Il Potere del Cane

Titolo originale: Power of the Dog

Anno: 2021

Regia: Jane Campion

Interpreti: Benedict Cumberbatch, Kirsten Dunst, Jesse Plemons, Kodi Smit-McPhee

Dove trovarlo: Netflix

Phil Burbank (Benedict Cumberbatch) è un cowboy esperto, cinico e misantropo, che non riesce ad accettare nella sua casa e nella sua vita la nuova moglie del fratello, Rose (Kirsten Dunst) e il figlio adoloscente di lei Peter (Kodi Smit-McPhee) e fa di tutto per impedire loro di sentirsi a casa. Le cose però cambiano quando Phil inizia ad affezionarsi al giovane Peter e  a stringere con lui un rapporto più profondo.

Questo film è stato candidato nel 2022 a ben 12 premi Oscar e al concorso la regista Jane Campion ha vinto la statuetta per la miglior regia. E infatti questo acclamatissimo film targato  Netflix ha nella sua veste formale il suo più grande punto di forza: ogni singolo fotogramma potrebbe diventare un dipinto da quanto è ben curato in ogni aspetto e anche per questo la visione è un piacere per gli occhi; la colonna sonora di Jonny Greenwood accompagna magistralmente questa sinfonia di colori e sfumature dei paesaggi del Montana, dove il film è stato girato. 

Il punto debole invece è la sceneggiatura, curata dalla stessa Campion (che per la sceneggiatura originale di Lezioni di Piano aveva vinto l’Oscar nel 1993) a partire dal romanzo di Thomas Savage, che ho avuto il piacere di leggere e da cui il film non si discosta mai troppo, se non, ed ecco il suo grande difetto, per voler rimarcare e sottolineare in modo ridondante e didascalico la sfaccettature del personaggio di Phil Burbank, il protagonista, che la regista stessa definisce “un grande personaggio della letteratura americana”.

Le contraddizioni di questo cowboy burbero e misantropo, per cui l’amore è un qualcosa di impossibile perché confinato al passato e al segreto, vengono strillate in faccia allo spettatore anziché essere suggerite con delicatezza come avviene nel romanzo. Dove Savage dipinge a piccole pennellate (con la sensibilità di chi ha vissuto sulla sua pelle l’esperienza di essere un omosessuale in una società dominata dalla mascolinità rude e violenta) Jane Campion usa invece il rullo per comunicare al lettore il disagio e le contraddizioni del suo protagonista, arrivando ad una rappresentazione eccessivamente compiaciuta (il nascondiglio segreto zeppo di fotografie di corpi maschili) e didascalica (nel suo modo di inquadrare Benedict Cumberbatch incorniciato da elementi architettonici come John Ford faceva con il suo John Wayne, a marcare per contrasto la differenza tra quello che Phil sente di dover essere e ciò che invece prova) che rende più difficile l’empatia verso questo personaggio così complesso.

John Wayne in Sentieri Selvaggi e Benedict Cumberbatch in Power of the Dog

Anche il rapporto con il giovane Peter viene raccontato un po’ troppo frettolosamente nella sua evoluzione, togliendo allo spettatore la possibilità di seguirne mano a mano gli sviluppi e, forse, anche la sorpresa del finale, che nel libro arrivava davvero inaspettato e forse nel film no.

Sono comunque da lodare, oltre agli aspetti formali, tutte le interpretazioni: oltre a Benedict Cumberbatch che si destreggia tra sottrazione ed eccessi, anche Kirsten Dunst (sempre splendida) e Jesse Plemons danno il loro meglio nei panni di personaggi un po’ sacrificati dalla sceneggiatura che li lascia troppo sullo sfondo; il giovane Kodi Smit-McPhee recita molto bene il ruolo di Peter, l’unico oltre a Phil che abbia un po’ di spazio per dispiegarsi, anche se le battute che gli vengono assegnate spesso sono funzionali allo sviluppo della trama ma non al personaggio.

Una visione in ogni caso interessante, nel solco dei western atipici, introspettivi e ibridati con altri generi (come I Segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee ma soprattutto I Fratelli Sisters di Jacques Audiard), ma consiglio sentitamente di leggere il romanzo prima di vedere il film, che è disponibile su Netflix insieme a un Dietro le quinte di mezz’ora che poteva essere molto più interessante se non si fosse limitato ad un’intervista generica alla regista.

Voto: 3 Muffin 

Bridgerton 2

Caro Lettore,

la prima stagione della serie Netflix Bridgerton era stata un autentico guilty pleasure che ci aveva intrattenuti piacevolmente tra abiti dai colori sgargianti, gossip, crinoline e amori contrastati, senza darsi pensiero per l’originalità degli intrecci, lo spessore dei personaggi o l’accuratezza storica.

Cosa è dunque cambiato in questa seconda stagione?

La serie si apre con alcuni deliziosi ammiccamenti per il pubblico, giocando sul parallelismo tra la stagione della serie alla stagione della buona società londinese: in entrambi i casi, durante la pausa estiva, l’assenza della voce di Lady Whistledown (la cui voce in lingua originale è quella di Julie Andrews), la misteriosa autrice dei pamphlet di pettegolezzi più amati e temuti di Londra, è stata profondamente sentita.

Nella prima stagione avevamo seguito la combattuta storia d’amore tra Daphne Bridgerton (Phoebe Dynevor) e il duca di Hastings (Regè-Jean Paige, che in questa seconda stagione non appare neppure in un cameo, impegnato, si vocifera, ad allenarsi a reggere tre Vodka-Martini e camminare ancora dritto). In questi nuovi 6 episodi targati Shondaland (la casa di produzione della showrunner Shonda Rhimes) e tratti anch’essi dai romanzi di Julia Quinn, al centro degli eventi troviamo invece Anthony (Jonathan Bailey), il primogenito dell’agiata famiglia Bridgerton (seguito, in ordine anagrafico e alfabetico, da Benedict, Colin, Daphne, Eloise, Francesca, Gregory e Hyacinth), combattuto tra il dovere di scegliere una sposa adeguata e i desideri del cuore.

Ancora una volta veniamo trasportati in un mondo irreale di gonne vaporose, balli composti, clichè romantici e musiche suadenti (imprevedibilmente piacevoli i riarrangiamenti musicali di alcuni successi pop come Material Girl e Wrecking Ball).

E ancora una volta, e questa è la nota più dolente, la regina d’Inghilterra (Golda Rosheuvel) viene sfruttata come deus ex machina per ogni inghippo della trama che gli sceneggiatori non sono in grado di dipanare, intervenendo senza il minimo criterio di coerenza nelle sue motivazioni (non che a una regina sia necessariamente richiesto, ma almeno un abbozzo di profilo psicologico definito sarebbe comunque apprezzato) per benedire o deprecare coppie, distruggere o salvare reputazioni eccetera.

