Interpreti: Daniel Radcliffe, Evan Rachel Wood, Rainn Wilson, Patton Oswalt, Jack Black, Lin-Manuel Miranda
Dove trovarlo: Prime Video
Come ve la immaginate l’autobiografia del cantante di parodie Weird (=”strambo”) Al Yankovic, che in qualità di sceneggiatore racconta se stesso in questo film? Pazza, assurda, fuori di testa, come le sue canzoni. Avete indovinato: Weird: La storia di Al Yankovic è esattamente così. Racconta la vita del cantautore e suonatore di fisarmonica partendo dall’infanzia fino ad arrivare al successo e alla fama, ma lo fa, e non poteva essere altrimenti, a modo suo. Molti fatti, episodi e personaggi sono reali, ma a trionfare è la fantasia, l’esagerazione, la burla. Come quella volta che Al, insieme a Madonna, uccise Pablo Escobar, per fare un esempio.
Inutile elencare tutti i fatti assurdi che vengono raccontati, bisogna vedere il film e lasciarsi contagiare dalla sua buffa follia e dal suo modo fanciullesco e irresistibile di raccontare. Il tutto impreziosito da piccoli ruoli, a volte camei, ricoperti da personaggi di prim’ordine come Rainn Wilson, Patton Oswalt, Jack Black e molti altri. Ma su tutti si staglia un ottimo Daniel “Harry Potter” Radcliffe, che offre un’interpretazione ottima, ironica e sfrontata al punto giusto. E ancora una volta, vergogna a Prime Video che non offre l’audio del film in lingua originale.
Interpreti: Oscar Isaac, Jacob Elordi, Mia Goth, Christoph Waltz, Charles Dance
Dove trovarlo: Netflix
Il piccolo Victor Frankenstein, sconvolto per il fatto che il padre, chirurgo di eccelsa fama, non sia riuscito a salvare la vita della madre, decide che diventerà a sua volta medico per cercare il segreto della vita eterna. Ma quando riesce nel suo intento, si rende tragicamente conto delle conseguenze delle sue azioni…
C’era bisogno di un altro film basato sul romanzo di Mary Shelley? Di un’altra rivisitazione della storia che ormai tutti conoscono? Prima di vedere il film non ne ero sicura, soprattutto perchè ho adorato il libro e non ho mai trovato al cinema una trasposizione degna del materiale originale di Mary Shelley. La versione che più mi ha colpito l’ho incontrata nella serie tv Penny Dreadful, ma quella si distaccava molto dalla storia raccontata nel romanzo.
Il regista Guillermo del Toro invece riesce ad essere allo stesso tempo molto fedele e assolutamente infedele, sia nei contenuti che nello spirito della sua opera.
Alcuni cambiamenti sono funzionali alla rappresentazione dei temi che più interessano il regista, mentre altri sono, almeno per me, più difficili da spiegare. Appare evidente che del Toro voglia descrivere, prima di tutto, il rapporto tra padre e figlio. Il piccolo Victor ha un legame ambivalente con il padre, che disprezza tanto lui quanto la madre per il loro carattere umorale e nervoso, oltre che per alcune caratteristiche fisiche (pallore, capelli corvini); Victor è molto legato alla madre, con cui ha molto in comune, mentre teme il padre (interpretato da Charles Dance), uomo freddo e insegnante severo. Quando la madre (interpretata da Mia Goth) muore dando alla luce il suo fratellino William, Victor incolpa il padre, chirurgo di grande fama, che non è stato in grado di salvarla. Oppure non ha voluto salvarla: anche questo sospetto si fa strada nella mente del giovane Victor, che ora è messo in ombra dal carattere aperto e solare del fratellino, opposto al suo, taciturno e contemplativo. Eppure, nonostante il rancore e la freddezza che prova per il padre, Victor finisce non solo per seguirne le orme diventando a sua volta medico chirurgo, ma per comportarsi esattamente come lui quando diventa, in qualche modo, padre. Quando riesce a dare la vita a una creatura composta di parti di cadaveri da lui assemblate, Victor assume verso di essa gli stessi atteggiamenti che aveva il padre nei suoi confronti: assenza di empatia, rigidità, delusione, amarezza, disprezzo. Victor desiderava una creatura dall’intelligenza viva e pronta, un altro se stesso; ma la sua creatura, come un