2021

Regia: Theodore Melfi

Interpreti: Melissa McCarthy, Chris O’Dowd, Kevin Kline, Daveed Diggs, Timothy Olyphant

Dove trovarlo: Netfilx

La felicità sembra sorridere alla vita della coppia formata da Lilly (Melissa McCarthy) e Jack (Chris O’Dowd), divenuti da poco genitori. Purtroppo però la loro bimba si ammala e muore. Lilly cerca di reagire alla terribile perdita mentre Jack ne rimane sconvolto, tanto da dover essere ricoverato in un istituto per sottoporsi a cure psichiatriche, incapace di tornare alla vita di prima. Quando Jack rifiuta di vedere la moglie, anche l’apparente normalità della vita che Lilly cercava di condurre dopo la tragedia va in pezzi. Inaspettatamente un’ancora di salvezza sarà offerta da uno psichiatra divenuto veterinario (Kevin Kline) e da una coppia di uccellini dispettosi.

Quando ero piccola andavo matta per una serie di libri per bambini in cui la protagonista Matilde doveva risolvere diversi problemi per poter mandare avanti la sua fattoria: per poter coltivare il suo granturco a sfamare la sua vacca, Matilde si ritrova a dover affrontare fantasmi rumorosi, capre insaziabili e corvi indisponenti.

Con questo spirito ho iniziato a vedere questo film, convinta che il cast di attori brillanti e lo scontro con gli uccellini sarebbe stato molto divertente.

Ahimè non è stato così: si tratta invece di un dramma molto triste, che sceglie di affrontare un tema non certo nuovo nel cinema e nella letteratura (le difficoltà di una coppia che ha perso un figlio) in modo molto convenzionale, come abbiamo già visto in moltissimi altri film del genere: l’elaborazione del proprio lutto (in tutti i suoi canonici stadi) attraverso la caduta seguita dal riscatto morale.

In questo film non c’è nulla di sottile, sentimenti e stati d’animo vengono didascalicamente sottolineati ad ogni passaggio, attraverso il confronto con ciò che avviene in natura e la ridondante colonna sonora di canzoni country-pop che insistono a spiegare ciò che è già chiaro.

Nessuna sorpresa nemmeno nei dialoghi, nell’evoluzione dei personaggi o nel finale: il regista Theodore Melfi esegue bene in suo compitino e gira un convenzionale film strappalacrime hollywoodiano, senza nessun guizzo di alcun genere.

Il cast, di prim’ordine, si impegna giusto il necessario: di più sarebbe stato uno spreco.

Kevin Kline, altrove mattatore, qui è relegato a comprimario stereotipato; Melissa McCarthy offre un’interpretazione dignitosa ma sporcata dal turpiloquio gratuito; il migliore in campo è Chris O’Dowd, ottimo protagonista della spassosissima serie IT Crowd, credibile qui in un ruolo scomodo. Nomi rilevanti anche tra i personaggi minori: Daveed Diggs è l’infermiere dell’istituto psichiatrico, mentre Timothy Olyphant il capo senza cuore di Lilly.

Chiudo questa ben poco entusiasta recensione parlando del problema più grosso del film: gli stornelli sono realizzati interamente in CGI, in ogni inquadratura, togliendo credibilità ad ogni situazione e riportando alla mente prodotti ben poco drammatici come Alvin Superstar. Mi riesce davvero difficile credere che non fosse possibile filmare dal vivo un uccellino che saltella su un ramo o costruisce un nido, a meno che Netflix (produttrice del film) non abbia ritenuto che non valesse la pena perdere tempo per riprendere dei veri storni. Senza voler scomodare il grande lavoro del maestro Hitchcock, penso però che anche l’uccellino finto di Velluto Blu di David Lynch, superato l’effetto “Mary Poppins”, sarebbe stato preferibile al vedere un rassegnato Kevin Kline affannarsi per eseguire un drenaggio toracico su un mucchietto di pixel piumati.

Voto: 1 Muffin

L’Attimo Fuggente – Recensione in Rima/ Dead Poets Society – Rhymed Review

Con elegante ritardo arriva la recensione in versi del film L’Attimo Fuggente promessa ai due vincitori parimerito dell’ultimo quiz di Cinemuffin: per Fra ecco la recensione in italiano, mentre per Over-the-shoulder, here it comes the English version of the Rhymed review of the requested movie, Dead Poets Society.

Buona lettura! Enjoy!

Ti paragonerò forse ad una giornata di sole?

No, ma se qualcuno lo vuole

cercherò di parlare dell’Attimo Fuggente

ma vi avviso: alla fine io piango; non posso farci niente.

Il Club dei Poeti Defunti, il titolo è un indizio

già lo sappiamo che morirà quel tizio

Tutto il mondo è un palcoscenico” Shakespeare scriveva

ma sognare di calcarlo proprio non si poteva

Fermate gli orologi, che il telefono non squilli

lasciate che i suoi amici lo piangano tranquilli.

Carpe Diem” è un motto pericoloso da adottare

guarda quanta disperazione può portare

ma il seme è stato posto nel terreno

e speriamo che il futuro ponga un freno

all’obbedienza cieca dettata dalla paura

per seguire invece l’aspirazione più pura.

Con “Professor Keating” è dura far la rima

ma le cose non saranno mai più come prima.

Oh Capitano! Mio Capitano!” risuonano ancora questi versi,

Robin Williams, senza di te ci sentiamo persi.

Ciascuno ha trovato il suo ritmo nel cammino

anche Ethan Hawke, il più schivo e timidino:

per questo ruolo viene da tutti ricordato

a recitare era davvero Predestinato.

E se alla fine mi direte che non state piangendo

nel mio cuore saprò che state mentendo.

Shall I compare thee to a summer’s day”?

No, but it’s hard to find a way

to describe a movie so sad

every time I watch it my eyes turn red.

Dead Poets Society, the title is a clue

you would expect someone to die, wouldn’t you?

All the world’s a stage” Shakespeare said

but for someone just dreaming of that is bad.

Stop all the clocks, cut off the telephone

‘cause one of the brilliant students has gone.

Carpe Diem” is a dangerous thing

look at the misery it can bring

but the seed has been put in the ground

we hope in the future some balance will be found

between blind obedience driven by fear

and freedom to do what to your heart is dear.

Professor Keating, a man of his name:

now things will never be the same.

O Captain! My Captain!” that no one can touch

O Robin Williams, we all miss you so much.

Now everyone has his own pace to walk

even poor little shy Ethan Hawke:

we all remember him in this interpretation

for acting he really had a Predestination.

And if in the end you tell me you don’t cry

well then, Sir, I believe it’s a lie. 

007: Vivi e Lascia Morire

Buongiorno a tutti, sono davvero entusiasta di tornare a pubblicare su Cinemuffin, dopo una lunga, lunghissima vacanza (noblesse oblige)!

Vi invito a guardare, nel cerchietto al centro dell’immagine sulla home page, il nuovo logo originale di Cinemuffin! E’ opera di una carissima amica che non vuole alcun riconoscimento, perciò non posso fare altro che ringraziarla ancora una volta e sperare che questa sua creazione piaccia ai miei lettori quanto piace a me.

Oggi esce nelle sale il venticinquesimo film della saga di 007, No Time To Die, l’ultimo interpretato da Daniel Craig. In attesa di scoprire quale sarà il destino del nostro eroe al servizio di Sua Maestà, noi proseguiamo il nostro viaggio attraverso le sue avventure: per Bond non è tempo di morire, ancora, perciò lasciamo che a morire siano gli altri…

Con Una Cascata di Diamanti Sean Connery ha dismesso, questa volta definitivamente, gli abiti eleganti di James Bond, lasciando ai produttori Harry Saltzman e Albert Broccoli la patata bollente di trovare un nuovo 007. I critici hanno già dichiarato defunto il personaggio creato da Ian Fleming e c’è il serio rischio di scegliere ancora una volta l’attore sbagliato. Il favorito per ottenere la parte sembrerebbe essere il fascinoso Burt Reynolds, ma Cubby Broccoli è irremovibile: James Bond deve essere alto più di un metro e ottanta e deve essere inglese. “Un Bond americano” sentenzia il produttore “sarebbe come un cowboy britannico: ridicolo!”. E Broccoli non aveva nemmeno visto un cowboy italiano…

Sull’attore inglese Roger Moore, famoso per aver interpretato Simon Templar nella serie tv Il Santo e Brett Sinclair nella serie Attenti a quei Due (in coppia con Tony Curtis), Saltzman e Broccoli avevano messo gli occhi già da tempo. Gli era stato offerto il ruolo di 007 in prima battuta per Licenza di Uccidere, ma Moore era già impegnato; lo avevano ricontattato per Al Servizio Segreto di Sua Maestà ma, di nuovo, non era disponibile. Nel frattempo però Roger Moore è diventato amico di Saltzman e Broccoli, con cui si trova sempre al Curzon House Club per giocare d’azzardo; non solo ma aveva anche interpretato James Bond nel 1964 in una divertentissima puntata del telefilm Mainly Millicent, in cui doveva vedersela con una serie di imbranate spie nemiche mentre cercava di bere in tranquillità il suo drink. Ad una telefonata di Saltzman, finalmente Roger Moore accetta di diventare il nuovo James Bond. “Interpretare Bond è come essere una gemma incastonata in un gioiello prezioso”, afferma Moore.

