Omicidio all’italiana

Anno: 2017

Regia: Maccio Capatonda

Interpreti: Maccio Capatonda, Luigi Luciano, Sabrina Ferilli, Nino Frassica

Dove trovarlo: Netflix

Il sindaco di Acitrullo Piero Peluria (Maccio Capatonda) ce la mette tutta per portare la modernità e il turismo nel suo minuscolo paesino di appena sedici abitanti, ma nonostante il sostegno economico della sua mecenate, la ricca contessa Ugalda Martirio, ogni sua bizzarra iniziativa fallisce. Quando però Piero si imbatte nel cadavere della contessa, morta soffocata da un babbacchione (il dolce tipico di Acitrullo), decide di inscenare un omicidio per portare il suo paese sotto i riflettori. E infatti subito arrivano i giornalisti, capeggiati dalla bella conduttrice tv Donatella Spruzzone (Sabrina Ferilli) per speculare sulla morte della contessa.

Grazie a quel blasonato cadavere, Acitrullo diventa famoso e viene preso d’assalto dai turisti appassionati di disgrazie. Ma Piero sa che il sogno svanirebbe immediatamente se si scoprisse che l’omicidio è un imbroglio e deve darsi da fare per tenere nascosta la verità.

Forse l’umorismo di Maccio Capatonda, qui regista e attore in due diversi ruoli (quello del protagonista Piero Peluria e quello del politico ignorante e trafficone Filippo Bello), non è adatto a tutti, ma io l’ho sempre trovato esilarante. In Omicidio all’Italiana Capatonda si circonda dello stesso gruppo di attori che lo hanno accompagnato negli anni nei suoi film e sketch (Herbert Ballerina, Ivo Avido) e dà vita a una riflessione non originale ma molto acuta sulla risonanza mediatica dei crimini più efferati nel nostro Paese, portando avanti come sempre la parodia dell’italiano medio e delle sue contraddizioni. L’umorismo di Capatonda non è mai troppo volgare nè scontato, ma è sempre sorprendente per come disattende le aspettative dello spettatore. Il rischio di perdere mordente in un minutaggio più consistente rispetto ai trailer o alle scenette di pochi minuti viene scongiurato grazie alla partecipazione di molti coloriti personaggi, alcuni dei quali interpretati da volti ben noti del cinema e della tv (Sabrina Ferilli, Nino Frassica) che si rendono volentieri complici di questa simpatica e riuscita operazione cinematografica.

Da vedere rigorosamente accompagnato da babbacchioni e amaraccio, il liquore tipico di Acitrullo.

Da non perdere per chi ama la comicità di Maccio Capatonda e vuole trascorrere una serata senza pensieri. Attenzione però: è un filMaccio!