neonato, apprende con lentezza, frustrando le sue aspettative e portandolo a maltrattare la creatura come suo padre faceva con lui. La scelta del regista di far interpretare a Mia Goth sia la madre che l’interesse amoroso di Victor, Elizabeth, è addirittura pleonastica, perchè è già chiaro allo spettatore che Victor soffre di un grave complesso di Edipo (amando la madre e disprezzando il padre) e che sia incapace di amore disinteressato. Ed ecco perchè Elizabeth, che all’inizio sembra attratta da lui (pur essendo la promessa sposa del fratello William) finisce col respingerlo, vedendo l’assenza di empatia e di compassione in lui. Quando la creatura, cui Victor insistentemente ordina di parlare, pronuncia infine il nome di Elizabeth, forma la propria condanna a morte: il creatore non può sopportare nè capire il rapporto di complicità e intesa che si sta creando tra la sua amata e suo “figlio”, come suo padre non poteva accettare il legame troppo stretto tra lui e sua madre. Victor si rivela essere uguale a suo padre e rifiuta la sua progenie, considerandola un fallimento. Quel fallimento però ha dei sentimenti, comprende e soffre, anela e patisce, consumato da sensazioni che non riesce a comprendere e bisognoso, come ogni creatura appena venuta al mondo, di aiuto e di amore.
Ho apprezzato la scelta di dividere la narrazione in due parti, il punto di vista di Victor prima e quello della creatura poi (così come è nel libro), perchè non può essere altrimenti: Victor abbandona la sua creatura, ritenendola morta, e il “mostro” fa esperienze per suo conto del mondo e dell’ambivalenza dell’essere umano, che può essere tanto amorevole quanto spietato. Quello che invece non ho capito è il personaggio del padre di Elizabeth, interpretato da Christoph Waltz, il quale finanzia le ricerche e gli esperimenti di Victor per una motivazione che non è difficile da intuire ma in definitiva non ha alcun peso sulla vicenda. Così come non ne ha il fatto che Elizabeth sia la promessa sposa del fratello e non dello stesso Victor, anche se questo si allinea con l’immagine che il regista ci offre della creatura, molto meno spietata di quella presentata nel libro, che uccide la moglie di Victor per punirlo del suo rifiuto di creare una campagna per il “mostro”.
A proposito di creazione, devo dire che la scena dell’assemblaggio del corpo della creatura è stata piuttosto difficile da guardare per via del suo crudo realismo e dell’indugiare su ogni raccapricciante dettaglio, ma una volta superata quella mi sono goduta in tutto e per tutto questa versione del racconto, non percependo la durata di 130 minuti.
Ho apprezzato molto le interpretazioni. I due veterani Charles Dance e Christoph Waltz non hanno bisogno di ricevere adulazioni da parte mia, mentre Oscar Isaac a mio giudizio ha dato vita al barone Frankenstein più antipatico, egocentrico e insopportabile di sempre. Mia Goth, con il suo aspetto ultraterreno, interpreta molto bene una donna che si sente fuori posto nel mondo (un po’ didascalico il fatto che lei stessa si descriva così in punto di morte in realtà) ma che è capace di grande sintonia con il suo prossimo, cosa di cui Victor non sembra essere capace (come non lo era suo padre). Infine non si può non menzionare Jacob Elordi, senza dubbio il “mostro” più affascinante e avvenente della storia dei cinema, ma che risulta convincente nella sua ricerca di risposte e di un suo posto nel mondo.
La creatura ha un aspetto molto meno ripugnante dei suoi predecessori cinematografici e televisivi, in linea con lo sguardo profondamente estetizzante di Guillermo del Toro, per cui ogni scenografia, ogni costume, ogni oggetto deve andare a comporre un quadro, un dipinto gotico affascinante e ridondante. Le crinoline fruscianti con cui Elizabeth passa a malapena attraverso le porte, gli archi, le candele, gli angeli, gli specchi: tutto rende lo sfondo impossibile da ignorare, anche se a volte il significato sembra passare in secondo piano rispetto al puro godimento estetico.