Sir Roger Moore all’epoca aveva 45 anni

Il “gioiello”, ossia la pregevole e affiatata squadra di attori, tecnici e maestranze che ha lavorato ai film precedenti della saga viene quindi richiamata in blocco per girare Vivi e Lascia Morire, l’ottavo film sull’agente segreto britannico con licenza di uccidere 007. Alla regia torna Guy Hamilton (il “Generale”, come veniva chiamato per la sua organizzazione impeccabile), già artefice del successo di Goldfinger e di Una Cascata di Diamanti, mentre della sceneggiatura viene incaricato Tom Mankiewicz, già autore del copione di Una Cascata di Diamanti. Quando i produttori chiedono a Tom quale dei libri di Fleming vorrebbe portare sul grande schermo lui sceglie Vivi e Lascia Morire, suggestivo per la sua ambientazione nel mondo della magia nera ma problematico in quanto tutti i villains sono personaggi di colore (siamo nel 1973, periodo in cui movimenti per i diritti delle minoranze come i Black Panthers hanno assunto grande rilevanza). Il romanzo, pubblicato nel 1954, risente delle fobie razziali di quegli anni, nonostante Fleming lo avesse scritto con le migliori intenzioni. Mankiewicz ha dunque l’arduo compito di rappresentare questi cattivi come persone sì spietate, ma anche sofisticate e intelligenti, mai ridicole, in grado di tenere testa a Bond sia in determinazione e astuzia che in eleganza.

Un film in bianco e nero

Roger Moore ha invece il difficile compito di sostituire Sean Connery nel ruolo che lo ha consacrato come star. Per quanto riguarda il sofisticato guardaroba di Bond, Moore si affida al sarto Cyril Castle di Londra, dopo che i produttori gli hanno imposto di dimagrire (cosa non difficile a farsi, visto che le scene fisiche presenti nel copione costringono l’attore a fare mezz’ora di nuoto e mezz’ora di esercizio fisico intenso ogni mattina) e di tagliarsi i capelli. Più difficile è riuscire a non imitare mai Sean Connery: lo 007 di Roger Moore ad esempio non ordina più il celeberrimo Vodka Martini ma un Bourbon senza ghiaccio. Moore sceglie, per interpretare Bond, di rifarsi al personaggio dei romanzi di Fleming, al quale non piaceva uccidere: un Bond meno violento (soprattutto verso le donne), più raffinato (non a caso Fleming avrebbe voluto David Niven nei suoi panni ed era inorridito per l’accento scozzese di Connery), meno spietato e soprattutto ancora più ironico e sarcastico, come regista e sceneggiatore sapranno ben sottolineare.

“Buongiorno, sono Roger Moore e sono il tizio in fondo alla canna della pistola”: così Sir Roger Moore apre il suo commento al film Live and Let Die, a sua detta il secondo preferito tra quelli da lui interpretati (scopriremo più avanti quale sia il primo).

Le regole della saga sono ormai consolidate: il film si apre con i titoli ideati da Maurice Binder (la sagoma di Bond che cammina di profilo per poi girarsi e sparare verso lo spettatore), una scena iniziale molto ironica che introduce l’ambientazione della storia, la sigla e a seguire il film. Guy Hamilton sa bene di doversi muovere all’interno di queste regole ma, al tempo stesso, di dover sorprendere gli spettatori che ormai le conoscono così bene.

Hamilton ci racconta come nasce un film di James Bond: “Ci si barrica in uno studio con tante sigarette e dopo tre settimane la trama è definita e divisa in tre parti. Il vero problema è decidere dove collocare 007: non può essere nei vicoli lerci o nei luoghi di villeggiatura in cui vanno tutti, questo si vede in tv ogni sera”.

La scena di apertura è ambientata al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite di New York. Nell’edificio non è permesso fare riprese, perciò gli interni devono essere ricostruiti in studio. Il regista visita quindi il palazzo insieme allo scenografo che lo dovrà ricreare, e i due riescono a sottrarre una planimetria dell’edificio, utilizzata per una riparazione all’impianto elettrico e lasciata poi incustodita… ecco una cosa che non si vede spesso in tv!

A Hamilton viene l’idea di girare il film a New Orleans, perché lì: “… c’è il jazz, e poi non ci sono mai stato”. Ma cosa offre di particolare New Orleans? Non si può inscenare un Mardi Gras perchè era già stato mostrato il Junkanoo in Thunderball. Però a New Orleans ci sono anche i funerali jazz: l’idea perfetta per la scena di apertura, con un agente segreto che scopre di star assistendo, suo malgrado, al suo stesso funerale. La bara utilizzata per la scena è autentica, è stato però rimosso il fondo e sono state aggiunte due maniglie cui lo stuntman si può attaccare con le mani e i piedi. La Olympia Brass Band è un’autentica banda specializzata in cortei per funerali jazz. Nessuno può scegliere di avere un funerale jazz: se te lo sei meritato, lo decide per te la gente dopo la tua dipartita, sostenendone anche il costo. Evidentemente l’agente Hamilton (interpretato da Robert Dix) se l’era proprio meritato…

Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale…

I servizi segreti inglesi, dopo la misteriosa scomparsa dell’agente Hamilton, si rivolgono ovviamente al loro migliore agente con licenza di uccidere. per la prima volta ci è permesso vedere la dimora di James Bond, mentre il suo capo M (ancora interpretato da Bernard Lee) interrompe il suo incontro amoroso con un’avvenente collega di origini italiane (interpretata da Madeline Smith, suggerita da Roger Moore con cui aveva lavorato in Attenti a Quei Due). Mentre 007 mette a dura prova la pazienza di M con una macchina per il cappuccino incredibilmente sofisticata e complicata da usare, Miss Caruso riesce a nascondersi in un armadio e Bond riesce a farla franca, anche grazie alla complicità dell’inossidabile Miss Moneypenny (Lois Maxwell, che era stata allieva, insieme a Roger Moore, della Royal Academy of Dramatic Arts e aveva partecipato ad alcune puntate del telefilm Il Santo). L’orologio digitale con quadrante illuminato che Bond riceve in dotazione per la missione era una novità tecnologica in quegli anni; inoltre è un chiaro esempio del product placement (ciascun membro della troupe ne riceve uno in regalo) che ormai è prassi dei film di 007, insieme allo Champagne Bollinger (non più dunque Dom Perignon). Una volta rimasti soli (Moneypenny, che ha riconosciuto Miss Caruso, nella versione originale lo saluta con un “Ciao bello!”)  Bond può riprendere da dove si era interrotto con Miss Caruso: usa quindi il suo nuovo orologio magnetico per tirare giù la zip dell’abito della ragazza. Detto così sembra facile… In realtà, per realizzare questo trucco, un tecnico era accucciato ai piedi di Madeline e tirava l’estremità inferiore della cerniera lampo, mentre un secondo uomo stava appeso sopra di lei e, con una canna da pesca e una lenza sottilissima, agganciava la zip dell’abito. Al segnale stabilito, l’attrice tratteneva il fiato per permettere al pescatore volante di far scendere “magneticamente” la zip… altro che effetti digitali! Lo sceneggiatore Tom Mankiewicz ci tiene molto a mostrare sempre in anticipo (possibilmente con una buona dose di ironia) allo spettatore come funzionano i gadget di cui Bond sarà, anche in questo film, ampiamente fornito, nonostante manchi il personaggio di Q (è il capo M in persona ad equipaggiare 007 questa volta, e direttamente a casa sua).

“Sono l’idraulico!”