W – Oscar Wilde

W – Oscar Wilde

Ho sempre amato moltissimo Oscar Wilde, fin da piccola, quando avevo una videocassetta con una versione animata della suo Principe Felice: mi faceva piangere tutte le volte, eppure la riguardavo all’infinito e la trovavo piena di saggezza. Poi naturalmente lo studiai a scuola, e avrei tanto voluto fare su di lui la tesina della maturità. Peccato che lo facessero già una manciata di miei compagni, per cui, siccome detesto non apparire originale, dovetti farmi venire un’altra idea (della quale parlerò in un altro momento). Naturalmente amavo tutti i suoi divertenti ma al contempo sagaci aforismi e apprezzavo The Picture of Dorian Gray, ma il mio cuore batteva per altre cose: The Importance of Being Earnest, che è tutt’oggi la sua opera che amo di più, e le Short Stories, di cui The Happy Prince fa parte (mentre The Canterville Ghost è tutt’oggi una delle storie della buonanotte per i miei bambini, anche se ho dovuto per forza di cose intervenire con un finale leggermente meno traumatizzante). In sintesi, la sua opera più divertente e quella più triste (eccezion fatta per il De Profundis, il poema scritto dopo aver scontato la condanna ai lavori forzati, che mi ha talmente emozionata da non riuscire a leggerla fino in fondo). E proprio riflettendo su questo paradosso ho capito una cosa importante sui miei gusti letterari e cinematografici: un’opera, per conquistarmi completamente, deve riuscire a farmi ridere di gusto e poi piangere intensamente. Come Moulin Rouge. In gioventù fortunatamente ero circondata da un fantastico gruppo di amici, e con alcuni di loro condividevo questo grande amore per Oscar Wilde. Per far capire la misura di questo attaccamento, dirò solo che, quando giocavamo al gioco dei mimi, utilizzavamo solo tre segni condivisi e sempre uguali: “Uomo”, “Donna” e “Oscar Wilde”, tanto sovente lo scrittore compariva nei nostri indovinelli. Anche i miei compagni di scuola, con i quali raramente condividevo degli interessi, apprezzavano Oscar Wilde, se non altro per la sua vena divertente e per il fatto che nel suo unico romanzo spiegava come si potesse all’occorrenza far sparire un cadavere sciogliendolo con determinate sostanze chimiche. Perciò non si opposero quando convinsi la professoressa di inglese dell’assoluta necessità non solo di leggere per intero The Importance of Being Earnest, ma anche di guardare in seguito il film che Oliver Parker ne aveva (molto fedelmente) tratto. Non ho molti bei ricordi legati alla scuola superiore, ma il momento in cui, dopo aver visto il film tutti insieme a scuola, i miei compagni iniziarono a cantare insieme a Rupert Everett e Colin Firth Lady Come Down è senza dubbio uno di quelli.

La Furia di un Uomo

Titolo originale: Wrath of Man

Anno: 2021

Regia: Guy Ritchie

Interpreti: Jason Statham, Holt McCallany, Josh Hartnett, Scott Eastwood, Andy Garcia, Eddie Marsan, Jeffrey Donovan

Dove trovarlo: Amazon Prime

Una compagnia privata di trasporti valori assume un uomo schivo e silenzioso, che si fa chiamare semplicemente H (Jason Statham), come autista dei suoi furgoni: il manager non nasconde al nuovo assunto che il lavoro è pericoloso e che due suoi colleghi hanno recentemente persona la vita in una rapina. Ma sembra non ci sia nulla in grado di scuotere l’imperturbabilità di H, e quando dei rapinatori si presentano durante il suo turno lui li mette tutti fuori gioco senza alcuna difficoltà, diventando l’eroe del giorno. Ma ben presto capiamo che H non è un tipo qualsiasi, che non ha scelto quel lavoro per caso e che ha in mente un piano di cui non è facile comprendere lo scopo…

La scena che precede i titoli di testa è quella che meglio ci fa gustare l’innegabile talento del regista Guy Ritchie, da sempre a suo agio tra rapine e sparatorie: si tratta infatti di una rapina che viene ripresa interamente da una camera fissa nell’angolo posteriore di un furgone portavalori, ma nonostante questa angolazione apparentemente infelice lo spettatore riesce a percepire ogni dettaglio e si sente da subito immerso nella vicenda.

Proseguendo con la visione però ci si rende conto di non essere di fronte al miglior Guy Ritchie, in quanto il suo grande umorismo, che personalmente tanto amo, è del tutto assente dal film. Non ha senso però incolpare di questo il protagonista Jason Statham, che in altri film d’azione (la serie The Expandables) anche dello stesso regista (come la sua pellicola d’esordio Lock&Stock) ha dimostrato di saper padroneggiare anche i registri comici, pur senza cambiare mai una volta espressione. Il tono serioso del film è invece una scelta del regista: Wrath of Man resta comunque un bel film d’azione con molti personaggi ben costruiti e molti bravi attori in gioco (Andy Garcia, Scott Eastwood, Josh Hartnett, Jeffrey Donovan, Eddie Marsan e molti altri). La sua pecca più grande è quella di illudere lo spettatore che esistano dinamiche sotterranee che muovono i personaggi (soprattutto il poliziotto di Andy Garcia, il cui sostegno per H non viene mai motivato) ma che in realtà non ci sono. Al termine quindi resta dell’amaro in bocca, come se fossero stati fatti dei tagli o dei cambiamenti arbitrari di sceneggiatura in corso d’opera. In definitiva, La Furia dell’Uomo è un buon film d’azione per passare una serata senza pensieri, ma per chi come me preferisce farsi anche due risate tra uno sparo e un cazzotto consiglio altri film di Guy Ritchie, in particolare Lock&Stock-Pazzi Scatenati e il mio prediletto Operazione U.N.C.L.E.