Ma allora cosa distingue, alla fine, questa seconda stagione dalla prima?

Il successo della prima stagione ha garantito un budget sufficiente per la CGI, che è stata utilizzata per creare, pensate, un’ape. Mi domando se non ci fosse un altro modo per mostrare con maggior realismo questo insetto che con la sua puntura provoca la prima volta grande disperazione e la seconda consapevolezza di un sentimento represso ed è quindi funzionale alla trama. Ma non è certo per gli effetti speciali che si inzia a seguire una serie come Bridgerton…

L’assenza del personaggio del duca di Hastings ha creato un grosso buco narrativo, in quanto i suoi addominali scolpiti costituivano un buon 65% della trama della prima stagione. 

Se questo non ti disturba, caro lettore, gettati nella visione a capofitto.

Se invece sei alla ricerca di una ricostruzione storica inappuntabile, interpretazioni eccellenti, personaggi ben costruiti e dialoghi impeccabili, allora quest’autrice ti consiglia di rifuggire Bridgerton in favore di Downton Abbey, per gustare tutto il vero fascino della cara vecchia Inghilterra.

Y – Goodbye Little Yellow Bird

So bene di aver già parlato diverse volte in questo blog di Angela Lansbury, di Agatha Christie e di film gialli, ma poichè oggi Cinemuffin compie 2 anni ritengo giusto festeggiare parlando di qualcosa che mi sta molto a cuore, e naturalmente con una montagna di muffin al cioccolato.

La mia sfrenata passione per i misteri, le indagini e i delitti trova le sue radici nei primissimi anni della mia infanzia. In casa mia si guardava sempre La Signora in Giallo, il telefilm degli anni ’80 e ’90 in cui la scrittrice del Maine Jessica Fletcher, interpretata dalla megagalattica Angela Lansbury, risolveva uno o più omicidi in ogni puntata. All’epoca credevo ancora che tutto ciò che vedevo in televisione fosse reale, e mi stupivo del fatto che, per realizzare quella trasmissione, dovessero ammazzare quantomeno una persona per puntata. Murder She Wrote è ancora oggi un classico imprescindibile in casa mia (il mio figlio più piccolo lo chiama “La Signora Gialla”), nonostante io conosca ormai ogni puntata a memoria provo un gran gusto nel rivederle e trovo sempre qualche nuova chicca, ad esempio la partecipazione di qualche attore famoso (come Leslie Nielsen, James Coburn, George Clooney, Neil Patrick Harris, Brian Cranston, Ricardo Montalban….) che prima non conoscevo (o non era famoso) o qualche riferimento che in passato non avevo saputo cogliere. Per fare un esempio, in una puntata Jessica Fletcher si reca a teatro a vedere uno spettacolo di Steven Sondheim, celebre autore di musical per il quale Angela Lansbury aveva interpretato Mrs. Lovett nella rappresentazione teatrale del suo Sweeney Todd (nel ruolo che poi sarà di Helena Bonham Carter nella versione cinematografica di Tim Burton). Tutto questo ovviamente non mi aveva detto nulla finchè ero piccola, ma poi, quando mi sono appassionata ai musical, mi sono procurata quella versione teatrale di Sweeney Todd, ben sapendo che Angela Lansbury, oltre che una grande attrice, è anche una talentuosissima cantante. La sua Tale as Old as Time, dal film Disney La Bella e la Bestia, in cui dava la voce alla teiera Mrs. Brick, è da sempre uno dei classici dei miei cd home made. Poi le canzoni di Pomi d’Ottone e Manici di Scopa, interpretato sempre da lei. E anche nella Signora in Giallo in alcune occasioni avevo sentito Angela cantare, di solito quando, anziché Jessica Fletcher, interpretava la cugina irlandese Emma, che di mestiere appunto cantava in teatro canzonette orecchiabili come la squisita Goodbye Little Yellow Bird. Insomma, come si capisce Angela Lansbury/Jessica Fletcher è sempre stata una figura iconica per me, l’incarnazione di ciò che avrei voluto diventare da grande: una famosa scrittrice di gialli che con la sua intelligenza contribuisce a sgominare il crimine anche nella realtà. Fu credo più che naturale che io, da adolescente, mi appassionassi ai gialli di Agatha Christie. Lessi anche altri autori, naturalmente, ma nessuno mi dava la stessa soddisfazione. Odiavo Conan Doyle, per esempio, perchè nei gialli di Sherlock Holmes non è mai possibile indovinare il colpevole, mentre in quelli della Christie ci riuscivo (quasi) sempre. Questa grande passione per i gialli sfociò naturalmente anche nell’amore per le parodie cinematografiche dello stesso genere, e ne trovai due particolarmente ben fatte: Invito a Cena con Delitto, del 1976, con David Niven, Maggie Smith, Peter Falk, Peter Sellers, Eileen Brennan, Elsa Lanchester e Truman Capote, e Signori il Delitto è Servito del 1985, con Tim Curry, Christopher Lloyd, Madeline Kahn, Leslie Ann Warren e Eileen Brennan (sì, la stessa attrice in entrambi i film). Ho elencato il cast delle due pellicole per far capire come, già solo da questo, una cinefila come me potesse andare in brodo di giuggiole. I film erano entrambi esilaranti, e li condivisi (a ripetizione) con gli amici, finchè divennero classici del gruppo, citati in continuazione e sviscerati in ogni loro aspetto. Tra i due ci colpiva di più Signori il Delitto è Servito, in originale Clue, ispirato al famoso gioco da tavolo Cluedo, perchè qui la soluzione finale del delitto (nelle sue diverse versioni, per di più) aveva un senso. Iniziai quindi a domandarmi: e se lo organizzassi io un gioco con un delitto da risolvere? Le escape room e le cene con delitto che fioriscono oggi non esistevano ancora, perciò dovetti fare tutto da me. Ci riflettei molto a lungo, poi elaborai una formula e proposi l’idea ai miei amici, che ne furono entusiasti. Era deciso: avremmo fatto un Murder Poo (espressione del film Invito a cena con delitto, che in italiano era diventata “Assassino Party”)! Il giorno di Halloween ci facemmo accompagnare (eravamo ancora tutti minorenni) nella casa di campagna della mia famiglia, che per l’occasione era tutta per noi. Avevo assegnato anticipatamente i personaggi, in modo che ciascuno potesse prepararsi il costume: io ero la cameriera, poi c’erano il cuoco, il maggiordomo, il cugino debosciato, la governante, il giardiniere e l’amica di nobile famiglia. Tutti i personaggi, di cui avevo già scritto la storia, avevano un movente per l’assassinio del ricco e tiranno padrone di casa. A questo punto avremmo estratto a sorte i ruoli di assassino e di complice (dunque anche io, che avevo organizzato il tutto, potevo partecipare, ma non solo, potevo anche essere l’assassina!). Ciascuno doveva avere con sé un’arma, utilizzata per il delitto e utilizzabile, in caso di necessità, anche per altri omicidi) e un oggetto peculiare che doveva essere lasciato sul luogo del delitto. Spettava all’abilità dei giocatori, tutti investigatori tranne assassino e complice, trovare il legame tra l’oggetto e il colpevole. Regole molto semplici, tutto dipendeva ora dalla nostra interpretazione e dalla nostra sagacia. Il gioco fu divertentissimo, assassino e complice stavano decisamente facendola franca ma purtroppo il cadavere del giardiniere, che avevano dovuto togliere di mezzo per non essere smascherati, si rivelò inopportunamente loquace… ciononostante fu un’esperienza meravigliosa, di cui ancora oggi parliamo con piacere e che resta unica, perchè non siamo mai riusciti a ripeterla. Ho organizzato successivamente altre cacce all’assassino o cacce al tesoro, ma nessuna è stata un’immersione così totale e completa, da parte di tutti i partecipanti, in quel mondo di delitti raffinati e garbati che è il mio.

