Le Avventure di Ichabod e Mr. Toad

Titolo originale: The Adventures of Ichabod and Mr. Toad

Anno: 1949

Regia: James Algar, Clyde Geronimi, Jack Kinney

Interpreti: Bing Crosby (narratore)

Dove trovarlo: Disney Plus

Devo aver già detto che Halloween è la mia festa preferita. Quest’anno per forza di cose i festeggiamenti verranno fatti in sordina, dato che non sarà possibile organizzare feste e tanto meno andare in giro per le case a fare “Dolcetto o Scherzetto”, l’unica possibilità è festeggiare a casa in famiglia. Gli addobbi sono pronti, le zucche aspettano solo di essere intagliate e le caramelle sono nascoste al sicuro. Per entrare nello spirito della festa, che quando si hanno bambini deve essere spaventosa ma non troppo, ho rispolverato un vecchio cartone animato Disney che non vedevo da più di 20 anni. Quando ero piccola era uscito in videocassetta con il titolo La Leggenda della Valle Addormentata; ora è disponibile su Disney Plus con il titolo Le Avventure di Ichabod e Mr. Toad, il che mi ha spiazzato: non ricordavo affatto che nella leggenda di Sleepy Hollow ci fosse anche un rospo! Poi ho capito che in questa versione il cartone che ricordavo è accoppiato con un altro, naturalmente sempre Disney: Il Vento tra i Salici. Di questo tornerò a parlare in prossimità delle feste natalizie, mentre ora mi voglio concentrare sulle avventure di Ichabod, tratte dal libro di Washington Irving La Leggenda di Sleepy Hollow. Per chi ha circa la mia età è impossibile vedere questo cartone senza pensare al celebre film di Tim Burton tratto dallo stesso libro, che purtroppo, a differenza di molte altre opere del regista, non è disponibile su Disney Plus. Tenendo ben presente che il film di Tim Burton non è di certo adatto ai bambini, tuttavia ha un classico happy ending che invece nel cartone è ambiguo. La storia è presto detta: l’eccentrico Ichabod Crane, maestro di scuola nel piccolo paesino di Sleepy Hollow (“Valle Addormentata”) è deciso a conquistare il cuore della bella e facoltosa Catherine van Tassen. La ragazza però è corteggiata da tutti i giovani del paese, compreso il muscoloso e festaiolo Bronn, che però teme di essere messo in ombra da Ichabod, che è un perfetto gentiluomo e un ottimo ballerino. Per liberarsi del concorrente Bronn racconta una storia di paura che terrorizza il superstizioso maestro di scuola, quella del Cavaliere senza Testa che, in sella al suo veloce destriero dal manto nero, col favore delle tenebre insegue la sua vittima per impossessarsi della sua testa. Dopo molti anni ho trovato il cartone davvero godibile, divertente ma anche innovativo per come mostra i personaggi, diversi dai soliti eroi Disney. Ichabod infatti è un maestro davvero poco professionale, facile alla distrazione e pronto a perdonare ogni malefatta degli studenti purché la loro madre sia una brava cuoca e lo inviti a cena: è infatti estremamente goloso, al contrario di quello che la sua esile corporatura farebbe pensare, e farebbe qualunque cosa per un dolcetto o una coscia di pollo. Infatti dalla sua agenda vediamo come frequenti tutte le associazioni benefiche del paese al solo scopo di usufruire dei generosi buffet. Anche i suoi sentimenti per Catherine sono ambivalenti: è sicuramente attratto dalla sua bellezza, ma lo è altrettanto dal suo patrimonio. La prima entrata in scena del personaggio di Ichabod mentre passeggia per il paese tenendo la testa infilata dentro un libro e facendosi sbeffeggiare da tutti i concittadini, che hanno inventato anche una canzone dedicata alle sue stramberie, anticipa quella di Belle in La Bella e la Bestia, che arriverà più di quarant’anni dopo, mentre la scena in cui Bronn vede arrivare Ichabod attraverso il fondo trasparente del suo boccale di birra è una citazione dal film di Alfred Hitchcock Io Ti Salverò, in cui Gregory Peck osserva Leo G. Carroll attraverso il bicchiere di latte: una chicca inattesa per chi si aspettava un semplice cartone per bambini. Anche Catherine non è certo la tipica principessa buona e gentile: infatti si gode il corteggiamento dei suoi spasimanti approfittando della sua avvenenza per ottenere favori ed attenzioni, e non esita a farsi beffe di loro. Viene quasi da parteggiare per Bronn, che vedendosi ridicolizzato e messo alla porta decide di vendicarsi di Ichabod spaventandolo. Il cartone è molto bello, non mancano le risate per grandi e piccini ma allo stesso tempo è un cartone adulto con personaggi realistici e un finale ambiguo lontano dal classico stile Disney: consigliato per un Halloween casalingo in famiglia.

L’Ultima Follia di Mel Brooks

Titolo originale: Silent Movie

Anno: 1976

Regia: Mel Brooks

Interpreti: Mel Brooks, Marty Feldman, Dom DeLuise, Bernadette Peters, Sid Caesar, Liam Dunn

Dove trovarlo: a dire il vero ho fatto una gran fatica a trovarlo, era in un mobiletto in cantina in terza fila

Dopo che l’alcool gli ha rovinato la carriera, il regista Mel Funn (Mel Brooks) vuole tentare un grande rientro a Hollywood e propone al capo dei Big Studios (Syd Caesar) un’idea azzardata: realizzare un film muto. Il capo gli propone un accordo: finanzierà il suo film muto solamente se lui riuscirà a coinvolgere nel progetto delle grandi star. Così Mel Funn, insieme ai fidati amici e collaboratori Marty Eggs (Marty Feldman) e Dom Bell (Dom DeLuise) si mette alla ricerca di attori e attrici famosi che vogliano far parte del suo film. Ma lo studio concorrente, Engulf&Devour (Trangugia&Divora), per sabotare il film invia a Funn un’irresistibile tentazione: la seducente soubrette Vilma Kaplan (Bernadette Peters).

Il titolo italiano, L’Ultima Follia di Mel Brooks, come spesso accade è fuorviante: infatti, anche se si può considerare il colpo di coda della fase dei grandi successi del regista Mel Brooks, ad esso sono seguiti molti altri film, anche se non certo all’altezza dei più vecchi (io però personalmente ho un debole anche per Robin Hood – Un Uomo in Calzamaglia). L’idea di inserire nel titoli il nome del regista fa capire subito che si sta parlando di una cosa divertente (e non potrebbe essere diversamente) e prelude già all’impostazione metacinematografica del film, che in lingua originale ha un titolo più semplice ma altrettanto d’impatto e funzionale: Silent Movie. Chi si aspettava infatti un film muto nel 1976? Figuriamoci poi un film muto intitolato Film Muto  il cui argomento è la realizzazione di un film muto… Come sempre, il confine tra follia e genio è davvero sottile… Per quanto mi riguarda, non ho alcun dubbio: genio! Ho sempre amato Mel Brooks, uno dei registi più divertenti in assoluto, che ama il rischio (oltre a un film muto infatti ha diretto un film in bianco e nero, divenuto un classico imprescindibile della commedia: Frankenstein Junior), ma dovendo scegliere tra i suoi titoli il mio preferito la scelta cadrebbe proprio su Silent Movie, proprio perché, raccontando la storia della realizzazione di un film, permette al regista di giocare tutti gli assi metacinematografici a disposizione, con gran gusto dei cinefili. La prima ghiottoneria è il cast. Brooks raduna tutti i suoi fedelissimi compagni di avventure: Marty “Igor” Feldman (già in Young Frankenstein), Dom DeLuise (già in Il Mistero delle Dodici Sedie e Mezzogiorno e Mezzo di Fuoco), Liam Dunn nei panni dello sfortunato giornalaio (non aveva avuto più fortuna in Frankenstein Junior, dove Gene Wilder lo utilizzava come cavia per i suoi esperimenti sul sistema nervoso), e mette se stesso al timone nei panni del regista del film muto. Si uniscono alla squadra la splendida Bernadette Peters, che entra in scena all’interno di una gigantesca banana “scimmiottando” Marlene Dietrich che nel film del 1932 Venere Bionda si presentava sul palcoscenico in un costume da gorilla, e il simpaticissimo Sid Caesar (l’allenatore che in Grease cercava di insegnare la pallacanestro a John Travolta), che interpreta il capo dello Studio cinematografico e con la sua straordinaria mimica è perfetto per le gag slapstick: la sua “Non lo sai che lo slapstick è morto?” è una delle battute (tutte scritte in fotogrammi a se stanti, che si alternano alle immagini, proprio come nei film muti) più sagaci del film. Ai nomi già citati si aggiungono le grandi star che interpretano se stesse, quelle che Mel e i suoi compagni importunano per convincerli a partecipare al film: Burt Reynolds, James Caan, Liza Minnelli, Anne Bancroft (moglie di Mel Brooks), Paul Newman. Ciascuno di questi attori si presta con grande autoironia a prendere in giro se stesso e le sue fissazioni (Anne Bancroft si presenta come una diva con quattro bellocci al seguito, il vanitoso Burt Reynolds si rimira continuamente in ogni specchio, Paul Newman batte il regista in una frenetica gara di velocità… su sedie a rotelle!). Il film, come già detto, è interamente muto, per tutta la sua durata non si sentono che l’accompagnamento musicale e i molti suoni cartooneschi: tuttavia una parola viene detta, una e una sola! Quale e da chi (e questo è fondamentale) lascio a voi scoprirlo. Raccomando caldamente questo film a tutti: non fatevi spaventare dall’idea che sia un film muto perché è spassosissimo e acuto, adatto ai fan di Mel Brooks, ai nostalgici della vecchia Hollywood, ai cinefili curiosi… e anche ai bambini! 

Voto: 4 Muffin

007 – Dalla Russia con Amore

Eccoci arrivati al secondo appuntamento con la spia più famosa del mondo, 007, agente segreto al servizio di sua maestà. Anche se James Bond, proprio come il suo creatore Ian Fleming, detesta il tè (Fleming lo considera la causa del declino dell’impero britannico) noi speriamo che gli piacciano almeno i muffin!

Dopo il successo straordinario del primo film, Licenza di Uccidere, si potrebbe pensare che girare il secondo sia stata una passeggiata… ma, come vedremo, non è così.