Però, se si accetta che il regista ama vedere il mondo attraverso questa lente goticizzante, se si sorvola su alcuni simboli smaccati (i guanti rossi indossati sempre da Victor, lo stesso colore degli abiti della madre) e su alcune modifiche narrativamente non impattanti, cosa rimane?
Non voglio svelare il finale, talmente differente da quello del romanzo (e da tutti quelli mostrati fino ad oggi al cinema) da potersi considerare sorprendente, ma dirò questo: in questo film ho visto la rappresentazione dell’essere umano, genitore o figlio, in ogni caso abitante di questo nostro pianeta, che si rende conto di aver commesso errori e di essere imperfetto e si ritrova a dover gestire questa consapevolezza.
A tutti noi è capitato, o capiterà, almeno una volta nella vita, di sentirsi sopraffatti dalla consapevolezza dei nostri difetti, delle nostre mancanze, dei nostri limiti. Come reagire? Questo film contiene la risposta di Guillermo del Toro a questa domanda. Non è giusta, non è sbagliata: è la sua risposta. E io l’ho apprezzata molto.
Quindi: c’era bisogno di un altro Frankenstein?
Posso solo dire: io non sapevo di averne bisogno, ma l’avevo.
Interpreti: Charlie Cox, Eve Myles, Freema Agyeman, Billy Cook, Mackenzie Crook, Annette Crosbie, Tony Curran
Dove trovarlo: RaiPlay
I vampiri vivono in mezzo a noi. Da centinaia di anni. Quindi hanno avuto tutto il tempo per organizzarsi: esiste in Europa un Consiglio supremo, dopodiché ogni nazione viene gestita dal vampiro più anziano, in ottemperanza con tutte le norme vigenti nella comunità vampirica. Chi trasgredisce viene eliminato e sostituito. Ed è per questo scopo che il giovane zingaro (ma lui preferisce “rom”) Sebastian (Billy Cook) viene sedotto dalla splendida Vanessa (Eve Myles) e portato in un’isolata fattoria della campagna inglese: qui la congrega britannica, composta da otto vampiri, deciderà se il nuovo arrivato diventerà uno di loro o se diventerà piuttosto la loro cena…
Quando il mio caro amico e collega Lucius Etruscus mi ha chiesto di partecipare a questa deliziosa iniziativa di recensioni di film horror coordinate per il giorno di Halloween, ho accettato subito con entusiasmo, naturalmente. Oggi non siamo più solamente una manciata di bloggers raminghi: siamo i Bloggables! Poi però mi sono ricordata che a me gli horror fanno impressione! Ricordo giusto quelli visti in gioventù, quando il mio stomaco era meno suscettibile, ma non sopporto le scene troppo sanguinolente o impressionanti.
Che fare?
Mi è venuto in soccorso il catalogo di RaiPlay, che alla ricerca “horror” mi ha proposto questa commedia inglese.
Chi bazzica talvolta CineMuffin già sa che, nonostante il nickname francofono, sono da sempre un’anglofila convinta, e tutto ciò che rischia di contenere dello humor british stuzzica inevitabilmente la mia curiosità.
E questo film, già dal titolo, appare davvero divertente: Eat Local(s), e cioè “Mangia Locale” (il famoso “km 0”) con l’aggiunta di quella “s” che lo trasforma in “Mangia I Locali” (ma sempre a km 0 comunque).
Infatti i vampiri protagonisti si nutrono, come da tradizione, di sangue umano, e per poterlo fare in serenità si sono spartiti l’Inghilterra in modo che ciascuno possa avere il controllo di un “territorio di caccia” in cui agli altri è tassativamente vietato sconfinare.
I vampiri hanno, come noi, le loro preferenze alimentari, come spiegano in una scena che ricorda molto le discussioni tra i giganti nel libro Il GGG di Roald Dahl (anche lui inglese), anche se qualcuno afferma fieramente di non avere preferenze di sorta.
Chi invece ha scelto una dieta radicale è Henry, il vampiro interpretato da Charlie “Daredevil” Cox, che per principio non si è mai nutrito di sangue umano, preferendo quello animale: una scelta etica, in quanto, come ci spiega: “Ero anche io umano una volta”.