Una volta sbrigato l’”affare italiano” Bond può partire per i Caraibi per svolgere la sua missione, ma si ritrova subito coinvolto in un inseguimento automobilistico (girato a New York una domenica mattina all’alba) con cui il regista si è divertito molto. Guy Hamilton aveva infatti fatto salire alcuni pezzi grossi arrivati dalla casa di produzione (la United Artists) per assistere alle riprese, su una delle macchine che dovevano essere tamponate durante la scena: i poveretti ne escono tremanti e bianchi come lenzuola, ma illesi. Nonostante questo scherzo, la United Artists resterà un’ottima casa di produzione per il franchise di Bond, continuando a lasciare grande libertà ai registi. Tuttavia Guy Hamilton non può giustificare lo spostamento della troupe a New Orleans solo per la scena del funerale jazz, perciò inizia ad esplorare i dintorni alla ricerca di ispirazione per nuove scene, ispirazione che non tarda ad arrivare quando, dall’elicottero, il regista scopre una villa nascosta dalle alte canne che circondano i canali e decide di ambientare lì la scena, ideata sul momento, dell’inseguimento in barca e del matrimonio all’aperto, le cui riprese iniziano il 16 ottobre 1972. Due barche pilotate da stuntmen escono dal canale e attraversano il prato schiantandosi però contro un albero; una delle due si squarcia e i piloti sono feriti, quindi il regista ferma le riprese fino al giorno successivo. durante la notte, però, il canale straripa, allagando la location. Hamilton passa quindi ad un’altra scena, ma il vento freddo acutizza i calcoli renali di cui soffre da anni Roger Moore, che deve essere ricoverato d’urgenza. In ospedale, quando gli viene chiesto il suo indirizzo di casa, Moore non ricorda il numero civico; quando l’infermiere gli domanda: “Ma come fa il postino a trovarla?” lui risponde: “Sono famoso, idiota!”. Forse anche per questo, l’attore viene dimesso in fretta dall’ospedale e può tornare a girare, ma ormai ha iniziato a diffondersi l’idea che sul film gravi una terribile maledizione voodoo.

Brutto presentimento?

Di voodoo è intrisa la Giamaica, dove Ian Fleming si ritirava per scrivere i libri di 007, e conseguentemente ne è intriso il suo romanzo. Mankiewicz lo inserisce a piene mani anche nella sceneggiatura, mescolandone assieme tutti gli aspetti più evocativi (tarocchi, rituali, il personaggio del non-morto Baron Samedi) senza però temere di giocare con essi (sul retro delle carte dei tarocchi vediamo il logo di 007 o facendo indossare a Bond il mantello della sacerdotessa). Alcune cose però spaventano davvero, come ad esempio i serpenti vivi che vengono utilizzati in diverse scene. Durante il rituale voodoo (girato, anche se non sembra, in studio a Pinewood) l’attore sviene veramente alla vista del rettile. Lo stesso Moore è spaventato da alligatori e serpenti (nella scena del serpente in bagno i piedi sono infatti quelli della controfigura), così come la segretaria di edizione Elaine Shreyeck, che spesso abbandona frettolosamente il set lasciando che siano gli altri a sbrigare le sue incombenze. Perfino Geoffrey Holder, l’attore (ma anche ballerino e coreografo) che interpreta Baron Samedi, è terrorizzato dai serpenti, tanto che per il rituale voodoo se ne deve utilizzare anche uno finto da fargli tenere in mano. quando poi arriva il momento di girare la scena in cui Baron Samedi cade nella bara piena di serpenti vivi, Holder non ne vuole sapere. Accade però che, quel giorno, in visita sul set ci sia la Principessa Alexandra… Per non fare la figura del fifone davanti ad un’altezza reale, Holder si getta nella bara, con Hamilton che si affretta ad imprimere l’evento su pellicola. Per esorcizzare la paura alcuni membri del cast si rivolgono agli stregoni per farsi leggere il futuro: a Roger Moore viene predetto che avrà un figlio (e guarda caso il suo terzogenito, Christian, nato nel 1973, sembra essere stato concepito proprio in quel periodo…) e che sarà un filantropo (Sir Moore sarà per più di vent’anni Goodwill Ambassador per l’Unicef, seguendo l’esempio dell’amica Audrey Hepburn). Meno esatta si rivela invece la predizione per l’attrice Jane Seymour, cui viene detto che si sposerà tre volte: in quel momento Jane è sposata con il regista Richard Attenborough, ma dopo di lui avrà altri tre mariti, per un totale di quattro.

Prima di lasciare New Orleans non resta che girare, finalmente, l’inseguimento in barca. Durante le prove, il motoscafo di Roger Moore rimane all’improvviso senza benzina e si arresta bruscamente, catapultando in avanti l’attore che batte violentemente il viso e una gamba: fortunatamente Roger può girare la scena anche se zoppica vistosamente e le riprese continuano. Hamilton e Mankiewicz hanno immaginato che l’imbarcazione di Bond faccia un lunghissimo salto, ma nessuno stuntman riesce ad eseguirlo. Il problema viene dunque sottoposto agli allievi della facoltà di ingegneria locale, i quali riescono a calcolare esattamente la giusta velocità e inclinazione della rampa: grazie a loro, lo stuntman Jerry Comeaux (che ha insegnato a Moore a pilotare il motoscafo) riesce a saltare oltre 35 metri, stabilendo un nuovo record e portando a casa la scena al primo ciak. Nonostante alcune altre barche rovesciate, la scena avrà grande successo e diventerà una delle più famose della saga, anche grazie al divertentissimo personaggio dello Sceriffo Pepper (interpretato dal newyorkese Clifton James che indossa un’imbottitura per la pancia e imita impeccabilmente l’accento del sud) affiancato da molti veri poliziotti (coinvolti dal regista per assicurarsi la collaborazione delle forze dell’ordine locali). Quando sembra ormai tutto concluso, Roger Moore viene richiamato frettolosamente per nuove riprese in barca: alla sua controfigura mancava un pollice! A chiudere l’inseguimento viene inquadrato ironicamente il cartello “Make Boating Safe and Fun” e divertentissimo è il contrasto tra lo sceriffo Pepper, paonazzo e agitatissimo, e un flemmatico Bond che si aggiusta la cravatta. Portato finalmente a termine l’inseguimento in barca, è tempo di partire, con più di due tonnellate di attrezzatura (ma finalmente liberi dalle zanzare), per la Giamaica.

“Jamaican Inspector Man”

In fase di pre-produzione il regista, esplorando l’isola, si è imbattuto in un luogo davvero singolare: un allevamento di alligatori che aveva appeso all’ingresso il cartello “Trespassers will be eaten” (“I trasgressori verranno divorati”). Incuriosito era entrato ed aveva conosciuto il proprietario, Ross Kananga, un indiano Seminole il cui padre, anch’egli allevatore, era stato divorato da uno dei suoi alligatori. Lui stesso, da bambino, era rimasto per venti minuti con la testa incastrata tra le fauci di un coccodrillo. Hamilton decide immediatamente che quella deve diventare una location del film. Vengono realizzati un’isoletta al centro del laghetto e un ponticello retrattile per la scena in cui i cattivi cercano di uccidere Bond lasciandolo in balìa degli alligatori. Ross però li avvisa che, se si avvicinano con del cibo vero, verranno sicuramente mangiati, così vengono messe in acqua diverse reti da pollaio a protezione degli attori. Per Harris è difficilissimo afferrare la carne con il suo uncino (arma non convenzionale che lui stesso aveva voluto) e il pollo, rimasto per ore sotto il sole, è ormai rancido: per tenere buoni gli animali non resta che sacrificare il pranzo della troupe. Ciononostante, il dialogo tra Bond e Tee-Hee (interpretato da Julius Harris), che doveva durare quasi un minuto finisce per durare circa venti secondi, tanta è la fretta dei due attori di mettersi al riparo (Moore, come già detto, ha la fobia dei rettili). Lo sceneggiatore sta ancora cercando un modo per far scappare Bond dall’isolotto (l’idea iniziale della barca è esclusa, se ne sono viste già tante durante l’inseguimento) quando lo stesso Kananga propone che 007 potrebbe camminare sugli alligatori e che la scena potrebbe girarla lui stesso. Kananga indossa quindi le eleganti scarpe in pelle di coccodrillo (!) di Roger Moore e tenta di girare la scena. La suola liscia lo fa scivolare e cadere in acqua. Al secondo tentativo, dopo aver applicato dei tacchetti alle scarpe, ormai gli animali hanno capito cosa succede e tentano di assaggiare Kananga, mordendo per fortuna solamente una scarpa. Con gli alligatori strettamente legati, Kananga continua a tentare, e al quinto tentativo la camminata riesce; a Roger Moore non serve che ripeterla… su alligatori di plastica! Per omaggiare la fantasia e il coraggio di Ross Kananga, Tom decide di dare al villain del film il suo nome.