I produttori Albert “Cubby” Broccoli e Harry Saltzman avevano già deciso, durante le riprese di Dr. No, che Dalla Russia con Amore sarebbe stato il secondo film di Bond. Il romanzo, pubblicato nel 1957, aveva avuto un enorme successo, tanto che il presidente Kennedy, in un’intervista concessa nel 1961 alla rivista Life, lo aveva messo al secondo posto nella sua classifica dei libri preferiti (dopo Il Rosso e il Nero di Stendhal). 

Poiché squadra che vince non si cambia, in Dalla Russia con Amore ritornano moltissimi degli artefici di Dr. No: confermati il regista Terence Young, lo sceneggiatore Richard Maibaum, la sceneggiatrice Johanna Harwood, l’addetto al montaggio Peter Hunt e il compositore John Barry, autore del celeberrimo motivo di 007, che questa volta realizza l’intera colonna sonora e riarrangia la canzone del film From Russia with Love, scritta da Lionel Bart e interpretata da Matt Monru. Grandi assenti il coordinatore degli stunt John Simmons, sostituito da Peter Perkins, e Ken Adam, chiamato da Stanley Kubrick, che aveva amato i set di Dr. No, per realizzare le scenografie del Dottor Stranamore. Dalla Russia con Amore, a differenza di Licenza di Uccidere, non aveva bisogno di scenografie grandiosamente esagerate come quelle di Ken Adam, ma piuttosto di ambientazioni realistiche che non distogliessero mai l’attenzione dai personaggi: ecco perché la scelta dell’art director di Dr. No Syd Cain come nuovo scenografo si rivelò vincente.

Per quanto riguarda invece il cast, Sean Connery viene riconfermato nel ruolo che lo ha reso ormai celebre con un nuovo contratto, che prevede che lui possa recitare anche in altri film al di fuori degli 007. Quando Cubby Broccoli gli chiede: “Sean, che altro film ti piacerebbe fare?” l’attore risponde: “Mi piacerebbe molto lavorare con Hitchcock”. Detto fatto, Broccoli alza il telefono e chiama Hitch, che si dichiara da subito entusiasta all’idea di lavorare con Connery. Nel 1964 uscirà Marnie, di Alfred Hitchcock, con Sean Connery e Tippi Hedren.

 Al fianco di Connery tornano anche Lois Maxwell nel ruolo della segretaria Moneypenny e Bernard Lee in quello del capo dei servizi segreti M. A questi due si affianca una terza figura che diventerà imprescindibile per i film della saga: l’attore gallese Desmond Llewelyn (conosciuto dal regista Terence Young quando fece un provino per il suo film They Were Not Divided) interpreterà Q, l’ideatore di tutti i gadget di 007, in ben 17 film. In Dr. No il ruolo del fornitore di gadget maggiore Boothroyd (che poi diventerà solamente “Q”) era stato interpretato da Peter Burton, che per il secondo film non era disponibile. Per fortuna, si può dire, visto che Llwellyn è poi entrato nei cuori di tutti i fan di 007 come il personaggio più simpatico (oltre che longevo) della serie; quando Terence Young in sala montaggio vide la scena d’esordio di Q cadde dalla sedia per le risate: la valigetta nera con coltello, fumogeni e sovrane d’oro incorporati è soltanto il primo di una lunghissima serie di giocattoli che Q fornirà a Bond (e che mai lui gli restituirà intatti). Caso rimasto unico nella storia quello di Eunice Gayson, che ha interpretato la Bond girl Sylvia Trench sia in Dr. No che in From Russia with Love.

Il primo di molti gadget che Q fornirà a 007: la valigetta

Ora non restava che scegliere la protagonista femminile, colei che avrebbe avuto l’arduo compito di non sfigurare di fronte alla meravigliosa Honey Ryder interpretata da Ursula Andress in Licenza di Uccidere. Per il ruolo della spia russa Tatiana Romanova la produzione si mette alla ricerca di un’altra bellezza internazionale: gli agenti cercano di sfruttare il successo del primo Bond in ogni modo, attrici e modelle si fanno pubblicità anche per il solo fatto di essersi presentate ai casting. La competizione è dunque alle stelle, vengono scartate celebri beltà del calibro di Sylvia Koscina e Virna Lisi. A ridosso dell’inizio delle riprese, la scelta finale viene affidata a Sean Connery, che non ha dubbi: vuole al suo fianco la modella di Valentino e seconda classificata al concorso Miss Universo Daniela Bianchi. Daniela fino a quel momento ha interpretato solamente piccoli ruoli nel cinema. Al suo provino aveva colpito il regista per i suoi lunghissimi capelli biondi, ma essendo passati un paio di mesi tra le prime selezioni e la scelta finale li aveva tagliati, con grande dispiacere di Young. Ma questo non significa che il regista non avesse stima per l’attrice italiana: è curioso sapere che, nella scena in cui Bond scrive sulla fotografia di Tatiana “Dalla Russia con amore”, le mani che vediamo scrivere sono in realtà quella del regista. Daniela lavora molto sul suo accento, ma alla fine, come spesso succedeva, viene doppiata da Barbara Jefford. I produttori scandagliano i concorsi di bellezza anche per trovare le due gitane che lotteranno nel campo zingaro: vengono scelte Aliza Gur, anche lei come Daniela Bianchi finalista a Miss Universo, e Martine Beswick, che aveva venduto il premio per il primo posto nel concorso di Miss Giamaica (un’auto decappottabile) per potersi trasferire a Londra e studiare recitazione. Trovare l’attore per interpretare Kerim Bey, il capo dello spionaggio in Turchia alleato di Bond, fu molto più semplice: il regista John Ford, infatti, telefonò a Terence Young chiedendogli se avesse un ruolo per l’attore messicano Pedro Armendariz, che aveva diretto in Il Massacro di Fort Apache. Ora non restava che trovare i “cattivi”, cioè i membri dell’organizzazione SPECTRE, di cui era membro anche il Dr. No di Licenza di Uccidere. Lo sceneggiatore infatti aveva deciso, per evitare ogni tipo di problema di carattere politico, di discostarsi dal romanzo di Fleming, in cui il nemico era la Russia, e di fare invece della Spectre il vero avversario di Bond, mentre Tatiana, l’agente del KGB, sarebbe stata alleata di 007 e come lui manovrata a sua insaputa dall’organizzazione maligna. Per il ruolo del numero 2 Rosa Klebb viene fatta una scelta audace: l’attrice tedesca Lotte Lenya, in gioventù stella del varietà tedesco. Lotte pesa appena 45 chili e i costumisti iniziano a prepararle abiti imbottiti per farla sembrare più minacciosa, ma lei rifiuta di indossarli: “Vedrete che per come la interpreterò Rosa Klebb non sembrerà nè gracile nè debole”. Accetta solamente di indossare un paio di occhiali molto spessi che le offuscano quasi del tutto la visuale. Per il sicario della Spectre Red Grant viene scelto l’attore di teatro Robert Shaw, diventato famoso negli anni ‘70 per il ruolo di Lonnegan in La Stangata di George Roy Hill e per quello di Clint in Lo Squalo di Steven Spielberg. 

Approfitto di questa fortuita connessione per aprire una parentesi sugli squali, creature di cui il cinema nel corso dei decenni ci ha instillato il terrore, iniziando proprio dal film di Spielberg del 1975 e proseguendo via via fino ai giorni nostri con capolavori del genere “animali assassini” come la serie Sharknado o Mega Shark vs. Giant Octopus. Anche James Bond si è dovuto scontrare più volte con gli squali (che non sempre, come vedremo più avanti nel corso di questa rubrica, erano dotati di pinna caudale). E c’è un motivo ben preciso per questo: gli squali infatti erano una delle ossessioni del produttore Harry Saltzman, che amava sottoporre le sue idee strampalate (che lui riteneva geniali) ai registi della saga: di queste alcune risultavano poi efficaci, mentre altre erano così folli che dovevano essere scartate, ma non per questo lui si arrendeva. Fino al 1975 (anno in cui, a causa di problemi economici dovuti ad investimenti sbagliati, dovette vendere la sua quota dei diritti cinematografici dei romanzi di Fleming alla United Artists) infatti Saltzman continuò a proporre con veemenza la sua idea di creare una scena in cui 007 si venisse a trovare dentro un’enorme lavatrice… Fino ad oggi questa idea non è stata ritenuta valida, ma se per caso nel prossimo film ci capiterà di vedere Daniel Craig che viene centrifugato sapremo chi ringraziare…

In Dalla Russia con Amore non viene mai mostrato il volto di Blofeld, il numero 1 della Spectre. Vengono mostrate solamente le sue mani, sempre intente ad accarezzare il gatto bianco, che sono quelle dell’attore Anthony Dawson, il Professor Dent di Dr. No. La voce, tuttavia, non è quella di Dawson, come vedremo più avanti. 

Dr. Claw, il villain dell’Ispettore Gadget, ispirato a Blofeld

Terence Young chiama il primo ciak di Dalla Russia con Amore il primo di aprile del 1963. Si gira ancora negli studi di Pinewood, poco fuori Londra. C’è il rischio di deludere le aspettative dei moltissimi fan che 007 ha già incantato con il primo film, ma questa volta tutti sanno esattamente cosa stanno facendo e il budget è di due milioni di dollari. Cosa potrebbe mai andare storto?

Il 5 aprile viene girata negli studi Pinewood la scena del campionato mondiale di scacchi nel superbo set allestito da Syd Cain per il costo di 150.000 dollari. Tutto è stato ragionato nei minimi dettagli, il motivo del pavimento è a scacchiera, le luci di scena sono coperte da un mascherino dipinto per poter inquadrare anche il soffitto del salone, le mosse dei due finalisti (tra cui il numero 2 della Spectre Kronsteen, interpretato da Vladek Sheybal) riprendono quelle di una partita realmente disputata tre anni prima da Spassky e Bronstein. Come spiegherà lo stesso Kronsteen, l’intero film sarà una partita a scacchi tra l’intelligenza strategica del nemico e l’astuzia di James Bond.

