La mia Vita da Zucchina

Titolo originale: Ma vie de Courgette

Anno: 2016

Regia: Claude Barras

Dove trovarlo: Prime Video

Il piccolo Icare vive con la madre alcolizzata. Un giorno, a causa di un tragico incidente causato proprio da Icare, la madre perde la vita, e il bambino viene accolto in un orfanotrofio, dove imparerà a conoscere bambini e bambine con diversi problemi e traumi pregressi ma capaci di grande affetto e amicizia.

Il titolo bizzarro di questo piccolo film d’animazione è presto spiegato: il piccolo Icare preferisce essere chiamato da tutti “Zucchina” (in originale “Courgette”), che è il nomignolo datogli dalla madre.

La mia Vita da Zucchina è interessante per diversi aspetti.

In primo luogo è un film indipendente, realizzato da un regista svizzero, Claude Barras, al suo esordio nell’animazione; poi è realizzato in stop motion, una tecnica di animazione molto complessa che comporta una lunga lavorazione e grandi abilità tecniche, perchè prevede la realizzazione di modellini che vengono posizionati manualmente per ogni inquadratura. La squadra di nove animatori riusciva a girare a passo uno non più di 30 secondi di film al giorno!

Tuttavia gli sforzi hanno pagato, perchè visivamente il film è di grande impatto, freschezza e originalità.

Basato sul romanzo Autobiografia di una zucchina di Gilles Paris, il film racconta una storia molto semplice con uno sviluppo lineare e un ristretto numero di personaggi; la forza del film si trova nell’abilità di restituire gli stati d’animo, i pensieri e le paure dei bambini. Nei dialoghi, nei comportamenti, nei gesti, l’infanzia che ha subìto grossi traumi ma ha ancora una gran voglia di vivere e amare è rappresentata in modo convincente, commovente e tenerissimo.

Delicato ma realistico, divertente e commovente, La mia Vita da Zucchina è un film adatto a tutti, perchè anche i temi più delicati (come gli abusi subiti da una delle bambine) vengono trattati con tutta l’innocenza e l’empatia di cui i bambini sono capaci.

Consigliatissimo (lo trovate su Prime Video incluso nell’abbonamento) a tutti, una boccata d’aria fresca come l’aria delle montagne svizzere.

Voto: 4 Muffin

Con l’occasione avviso che per le prossime due settimane sarò in vacanza, quindi potrei non rispondere ai commenti o non essere attivamente presente sugli altri blog; ma una pausa serve anche a una Madame!

Mr. Monk’s Last Case: A Monk Movie

Original title: Mr. Monk’s Last Case

Anno: 2023

Regia: Randy Zisk

Interpreti: Tony Shalhoub, Traylor Howard, Jason Gray-Stanford, Ted Levine, Melora Hardin, Hector Elizondo, James Purefoy, Caitlin McGee, Austin Scott

Dove trovarlo: Netflix

La pandemia di Covid 19 ha reso Adrian Monk (Tony Shalhoub) ancora più introverso e depresso del solito, tanto da smettere di lavorare come detective e meditare segretamente il suicidio pe rpotersi finalmente ricongiungere alla moglie Trudy (Melora Hardin). A distoglierlo dai suoi piani sarà la morte di Griffin (Austin Scott), fidanzato di Molly, la figlia di Trudy, a pochi giorni dalle nozze. Quello che inizialmente sembra un tragico incidente si rivela ben presto essere un omicidio, su cui il Signor Monk non può on indagare.

Operazione di pura nostalgia canaglia, senza dubbio. Eppure, chi come me ha adorato la serie Monk, andata in onda per 8 stagione dal 2002 al 2009, ritroverà con piacere tutti i personaggi principali: il capitano di polizia Stottlemeyer (Ted Levine) divenuto guardia di sicurezza privata; il tenente di polizia Randy Disher (Jason Gray-Stanford) divenuto sceriffo e sposato con Sharona, ex assistente di Monk; Natalie Teeger (Traylor Howard) ex assistente e amica di Monk; il Dottor Bell (Hector Elizondo) storico psichiatra di Adrian; Trudy (Melora Hardin) che spesso appare a Monk in sogno o come allucinazione. E naturalmente lui, Adrian Monk, il detective privato geniale ma pieno di fobie e manie di vario genere (germi, altezza, uccelli, disordine, spazi angusti, serpenti, l’elenco è lunghissimo) che per tante puntate ci ha divertito e stupito per la sua sagacia. Il film non ha un caso particolarmente interessante o misterioso da risolvere, ma offre comunque alcune scene divertenti, momenti di tenerezza e di commozione e una buona conclusione.