X – Dieci Piccoli Indiani

Quando avevo circa dodici anni ero una lettrice insaziabile e Mamma Verdurin ebbe l’idea di placare il mio appetito introducendomi ad una scrittrice inglese di libri gialli: Agatha Christie. Nacque immediatamente una grande passione che mi portò a leggere, se non tutti, la maggior parte dei suoi libri, compresa la sua corposa autobiografia, e successivamente, neanche a dirlo, a vedere tutti i film che ne erano stati tratti e che continuano ancora oggi a vedere la luce, con risultati, come ho già scritto, non proprio soddisfacenti.

Come facevo sempre, cercai di trasmettere il mio nuovo innamoramento letterario alla mia migliore amica, anche lei come me avidissima lettrice e cinefila.

Si instaurò quindi una fruizione di Agatha Christie a cappella: io, che li avevo già quasi tutti a casa, leggevo un libro, e subito dopo lo passavo a lei.

Arrivò naturalmente il turno del capolavoro Dieci Piccoli Indiani, la cui trama è nota: dieci sconosciuti, accettano un invito misterioso e si ritrovano a trascorrere un weekend in una villa isolata, ospiti di una persona la cui identità rimane segreta.

L’atmosfera presto si trasforma da bizzarra a inquietante: gli ospiti iniziano a morire uno dopo l’altro, e come se non bastasse le modalità dei delitti paiono ispirate da una vecchia filastrocca per bambini, in cui dieci piccoli indiani muoiono uno dopo l’altro finchè non ne rimane più nessuno. Se l’assassino non verrà trovato al più presto i dieci sconosciuti sembrano destinati alla stessa sorte…

In questi giorni mi aspetto, d aun momento all’altro, di scoprire che si sta preparando un nuovo film tratto da questo libro, in cui Kenneth Branagh interpretarà tutti e dieci i personaggi

Un giorno ricevetti dalla mia amica una telefonata a dir poco disperata: 

“Ho appena iniziato a leggere Dieci Piccoli Indiani!!”

“Bello, vero?”

“Tu non capisci, ho fatto una cosa terribile: per sbaglio ho guardato l’ultima pagina e ho letto la firma in calce alla lettera finale! Ora so chi è l’assassino e non mi potrò più godere il resto del libro!”

“…”

“Non dici niente?? Mi sono rovinata il libro!!”

“Ma no, guarda, non ti preoccupare! Alla fine del libro ci sono tante lettere diverse, ogni personaggio ne ha scritta una! Non è affatto detto che quella che hai visto tu sia quella dell’assassino!”

“Davvero? Oh, meno male! Grazie, ora posso andare avanti a leggere! Che sollievo!”

Pochissimo tempo dopo il telefono suonò ancora:

“Ciao, ho finito il libro…”

“Di già? Bellissimo vero?”

“Sì, e ti volevo ringraziare cara. Alla fine c’è una sola lettera, quella dell’assassino…”

“Già…”

“Non so come ringraziarti per esserti inventata che ogni personaggio ne aveva scritta una, così mi sono goduta il libro lo stesso. Sei una vera amica.”

“Tu per me avresti fatto lo stesso”

“Ho qui la videocassetta del film, ora che tutte e due abbiamo letto il libro, quando lo vediamo?”

“Arrivo!”

Oggi su Amazon Prime si può trovare il film Dieci Piccoli Indiani (in originale And Then There Were None) di René Clair che funziona molto bene per atmosfere, interpreti e regia. Consiglio, se possibile, di vederlo in lingua originale, perchè il doppiaggio italiano non è molto convincente.

E mi raccomando: leggete prima il libro! Ma senza sbirciare l’ultima pagina… 😉

The Tender Bar

Titolo originale: The Tender Bar

Anno: 2021

Regia: George Clooney

Interpreti: Tye Sheridan, Ben Affleck, Christopher Lloyd

Dove trovarlo: Amazon Prime

Il film The Tender Bar è tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di J.R. Moehringer, scrittore e giornalista americano che in questo suo primo libro, edito in Italia nel 2007 con il titolo Il Bar delle Grandi Speranze, racconta della sua infanzia e giovinezza e del suo rapporto con lo zio Charlie (Ben Affleck), fratello della madre e gestore del bar The Dickens che, assumendo in parte le funzioni di figura paterna, sostiene il nipote nella sua ambizione di diventare uno scrittore.

Dopo il deludente film di fantascienza Midnight Sky, George Clooney torna alla regia con questo film dal titolo adorabile (un gioco di parole intraducibile tra “bartender”, barista, e “tender bar”, bar tenero) che aveva le potenzialità per essere davvero carino, potenzialità che purtroppo non sono state sfruttate appieno. Il regista sceglie infatti di adottare molti clichè del cinema americano, puntando al risultato sicuro più che all’originalità: inizio e fine del film speculari con il protagonista in auto verso un futuro incerto, voce narrante fuori campo (che non sembra mai sicura del tono che vuole adottare), colonna sonora accattivante ma che non osa mai troppo. Il personaggio protagonista, JR, che seguiamo nel suo percorso di formazione da bambino a neolaureato, è piuttosto repulsivo per il suo egocentrismo, e la scelta di adottare esclusivamente il suo punto di vista relega purtroppo tutti gli altri personaggi a mere funzioni della sua evoluzione personale, negando loro lo spazio sufficiente per mostrare caratteri e sfaccettature. Le zie, la nonna e le cugine non sono che comparse; il nonno, interpretato da Christopher Lloyd, ottiene appena una scena in cui brillare; il padre è fin troppo prevedibile anche nella sua assenza; il migliore amico e compagno di college Wesley sembra non avere né un carattere né una vita ma esistere solo allo scopo di dare consigli a JR e ascoltarne le elucubrazioni. Da questo ingombrante one-man show si salvano giusto la madre (interpretata da Lily Rabe), personaggio non troppo approfondito e piuttosto stereotipato ma quanto meno presente, e lo zio Charlie, molto ben interpretato da Ben Affleck e vero cuore pulsante del film: è sufficiente vedere la montagna di libri che tiene nell’armadio o dietro il bancone del bar per affezionarsi a questo zio un po’ scapestrato ma fiducioso e tenero (come il suo bar).

