Interpreti: Hugh Bonneville, Elizabeth McGovern, Michelle Dockery, Jim Carter, Imelda Staunton, Penelope Wilton, Maggie Smith
Dove trovarlo: Prime Video
Nel primo film, girato nel 2019 sulla scia del mirabolante successo della serie Downton Abbey, la famiglia Crawley aveva ospitato nientemeno che la famiglia reale britannica. Anche in questo secondo film Downton viene invasa, questa volta da una troupe cinematografica americana. Alcuni membri della famiglia pensano bene di fuggire dalla confusione hollywoodiana rifugiandosi in Francia, nella tenuta appena ereditata da Violet (Maggie Smith) da un misterioso amico del suo passato…
Ho già avuto occasione (anzi, mi sono creata l’occasione, a dirla tutta) di parlare di quella che, tra quelle che ho visto, è senza dubbio la serie tv più bella in assoluto. Regia, sceneggiatura, dialoghi, musiche, costumi, ambientazione, attori, dialoghi: non c’è una cosa che non sia eccellente, e lo si vede già dal meraviglioso piano sequenza che apre il pilot della prima stagione. Ricostruzione storica meticolosa, personaggi completi di cui possiamo conoscere ogni sfaccettatura, col passare delle stagioni, senza mai stancarci di loro. In questa serie non servono colpi di scena o eventi sensazionali, perchè è il realismo stesso dei personaggi a farci desiderare di conoscerli e seguirli in tutto ciò che accade loro, proprio come fossero amici che con noi condividono speranze, delusioni, angosce, sogni, ma anche momenti di gioia e spensieratezza.
L’ultimo film, che chiude la saga di Downton Abbey, è in linea con la magia creata dalle sei stagioni della serie unitamente agli speciali e al film precedente. Con grande piacere ritroviamo tutti i personaggi che ci hanno donato tante emozioni negli anni, e con grande tristezza (mista però a soddisfazione) diciamo loro addio.
La parte del film ambientata in Francia offre una serie di simpaticissimi scambi tra i britannici e i francesi, ma la parte più interessante è quella che riguarda la troupe giunta da Hollywood per girare un film a Downton. Lady Mary (la sempre splendida Michelle Dockery) viene incaricata di gestire la casa e limitare i danni degli invasori statunitensi, ma naturalmente non mancheranno i rovesciamenti di preconcetti, le amicizie inattese e i sodalizi imprevisti. La situazione ricorda molto da vicino quella del celebre musical Cantando sotto la Pioggia: negli anni ‘30 il cinema viene scosso dal passaggio dal muto al sonoro, e non tutti gli artisti sono in grado di adeguarsi al cambiamento. Toccherà ancora una volta a Lady Mary salvare la situazione!
Inutile fornire altri dettagli sulla trama o spezzoni di dialoghi (anche se ormai da anni ogni singola battuta pronunciata da Lady Violet diventa istantaneamente un meme), il film va assaporato in ogni dettaglio, come la serie, con la stessa serenità e la stessa soddisfazione con cui si gusta una buona tazza di tè caldo. Magari accompagnata da un delizioso muffin.
Interpreti: Kate Winslet, Matthias Schoenaerts, Alan Rickman, Stanley Tucci
Dove trovarlo: Prime Video
Luigi XIV (Alan Rickman), re di Francia, affida la realizzazione dei giardini della reggia di Versailles al celebre e talentuoso Andrè la Notre (Matthias Schoenaerts), il quale a sua volta valuta diversi architetti per realizzare la grandiosa opera. Tra questi, Andrè viene colpito dalla bella Sabine De Barra (Kate Winslet), talentuosa ma con la convinzione, contraria alla sua, che per realizzare un’opera d’arte non bastino ordine e simmetria ma serva anche “un po’ di caos”…
Ero molto curiosa di vedere questo film per scoprire l’Alan Rickman regista, visto che ho da tempo una grandissima ammirazione per l’attore inglese, purtroppo scomparso nel 2016, divenuto celebre per aver interpretato il Professor Piton (in originale Snape) nella saga di Harry Potter.
Oltre al ruolo che lo ha reso celebre, ho apprezzato tantissimo Rickman anche in un ruolo comico (Galaxy Quest), in uno allo stesso tempo comico e drammatico (Love Actually) e, anche in veste di cantante, nel musical diretto da Tim Burton Sweeney Todd.
Purtroppo, non posso proprio dire che questo film da lui diretto, Le Regole del Caos (in originale A Little Chaos, “un po’ di caos”), sia stato all’altezza delle mie aspettative. Dal punto di vista tecnico e visivo, il film è davvero molto gradevole e ben fatto, con alcune inquadrature particolarmente suggestive, ottime scenografie e costumi, una colonna sonora adatta e non invadente. Rimane solamente la stranezza nel sentire, guardando il film in lingua originale, il re di Francia e tutta la corte di Versailles parlare in un perfetto inglese britannico, ma a questo ci si abitua in fretta. Tutto il resto del film è una sequenza prevedibile di clichè del cinema romantico (la donna che non sa se potrà amare di nuovo, l’uomo che inizialmente disprezza la donna ma poi se ne innamora, il sovrano che finge di non essere tale per vivere esperienze autentiche…), per la visione, dopo i primi cinque minuti, non riserva più alcuna sorpresa nè alcun guizzo, neppure nei dialoghi. In questo caso il linguaggio del giardinaggio viene usato come metafora per parlare della vita e del suo significato, ma se fosse stata la pasticceria o la falegnameria nulla sarebbe stato diverso. Rickman è tutto sommato credibile, nonostante il suo accento, nel ruolo di Luigi XIV, mentre Stanley Tucci, che interpreta il fratello del re, non è che una macchietta insignificante. I due protagonisti, Kate Winslet e Matthias Schoenaerts, nonostante costumi e parrucche perfetti non riescono a trasmettere emozioni autentiche (soprattutto Schoenaerts, che ha sempre la stessa espressione per tutto il film). Il giardinaggio, come già detto, non è che un mero pretesto per raccontare una storia d’amore in un contesto storico affascinante ma di nessun impatto.
Non posso dire di aver visto un brutto film, ma mi aspettavo qualcosa di meno scontato e con qualche barlume di quell’umorismo britannico che tanto amo al posto della solita, mille volte vista, storia d’amore dall’inizio contrastato.