Il film mi ha conquistato da subito per l’atmosfera di filmino girato in casa tra amici. L’incipit è addirittura una lunga inquadratura statica che ci mostra l’arrivo nella remota fattoria di tutti e 8 i vampiri inglesi, e anche andando avanti si ha l’impressione che la semplicità sia stata scelta come cifra di stile e non sia dovuta (o almeno non del tutto) alla mancanza di fondi, perché i trucchi prostetici sono ottimi e ci sono anche alcuni trucchi digitali di bella qualità, usati con saggezza e parsimonia.
Ho amato l’impostazione del film, che nella parte iniziale è quasi teatrale, nove personaggi chiusi in una stanza che parlano: hanno creato un mondo efficace e credibile con mezzi semplici, e ci bastano le parole dei personaggi per comprenderli e appassionarci alle loro differenze.
Ma l’idillio della riunione cinquantennale viene interrotto dall’esercito: i militari hanno scoperto della riunione, si sono nascosti nel bosco, osservano e attendono.
Ma cosa attendono? Potrebbero sbarazzarsi di tutti i vampiri dell’Inghilterra in un colpo solo…
Come vorrebbe l’inviato del Vaticano, che sollecita il colonnello a sterminare gli empi abomini. Ma il colonnello ha altri piani…
ATTENZIONE: SPOILER!
Non è per il gusto di rovinare la visione, ma è perchè l’ho trovato incredibilmente acuto e spassoso, che riporto qui le segrete motivazioni del colonnello: una blasonata ditta di cosmetici gli ha offerto una lauta ricompensa per poter avere un vampiro vivo su cui fare esperimenti per creare un siero della giovinezza.
Non svelo poi il finale correlato, ma è molto divertente.
FINE SPOILER
Quando entrano in scena i militari assistiamo anche ad alcune scene in esterno, che mi sono sembrate fatte molto bene, nonostante l’oscurità, e una scena di combattimento particolarmente ben riuscita.
Alla fine del film ho guardato i titoli di coda fino alla fine e mi ha colpito un nome, quello del “consulente alle scene di combattimento”: un tale Jason Statham…
Studiando le filmografie poi ho trovato altre connessioni, ad esempio ho scoperto che il regista Jason Flemyng ha partecipato come attore a Lock&Stock (1998) di Guy Ritchie insieme a Jason Statham; inoltre ha all’attivo un solo film da regista: questo. Si vede che gli è bastato…
Scherzi a parte, Eat Local(s) è un film divertente, fatto bene, in cui si vede pochissimo sangue (obiettivo centrato!) e si usano le parole più delle zanne.
Ci sono alcune piccole stranezze: inquadrature bizzarre, cambi di scena strani, movimenti accelerati, rotture della quarta parete… perfino una citazione musicale da La Grande Fuga che sembra un po’ fuori posto…
Ma nel complesso mi sento di consigliare questo film come visione di Halloween, anche per i deboli di cuore e di stomaco.
RaiPlay offre solamente la versione doppiata, ma per fortuna il film è stato doppiato da un cast italiano di prim’ordine, praticamente la famiglia Ward al completo, quindi non c’è troppo da lamentarsi.
Interpreti: Raúl Fernández de Pablo, Clara Lago, Pepe Carrasco
Dove trovarlo: al cinema
Durante la riunione di condominio uno dei proprietari, Alberto (Raúl Fernández de Pablo) annuncia che ha intenzione di affittare il suo appartamento a un collega, Joachim (Pepe Carrasco), un suo collega di lavoro che ha un problema mentale. Gli altri condomini però non sono d’accordo e pretendono di mettere la cosa ai voti, o almeno di poter incontrare Joachim per valutare se la sua malattia mentale possa essere pericolosa per loro.
Il film ha un’impostazione molto teatrale: l’intera vicenda, della durata perfetta di 90 minuti, si svolge in un unico ambiente, il salotto dell’appartamento di Alberto, senza salti temporali nè stacchi di montaggio invadenti, per cui è proprio come prendere parte dal vivo ad una riunione di condominio in cui ciascuno mette i suoi interessi prima di quelli di tutti gli altri ed enuncia quelle che ritiene siano ragioni valide per prendere una determinata decisione.