Guardate con attenzione le immagini durante i titoli di coda (non dopo i titoli, anche se in questo film sono coinvolti ben due Batman non è un film di supereroi) perchè riempiono un’ellissi narrativa precedente e danno un senso alla presenza degli amici del bar e al regalo finale dello zio Charlie.

Ho seguito a lungo la carriera di George Clooney e sono certa che un giorno dirigerà davvero un ottimo film, ma per quanto riguarda The Tender Bar ci fermiamo alla sufficienza.

Voto: 2 Muffin alla Nutella

Ben Affleck, Tye Sheridan, Daniel Ranieri, George Clooney e Christopher Lloyd

Omicidio all’italiana

Anno: 2017

Regia: Maccio Capatonda

Interpreti: Maccio Capatonda, Luigi Luciano, Sabrina Ferilli, Nino Frassica

Dove trovarlo: Netflix

Il sindaco di Acitrullo Piero Peluria (Maccio Capatonda) ce la mette tutta per portare la modernità e il turismo nel suo minuscolo paesino di appena sedici abitanti, ma nonostante il sostegno economico della sua mecenate, la ricca contessa Ugalda Martirio, ogni sua bizzarra iniziativa fallisce. Quando però Piero si imbatte nel cadavere della contessa, morta soffocata da un babbacchione (il dolce tipico di Acitrullo), decide di inscenare un omicidio per portare il suo paese sotto i riflettori. E infatti subito arrivano i giornalisti, capeggiati dalla bella conduttrice tv Donatella Spruzzone (Sabrina Ferilli) per speculare sulla morte della contessa.

Grazie a quel blasonato cadavere, Acitrullo diventa famoso e viene preso d’assalto dai turisti appassionati di disgrazie. Ma Piero sa che il sogno svanirebbe immediatamente se si scoprisse che l’omicidio è un imbroglio e deve darsi da fare per tenere nascosta la verità.

Forse l’umorismo di Maccio Capatonda, qui regista e attore in due diversi ruoli (quello del protagonista Piero Peluria e quello del politico ignorante e trafficone Filippo Bello), non è adatto a tutti, ma io l’ho sempre trovato esilarante. In Omicidio all’Italiana Capatonda si circonda dello stesso gruppo di attori che lo hanno accompagnato negli anni nei suoi film e sketch (Herbert Ballerina, Ivo Avido) e dà vita a una riflessione non originale ma molto acuta sulla risonanza mediatica dei crimini più efferati nel nostro Paese, portando avanti come sempre la parodia dell’italiano medio e delle sue contraddizioni. L’umorismo di Capatonda non è mai troppo volgare nè scontato, ma è sempre sorprendente per come disattende le aspettative dello spettatore. Il rischio di perdere mordente in un minutaggio più consistente rispetto ai trailer o alle scenette di pochi minuti viene scongiurato grazie alla partecipazione di molti coloriti personaggi, alcuni dei quali interpretati da volti ben noti del cinema e della tv (Sabrina Ferilli, Nino Frassica) che si rendono volentieri complici di questa simpatica e riuscita operazione cinematografica.

Da vedere rigorosamente accompagnato da babbacchioni e amaraccio, il liquore tipico di Acitrullo.

Da non perdere per chi ama la comicità di Maccio Capatonda e vuole trascorrere una serata senza pensieri. Attenzione però: è un filMaccio!

W – Oscar Wilde

W – Oscar Wilde

Ho sempre amato moltissimo Oscar Wilde, fin da piccola, quando avevo una videocassetta con una versione animata della suo Principe Felice: mi faceva piangere tutte le volte, eppure la riguardavo all’infinito e la trovavo piena di saggezza. Poi naturalmente lo studiai a scuola, e avrei tanto voluto fare su di lui la tesina della maturità. Peccato che lo facessero già una manciata di miei compagni, per cui, siccome detesto non apparire originale, dovetti farmi venire un’altra idea (della quale parlerò in un altro momento). Naturalmente amavo tutti i suoi divertenti ma al contempo sagaci aforismi e apprezzavo The Picture of Dorian Gray, ma il mio cuore batteva per altre cose: The Importance of Being Earnest, che è tutt’oggi la sua opera che amo di più, e le Short Stories, di cui The Happy Prince fa parte (mentre The Canterville Ghost è tutt’oggi una delle storie della buonanotte per i miei bambini, anche se ho dovuto per forza di cose intervenire con un finale leggermente meno traumatizzante). In sintesi, la sua opera più divertente e quella più triste (eccezion fatta per il De Profundis, il poema scritto dopo aver scontato la condanna ai lavori forzati, che mi ha talmente emozionata da non riuscire a leggerla fino in fondo). E proprio riflettendo su questo paradosso ho capito una cosa importante sui miei gusti letterari e cinematografici: un’opera, per conquistarmi completamente, deve riuscire a farmi ridere di gusto e poi piangere intensamente. Come Moulin Rouge. In gioventù fortunatamente ero circondata da un fantastico gruppo di amici, e con alcuni di loro condividevo questo grande amore per Oscar Wilde. Per far capire la misura di questo attaccamento, dirò solo che, quando giocavamo al gioco dei mimi, utilizzavamo solo tre segni condivisi e sempre uguali: “Uomo”, “Donna” e “Oscar Wilde”, tanto sovente lo scrittore compariva nei nostri indovinelli. Anche i miei compagni di scuola, con i quali raramente condividevo degli interessi, apprezzavano Oscar Wilde, se non altro per la sua vena divertente e per il fatto che nel suo unico romanzo spiegava come si potesse all’occorrenza far sparire un cadavere sciogliendolo con determinate sostanze chimiche. Perciò non si opposero quando convinsi la professoressa di inglese dell’assoluta necessità non solo di leggere per intero The Importance of Being Earnest, ma anche di guardare in seguito il film che Oliver Parker ne aveva (molto fedelmente) tratto. Non ho molti bei ricordi legati alla scuola superiore, ma il momento in cui, dopo aver visto il film tutti insieme a scuola, i miei compagni iniziarono a cantare insieme a Rupert Everett e Colin Firth Lady Come Down è senza dubbio uno di quelli.