Il set costruito da Syd Cain a Pinewood

Tocca poi alla scena della seduzione di Tatiana, che in un’inquadratura molto audace per l’epoca vediamo attraversare la stanza nuda appena mascherata da un sottile tendaggio (si tratta di una controfigura) per infilarsi nel letto di Bond. Quella scena dovette essere girata diverse volte perchè Sean Connery, resosi conto dell’imbarazzo di Daniela, cercava di metterla a suo agio facendola ridere con il solletico, sotto lo sguardo complice di Terence Young…

Daniela Bianchi pronta per la scena della seduzione

Ma questo è niente in confronto alle difficoltà incontrate con la scena ambientata sullo yacht di Blofeld, in cui viene spiegato allo spettatore il piano della Spectre: la sequenza è stata girata a Pinewood il 10 di aprile (con qualche difficoltà causata dal fatto che i pesci lottatori siamesi dell’acquario di Blofeld non volevano saperne di lottare) e in seguito rimaneggiata più volte per far combaciare i dialoghi con gli adattamenti che venivano fatti al copione man mano che la trama prendeva forma con i diversi aggiustamenti di sceneggiatura. Poiché però, avvicinandosi al termine delle riprese, tempo e denaro scarseggiavano, Young e il montatore Hunt dovettero trovare un modo per modificare la scena senza dover ricostruire il set. Le cose furono facili per il personaggio di Blofeld, di cui come abbiamo già detto non si vedeva il volto, che venne ridoppiato dall’attore Eric Pohlmann, che aveva già recitato in alcuni film prodotti da Broccoli; Lotte Lenya girò nuovamente la scena recitando le nuove battute e le nuove inquadrature furono sovrapposte a quelle della scena precedente tramite l’utilizzo di lucidi, in modo da mantenere inalterato il fondale. Peter Hunt inoltre si inventa di utilizzare una scena già girata in cui Rosa Klebb si avvicinava all’acquario per osservare i pesci, semplicemente riavvolgendo la pellicola per mostrarla anche mentre se ne allontana. Trucchi del mestiere!

Young incoraggia sempre i suoi collaboratori se propongono soluzioni ardite: come ad esempio quando il produttore Harry Saltzman propone di far uccidere James Bond ancora prima dei titoli di testa! In Dalla Russia con Amore infatti troviamo per la prima volta una scena del film prima dei titoli di testa, caratteristica che diventerà poi distintiva di tutti i film della saga. La scena dell’uccisione di Bond da parte di Grant viene girata nei giardini degli studi Pinewood nella notte tra il 16 e il 17 aprile. La scelta è dovuta al fatto che tutti gli altri set non sono ancora pronti, ma il regista è molto contento di questa location esterna con statue e siepi che ricorda il film L’Anno Scorso a Marienbad di Alain Resnais. Nella scena vediamo l’agente della Spectre Grant che segue poi assale e uccide 007 strangolandolo con un filo nascosto nell’orologio; dopo l’uccisione sopraggiunge un altro agente Spectre, Morzeny (interpretato dall’attore Walter Gotell, che tornerà più avanti nella saga in un ruolo diverso, quello del generale russo Gogol, capo del KGB), che toglie al cadavere una maschera rivelando che non si tratta del vero James Bond. Purtroppo però l’attore che era stato scelto, nel momento in cui viene smascherato, si rivela essere troppo somigliante a Sean Connery, il che potrebbe confondere non poco il pubblico… ma questo problema emergerà solamente più tardi, in fase di montaggio, quando tutta la troupe e il cast saranno già partiti per Istanbul.

Il campo di addestramento Spectre si ispira a quello del film “Spartacus”

Dopo il successo planetario di Licenza di Uccidere, 007 è un personaggio amato e conosciuto ormai in ogni dove. L’accoglienza della popolazione di Istanbul all’arrivo di Sean Connery è festosa ed entusiasta…fin troppo! Ovunque posizioni la macchina da presa Young si ritrova circondato da migliaia di fan e curiosi. Nemmeno i poliziotti turchi a cavallo riescono a contenere la folla e le riprese del film sono seriamente compromesse. Ecco perché il regista, insieme al coordinatore degli stunt, crea un diversivo: Peter Perkins e altri stuntmen si appendono fuori dal cornicione dell’ottavo piano di un edificio e fingono di girare una scena per distrarre la folla, mentre Young, indisturbato, può continuare con le vere riprese del film. Tocca dunque alla scena dell’assalto all’ambasciata, in cui Young utilizza abbondantemente i fumogeni per gli effetti speciali delle esplosioni: peccato però che non avesse i dovuti permessi! Polizia e ambulanze accorrono sul set a sirene spiegate e il regista deve chiarire il malinteso, che però non sarà l’ultimo. Qualche giorno dopo infatti, quando il supervisore degli effetti speciali John Stears, in base ad accordi presi in precedenza dal produttore Saltzman, si reca in una base militare turca alla ricerca di pezzi di elicotteri in disuso da utilizzare per le riprese, si ritrova improvvisamente una quarantina di fucili puntati addosso e viene preso in custodia dai militari. Fortunatamente l’equivoco viene chiarito e il tutto si conclude con un bello spavento, destinato a non essere l’ultimo. Almeno le riprese dell’arrivo di 007 all’aeroporto di Istanbul filano lisce. Young crea una scena speculare a quella del film precedente, in cui Bond arrivava all’aeroporto in Giamaica. Le due sequenze presentano le stesse scene nel medesimo ordine: atterraggio dell’aereo, torre di controllo che ne annuncia l’arrivo, controcampo di 007 al terminal dell’aeroporto. Come in Licenza di Uccidere, Bond viene osservato da un tipo sospetto, accolto da un autista e seguito da un altro tizio sospetto. Questa volta però i ruoli dei personaggi sono invertiti: l’autista, che in Dr. No era un cattivo, qui è un alleato (un figlio di Kerim Bey), mentre il losco figuro che osserva 007 non è più la spia alleata Felix Leiter ma un agente bulgaro al soldo dei sovietici; l’uomo che lo segue in auto, che nel primo film era il buon Quarrel, invece è Red Grant, l’assassino della Spectre. Con grande abilità Young ha stabilito un parallelismo ma anche un’evoluzione rispetto al primo film della saga, facendo sentire lo spettatore allo stesso tempo rassicurato e sulle spine. Questa ambivalenza viene sottolineata perfettamente dal tema musicale di 007, creato da John Barry, che nasce da uno spunto militare ma si sviluppa in maniera ironica, in armonia con lo spirito del personaggio: lo spettatore sa già che Bond alla fine trionferà, ma durante il film segue comunque con ansia le sue imprese. Il compositore si era recato con la troupe a Istanbul alla ricerca di ispirazioni sonore tipiche del luogo, ma alla fine opterà per una colonna sonora di impostazione completamente europea, resa più esotica soltanto dall’aggiunta di alcuni strumenti tipici della musica turca (cimbali da dita, cetre).

La danzatrice del ventre Lisa Guiraut, sul cui corpo vengono anche proiettati i titoli di testa

Nel romanzo di Fleming la permanenza di James Bond a Istanbul era molto breve (giusto il tempo di sedurre Tatiana, che gli consegna poi il Lektor senza alcuna difficoltà), ma lo sceneggiatore Maibaum aggiunge alcune scene ambientate nella capitale turca per sottolineare il tentennamento emotivo di Tatiana e aumentare la suspense; a rendere Bond il più affascinante possibile affinché possa vincere la riluttanza di Tatiana è ancora una volta il sarto di Savile Row Anthony Sinclair, unitamente alle camicie su misura di Turnbull&Asser. Young vuole sfruttare appieno la location turca: gira dunque all’interno della moschea di Santa Sofia, sul Bosforo, e perfino nelle condutture sotterranee. La scena dell’orda di ratti incontrata da Bond e Tatiana però viene girata più tardi con non poche difficoltà: in Inghilterra infatti non è permesso utilizzare ratti selvatici per le riprese, così Syd Cain tenta di girare la scena con dei ratti bianchi il cui pelo viene scurito con il cacao in polvere. Purtroppo però i ratti sono storditi dalle luci e si fermano in continuazione per leccarsi via il cacao. La scena viene quindi girata in Spagna, in un magazzino in cui vengono liberate centinaia di autentici ratti di fogna, catturati nei giorni precedenti; Cain deve approntare una gabbia di vetro in cui far rifugiare gli operatori.

Ratti buongustai in “Ratatouille”

L’ultima sequenza da girare prima del rientro in Inghilterra è quella dell’inseguimento in motoscafo, ambientata a Venezia, ma una serie di inconvenienti (barche troppo lente, maltempo, attacchi di mal di mare dei membri del cast e della troupe) impediscono di realizzare la scena. Ma c’è un altro motivo, purtroppo, per anticipare il rientro in Gran Bretagna.

L’attore Pedro Armendariz, infatti, da alcuni giorni appare visibilmente sofferente. Terence Young insiste per farlo visitare da suo fratello, che è anche il medico di corte di Buckingham Palace, e la diagnosi è catastrofica: Pedro ha un cancro non operabile che lo porterà alla morte nel giro di poche settimane. L’attore, ansioso di lasciare del denaro alla famiglia, insiste per terminare le riprese del film, che sarà inevitabilmente il suo ultimo. Young decide di correre il rischio, ma è necessario rientrare immediatamente in Inghilterra per ultimare tutte le scene che coinvolgono l’attore messicano.

Pedro Armendariz con Sean Connery

La scena più impegnativa per Pedro è quella del campo zingaro, che viene ricostruito negli studi Pinewood su modello di un luogo visitato a Istanbul, nel quartiere Topkapi. Durante le riprese Armendariz è visibilmente sofferente, zoppica e in alcuni momenti deve essere sostenuto da dietro per reggersi in piedi. Peter Perkins aveva iniziato tre settimane prima a far esercitare le attrici Aliza Gur e Martine Beswick per la scena del combattimento, coreografata da lui stesso e divenuta una delle più celebri della saga di Bond. Nel bel mezzo dello scontro tra le due gitane fanno irruzione nel campo i bulgari, e questa scena di battaglia ci dà l’occasione per osservare la strategia di Bond, che si muove ai margini dello scontro osservando e valutando, soppesando forze e debolezze, per intervenire in sicurezza e non correre rischi in scontri non necessari. Come si era visto anche in Dr. No, 007 non perde tempo con i pesci piccoli (come la fotografa in Giamaica) ma punta direttamente ai pezzi grossi del crimine. Subito dopo la conclusione della scena il tempo cambia e inizia una pioggia che durerà per ben cinque giorni: se Young non avesse portato a termine la scena in quel frangente non ne avrebbe più avuto l’occasione. Nelle ore successive infatti le condizioni di Armendariz peggiorano e l’attore viene ricoverato in ospedale, dove decide di togliersi la vita con una pistola portata con sé di nascosto.