I piedi di Ross Kananga

In Giamaica Guy Hamilton trova un’altra location importantissima: un ponte su cui si possa schiantare un autobus a due piani. L’idea gli era venuta, come spesso gli accadeva, guardano la televisione e scoprendo che esiste a Londra una scuola per autisti di bus a due piani. Detto, fatto: essendo la Giamaica un’ex colonia britannica, il regista non ha problemi a trovare (a 500 sterline)un vecchio bus a due piani con cui poter provare la scena (che verrà poi girata negli Studi Pinewood con una ricostruzione di quello stesso ponte). I primi tentativi sono un disastro: prima crolla il ponte (prontamente ricostruito e rinforzato), poi il secondo piano dell’autobus non ne vuole sapere di staccarsi, fino a che i tecnici degli effetti speciali non realizzano degli appositi binari su cui possa scorrere dopo l’impatto. Grazie a questo accorgimento tecnico e alla sapiente guida di Maurice Patchett, autista e istruttore ingaggiato per l’occasione non solo per guidare ma per insegnare a Roger Moore come fare un testacoda sul bagnato con un bus di due piani senza schiantarsi, la scena è un successo. L’unica a lamentarsi è la protagonista femminile Jane Seymour, rimasta a bordo del bus per tutto il tempo (testacoda e schianti compresi).

Jane Seymour

Per scegliere l’attrice Jane Seymour (la futura Signora del West) per il ruolo dell’indovina Solitaire ai produttori è bastato vederla per un momento con i capelli sciolti: la sua bellezza ha fatto il resto. Poiché Jane è al suo primo ruolo cinematografico importante, Roger Moore la soprannomina subito Baby Bernardt e non manca di farle scherzi di ogni genere sul set. Girando il dialogo sulla barca, ad esempio, Roger fa ridere così tanto Jane che lei non riesce più a recitare la sue battute: Hamilton è costretto a riprenderle in un secondo momento mentre lei le recita all’elettricista e risolvere poi col montaggio. Jane è anche un’ottima ballerina, e spesso viene sgridata dal regista perché, durante le pause, prova le coreografie insieme ai ballerini, scompigliandosi i capelli e rovinando il trucco ogni volta.

Geoffrey Holder è Baron Samedi

Più difficile è invece trovare l’attrice giusta per il ruolo dell’agente Rosie, poiché in Giamaica non esiste ancora un’industria del cinema, così i produttori fanno venire Gloria Hendry da New York. La povera Gloria si trova spesso in imbarazzo nel girare le scene romantiche con Roger Moore poiché sua moglie, l’attrice italiana Luisa Mattioli, è sempre presente sul set. Roger, come sempre, stempera la sua tensione con battute spiritose: “Con tutto l’aglio che mangi, Gloria, sei fortunata che io sia sposato con un’italiana e ci sia abituato!”. Nella scena in cui Rosie viene uccisa, però, Gloria deve preoccuparsi di ben altro: le formiche infatti, attirate dallo zucchero presente nel sangue finto, iniziano a camminare su tutto il suo corpo mentre giace a terra!

“Vedrai che ti rimettermo in forma…”

Oltre alle formiche, anche la troupe deve rimanere spesso affamata: oltre a dover cedere il proprio pranzo agli alligatori, come abbiamo visto, in un’occasione la nave della marina che portava i viveri si allontana all’improvviso per inseguire degli spacciatori; o ancora, il produttore Harry Saltzman, male interpretando i complimenti di Roger Moore, si convince di aver speso troppi soldi per il cibo e taglia i viveri alla troupe. Ma sono solo episodi sporadici: in realtà Saltzman e Cubby Broccoli, come sempre, ci tengono a far sentire tutti i membri di cast e troupe a proprio agio e i pasti, consumati rigorosamente tutti assieme, sono sempre ricchi e generosi; tanto che Yaphet Kotto, l’attore che interpreta Kananga, al termine delle riprese continua a vivere per tre anni nel lusso “James Bondish”, stregato da quell’esperienza, prima di comprendere di non poterselo permettere.

Yaphet Kotto e mangiato

A Roger Moore, in ogni caso, la voglia di mangiare passa quando scopre che l’aviatore Bill Bennet (pioniere della tecnologia del deltaplano) gli deve insegnare a manovrare il deltaplano: Moore ha paura dell’altezza, e anche se quando gira il deltaplano è in realtà appeso ad una gru lui non si sente affatto tranquillo, anche perché il manovratore della gru non gli sembra affidabile.

Il 9 dicembre sono tutti pronti per tornare a Londra e girare gli interni negli studi Pinewood, che Roger Moore conosce molto bene per averci girato Attenti a Quei Due e che per tutti sono ormai divenuti un luogo familiare e rassicurante, scevro degli incidenti che possono capitare girando altrove. Ad esempio, girando ad Harlem, la troupe si era vista cacciare via in malo modo da una gang del posto. Poco lontano, gli addetti alla location decidono di tagliare alcuni vecchi cavi per farli penzolare e dare agli edifici abbandonati del vicolo un aspetto ancora più trasandato, quando arrivano dei funzionari della compagnia telefonica infuriati: quei cavi telefonici erano funzionanti e gli edifici abitati!

Per la prima volta la canzone del film…è nel film

Il ristorante Fillet of Soul è in realtà una lavanderia, e quando, in una scena, Bond e Felix ci devono entrare, trovano la porta chiusa: tutta la troupe si mette in cerca del proprietario per farsi aprire.

Nel locale vediamo esibirsi la cantante BJ Arnau: per la prima volta in un film di Bond la canzone dei titoli di testa (in questo caso Live and Let Die, cantata da Paul McCartney con i suoi Wings) viene introdotta nella finzione del film; restando collegati ai Beatles, la colonna sonora del film è realizzata da George Martin, produttore del quartetto di Liverpool.

Curioso, se si pensa che, in Goldfinger, 007 affermava di non poter ascoltare i Beatles senza tappi nelle orecchie…

Dalle un po’ di lenza, poi tirala su…

Negli studi Pinewood c’è tutto quello che serve ma c’è anche molto freddo: Roger Moore e Jane Seymour devono girare le scene d’amore indossando calzettoni da calcio sotto le lenzuola!

I set realizzati da Syd Cain sono senza dubbio meno monumentali di quelli di Ken Adam, ma non per questo meno efficaci. In alcuni casi però non è nemmeno necessario realizzarli: il responsabile degli effetti speciali Derek Meddings realizza delle miniature della piantagione di oppio da far esplodere, con grande sollievo di Hamilton che si era trovato in ritardo sulla tabella di marcia.

Ecco cosa fa Broccoli ai registi che ritardano

Altri effetti speciali invece, come il trucco di Mr. Big, il corpo esplosivo di Kananga e la finta testa di Baron Samedi (realizzata in ceramica) sono opera di Rick Baker.

I bossoli piani di gas esplosivo invece sono veri: in quel periodo venivano testati sugli squali.

Come da tradizione, dopo un apparente lieto fine non manca mai un ultimo scontro, che questa volta si svolge a bordo di un treno e vede Bond affrontare Tee Hee e il suo braccio d’acciaio. Gli attori non possono usare controfigure (impossibile replicare il braccio robotico) e Moore deve prestare la massima attenzione al congegno delicatissimo del braccio, che tanti problemi ha dato durante le riprese a Julius Harris, che faticava ad azionarlo mentre parlava e che maneggiava gli oggetti con goffaggine, guadagnandosi l’epiteto di “Butter-Hand” (Mano di Burro) improvvisato da Roger Moore.

Taffetà?

Alla première, che avviene il 5 luglio 1973 all’Odeon di Leichester Square di Londra, anche questa nuova fatica di questo nuovo Bond, nonostante tutti i timori, non manca di sbancare il botteghino, decretando la bontà della scelta di Roger Moore.

“Il mio nome è Roger Moore e sono il tizio che interpretava Bond”: così si chiude il commento audio e così noi ci salutiamo, per oggi, in attesa di occuparci di una nuova avventura del nostro agente segreto britannico del cuore.

Non vedo l’ora!

Madame va in vacanza

L’estate è sempre il periodo in cui si desidera prendersi una pausa da tutto: stress, lavoro, colleghi, città, inquinamento, sveglia, scadenze… L’unica cosa da cui io non vorrei mai prendere una pausa… è Cinemuffin!