La Furia di un Uomo

Titolo originale: Wrath of Man

Anno: 2021

Regia: Guy Ritchie

Interpreti: Jason Statham, Holt McCallany, Josh Hartnett, Scott Eastwood, Andy Garcia, Eddie Marsan, Jeffrey Donovan

Dove trovarlo: Amazon Prime

Una compagnia privata di trasporti valori assume un uomo schivo e silenzioso, che si fa chiamare semplicemente H (Jason Statham), come autista dei suoi furgoni: il manager non nasconde al nuovo assunto che il lavoro è pericoloso e che due suoi colleghi hanno recentemente persona la vita in una rapina. Ma sembra non ci sia nulla in grado di scuotere l’imperturbabilità di H, e quando dei rapinatori si presentano durante il suo turno lui li mette tutti fuori gioco senza alcuna difficoltà, diventando l’eroe del giorno. Ma ben presto capiamo che H non è un tipo qualsiasi, che non ha scelto quel lavoro per caso e che ha in mente un piano di cui non è facile comprendere lo scopo…

La scena che precede i titoli di testa è quella che meglio ci fa gustare l’innegabile talento del regista Guy Ritchie, da sempre a suo agio tra rapine e sparatorie: si tratta infatti di una rapina che viene ripresa interamente da una camera fissa nell’angolo posteriore di un furgone portavalori, ma nonostante questa angolazione apparentemente infelice lo spettatore riesce a percepire ogni dettaglio e si sente da subito immerso nella vicenda.

Proseguendo con la visione però ci si rende conto di non essere di fronte al miglior Guy Ritchie, in quanto il suo grande umorismo, che personalmente tanto amo, è del tutto assente dal film. Non ha senso però incolpare di questo il protagonista Jason Statham, che in altri film d’azione (la serie The Expandables) anche dello stesso regista (come la sua pellicola d’esordio Lock&Stock) ha dimostrato di saper padroneggiare anche i registri comici, pur senza cambiare mai una volta espressione. Il tono serioso del film è invece una scelta del regista: Wrath of Man resta comunque un bel film d’azione con molti personaggi ben costruiti e molti bravi attori in gioco (Andy Garcia, Scott Eastwood, Josh Hartnett, Jeffrey Donovan, Eddie Marsan e molti altri). La sua pecca più grande è quella di illudere lo spettatore che esistano dinamiche sotterranee che muovono i personaggi (soprattutto il poliziotto di Andy Garcia, il cui sostegno per H non viene mai motivato) ma che in realtà non ci sono. Al termine quindi resta dell’amaro in bocca, come se fossero stati fatti dei tagli o dei cambiamenti arbitrari di sceneggiatura in corso d’opera. In definitiva, La Furia dell’Uomo è un buon film d’azione per passare una serata senza pensieri, ma per chi come me preferisce farsi anche due risate tra uno sparo e un cazzotto consiglio altri film di Guy Ritchie, in particolare Lock&Stock-Pazzi Scatenati e il mio prediletto Operazione U.N.C.L.E.

Voto: 2 Muffin

L’Uomo dalla Pistola d’Oro

Dopo il grande successo del primo film in cui l’agente segreto britannico James Bond è interpretato da Roger Moore, Vivi e Lascia Morire, la United Artists chiede ai produttori Harry Saltzman e Albert “Cubby” Broccoli di girare immediatamente un altro film di 007.

E i due pigmalioni non si fanno certo trovare impreparati: avevano già da anni messo gli occhi sull’ultimo romanzo scritto da Ian Fleming, L’Uomo dalla Pistola d’Oro, ma la situazione politica internazionale aveva reso impossibile girare in tutte le location prescelte: Iran, Beirut e Vietnam. Il romanzo di Fleming in realtà è ambientato in Giamaica, ma siccome lì è stato appena girato Live and Let Die l’attenzione dei produttori si concentra invece sulla Thailandia e su Hong Kong, scelte come location principali di The Man with the Golden Gun.

Per adattare la trama del romanzo a questi luoghi viene subito chiamato Tom Mankiewicz, già sceneggiatore di Una Cascata di Diamanti e Vivi e Lascia Morire, che però, dopo aver elaborato una prima stesura, abbandona il ruolo, afflitto da problemi di salute e convinto di non star dando il proprio meglio, salvo poi tornare per rivedere il copione scritto da Richard Maibaum, anche lui veterano di Bond (autore del copione di Licenza di Uccidere, Dalla Russia con Amore, Goldfinger, Thunderball, e Al Servizio Segreto di Sua Maestà).

Alla regia Saltzman e Broccoli vanno sul sicuro chiamando Guy Hamilton, reduce dal grandissimo successo di Vivi e Lascia Morire. Il regista ha già un’idea su dove collocare il nascondiglio del cattivo, il killer Francisco Scaramanga: su una minuscola isoletta al largo del villaggio ai Phuket, in Thailandia, che ha scoperto grazie a National Geographic. Quell’isola, ancora inesplorata nel 1973, è diventata oggi un’ambitissima meta turistica ed è conosciuta come “l’isola di Bond”. 

A interpretare il fascinoso agente segreto inglese ritorna Roger Moore; per interpretare il suo rivale, anche se Tom Mankiewicz avrebbe voluto Jack Palance, Guy Hamilton sceglie la leggenda Christopher Lee, all’epoca famosissimo per aver interpretato il Conte Dracula in ben cinque pellicole. Lee ha già recitato con Roger Moore in Ivanhoe e ha già lavorato per Broccoli, ma soprattutto è cugino di Ian Fleming, con il quale aveva militato nei servizi segreti durante la Seconda Guerra Mondiale e si incontrava spesso per giocare a golf. Lee conosce molto bene il libro e riesce a dare vita, come se fosse una cosa naturale, a un villain perfettamente bondiano nonché estremamente efficace, temibile ed affascinante. Il nome “Scaramanga” è stato scelto da Fleming perché un suo compagno di studi particolarmente antipatico di Eton si chiamava proprio così. 