Il tema è molto serio e molto attuale: quanti e quali pregiudizi ha ciascuno di noi verso le malattie mentali? Quanto sappiamo e quanto invece crediamo di sapere su chi ne soffre? Quanto siamo spaventati dall’idea che i problemi altrui possano turbare la nostra serenità?
La risposta a queste domande che si è posto il regista spagnolo Santiago Requejo si evince dalle diverse reazioni dei vari personaggi coinvolti, i condomini, tutti preoccupati all’idea che il nuovo inquilino, in quanto affetto da malattia mentale, possa essere per loro una minaccia, tanto da volerne proibire l’arrivo. Ma proprio dai loro confronti emergerà una verità incontrovertibile: ciascuno di noi, a modo suo, ha i suoi problemi mentali, a dispetto dei quali cerca di condurre un’esistenza “normale”; ammesso che la “normalità” possa esistere davvero.
La mossa vincente del film, in originale Votemos, “votiamo”, appunto, è quella di usare un tono molto leggero e ironico per descrivere queste reazioni e questi pregiudizi, creando scambi e situazioni davvero esilaranti e facendoci riflettere su un tema molto importante senza però ammorbare lo spettatore con una morale spicciola o un senso di colpa indotto.
Utile per fornire ottimi spunti di riflessione, ma soprattutto divertente, ben fatto e scorrevole, ottimamente recitato da tutti gli interpreti e con dialoghi costruiti con grande sapienza che portano con naturalezza anche agli esiti più assurdi.
Consigliatissimo, non solo a tutti coloro che sono avvezzi alle assurdità delle riunioni di condominio.
Interpreti: Bette Midler, Lily Tomlin, Fred Ward, Edward Herrmann, Michael Gross
Dove trovarlo: Disney Plus
Nell’ospedale di un paesino sperduto nella provincia americana nascono lo stesso giorno due coppie di gemelle, una da una prolifica coppia del luogo, l’altra da una ricca coppia newyorkese in viaggio. Per un’incredibile coincidenza alle bambine vengono dati gli stessi nomi: Sadie e Rose. Le due coppie però vengono accidentalmente “scoppiate” dall’infermiera, così per ciascuna coppia una delle due figlie crescerà sentendosi sempre in qualche modo fuori posto. Fino all’incredibile coincidenza che le porta tutte e quattro assieme in un lussuoso hotel di New York…
La trama del film richiama subito alla mente alcuni classici della commedia in cui viene usato il trucco dello “sdoppiamento” di attori e attrici che interpretano gemelli, come ad esempio Un Cowboy col Velo da Sposa o Non c’è Due senza Quattro. In effetti non c’è nulla di particolarmente sorprendente nello spunto di partenza e nello svolgimento della trama, tanto meno nel finale. Questa frizzante commedia però vale la pena di essere vista per la divertenti e divertite doppie interpretazioni delle star Bette Midler e Lily Tomlin, oltre che per i numeri musicali (lo yodel di Bette Midler è sensazionale!) e i siparietti comici insospettabilmente spassosi messi in scena dai molti comprimari.
D’altro canto il regista è la “a” del celebre trio di registi e sceneggiatori ZAZ (Zucker-Abrahams-Zucker) che ci hanno regalato perle della comicità americana come Una Pallottola Spuntata, Hot Shots! e L’Aereo più Pazzo del Mondo.
Consigliato per una serata vintage in totale relax e serenità.
Curiosità: fanno parte del cast sia Fred Ward che Michael Gross, che troveremo insieme due anni dopo nel cult Tremors: coincidenza?
I demoni minacciano in ogni momento il nostro mondo, portando oscurità e negatività e nutrendosi delle anime delle persone. Ma un trio di eroine, abili guerriere dalla voce potente, sono in grado di respingere le tenebre e tenere l’umanità al sicuro: sono Rumi, Mira e Zoey. Insieme sono pop star di fama mondiale, che utilizzano le loro canzoni per armonizzare i cuori e allontanare il male. Ma cosa succederebbe se una boy band di demoni, affascinanti e dalle ugole d’oro, sfidasse il loro primato per la supremazia della fama e il controllo di tutte le anime?