Dopo la tragica morte di Armendariz spetta al regista Terence Young spingere i suoi collaboratori (cui si rivolge spesso chiamandoli “figli miei”) a farsi forza e portare a compimento il film. Lo scenografo Syd Cain, dopo aver studiato a fondo l’originale, ha realizzato un set che riproduce gli interni sfarzosi dell’Orient Express: il treno di Istanbul era troppo malridotto per poter girare le scene al suo interno. 

Una curiosità: Sean Connery, nel 1974 farà parte del cast stellare del film Assassinio sull’Orient Express, di Sidney Lumet, basato sul romanzo di Agatha Christie. 

Sull’Orient Express, sentiamo Grant parlare per la prima volta in tutto il film. Quando si finge una spia inglese cerca di imitarne la parlata, poi però rivela la sua vera identità a 007, che già aveva avuto dei sospetti (“Vino rosso con il pesce…dovevo capirlo da questo” è una delle battute più riuscite). Segue la famosa scena della lotta, coreografata dallo stesso Young, che era stato pugile all’università, e da Perkins e girata dagli attori stessi, ripresi molto da vicino negli spazi stretti del vagone, sostituiti in pochissime inquadrature da controfigure. In tutto servono due giorni di riprese (ma in fase di montaggio Young girerà ulteriori inquadrature aggiuntive) per un combattimento di sei minuti, così violento che all’epoca rischiò di essere censurato. La scena funziona così bene grazie alla suspense costruita durante tutto il film, a partire dall’uccisione del falso Bond e attraverso tutti i pedinamenti e gli omicidi commessi da Grant nell’ombra. Nel libro di Fleming l’agente della Spectre sparava a 007 con una pistola nascosta dentro una copia di Guerra e Pace, colpendo però il portasigarette di metallo che Bond aveva in tasca. Nel film, per prima cosa Grant disarma 007 e gli porta via il portasigarette: sarà la sua avidità, unita all’equipaggiamento impeccabile fornito da Q, a segnare la sua fine. Durante la lotta Grant cerca di uccidere il vero Bond come aveva ucciso il falso Bond nell’incipit, strangolandolo con un filo nascosto nell’orologio. 

Sean Connery e Robert Shaw saranno di nuovo rivali nel film del 1976 “Robin e Marian”, nei panni di Robin Hood e dello Sceriffo di Nottingham

A questo proposito, il regista rigira anche la scena della morte del falso Bond, che viene sostituito da un attore con i baffi per non poter essere confuso con Sean Connery.

Nel romanzo, dopo la morte di Grant, Bond e Tatiana saltano dal treno senza che vi siano ulteriori incidenti; Maibaum aggiunge invece due scene ulteriori per mantenere alta la tensione drammatica fino alla fine. La prima scena è quella dell’inseguimento di 007 da parte dell‘elicottero, ispirata a quella di Cary Grant nel film Intrigo Internazionale di Hitchcock. Sean Connery gira quasi tutta la sequenza personalmente; l’elicottero che si schianta, invece, è un modellino radiocomandato creato da John Stears. La seconda scena aggiunta è quella, già citata, dell’inseguimento in motoscafo, che Young non era riuscito a girare ad Istanbul: l’ultima scena che resta da girare. Sembrerebbe quasi fatta…

La location selezionata è in Scozia. Il 6 luglio, quando il regista sale su un elicottero per cercare il punto migliore per le riprese, questo a causa di un malfunzionamento precipita in mare. La cinepresa che si trovava a bordo blocca lo sportello. Alcuni membri della troupe si tuffano ed estraggono Terence Young e gli altri passeggeri riportandoli a terra. Young ha dei tagli sulle gambe ma non se ne preoccupa e ritorna immediatamente dietro alla macchina da presa, senza mai prendersi una pausa fino a sera. Nonostante la stoicità di Young tuttavia è necessario attendere diversi giorni per far arrivare un nuovo elicottero da Londra e poter terminare le riprese… e ormai il tempo stringe: la data della première infatti è già stata fissata.

La scena è rischiosa (come si è visto fin troppo bene) e costosa, è possibile girarla solamente una volta. Ma per un fraintendimento le cariche esplosive piazzate sott’acqua vengono fatte saltare durante una prova. Non resta dunque che far arrivare nuovo materiale esplosivo da Londra e rigirare la scena il giorno successivo, in cui finalmente Young riesce a portare a casa la scena: la pazienza di aspettare, come imposto dal produttore Broccoli, che il vento soffiasse nella giusta direzione dà i suoi frutti, e la scena risulta perfetta. Gli effetti post-esplosione però vengono girati a Pinewood, in una vasca. La scena è rischiosa, gli interpreti sono accecati dal fumo, ma Walter Gotell rifiuta la controfigura e gira la scena personalmente. Nonostante l’ambiente controllato le esplosioni sfuggono di mano e tre stuntmen restano ustionati. Come se non bastasse, l’autista di Daniela Bianchi si addormenta al volante e l’auto esce di strada; Sean Connery, che viaggia nell’auto subito dietro, soccorre personalmente la collega. Per fortuna nulla di grave, ma l’attrice ha sbattuto il viso e ha la faccia tutta gonfia: non potrà girare alcuna scena prima di due settimane.

La scena finale, che nel romanzo si svolge al Ritz di Parigi, è invece ambientata in un hotel di Venezia e girata a Pinewood. La celebre scena dell’attacco della Klebb con la scarpa dalla punta avvelenata è diversa rispetto a quella del libro, in cui Bond veniva attaccato anche con una pistola e dei ferri da calza avvelenati. Alla fine riusciva comunque a prevalere, ma mentre veniva portata via dalle forze dell’ordine la Klebb riusciva a colpire Bond con il puntale avvelenato; il libro si conclude con 007 che cade a terra come morto. Fleming, tuttavia, non aveva mai avuto davvero intenzione di uccidere la sua spia (stava già scrivendo il libro successivo), desiderava solo aumentare la suspense. 

Durante la fase di montaggio Young, instancabile, continua a girare scene e inquadrature aggiuntive; corre perfino a Venezia per avere alcune riprese fatte sul posto. La sceneggiatura è stata riscritta e modificata fino all’ultimo, la storia è risultata molto più complessa di quella del romanzo, e sono necessari diversi aggiustamenti per far combaciare tutte le scene e i dialoghi.

Il 10 ottobre 1963, al London Pavilion, si svolge come previsto la première di Dalla Russia con Amore: sarà l’ultima cui presenzierà l’autore dei romanzi Ian Fleming, che si spegnerà il 12 agosto 1964, all’età di 56 anni, a causa di un infarto. Fleming era per molti aspetti simile al suo personaggio più celebre: anche lui amava le belle donne e i bei vestiti, era stato nell’esercito ed era entrato poi nei servizi segreti della marina britannica. Nelle interviste rivela che in Bond ha messo molte delle sue manie (come l’odio per il tè e per il nodo Windsor delle cravatte) ma che non si ritiene uguale a lui. In ogni caso non lo considera un eroe, ma capisce che il suo pubblico invece ammira Bond e il suo stile di vita romantico e avventuroso, anche se crede che sia necessario per il protagonista soffrire sempre un po’ prima del trionfo finale. Nei suoi libri ha inserito moltissimi dettagli realistici presi dalla propria esperienza e dai suoi molti viaggi, ma non quelli che riguardano il mestiere di agente segreto: in caso contrario, spiega, si sarebbe trovato in grossi guai. Prende piuttosto ispirazione da vicende riguardanti lo spionaggio in altri paesi. Fleming adotta una rigida routine di scrittura per i suoi romanzi: scrive per due mesi all’anno (le vacanze pattuite nel contratto con la rivista Sunday Times, per cui lavorava come come corrispondente estero), quando si recava nella sua tenuta in Giamaica, Goldeneye. Nello specifico scrive tre ore ogni mattina e un’ora nel tardo pomeriggio, per un totale di duemila parole al giorno. La prima stesura viene fatta di getto per non perdere il ritmo, perché sa quanto l’azione sia importante in questo genere di romanzi (era appassionato di thriller fin da bambino), lascia tutte le correzioni per la fase successiva. Non ha mai coltivato ambizioni letterarie diverse, essere il creatore di 007 lo soddisfaceva pienamente. Non si preoccupa per nulla del fatto che i suoi libri possano corrompere in qualche modo i giovani, pieni di sesso e di violenza come sono, in quanto essi “sono destinati ad un pubblico di focosi adulti eterosessuali”: la storia lo ha smentito, visto che i film di 007 sono amati ancora oggi in tutto il mondo e da ogni categoria di persone, nonostante molti, proprio come lui stesso comprendeva, non ne apprezzino alcune caratteristiche. Si tratta in ogni caso di un successo strabiliante per un personaggio nato, come Fleming spiega, “per togliere la mia mente dall’agonia del mio imminente matrimonio”.

Ian Fleming, autore dei romanzi di 007

Beh, anche se nato come distrazione per uno scapolo incallito indesideroso di farsi definitivamente accalappiare, a noi James Bond piace così com’è. E infatti 007 tornerà sulle pagine di questo blog in quello che non esito a definire uno dei miei film preferiti della saga: Goldfinger!