Interpreti: John Cleese, Jamie Lee Curtis, Kevin Kline, Michael Palin, Tom Georgeson
Dove trovarlo: Prime Video
Londra. George (Tom Georgeson), il suo amico fidato Ken (Michael Palin), la sua ragazza Wanda (Jamie Lee Curtis) e il fratello di lei Otto (Kevin Kline) hanno pianificato in tutti i dettagli un colpo in banca che li renderà ricchi. Peccato però che Wanda e Otto in realtà non siano fratelli ma amanti, e che abbiano programmato di far arrestare George per fuggire col malloppo. Ma George, a loro insaputa, dopo il colpo ha cambiato nascondiglio alla refurtiva. Dal carcere, George incarica il mite Ken di ammazzare la vecchietta che lo potrebbe identificare al processo; a Wanda invece non resta che cercare di ingraziarsi l’avvocato di George, Archie Leach (John Cleese), per farsi dire dove si trovino i diamanti rubati. Ma la gelosia di Otto e dei sentimenti imprevisti cambieranno nuovamente i suoi piani…
A volte è davvero confortante, nel marasma di titoli sfornati a getto continuo dalle varie piattaforme streaming, potersi rifugiare invece in un titolo conosciuto, sicura di trovare tutto quello che una buona commedia dovrebbe sempre offrire: sceneggiatura salda, dialoghi vispi, interpreti magistrali e tante, tantissime risate. Non per niente alla sua uscita, nel 1988, Un Pesce di Nome Wanda ha ricevuto ben 3 candidature agli Oscar. L’unica statuetta vinta l’ha guadagnata e strameritata Kevin Kline come Miglior Attore Non Protagonista nel ruolo di Otto, lo stupido (ma non chiamatelo “stupido” per carità!), irruento e irascibile americano amante di Wanda, lettore di Nietzsche dal grilletto facile che si annusa l’ascella per darsi la carica: uno dei personaggi meglio riusciti e più spassosi che io abbia mai visto in un film, e certamente la migliore interpretazione di Kevin Kline dopo il professor Howard Brackett di In & Out. Altro mattatore del film è John Cleese, salito alla ribalta con il gruppo dei Monty Python e conosciuto al grande pubblico soprattutto per il ruolo del fantasma Nick Quasi-Senza-Testa nella saga di Harry Potter. Oltre a offrire una performance eccellente, allo stesso tempo spassosa e tenera, nel ruolo dell’avvocato Archibald Leach (che tra l’altro è il vero nome di Cary Grant), del film è anche sceneggiatore. Nel cast troviamo poi un altro Monty Python, Michael Palin, irresistibile nel ruolo dell’animalista balbuziente Ken: le scene in cui tenta maldestramente di uccidere la vecchietta mi fanno sempre ridere scompostamente, ad ogni visione. Ho lasciato il meglio per ultimo, perchè sicuramente chi ci resta più impresso anche dopo una sola visione è Jamie Lee Curtis, mai così bella e così sexy, oltre che brava e simpatica. Anche se apprezzo molto il lavoro fatto dal doppiaggio italiano per questo film, Prime Video permette di vedere la versione originale del film e di gustarsi appieno le voci degli interpreti e lo splendido contrasto tra gli attori inglesi e quelli americani. Inoltre mi ha permesso di scoprire che la lingua che Otto parla per far eccitare Wanda, che nella versione italiana è lo spagnolo, è il realtà la nostra lingua italiana: ho riso fino alle lacrime nel sentire Kevin Kline declamare menù e frasari turistici nei momenti salienti dell’intimità con Jamie Lee Curtis. Questa, per me, è una scena da antologia della commedia cinematografica. Rivedendo questo film oggi mi sono resa conto che di certo non è in linea con i canoni di correttezza politica che si sono instaurati negli ultimi anni. Ma io sono cresciuta con Mel Brooks, Zucker-Abrahms-Zucker (La saga di Una Pallottola Spuntata in particolare) e, più tardi, con i Monty Python, e ammetto che ancora oggi la balbuzie esasperante di Ken, le morti accidentali di cagnetti e le scaramucce linguistico-culturali tra Inglesi e Americani mi fanno sbudellare dalle risate. Consiglio vivamente la visione di questo film a tutti, anche a chi lo ha già visto, come me, innumerevoli volte, e soprattutto a chi sia curioso di scoprire la versione originale con l’italiano “piccante”. Segnalo anche, proprio nel finale, una chicca: un cameo di Stephen Fry, in una comparsata che più “british” non si può!
Interpreti: Margot Robbie, Ryan Gosling, Will Ferrell, Michael Cera, America Ferrera, Helen Mirren (narratrice)
Quando ero piccola io giocavo con le Barbie: avevo la casa dei sogni di Barbie, la palestra, la carrozza con il cavallo, il camper, il negozio di vestiti, il negozio di fiori e non so quante bambole, accessori e vestiti. Ma non solo: avevo anche due videogiochi di Barbie, Crea la Moda e Crea Storie (inutile dire che il mio preferito era il secondo). Inoltre avevo un gioco da tavolo che conservo con cura, perché oggi sembra inconcepibile: in questo gioco ciascun giocatore ha una pedina Barbie e deve procurarsi il più in fretta possibile trucchi, profumo e abito da sera: Ken uscirà solo con la Barbie più svelta a prepararsi!
Quindi, certo che ero curiosa di vedere il film di Barbie! Ho aspettato però di poterlo vedere in lingua originale in un cinema di seconda visione, e per l’occasione ho acquistato caramelle con il logo Barbie che dentro la confezione avevano un tatuaggio di Barbie.
Le aspettative? Confuse. Mi sarei aspettata un lungo spot pubblicitario divertente con messaggio edificante incorporato, in stile Lego Movie (riuscitissimo secondo me, e anche questo con Will Ferrell nel cast tra l’altro), ma dalle voci che giravano in rete (e ovunque) sapevo che non sarebbe stato così; tuttavia non mi era per niente chiaro quale tipo di film mi sarei trovata davanti. Di sicuro trasportare la bambola più famosa del mondo su schermo non è facile, anche se in passato l’operazione era riuscita molto bene con Toy Story 3.
Riassumo brevemente la trama: a Barbieland, il mondo abitato solamente dalle Barbie e dai Ken, ogni giorno è perfetto e uguale a tutti gli altri giorni. Finché un giorno Barbie “stereotipo” (Margot Robbie) non inizia ad avere pensieri negativi, preoccupazioni inspiegabili e stati d’animo non felici. Preoccupata, Barbie si rivolge alla saggia Barbie “stramba”, che le suggerisce di fare un viaggio nel mondo umano per trovare la bambina che sta giocando con lei e che sicuramente è responsabile di tutti i suoi problemi. Seguita dall’innamoratissimo e stolidissimo Ken (Ryan Gosling), Barbie si reca nel mondo reale, sicura di essere accolta come un’eroina da tutte le bambine e donne amanti di Barbie; ma le cose andranno molto diversamente…
Quindi, che film è Barbie, il fenomeno d’incassi di quest’anno? Secondo me, è un film che non è nemmeno stato scritto: la sceneggiatura infatti non è che un canovaccio, una serie di suggestioni, messaggi da trasmettere, spot pubblicitari, citazioni e buone (ma fino a che punto?) intenzioni che non sono state elaborate e strutturate in un vero script.
