Conclave

Anno: 2024

Regia: Edward Berger

Interpreti: Ralph Fiennes, Stanley Tucci, John Lithgow, Sergio Castellitto, Carlos Diehz, Isabella Rossellini

Dopo la morte del Santo Padre, come da protocollo tutti i cardinali si riuniscono in conclave, isolati dal resto del mondo, per decidere chi tra loro diventerà il nuovo Pontefice. Al cardinale decano Thomas Lawrence (Ralph Fiennes) spetta il difficile compito di guidare il conclave, nonostante egli avesse chiesto al Papa quando era ancora in vita di dispensarlo da questo ruolo per permettergli di chiarire alcuni suoi dubbi legati alla fede; il Pontefice però non aveva avallato la sua richiesta. Lawrence si ritroverà perciò a gestire un conclave molto complesso, teatro di scontro in particolare tra alcuni cardinali che hanno grande influenza ciascuno a suo modo: il grande amico del defunto Pontefice Cardinale Bellini (Stanley Tucci), l’ambizioso Cardinale Tremblay (John Lithgow), il reazionario Cardinale Tedesco (Sergio Castellitto) e l’outsider Benitez, Cardinale di Kabul di origine messicana. 

Nonostante il film, tratto dal romanzo omonimo di Robert Harris, metta in scena con grande rigore e precisione quelle che sono le procedure seguite dalla Chiesa cattolica dopo la dipartita di un Pontefice, appare chiaro fin da subito come questo film non sia e non voglia essere un atto d’accusa contro la Chiesa. Il conclave infatti non è altro che una stanza chiusa piena di uomini potenti e ambiziosi in guerra tra di loro per il potere, sebbene ciascuno abbia i propri metodi e le proprie motivazioni. Ma c’è un’altra lotta in corso sulla scena: quella per l’interprete migliore. Ralph Fiennes, John Lithgow, Stanley Tucci e Sergio Castellitto, con l’aggiunta di Isabella Rossellini nel ruolo piccolo ma cruciale di Suor Agnes, offrono tutti interpretazioni splendide nei panni di personaggi tra loro diversissimi, ciascuno caratterizzato la luci e ombre, difetti e punti di forza, certezze apparenti e inversioni di rotta. Le dinamiche dello scontro tra questi diversi personaggi e le loro inconciliabili vedute sono il cuore del film, che dall’inizio alla fine avvince e rapisce, nonostante tutta l’azione si svolga in ambienti chiusi e avvenga tramite parole. La regia sapiente, la sceneggiatura solida e le efficaci interazioni tra i personaggi rendono il film non solo appassionante e coinvolgente, ma perfino avvincente in un crescendo di tensione in cui i rapporti di forza cambiano in continuazione e i pronostici si ribaltano costantemente. Fino al finale.

Il finale, che non rivelerò, è a dir poco sorprendente, scioccante, e sembra quasi inficiare tutto quanto detto e costruito fino a quel momento, salvo poi dimostrarsi coronamento perfetto di un percorso accidentato e dalla meta incerta ma intriso di fiducia nel genere umano e speranza per il futuro. 

Basta, ho detto anche troppo: le otto nomination agli Oscar si spiegano facilmente non solo alla luce della conclusione proposta ma soprattutto per lo spessore dei talenti dispiegati.

Vi lascio con un’immagine che, da quando lo schermo del cinema si è fatto nero al termine della visione, non sono più riuscita a levarmi dalla testa: chi ha visto o vedrà Conclave capirà, inizialmente riderà, ma poi riflettendoci meglio comprenderà appieno.

Voto: 4 Muffin

Come Uccidere Vostra Moglie

Titolo originale: How to Murder your Wife

Anno: 1965

Regia: Richard Quine

Interpreti: Jack Lemmon, Virna Lisi, Terry-Thomas

Dove trovarlo: Prime Video

Stanley Ford (Jack Lemmon) è un uomo felice e soddisfatto: ha una splendida casa a New York, un maggiordomo devoto (Terry-Thomas) e un lavoro appagante e remunerativo come disegnatore di fumetti. Ma tutto cambia quando, dopo aver bevuto troppo a una festa, si ritrova sposato con una bellissima ragazza straniera (Virna Lisi) che rivoluzionerà completamente i suoi princìpi, la sua casa e la sua vita.