Christopher Lee è Francisco Scaramanga

Christopher Lee, che parla fluentemente svariate lingue, sul set si diverte a parlare in svedese con le due bond girls Britt Eckland (che interpreta la spia Mary Goodnight e che, alcuni anni dopo, sposerà l’attore Peter Sellers) e Maud Adams (Andrea Anders, l’amante di Scaramanga; l’attrice viene scelta da Cubby Broccoli e da sua moglie Dana per il ruolo). Curiosità: prima dell’arrivo della Madeleine Swann di Lea Seydoux, Maud Adams è l’unica attrice a ricoprire due ruoli consistenti in due diversi film della saga di James Bond (anche Eunice Gayson e Martine Beswick erano apparse in due film di 007, ma in uno dei due avevano avuto un ruolo molto marginale). 

E se hanno dovuto attendere il 1983 e Octopussy per rivedere Maud, i fan di Bond non hanno dovuto attendere per rivedere Clifton James, che torna nei variopinti panni (l’attore ha acquistato personalmente le camicie hawaiane sfoggiate dal suo personaggio) dello sceriffo Pepper, già apparso in Vivi e Lascia Morire e che qui ritroviamo mentre è in vacanza con la moglie e si imbatte, ancora una volta, in James Bond.

Clifton James è di nuovo lo Sceriffo Pepper

Per il ruolo di Nick Nack, il solerte servitore di Scaramanga, viene scritturato Hervé Villechaize, pittore francese che, nonostante sia alto appena un metro e venti, si rivela da subito un gran seduttore e amante della bellezza femminile: sul set Hervé lascia fiori e disegni nei camerini delle attrici e sulla macchina da scrivere di Elaine Shreyeck, la segretaria di edizione.

Hervè Villechaize è Nick Nack

Completa il cast l’imprescindibile trio: Bernard Lee (M), Desmond Llewelyn (Q) e Lois Maxwell (Miss Moneypenny).

Come da tradizione, il film si apre con una scena che precede la sigla con i titoli di testa: in questo caso serve a presentarci il cattivo, Francisco Scaramanga, che vediamo accogliere sulla sua isola un collega assassino allo scopo di usarlo come bersaglio per la sua esercitazione. Nei panni del malcapitato killer c’è Marc Lawrence, che era già apparso in Una Cascata di Diamanti (nel ruolo di impresario funebre) e che, a detta di Roger Moore, “nella sua carriera ha interpretato più gangster di Humphrey Bogart”. Il regista è molto divertito dall’idea di portare un gangster di Chicago in Thailandia: Guy ama molto i gangster, fin da quando il suo maestro di catechismo a New York gli raccontava storie incredibili su Al Capone, di cui era stato vicino di casa a Chicago. Infatti, nel labirinto degli specchi di Scaramanga (progettato dallo scenografo Peter Murton, già aiutante di Ken Adam sul set di Goldfinger e Thunderball), troviamo proprio Capone tra i personaggi che, pur sembrando manichini, sono interpretati da attori in carne ed ossa: Ray Marion è Al Capone, lo stuntman Les Crawford il cowboy. Quella di Roger Moore invece è proprio una statua di cera, per quanto incredibilmente somigliante. Il set è studiato con grande cura in modo che la macchina da presa non compaia mai, ovunque la si posizioni per girare. Nella scena in cui Scaramanga scivola sulla rampa per arrivare alla sua pistola Christopher Lee è sostituito dallo stuntman Eddie Powell, che già aveva lavorato con lui in Dracula: Principe delle Tenebre nel 1966.

Con questa scena rocambolesca ci viene presentato un altro elemento fondamentale della storia: la pistola d’oro di Scaramanga, che è smontabile e spara proiettili d’oro massiccio. L’oggetto di scena viene realizzato a Londra da Peter Murton in tre versioni, di cui una costituita da oggetti di uso comune (un accendino, una penna…) placcata in oro e smontabile e una che premendo il grilletto emette una scintilla: nessuna versione in ogni caso può sparare. La pistola d’oro esercita un grandissimo fascino anche su Christopher Lee, che dopo aver superato la difficoltà di assemblare l’arma mentre recita e addirittura senza guardare ci si affeziona e insiste per poterla tenere ma non ottiene il permesso, se non per presenziare ad alcuni eventi promozionali. L’attore, nella sua autobiografia, racconta di come la pistola di scena gli sia stata confiscata alla dogana e sia stato costretto a presentarsi al Johnny Carson’s Show disarmato; un’altra volta, fuori da uno studio, una guardia gli grida di gettare l’arma puntandogliene addosso una vera; un’altra volta ancora, mentre si sta recando a un’intervista, Lee si imbatte nel regista Billy Wilder (che lo aveva diretto in Il Fratello più Furbo di Sherlock Holmes) che alza le mani e gli dice: “Non vorrai mica sparare a un vecchio ebreo?”

Chi sparerebbe a Billy Wilder?

I titoli di testa, accompagnati dalla canzone Man with the Golden Gun interpretata dalla cantante scozzese Lulu, vengono in parte proiettati sul corpo della splendida modella di Hong Kong Wei Wei Wong, che ritroveremo come cameriera nella scena ambientata al club Bottom’s Up. Come al solito la produzione del film di 007 si destreggia per evitare la censura e riesce a farla franca nonostante le parole allusive della sigla che descrivono Scaramanga: “He has a powerful weapon”. Un’altra scena in cui il rischio di incorrere nella censura è davvero elevato è quella in cui l’attrice svedese Maud Adams, che interpreta l’amante di Scaramanga, viene trovata da Bond mentre è sotto la doccia: in questo caso il pericolo viene evitato grazie all’utilizzo di un vetro opaco per la parete della doccia e una grande attenzione all’illuminazione e all’angolazione di ripresa.

Dopo i titoli di testa Hamilton inserisce la scena secondo lui più tediosa ma necessaria, la spiegazione fatta dal capo M riguardo la crisi energetica (argomento di forte attualità), per liquidarla e potersi così concentrare solamente sull’azione. A rendere la scena interessante arriva però il commento di Sir Roger Moore, che ricorda come, mentre girava la scena, il suo stomaco vuoto brontolasse rumorosamente; il regista allora ordina di portargli qualcosa da mangiare, ma i rimasugli di biscotto tra i denti peggiorano le cose: e tutto sotto lo sguardo truce dei dirigenti della United Artists!

La scena nel camerino della danzatrice del ventre Saida (interpretata da Carmen Sautoy) è stata in realtà girata per ultima: forse è per questo che la troupe, ormai spossata, ha commesso un errore: se osservate attentamente lo specchio durante la rissa (coreografata dal cowboy della casa degli specchi Les Crawford) ci vedrete chiaramente la macchina da presa e i tecnici riflessi!

Specchio riflesso!