All’inizio del film, in realtà, sembra tutto coerente con il mondo da sogno di Barbieland, dove tutto è rosa, scintillante, armonioso e perfetto. Quando incontriamo per la prima l’outsider “weird” Barbie (Kate McKinnon), emarginata per via del suo aspetto bizzarro dovuto ai maltrattamenti della sua padroncina (che le ha tagliato i capelli e colorato la faccia), ci aspetteremmo una sorta di Grinch, un personaggio che cova dentro di sé rabbia e rancore. Invece Barbie stramba è amichevole, sorridente e, senza alcun motivo, saggia e informata su tutto. Questo per me è stato il primo squillante campanello d’allarme. La conferma viene poi dal personaggio di Alan (Michael Cera), una bambola maschio ma non un Ken: oltre a sfilare, come tutte le altre Barbie create in passato (compresa la Barbie incinta, che orrore!), nella teoria dei prodotti Mattel, che funziona ha? Cosa vuole? Cosa lo motiva? Non si sa. Che peccato che questo personaggio non sia stato sfruttato bene. Volendo però spezzare una lancia a favore del film, non si può che elogiare Margot Robbie: lei è splendida, dolce, ed elegante, proprio come la Barbie. Non è colpa sua se le hanno dato un personaggio che, anche quando inizia a prendere coscienza di sé, rimane scialbo e confuso. Ma vogliamo parlare di Ken? E del fatto che, volendo dare un titolo alternativo a questo film, “la tartaruga di Ryan Gosling” sarebbe il più appropriato? In verità Gosling è perfetto nella parte di Ken: tonto, inconsapevole, impacciato, privo di carattere e di spessore. Cosa fa questo personaggio? Che evoluzione ha? Difficile a dirsi, i dimenticabili balletti e gli addominali sempre in primo piano confondono un po’ tutto.
Le cose però prendono davvero una piega inspiegabile quando Barbie e Ken arrivano nel mondo vero: il nostro mondo risulta essere ben più assurdo e forzato di Barbieland. Le bambine siedono in un angolo ansiose di stroncare Barbie e tutto ciò che lei rappresenta, perchè la loro infelicità dipende solo ed esclusivamente da quella bambola e loro non pensano ad altro (o meglio, una di loro tenta timidamente di dire che invece a lei Barbie piace, ma viene subito zittita dalle altre, perchè solidarietà significa non dover mai dire “a me piace”). Tutti gli uomini si fermano volentieri nei corridoi a parlare con degli sconosciuti di quanto sia bello il sistema patriarcale. I dirigenti della Mattel sono dei totali beoti, protagonisti di scene del tutto insensate, capitanati da un Will Ferrell senza scopo né carattere: non si può dire che i dirigenti Mattel vogliono solo i soldi, ma nemmeno dire che vogliono il bene dei bambini, perché sono uomini e perciò cattivi: ed ecco dunque l’irritante teatrino dei dirigenti dementi.
Poi però, quando tutto sembra perduto, arriva la salvatrice, che infatti si chiama Gloria: America Ferrera, famosa per aver interpretato il ruolo di Ugly Betty. Il suo personaggio ci fornisce quello che è subito diventato un monologo virale sulla condizione della donna nel mondo occidentale moderno.
Non posso dire di non averlo apprezzato, per carità, però poteva essere inserito in qualunque altro film e avrebbe fatto comunque la sua bella figura. Qui, ed ecco cosa proprio non mi è andato giù, questo monologo viene usato come una formula magica per liberare tutte le Barbie che sono state assoggettate al patriarcato: come se bastasse dire le cose per farle accadere, come se bastasse un “Salacadula”, o un discorso, o un film, per rendere immediatamente ogni cosa perfetta. Perfetta come una Barbie. Non sto parlando di una conquista di consapevolezza che avviene anche attraverso il dialogo (quelle Barbie prima erano avvocati, dottori, presidenti…), ma di un banale meccanismo per cui è sufficiente dire una cosa giusta perché un problema si risolva.
A proposito di parole, sono rimasta molto confusa dal ruolo della narratrice, affidato alla bravissima Helen Mirren: dopo aver introdotto Barbieland la voce fuori campo scompare del tutto, salvo rifarsi viva per una rottura non necessaria della quarta parete. Eppure, in alcuni dei molti passaggi forzati e confusi della trama, forse una voce narrante sarebbe stata utile…
E gli uomini? I Ken? Beh, in questo film tutti gli uomini, con o senza addominali di plastica, sono beoti (perfino il marito di Gloria), ingenui, fresconi, inconcludenti, pronti ad azzuffarsi e perfino a comportarsi in modo spregevole, anche se non sanno bene il perchè. Ad un certo punto ho anche visto spuntare in una scena John Cena, ma giuro che pensavo fosse un’allucinazione. Non esiste nemmeno un uomo buono, onesto, gentile, serio? Per Greta Gerwig no.
La perfezione, a Barbieland, si può ottenere solamente con una società completamente governata e gestita dalle donne, mentre gli uomini se ne stanno in spiaggia a prendere il sole e mostrare gli addominali: sbaglierò, ma a me sembra una semplice inversione dei ruoli rispetto a una società patriarcale, non una società equa e giusta.
Altri difetti? Non vorrei infierire, in realtà, ma come non parlare della orrenda scena iniziale che cita senza alcun motivo 2001: Odissea nello Spazio? Il significato di quella scena, per me, è tanto misterioso quanto il monolito nero di Kubrick. E lo stesso dicasi per le altre citazioni sparse nel film, che ho trovato pleonastiche. Le canzoni? Io amo moltissimo i musical, ma non me ne ricordo nemmeno una. I balletti? Solo minutaggio.
In conclusione, non voglio dire che il film non vada visto, anzi, se non altro come fenomeno culturale passeggero ha di certo la sua importanza. Lo rivedrei? A dire il vero no, se posso evitarlo. Cosa mi ha lasciato? Quella fastidiosa sensazione cui accennavo all’inizio, che questo film non sia realmente stato scritto, ma sia un semplice brainstorming preliminare realizzato senza capo né coda ma con un mucchio di soldi. Il messaggio? Essere donna, pur con tutti i problemi che comporta, è molto più desiderabile che non l’essere perfette. E in ogni caso, essere uomo è una vera sfortuna perchè sei automaticamente anche un beota.