Vedere Mr. Monk’s Last Case ha senso solamente per chi conosce bene la serie e i suoi personaggi e desidera vivere un’ultima avventura con il detective più strambo e geniale di San Francisco.

Voto: 3 Muffin

Il Lato Positivo

Titolo Originale: Silver Linings Playbook

Regia: David O’Russell

Interpreti: Bradley Cooper, Jennifer Lawrence, Robert De Niro, Jacki Weaver, Julia Stiles, Chris Tucker

Dove trovarlo: Prime Video

Pat (Bradley Cooper) dopo essere stato dimesso dall’istituto per malattie mentali tenta di riprendersi la propria vita, il proprio lavoro e soprattutto la sua ex moglie. L’incontro con Tiffany (Jennifer Lawrence), una ragazza bellissima ma emotivamente molto instabile, rende le cose più complicate del previsto.

Ero davvero convinta che Il Lato Positivo fosse un film drammatico, che raccontasse  problematiche legate alla malattia mentale e la difficoltà per chi ne è affetto nello stringere relazioni umane. Come mi sbagliavo…

All’inizio sembrava davvero il racconto realistico e intenso delle difficoltà incontrate da un uomo che ha avuto un collasso emotivo e deve rimettere insieme i cocci della propria vita. 

Ma non c’è voluto molto perché il film prendesse tutta un’altra piega, diventando una marmellata appiccicaticcia di storia d’amore banale e insulsa, condita con personaggi secondari imbarazzanti e avvenimenti che non stanno nè in cielo nè in terra.

So che il film è l’adattamento del libro L’Orlo Argenteo delle Nuvole di Matthew Quick, ma non avendolo letto non posso né incolpare né assolvere lo scrittore per questo disastro cinematografico; posso invece dare la colpa al regista, David O’Russell, che nonostante avesse in mano un gran cast non ne ha fatta una giusta. Non voglio bollarlo in maniera definitiva, di diretto da lui posso parlare solamente di Three Kings, l’unico film con George Clooney di cui non sono riuscita ad arrivare alla fine. E ho detto tutto.

Credo che Bradley Cooper sia un attore di grande talento, ma questo personaggio così poco coerente non gli dà certo la possibilità di esprimersi.

Anche la splendida e brava Jennifer Lawrence non può far nulla, imprigionata in un interesse sentimentale quadrato e prevedibile.

Robert De Niro poi sembra una caricatura per quanto il suo personaggio è forzato e le sue battute ripetitive: a tratti, nelle scene in cui si parla di scommesse sportive, sembra di assistere a un delirio improvvisato senza costrutto. E l’arrivo di Chris Tucker, nel ruolo di un amico rilasciato anche lui dallo stesso istituto per malattie mentali, non fa che peggiorare le cose già malmesse.

Per un attimo si spera nel rapporto conflittuale col fratello, migliore di Pat in ogni cosa e portato a vantarsene, ma non è che una bolla di sapone.

La scena poi della gara di ballo, cui assistono amici, parenti, lo psichiatra, i vicini di casa e la ex moglie, è davvero grottesca e imbarazzante.

Il finale, intuibile già dal minuto due, non merita nemmeno che ci spenda parole.

Un’enorme delusione. Non c’è proprio nessun lato positivo in questo film, non saprei dare una buona ragione per guardarlo, se non forse l’avvenenza di Jennifer Lawrence.