Un film come questo oggi sembra inconcepibile: un film in cui un uomo viene portato in trionfo da altri uomini quale esempio di libertà e coraggio perchè ha presumibilmente ucciso la moglie. Un film in cui le donne in generale e le mogli in particolare vengono rappresentate come noiose e prepotenti zavorre che privano l’uomo della sua libertà e della sua gioia di vivere. L’unica speranza per la donna di non venire ripudiata è quella di essere bellissima e sessualmente disponibile. Per quanto questa morale oggi ci appaia ripugnante senza alcun dubbio, dobbiamo ricordare che Come Uccidere Vostra Moglie è stato girato nel 1965, aderendo alla cultura e alla moralità americana (ma non solo) dell’epoca, e si inserisce nel filone della commedia americana di quegli anni che rappresenta l’uomo come una sfortunata vittima della moglie in cerca di quella libertà e di quella passione che il matrimonio non ha saputo dargli, ma che alla fine, dopo aver combinato diversi guai, si pente e ritorna ad essere un marito e un padre fedele e devoto, anzi riconoscente. Alcuni grandi classici di questo genere sono: È Ricca, la sposo e l’ammazzo (1971) con Walter Matthau (non a caso sodale di Jack Lemmon in moltissimi film), che ha la particolarità di essere stato diretto e sceneggiato da una donna, Elaine May, anche protagonista del film; Quando la Moglie è in Vacanza (1955), con Tom Ewell e Marilyn Monroe, sceneggiato da George Axelrod come How to Murder your Wife, e il mio preferito Una Guida per l’Uomo Sposato (1967), ancora con Walter Matthau e con Terry-Thomas (che in Come Uccidere Vostra Moglie interpreta il maggiordomo Charles) nel ruolo esilarante dell’uomo la cui vita è rovinata dal momento in cui l’amante perde il reggiseno in casa sua.

Quindi, stabilito inequivocabilmente che l’imbarazzante e inaccettabile sottostrato morale e culturale di Come Uccidere Vostra Moglie non solo era presente negli Stati Uniti degli anni ‘50 e ‘60 (e in parte è presente ancora oggi, e non solo in America) ma era imperante tanto da generare situazioni da commedia e da essere condiviso, come abbiamo visto, dalle donne stesse, posso dire che io ho sempre trovato questo genere di film molto divertenti e che quelli che ho citato sono dei grandi classici in casa Verdurin.

Come Uccidere Vostra Moglie però non si può collocare al livello degli altri che ho citato, perchè non è altrettanto divertente, anche se ha sicuramente delle scene e dei personaggi di contorno davvero irresistibili, come il maggiordomo Charles, interpretato dal già citato Terry-Thomas. Inoltre mi è piaciuto moltissimo il fatto che il protagonista fosse un disegnatore di fumetti d’avventura che, per etica professionale, non rappresenta mai nelle sue strisce qualcosa che lui stesso non abbia fatto: il suo lavoro richiede quindi, nella prima fase, di organizzare e portare a termine imprese rocambolesche mentre il suo fedele maggiordomo lo fotografa, offrendo poi prezioso materiale per le sue tavole.

Jack Lemmon recita divinamente, come sempre, ma questo ruolo nella sua carriera non può certo spiccare su altri ben più intensi e divertenti (penso a La Strana Coppia, A Qualcuno Piace Caldo, Non per Soldi ma per Denaro…): in ogni caso vale sempre la pena di vedere una sua interpretazione. L’italiana Virna Lisi interpreta la ragazza che esce dalla torta e poco dopo diventa la signora Ford, nella versione originale naturalmente è italiana, mentre nella versione doppiata diventa greca (il che però cozza parecchio con i piatti che cucina e la borsa Alitalia che porta con sè). Virna in questo film è di una bellezza mozzafiato e ricopre a perfezione il ruolo che le è stato assegnato, quello della moglie un po’ svampita fin troppo servizievole, disponibile e amorevole verso un marito che inizialmente non pensa ad altro che ad allontanarla e a divorziare da lei per ritrovare la sua libertà.

Il film, che ha una trama di per sé piuttosto semplice e lineare, soffre della lunghezza eccessiva di alcune scene (la festa in casa, il processo) e della perdita lungo la strada del ruolo di narratore esterno del maggiordomo, che rende invece l’inizio così accattivante.

Il finale non riserva sorprese (anzi, una piccolina sì), come abbiamo detto il film si inserisce esattamente in un filone con canoni prestabiliti e consolidati.

Consiglio la visione solo agli amanti dei film, e in particolare delle commedie, degli anni ‘50-‘60, ma consiglio più che altro la visione dei film citati sopra per una declinazione più riuscita, leggera e divertente delle stesse tematiche.

Voto: 2 Muffin

Napoli – New York

Anno: 2024

Regia: Gabriele Salvatores

Interpreti: Pierfrancesco Favino, Omar Benson Miller, Dea Lanzaro, Antonio Guerra

Napoli, 1949. Un ordigno inesploso della seconda guerra mondiale provoca il crollo della palazzina in cui la piccola Celestina (Dea Lanzaro) abita con la zia: Celestina rimane illesa, ma la zia perde la vita, lasciando la bambina sola senza alcun parente in vita, eccezion fatta per la sorella maggiore Agnese, che però vive a New York. Non avendo un posto dove andare, Celestina si rifugia dall’amico Carmine (Antonio Guerra), che dorme in un edificio dichiarato pericolante e vive di espedienti. Una sera, inseguendo George (Omar Benson Miller), un americano che deve loro dei soldi e lavora come cuoco sul transatlantico Victory, i due ragazzi si ritrovano bloccati sulla nave e non possono far altro che tentare di nascondersi a bordo fino all’arrivo a New York, dove Celestina spera di riabbracciare la sorella. Ma il commissario di bordo Garofalo (Pierfrancesco Favino) è sulle tracce dei due clandestini.