Per una volta, il martellante algoritmo di Netflix che propone i suoi contenuti in primo piano in modo che sia impossibile non notarli, ha fatto centro pieno.
KPop Demon Hunters è un lungometraggio d’animazione di circa 90 minuti che unisce brillantemente il classico tema orientale della lotta contro i demoni al glamour e il fascino della musica pop.
Le tre protagoniste, Rumi, Mira e Zoey, sono caratterizzate splendidamente, così come splendidamente è descritto il loro rapporto di amicizia e complicità. Le ragazze sono belle e toste, ma non hanno paura di mostrare il loro lato pigro, giocoso, infantile e sguaiato.
Certo molti elementi non sono del tutto originali, richiamano alla mente altri anime e la tradizione orientale già trasposta in manga e cartoni, ma il film è davvero bellissimo da guardare e da ascoltare in tutte le sue parti.
Ricco di contrasti resi graficamente in modo impeccabile, divertente ma anche intenso e ricco di spunti di riflessione, scorrevole e dinamico, non ha un solo momento di noia.
KPop Demon Hunters poi ha il suo punto forte nelle canzoni, che non solo sono orecchiabili ma sono le più belle canzoni pop che io abbia ascoltato negli ultimi anni. Dopo la visione vi garantisco che per diversi giorni canticchierete Soda Pop e muoverete anche le spalle a ritmo.
Pur rappresentando demoni assetati di anime, il film non è mai spaventoso o violento (nemmeno una goccia di sangue); oltre a questo, anche il suo essere visivamente e sonoramente suggestivo e la presenza di personaggi secondari adorabili pronti a diventare peluche e di scene divertenti lo rende adatto anche ai bambini sopra gli otto anni.
Non lasciatevi spaventare dal fatto che le protagoniste siano tre ragazzine adolescenti, il film è divertente e coinvolgente per tutti.
Che altro dire? Mi unisco alla moltitudine di fan che chiede a gran voce un seguito, perchè molti sono gli aspetti della storia e dei personaggi che meriterebbero un approfondimento.
Ma soprattutto, perchè non mi stancherò mai delle canzoni e dei balletti delle Huntrix!
Nel frattempo mi accontento della versione Karaoke del film, disponibile sempre su Netflix.
Il piccolo Icare vive con la madre alcolizzata. Un giorno, a causa di un tragico incidente causato proprio da Icare, la madre perde la vita, e il bambino viene accolto in un orfanotrofio, dove imparerà a conoscere bambini e bambine con diversi problemi e traumi pregressi ma capaci di grande affetto e amicizia.
Il titolo bizzarro di questo piccolo film d’animazione è presto spiegato: il piccolo Icare preferisce essere chiamato da tutti “Zucchina” (in originale “Courgette”), che è il nomignolo datogli dalla madre.
La mia Vita da Zucchina è interessante per diversi aspetti.
In primo luogo è un film indipendente, realizzato da un regista svizzero, Claude Barras, al suo esordio nell’animazione; poi è realizzato in stop motion, una tecnica di animazione molto complessa che comporta una lunga lavorazione e grandi abilità tecniche, perchè prevede la realizzazione di modellini che vengono posizionati manualmente per ogni inquadratura. La squadra di nove animatori riusciva a girare a passo uno non più di 30 secondi di film al giorno!
Tuttavia gli sforzi hanno pagato, perchè visivamente il film è di grande impatto, freschezza e originalità.
Basato sul romanzo Autobiografia di una zucchina di Gilles Paris, il film racconta una storia molto semplice con uno sviluppo lineare e un ristretto numero di personaggi; la forza del film si trova nell’abilità di restituire gli stati d’animo, i pensieri e le paure dei bambini. Nei dialoghi, nei comportamenti, nei gesti, l’infanzia che ha subìto grossi traumi ma ha ancora una gran voglia di vivere e amare è rappresentata in modo convincente, commovente e tenerissimo.
Delicato ma realistico, divertente e commovente, La mia Vita da Zucchina è un film adatto a tutti, perchè anche i temi più delicati (come gli abusi subiti da una delle bambine) vengono trattati con tutta l’innocenza e l’empatia di cui i bambini sono capaci.