Empire State

Anno: 2013

Regia: Dito Montiel

Interpreti: Liam Hemsworth, Michael Angarano, Dwayne Johnson

Dove trovarlo: Raiplay

Chris Potamitis (Liam Hemsworth) desidera da sempre entrare in polizia, ma a causa di una bravata giovanile commessa ad un concerto insieme all’amico d’infanzia Eddie (Michael Angarano) la sua domanda viene continuamente respinta. Per sbarcare il lunario si fa assumere come guardiano in un magazzino scalcinato dove vengono custoditi moltissimi soldi, sicuramente sporchi. Quando il padre perde il lavoro, Chris si decide a tentare insieme a Eddie e ad altri piccoli criminali di rapinare il magazzino. Ma la polizia viene in qualche modo a sapere del colpo in anticipo e il detective James Ransome (Dwayne Johnson) fa irruzione sulla scena del crimine…

Questo post è al 100% privo di spoiler. Il vero motivo non è tanto l’etica professionale del serio critico cinematografico quanto il fatto che verso la fine facevo molta fatica a tenere gli occhi aperti e temo di essermi assopita per alcuni minuti. Mi sono però ripresa per i titoli di coda, che spiegano come Empire State si ispiri a una rapina realmente avvenuta e ai suoi reali protagonisti, di cui vengono anche mostrate le interviste. Giuro che non credevo fosse possibile addormentarsi davanti a un film con The Rock! Eppure… La colpa è dell’ossessività con cui il regista cerca di raccontare i fatti così come si sono svolti nella realtà, inserendo solamente dialoghi coloriti (per lo più monologhi dell’insopportabile Eddie) per dare un pizzico di vitalità ma senza dare alla vicenda alcun guizzo nè alcun ritmo. Questa spasmodica ricerca della veridicità lo spinge anche a inserire un numero troppo alto di personaggi, che sicuramente nella realtà erano coinvolti nella vicenda (compare perfino l’allora procuratore di New York Rudolph Giuliani, interpretato da Dan Triandiflou) ma che nel film creano un sovraffollamento confuso e fastidioso poiché nessuno di loro viene ben caratterizzato o approfondito. Inoltre il film non ha nemmeno un briciolo di ironia, come la presenza di Dwayne Johnson (il motivo per cui ho pensato di vedere questo film) poteva far sperare, che forse avrebbe potuto aiutare a colorare un po’ la narrazione, ma non si sposava con l’idea sospesa tra documentario e heist movie del regista. Il risultato è quindi un film noioso che lascia insoddisfatti: da una parte ci si sarebbe voluti fare almeno qualche risata, dall’altra si cercava un po’ di azione che invece manca, oppure un bel colpo grosso alla Ocean di cui non c’è traccia. Un vero e proprio documentario sulla rapina del 1982 sarebbe stato più interessante. Concludo con una domanda che mi sono posta per tutta la durata del film, e che forse ha contribuito a mantenere sveglia la mia incredulità (almeno quella): come è possibile anche solo per un momento pensare che Liam Hemsworth, fratello minore di Chris “Thor” Hemsworth (e come lui biondo, occhi azzurri, alto e muscoloso), sia greco e faccia di cognome “Potamitis”? Gli altri attori che interpretano i membri della famiglia di Chris sono tutti perfetti nel ruolo, anche fisicamente, ma lui? Ci avrei creduto di più se nel ruolo ci fosse stato l’attore preferito di Dito Montiel, Channing Tatum, protagonista di tutti i film diretti dal regista fino a questo… Ho ipotizzato che il ruolo fosse stato assegnato a Liam in virtù dell’aderenza alla realtà dei fatti, ma dalle immagini dell’intervista al vero Potamitis risulta chiaro che così non è: ma che senso ha voler raccontare tutta la verità però mettendo un protagonista più avvenente e più biondo?

Voto: 1 Muffin

Name that Tune

Tutti sanno che tra il cinema e la musica esiste un legame strettissimo e inscindibile. Nel film Ghost Patrick Swayze e Demi Moore non ci hanno forse mostrato quanto possa essere sexy realizzare manufatti in ceramica ascoltando Unchained Melody? Non saremmo tutti molto più tristi durante gli acquazzoni se Gene Kelly non ci avesse insegnato a cantare sotto la pioggia? Quale soldato potrebbe andare in guerra senza farsi coraggio cantando “Topolin, Topolin, viva Topolin”?

Oggi dunque su cine-muffin celebriamo il ruolo portante della musica nella settima arte. Come? Ma con un quiz, naturalmente!

L’enigma di oggi è il classico Name that Tune: vi darò un indizio importante per indovinare il titolo di una canzone molto famosa. Il vincitore, se riuscirà a indovinare il titolo esatto del brano, potrà richiedermi una recensione in versi di un film a sua scelta!

Pronti per l’indizio? Eccolo!

Stiamo parlando di una canzone pop famosissima, in lingua inglese, nel cui testo vengono citati non uno, non due, ma ben tre titoli di film di Alfred Hitchcock (in lingua originale naturalmente).

Di sicuro avete sentito molte volte questa canzone… vediamo se avete fatto attenzione al testo!

Since I’m really happy to say that I have a few English-speaking followers, this time I’ll add an English translation myself, hoping to involve them in the challenge too.

Undoubtedly there’s a very strong and unbreakable bond between movies and music. In the movie Ghost haven’t Patrick Swayze and Demi Moore showed us how sexy pottery can be to the sound of Unchained Melody? Wouldn’t we be much more upset during a rainy day if Gene Kelly hadn’t taught us Singin’ in the Rain? Could a soldier lightly go to war without giving himself courage singing “Mickey Mouse, Mickey Mouse?” 

So today, here on cine-muffin, we celebrate the vital role of music in cinema. How? With a trivia, of course!

Today’s quiz is the classic Name that Tune: I’ll give you a very important clue to guess the title of a most famous song. The winner, if he or she will guess the exact title, may ask me the rhyming review of a movie of his or her choice!

Ready for the clue? Here it is!

We are talking about a most famous pop song, in English: in this song’s text are named not one, not two, but three Alfred Hitchcock’s movies.

You have surely heard this song many times… let’s see if you did pay attention to the words!

Sweeney Todd: Il Diabolico Barbiere di Fleet Street

Titolo originale: Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street

Anno: 2007

Regia: Tim Burton

Interpreti: Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Alan Rickman, Sacha Baron Cohen, Timothy Spall

Dove trovarlo: a casa mia, in mezzo tra i dvd di Tim Burton e i musical

Benjamin Barker (Johnny Depp) è un barbiere londinese che vive felice con la moglie Lucy e la figlioletta Johanna. Purtroppo per lui però il potente giudice Turpin (Alan Rickman) si invaghisce della bella Lucy e per avere campo libero fa deportare Benjamin con un’accusa fittizia. Molti anni dopo Barker, che ora si fa chiamare Sweeney Todd, ritorna a Londra per cercare la sua famiglia, a scopre che la moglie, dopo essere impazzita, si è avvelenata, mentre la figlia è stata adottata proprio dal giudice Turpin. Ora vive per vendicarsi, e nell’attesa che il giudice entri nel suo negozio per farsi sbarbare si associa con l’intraprendente Mrs. Lovett (Helena Bonham Carter) nel vendere peculiari tortini di carne…

Con l’avvicinarsi della mia festa preferita, Halloween, mi tornano in mente i ricordi delle feste organizzate nel corso degli anni, una delle quali mi ha visto proprio nei panni di Mrs. Lovett, con tanto di mattarello insanguinato, scarafaggi sul tavolo e tortini di carne contrassegnati dai cartellini “poeta”, “pastore” e “frate”. Fin da quando lo vidi al cinema la prima volta ho adorato questo film, e non credo potesse essere diversamente, vista la mia grande passione per i musical e per Tim Burton. A differenza di molte delle opere del regista però Sweeney Todd non è una sua creazione originale, ma la trasposizione cinematografica di un musical teatrale del 1979 di Steven Sondheim (lo stesso di Into the Woods, in cui Johnny Depp ha la parte del lupo cattivo) vincitore di 8 Tony Award di cui uno assegnato all’interprete di Mrs. Lovett, la mitica Angela Lansbury: se vi è possibile reperire la versione teatrale originale ve la consiglio vivamente. Tim Burton non poteva certo restare indifferente di fronte ad un materiale di pregio come questo musical che si sposa perfettamente con la sua produzione per tono e tematiche. Proprio come i classici del regista infatti, Sweeney Todd racconta una favola con morale edificante in veste cupa e con un umorismo macabro all’inglese: a ben pensarci, nonostante il sangue scorra copioso, Sweeney Todd non è certo una celebrazione della violenza, ma anzi un esempio educativo di come la vendetta non porti che all’annichilimento di chi la perpetua. Per il barbiere di Fleet street infatti esiste ancora un possibilità per una vita felice, ma la getta al vento lui stesso reso cieco dal desiderio di uccidere il giudice Turpin. Lungi dall’essere un film per bambini (per carità!), io lo considero un film divertente e con un messaggio positivo, anche se in una veste decisamente gotica. La Londra di Tim Burton infatti è buia, cupa, come lo sono i pensieri del protagonista; le scenografie tetre ma allo stesso tempo cartoonesche hanno fruttato un Oscar per gli scenografi, Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo. Il cast, composto da molti beniamini del regista, è davvero di prim’ordine e si esibisce con grande maestria in tutte le canzoni. Johnny Depp, alla sua sesta collaborazione con Burton, interpreta il vendicativo e dolente Sweeney Todd; Helena Bonham Carter è la cuoca dalla mille risorse Mrs. Lovett; Alan Rickman brilla nel ruolo dello spietato giudice Turpin e regala, in duetto con Johnny Depp, la meravigliosa canzone Pretty Women; Timothy Spall (anche lui, come Rickman e la Carter, presente sui set di Harry Potter come Peter Minus) è il perfetto funzionario leccapiedi; Sacha Baron Cohen stupisce con la sua prestazione canora nei panni del barbiere Pirelli, e colpisce tanto da essere scelto per un altro musical, I Miserabili, in cui si esibirà proprio al fianco di Helena Bonham Carter). La colonna sonora è imperdibile dalla prima all’ultima canzone (la mia preferita è A Little Priest). Sweeney Todd ha tutte le qualità possibili e per questo può ammaliare diversi tipi di persone: gli amanti dei musical, i fan di Tim Burton, i sensibili al british humor, gli amanti del gotico truce ma non troppo. Sconsigliato però agli schizzinosi alla Gordon Ramsey che vogliono a tutti i costi sapere da dove viene la carne nel loro tortino…

Voto: 4 Muffin

Anche Sweeney Todd sbarba molto a fondo

Passengers

Anno: 2016

Regia: Morten Tyldum

Interpreti: Jennifer Lawrence, Chris Pratt, Michael Sheen, Lawrence Fishburne, Andy Garcia

Dove trovarlo: Netflix

La Avalon è un’enorme nave spaziale super tecnologica la cui missione è quella di trasportare 5000 passeggeri più 258 membri di equipaggio fino al pianeta Homeland 2, dove potranno stabilirsi e costruirsi una nuova vita lontano dall’inquinamento e dal sovraffollamento della Terra. Tutti gli umani a bordo si trovano in stato di animazione sospesa, mentre il computer gestisce il viaggio, la cui durata stimata è di un centinaio d’anni. Tuttavia un passeggero, l’ingegnere Jim Preston (Chris Pratt), si risveglia quando mancano ancora una novantina d’anni all’arrivo su Homeland 2. Ogni tentativo di comunicare con la Terra o di ripristinare l’animazione sospesa fallisce, così Jim sembra destinato a trascorrere la sua intera esistenza solo sulla Avalon, con l’unica compagnia del barman androide Arthur (Michael Sheen), giungendo nella terra promessa solamente da morto. Dopo aver trascorso un intero anno in completa solitudine, Jim inizia a domandarsi cosa accadrebbe invece se svegliasse qualcun altro per avere un po’ di compagnia: la bella Aurora (Jennifer Lawrence), per esempio, scrittrice di New York: ma può condannare un altro essere umano ad una vita di estrema solitudine essere la scelta giusta?