Cosa mi resta? Solo qualche caramella, il tatuaggio l’ho regalato a un’amica…
Ho già avuto modo di parlare di RaiPlaySound e dei suoi diversi contenuti (radio, podcast, audiolibri, musica…) realizzati appositamente per essere ascoltati e non guardati, e di come io abbia scoperto gli audiolibri, con le loro rose e le loro spine.
Ho voluto quindi provare qualcosa di diverso e la mia attenzione è stata attratta da questo podcast dal titolo: Non c’è niente da ridere.
Il programma è ideato e condotto da Carlo Amatetti, editore della casa editrice Sagoma, che negli anni si è impegnato affinché le biografie di comici e attori brillanti potessero venire date alle stampe. La voce dello stesso Amatetti ci guida in questo viaggio lungo 10 puntate attraverso le vite, contrassegnate da alti e bassi, fama e disperazione, successo e infamia, di 10 tra i più grandi nomi legati alla comicità Made in USA.
Questa discesa agli inferi, che spesso si nascondono dietro le risate scatenate nel pubblico entusiasta, inizia con la vita di Richard Pryor, che io personalmente ricordo come divertentissimo partner di gene Wilder nello spassoso Non guardarmi, non ti sento, la cui vita viene distrutta dalla malattia (sclerosi multipla) ma soprattutto dalla droga.
La seconda tappa si concentra proprio su Gene Wilder, indimenticabile Willy Wonka nel celebre film tratto dal libro di Roald Dahl La Fabbrica di Cioccolato e impagabile Dottor Frankenstein (ma si pronuncia “Frankenstin!) per la regia di Mel Brooks.
La terza puntata ha come protagonista John Belushi, mai dimenticato Jake Blues nel mitico Blues Brothers di John Landis, e la sua troppo prematura scomparsa causata dalla droga, che per la prima volta scuote gli animi di tutte le celebrità di Hollywood che all’epoca consumavano cocaina ed eroina senza freni.
Discorso simile per Robin Williams, che mi ha accompagnato a partire dalla mia infanzia interpretando classici come L’Attimo Fuggente, Mrs. Doubtfire, Jumanji: dietro il suo incredibile talento abitavano purtroppo i demoni dell’alcol, della droga e della depressione che ce lo hanno portato via troppo presto.
Fa ridere solo a guardarlo: Marty Feldman, il fedele Igor (ma si pronuncia “Aigor”!) che rende, insieme al genio di Mel Brooks e al talento di Gene Wilder, il film Frankenstein Junior un capolavoro senza tempo. Ma anche nella sua vita ci sono stati moltissimi problemi…
Andy Kaufman, un personaggio che sembra inventato ma che è esistito davvero, con uno strabordante talento che lo ha portato alla gloria ma anche all’eccesso, fino a perdere se stesso dentro ai suoi personaggi.
L’episodio per me più scioccante è stato il settimo, in cui ho scoperto che Bill Cosby, che tanto mi ha fatto ridere da piccola con la serie I Robinson, era in realtà uno stupratore che ha abusato di decine di ragazze: la domanda “E’ possibile scindere l’artista dall’uomo?” ancora una volta non trova risposta.
Non conoscevo per niente invece Lenny Bruce, pioniere della stand up comedy finito più volte nei guai a causa della volgarità, scorrettezza e oscenità dei suoi spettacoli.
Un’altra dolorosa scoperta per me, quella della follia di Peter Sellers, comico eccezionale (per me raggiunge i massimi livelli in Hollywood Party di Blake Edwards) ma anche attore drammatico (superba la sua interpretazione del giardiniere protagonista di Oltre il Giardino di Hal Ashby, eppure nella vita squilibrato, maleducato, irrispettoso, scostante e sgradevole con tutti, amici, colleghi e familiari.
L’ultimo episodio è invece incentrato sulla figura esemplare di Lucille Ball, la prima donna a intraprendere, e con grandissimo successo, la carriera di stand up comedian e attrice brillante, dimostrando una volta per tutte che una donna può essere bella, intelligente e divertente allo stesso tempo.
Consiglio vivamente questo podcasta tutti gli amanti del cinema, che siano amanti della commedia o meno: perchè, in fondo, Non c’è niente da ridere.
Nel 2020, durante il surreale periodo del lockdown, tutti noi ci siamo dovuti ingegnare per passare il tempo senza poter uscire di casa né vedere parenti e amici. Molti si sono dati alla cucina, qualcuno al bricolage o al giardinaggio, altri ancora al binge watching di serie tv, qualcuno ha dovuto inventare ogni giorno un passatempo nuovo per i bambini…
Qualcuno invece, ben consigliato dal figlio Max, ha deciso di scrivere un’autobiografia: Mel Brooks.
Il mio film preferito di Mel Brooks: Silent Movie
Il regista americano, che ci ha regalato inarrivabili capolavori della risata come Frankenstein Junior, Mezzogiorno e Mezzo di Fuoco, e il mio preferito L’Ultima Follia di Mel Brooks, ha sfruttato al meglio l’occasione per riversare su carta i suoi ricordi e raccontarci la sua vita e la sua lunghissima carriera nel mondo dello spettacolo.
Il sorriso che spontaneamente sorge quando si pensa a uno qualunque dei suoi film si trasforma in risata già leggendo il titolo che Brooks ha scelto per la sua autobiografia: All About Me – My Remarkable Life in Show Business (Tutto su di me – La mia ragguardevole vita nel mondo dello spettacolo).
Questo libro ha un gran numero di pregi. Numero uno, è ponderoso. E nonostante questo, una volta arrivati all’ultima pagina non si è ancora pronti per chiuderlo: per favore Mel, un altro aneddoto, un altro nome illustre, un’altra risata… Di Mel Brooks non si è mai sazi!
Il secondo pregio è la metodicità con cui è stato impostato: iniziando naturalmente dalla nascita di Melvin James Kaminsky, il 28 giugno 1926, e dall’infanzia trascorsa con la madre e i fratelli a New York. Tutto è esposto in ordine cronologico, con tutte le date, i nomi e i riferimenti: non male per un signore di 97 anni!