La primissima scena (il 6 novembre 1973, appena cinque mesi dopo l’uscita di Vivi e Lascia Morire) girata invece è l’esterno del Queen Elizabeth, il relitto della nave britannica semiaffondata nel porto di Hong Kong, che sarebbe stato rimosso poco dopo: la troupe deve quindi fare in fretta a riprenderla, e al posto di Roger Moore, che non è ancora arrivato, viene impiegata la controfigura Mike Lovitt. L’interno della nave invece, dove l’MI6 ha installato un quartier generale, viene poi ripreso negli studi Pinewood di Londra insieme a tutti gli altri interni. Peter Murton deve utilizzare tutta la sua abilità per realizzare un set inclinato di 45 gradi (come è inclinata la nave) in cui però gli attori possano camminare in piano, così come lo ha immaginato il regista: lo scenografo studia un ingegnoso sistema di passerelle per muoversi sul set.

Nell’aprile del 1974 si inizia a fare sul serio: la troupe e il cast al completo vanno in Thailandia per girare le scene a Khow-Ping-Kan, l’isola di Scaramanga, che si trova al largo di Phuket. Broccoli, che cerca sempre di offrire il meglio a chi lavora per lui, cerca un alloggio per i suoi collaboratori, ma non è facile trovarlo in quel piccolo villaggio di pescatori: l’edificio più adatto allo scopo si rivela essere il bordello. Cubby manda in vacanza tutte le prostitute con un cospicuo indennizzo e con l’aiuto di Guy Hamilton trasforma il lupanare in un albergo (alla troupe e agli attori non verrà detta la verità sul loro alloggio però).

Ogni mattina tutti raggiungono l’isoletta con delle piccole imbarcazioni e, lungo il tragitto, devono fare attenzione ai pirati che bazzicano quelle acque. Le piccole barche poi fungono anche da camerini e da sala trucco. Nonostante la frugalità della sistemazione e dei mezzi di trasporto Christopher Lee è molto colpito dalla generosità di Broccoli: tutti i cibi e le bevande utilizzati per le riprese sono infatti autentici, compresi il caviale, le ostriche e lo champagne. Quando per la prima volta l’attore raggiunge la grotta che nel film sarà il nascondiglio del suo personaggio e viene accolto da un turbinio di pipistrelli in fuga, con la faccia seria e a sua voce profonda si rivolge a loro dicendo: “Non ora, Stanislav”, improvvisandosi ancora una volta Conte Dracula e facendo scoppiare a ridere tutti i presenti. Da bravo vampiro, Christopher Lee ha la pelle chiarissima e deve essere truccato ogni giorno per poter interpretare l’abbronzato Scaramanga; dopodichè, ogni sera, l’attore è costretto a trasportare dal furgone delle provviste secchi di acqua calda per potersi lavare. Ma non tutti sentono la fatica come lui: Hervé Villechaize trascorre le notti a Bangkok a fare baldoria e si presenta ogni mattina per le riprese stremato; deve inoltre recitare nei panni del maggiordomo Nick Nack indossando giacca e cravatta.

Nel frattempo a Guy Hamilton vengono consegnate le 200 scarpe per elefanti ordinate da Harry Saltzman per la scena della corsa dei pachidermi: peccato che il produttore non avesse prima letto il copione, in cui quella scena non esiste affatto! L’unico elefante presente nel film è quello che fruga nelle tasche dello sceriffo Pepper e poi lo spinge nel fiume: questa scena però non era nel copione, e quando il regista vede l’attore cadere in acqua si spaventa molto. Non c’è da scherzare con l’acqua dei canali di Bangkok: su tutti i copioni distribuiti a cast e troupe infatti è scritto non solo cosa fare in caso di morso di serpente ma anche di non entrare in contatto con l’acqua dei klongs (i canali) per evitare di contrarre infezioni e malattie. Quando infatti Roger Moore, nella scena dell’inseguimento in barca nei klongs, cade in acqua e sparisce per un po’ (per evitare di essere colpito dall’elica dell’imbarcazione) la sua preoccupazione una volta riemerso è quella di non bagnarsi le labbra con quell’acqua pestifera; anche al produttore Broccoli capita di cadere in acqua, ma la sua prima preoccupazione quando ne esce è quella di asciugare le numerose banconote che ha in tasca.

Dopo le ristrettezze di Phuket è una gioia per tutti il trasferimento a Hong Kong, dove finalmente Broccoli può viziare i suoi nel miglior hotel (il Peninsula, con Rolls Royce di servizio e valletto personale in ogni suite) e nei migliori ristoranti; Britt e Maud, che ormai hanno fatto amicizia, possono finalmente rilassarsi e fare shopping. Chi non può godersi questi lussi invece è il direttore della fotografia Ted Moore, che si ammala e deve essere sostituito da Ossie Morris (oscar per Il Violinista sul Tetto), inizialmente recalcitrante per via delle differenze di stile tra lui e Moore ma poi persuaso da Broccoli, che mette a sua disposizione tutti i mezzi ma gli impone la direttiva di non fare esperimenti con i filtri e l’illuminazione come suo solito (Morris utilizzava ogni tipo di materiale, dai collant alla vaselina, per ottenere una qualità inedita dell’immagine): nei film di Bond l’immagine deve essere sempre chiara e nitida!

Poiché riempire uno stadio di comparse sarebbe troppo costoso, per la scena dell’incontro tra Bond e Scaramanga la produzione organizza degli autentici incontri di lotta tra atleti affermati di Hong Kong: il pubblico che vediamo nel film è reale e anche spazientito per le lunghe pause tra un combattimento e l’altro, necessarie per organizzare le riprese. Per Maud Adams è molto difficile rimanere immobile senza respirare per tutta la scena, anche a causa del caldo soffocante.