Amo moltissimo la fantascienza che, come gli altri cosiddetti “generi” (western, horror…), nella storia del cinema spesso è stata il veicolo accattivante di importanti messaggi, riflessioni psicologiche, politiche e sociologiche e speculazioni etiche e filosofiche (penso a film come Solaris, Il Pianeta Proibito o L’Invasione degli Ultracorpi). Non è questo il caso di Passengers, però, che pur contenendo vari spunti per interessanti riflessioni (è giusto condannare un altro essere umano per alleviare il peso della solitudine? Può il destino portare persone diversissime ad incontrarsi e innamorarsi pur nelle più avverse contingenze? Ha senso affidare le nostre vite alla tecnologia, anche la più avanzata? Come si potranno superare le ingiustizie sociali della Terra se anche sull’astronave i passeggeri sono rigidamente divisi in classi?) alla fine altro non è che la classica commedia romantica ravvivata dall’ambientazione spaziale e dalla componente avventurosa (oltre che dal fondoschiena di Chris Pratt, che viene mostrato spesso e volentieri senza ragione). Detto questo credo non sia difficile immaginare quale sarà il tono del racconto e il suo finale, ma ci tengo comunque a precisare che la recensione conterrà anche alcuni spoiler. Come dicevo, dopo un inizio accattivante e una parte divertente (quella in cui Jim si gode tutte le meraviglie della nave in solitudine, passeggiate spaziali comprese), il film mostra tutti i suoi limiti a partire da quando Jim sveglia effettivamente la bella addormentata (non credo sia un caso se il personaggio si chiama Aurora). Per essere un film retto da due soli personaggi, Jim e Aurora si rivelano essere piatti, non approfonditi nelle loro motivazioni e nei sentimenti, i cui dialoghi sono sempre superficiali e le battute prevedibili: come mai si innamorino, litighino e poi si ritrovino, noia disperata a parte, non si spiega davvero, almeno non nei dialoghi e negli stralci di backstory che ci vengono forniti. Jennifer Lawrence, attrice di talento, in questo film non fa niente altro che essere stupenda (e potrebbe anche bastare), mentre Chris Pratt fa l’unica cosa che sa fare, l’ingenuo tenerone. Lawrence Fishburne ha il ruolo più imbarazzante, quello del membro dell’equipaggio che si risveglia solo per dare ad Adamo ed Eva le informazioni (e le autorizzazioni) di cui hanno bisogno per risolvere il mistero dei malfunzionamenti a bordo, dopodiché, appropriatamente, muore. Chi invece resta fino alla fine è l’androide Arthur, il barista confidente (un Michael Pitt perfettamente robotico), la trovata migliore del film. Sono sicurissima di non essere l’unica che, alla prima apparizione del buon Arthur, ha pensato al Lloyd di Shining, prima di capire che in questo film, come non c’è nulla di Asimov, così non c’è nulla di Tarkovsky, nè di Kubrick.

Inspiegabilmente Andy Garcia compare negli ultimi tre fotogrammi del film nei panni del capitano, lasciando l’impressione che forse sia stata cambiato il finale in corso d’opera e che il suo personaggio dovesse avere anche qualche battuta. Il finale, una volta inquadrato il genere di film, è prevedibile: l’ingegnere Jim diventa salvatore dell’intero equipaggio e (quasi) si sacrifica per il bene di tutti gli altri passeggeri. Aurora, che potrebbe tornare in animazione sospesa, decide invece di consumare la sua esistenza a bordo della Avalon insieme a Jim, scrivendo il capolavoro letterario della sua vita. Mi chiedo se solamente a me, immaginando questi due su un’astronave da soli per tutta la vita, siano venuti in mente loro:

“Che barba, che noia, che noia, che barba!”

Per concludere, Passengers è un buon film di intrattenimento per trascorrere un paio d’ore senza pensieri tra stelle e robot spazzini, ma per chi nella fantascienza cerca qualcosa di più non è il film giusto.

Voto: 2 Muffin

Sonic – Il Film

Titolo originale: Sonic the Hedgehog

Anno: 2020

Regia: Jeff Fowler

Interpreti: James Marsden, Ben Schwartz, Jim Carrey

Dove trovarlo: Amazon Prime

Sonic (la cui voce in originale è di Ben Schwartz e in italiano di Renato Novara) è un riccio di colore blu nato con poteri straordinari, tra cui la supervelocità. Purtroppo questi poteri fanno gola a molti, così Sonic è costretto a vivere sempre nascosto e a spostarsi tra i mondi (grazie ai suoi anelli magici) quando le cose si mettono male. Da molto tempo Sonic ormai vive sulla Terra, nella cittadina di Green Hills, spiando gli umani e sognando di poter avere anche lui una vita normale e degli amici. Quando, durante un allenamento notturno di baseball il riccio scatena inavvertitamente i suoi enormi poteri energetici, la Homeland Security manda il geniale e folle Dr. Robotnik (Jim Carrey) in cerca della fonte di quell’energia sconosciuta. Sonic, che ha perduto i suoi anelli magici, dovrà chiedere l’aiuto dello sceriffo Tom (James Marsden) per recuperarli e mettersi in salvo.

Non avendo mai giocato ai videogiochi della Sega che hanno come protagonista Sonic, non mi è possibile fare un raffronto tra questi ed il film, perciò mi limiterò a valutarlo in sé quale simpatico film per famiglie. Sonic – Il Film non offre certo nulla di originale nel panorama delle commedie per tutte le età (questa è adatta anche ai più piccoli) ma, senza uscire dai binari del genere, si fa apprezzare. Il personaggio del riccio blu è simpatico e ci si affeziona facilmente, inteneriti dal suo desiderio di stabilità, amicizia e di una vita come quella di un bambino normale. James Marsden, ormai specializzato nell’interagire con creature fantastiche su green screen (Come d’Incanto, Hop), non è certo da oscar ma è adatto per la parte di “signore delle ciambelle” (così lo ha soprannominato Sonic poiché Tom, quando crede che nessuno lo veda, fa pratica per i suoi discorsi parlando con le ciambelle glassate) dapprima diffidente verso la creatura blu ma poi sempre più amichevole. Inutile dire che il punto di forza del film è la presenza del sempre istrionico Jim Carrey nei panni del villain Dr. Robotnik (che Sonic chiama “Eggman” perché i suoi droni sono a forma di uovo), genio disadattato cui la Homeland Security deve ricorrere suo malgrado. Carrey non è nuovo a ruoli scomodi e antipatici (Il Grinch, il Conte Olaf) ma questa volta si cala in tutto e per tutto nel ruolo del malvagio spietato e pieno di sé, solo contro l’eroe positivo e, se necessario, contro tutti. Divertimento, azione e buoni sentimenti (il potere dell’amicizia) sono assicurati con Sonic – Il Film. L’immancabile scena dopo i titoli di coda lascia presagire un probabile sequel, e ammetto che l’idea mi è gradita. Nell’attesa è possibile trovare su Netflix un paio di serie animate con protagonista lo stesso personaggio che sono piuttosto divertenti, anche per un adulto (in particolare Sonic Boom), per chi avesse la curiosità di vedere il riccio blu in azione nel suo mondo d’origine.

Voto: 3 Muffin

100 di questi Muffin!

Ed ecco che, senza nemmeno accorgermene, sono arrivata all’articolo numero 100 di questo blog! Questa esperienza, per me del tutto nuova, mi piace moltissimo, perché mi permette non solo di esprimermi ma anche di imparare molte cose nuove e soprattutto di divertirmi un sacco. Ecco perché non ho alcuna intenzione di smettere, e anzi voglio cercare di dare qualcosa di nuovo ai lettori di Cine-muffin.

Il logo di 007

Ma non dimentichiamo che il post di oggi è una tappa importante, e per festeggiare vi voglio portare tutti in un posto meraviglioso: la Giamaica!

Siamo all’aeroporto di Boscobel, a nord dell’isola. La hostess Marguerite LeWars, eletta Miss Giamaica pochi mesi prima, oggi non è in servizio. Sta scattando delle fotografie ad un uomo alto ed elegante, ma poiché non sa usare la macchina fotografica le servono diversi tentativi e l’uomo elegante deve mettersi in posa svariate volte, ma la cosa non sembra innervosirlo. Ad un certo punto qualcuno grida: “Cut!”. Quel qualcuno è il regista inglese Terence Young. L’uomo elegante è Sean Connery. Sono le ore 12.00 del 16 gennaio 1962: la prima scena (che in realtà nel copione è la numero 39) del film Dr. No (Licenza di Uccidere) è appena stata completata: è nato James Bond

L’arrivo all’aeroporto di 007

Quell’aeroporto oggi si chiama Ian Fleming, in onore dell’autore dei romanzi da cui i primi film di 007 sono tratti. Dr. No non è il primo libro della serie, ma viene scelto dai produttori, Albert  (detto “Cubby”) Broccoli e Harry Saltzman, che hanno acquistato i diritti di tutti i libri della saga (tranne quelli di Casino Royale del 1952, il primo in cui compare il personaggio di James Bond), perché ritenuto quello stilisticamente più semplice da realizzare. Nel 1962, quando tutto ha inizio, ancora nessuno sa che il personaggio di James Bond diventerà un’icona del cinema mondiale, comparirà in 24 film della saga ufficiale (con il venticinquesimo, No Time to Die, in arrivo ad aprile) e verrà interpretato da sei attori diversi (Sean Connery, George Lazenby, Roger Moore, Timothy Dalton, Pierce Brosnan e Daniel Craig). Il regista del primo film, Terence Young, ne dirigerà altri due (Dalla Russia con Amore e Thunderball – Operazione Tuono). Alcuni personaggi di Dr. No, come il capo di Bond, M (Bernard Lee), la sua segretaria Miss Moneypenny (Lois Maxwell, la quale aveva rifiutato la parte di Sylvia Trench) e l’agente della CIA Felix Leiter (Jack Lord) diverranno colonne portanti della serie cinematografica. Il protagonista Sean Connery, per molti il solo e unico James Bond, ha dato vita ad un mito inossidabile: tornerà infatti a vestire i panni di 007 in altre cinque pellicole della saga ufficiale (e in Mai Dire Mai nel 1983). Terence Young aveva già diretto Connery in Il Bandito dell’Epiro nel 1957, ma prima di lui la produzione valutò altri interpreti per il ruolo di 007: Albert R. Broccoli voleva Cary Grant, che era stato suo testimone di nozze, ma si rese conto che Grant non avrebbe interpretato il personaggio di Bond per più di un film; Roger Moore, altro candidato, era impegnato a girare la serie tv Il Santo. Sean Connery, che dalla natia Edimburgo era arrivato a Londra per partecipare alle selezioni di Mr. Universo nel 1953 (ottenendo, in rappresentanza della Scozia, il terzo posto) aveva già recitato molto in teatro ma non era ancora famoso. Broccoli, che conosceva Connery di persona perché Lana Turner (sua collega sul set del film del 1958 Estasi d’Amore) li aveva presentati, desiderava però vederlo all’opera prima di offrirgli il ruolo, e si recò al cinema con la moglie Dana per vedere il suo ultimo film, Darby O’Gill e il Re dei Folletti, che per l’attore scozzese si rivelò ben più proficuo di una pentola d’oro…

Sean Connery in Darby O’Gill e il Re dei Folletti di Robert Stevenson

Ma torniamo nei Caraibi.