Voto: 2 Muffin

L’Uomo dalla Pistola d’Oro

Dopo il grande successo del primo film in cui l’agente segreto britannico James Bond è interpretato da Roger Moore, Vivi e Lascia Morire, la United Artists chiede ai produttori Harry Saltzman e Albert “Cubby” Broccoli di girare immediatamente un altro film di 007.

E i due pigmalioni non si fanno certo trovare impreparati: avevano già da anni messo gli occhi sull’ultimo romanzo scritto da Ian Fleming, L’Uomo dalla Pistola d’Oro, ma la situazione politica internazionale aveva reso impossibile girare in tutte le location prescelte: Iran, Beirut e Vietnam. Il romanzo di Fleming in realtà è ambientato in Giamaica, ma siccome lì è stato appena girato Live and Let Die l’attenzione dei produttori si concentra invece sulla Thailandia e su Hong Kong, scelte come location principali di The Man with the Golden Gun.

Per adattare la trama del romanzo a questi luoghi viene subito chiamato Tom Mankiewicz, già sceneggiatore di Una Cascata di Diamanti e Vivi e Lascia Morire, che però, dopo aver elaborato una prima stesura, abbandona il ruolo, afflitto da problemi di salute e convinto di non star dando il proprio meglio, salvo poi tornare per rivedere il copione scritto da Richard Maibaum, anche lui veterano di Bond (autore del copione di Licenza di Uccidere, Dalla Russia con Amore, Goldfinger, Thunderball, e Al Servizio Segreto di Sua Maestà).

Alla regia Saltzman e Broccoli vanno sul sicuro chiamando Guy Hamilton, reduce dal grandissimo successo di Vivi e Lascia Morire. Il regista ha già un’idea su dove collocare il nascondiglio del cattivo, il killer Francisco Scaramanga: su una minuscola isoletta al largo del villaggio ai Phuket, in Thailandia, che ha scoperto grazie a National Geographic. Quell’isola, ancora inesplorata nel 1973, è diventata oggi un’ambitissima meta turistica ed è conosciuta come “l’isola di Bond”. 

A interpretare il fascinoso agente segreto inglese ritorna Roger Moore; per interpretare il suo rivale, anche se Tom Mankiewicz avrebbe voluto Jack Palance, Guy Hamilton sceglie la leggenda Christopher Lee, all’epoca famosissimo per aver interpretato il Conte Dracula in ben cinque pellicole. Lee ha già recitato con Roger Moore in Ivanhoe e ha già lavorato per Broccoli, ma soprattutto è cugino di Ian Fleming, con il quale aveva militato nei servizi segreti durante la Seconda Guerra Mondiale e si incontrava spesso per giocare a golf. Lee conosce molto bene il libro e riesce a dare vita, come se fosse una cosa naturale, a un villain perfettamente bondiano nonché estremamente efficace, temibile ed affascinante. Il nome “Scaramanga” è stato scelto da Fleming perché un suo compagno di studi particolarmente antipatico di Eton si chiamava proprio così. 