E a pensarci bene credo che sia anche irrispettoso nei confronti di chi soffre davvero di malattie mentali o condizioni psicologiche particolari e a causa di queste non riesce a integrarsi nella società e a stabilire relazioni affettive stabili: ma come, basta perdere qualche chilo e passare di là perchè la bellissima vicina di casa perda la testa per te e l’amore trionfi, perchè farne tanti drammi? Mi sembra che questo film sminuisca problemi che invece sono enormi e difficilissimi da gestire, per il singolo e per la società, e che meriterebbero si essere trattati con più sensibilità e rispetto.

Voto: 1 Muffin ipocalorico

The Old Guard 2

Regia: Victoria Mahoney

Interpreti: Charlize Theron, Kiki Layne, Matthias Schoenaerts, Luca Marinelli, Marwen Kenzari, Veronica Ngo, Henry Golding, Uma Thurman, Chiwetel Ejiofor

Dove trovarlo: Netflix

L’ex immortale Andromaca (Charlize Theron) scopre che in giro c’è un’altra immortale, ancora più vecchia di lei, estremamente potente e con cattive intenzioni.

Avete presente come sono i bambini quando non hanno voglia di fare i compiti e cercano di tirarla in lungo per far arrivare l’ora della merenda? Prima cade la matita, poi devono andare in bagno, fanno la punta alla matita e intanto cade la gomma, poi hanno sete, eccetera eccetera. 

Ecco, The Old Guard 2 è esattamente così: quasi due ore di nulla boccheggiante per traghettare il povero spettatore verso l’evitabilissimo terzo capitolo. Ammetto che del primo film non ricordavo praticamente nulla se non che era stato un film d’azione passabile e non particolarmente fastidioso da vedere, per dire quale impatto avesse avuto su di me. A mia discolpa, il sequel arriva a ben cinque anni di distanza; il terzo capitolo non ha ancora una data di uscita, ma di sicuro per allora avrò già dimenticato di nuovo ogni cosa. Non che ci sia molto da dimenticare, visto che la storia è ridicolmente semplice, e infatti il film arranca faticosamente per riempire queste due ore di elucubrazioni inutili, lontane rimembranze, discorsi triti e ritriti, e soprattutto combattimenti corpo e corpo sempre, ovunque e con chiunque. Perfino gli sgherri del nemico, anziché sparare, come viene detto “cercano il corpo a corpo”. Tutto per rubare minuti preziosi alle nostre vite e giustificare un’ingiustificabile chiusura della trilogia.

Noioso, superfluo, magari non dannoso ma di sicuro nemmeno interessante.

Voto: 1/2 Muffin Ipocalorico (l’altra metà arriverà con la terza parte visto che la storia non si conclude affatto)

The Hateful Eight

Anno: 2015

Regia: Quentin Tarantino

Interpreti: Kurt Russell, Samuel L. Jackson, Walton Goggins, Michael Madsen, Tim Roth, Jennifer Jason Leigh, Bruce Dern, Channing Tatum

Dove trovarlo: Prime Video

Una tempesta di neve costringe un gruppo di viaggiatori a rifugiarsi in un emporio. Non si tratta però di semplici estranei: ciascuno di loro ha un motivo per trovarsi lì e uno scopo ben preciso, e non si fermerà davanti a nulla pur di raggiungerlo.

Già la schermata con il titolo del film, che recita “L’Ottavo film di Quentin Tarantino”, ci anticipa che con The Hateful Eight il regista ha tutta l’intenzione di replicare se stesso e gli stilemi che lo hanno reso famoso: violenza, volgarità, dialoghi fiume, utilizzo innovativo della colonna sonora e montaggio imprevedibile. Ma se queste caratteristiche funzionavano benissimo in Le Iene, Pulp Fiction e Kill Bill, adesso invece non sono che stanche ripetizioni di se stesse utilizzate senza una logica. Insomma, se una volta Quentin Tarantino ci sorprendeva e ci faceva divertire, adesso l’unico che si diverte, forse, è proprio lui.

Credo proprio che da un regista così blasonato, un cast così spettacolare e un’idea di base stuzzicante, fosse lecito aspettarsi di più.