Quando la troupe cinematografica arriva in Giamaica Ian Fleming è già sul posto, nella sua villa Goldeneye, sulla costa nord dell’isola. Qui lo scrittore lavora a pieno regime (in quel momento sta scrivendo Al Servizio Segreto di sua Maestà), concedendosi però ogni mattina il tempo per le immersioni e la pesca. Ha modellato il suo personaggio più famoso su se stesso: come lui, anche James Bond è un capitano della Royal Navy, una spia e un amante delle belle donne. Non è un caso se Fleming, che visita spesso i set giamaicani di Dr. No, ha una grande intesa con il regista inglese Terence Young, anche lui molto simile al personaggio di James Bond: elegante, affascinante, sicuro di sé. Il personaggio di 007 infatti nasce dall’incontro tra le descrizioni di Fleming e l’influenza di Young, che plasma a sua immagine il giovanissimo ma talentuoso Sean Connery, insegnandogli a muoversi e parlare come lui, portandolo addirittura dal suo stesso barbiere e dal suo sarto, Anthony Sinclair, il quale realizza per 007 abiti su misura che, anche se bistrattati, mantengono sempre un aspetto impeccabile; Young ordina a Sean Connery di indossare i vestiti nuovi per abituarcisi, senza toglierli mai nemmeno di notte; l’attore obbedisce e con sua sorpresa scopre come gli abiti di ottima fattura siano più comodi di un pigiama. La Turnbull&Asser da cui Young si fa realizzare le camicie crea per James Bond dei modelli eleganti con doppi bottoni ma senza gemelli, affinché le possa mettere e togliere più velocemente davanti alla macchina da presa. Perché sappiamo che l’agente doppio zero (che significa “con licenza di uccidere”) dell’MI6, se incontra una bella donna, si spoglia volentieri…

A volte, tuttavia, la donna non ha bisogno di spogliarsi, come nel caso di Ursula Andress, che fa la sua prima, divenuta iconica, apparizione come Bond-girl nei più che succinti panni di un bikini bianco (disegnato da lei stessa insieme all’amica Tessa Prendergast, che diventerà costumista del film). Riguardo a quella famosissima scena Ursula Andress, allora ancora sconosciuta al grande pubblico, parla di fortuna: “Io me ne stavo semplicemente lì in piedi con una conchiglia in mano, non ho fatto nulla! Non so come mai sia piaciuta così tanto…” E forse la fortuna c’entra davvero, perché le riprese in Giamaica furono fisicamente molto impegnative, e solo una donna atletica come la campionessa di nuoto Ursula poteva sostenerle (immergersi nell’acqua gelida di un torrente, correre sulla sabbia, saltare): la scelta della sconosciuta ma splendida moglie dell’attore John Derek si rivela davvero fortunata. Scelta per il ruolo di Honey Ryder appena due settimane prima dell’inizio delle riprese senza nemmeno un provino (fu sufficiente una sua fotografia con indosso una maglietta bagnata mentre si trovava in vacanza in Grecia), Ursula arriva in Giamaica con la pelle bianca come il latte, e per la famosa scena del bikini, per cui doveva sembrare un’abitante del luogo, il truccatore John O’Gorman (uomo che in molti definirebbero fortunato per questo) deve verniciarle la pelle dalla testa ai piedi. Ursula racconta che durante questa meticolosa operazione almeno una ventina di ragazzi, con la scusa di portare la colazione, entrarono nella stanza… O’Gorman interviene nuovamente quando l’attrice si ferisce con dei coralli, applicando altro trucco sulla gamba. Nonostante questo, la scena, girata l’8 Febbraio, di Ursula Andress che emerge dal mare cantando Underneath the Mango Tree è entrata nella storia del cinema. Nel romanzo, cui il film è sempre molto fedele, Fleming paragonava Honey Ryder che usciva dall’acqua alla Venere di Botticelli. Evidentemente l’attrice svizzera non deluse le sue aspettative: lo scrittore fu così colpito da Ursula che dette il suo nome ad un personaggio del romanzo che stava scrivendo in quel momento, Al Servizio Segreto di sua Maestà. La Andress ricorda come, nei giorni precedenti a quella ripresa, lei e Sean Connery si rubassero a vicenda l’unico giradischi disponibile per imparare la canzone scritta da Monty Norman, anche se l’attrice per la versione finale del film venne poi doppiata (da Monica Van Der Syl per i dialoghi e da Diana Coupland, moglie di Norman, per la canzone) a causa del suo spiccato accento tedesco. E pensare che l’attrice inizialmente non voleva accettare la parte: ci pensò l’amico Kirk Douglas a convincerla di essere perfetta per il ruolo di Honey!

Ursula Andress alla sua prima apparizione come Honey Ryder

Grazie al suo cocktail di azione, umorismo e avvenenza, così come era accaduto per i romanzi di Fleming, il personaggio di Bond ha da subito un gran successo anche al cinema, tanto che il presidente Kennedy fa proiettare Dr. No alla Casa Bianca. Il film, prodotto dalla EON di Albert R. Broccoli e Harry Saltzman e dalla United Artists, recupera molto velocemente il suo costo di un milione e 200.000 dollari, a beneficio di tutti meno che del regista Terence Young, che non accetterà mai l’offerta dei produttori di una percentuale sugli incassi poiché preferisce il pagamento anticipato. Il regista infatti amava trattarsi bene ed era molto generoso anche con i suoi amici e, mentre si girava, con tutti i membri della troupe, offrendo cene a base di aragoste e Champagne per tutti. Spesso Young riusciva a spendere per intero la sua paga prima ancora dell’inizio delle riprese, ma questo non gli impediva di creare sempre un’atmosfera serena e familiare sul set e di stringere strette amicizie con i suoi collaboratori, con cui rimane in contatto anche a film ultimato, e si serve in più occasioni dei medesimi attori: infatti, oltre a Sean Connery, Young aveva già diretto anche Lois Maxwell (Miss Moneypenny) e Anthony Dawson (Professor Dent). Inoltre conosceva Timothy Moxon (Professor Strangways), che ha l’onore di essere la prima vittima in assoluto in un film di James Bond. Moxon, attore inglese trasferitosi in Giamaica dove pilotava aerei per l’irrigazione, si divertì molto a recitare In Dr. No (tra l’altro uno dei tre uomini ciechi dell’incipit del film era il suo dentista) e in seguito chiese a Young se poteva partecipare ad un altro film della serie. Il regista però gli rispose che nei film di Bond, una volta morto, non torni più. Questo è quasi sempre vero, ma, più avanti nel tempo, vedremo che possono esserci eccezioni per alcuni attori… o almeno per alcune parti di essi

Tre Topolini Ciechi

La Giamaica si rivela una location perfetta per il primo film di Bond: gli abitanti del luogo sono entusiasti per la presenza della troupe cinematografica e i talenti locali collaborano alla realizzazione del film. Molti attori per i ruoli minori vengono scelti sul posto e il compositore Monty Norman collabora con i musicisti locali Byron Lee and the Dragonaires per la realizzazione della colonna sonora. Lo stesso Fleming, che conosce profondamente l’isola, propone come location manager l’amico Chris Blackwell, fondatore della casa discografica Island Records, che diventerà poi quella di Bob Marley. L’isola caraibica si rivela però anche un ambiente inospitale e la produzione viene ostacolata da forti temporali. L’art director Syd Cain, alla guida del macchinario utilizzato per il “drago” (una specie di trattore), affonda nella palude e ne riemerge coperto di sanguisughe. Sean Connery e Ursula Andress rischiano il congelamento immergendosi nel torrente gelato. La troupe accoglie quindi con sentimenti contrastanti il rientro, che avviene il 23 febbraio del 1962, con molte scene rimaste incompiute a causa del maltempo. Tuttavia, mentre tutti si abbronzavano sulle bianche spiagge della Giamaica, un uomo era rimasto in Inghilterra per costruire ben sei diversi set negli studi Pinewood: lo scenografo Ken Adam. Nonostante la lontananza dal resto della troupe, Adam ha incamerato perfettamente lo spirito ironico di Terence Young, che poi era anche quello dei romanzi di Fleming, creando questi set esagerati, ironici, che rappresentano una “realtà amplificata” e che da quel momento caratterizzeranno l’intera serie. Per fare ciò tuttavia lo scenografo ha a disposizione un budget di appena 20.000 sterline, ed è costretto ad usare plastica e cartapesta per realizzare lo studio di M (Bernard Lee). È di Ken Adam naturalmente il set del casinò Le Cercle – Les Ambassadeurs, ispirato ad una vera casa da gioco londinese di cui riprende lo stile decorativo alla francese, in cui appare per la prima volta in assoluto il personaggio di James Bond. la scena venne girata la mattina del 2 Marzo 1962. Per l’occasione Sean Connery indossa uno smoking di Anthony Sinclar con papillon. Young sceglie di presentare Bond parodiando l’entrata in scena dell’attore Paul Muni nel celebre film del 1939 Il Conquistatore del Messico, in cui il regista William Dieterle inquadra il protagonista di spalle per cinque lunghissimi minuti prima di mostrare il suo viso. Prima di mostrare il volto di Connery Young lo inquadra di spalle, poi mostra la sua mano mentre raccoglie le fish (naturalmente sta vincendo), il portasigarette, l’accendino (a benzina, non a gas), poi Eunice Gayson nel ruolo di Sylvia Trench (la prima Bond-girl in assoluto, che tornerà anche in Dalla Russia con Amore) che chiede: “A chi devo intestare l’assegno?” e finalmente vediamo il viso di 007, che mentre si accende una sigaretta si presenta per la prima volta come “Bond” – chiude l’accendino – “James Bond”. 