Ciononostante, pur avendo molti progetti in corso (un nuovo articolo su 007 in cantiere, una promessa in rima da mantenere, una Notte Horror da seguire), è arrivato anche per Madame il momento delle ferie, anche se mi scappa un sorriso pensando a Maggie Smith nei panni della Contessa di Downton Abbey che domanda candidamente: “E cosa sarebbe un weekend?”

Cinemuffin va in vacanza ma Madame farà di tutto (connessione permettendo) per continuare a seguire i blog amici, appuntamento quotidiano sempre lieto, direi irrinunciabile.

Al ritorno dalle vacanze Cinemuffin ritornerà ad offrire i suoi contenuti con scadenze (quasi sempre) regolari e ci sarà anche una ghiotta sorpresa…

Vi lascio con l’acquolina in bocca, auguro a tutti i lettori di trascorrere delle serene vacanze!

Madame Verdurin

“Ma quando torna Madame?”

Ho Sognato la Famiglia Douglas

Chi si è già trovato, magari attratto dal dolce profumo di muffin appena sfornati, a frequentare questo blog, ormai sa che io, occasionalmente, faccio sogni piuttosto bizzarri legati in qualche modo al mondo del cinema e ai suoi protagonisti.

Forse dovrei decidermi una volta per tutte a mettere meno cioccolato nei miei muffin, ma in fondo mi dispiacerebbe privarmi di sogni così divertenti. 

Spero tanto che anche voi li troviate tali, perchè ce n’è un altro in arrivo!

Questa notte ho sognato che ero diventata una blogger rispettata, famosa e influente; tanto che tutte le star del cinema desideravano incontrarmi, conoscermi… e anche mangiare i miei muffin!

Mi trovavo quindi con un assembramento di attori e attrici nel giardino che strepitavano chiedendo di entrare, invidiosi dei pochi fortunati cui avevo aperto la porta. Tra questi c’erano Kirk Douglas e suo figlio Michael. Se la cosa più carina che mi viene da dire su Michael è che ha sposato una delle donne più belle del mondo, Catherine Zeta-Jones, Kirk invece, a casa Verdurin, è una leggenda. Lui che ha interpretato film assolutamente mitici come L’Asso nella Manica, Ulisse, Ventimila Leghe sotto i Mari, Orizzonti di Gloria, Spartacus, Uomini e Cobra e moltissimi altri non può che essere idolatrato da cinefili vecchia scuola come me e Papà Verdurin: anche se Kirk si è spento lo scorso anno, per noi è come se fosse sempre Ulisse che pesta vigorosamente l’uva per fare (istantaneamente) il vino e addormentare il crudele Polifemo. Per amore di Kirk, e per l’educazione che una Madame non può mai abbandonare, avevo invitato anche Michael a visitare la mia casa e a gustare i miei dolcetti. 

“Non esiste che ogni volta ti mangi tu tutti i muffin!”

Mentre ci trovavamo sul terrazzo, però, Michael era scivolato alle spalle del padre e lo aveva spinto contro la ringhiera, che il poverino aveva sfondato con il suo fisico imponente. Fatto ciò, Michael era scoppiato a ridere, molto divertito dalla sua simpatica burla. Subito dopo, però, una voce si era levata dalla folla accalcata nel giardino: “Guardate, ora c’è un buco nella ringhiera, si può passare!”. Detto fatto, mi sono ritrovata di fronte Ethan Hawke che pretendeva di entrare in casa. Ma io, memore del trauma da lui infertomi con il film Predestination, mi sono infuriata e l’ho cacciato con sdegno, senza nemmeno il beneficio del dubbio o di un muffin ipocalorico.

Ora, non saprei dire se queste mie performances oniriche derivino da quantità troppo elevate di zucchero nel sangue o dalla reiterazione sconsiderata di aberrazioni quali viaggiatori del tempo che deflorano se stessi (vero, Loki?), ma una cosa è certa: la mattina mi sveglio sempre di buon umore.

Chi prova a entrare a casa mia senza permesso

Super Mario in Rima

Non ho mai giocato ai videogiochi di Super Mario, ma ricordo molto bene la musichetta perché mio fratello invece ci giocava sempre con il Game Boy. Ricordo di avere visto tanti anni fa il film tratto dal videogioco, con Bob Hoskins nei panni di Mario e John Leguizamo in quelli del fratello Luigi, che oggi si trova su Amazon Prime: simpatico ma non proprio un capolavoro, tanto che è già stato annunciato un nuovo film d’animazione per il prossimo anno.

Oggi i miei bimbi, complice la pubblicità capillare dei nuovi videogiochi e di tutto il merchandising, ma soprattutto il ritrovamento di quei reperti archeologici che sono i vecchi Game Boy dello zio, si sono appassionati alle avventure dell’idraulico baffuto più famoso del mondo.

Per partecipare in qualche modo a questa loro nuova passione ho ideato alcune rime.

Visto che ultimamente, tra impegni vari e aria di vacanze, sto pubblicando molto meno assiduamente, ne approfitto per un piccolo post video-ludico-poetico.

Caro, carissimo diario,

oggi ti parlo di Super Mario.

Un videogioco messo in rima?

Ma perché nessuno ci ha pensato prima??

Sembra un semplice idraulico, lo so,

di quelli che trovi su ProntoPro

ma in realtà è un eroe straordinario:

è mitico il nostro Super Mario!

È innamorato della Principessa Pesca

e i nemici la usano sempre come esca

così Mario con mille saltelli

dovrà superare tutti i livelli.

Corre, salta, sale sui cubi:

sempre meglio che aggiustare valvole e tubi!

Ma il nostro eroe non è da solo!

dei suoi alleati parliamo al volo:

col fratello Luigi parte all’avventura,

si sa, con la famiglia non si ha mai paura!

Luigi veste di verde, Mario di rosso,

saltano e corrono a più non posso

e alla fine coi loro baffoni

sconfiggono tutti i cattivoni;

poi c’è Yoshi, il Draghetto,

tenero e verde, alleato perfetto.

Mario prende monete e frutti

e i nemici li sconfigge tutti:

ogni giorno infatti si allena

per saltare ai nemici sulla schiena.

Sonic è il più veloce, Pac-Man il più goloso,

ma Super Mario è strepitoso!

Se hai un tubo che perde, la cucina allagata

o ti hanno rapito la fidanzata

chiama subito Super Mario 

(ore pasti) eroe leggendario!

Mai Dire Cinema

Ho già raccontato di come, fin da piccolissima, io abbia iniziato ad amare il cinema guardando i film seduta sulle ginocchia di Papà Verdurin. Ma questo accadeva solamente quando non c’era la partita dell’Inter

In quel caso guardavamo insieme la partita oppure Quelli che il Calcio e Papà Verdurin tifava sempre Inter, anche contro ogni logica e buon senso. Purtroppo però in quegli anni vinceva sempre il Milan, e agli occhi di una bimba di tre anni la squadra che vince è la più bella. E poi nel Milan c’era Gullit, con le sue treccine: la prima di una lunghissima serie di cotte per calciatori della mia vita. Così iniziavo a tifare Milan e mio padre si arrabbiava: “Ho cresciuto una serpe in seno!”

Poi andavamo a giocare la schedina: Papà Verdurin aveva un metodo e studiava tutto per bene; poi, vedendo che io ne indovinavo più di lui, decise che era meglio lasciar perdere. Il divertimento poi continuava con Mai Dire Gol. Ovviamente non potevo capire tutto, ma ricordo ancora benissimo Luttazzi con il suo tabloid (“E’ un calcio mmalato!”), Claudio Bisio/Micio con la coda di cavallo e tutti i suoi intrallazzi, Aldo Giovanni e Giacomo arbitri rinchiusi negli spogliatoi dopo la partita per paura di essere pestati dai tifosi, la canzone di Elio “Ti amo campionato perché non sei falsato”. Ricordo ancora la musichetta che accompagnava la compilation di simulazioni e tuffi dei calciatori.

Poi è arrivato Holly e Benji: grande passione, grandissima cotta per Mark Lenders, urla e strepiti se mi veniva impedito di vedere un episodio. Ero ormai alle elementari, in una scuola gestita da suore: durante la ricreazione, i maschietti giocavano a calcio, mentre le femminucce pettinavano le bambole (letteralmente). Ma io sgattaiolavo nel campo da calcio e scongiuravo i maschi di farmi giocare. A volte me lo permettevano (e segnavo anche), a volte restavo a fare il tifo. Quando avevo dieci anni Babbo Natale mi portò un calcetto (con grande sgomento delle mie compagne che avevano ricevuto case delle bambole) su cui io mi allenai molto ma Papà Verdurin si rovinò la schiena, essendo a misura di bambino e non di adulto. Seguì poi un periodo di allontanamento dal calcio e da molte altre cose, “The Age of Not Believing” come canta Angela Lansbury in Pomi d’ottone e Manici di Scopa (dove tra l’altro si gioca la partita di calcio più bella della storia del cinema), che durò anche per tutti i Mondiali 2006.