Christopher Lee è Francisco Scaramanga

Christopher Lee, che parla fluentemente svariate lingue, sul set si diverte a parlare in svedese con le due bond girls Britt Eckland (che interpreta la spia Mary Goodnight e che, alcuni anni dopo, sposerà l’attore Peter Sellers) e Maud Adams (Andrea Anders, l’amante di Scaramanga; l’attrice viene scelta da Cubby Broccoli e da sua moglie Dana per il ruolo). Curiosità: prima dell’arrivo della Madeleine Swann di Lea Seydoux, Maud Adams è l’unica attrice a ricoprire due ruoli consistenti in due diversi film della saga di James Bond (anche Eunice Gayson e Martine Beswick erano apparse in due film di 007, ma in uno dei due avevano avuto un ruolo molto marginale). 

E se hanno dovuto attendere il 1983 e Octopussy per rivedere Maud, i fan di Bond non hanno dovuto attendere per rivedere Clifton James, che torna nei variopinti panni (l’attore ha acquistato personalmente le camicie hawaiane sfoggiate dal suo personaggio) dello sceriffo Pepper, già apparso in Vivi e Lascia Morire e che qui ritroviamo mentre è in vacanza con la moglie e si imbatte, ancora una volta, in James Bond.

Clifton James è di nuovo lo Sceriffo Pepper

Per il ruolo di Nick Nack, il solerte servitore di Scaramanga, viene scritturato Hervé Villechaize, pittore francese che, nonostante sia alto appena un metro e venti, si rivela da subito un gran seduttore e amante della bellezza femminile: sul set Hervé lascia fiori e disegni nei camerini delle attrici e sulla macchina da scrivere di Elaine Shreyeck, la segretaria di edizione.

Hervè Villechaize è Nick Nack

Completa il cast l’imprescindibile trio: Bernard Lee (M), Desmond Llewelyn (Q) e Lois Maxwell (Miss Moneypenny).

Come da tradizione, il film si apre con una scena che precede la sigla con i titoli di testa: in questo caso serve a presentarci il cattivo, Francisco Scaramanga, che vediamo accogliere sulla sua isola un collega assassino allo scopo di usarlo come bersaglio per la sua esercitazione. Nei panni del malcapitato killer c’è Marc Lawrence, che era già apparso in Una Cascata di Diamanti (nel ruolo di impresario funebre) e che, a detta di Roger Moore, “nella sua carriera ha interpretato più gangster di Humphrey Bogart”. Il regista è molto divertito dall’idea di portare un gangster di Chicago in Thailandia: Guy ama molto i gangster, fin da quando il suo maestro di catechismo a New York gli raccontava storie incredibili su Al Capone, di cui era stato vicino di casa a Chicago. Infatti, nel labirinto degli specchi di Scaramanga (progettato dallo scenografo Peter Murton, già aiutante di Ken Adam sul set di Goldfinger e Thunderball), troviamo proprio Capone tra i personaggi che, pur sembrando manichini, sono interpretati da attori in carne ed ossa: Ray Marion è Al Capone, lo stuntman Les Crawford il cowboy. Quella di Roger Moore invece è proprio una statua di cera, per quanto incredibilmente somigliante. Il set è studiato con grande cura in modo che la macchina da presa non compaia mai, ovunque la si posizioni per girare. Nella scena in cui Scaramanga scivola sulla rampa per arrivare alla sua pistola Christopher Lee è sostituito dallo stuntman Eddie Powell, che già aveva lavorato con lui in Dracula: Principe delle Tenebre nel 1966.