Invece The Hateful Eight (Gli Odiosi Otto) non è altro che un compendio di tutto ciò che definisce lo stile “tarantiniano” senza anima, senza divertimento, e a tratti disgustoso in maniera insopportabile per la violenza e la volgarità che mette in scena. E non mi riferisco ai tanti “motherf*cker”, ma alla totale mancanza di sensibilità e buon gusto di certe scene che non esito a definire repellenti.

Ci tengo comunque a salvare tutto il cast, che ha fatto un lavoro eccellente, purtroppo non supportato dalla regia, né dalla sceneggiatura.

Molti sono in questo film i veterani di Tarantino (Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Tim Roth e il recentemente scomparso Michael Madsen), ma chi a mio parere stava una spanna sopra tutti era Walton Goggins, che si conferma un interprete eccezionale.

Ma le ottime interpretazioni non bastano per salvare un film troppo lungo (poco meno di tre ore), reso noioso dalle ripetizioni continue dei dialoghi (perchè lui ha detto a lei prima che arrivasse lui quello che adesso dice a loro) e completamente affossato da una regia scellerata con voce narrante e colonna sonora utilizzate totalmente a casaccio.

Concludo con una nota personale che, a seconda di come la si prende, può essere deprimente oppure spassosa.

Naturalmente, visto il calibro degli attori in gioco, ho voluto vedere il film in lingua originale, ma conoscendo Tarantino e sapendo che sarei stata sommersa di parole ho preferito utilizzare i sottotitoli inglesi forniti da Prime Video. Ma quei sottotitoli avevano qualcosa di strano. Non coincidevano mai con il dialogo recitato, anche se grossomodo ne restituivano in senso generale. C’erano però anche delle frasi assurde, del tutto fuori contesto, che proprio non riuscivo a spiegarmi… Finchè non ho capito: i sottotitoli inglesi di Prime Video non erano una trascrizione dell’audio originale del film, ma una traduzione, probabilmente fatta con l’intelligenza artificiale o comunque con qualche software, dell’audio italiano.

Ed ecco che la battuta “Tutti contro il muro, forza!” viene sottotitolata “Against the wall, strenght!”. Oppure i personaggi, che sono tutti inspiegabilmente stanchi (“tired of”) di qualcosa, in realtà stanno mangiando lo stufato, e i sottotitoli traducono “stufato” con “tired of”, “stanco”.

Se pensate che i sottotitoli prodotti in questa maniera possano essere fonte di risate, è del tutto lecito. In caso contrario, non mi viene in mente nessun motivo per consigliare questo film, anzi suggerirei di starne il più possibile alla larga.

Voto: 1 Muffin Ipocalorico

La Gazza Ladra

Titolo originale: La Pie Voleuse

Anno: 2024

Regia: Robert Guédiguian

Interpreti: Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan

Maria (Ariane Ascaride) lavora come donna delle pulizie presso diversi anziani, i quali le sono tutti molto affezionati. Credendo di non nuocere a nessuno, Maria inizia di nascosto a sottrarre denaro agli anziani che assiste per pagare lezioni di pianoforte per il nipotino.

Un furto effettivamente c’è stato: un’ora e quarantuno minuti della mia vita che nessuno mi restituirà mai. Non mi è riuscito di capire se La Gazza Ladra è una commedia che non fa ridere, un dramma che non fa piangere o un film di denuncia sociale che fa sbadigliare. La storia è quasi inesistente e si accartoccia presto su se stessa, lasciando lo spettatore alla noia di una trama che non ha sviluppo e non desta interesse. I personaggi sono tutti bidimensionali e, nel migliore dei casi, patetici nelle loro motivazioni e azioni, i loro comportamenti sono arbitrari e le loro reazioni confuse. Si potrebbe dire che l’intento del regista francese era quello di mettere in scena uno squarcio di realtà, in cui le persone agiscono senza coerenza in quanto esseri umani confusi e fallaci: ma in questo caso preferisco di gran lunga ascoltare chiacchiere di sconosciuti alla fermata dell’autobus. Almeno mi risparmierei la pedante colonna sonora al pianoforte, impossibile da identificare come intradiegetica o extradiegetica con gran confusione dello spettatore, e soprattutto le inquadrature e gli scorci da ufficio turistico della bella città di Marsiglia.