La sera della finale rifiutai categoricamente di guardare la partita, non solo per ribellione: la mattina dopo avrei avuto l’orale dell’esame di maturità. A studiare però non ci riuscivo proprio, così finii per guardare un film: Top Gun. Non ne ricordo assolutamente nulla, se non quel che ho visto in Hot Shots! Poi cercai di dormire… inutilmente, ovviamente: l’Italia vinse i Mondiali e i festeggiamenti impazzarono per tutta la notte. Al mattino dopo, per fortuna, i professori erano contenti e stanchi almeno quanto me, così tutto filò liscio.

La mia strada e quella del calcio proseguirono parallele ancora per qualche anno, poi tornarono inaspettatamente ad incrociarsi. Dovetti sottopormi ad un piccolo intervento chirurgico, che però mi lasciò immobilizzata per quasi un anno. Ferma sul divano, non avevo scelta che guardare quello che passava in tv, comprese le partite di calcio: era il 2010, l’anno del Triplete dell’Inter di Mourinho! Questo per me significò vedere ogni singola partita dell’Inter in campionato, in Champions League e in Coppa Italia. Dopo un paio di mesi conoscevo la formazione, le tattiche, i giocatori (a memoria: Julio Cesar, Lucio, Samuel, Stankovic, Pandev, Maicon, Sneijder, Milito, Eto’o, Nagatomo, Pazzini) e tifavo sfegatatamente Inter: in pratica ero tornata bambina. Dopo aver ottenuto i suoi “Tre Tituli” Mourinho, come Mary Poppins, lasciò l’Inter per andare in aiuto di altri bambini in difficoltà: quelli del Chelsea. 

Continuai a seguire il calcio, anche se con meno assiduità, e ancora oggi se c’è l’occasione di vedere una partita la guardo volentieri, soprattutto a livelli alti in cui si può vedere davvero del bel gioco. Ma questo cosa c’entra col cinema?

Ho già raccontato di come il gioco del calcio e il cinema si intreccino talvolta nei miei sogni, proprio come accade sullo schermo, con esiti a volte felici (come in Fuga per la Vittoria) a volte meno felici (come nel recente film italiano La Partita). A volte queste due realtà apparentemente distanti si intersecano in modo inaspettato. Mentre guardavo la finale dei Mondiali 2020, ad esempio, la regia ha mostrato Tom Cruise seduto sugli spalti dell’Inghilterra, accanto a David Beckham con cui si scambiava orgogliosamente un brofist. Ma come?

Ora, tutti quelli che sono già stati qualche volta su Cinemuffin (ma anche quelli che hanno semplicemente guardato la homepage) sanno che io ho un debole per tutto ciò che è inglese. Tuttavia, risaputamente, questo non vale per gli americani, soprattutto per quelli che sono stati Maverick e sono anche “Nati il 4 Luglio”.

Beh, vedere Tom Cruise fare il tifo per l’Inghilterra anziché per l’Italia, quando tra l’altro era stato da poco a Roma per girare il nuovo Mission: Impossible, mi ha intristito molto più di quanto potessi pensare. Ma come, io che ho perso la vittoria dell’italia del 2006 per guardare te svolazzare nel blu dipinto di blu, e ora ti trovo a fare il tifo per gli avversari?

Mi è stato fatto notare che se fosse stato seduto tra i tifosi italiani forse lo avrebbero preso a botte all’uscita, e io certo non vorrei questo. E anche che forse era capitato allo stadio senza nemmeno rendersene conto, proprio come non si era reso conto di aver recitato in quel film di vampiri (per capire meglio questa battuta vedere assolutamente il film Bowfinger con Steve Martin e Eddie Murphy).

Però ci sono rimasta male, ecco.

Mi sono subito consolata con la voce della commentatrice tecnica, Katia Serra, ex calciatrice. Devo ammettere che all’inizio facevo fatica ad abituarmi ad una telecronista donna, abituata come sono a sentire da sempre solo voci maschili, non per le sue parole, ma proprio per la voce: pensavo sempre che qualcuno avesse acceso la tv su un altro canale nella stanza accanto. Però Katia ha mostrato non solo grande competenza e affiatamento con il collega, ma anche una grande passione (senza mai scadere nel ridicolo come alcuni commentatori di Sky, permettetemi). Nessuna più di me, con i miei trascorsi infantili a bordo campo, può essere più soddisfatta dell’ingresso delle donne anche nel mondo del calcio maschile, come commentatori e come arbitri. La telecronaca poi è un racconto, così come lo è un film: ed ecco che il cerchio si chiude.

Per concludere: meglio una bella partita di un brutto film; e in entrambi i casi, sempre meglio che pettinare le bambole.

Notte Horror – Future Animals

Quest’anno ho l’onore di inaugurare assieme al mitico Cassidy l’ottava edizione del ciclo Notte Horror: fino all’inizio del mese di Settembre ogni Martedì troverete su tanti fantastici blog le recensioni di film spaventosi (o, come nel mio caso, brutti da far spavento) per rendere più eccitante la vostra estate: tenete d’occhio il calendario e non perdetevene neanche uno!

Per prima cosa, se ancora non l’avete fatto, correte su La Bara Volante a leggere la recensione di Cassidy del film Society. E va bene, potete aspettare la fine della partita..

Quando avete letto (prendetevi tutto il tempo che serve per il post, ne vale sempre la pena!) tornate qui su Cinemuffin: stasera parliamo dei nostri amici animali!

Il filone cinematografico che racconta di animali che, per qualsivoglia motivo, si ribellano all’essere umano, è insospettabilmente ricco e, qualitativamente parlando, assai eterogeneo: si va da un capolavoro come Gli Uccelli di Alfred Hitchcock (1963) allo scalcinato Birdemic (2010); dal primo blockbuster estivo della storia, Lo Squalo di Steven Spielberg (1975), allo scult Mega Shark Versus Giant Octopus (2009). Nel corso dei decenni chi come me coltiva questo guilty pleasure ha avuto la gioia di assistere ad attacchi di innumerevoli specie animali, talvolta anche mutate e/o ibridate in vari modi: uccelli, pipistrelli, topi, squali (i miei prediletti), api, coccodrilli, formiche, ragni, serpenti, tafani, pecore… Ma in genere, ciascun film si occupa di una determinata specie del regno animale, che per qualche motivo (radiazioni cosmiche, esperimenti scientifici, esposizione a sostanze chimiche) smette di vedere l’essere umano come vertice della catena di comando (e alimentare). Cosa succederebbe, invece, se TUTTI gli animali si ribellassero all’uomo?

L’incipit di Future Animals, in originale Day of the Animals (chissà come mai la traduzione italiana è un altro titolo in inglese) ma conosciuto anche come Something Is Out There (“C’è Qualcosa Là Fuori”) ci spiega come tre anni prima (siamo nel 1977) due scienziati, l’americano Frank Sherwood Rowland e il messicano Mario Molina, avessero ipotizzato che i gas clorofluorocarburi utilizzati nei frigoriferi e come propellente nelle bombolette spray (ad esempio la lacca per capelli) potessero danneggiare la fascia d’ozono; senza la protezione fornita dall’ozono, quantità pericolose di raggi ultravioletti possono raggiungere la Terra. Il film ci racconta che cosa POTREBBE accadere nel prossimo futuro se l’uomo non facesse nulla per proteggere la fascia d’ozono. Sebbene i loro studi abbiano poi portato Rowland e Molina a vincere il premio Nobel per la Chimica nel 1995, da un po’ di tempo io non sento più parlare del buco nell’ozono, mentre quando ero piccola mi avevano convinta che ogni donna che usasse la lacca spray per capelli fosse un cattivo essere umano; quello che è certo è che, almeno fino ad oggi, non si sono verificati gli eventi predetti in questo film, e purtroppo per il regista William Girdler, nonostante i suoi buoni propositi, nessuno gli ha mai assegnato un premio qualsivoglia per Future Animals. Andiamo a vedere perché.