Con questa scena rocambolesca ci viene presentato un altro elemento fondamentale della storia: la pistola d’oro di Scaramanga, che è smontabile e spara proiettili d’oro massiccio. L’oggetto di scena viene realizzato a Londra da Peter Murton in tre versioni, di cui una costituita da oggetti di uso comune (un accendino, una penna…) placcata in oro e smontabile e una che premendo il grilletto emette una scintilla: nessuna versione in ogni caso può sparare. La pistola d’oro esercita un grandissimo fascino anche su Christopher Lee, che dopo aver superato la difficoltà di assemblare l’arma mentre recita e addirittura senza guardare ci si affeziona e insiste per poterla tenere ma non ottiene il permesso, se non per presenziare ad alcuni eventi promozionali. L’attore, nella sua autobiografia, racconta di come la pistola di scena gli sia stata confiscata alla dogana e sia stato costretto a presentarsi al Johnny Carson’s Show disarmato; un’altra volta, fuori da uno studio, una guardia gli grida di gettare l’arma puntandogliene addosso una vera; un’altra volta ancora, mentre si sta recando a un’intervista, Lee si imbatte nel regista Billy Wilder (che lo aveva diretto in Il Fratello più Furbo di Sherlock Holmes) che alza le mani e gli dice: “Non vorrai mica sparare a un vecchio ebreo?”

Chi sparerebbe a Billy Wilder?

I titoli di testa, accompagnati dalla canzone Man with the Golden Gun interpretata dalla cantante scozzese Lulu, vengono in parte proiettati sul corpo della splendida modella di Hong Kong Wei Wei Wong, che ritroveremo come cameriera nella scena ambientata al club Bottom’s Up. Come al solito la produzione del film di 007 si destreggia per evitare la censura e riesce a farla franca nonostante le parole allusive della sigla che descrivono Scaramanga: “He has a powerful weapon”. Un’altra scena in cui il rischio di incorrere nella censura è davvero elevato è quella in cui l’attrice svedese Maud Adams, che interpreta l’amante di Scaramanga, viene trovata da Bond mentre è sotto la doccia: in questo caso il pericolo viene evitato grazie all’utilizzo di un vetro opaco per la parete della doccia e una grande attenzione all’illuminazione e all’angolazione di ripresa.

Dopo i titoli di testa Hamilton inserisce la scena secondo lui più tediosa ma necessaria, la spiegazione fatta dal capo M riguardo la crisi energetica (argomento di forte attualità), per liquidarla e potersi così concentrare solamente sull’azione. A rendere la scena interessante arriva però il commento di Sir Roger Moore, che ricorda come, mentre girava la scena, il suo stomaco vuoto brontolasse rumorosamente; il regista allora ordina di portargli qualcosa da mangiare, ma i rimasugli di biscotto tra i denti peggiorano le cose: e tutto sotto lo sguardo truce dei dirigenti della United Artists!

La scena nel camerino della danzatrice del ventre Saida (interpretata da Carmen Sautoy) è stata in realtà girata per ultima: forse è per questo che la troupe, ormai spossata, ha commesso un errore: se osservate attentamente lo specchio durante la rissa (coreografata dal cowboy della casa degli specchi Les Crawford) ci vedrete chiaramente la macchina da presa e i tecnici riflessi!

Specchio riflesso!

La primissima scena (il 6 novembre 1973, appena cinque mesi dopo l’uscita di Vivi e Lascia Morire) girata invece è l’esterno del Queen Elizabeth, il relitto della nave britannica semiaffondata nel porto di Hong Kong, che sarebbe stato rimosso poco dopo: la troupe deve quindi fare in fretta a riprenderla, e al posto di Roger Moore, che non è ancora arrivato, viene impiegata la controfigura Mike Lovitt. L’interno della nave invece, dove l’MI6 ha installato un quartier generale, viene poi ripreso negli studi Pinewood di Londra insieme a tutti gli altri interni. Peter Murton deve utilizzare tutta la sua abilità per realizzare un set inclinato di 45 gradi (come è inclinata la nave) in cui però gli attori possano camminare in piano, così come lo ha immaginato il regista: lo scenografo studia un ingegnoso sistema di passerelle per muoversi sul set.