Voto: 1 Muffin

Le Assaggiatrici

Anno: 2025

Regia: Silvio Soldini

Interpreti: Elisa Schlott, Max Riemelt, Alma Hasun

Nel 1943 Adolf Hitler decide di trasferirsi da Berlino a un nascondiglio più sicuro nella foresta tedesca, nella speranza di sfuggire così a ogni possibile complotto o attentato ai suoi danni. Sempre allo stesso scopo vengono selezionate, nel paesino più vicino al nuovo rifugio del Führer, otto donne giovani e sane il cui compito sarà quello di assaggiare quotidianamente i pasti di Hitler prima che lui li consumi.

Il film è tratto dal romanzo omonimo scritto nel 2018 da Rosella Postorino e ispirato alla vera storia di Margot Wölk, l’unica tra le assaggiatrici di Hitler a sopravvivere alla Seconda Guerra Mondiale, la quale ha deciso di raccontare la sua storia solamente nel 2012, ormai quasi centenaria, tale era stato il trauma procuratole da quell’episodio della sua vita. I personaggi e i dettagli della storia sono inventati, ma alla base rimane l’autenticità del racconto di Margot Wölk e della reale sofferenza delle donne tedesche durante la guerra. Il film è scorrevole e non annoia mai, pur raccontando una storia lontana dai clamori e dalla tragicità delle trincee. Ma anche il rifugio, chiamato la Tana del Lupo, è a suo modo una trincea, in cui otto donne, molto diverse tra loro, rischiano ogni giorno la vita: basterebbe infatti un solo boccone avvelenato, anche se destinato al Führer, per porre fine immediatamente alle loro vite. Vite che si assomigliano, anche se i personaggi, molto ben caratterizzati, sono tutti differenti per convinzioni, speranze e illusioni/disillusioni.

Le Assaggiatrici si aggiunge al lunghissimo elenco di film che raccontano la Seconda Guerra Mondiale, ma la sua forza è nella vicenda narrata, molto poco conosciuta, e nel voler raccontare senza giudicare punti di vista molto diversi, a volte in evoluzione, che le donne tedesche hanno sulla guerra in atto. Dal sostegno fanatico a Hitler, alla disillusione completa, alla speranza forse immotivata; dalla certezza della vittoria al desiderio di sconfitta per la propria patria, purché porti la fine del conflitto e di quella vita che non è vita.

Una visione non certo allegra ma molto meno drammatica di altri film sul tema, che porta a riflettere più che a piangere, pur provando una forte empatia per le vicissitudini di queste donne così lontane eppure così vicine.

Voto: 3 Muffin

Follemente

Anno: 2025

Regia: Paolo Genovese

Interpreti: Edoardo Leo, Pilar Fogliati, Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini, Marco Giallini, Maurizio Lastrico, Rocco Papaleo, Claudio Santamaria, Emanuela Fanelli, Maria Chiara Giannetta

Anno: 2025

Regia: Paolo Genovese

Interpreti: Edoardo Leo, Pilar Fogliati, Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini, Marco Giallini, Maurizio Lastrico, Rocco Papaleo, Claudio Santamaria, Emanuela Fanelli, Maria Chiara Giannetta

Piero (Edoardo Leo) e Lara (Pilar Fogliati) sono al loro primo appuntamento. Ma non sono soli: li accompagnano tutte le diverse personalità di ciascuno, ognuna pronta a dire la sua, litigare e prendere a tratti il comando. 