Qual era il maggior punto di forza del film di Hitchcock Gli Uccelli? Secondo me, il fatto che non venisse mai spiegato il motivo per cui volatili di specie diverse (in particolare corvi e gabbiani) decidessero all’improvviso di attaccare gli esseri umani. Girdler però nell’impostare il suo film non guarda ad Hitchcock, perché ha un messaggio importante da trasmettere al suo pubblico (“non contribuite ad allargare il buco nell’ozono”), quindi fin dalla sigla ci mostra didascalicamente e ripetutamente che c’è una connessione tra il sole, o meglio i suoi raggi ultravioletti, e l’inedita aggressività degli animali.

I titoli di testa di Future Animals sono un montaggio alternato di inquadrature di animali e del sole (molto fastidiose, queste ultime, alla lunga) che la musica di Lalo Schifrin dovrebbe, in teoria, rendere sinistre. Il compositore, già autore di tante colonne sonore per il cinema e per la tv (suo, ad esempio, il celebre motivetto di Mission:Impossible), qui non dà sicuramente il suo meglio, ma poiché non è certo l’unico non sarebbe giusto fargliene una colpa: rendere dignitoso questo film sarebbe stata, anche per lui, una vera missione impossibile.

Al termine dei titoli, senza tanti preamboli, ci viene presentato il protagonista, Steve Buckner, interpretato da Christopher George, che dopo un esordio promettente in cui affiancava John Wayne nel western El Dorado si era dato ai telefilm e al genere horror. Il nostro Steve si guadagna da vivere accompagnando in gita gruppi di volenterosi che desiderano allontanarsi per qualche giorno dalla vita frenetica della città e rinfrancarsi nel contatto con la natura. Il punto di partenza per queste gite è un paesino in cui vediamo su tutte le insegne il nome “Murphy”. Avete presente Mezzogiorno e Mezzo di Fuoco di Mel Brooks, in cui tutti gli abitanti di Rock Ridge si chiamano Johnson e alle assemblee cittadine si sentono frasi come: “Howard Johnson ha ragione a dire che Randy Johnson ha ragione”? Ecco, qui i tutori della legge, anziché lavorare in ufficio, passano tutto il tempo al pub, che naturalmente si chiama “Da Murphy”: la legge di Murphy insomma. Mentre il gruppetto del giorno si prepara per la partenza, sotto gli occhi attenti di tutto il paese (probabilmente, per quel minuscolo paesino sperduto tra le montagne dell’Alta Sierra californiana, le comitive sgangherate di Steve erano l’evento dell’anno), lo sceriffo (interpretato da Michael Andreas) commenta: “Non ho mai visto un gruppo come quello”, per sottolineare che quell’insieme eterogeneo di persone è davvero scalcinato. Il gruppo in partenza è composto da undici persone (se siete un minimo in confidenza con questo genere di film, sapete già benissimo che non tutti e undici torneranno indietro). Tra queste, solamente Daniel Santee (Michael Ansara), il nativo americano, sembra essere già conosciuto da Steve: durante il film li vedremo sempre solidali e complici ma non ci viene spiegato altro sul loro rapporto. Girdler è così: didascalico fino a diventare buffo oppure ellittico in modo irritante, senza compromessi.

C’è poi la bella giornalista televisiva Terry (Lynda Day George), che inizialmente rifiuta la corte sfacciata di Steve ma poi, dopo aver visto alcuni compagni morire tra grandi sofferenze, ci ripensa: questo, oltre ad essere un cliché narratologico, potrebbe avere a che fare col fatto che Lynda e Christopher George, nella vita, erano marito e moglie; insieme i due hanno recitato in diverse pellicole horror. Troviamo poi due coppie, una più giovane e in pieno incanto dell’innamoramento composta da Beth (Kathleen Bracken) e Jimmy (Andrew Stevens), che sia IMDB che Wikipedia chiamano erroneamente “Bob”, e una in piena crisi formata dal gentile Frank (John Cedar) e dalla moglie Mandy (Susan Backlinie) che non si fa alcun problema a lavare in pubblico tutti i loro panni sporchi. Nella combriccola c’è anche un ragazzino, John (Bobby Porter, destinato a un grande futuro da stuntman), accompagnato dalla lamentosa madre Shirley (Ruth Roman) che continua a ripetere come sarebbe dovuto essere il padre, e non lei, ad accompagnare John in quella scampagnata. Chiudono la formazione il professor Macgregor (Richard Jaeckel), appassionato di fotografia e di animali (destinato a vedere animali selvatici molto da vicino senza però avere il tempo di fotografarli) e Roy Moore (Paul Mantee), un ex giocatore di football malato di cancro che, nonostante sia costretto a servirsi di un bastone per camminare, vuole dimostrare di essere ancora fisicamente abile. Ho lasciato per ultimo l’attore più interessante (nonché il motivo principale per cui ho deciso di vedere questo film): Leslie Nielsen, qui lontanissimo dai ruoli comici che lo hanno reso famoso qualche anno più tardi in film come Una Pallottola Spuntata e L’Aereo più Pazzo del Mondo. In Future Animals infatti Nielsen interpreta Paul Jenson, il personaggio più sgradevole del gruppo, che non fa alcun tentativo di essere simpatico ma anzi insulta tutti quanti spesso e volentieri, dando dell’incapace alla guida, facendo apprezzamenti poco eleganti sulle sue compagne escursioniste e mancando in continuazione di rispetto a Santee e alle sue origini. Se per caso in questo gruppo avete riconosciuto qualche volto familiare, probabilmente siete (come me) grandi fan della Signora in Giallo: infatti ben otto di questi attori sono comparsi almeno in un episodio di Murder She Wrote. Leslie Nielsen è comparso in due episodi, mentre Ruth Roman interpretava la mitica Loretta, la parrucchiera pettegola di Cabot Cove! Ma non illudetevi: le avventure di Jessica Fletcher qualitativamente sono ben al di sopra di Future Animals!

Ora che vi ho presentato i personaggi vi invito a capire chi di loro sarà la prima vittima degli animali ribelli. Dopo aver formulato la vostra ipotesi potete, a vostra discrezione, proseguire con la lettura di questo post (che d’ora in avanti conterrà alcuni SPOILER) oppure guardare il film (disponibile su Amazon Prime Video) per verificare la vostra previsione. Scritto il nome del morituro consegnate il foglio al notaio e proseguiamo nel racconto.

Nel momento in cui i nostri salgono sugli elicotteri già ci accorgiamo di qualcosa che non quadra (oltre al fatto che prima del decollo appoggiano semplicemente i loro bagagli sui pattini dell’elicottero): gli escursionisti partono con zaini e sacchi a pelo ma senza cibo. Il programma infatti prevede che i ranger lascino del cibo per loro in una capanna in mezzo al bosco. Non so voi, ma io, con queste premesse, non partirei mai a poi mai, non senza almeno qualche dozzina di muffin per sicurezza. Inoltre lo sceriffo ha avvertito Steve di stare in guardia perché si sono già verificati alcuni strani incidenti. Ma Steve non ha paura di niente e si incammina con uomini, ragazze, donne, bambini e malati al seguito, stabilendo la sua expertise mostrando ai cittadini qualcosa di sorprendente: dentro le pigne ci sono i pinoli! Ben presto gli animali iniziano a seguire il gruppetto, coordinati da un’aquila che, a quanto sembra, è il capo di tutte le bestie selvatiche. I rapaci iniziano a radunarsi intorno al gruppo; quando un grifone si avvicina troppo al piccolo John (colpevole di aver recidivamente lanciato sassi), tutti iniziano ad avere paura.

Nel frattempo, da Murphy, la televisione sta trasmettendo un comunicato: tutti gli animali che vivono sopra i 1500 metri si stanno comportando in modo strano. Allarmato da quella notizia, lo sceriffo si fa portare una fetta di torta di mele con il gelato. Intanto i nostri eroi si sono imbattuti in un accampamento completamente vuoto e con l’aria di essere stato abbandonato in fretta (le tende sono aperte e il fuoco è acceso); Steve decide che la cosa migliore da fare è accamparsi proprio lì, perché agli altri campeggiatori, quando torneranno, farà senza dubbio piacere la loro compagnia. Ma naturalmente non si vede anima viva, nemmeno al calar della notte. I nostri sono perennemente tenuti sotto controllo dai gufi (che a differenza di quanto ci insegna David Lynch sono proprio quello che sembrano: gufi) e a notte fonda i lupi attaccano il gruppo, accanendosi su Mandy. Nonostante siano disarmati, gli uomini riescono a respingere i lupi: Mandy è ferita ma soprattutto in stato di shock. Al mattino Steve elabora il piano più idiota possibile per gestire la situazione: Mandy, ferita e sotto shock, raggiungerà con il marito Frank la stazione dei ranger e chiederà di inviare un elicottero per recuperare il resto del gruppo, visto che la scampagnata è ormai irrimediabilmente compromessa. Ma come? La ragazza ferita mandata a chiedere soccorso per quelli che invece stanno benone, senza nemmeno una mappa? Dividere il gruppo, senza nemmeno accordarsi sul punto in cui gli elicotteri dovrebbero eventualmente andarli a prendere? Nessuno però ha obiezioni a questo folle piano, e il gruppo si divide. Prima che Shirley metta fuori uso la radio, Steve riesce a capire che gli animali stanno attaccando l’essere umano un po’ ovunque e che la situazione è davvero seria. Lo capiscono anche Frank e Mandy, che è rimasta senza forze ma continua a insultare il marito. Madre natura non tollera certe intemperanze: gli uccelli attaccano Mandy (non Frank) e la spingono giù da un dirupo. Gli animali saranno anche resi feroci dai raggi ultravioletti, ma quando è il momento di uccidere sanno distinguere benissimo i buoni dai cattivi, e una donna che insulta il marito in pubblico e rifiuta di dormire con lui è senza dubbio cattiva.