Nell’aprile del 1974 si inizia a fare sul serio: la troupe e il cast al completo vanno in Thailandia per girare le scene a Khow-Ping-Kan, l’isola di Scaramanga, che si trova al largo di Phuket. Broccoli, che cerca sempre di offrire il meglio a chi lavora per lui, cerca un alloggio per i suoi collaboratori, ma non è facile trovarlo in quel piccolo villaggio di pescatori: l’edificio più adatto allo scopo si rivela essere il bordello. Cubby manda in vacanza tutte le prostitute con un cospicuo indennizzo e con l’aiuto di Guy Hamilton trasforma il lupanare in un albergo (alla troupe e agli attori non verrà detta la verità sul loro alloggio però).

Ogni mattina tutti raggiungono l’isoletta con delle piccole imbarcazioni e, lungo il tragitto, devono fare attenzione ai pirati che bazzicano quelle acque. Le piccole barche poi fungono anche da camerini e da sala trucco. Nonostante la frugalità della sistemazione e dei mezzi di trasporto Christopher Lee è molto colpito dalla generosità di Broccoli: tutti i cibi e le bevande utilizzati per le riprese sono infatti autentici, compresi il caviale, le ostriche e lo champagne. Quando per la prima volta l’attore raggiunge la grotta che nel film sarà il nascondiglio del suo personaggio e viene accolto da un turbinio di pipistrelli in fuga, con la faccia seria e a sua voce profonda si rivolge a loro dicendo: “Non ora, Stanislav”, improvvisandosi ancora una volta Conte Dracula e facendo scoppiare a ridere tutti i presenti. Da bravo vampiro, Christopher Lee ha la pelle chiarissima e deve essere truccato ogni giorno per poter interpretare l’abbronzato Scaramanga; dopodichè, ogni sera, l’attore è costretto a trasportare dal furgone delle provviste secchi di acqua calda per potersi lavare. Ma non tutti sentono la fatica come lui: Hervé Villechaize trascorre le notti a Bangkok a fare baldoria e si presenta ogni mattina per le riprese stremato; deve inoltre recitare nei panni del maggiordomo Nick Nack indossando giacca e cravatta.

Nel frattempo a Guy Hamilton vengono consegnate le 200 scarpe per elefanti ordinate da Harry Saltzman per la scena della corsa dei pachidermi: peccato che il produttore non avesse prima letto il copione, in cui quella scena non esiste affatto! L’unico elefante presente nel film è quello che fruga nelle tasche dello sceriffo Pepper e poi lo spinge nel fiume: questa scena però non era nel copione, e quando il regista vede l’attore cadere in acqua si spaventa molto. Non c’è da scherzare con l’acqua dei canali di Bangkok: su tutti i copioni distribuiti a cast e troupe infatti è scritto non solo cosa fare in caso di morso di serpente ma anche di non entrare in contatto con l’acqua dei klongs (i canali) per evitare di contrarre infezioni e malattie. Quando infatti Roger Moore, nella scena dell’inseguimento in barca nei klongs, cade in acqua e sparisce per un po’ (per evitare di essere colpito dall’elica dell’imbarcazione) la sua preoccupazione una volta riemerso è quella di non bagnarsi le labbra con quell’acqua pestifera; anche al produttore Broccoli capita di cadere in acqua, ma la sua prima preoccupazione quando ne esce è quella di asciugare le numerose banconote che ha in tasca.

Dopo le ristrettezze di Phuket è una gioia per tutti il trasferimento a Hong Kong, dove finalmente Broccoli può viziare i suoi nel miglior hotel (il Peninsula, con Rolls Royce di servizio e valletto personale in ogni suite) e nei migliori ristoranti; Britt e Maud, che ormai hanno fatto amicizia, possono finalmente rilassarsi e fare shopping. Chi non può godersi questi lussi invece è il direttore della fotografia Ted Moore, che si ammala e deve essere sostituito da Ossie Morris (oscar per Il Violinista sul Tetto), inizialmente recalcitrante per via delle differenze di stile tra lui e Moore ma poi persuaso da Broccoli, che mette a sua disposizione tutti i mezzi ma gli impone la direttiva di non fare esperimenti con i filtri e l’illuminazione come suo solito (Morris utilizzava ogni tipo di materiale, dai collant alla vaselina, per ottenere una qualità inedita dell’immagine): nei film di Bond l’immagine deve essere sempre chiara e nitida!