Un’altra caratteristica che rende il libro una vera chicca per tutti i cinefili è il gran numero di personaggi noti del cinema con cui Mel Brooks ha avuto occasione di collaborare: dai fedelissimi come Gene Wilder, Marty Feldman, Madeline Kahn, alle grandi amicizie come Alan Ladd Jr, Woody Allen, Ezio Greggio, fino alle star di primissimo ordine che con lui hanno lavorato come Orson Welles, Alfred Hitchcock, Liza Minnelli, Paul Newman…
Mel Brooks a pranzo con Alfred Hitchcock
Ma il merito più grande di questo libro secondo me è questo: in tutto il libro, Mel non ha mai una parola cattiva, un giudizio negativo, un accenno di risentimento verso nessuno. Anche i momenti più problematici come le difficoltà economiche della famiglia, il servizio militare, l’esacerbante gavetta come autore di programmi televisivi, ci vengono raccontati con tono sereno, tra ricordi affettuosi di tutti quelli che gli erano accanto e risate condivise con loro. Tutta la vita di Mel Brooks, leggiamo, è stata un’intensa, felice e gioiosa gita verso il successo e la felicità, sul lavoro, nell’arte e nel privato.
Padre di cinque figli, sposato, in seconde nozze, con la meravigliosa attrice Anne Bancroft (la donna matura che seduce il giovane Dustin Hoffman in Il Laureato), Mel si innamora fin da piccolo del teatro e inizia a sognare Broadway. Diventerà presto autore di testi per la stand up comedy, per poi passare alla stesura di copioni per spettacoli, musiche comprese; diventerà poi sceneggiatore, regista e attore. Mel Brooks è uno dei pochissimi appartenenti al mondo dello spettacolo a poter vantare nel suo curriculum un EGOT – acronimo con cui si indicano i 4 premi più importanti del settore: Emmy, Grammy, Oscar e Tony, tutti quanti vinti da Mel nel corso della sua brillante carriera. Ancora oggi Mel non mostra di volersi fermare, continuando a ricoprire il ruolo di doppiatore, attore e produttore, ed essere ricoperto di premi e onorificenze varie (tra cui la National Medal of Arts conferitagli dall’allora Presidente Barack Obama). Mel è riuscito perfino a riportare in vita (“SI PUO’ FARE!”) un progetto che sembrava ormai dimenticato: La Pazza Storia del Mondo Parte 2, seguito annunciato (in originale infatti il titolo del film diretto da Mel Brooks nel 1981 era History of the World Part I) che è diventato una serie tv andata in onda pochi mesi fa.
“Mi serve una casa più grande!”
All About Me riesce a raccontare tutto questo, e molto di più, senza essere noioso nemmeno per una riga. Le vicende produttive di ciascun film, la vita sul set, i rapporti con cast e troupe, gli escamotage per non farsi mettere i bastoni tra le ruote dai produttori: ce n’è per tutti i gusti!
Gli aneddoti poi, che spesso coinvolgono celebrità del mondo dello spettacolo, sono il piatto forte.
Il giovanissimo Dustin Hoffman che non può recitare nel ruolo di Franz Liebkind in Per favore non toccate le vecchiette perché deve girare Il Laureato con… Anne Bancroft, la moglie di Brooks!
La gamba della moglie di Mel Brooks
Mel Brooks che va a casa di James Caan per convincerlo a partecipare a Silent Movie e ne esce con una firma sul contratto… e un cagnolino, Pongo, che resterà con lui per ben 15 anni!
James Caan che si pente di aver dato quel cucciolo a Brooks…
Gene Wilder che, al termine delle riprese di Frankenstein Junior, continua ad insistere per rigirare alcune scene, fino ad ammettere di non voler andare a casa perché quello sul set di Mel Brooks è il periodo più felice della sua vita.
(da sinistra) Mel Brooks, Peter Boyle, Marty Feldman, Gene Wilder e Teri Garr
Potrei continuare ad elogiare questa meravigliosa autobiografia per ore (non ho nemmeno parlato della prefazione, una delle cose più divertenti che io abbia mai letto!), ma mi fermo qui insistendo perchè chiunque abbia visto e amato anche un solo film in vita sua (non necessariamente di Mel Brooks, intendo un film qualunque!), e a maggior ragione chi da sempre ama e segue Mel, non esiti un istante di più e corra a procurarsi una copia di All About Me (ricordate che mancano solo 91 giorni a Natale!)
Ognuno ha un modo diverso di trascorrere il tempo sotto l’ombrellone in estate: qualcuno ama dormicchiare, qualcuno si dedica alle parole crociate o ai sudoku, qualcuno passa tutto il tempo a parlare a voce altissima al cellulare infastidendo tutti quelli che gli stanno intorno, molti si dedicano a letture leggere, come i “romantichelli” o i “gialletti”.
Io? Io leggo Stephen King.
Ho già raccontato in passato del mio complicato rapporto con lo scrittore americano, ma, che sia di amore o di odio, non è una relazione che sono in grado di troncare. Così, quando si è trattato di decidere cosa leggere in vacanza, la scelta è caduta su un romanzo scritto da Stephen King nel 1987: Misery.
La traduzione italiana del titolo, Misery non deve morire, non si può dire sbagliata, però porta via al titolo la sua deliziosa ambivalenza semantica. Misery infatti non è solo il nome di un personaggio di finzione nella finzione (come vedremo), ma in inglese significa “miseria, disperazione, infelicità”, e descrive perfettamente la situazione in cui si vengono a trovare i due protagonisti.
Appena 3 anni dopo l’uscita del romanzo, nel 1990, Misery era già diventato un film interpretato da attori eccezionali (Kathy Bates, James Caan e Lauren Bacall) e diretto da Rob Reiner, il regista di classici come Harry ti presento Sally, La Storia Fantastica, Stand by Me.
Avevo visto il film molti anni fa e l’avevo trovato magnifico, quindi ero molto curiosa di leggere il romanzo da cui era stato tratto. E poi naturalmente di rivedere il film, per giudicarlo partendo da una nuova prospettiva.
Alla domanda, che forse ha poco senso fare ma che poi tutti fanno, “Ma è meglio il libro o il film?”, rispondo senza alcuna esitazione: “E’ molto meglio il film”.
Questa affermazione ovviamente va motivata, ma vorrei comunque iniziare con una breve sinossi della trama, che è la stessa per il libro e per il film.