Erano anni che non ridevo così al cinema. Follemente, che sulla carta sembrava un Inside Out de noantri, è invece una delle commedia italiane più divertenti che io abbia visto negli ultimi anni. Paolo Genovese in veste di regista e sceneggiatore fa davvero un lavoro egregio nel mettere in scena una cosa molto complessa da rappresentare, cioè le sfaccettature e le contraddizioni della personalità. Dentro ognuno di noi convivono, e non sempre in armonia, un romantico, un sereno, un allupato, un ansioso, un pianificatore, un lunatico… E l’incontro/scontro tra questi lati di una personalità qui sono spassosi e messi in scena con semplicità ma grande efficacia. Ottimo lavoro di tutti gli interpreti, ciascuno perfetto nel suo ruolo e nel gruppo variegato e disfunzionale ma compatto che ognuno di noi ha dentro di sé. Alcune scene credo proprio che rimarranno nella memoria collettiva degli spettatori. Follemente (flolle-mente) si presta senza dubbio anche a letture più profonde dal punto di vista psicologico, ma io ho apprezzato sinceramente il lato comico e leggero.

Solo una nota: Marco Giallini avrebbe bisogno di essere sottotitolato. Io apprezzo la sua espressività, ma quando parla, tra la voce roca, le parole biascicate e l’inflessione romanesca, non capisco proprio nulla.

Voto: 4 Muffin

Il Seme del Fico Sacro

Titolo originale: Dane-ye anjir-e ma’abed

Anno: 2024

Regia: Mohammad Rasoulof

Interpreti: Soheila Golestani, Missagh Zareh, Setareh Maleki

Il seme del fico sacro, nome scientifico Ficus Religiosa, attecchisce sulle radici di altri alberi  e attraverso di esse penetra nel fusto; sviluppandosi infine dilania e uccide la pianta ospite. Questo ci viene spiegato nel prologo del film, ma è anche vero che il Ficus Religiosa è una pianta sacra per alcune religioni come il buddhismo. Con la scelta del titolo del suo film, girato a Teheran in clandestinità, il regista e sceneggiatore Mohammad Rasoulof vuole istituire un parallelismo tra il regime islamico instauratosi in Iran alla vita privata e i singoli individui che lo perpetrano. Il protagonista maschile del film infatti, Iman, lavora dopo la promozione a giudice istruttore governativo realizza che lui e la sua famiglia (moglie e due figlie adolescenti) sono in pericolo su due fronti: da una parte il governo islamico, molto esigente, severo e autoritario verso tutti i suoi dipendenti; dall’altra il fronte rivoluzionario, che vede in tutti i dipendenti dell’odiato governo dei nemici da abbattere. Pur essendo sostenuto senza riserve dalla moglie, Iman percepisce che le figlie invece simpatizzano con i rivoluzionari che chiedono libertà, uguaglianza e giustizia. La paura per la famiglia si trasforma in modo incredibilmente rapido in paura della famiglia, e Iman sembra perdere velocemente tutte le sue certezze, sentendosi impotente e privo di autorità sia sul lavoro che a casa e reagendo a questa paura in maniera scomposta e violenta.

Quello che il regista vuole raccontarci ha una duplice essenza: è la tragedia umana di un singolo uomo e della sua famiglia, narrata con un uso molto sapiente della tensione e un’ottima regia, e la tragedia di un intero paese strangolato da quel governo che dovrebbe prendersene cura come la pianta che si ritrova suo malgrado a ospitare il seme del fico sacro. Ciononostante sarebbe una semplificazione identificare in Iman il cattivo; sarebbe assurdo anche dire che il Ficus Religiosa è una pianta cattiva, mentre non è sbagliato dal punto di vista botanico definirla una “pianta infestante”. 

Il regime islamico di Teheran è appunto come una pianta infestante, che distrugge ogni forma di vita intorno a sé indipendentemente dal fatto che collabori alla sua sopravvivenza o meno: non solo chi ostacola questo regime è vittima di repressione e violenza, ma anche chi ne fa parte con sincera convinzione di essere nel giusto viene dilaniato dall’interno e finisce per soccombere alla paura, al dubbio e alla paranoia.

Uno sguardo profondo su una situazione storica, politica e sociale molto complessa, che il cinema iraniano continua a raccontare con coraggio nonostante i rischi che corrono tutte le persone coinvolte (la maggior parte degli interpreti e lo stesso regista hanno infatti abbandonato l’Iran al termine delle riprese).

Il Seme del Fico Sacro ha anche un valore puramente cinematografico nella costruzione di una parte finale tesa e intensa, che rende la durata percepita molto inferiore alle quasi tre ore reali.