Siamo lontanissimi da quel pasticcio incredibile di Nirvana, l’unico altro film che ho visto di Gabriele Salvatores: ora non potrò che cercare di recuperare tutti gli altri suoi film, perchè la sua ultima opera Napoli-New York mi ha davvero conquistata come capita molto raramente con i prodotti italiani contemporanei. Il trailer, ingannatore, mi aveva fatto credere che il film fosse serio e drammatico, mentre invece, anche se i temi affrontati sono molto importanti (guerra, povertà, immigrazione), la narrazione mantiene sempre un tono leggero e fiabesco, raccontando con infinita grazia le vicissitudini di due scugnizzi napoletani nella Grande Mela. Il soggetto di questo film era stato elaborato da Federico Fellini e Tullio Pinelli, sceneggiatore che oltre ad aver collaborato con Fellini in alcuni dei suoi capolavori (8 1/2, La Strada, La Dolce Vita) ci ha anche regalato quella pietra miliare della comicità italiana che è la saga di Amici Miei. Da un’idea di partenza così blasonata Salvatores riesce con grande abilità a trarre un film dolce, simpatico e delicato che ricorda, soprattutto per la parte ambientata sulla nave, La Leggenda del Pianista sull’Oceano di Giuseppe Tornatore, mentre la parte sul processo ad Agnese a New York mi ha ricordato il musical Chicago per l’acume e l’ironia con cui rappresenta il sistema giudiziario americano. A proposito di musica, la colonna sonora, curata dal collaboratore storico di Salvatores Federico De Robertis, è molto variegata e riesce a trovare la canzone giusta per ogni diversa situazione o stato d’animo. La storia raccontata è molto semplice, e poteva venire declinata in modi diversi, ma Salvatores sceglie saggiamente la leggerezza mai superficiale e l’ironia che non scade mai in farsa, regalando divertimento e risate che permeano anche eventi e situazioni tragici e incerti (gli strascichi della guerra, la vita per le strade dei ragazzi di Napoli, l’ostilità verso gli immigrati) e mostrando New York come un luogo quasi irreale in cui davvero tutto può accadere. Il dialetto napoletano in cui recitano i bambini protagonisti può sembrare uno scoglio all’inizio ma viene presto superato grazie alla varietà di personaggi e all’empatia che presto si instaura tra lo spettatore e i due piccoli sgugnizzi. La recitazione è ottima da parte di tutti, dai due bambini quasi neofiti del cinema Dea Lanzaro e Antonio Guerra al veterano Pierfrancesco Favino, e contribuisce a dar vita a dialoghi, scene e personaggi indimenticabili. Da vedere e rivedere, fino al finale che mi ha soddisfatta pienamente e compresi i bellissimi titoli di coda in cui ai nomi degli interpreti e delle maestranze vengono associate inquadrature significative del film stesso.

Voto: 4 Muffin

Il Ragazzo dai Pantaloni Rosa

Anno: 2024

Regia: Margherita Ferri

Interpreti: Claudia Pandolfi, Samuele Carrino, Andrea Arru, Sara Ciocca

Il film racconta la storia vera e tragica di Andrea Spezzacatena (interpretato da Samuele Carrino), uno studente di Roma che si tolse la vita nel 2012, a soli quindici anni, dopo essere stato vittima di bullismo e cyberbullismo da parte dei compagni di scuola. Le prese in giro, i maltrattamenti e le vessazioni erano iniziati dopo che Andrea si era presentato a scuola con dei pantaloni di colore rosa, comprati dalla madre Teresa Manes (Claudia Pandolfi) e stinti con il lavaggio.