Poiché riempire uno stadio di comparse sarebbe troppo costoso, per la scena dell’incontro tra Bond e Scaramanga la produzione organizza degli autentici incontri di lotta tra atleti affermati di Hong Kong: il pubblico che vediamo nel film è reale e anche spazientito per le lunghe pause tra un combattimento e l’altro, necessarie per organizzare le riprese. Per Maud Adams è molto difficile rimanere immobile senza respirare per tutta la scena, anche a causa del caldo soffocante.

Il primo giugno 1974 Guy Hamilton si appresta a girare le scena più incredibile del film: l’Astro Spiral Jump, il salto tra due rampe, al di sopra di un canale, con avvitamento dell’auto a 360 gradi. In quegli anni lo stunt show di Jay Milligan Jr., l’American Thrill Show, spopola negli Stati Uniti, mostrando al pubblico le sue rocambolesche acrobazie in auto al limite del possibile. Il pezzo forte dello show è appunto l’Astro Spiral Jump, che Broccoli e Hamilton vogliono nel film: questa acrobazia, ipotizzata per la prima volta dall’ingegnere Raymond McHenry, era stata resa possibile dallo studio meticoloso, anche tramite simulazioni al computer realizzate con lo stesso software utilizzato dalla polizia stradale per ricostruire le dinamiche degli incidenti. Per la riuscita dello Spiral Jump è indispensabile la precisione: il margine d’errore è di pochi millimetri. L’automobile prescelta, la Javelin della General Motors (molto difficile da trovare in Thailandia, per la verità) viene modificata per poter compiere l’impresa: il peso deve essere distribuito simmetricamente, perciò il volante viene spostato al centro del cruscotto; vengono poi montate ruote più resistenti, un sostegno per il radiatore, una gabbia di protezione per il pilota e una quinta ruota di acciaio inossidabile che evita l’interferenza del telaio con la rampa. La rampa ha un segmento retrattile, che si ritira quando l’auto spicca il salto per permettere all’auto di avere la stessa velocità nella parte anteriore e posteriore. Per guidare la Javelin viene scelto il pilota Lauren Willet detto “Bumps”, consapevole del rischio che sta correndo: se la rampa dovesse rompersi lui finirebbe in fondo al canale legato da cintura e imbracatura. Sul set, oltre a cinque macchine da presa, sono presenti diversi medici, un’ambulanza, un argano e dei sub pronti a ripescare l’auto dal canale. Nell’auto ci sono anche due fantocci dipinti di nero che rappresentano 007 e lo sceriffo Pepper. Il salto riesce al primo tentativo! Cubby stappa immediatamente lo champagne e promette un bonus a tutti. Guy Hamilton invece chiede a Bumps di rifare il salto, perché la ripresa,a  suo dire, è “troppo perfetta“. Lui risponde: “era la prima volta che lo facevo e non lo farò una seconda”. Jay Milligan, assunto da Broccoli come coordinatore stunt man del film, commenta: “Non c’è altra aspirazione nella vita dopo aver realizzato uno stunt in un film di 007”. L’unico che non sarà soddisfatto del suo contributo è John Barry, autore della colonna sonora, che tempo dopo ammetterà di essersi pentito di aver accompagnato questa eccezionale acrobazia con il suono buffo di uno zufolo.

Nessun effetto speciale qui!

Oltre al mozzafiato Spiral Jump, Milligan coordina anche la scena dell’inseguimento in auto, durante il quale guida personalmente l’auto che sfonda la vetrina del concessionario: quello che non sa è che il proprietario del negozio, emozionato all’idea delle riprese, aveva fatto passare la cera sul pavimento: La ruote slittano, partono scintille e si incendia uno pneumatico in esposizione!