Consigliatissimo (lo trovate su Prime Video incluso nell’abbonamento) a tutti, una boccata d’aria fresca come l’aria delle montagne svizzere.
Voto: 4 Muffin
Con l’occasione avviso che per le prossime due settimane sarò in vacanza, quindi potrei non rispondere ai commenti o non essere attivamente presente sugli altri blog; ma una pausa serve anche a una Madame!
Interpreti: Tony Shalhoub, Traylor Howard, Jason Gray-Stanford, Ted Levine, Melora Hardin, Hector Elizondo, James Purefoy, Caitlin McGee, Austin Scott
Dove trovarlo: Netflix
La pandemia di Covid 19 ha reso Adrian Monk (Tony Shalhoub) ancora più introverso e depresso del solito, tanto da smettere di lavorare come detective e meditare segretamente il suicidio pe rpotersi finalmente ricongiungere alla moglie Trudy (Melora Hardin). A distoglierlo dai suoi piani sarà la morte di Griffin (Austin Scott), fidanzato di Molly, la figlia di Trudy, a pochi giorni dalle nozze. Quello che inizialmente sembra un tragico incidente si rivela ben presto essere un omicidio, su cui il Signor Monk non può on indagare.
Operazione di pura nostalgia canaglia, senza dubbio. Eppure, chi come me ha adorato la serie Monk, andata in onda per 8 stagione dal 2002 al 2009, ritroverà con piacere tutti i personaggi principali: il capitano di polizia Stottlemeyer (Ted Levine) divenuto guardia di sicurezza privata; il tenente di polizia Randy Disher (Jason Gray-Stanford) divenuto sceriffo e sposato con Sharona, ex assistente di Monk; Natalie Teeger (Traylor Howard) ex assistente e amica di Monk; il Dottor Bell (Hector Elizondo) storico psichiatra di Adrian; Trudy (Melora Hardin) che spesso appare a Monk in sogno o come allucinazione. E naturalmente lui, Adrian Monk, il detective privato geniale ma pieno di fobie e manie di vario genere (germi, altezza, uccelli, disordine, spazi angusti, serpenti, l’elenco è lunghissimo) che per tante puntate ci ha divertito e stupito per la sua sagacia. Il film non ha un caso particolarmente interessante o misterioso da risolvere, ma offre comunque alcune scene divertenti, momenti di tenerezza e di commozione e una buona conclusione.
Vedere Mr. Monk’s Last Case ha senso solamente per chi conosce bene la serie e i suoi personaggi e desidera vivere un’ultima avventura con il detective più strambo e geniale di San Francisco.
Interpreti: Bradley Cooper, Jennifer Lawrence, Robert De Niro, Jacki Weaver, Julia Stiles, Chris Tucker
Dove trovarlo: Prime Video
Pat (Bradley Cooper) dopo essere stato dimesso dall’istituto per malattie mentali tenta di riprendersi la propria vita, il proprio lavoro e soprattutto la sua ex moglie. L’incontro con Tiffany (Jennifer Lawrence), una ragazza bellissima ma emotivamente molto instabile, rende le cose più complicate del previsto.
Ero davvero convinta che Il Lato Positivo fosse un film drammatico, che raccontasse problematiche legate alla malattia mentale e la difficoltà per chi ne è affetto nello stringere relazioni umane. Come mi sbagliavo…
All’inizio sembrava davvero il racconto realistico e intenso delle difficoltà incontrate da un uomo che ha avuto un collasso emotivo e deve rimettere insieme i cocci della propria vita.
Ma non c’è voluto molto perché il film prendesse tutta un’altra piega, diventando una marmellata appiccicaticcia di storia d’amore banale e insulsa, condita con personaggi secondari imbarazzanti e avvenimenti che non stanno nè in cielo nè in terra.
So che il film è l’adattamento del libro L’Orlo Argenteo delle Nuvole di Matthew Quick, ma non avendolo letto non posso né incolpare né assolvere lo scrittore per questo disastro cinematografico; posso invece dare la colpa al regista, David O’Russell, che nonostante avesse in mano un gran cast non ne ha fatta una giusta. Non voglio bollarlo in maniera definitiva, di diretto da lui posso parlare solamente di Three Kings, l’unico film con George Clooney di cui non sono riuscita ad arrivare alla fine. E ho detto tutto.