Il film, presentato nel 2024 alla Festa del Cinema di Roma, racconta la drammatica vicenda realmente accaduta di Andrea Spezzacatena, che è divenuta emblematica delle problematiche legate al bullismo e al cyberbullismo, sempre più approfondite e dibattute nelle scuole italiane, come è giusto che sia. Infatti, se è difficile per genitori e insegnanti gestire un caso di bullismo che si manifesta con un occhio nero o un abito strappato, è ancora più complesso gestirne uno che non lascia tracce visibili se non sul web e, come viene chiaramente mostrato, nelle anime dei bambini e dei ragazzi: ecco perchè è così diffiicle individuare il cyberbullismo, comprenderne le dinamiche e combatterlo. Il Ragazzo dai Pantaloni Rosa è stato proiettato in diverse scuole all’interno di percorsi di educazione contro la violenza e il bullismo. E le scuole sono il posto più adatto a questa pellicola. Le scuole medie, magari, perchè già alle superiori i ragazzi si renderanno conto che al valore contenutistico e cronachistico del film non ne corrisponde affatto uno cinematografico di uguale portata. Il film è girato, ripreso e montato in modo 100% convenzionale, con grossi problemi di messa a fuoco e di ritmo. Tutto ciò che vediamo è scontato fin dal principio, e non solo perchè la voce narrante fuori campo ce lo anticipa, ma perchè si ha continuamente l’impressione di star vedendo uno qualunque dei film e delle serie tv che hanno affrontato, anche solo marginalmente, l’argomento dei maltrattamenti in ambiente scolastico. La recitazione di tutti è pessima, e il sonoro, anch’esso pessimo, non aiuta ad estrapolare qualche frase di senso compiuto dai farfugliamenti in mezzo romanesco; c’è da dire che i dialoghi sono così banali e stantii che probabilmente la perdita non è grave. La colonna sonora, con il gran finale dei miagolii insopportabili di Arisa, è banale all’inverosimile. Una visione che dovrebbe essere, in particolar modo per una madre, drammatica e straziante risulta invece noiosa e insopportabile a causa dell’imperizia della messa in scena a tutti i livelli. Come nel caso di Berlinguer – La Grande Ambizione, sono convinta che sarebbe stato molto più efficace un documentario, magari della durata di un’oretta, per raccontare la vera storia di Andrea e di sua madre Teresa Manes, insignita nel 2022 da Sergio Mattarella dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica per il suo impegno, realizzatosi attraverso libri e altre attività sociali, contro il bullismo e il cyberbullismo; ridurre una storia autentica e significativa come questa a una delle tante fiction televisive di bassa qualità mi sembra un vero peccato. Se poi la regista (a me sconosciuta) Margherita Ferri decide di mostrare come primissima scena la nascita di Andrea, cioè una madre cinquantenne (tale l’età anagrafica di Claudia Pandolfi, che nonostante la chirurgia estetica li dimostra tutti) nell’atto di partorire un bambino che nasce già grande di alcune settimane, con gli occhi aperti e tutto il resto, mi sia concesso di non appassionarmi a questa storia non per quello che rappresenta ma per come è stata raccontata.

Voto: 1 Muffin

Nightbitch

Anno: 2024

Regia: Marielle Heller

Interpreti: Amy Adams, Scoot McNairy

Dove trovarlo: Disney Plus

La protagonista, che rimane senza nome per tutto il film, è una madre che ha scelto di mettere in pausa la sua carriera di artista per occuparsi esclusivamente del figlio, mentre il marito (anche lui senza nome) è quasi sempre lontano da casa per lavoro. Essere mamma e casalinga per tutto il tempo però si rivela più faticoso del previsto, fisicamente ed emotivamente. Quando la madre inizia ad avvertire alcuni inspiegabili cambiamenti nel suo corpo, come la crescita anomala di peli, l’intensificazione del senso dell’odorato e l’insaziabile voglia di carne, cerca risposte in biblioteca, dove incontra anche alcune altre mamme con cui scopre di avere molto in comune.

Oggi io e Lucius Etruscus abbiamo deciso di fare un po’ di cagnara in compagnia! Vi invito a correre a leggere i suoi post sul Dizionario del Doppiaggio e su Non quel Marlowe sempre riguardo a Nightbitch.

Molto, moltissimo è già stato detto o scritto sulla maternità e sulle difficoltà, i disagi e i conflitti che provoca nella donna sotto ogni aspetto. Nel caso di Nightbitch (ricordiamo che in inglese “bitch” significa “cagna”, ma anche “stronza”) tutto parte dal libro d’esordio di Rachel Yoder, che la regista Marielle Heller trasporta su schermo in modo molto fedele, scegliendo però di modificare il finale. Non voglio rivelare nulla a chi non abbia ancora letto il libro e/o visto il film, ma personalmente non ho amato il finale del libro. Quello del film invece, per quanto sia sicuramente all’acqua di rose, è meno arduo e repulsivo, anche se tendente alla semplificazione: non è di certo una cosa così banale riappropriarsi della propria vita e dei propri sogni, e soprattutto far comprendere uno stato d’animo così variegato e complesso a chi non sia disposto a mettersi davvero nei panni altrui. Resta comunque una possibilità. Ma la forza del film non sta di sicuro nel suo finale, quanto invece nelle riflessioni che la madre riesce a fare su se stessa. Gran parte di questi pensieri, dei monologhi e dei dialoghi sono presi parola per parola dal libro, e sono la parte più interessante; in corso d’opera il tono si modifica dal comico iniziale al tragico, forse volutamente per mostrare l’altalena di emozioni di una mamma che sì, adora il suo bambino e vive per lui, ma inizia a realizzare che il suo essere madre non può essere l’unico paradigma della sua esistenza. Il fatto che la madre resti senza nome per tutto il film indica la spersonalizzazione subìta dalla donna, che sceglie di occuparsi del figlioletto senza aver capito inizialmente a quanto e a cosa stia realmente rinunciando. Ma non è la sola, perchè nessuno intorno a lei, nemmeno il marito, sembra rendersi conto della reale entità di quella rinuncia. La trasformazione della madre in cane (la cagna notturna, appunto, ma anche la stronza che desidera mollare tutte quelle cose che sono diventate suoi doveri e sue responsabilità per ritrovare se stessa) è ovviamente una metafora (che nel film avvenga realmente o sia solo frutto della fantasia di un’artista ingabbiata in una vita che non è vita non ha importanza) di questa anelata liberazione da un ruolo imposto e autoimposto che però non è abbastanza, non è sufficiente a definire una persona, un’artista, una donna.