Non a caso il film è stato candidato agli Oscar come miglior film internazionale, battuto però dal brasiliano Io Sono Ancora Qui; l’ondata di film di alta qualità che arriva dall’Iran (come ad esempio Il Mio Giardino Persiano o Leggere Lolita a Teheran) però ci deve far riflettere sull’urgenza di denuncia, racconto e condivisione degli artisti che sono in qualche modo legati a quel paese e alle sue fortissime contraddizioni. Una cosa infatti che colpisce molto è il vedere come anche chi fa parte attivamente del regime islamico non disdegni i prodotti della cultura occidentale (nel corso del film la Coca Cola scorre a fiumi, e una delle ragazze indossa una felpa con sopra Topolino): sappiamo che l’attuale governo iraniano ha cercato il riavvicinamento con l’occidente, in forte contraddizione con molti dei dettami della religione di stato, l’Islam, che impongono uno stile di vita decisamente diverso da quello occidentale, soprattutto alle donne.

Consiglio questo film a tutti coloro che desiderano comprendere meglio la rivoluzione islamica iraniana e le condizioni di vita in quel paese, ma anche a tutti coloro che vogliono godersi una interessante lezione di cinema.

Voto: 4 Muffin

A Real Pain

Anno: 2024

Regia: Jesse Eisenberg

Interpreti: Jesse Eisenberg, Kieran Culkin

Due cugini americani di famiglia ebrea polacca si riuniscono per un tour organizzato della Polonia che si conclude con una visita alla casa della loro nonna mancata di recente.

Forse sono io che non ho capito questo film, ma non ho provato e nemmeno colto questo “vero dolore” di cui parla il titolo. Sarebbe fin troppo facile dire che il vero dolore è quello provato dallo spettatore, ma non è vero nemmeno questo, perchè invece il film non è affatto male di per sè. L’idea di partenza, due cugini dai caratteri molti diversi ma molto legati fin dall’infanzia in viaggio alla scoperta del paese d’origine della loro famiglia, non è molto originale, ma nel film funziona grazie alla costruzione di questi due personaggi e alle ottime interpretazioni dei due protagonisti. Non per niente Kieran Culkin ha vinto l’Oscar come miglior attore non protagonista per il ruolo di Benji, il cugino problematico, eccentrico ed emotivamente instabile. Jesse Eisenberg, qui anche in veste di regista, offre con il suo posato, timido, timoroso ed educato David un perfetto contraltare allo strabordante Benji. Peccato però che l’attesa reazione chimica dell’incontro/scontro tra questi due caratteri opposti non avvenga. La narrazione procede piatta, le emozioni sono sempre ovattate, mitigate, accennate, senza drammi né scontri né evoluzioni. La visita ai monumenti ai caduti in guerra di Varsavia, al campo di concentramento, alla casa della nonna: nessuna perdita, nessuna tragedia, storica o personale, smuove gli animi dei personaggi nè degli spettatori, e al termine della visione si ha la sensazione che qualcosa sia rimasto sospeso, incompiuto, non detto. O che semplicemente non abbia funzionato. La locandina prometteva risate e lacrime, entrambe non pervenute. Non aiuta la regia di Jesse Eisenberg, che costruisce inquadrature e scene solo apparentemente significative e utilizza malamente la voce fuori campo e i dialoghi, troppo freddi e didascalici anche nelle scene potenzialmente più intense. Forse il “vero dolore” è proprio l’incapacità dell’uomo contemporaneo di provare dolore, l’apatia e abulia generalizzata della cultura occidentale? Il “vero dolore” si trova proprio dove sembra non esserci alcun dolore? Questa è una teoria di cui non sono affatto sicura e che non mi soddisfa, così come non mi ha soddisfatto il film. Non posso stroncare A Real Pain, ma non lo posso nemmeno consigliare. Posso dire che si tratta, secondo me, di un’occasione mancata, in cui però il risultato è esattamente uguale alla somma delle parti e nulla più.

Voto: 2 Muffin