Credo che Bradley Cooper sia un attore di grande talento, ma questo personaggio così poco coerente non gli dà certo la possibilità di esprimersi.
Anche la splendida e brava Jennifer Lawrence non può far nulla, imprigionata in un interesse sentimentale quadrato e prevedibile.
Robert De Niro poi sembra una caricatura per quanto il suo personaggio è forzato e le sue battute ripetitive: a tratti, nelle scene in cui si parla di scommesse sportive, sembra di assistere a un delirio improvvisato senza costrutto. E l’arrivo di Chris Tucker, nel ruolo di un amico rilasciato anche lui dallo stesso istituto per malattie mentali, non fa che peggiorare le cose già malmesse.
Per un attimo si spera nel rapporto conflittuale col fratello, migliore di Pat in ogni cosa e portato a vantarsene, ma non è che una bolla di sapone.
La scena poi della gara di ballo, cui assistono amici, parenti, lo psichiatra, i vicini di casa e la ex moglie, è davvero grottesca e imbarazzante.
Il finale, intuibile già dal minuto due, non merita nemmeno che ci spenda parole.
Un’enorme delusione. Non c’è proprio nessun lato positivo in questo film, non saprei dare una buona ragione per guardarlo, se non forse l’avvenenza di Jennifer Lawrence.
E a pensarci bene credo che sia anche irrispettoso nei confronti di chi soffre davvero di malattie mentali o condizioni psicologiche particolari e a causa di queste non riesce a integrarsi nella società e a stabilire relazioni affettive stabili: ma come, basta perdere qualche chilo e passare di là perchè la bellissima vicina di casa perda la testa per te e l’amore trionfi, perchè farne tanti drammi? Mi sembra che questo film sminuisca problemi che invece sono enormi e difficilissimi da gestire, per il singolo e per la società, e che meriterebbero si essere trattati con più sensibilità e rispetto.
Interpreti: Charlize Theron, Kiki Layne, Matthias Schoenaerts, Luca Marinelli, Marwen Kenzari, Veronica Ngo, Henry Golding, Uma Thurman, Chiwetel Ejiofor
Dove trovarlo: Netflix
L’ex immortale Andromaca (Charlize Theron) scopre che in giro c’è un’altra immortale, ancora più vecchia di lei, estremamente potente e con cattive intenzioni.
Avete presente come sono i bambini quando non hanno voglia di fare i compiti e cercano di tirarla in lungo per far arrivare l’ora della merenda? Prima cade la matita, poi devono andare in bagno, fanno la punta alla matita e intanto cade la gomma, poi hanno sete, eccetera eccetera.
Ecco, The Old Guard 2 è esattamente così: quasi due ore di nulla boccheggiante per traghettare il povero spettatore verso l’evitabilissimo terzo capitolo. Ammetto che del primo film non ricordavo praticamente nulla se non che era stato un film d’azione passabile e non particolarmente fastidioso da vedere, per dire quale impatto avesse avuto su di me. A mia discolpa, il sequel arriva a ben cinque anni di distanza; il terzo capitolo non ha ancora una data di uscita, ma di sicuro per allora avrò già dimenticato di nuovo ogni cosa. Non che ci sia molto da dimenticare, visto che la storia è ridicolmente semplice, e infatti il film arranca faticosamente per riempire queste due ore di elucubrazioni inutili, lontane rimembranze, discorsi triti e ritriti, e soprattutto combattimenti corpo e corpo sempre, ovunque e con chiunque. Perfino gli sgherri del nemico, anziché sparare, come viene detto “cercano il corpo a corpo”. Tutto per rubare minuti preziosi alle nostre vite e giustificare un’ingiustificabile chiusura della trilogia.
Noioso, superfluo, magari non dannoso ma di sicuro nemmeno interessante.
Voto: 1/2 Muffin Ipocalorico (l’altra metà arriverà con la terza parte visto che la storia non si conclude affatto)