Amy Adams mette tutta se stessa e tutto il suo smisurato talento in questo ruolo difficile, multiforme, sublime e grottesco allo stesso tempo, e la regia abile di Marielle Heller è al suo servizio. Personalmente mi sarei volentieri risparmiata la parte body horror del film, ma mi rendo conto di come serva a comunicare meglio uno stato d’animo e mentale così potentemente complicato. Non mi sento di consigliare questo film a tutti, perchè forse chi non ha avuto figli non può empatizzare con un personaggio che si comporti in questo modo e provi questi sentimenti così contrastanti, scioccanti, inconcepibili. Il film però offre uno spunto di riflessione importantissimo sul ruolo della donna e della madre nella famiglia e nella società, e di questo credo non si possa parlare mai abbastanza.

Voto: 3 Muffin

Wicked

Anno: 2024

Regia: Jon M. Chu

Interpreti: Cynthia Erivo, Ariana Grande, Jonathan Bailey, Michelle Yeoh, Jeff Goldblum

La malvagia strega dell’Ovest è morta! In tutto il regno di Oz i Mastichini e tutti i popoli festeggiano. Si rallegra anche la Strega Buona Glinda (Ariana Grande), che però ricorda anche come lei e Elphaba, la cattiva strega dell’Ovest (Cynthia Erivo) in gioventù fossero state grandi amiche, nonostante Elphaba fosse evitata e derisa da tutti per via della sua pelle completamente verde. Elphaba e Glinda si sono conosciute giovanissime all’Università di Stregoneria Shiz. Elphaba in realtà era arrivata lì solamente per accompagnare la sorella, ma la Professoressa di Stregoneria Morrible (Michelle Yeoh), riconoscendo immediatamente in lei un altissimo potenziale magico, le aveva permesso di restare per studiare la magia. Inizialmente Elphaba e Glinda si detestano: troppo noiosa, seria e solitaria la prima, troppo frivola e mondana la seconda. Col tempo però tra loro nasce un’amicizia fortissima, e quando finalmente a Elphaba viene concesso di incontrare di persona il famoso e potentissimo mago di Oz (Jeff Goldblum), che si dice sia in grado di esaudire ogni desiderio del cuore, l’amica l’accompagna. Ma il Mago non è affatto come le ragazze se lo aspettavano…

Ho avuto l’incredibile fortuna di vedere Wicked in lingua originale al cinema ed è un’esperienza che consiglio di cuore.  Avverto però che chi non è un grande appassionato di musical potrebbe essere recalcitrante ad entrare in sala dopo aver sbirciato la durata del film: 160 minuti. Se poi dovesse trovare comunque la voglia di sedersi in poltrona, potrebbe volersi alzare immediatamente dopo la schermata del titolo che recita: Wicked – Parte 1.