Lo scrittore americano Paul Sheldon ha raggiunto fama e ricchezza grazie ad una serie di romanzi d’amore che hanno come protagonista la bella e disinibita Misery Chastain, ma non ha abbandonato il desiderio di scrivere qualcosa di più serio e importante. Decide quindi, nel suo ultimo romanzo, di far morire il personaggio di Misery, per potersi finalmente dedicare ad altro. Mentre l’ultima avventura di Misery viene data alle stampe, Paul intanto scrive la sua opera impegnata. Ma, proprio mentre è in viaggio per portare il manoscritto appena terminato al suo editore, lo sorprende una tempesta di neve e la sua auto finisce fuori strada, capovolta. Ma qualcuno ha assistito all’incidente, salva Paul e lo porta a casa sua, al riparo dalla tormenta, per prestargli le prime cure. Si tratta di Annie Wilkes, che subito lo scrittore riconosce come “la sua fan numero uno”. Annie è un’infermiera che vive sola in una casa isolata tra i boschi del Maine, e si ritiene molto fortunata per aver potuto prestare aiuto al suo idolo. Mentre Paul è bloccato a letto a causa delle ferite riportate nell’incidente quasi mortale, nelle librerie esce Il Figlio di Misery, e Annie corre immediatamente ad acquistarlo. Ma quando scopre che, nel finale, il personaggio di Misery muore, il suo atteggiamento verso il suo ospite convalescente cambierà radicalmente…
Non è difficile vedere come Paul Sheldon sia un alter ego dello stesso Stephen King, come lui stesso spiega nel suo saggio sulla scrittura On Writing, e come la sua crescente dipendenza dai farmaci antidolorifici, somministrati con zelo dalla solerte Annie, ricalchi la dipendenza da farmaci che ha attanagliato King per molto tempo. King, sempre in On Writing, confessa di aver scritto Misery come un grido di aiuto per la sua dipendenza da eroina (da qui l’equazione Annie Wilkes = eroina, che Paul odia ma da cui è dipendente). Si può dire quindi che Misery sia uno dei suoi libri più sentiti e personali (la macchina da scrivere che Annie procura per Paul, la Royal, è la stessa che la madre regala al piccolo Stephen King per il suo undicesimo compleanno). King nel suo saggio spiega però che tutti i suoi personaggi rappresentano una parte di lui stesso, pur essendo alcuni più affini, come Paul Sheldon, e altri più alieni, come Annie Wilkes (questi ultimi però però, svela King, sono i più divertenti da sviluppare – essere per un po’ Annie Wilkes è stata “una gita a Disneyland”). Anche Jack Torrance (interpretato nel film da Jack Nicholson), il protagonista di Shining, è come Paul Sheldon uno scrittore che, nel libro, è dipendente dai farmaci.
A proposito di Shining, che King aveva scritto nel 1977, nel libro Misery ad un certo punto Annie spiega come alcuni giornalisti, di tanto in tanto, si avventurino da quelle parti spinti dalla curiosità verso l’Overlook Hotel… che è l’albergo in cui è ambientato Shining! Questo rimando da un libro all’altro per un attimo mi ha fatto pensare alla possibilità di un “King-verso” in cui tutti i mostri e le creature spaventose dei suoi libri e racconti si trovino a convivere: i fantasmi dell’Overlook Hotel, il San Bernardo crudele Cujo, il clown assassino di IT, l’indemoniata Carrie… e naturalmente Annie Wilkes.
L’idea per la trama di Misery è venuta a King in sogno, mentre si trovava su un aereo diretto a Londra: il suo sogno conteneva tutti gli elementi principali della storia, compreso il maiale con il nome dell’eroina dei libri e uno scrittore che “potrei essere stato io, ma di sicuro non era James Caan” puntualizza King. Al suo risveglio scribacchia i dettagli del suo sogno su un tovagliolino di carta, e non appena giunto in hotel a Londra chiede subito se ci sia un posto quieto dove può mettersi a scrivere. Il solerte consierge lo accompagna in uno studio con una grande scrivania di legno. “Qui” spiega orgoglioso il consierge “ha scritto anche Rudyard Kipling“. “Davvero?” domanda distrattamente King, impaziente di mettersi al lavoro. “Sì, Kipling è morto proprio a questa scrivania. Ha avuto un infarto.” E con questa rivelazione King viene lasciato solo nello studio, dove inizia a prendere forma Misery.
Per fortuna, mentre scrive il libro King abbandona l’idea iniziale che l’infermiera Annie voglia il nuovo libro su Misery stampato sulla pelle della suo maialina omonima. Ma il cambiamento di rotta non impedisce a King, che scrive sempre sotto l’effetto di alcol e droghe, di divertirsi moltissimo (parole sue).
Il film è molto fedele al libro nella trama, nella descrizione dei personaggi, nelle situazioni, nell’atmosfera e nei dialoghi, molti dei quali sono identici parola per parola. Ovviamente il film rispetto al libro deve anche sforbiciare molte cose, ma nel caso di King, questo non è mai un male. Mi spiego: a dispetto del suo mantra “Show, don’t tell” enunciato molte volte in On Writing, King tende invece a spiegare troppo e troppo dettagliatamente e ad esagerare le situazioni (come accadeva anche per Shining). Tanti deliri allucinatori di Paul dovuti ai farmaci, tante situazioni ripetute, tante descrizioni di fenomeni fisiologici, risultano pleonastici ai fini sia della trama che dell’atmosfera. E i lunghi brani del nuovo romanzo su Misery scritto da Paul (su “gentile” richiesta di Annie), sebbene facciano apprezzare il talento di King per il genere “Harmony”, distolgono parecchio e spezzano il crescendo della tensione.
Perchè Misery, in entrambe le versioni, ha come suo punto di forza la costruzione della tensione, che arriva a livelli di puro terrore per il lettore e lo spettatore: questo è innegabile.
Se da una parte la sceneggiatura, inevitabilmente, deve togliere, dall’altra però aggiunge qualcosa, il che va a tutto vantaggio della scorrevolezza e del realismo. Nel libro sono assenti sia il personaggio dell’editore che quello dello sceriffo, che invece aiutano a mostrare come, al di fuori del piccolo mondo a sé che è casa Wilkes, le ricerche del famoso scrittore Paul Sheldon, misteriosamente scomparso durante una tempesta di neve, proseguano senza sosta: queste aggiunte, oltre a rendere più credibile la catena degli eventi, aiutano a portare al massimo la tensione verso il finale, quando Annie inizia a rendersi conto che prima o poi il suo sequestro verrà smascherato. Il film spiega anche alcuni dettagli che nel libro erano tralasciati, come ad esempio il fatto che Annie non abbia trovato per caso Paul durante la tempesta ma lo stesse seguendo. Anzi, che lo spiasse sempre quando si rintanava nel suo hotel preferito per scrivere i suoi libri: un’informazione non da poco, per capire che tipo di persona dia Annie Wilkes, un personaggio su cui si potrebbero scrivere saggi di psicologia, di psichiatria e di letteratura.