Bond, James Bond

L’intera scena ottiene proprio l’effetto comico che Young riteneva indispensabile nel film per stemperare la violenza ed aggirare i problemi di censura. L’ironia, da quel momento in poi sarà il marchio distintivo della serie, viene disseminata in tutto il copione dal regista e da Sean Connery stesso con quelle che diventeranno le tipiche battutine secche e cupe alla Bond. La sceneggiatura, basata sul romanzo di Fleming, dell’americano Richard Maibaum viene poi “inglesizzata” da Joanne Harwood. Terence Young scrive pochissime note sui copioni degli attori (e sul suo personale) perché preferisce dare loro indicazioni sul momento, in base all’impatto visivo delle scene, senza mai preparare le scene in anticipo; inoltre si intende molto di montaggio, perciò sa sempre interrompere una ripresa nel momento giusto e non chiede mai agli attori di fare tante prove. Alla sera non lavora mai, preferisce offrire alla troupe e agli amici fastose cene annaffiate generosamente di Champagne. Dom Perignon, naturalmente.

Il personaggio di James Bond è stato presentato con le caratteristiche e gli accessori che nei decenni successivi il pubblico imparerà a conoscere ed amare: gli abiti di ottima fattura, l’amore per le donne e per il Dom Perignon, preferibilmente del ‘53, la licenza di uccidere che non esita ad usare, l’umorismo tagliente, il Vodka Martini Dry mescolato non agitato, la pistola Walther PPK che a inizio film il suo capo M (Bernard Lee) gli impone al posto della Beretta calibro 25 che utilizzava in precedenza, considerata “un’arma da donna”. Questo fortunato cambio di arma si deve all’intervento di Geoffrey Boothroyd, un amico di Ian Fleming (ma anche un personaggio del romanzo e del film, interpretato da Peter Burton) appassionato di armi, che dopo aver letto il libro aveva scritto a Fleming per fargli notare che la Beretta usata da Bond nel film era un’arma del tutto inadeguata. Anche la fondina scamosciata, facilmente nascosta dall’abito ma in cui la pistola si può impigliare, viene sostituita con un altro modello più rigido; conseguentemente la linea degli abiti viene modificata da Anthony Sinclair in modo da nascondere l’arma. 

Dopo l’iconica l’entrata in scena di Bond al casinò è il momento per la troupe di spostarsi su un altro dei set di Ken Adam, quello in cui il Dr. No (che ancora non compare ma di cui si sente la voce) incarica il Professor Dent di uccidere 007 utilizzando una tarantola velenosa. La scena si svolge in una stanza vuota, in cui ci sono solamente una sedia e il tavolino con la gabbia del ragno; la luce, entrando da un grande foro circolare sul soffitto coperto da una grata, disegna linee scure in tutto l’ambiente, rendendolo inquietante: il primo cattivo di 007 viene così introdotto ancor prima di presentarlo. C’è poi da dire che Ken Adam aveva ormai esaurito il budget e quindi ha dovuto inventare un set a costo zero per la scena… ma dove c’è la creatività il denaro passa in secondo piano.

La scena del tentato omicidio con tarantola è un’ulteriore prova dell’eccezionale talento di Ken Adam: quando Terence Young inizia a girare infatti il ragno non vuol saperne di camminare nella giusta direzione. Per risolvere il problema Adam si inventa di ruotare l’intera stanza d’albergo di 90 gradi, fissando il letto alla parete e Sean Connery al letto. Sul pavimento viene poi applicata la carta da parati per fingere che si tratti di una parete. In questo modo la tarantola inizia naturalmente a camminare verso l’alto, e cioè verso il volto di 007. Sean Connery però non corre alcun pericolo, perché tra lui e la tarantola c’è un vetro di protezione. Quando vediamo il ragno camminare davvero sul corpo di Bond in realtà stiamo guardando lo stuntman Bob Simmons: lui il rischio l’ha corso eccome! Sul set era presente un medico, che per fortuna non è stato necessario. Ma Simmons non si è limitato a rischiare la vita con la tarantola: è stato controfigura di Connery e ha coordinato le scene di combattimento di James Bond per Dr. No e per molti film successivi. Inoltre, quando all’inizio del film si vede l’iconico incipit della sigla (creato da Maurice Binder e Trevor Bond) con 007 che cammina poi si gira e spara, il tutto ripreso dall’interno di una canna di pistola, stiamo guardando Bob Simmons.

Il primo villain con cui 007 si scontra, Dr. No, è interpretato da Joseph Wiseman, truccato in modo da apparire orientale. Quando crea il set per il rifugio del Dr. No Ken Adam ci mette in bella vista il ritratto di Goya del Duca di Wellington, che era stato rubato alcuni mesi prima dalla National Gallery. Basta questo per definire quello che diventerà il prototipo degli antagonisti di James Bond: megalomani, esibizionisti, spietati, misantropi e sadici. Nel finale il Dr. No doveva tentare di uccidere Honey Ryder utilizzando dei pericolosi granchi, ma i crostacei, arrivati in aereo, erano ancora congelati e non poterono essere utilizzati. Vennero sostituiti con un banale effetto inondazione che doveva annegare la ragazza.

Anche la première di Licenza di Uccidere stabilisce il modello per tutte quelle che seguiranno per i vari film di Bond, tutte sempre nel segno del glamour. Alla prima del 5 Ottobre 1962, al cinema Pavillon di Londra, sono presenti Ian Fleming e Sean Connery.

Il resto è storia. Una storia di cui ancora non conosciamo il finale, visto che il film di James Bond numero 25, No Time To Die, è atteso nei cinema (tenendo le dita incrociate) per il 2 Aprile 2021. Da quel poco che ci è dato sapere sulla trama, 007 si ritira dalla vita di agente segreto di Sua Maestà per vivere tranquillo proprio in Giamaica, in una sorta di felice ritorno alle origini. Ma come era facile prevedere, la sua pensione, come la morte, dovrà attendere…

Per ingannare l’attesa, intanto, 007 tornerà su Cine-muffin in Dalla Russia con Amore.

Darby O’Gill e il Re dei Folletti

Titolo originale: Darby O’Gill and the Little People

Anno: 1959

Regia: Robert Stevenson

Interpreti: Albert Sharpe, Janet Munro, Jimmy O’Dea, Estelle Winwood, Sean Connery

Dove trovarlo: Disney Plus

Darby O’Gill (Albert Sharpe) è un simpatico vecchietto irlandese che passa le sue giornate al pub a raccontare storie su delle piccole creature magiche, i Leprecauni (che nella traduzione italiana sono divenuti “folletti”), di cui gli è anche capitato di incontrare il dispettoso sovrano Brian (Jimmy O’Dea), che lo ha ingannato ed è fuggito. Ora però Darby ha davvero bisogno di vedere esauditi i suoi tre desideri, perché il padrone della tenuta lo vuole licenziare per sostituirlo con un aitante giovanotto, Michael McBride (un giovanissimo Sean Connery), mentre la sua bellissima figlia Katie (Janet Munro) non vuole saperne di trovar marito…

Non avendo mai visto questo film l’ho iniziato aspettandomi qualcosa di simile a La Gnomo-Mobile, lungometraggio Disney diretto sempre da Robert Stevenson (il regista di capolavori come Mary Poppins e Pomi d’Ottone e Manici di Scopa) che purtroppo non è disponibile su Disney Plus. La Gnomo-Mobile, girato pochi anni dopo Darby O’Gill e il Re dei Folletti, ha come protagonisti i due bambini di Mary Poppins, Karen Dotrice e Matthew Garber, che trovano per caso due gnomi nel bosco e insieme al nonno li aiutano a trovare altri gnomi (e soprattutto gnome) per non essere più soli: si tratta di un classico film Disney con canzoni, scene divertenti, buoni sentimenti e lieto fine. Lo stesso si può dire di Darby O’Gill, che presenta le stesse caratteristiche, mescolate però con elementi più adulti: il risultato è Un Uomo Tranquillo (celebre film con John Wayne e Maureen O’Hara) in salsa Disney, una miscela davvero speciale che personalmente ho trovato divertentissima. Non molto adatto ai bambini, che si divertiranno sicuramente con la splendida scena dell’incursione di Darby nel regno dei Leprecauni ma troveranno il resto noioso oppure spaventoso (la banshee urlatrice che annuncia la morte imminente, il carro funebre del mietitore senza testa…). Per un adulto invece è un vero gioiellino. La trama non presenta grandi sorprese e il lieto fine è telefonato dall’inizio, ma gli inganni di Re Brian, il corteggiamento di Michael alla ritrosa Katie e la scazzottata finale nel pub (proprio come quella epica di Un Uomo Tranquillo) garantiscono un simpaticissimo intrattenimento. Gli effetti speciali dell’epoca funzionano ancora nel mostrare nella stessa inquadratura le piccole creature e gli esseri umani, e ancora meglio con la spaventosa banshee e l’inquietante carro della morte. Sean Connery, qui agli inizi della sua carriera, offre una bellissima interpretazione del giovane tosto ma innamorato e canta con Janet Munro la canzone Pretty Irish Girl. Simpaticissima anche Estelle Winwood (l’infermiera di Elsa Lanchester in Invito a Cena con Delitto) nei panni della vecchia pettegola maneggiona del paese. La Disney impostò la campagna pubblicitaria per il film sull’idea che i Leprecauni fossero veri, tanto che dopo i titoli di testa compare un ringraziamento di Walt Disney a Re Brian per la sua collaborazione. Consiglio a tutti la visione di Darby O’Gill e il Re dei Folletti, anche perché in passato proprio questo film ha dato collateralmente il via ad una delle saghe cinematografiche più longeve e amate di sempre. Infatti il produttore Albert R. Broccoli volle vedere Darby O’Gill al cinema per valutare se il giovane protagonista fosse adatto per il grande progetto cui lui e Harry Saltzman stavano per dare inizio…

Voto: 4 Muffin