Il film di Jon M. Chu infatti è la trasposizione della prima metà dell’omonimo spettacolo di Broadway, che a sua volta è stato tratto da un romanzo, Strega – Cronache del Regno di Oz in Rivolta (Wicked – The Life and Times of the Wicked Witch of the West), scritto nel 1995 da Gregory Maguire basandosi sui personaggi e l’ambientazione del classico Il Meraviglioso Mago di Oz (The Wonderful Wizard of Oz), scritto da L. Frank Baum nel 1900. Tutti questi nomi e titoli possono far girare un po’ la testa, ma è giusto contestualizzare questo film che ha ricevuto ben 10 nomination agli Oscar 2025, compresa quella come miglior film. Ecco, non mi spingo certo a dire che Wicked è il film migliore dell’anno, ma come amante dei musical l’ho apprezzato moltissimo e sono stata piacevolmente sorpresa dal talento recitativo e canoro di tutti gli interpreti, dalle due meravigliose protagoniste (entrambe nominate, Cynthia Erivo come attrice protagonista e Ariana Grande come attrice non protagonista) fino ai ruoli secondari. Ad esempio, a dare la voce al Professor Dillamond nella versione originale è Peter Dinklage. Mentre gli appassionati della serie Glee e dei musical in generale non faticheranno a riconoscere, sul palcoscenico della Città di Smeraldo, Kristin Chenoweth e Idina Menzel (la doppiatrice originale della principessa Elsa di Frozen). Aggiungo poi che il principe affascinante e ribelle Fiyero ha il volto di Jonathan Bailey, protagonista della seconda stagione di Bridgerton: mi si perdonerà se con tutti i vestiti addosso non lo avevo riconosciuto, ma anche lui offre un’ottima prova. Michelle Yeoh è bellissima e terribile nei panni di Madame Morrible. E, naturalmente, Jeff Goldblum è il miglior Mago di Oz che potessimo sperare di vedere (e ascoltare). Una vera e propria parata di stelle, ma tra tutti spicca la splendida Ariana Grande: bellissima, dolce, divertente, e con una voce sensazionale, lascia davvero senza fiato. Il suo personaggio ricorda molto la Elle interpretata da Reese Witherspoon in La Rivincita delle Bionde, sempre solare e vestita di rosa, desiderosa di farsi benvolere da tutti, frivola e svenevole in apparenza ma tosta e determinata. Devo ammettere che la parte ambientata alla Shiz, tra cotte adolescenziali, sfide di popolarità e ribellione giovanile scorre piuttosto lenta, riportando alla mente tanti altri musical ambientati nell’universo giovanile (Grease, High School Musical, Hairspray), ma l’attenzione ritorna desta nella seconda parte. Non tutte le canzoni sono ugualmente memorabili, ma tutte si ascoltano con piacere, mentre tutto ciò che colpisce l’occhio (scenografie, costumi, trucco, coreografie) è coloratissimo e scanzonato, proprio come nel famosissimo musical Il Mago di Oz con Judy Garland, che viene preso a modello e ripetutamente omaggiato (di fatto gli eventi narrati in Wicked sono un prequel di quelli del film del 1939). Il finale, sulle note della meravigliosa canzone Gravity, mette davvero i brividi. Non vedo l’ora di potermi immergere di nuovo in questo mondo rutilante e affascinante per altri 160 minuti.

Voto: 4 Muffin

La Stanza Accanto

Titolo originale: The Room Next Door

Anno: 2024

Regia: Pedro Almodóvar

Interpreti: Tilda Swinton, Julianne Moore, John Turturro

Ingrid (Julianne Moore) è una scrittrice di successo, mentre Martha (Tilda Swinton) una reporter di guerra. Grandi amiche in gioventù, si ritrovano molti anni dopo, quando a Martha, affetta da un tumore incurabile, non restano che pochi mesi di vita. A questo punto Martha fa alla vecchia amica una proposta sconvolgente: restarle accanto per alcuni giorni fino a che lei non assumerà una pillola, procuratasi illegalmente poichè l’eutanasia è un reato, per suicidarsi…

Il trailer del film mi aveva conquistata, trovavo l’idea di partenza (derivata dal romanzo Attraverso la Vita di Sigrid Nunez) estremamente affascinante e terribile, ed ero arrivata al cinema con già in mano un fazzoletto, pronta ad essere sconvolta, scandalizzata, disperata… Ma non è accaduto nulla di tutto questo. La Stanza Accanto non è che una messinscena leccata, colorata, patinata e ovattata della morte, che esclude ogni emozione, ogni sentimento, ogni dibattito. Non voglio certo negare il talento delle attrici protagoniste: Tilda Swinton in particolare è una scelta perfetta, visto che sembra davvero sul punto di morire ad ogni inquadratura; Julianne Moore, all’opposto, dovrebbe rappresentare la vita e la gioia di vivere, in connubio con la paura della morte, ma purtroppo non riesce a trasmettere nulla di tutto questo. Ma la colpa non è tutta sua, semplicemente la trasmissione di emozioni verso lo spettatore non è affatto contemplata, fin dall’inizio. Tutto il film è costituito di dialoghi algidi, pacati, ragionevoli, anche con i personaggi minori (il cinico scrittore John Turturro, il personal trainer, il poliziotto). Nessuno si altera, si sfoga, si arrabbia, si ribella, si dispera. Il regista Pedro Almódovar si concentra esclusivamente sul mostrare opere d’arte, architetture avanguardistiche, colorazioni sfacciate di abiti e arredamento: un contorno elegante ma non funzionale e non veicolante alcun messaggio.