E poi c’è il pinguino: è presente anche nel libro, ma nel film è causa di una delle scene più ansiogene e raccapriccianti. Vedere per credere…
La bravura immensa dei due attori protagonisti del film è fondamentale: se James Caan è perfetto, Kathy Bates è divina. La sua Annie Wilkes è tenera, infantile e dolce, in un primo momento, ma si trasforma gradualmente in un vero demonio, crudele e spaventoso e senza alcuna pietà, che nulla ha da invidiare agli altri mostri soprannaturali di King per ferocia, potenza e terrore che è in grado di suscitare.
Per concludere: Misery è sicuramente il libro che finora ho apprezzato di più di Stephen King; tuttavia, come Shining, non esce bene dal confronto con il film, anche se, proprio come Shining, ha saputo creare un’atmosfera, un’ambientazione e dei personaggi memorabili, che altro non chiedevano se non di diventare un film. E questo, innegabilmente, è un grande merito.
Se qualcuno, dopo la visione di Misery, dice di non essersi voltato nemmeno una volta a guardare se, nascosta nel buio, c’era l’infermiera Wilkes con un coltello… beh, sta mentendo.
L’offerta di film, serie e programmi tv in streaming è aumentata a dismisura in questi ultimi anni, questo lo sanno tutti. E’ anche vero però che non è possibile essere abbonati contemporaneamente a tutti i servizi, diventerebbe molto costoso, e inoltre, come tutti i cinefili purtroppo sanno, il tempo da poter passare davanti alla tv non è infinito… Quindi in casa mia ( e sicuramente non siamo i soli)abbiamo adottato la politica degli abbonamenti “a salti”: un mese questa piattaforma, un mese quest’altra e così via.
Il mese scorso era il turno di Prime Video. Con mia grande gioia, così ho potuto infatti proseguire la visione della serie The Office, che continuo a trovare esilarante (puntata più e puntata meno) ancora alla nona stagione. Ovviamente guardare The Office implica, oltre a un’overdose di risate e di Steve Carell, anche un abbondante contorno di John Krasinski, che nella sit-com interpreta Jim, uno dei personaggi principali: non certo il più simpatico (anzi, spesso penso che se avessi un collega come lui nella realtà lo vorrei prendere a pugni tutti i giorni) ma di sicuro quello che crea gli scherzi e i raggiri più divertenti, di solito ai danni del collega e arcinemico Dwight.
Fatalità ha poi voluto che, proprio in agosto, sia uscita su Prime Video la quarta (e ultima) stagione della serie spy-action Jack Ryan, che racconta le avventure dell’analista della CIA divenuto agente sul campo creato da Tom Clancy e interpretato, guarda caso, dal nostro altissimo e inflazionatissimo John Krasinski.
Non che io abbia qualcosa contro di lui, anzi, ho avuto modo di apprezzarlo molto come regista per A Quiet Place (mi riferisco al primo, ritengo invece che il seguito fosse pleonastico e meno originale e coinvolgente), ma in questo periodo ho spesso avuto l’impressione di vederlo ovunque. Quando me lo sono ritrovato davanti inaspettatamente anche nel Multiverso della Follia del Doctor Strange ho seriamente pensato per un attimo a un’allucinazione. Poi ho capito che, se sei fantastico, non ci puoi proprio fare niente…
Ho guardato (a tratti dormicchiando, a tratti proprio russando mi dicono) tutte le 4 stagioni di Jack Ryan. Fin dall’inizio l’ho trovato noioso, privo di umorismo (cosa che una bondiana come me non può tollerare in un film di spie), con trame complicate e poco interessanti e personaggi del tutto privi di spessore. Ciononostante, tra un sonnellino e l’altro, sono arrivata in fondo (salvo ovviamente futuri sequel/prequel/spin-off/reboot).
Che cosa poteva accadere però dopo questa krasinskica abbuffata?
Semplice: una notte ho sognato John Krasinski.
Nel sogno io mi trovavo in ufficio (!) con tutti i miei colleghi. A un certo punto uscivamo tutti sul terrazzo per osservare un fenomeno meteorologico stranissimo: il cielo era pieno di nuvole dalle forme più strane, che si muovevano a bassissima quota a grande velocità in tutte le direzioni e, quando incontravano un edificio, un albero, oppure si scontravano tra di loro, si dissolvevano schizzando milioni di goccioline d’acqua tutt’intorno.
Noi eravamo tutti ammaliati e divertiti da quello spettacolo, galvanizzati a guardare le nuvole che si rincorrevano ed entusiasti degli schizzi freschi che spesso ci colpivano.
Ma qualcuno non era altrettanto entusiasta.
In un angolo, Jack Ryan (nel sogno un nostro collega) osservava tutto con espressione indifferente e le mani in tasca. Poi, d’un tratto, decideva di uccidere la nostra gioia infantile con una lunga, monotona, prolissa e dettagliata spiegazione scientifica del fenomeno.
“Non c’è nulla di insolito. Si tratta di cumulonembi i quali, in seguito alla differenza di pressione e alla divergenza delle masse…” bla bla bla. Fine della magia.
Non ho faticato, al risveglio, a capire di aver realizzato nel mio subconscio una fusione (crasi) tra i due personaggi di Krasinski che mi avevano tenuto compagnia per tante ore: Jim Halpert, il collega d’ufficio, e Jack Ryan, l’analista che snocciola dati e teorie socio-politiche senza mai cambiare espressione o tono di voce per un attimo.
Ma la bellezza del cinema (e delle serie tv) è anche questa: a volte, anche dalle cose che sembrano più banali, noiose e insignificanti, può scaturire qualcosa di buffo e bizzarro, come questo strambo sogno.
Si potrebbe pensare che ormai sull’indiscusso Maestro del Brivido Alfred Hitchcock sia già stato mostrato, detto e scritto tutto, e che l’intervista di Francois TruffautIl Cinema secondo Hitchcock dove sono raccolte le parole dello stesso Hitchcock intervistato da un collega cineasta, abbia segnato il punto di arrivo della saggistica sull’argomento “Hitch”.
Invece, con mia grande sorpresa e mio ancor più grande diletto, mi sono imbattuta nel saggio The Twelve Lives of Alfred Hitchcock scritto nel 2021 dall’inglese Edward White e pubblicato in Italia da Il Saggiatore.
Le Dodici Vite di Alfred Hitchcock non è una biografia, né un’intervista, né una raccolta di recensioni o di analisi delle molte opere del celebre regista.
White sceglie invece di affrontare il monumentale argomento “Hitch” attraverso 12 tematiche che, in maniera trasversale, aiutano a comprendere meglio il regista, l’uomo, il personaggio, l’artista.