Questa prima morte (chi l’ha indovinata?) non dovrebbe sorprendere: Susan Backlinie, l’attrice che interpreta Mandy, era stata la primissima vittima anche nel film Lo Squalo appena due anni prima. A Frank non resta che procedere da solo verso valle per cercare aiuto, mentre il resto del gruppo ha raggiunto quello che doveva essere il punto di rifornimento solo per scoprire che gli animali hanno razziato tutto il cibo. Frank intanto ha trovato nel bosco una bambina, sola e sotto shock, e ha deciso di portarla con sé per proteggerla. 

La bambina è interpretata da Michelle Stacy, che in quello stesso anno farà pace con gli animali dando la voce a Penny nel cartone Disney Le Avventure di Bianca e Bernie. Arriva di nuovo la notte e lo sceriffo viene svegliato da una telefonata del suo vice: è arrivato l’esercito, bisogna evacuare immediatamente il paese. Per tutta risposta lo sceriffo va in cucina e tira fuori il tacchino dal frigorifero: non si può evacuare a stomaco vuoto, lo sanno tutti. Ma qualcun altro mostra grande interesse per gli avanzi: i topi, con dei balzi fenomenali, attaccano lo sceriffo ferendolo al volto. A questo punto il tutore della legge capisce che forse è il caso di fare qualcosa e sveglia la moglie. In paese rimangono solamente lo sceriffo e i suoi uomini per aiutare l’esercito e rintracciare, l’indomani, tutti gli escursionisti. Mentre i militari evacuano il paese, Steve e gli altri subiscono un nuovo attacco, stavolta dai puma. 

Per quanto riguarda le riprese con gli animali, il regista si è limitato a riprenderli mentre si facevano gli affari loro per poi renderli protagonisti di arbitrarie soggettive come se stessero spiando gli esseri umani e complottando; meglio non parlare delle scene con incontri più ravvicinati in cui vengono usati pupazzi e peluche vari; Girdler però doveva essere almeno in parte consapevole dei suo limiti, perché da un certo punto in poi, per sottolineare la drammaticità della situazione, ha chiesto al suo direttore della fotografia Robert Sorrentino di rappresentare tutto sempre avvolto dalla nebbia, per cui in un attimo si passa dall’Alta Sierra alla Val Padana.

Il mattino dopo alcuni escursionisti presentano escoriazioni sul viso: i raggi ultravioletti del sole, non più filtrati dalla fascia d’ozono, non solo rendono aggressivi gli animali ma ustionano la pelle. Esasperati, sfiniti, senza armi nè cibo, gli escursionisti iniziano a dubitare della competenza di Steve; Paul (Leslie Nielsen) si propone come nuovo leader e il gruppo si divide in due. Santee commenta con un antico proverbio indiano: “Ciascuno si cuoce nell’acqua sua” (in inglese “You can’t save a fool from himself”, “Non si può salvare un pazzo da se stesso”, che suona leggermente meno scemo). Paul, che fin dall’inizio era stato arrogante, prepotente e irrispettoso, col passare del tempo diventa sempre più dispotico e violento, fino alle conseguenze più estreme: i raggi ultravioletti infatti hanno effetto su tutti gli animali, compreso l’uomo. Il regista non ha remore nel calcare la mano per far arrivare allo spettatore il suo messaggio: se non agiamo subito, il buco nell’ozono avrà conseguenze nefaste per tutti noi! Peccato che basti l’acconciatura sempre perfetta di Linda Day George, ottenuta senza dubbio grazie a massicce dosi di lacca, a sbugiardarlo.

Non vi racconterò il finale nei dettagli, nel caso (improbabile) aveste ancora voglia di vedere Future Animals. Vi descrivo solo, in ordine sparso, alcuni avvenimenti comicamente rilevanti: da un inquadratura del dettaglio si scopre che Terry (la giornalista televisiva) aveva portato i tacchi per tutto il tempo; qualcuno affronterà un orso bruno in corpo a corpo; un cameraman comparirà in uno specchietto retrovisore; qualcuno griderà “Muoio!” mentre muore; il professore fornirà un’eloquente spiegazione scientifica della condizione umana e dell’ineluttabilità della morte iniziando con: “Una volta c’erano solo i pesci”. Se questi eventi vi incuriosiscono, allora buona visione!

Inspiegabilmente, dopo questo film (cui Paolo Mereghetti assegna appena una stella nel suo eminente dizionario del cinema), l’anno successivo il regista William Girdler ha ottenuto i fondi per realizzare un nuovo film, e poiché squadra che vince (?) non si cambia, ha richiamato gran parte del cast di Future Animals, con l’aggiunta eccellente di Tony Curtis, per girare Manitù – Lo Spirito del Male, in cui una signora si accorge di avere un’escrescenza che le cresce sul collo ma che è in realtà uno sciamano indiano morto secoli prima che cerca di tornare nel mondo dei vivi… ma di questo parleremo alla Notte Horror del prossimo anno! Per quest’anno, invece, il prossimo appuntamento è Martedì 13 Luglio alle ore 21.00 sul Bollalmanacco del Cinema con il film La Casa 4: Witchcraft. Non mancate o gli animali vi mangeranno per primi!

Voto: 1 Muffin (forse sarebbe potuto arrivare a due se si fosse preso un po’ meno sul serio)

Ho Sognato Mel Brooks

Tre giorni fa è stato il novantacinquesimo compleanno di Mel Brooks, il regista di alcuni autentici capolavori del cinema comico. La ricorrenza è stata festeggiata in grande stile da Sam Simon, che nel suo blog ha parlato di uno dei film forse meno conosciuti del regista, Che Vita da Cani!, e da Cassidy, che sulla sua Bara Volante ha invece trattato il film più famoso di Mel Brooks, Frankenstein Junior. Per quanto riguarda me, ho già accennato alla mia devozione per Mel Brooks e al suo film che preferisco su tutti, Silent Movie (in italiano L’Ultima Follia di Mel Brooks): per fare un film muto nel 1976 e intitolarlo “Film Muto”, non puoi che essere un pazzo o un genio. Io non ho alcun dubbio: genio! Io leggo i due blog sopracitati ogni giorno, e il 28 Giugno non ha fatto eccezione: in seguito a questa ubriacatura celebrativa di post su Mel Brooks, ho fatto un sogno su di lui.

Il sogno in realtà non era iniziato bene: avevo scoperto che, in una palestra molto vicina a casa mia, avevano organizzato un superdomino umano: messe in fila decine di persone, ciascuna legata ad un materasso, facendo cadere la prima le altre poi la seguono una dietro l’altra, come succede appunto con le tessere del domino. Queste cose, per chi non lo sapesse, vengono fatte veramente: su Youtube potete trovare diversi video del genere. Io stessa, in quei mesi di lockdown in cui le giornate sembravano non passare mai (soprattutto per chi aveva bambini piccoli), ne ho realizzati un paio di cui vado molto fiera, uno che attraversava l’intero appartamento e uno fatto invece con i libri (perché la cultura è importante). Nel mio sogno mi arrabbiavo moltissimo perché non solo non ero stata invitata a partecipare, ma non mi permettevano neppure di assistere! Altro che forze del male avrei invocato! Per fortuna in quel momento incontravo Mel Brooks, che mi rivelava di essere un grande estimatore di Cinemuffin. “Lo leggo sempre” mi diceva “è molto divertente!”. Detto da Mel Brooks, capite che è il più grande complimento del mondo!

“Cinemuffin!!”