Il film è pieno zeppo di libri infilati ovunque (libri, librerie, scrittori…) ma non ne ha la profondità nè lo spessore. La citazione portante dal racconto The Dead (I Morti, se per caso fin qui non fossimo stati sufficientemente didascalici) di James Joyce è insignificante, oltre che vergognosamente scolastica, ma rende bene l’idea del gelo emotivo che riempie lo schermo in ogni momento. Anzi, se vogliamo trovarlo un messaggio c’è: la morte non è poi così tremenda se puoi affrontarla in una casa lussuosa, piena di fonti di intrattenimento, opere d’arte e oggetti di design, con accanto un’amica che può tranquillamente lasciare il lavoro per settimane, e scegliere liberamente il momento in cui morire grazie ad una pillola senza dubbio costosissima. Ma temo che non tutti coloro che, purtroppo, sono condannati a morte da una malattia incurabile, possano concedersi questi lussi. L’empatia con questi personaggi così freddi, algidi, insensibili, non è proprio possibile. Dal film vincitore del Leone d’Oro 2024 a Venezia mi aspettavo molto, ma molto di più. Una delusione.

Voto: 1 Muffin Ipocalorico

Still Life

Anno: 2013

Regia: Uberto Pasolini

Interpreti: Eddie Marsan, Joanne Froggatt

Dove trovarlo: Raiplay

John May (Eddie Marsan) è un grigio e anonimo impiegato comunale in un paesino dell’Inghilterra, ma il suo lavoro, che lui svolge con incredibile dedizione e scrupolosità, è davvero peculiare: John è incaricato di rintracciare familiari e conoscenti delle persone decedute che apparentemente non hanno famiglia né amici. Il compito di John è dunque organizzare il funerale e la sepoltura dei defunti e spulciare poi tra le loro cose alla ricerca di indizi per trovare amici e parenti, qualora ce ne siano. Quando John viene licenziato, dopo vent’anni di servizio, perchè la nuova amministrazione desidera “tagliare i rami secchi”, ottiene il permesso di chiudere l’ultimo caso e si impone di riuscire a rintracciare la famiglia del defunto Billy Stoke.

Nonostante la connessione pessima di Raiplay, per cui il film si interrompeva spesso e volentieri, ho davvero adorato questo film, un’autentica boccata d’aria per gli amanti del cinema per come riesce a mettere in scena in maniera impeccabile una vicenda tanto comune quanto unica. Quanti di noi pensano forse di essere come John May? Mentre a tutti noi capita sicuramente molto spesso di incontrare qualche John May, persone all’apparenza insignificanti ma che celano in sé un amore per il prossimo incondizionato e una cognizione del senso e del valore della vita umana insospettabilmente profonda. La regia di Uberto Pasolini, sorretta da una fotografia e una colonna sonora impeccabili, rappresenta lo svolgimento di una vicenda apparentemente semplice e quasi noiosa, in cui però ogni inquadratura, ogni gesto e ogni oggetto stabilisce un preciso e inatteso richiamo con un evento apparentemente remoto. Le metafore sono chiare e potenti, senza venire però mai urlate in faccia allo spettatore, piuttosto sono suggerite da collegamenti tra dettagli nelle immagini, e le parole sono significative perché misurate e mai sprecate. Il protagonista Eddie Marsan ci regala una prova straordinaria, affiancato da una sempre splendida e bravissima Joanne Froggatt (conosciuta nella serie Downton Abbey). 

L’impressione guardando il film è che potrebbe bastare un battito di ciglia per perdere un dettaglio fondamentale per comprendere dinamiche e legami: così come è nella vita.

Consiglio con il cuore la visione di Still Life (giustamente non tradotto in italiano perchè in inglese l’espressione ha una doppia valenza, “Vita Immobile” ma anche “Ancora Vita”), una coccola per l’anima con un sapore, che emerge nel perfetto finale, che mi piace definire “zavattiniano”.

Voto: 4 Muffin

Berlinguer – La Grande Ambizione

Anno: 2024

Regia: Andrea Segre

Interpreti: Elio Germano, Paolo Pierobon, Roberto Citran, Giorgio Tirabassi, Paolo Calabresi

Racconto dei principali avvenimenti della vita privata e politica di Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano negli anni ‘70.