The Boy who couldn’t grow up
Per iniziare dall’inizio, White parla dell’infanzia di Hitchcock, degli episodi che ne hanno segnato da subito l’immaginario e il subconscio (come la celebre notte passata in cella per volere del padre dopo una marachella) e dei primi segnali di difficoltà nell’accettare se stesso e nell’inserirsi in gruppi di individui;
The Murderer
Perchè l’omicidio è al centro della maggior parte dei film di Hitchcock? Il femminicidio, soprattutto, sembra essere di enorme interesse per lui fin da subito. E perché il pubblico condivide con tanto entusiasmo questo interesse?
The Auteur
Hitchcock non si può categorizzare in un movimento artistico o intellettuale preciso; anzi, Hitchcock di fatto “è” un movimento artistico, tanto che il suo nome è diventato un aggettivo usatissimo dalla critica cinematografica: “hitchcockiano”.
The Womanizer
La cosa più complessa e controversa della vita privata e artistica di Hitchcock è senza dubbio il suo rapporto con le donne. Legatissimo e quasi dipendente dalla moglie da un lato, soggetto a infatuazioni per le sue attrici dall’altro, uccisore di donne sullo schermo.
The Fat Man
Fin dall’infanzia e per tutta la vita Hitchcock vive un rapporto ambivalente con il suo corpo: se da una parte non si accetta e si sottopone a continue diete dimagranti, dall’altra usa la sua fisicità per esibirsi come comico per parenti e amici e per costruire il suo stesso personaggio, la cui silhouette rotonda è riconoscibilissima da chiunque ancora oggi.
The Dandy
Come nei suoi film l’aspetto di oggetti, luoghi e personaggi è fondamentale, così nella vita la cura di se stesso riflette la sua dedizione al lavoro e la sua volontà di apparire autoritario e dimesso al tempo stesso.
The Family Man
Nella vita di Hitchcock ci sono numerosissime donne, ma due di queste si trovano a un livello superiore rispetto a tutte le altre: la moglie, amica, collega e compagna di una vita Alma e la figlia Pat.
The Voyeur
Che cos’è il cinema se non un atto di voyerismo? Lo spettatore non è forse un “guardone” che spia di nascosto le vite dei personaggi? E se in un film è il protagonista stesso a essere un guardone, parliamo dunque di cinema al quadrato?
The Entertainer
Tanto serio, posato e silenzioso era Hitchcock sul set, quanto era l’anima della festa in privato: amava esibirsi per amici e parenti in gag, scenette e numeri di ogni genere. Se al cinema il suo istrionismo si limita ai suoi celebri camei, in tv Hitchcock si è offerto molto generosamente agli spettatori come intrattenitore talentuoso.
The Pioneer
Non solo dal punto di vista della tecnica di regia, studiata ancora oggi nelle scuole di cinema e presa ad esempio dai cineasti contemporanei, ma anche nel campo del marketing e della pubblicità Hitchcock ha anticipato di molti decenni le campagne social che promuovono i film di oggi.
The Londoner
Hitchcock ha trovato il grande successo (anche economico) negli Stati Uniti, ma non per questo ha dimenticato la sua cara Inghilterra, anzi di fatto l’ha portata con sé oltreoceano, continuando a inserirla nei suoi film e vivendo fino alla fine come un cittadino di Sua Maestà.
The Man of God
La religione è un argomento che Hitchcock non affrontava quasi mai direttamente nè sullo schermo né al di fuori di esso: a maggior ragione ci si domanda quale potesse essere il suo rapporto con la spiritualità, soprattutto verso la fine della sua vita.
Queste dodici affascinanti tematiche sono il punto di partenza per riflessioni coinvolgenti sull’uomo Hitchcock, sul regista Hitchcock, sui suoi film e sul suo pubblico. L’impianto analitico è solido e sempre sostenuto da numerosissime citazioni puntuali di amici, critici, giornalisti, attori, collaboratori e persone che, in interviste, appunti, diari o biografie offrono il proprio giudizio (e spesso si tratta di giudizi contrastanti da diverse fonti) su Hitchcock, nel bene e, a volte, nel male.
Consiglio The Twelve Lives of Alfred Hitchcock a tutti coloro che abbiano visto e amato anche solo un film del Maestro del Brivido, ma anche a chi li ha visti tutti e ha già letto tutto sull’argomento, perchè, per fortuna, su Hitchcock non si finisce mai di imparare!
Interpreti: Taylor Zakhar Perez, Nicholas Galitzine, Uma Thurman, Stephen Fry
Dove trovarlo: Prime Video
Alex (Taylor Zakhar Perez), il figlio della presidente degli Stati Uniti (Uma Thurman) e Henry (Nicholas Galitzine), fratello minore del futuro Re d’Inghilterra, non si sopportano: Alex trova il Principino troppo snob e perfettino, mentre Henry non ama l’eccessiva scioltezza e spontaneità di Alex. Dopo che un loro battibecco al matrimonio reale causa uno scandalo che mette addirittura a rischio i rapporti e gli accordi economici tra Stati Uniti e Inghilterra, i due ragazzi sono costretti, davanti alle telecamere, a fingersi grandi amici. Ma ben presto la funzione si trasforma in realtà, e anche in qualcosa di più…
Sinceramente: ho scelto di vedere questo film solamente perchè c’era Stephen Fry nel cast. Beh, si tratta di una vera e propria truffa, visto che il mio beniamino compare sì nei regali panni del Re d’Inghilterra, ma per appena una manciata di minuti alla fine del film. Fino a quel momento, Rosso, Bianco e Sangue Blu (il titolo, anche in originale, richiama i colori che accomunano la bandiera inglese e quella USA) non è altro che una commedia adolescenziale, come se ne sono viste a milioni (il nome di Greg Berlanti tra i produttori doveva accendermi una lampadina in effetti…), solo che questa volta gli innamorati scandalosi sono due principi azzurri. Seguendo la tendenza del momento, cioè quella di deformare la realtà per renderla più giusta e inclusiva (penso a Hamilton, Bridgerton, Hollywood…), il film è ambientato in un prossimo futuro in cui una donna (Uma Thurman, il cui talento nulla può contro l’ingenuità della sceneggiatura) sposata con un messicano può far carriera politica in Texas, e in cui il popolo inglese è ben felice di scendere in piazza per sostenere il coming out di un membro della famiglia reale. Tuttavia, se tutto quello che si desidera è una favola romantichella con lieto fine – e nulla più – allora Rosso, Bianco e Sangue Blu non tradisce le aspettative.
Battuta migliore del film: “Boy, if anyone sees you leaving this hotel room I’m gonna brexit your head from your body!”
Voto: 2 Muffin (ma lasciate un po’ di posto per la torta!)
Gli spettatori travolti dalla melassa durante la visione del film