Il primo giugno 1974 Guy Hamilton si appresta a girare le scena più incredibile del film: l’Astro Spiral Jump, il salto tra due rampe, al di sopra di un canale, con avvitamento dell’auto a 360 gradi. In quegli anni lo stunt show di Jay Milligan Jr., l’American Thrill Show, spopola negli Stati Uniti, mostrando al pubblico le sue rocambolesche acrobazie in auto al limite del possibile. Il pezzo forte dello show è appunto l’Astro Spiral Jump, che Broccoli e Hamilton vogliono nel film: questa acrobazia, ipotizzata per la prima volta dall’ingegnere Raymond McHenry, era stata resa possibile dallo studio meticoloso, anche tramite simulazioni al computer realizzate con lo stesso software utilizzato dalla polizia stradale per ricostruire le dinamiche degli incidenti. Per la riuscita dello Spiral Jump è indispensabile la precisione: il margine d’errore è di pochi millimetri. L’automobile prescelta, la Javelin della General Motors (molto difficile da trovare in Thailandia, per la verità) viene modificata per poter compiere l’impresa: il peso deve essere distribuito simmetricamente, perciò il volante viene spostato al centro del cruscotto; vengono poi montate ruote più resistenti, un sostegno per il radiatore, una gabbia di protezione per il pilota e una quinta ruota di acciaio inossidabile che evita l’interferenza del telaio con la rampa. La rampa ha un segmento retrattile, che si ritira quando l’auto spicca il salto per permettere all’auto di avere la stessa velocità nella parte anteriore e posteriore. Per guidare la Javelin viene scelto il pilota Lauren Willet detto “Bumps”, consapevole del rischio che sta correndo: se la rampa dovesse rompersi lui finirebbe in fondo al canale legato da cintura e imbracatura. Sul set, oltre a cinque macchine da presa, sono presenti diversi medici, un’ambulanza, un argano e dei sub pronti a ripescare l’auto dal canale. Nell’auto ci sono anche due fantocci dipinti di nero che rappresentano 007 e lo sceriffo Pepper. Il salto riesce al primo tentativo! Cubby stappa immediatamente lo champagne e promette un bonus a tutti. Guy Hamilton invece chiede a Bumps di rifare il salto, perché la ripresa,a  suo dire, è “troppo perfetta“. Lui risponde: “era la prima volta che lo facevo e non lo farò una seconda”. Jay Milligan, assunto da Broccoli come coordinatore stunt man del film, commenta: “Non c’è altra aspirazione nella vita dopo aver realizzato uno stunt in un film di 007”. L’unico che non sarà soddisfatto del suo contributo è John Barry, autore della colonna sonora, che tempo dopo ammetterà di essersi pentito di aver accompagnato questa eccezionale acrobazia con il suono buffo di uno zufolo.

Nessun effetto speciale qui!

Oltre al mozzafiato Spiral Jump, Milligan coordina anche la scena dell’inseguimento in auto, durante il quale guida personalmente l’auto che sfonda la vetrina del concessionario: quello che non sa è che il proprietario del negozio, emozionato all’idea delle riprese, aveva fatto passare la cera sul pavimento: La ruote slittano, partono scintille e si incendia uno pneumatico in esposizione!

Molte scene del film, per ridurre tempi e costi, vengano realizzate con dei modellini, realizzati e illuminati magistralmente da Derek Meddings per essere uguali ai set reali; vengono usati anche effetti ottici, per le nuvole e il raggio laser di Scaramanga per esempio (effetto ottico di Cliff Culley). Dove possibile, però, vengono utilizzati scenari e oggetti autentici a grandezza naturale, come per la fuga finale tra le esplosioni, che tanto disturbano Roger Moore (ecco perché, diversamente dal solito, lo vediamo correre velocemente) e che lasciano un’ustione sul fondoschiena di Britt Ekland.

 L’auto volante di Scaramanga esisteva davvero (prodotta dalla Goldbrick Bird) ma purtroppo il pilota era morto in un incidente, così John Stears ne realizza sia un modello a dimensioni reali che un modellino. Lo stesso accade per l’idrovolante, dato in prestito dal suo proprietario, il Colonnello Clare, a patto che lui possa pilotarlo nel film; Broccoli acconsente e il Colonnello arriva in volo dagli Stati Uniti… per poi finire in ospedale quando il suo idrovolante arriva troppo rapidamente sulla spiaggia! Le riprese, però, per Hamilton sono ok… Derek Meddings realizza poi un modellino dell’idrovolante da far esplodere.

La celebre scena del duello finale tra Bond e Scaramanga è più corta di com’era nel romanzo, dove il killer cerca di barare nascondendo un secondo proiettile nella cintura ma 007 lo costringe con l’astuzia ad utilizzarlo anzitempo. Anni più tardi, quando Christopher Lee torna sull’isola con la moglie e la trova piena di turisti, viene riconosciuto mentre rievoca quelle scene famosissime e deve fuggire.

Sia Christopher Lee che Roger Moore sono impegnatissimi sul set: mentre Lee guida personalmente l’auto nelle scene d’inseguimento, Roger Moore viene seguito da un maestro di karate per prepararsi alle sequenze di combattimento. D’altra parte, come spiega Hamilton: “Il successo della saga di Bond è dovuto al fatto che nessuno è pigro”. Ma c’è anche tempo per lo svago, quando le riprese si spostano nel casinò di Macao: Broccoli gira tra i tavoli distribuendo fiches a tutti per evitare che qualcuno resti al verde. Ma questo non è un problema per Roger Moore, che afferma di aver guadagnato più soldi al tavolo del blackjack che in cinque mesi di riprese. Oltre che fortunato, Roger Moore è anche molto spiritoso, e durante le riprese della scena in cui 007 incontra il fabbricante di armi Lazar si presenta così: “Sono Brooke Bond e faccio un ottimo tè”. Chissà se questa era tra le barzellette che lui e George Lazenby, diventato stand-up comedian, si scambiavano sempre via mail!

Alla sua uscita il film ha immediatamente un grande successo, tanto da diventare il primo film di 007 proiettato in Russia, dove Broccoli viene invitato ad una proiezione al termine della quale un funzionario russo gli dice: “Scaramanga è un personaggio interessante, anche se ha un addestramento inadeguato”.

Guy Hamilton tuttavia mette subito le mani avanti, affermando di aver esaurito, con i due film appena diretti, tutte le sue energie, e di non essere in grado di dirigere il successivo film di Bond, James Bond. A proposito, ricordate che l’autore dei romanzi Ian Fleming, al momento di scegliere il nome del suo protagonista, aveva optato per l’autore di un manuale di ornitologia che aveva in casa? Beh, è molto divertente sapere che James Bond, l’ornitologo, fece visita  a Fleming nella sua tenuta di Goldeneye mentre stava scrivendo proprio L’Uomo dalla Pistola d’Oro; in seguito Fleming gliene inviò una copia con la dedica: “Al vero James Bond dal ladro della sua identità, Ian Fleming”.

Una casa degli specchi, un’auto volante, un nano in una valigia, un killer amante del tabasco, una danzatrice del ventre e un elefante. E tutto in un solo film: che cosa potrebbe essere se non il nostro agente segreto britannico preferito, James Bond?

A presto con la prossima avventura, La Spia che mi Amava!

Labyrinthite

Ahimè, purtroppo nel mio caso non sto avendo a che fare con David Bowie e Jennifer Connelly ma con una fastidiosissima infezione (labirintite appunto) che mi sta dando orribili sintomi di sicuro non appropriati a una Madame.

Ecco perchè da un po’ di tempo purtroppo non riesco a pubblicare e a seguire i blog: mi manca moltissimo ma ancora stare davanti al pc purtroppo non mi è possibile.

Spero di tornare presto e di recuperare il tempo perduto!

A presto,

Madame Verdurin