Premettendo che né la politica né la storia italiana hanno mai suscitato in me particolare interesse, al di là dei doverosi studi scolastici, e che il cinema italiano contemporaneo in generale riesce difficilmente a farmi sussultare in qualunque modo, Berlinguer – La grande ambizione resta comunque un film insulso e noioso. A partire dalla schermata iniziale che spiega come si tratti di un film basato su fatti e documenti, fino a che gli sceneggiatori (Marco Pettenello e lo stesso regista, Andrea Segre) non hanno ritenuto meglio inventare e romanzare. Ma quindi, a che pro realizzare un film noioso come un brutto documentario e fasullo come una storia inventata? Avrei preferito di gran lunga un vero e proprio documentario, con autentiche interviste e spezzoni di telegiornali dell’epoca, o in alternativa un racconto appassionato di un determinato aspetto della persona Enrico Berlinguer, al di là del leader politico che tutti conosciamo. Cosa ci offre invece Andrea Segre? Un’agiografia di un Berlinguer che sa sempre cosa dire e cosa fare, che non teme nulla, che affronta qualunque leader politico italiano e straniero a testa alta, che ama stare con i figli, ricorda sempre l’anniversario della moglie, beve solo latte e fa anche ginnastica. Un superuomo, in definitiva, senza mai un’esitazione e senza alcun difetto che possa renderlo umano e suscitare nello spettatore empatia nei suoi confronti. Sono sicura che Elio Germano ce l’abbia messa tutta nella sua interpretazione, ma non gli serviva alcuno sforzo per svettare sugli altri membri del cast, alcuni incapaci (i ragazzi che interpretano i figli in particolare) e altri molto bravi ma relegati al ruolo di tappezzeria, una moltitudine di grigi uomini politici che fanno da sfondo (o da contraltare, come nei casi di Giulio Andreotti e Aldo Moro, molto ben interpretati rispettivamente da Paolo Pierobon e Roberto Citran) alla stella scintillante di Berlinguer.

Se a questo grosso difetto nell’impostazione di base si aggiungono una regia ballerina, un montaggio arbitrario e una colonna sonora composta solamente da rumori molesti, ecco che il piatto è servito: noia con contorno di fastidio. 

Potrebbe essere recuperato magari dalle scuole per mostrarlo agli alunni e dare loro un’idea di quel periodo cruciale per la storia italiana, ammesso e non concesso che arrivino davvero a studiarlo.

Voto: 1 Muffin

Leggere Lolita a Teheran

Titolo originale: Reading Lolita in Teheran

Anno: 2024

Regia: Eran Riklis

Interpreti: Golshifteh Farahani, Zar Amir, Mina Kavani

Leggere Lolita a Teheran è la vera storia, tratta dall’omonimo romanzo in cui lei stessa la racconta, di Azar Nafisi, docente di letteratura inglese all’università di Teheran, che dopo la rivoluzione islamica di Khomeini si ritrova a spiegare capisaldi della cultura occidentali come Il Grande Gatsby, Orgoglio e Pregiudizio e Lolita a dei ragazzi che li considerano osceni e immorali, ma anche a delle studentesse che solamente tramite questi testi possono concepire una vita lontana dalla repressione e dalle costrizioni che la religione e la cultura islamica impongono loro.

Il film Leggere Lolita a Teheran, che ha vinto il premio del pubblico alla Festa del Cinema di Roma, è un racconto autobiografico, e proprio in questo sta la sua grande forza, perchè ci permette di osservare dall’interno un fenomeno sociale e politico agghiacciante, ovvero l’installazione di un regime di stato religioso soffocante e oppressivo, soprattutto nei confronti delle donne, nell’Iran degli anni ‘80. La protagonista Azar Nafisi, avendo vissuto per anni in Inghilterra e negli Stati Uniti, sente tutto il peso di una realtà in cui la donna è ridotta a un nulla, senza diritti nè voce, e cerca di trasmettere alle sue alunne, prima con le lezioni all’università e poi istituendo un circolo letterario clandestino in casa sua, quella fiducia in se stesse e quelle speranze che il loro paese sta togliendo loro, senza che chi ha sempre e solo vissuto in questo ambiente oppressivo e misogino possa rendersene conto.

Il film parte molto bene, mostrando come i mutamenti sulla scena politica si riflettano sulla vita delle persone comuni, e sulle giovani donne in particolare, e di quanto queste ne soffrano ma siano spesso perfino incapaci di rendersene conto; ogni tentativo di reazione, poi, viene punito severissimamente, con il carcere, lo stupro e spesso la morte. In questa prima parte il racconto è molto incisivo, e delinea chiaramente una situazione di disagio e di pericolo costante. 

Nella seconda parte però il focus si sposta dallo studio della letteratura occidentale come strumento di riflessione, presa di coscienza ed emancipazione ai tormenti interiori della professoressa, che ama molto l’Iran ma allo stesso tempo non può più sopportare quella vita. Il tutto quindi si riduce a un conflitto interiore della protagonista, che naturalmente è comprensibile ma non così interessante da reggere il peso di tutta la narrazione. Non aiuta poi la figura dell’amico ex collega rappresentato come un guru ma che in realtà non fa che snocciolare frasi enigmatiche prive d’interesse e significato: il rapporto con lui e l’amore condiviso per i libri occidentali proibiti avrebbe meritato maggior spessore, così come le storie delle singole allieve e il punto di vista della madre di Azar.

In conclusione un film bello, necessario e con alcuni spunti potenti, ma che poteva diventare ancora più incisivo e importante. Non ho letto il libro da cui è tratto perciò non sono in grado di fare confronti, ma sarei curiosa di capire se lì la letteratura occidentale avesse un peso maggiore nello sviluppo degli eventi narrati, cosa che avrebbe arricchito enormemente il film.

Voto: 2 Muffin