Molte scene del film, per ridurre tempi e costi, vengano realizzate con dei modellini, realizzati e illuminati magistralmente da Derek Meddings per essere uguali ai set reali; vengono usati anche effetti ottici, per le nuvole e il raggio laser di Scaramanga per esempio (effetto ottico di Cliff Culley). Dove possibile, però, vengono utilizzati scenari e oggetti autentici a grandezza naturale, come per la fuga finale tra le esplosioni, che tanto disturbano Roger Moore (ecco perché, diversamente dal solito, lo vediamo correre velocemente) e che lasciano un’ustione sul fondoschiena di Britt Ekland.

 L’auto volante di Scaramanga esisteva davvero (prodotta dalla Goldbrick Bird) ma purtroppo il pilota era morto in un incidente, così John Stears ne realizza sia un modello a dimensioni reali che un modellino. Lo stesso accade per l’idrovolante, dato in prestito dal suo proprietario, il Colonnello Clare, a patto che lui possa pilotarlo nel film; Broccoli acconsente e il Colonnello arriva in volo dagli Stati Uniti… per poi finire in ospedale quando il suo idrovolante arriva troppo rapidamente sulla spiaggia! Le riprese, però, per Hamilton sono ok… Derek Meddings realizza poi un modellino dell’idrovolante da far esplodere.

La celebre scena del duello finale tra Bond e Scaramanga è più corta di com’era nel romanzo, dove il killer cerca di barare nascondendo un secondo proiettile nella cintura ma 007 lo costringe con l’astuzia ad utilizzarlo anzitempo. Anni più tardi, quando Christopher Lee torna sull’isola con la moglie e la trova piena di turisti, viene riconosciuto mentre rievoca quelle scene famosissime e deve fuggire.

Sia Christopher Lee che Roger Moore sono impegnatissimi sul set: mentre Lee guida personalmente l’auto nelle scene d’inseguimento, Roger Moore viene seguito da un maestro di karate per prepararsi alle sequenze di combattimento. D’altra parte, come spiega Hamilton: “Il successo della saga di Bond è dovuto al fatto che nessuno è pigro”. Ma c’è anche tempo per lo svago, quando le riprese si spostano nel casinò di Macao: Broccoli gira tra i tavoli distribuendo fiches a tutti per evitare che qualcuno resti al verde. Ma questo non è un problema per Roger Moore, che afferma di aver guadagnato più soldi al tavolo del blackjack che in cinque mesi di riprese. Oltre che fortunato, Roger Moore è anche molto spiritoso, e durante le riprese della scena in cui 007 incontra il fabbricante di armi Lazar si presenta così: “Sono Brooke Bond e faccio un ottimo tè”. Chissà se questa era tra le barzellette che lui e George Lazenby, diventato stand-up comedian, si scambiavano sempre via mail!

Alla sua uscita il film ha immediatamente un grande successo, tanto da diventare il primo film di 007 proiettato in Russia, dove Broccoli viene invitato ad una proiezione al termine della quale un funzionario russo gli dice: “Scaramanga è un personaggio interessante, anche se ha un addestramento inadeguato”.

Guy Hamilton tuttavia mette subito le mani avanti, affermando di aver esaurito, con i due film appena diretti, tutte le sue energie, e di non essere in grado di dirigere il successivo film di Bond, James Bond. A proposito, ricordate che l’autore dei romanzi Ian Fleming, al momento di scegliere il nome del suo protagonista, aveva optato per l’autore di un manuale di ornitologia che aveva in casa? Beh, è molto divertente sapere che James Bond, l’ornitologo, fece visita  a Fleming nella sua tenuta di Goldeneye mentre stava scrivendo proprio L’Uomo dalla Pistola d’Oro; in seguito Fleming gliene inviò una copia con la dedica: “Al vero James Bond dal ladro della sua identità, Ian Fleming”.

Una casa degli specchi, un’auto volante, un nano in una valigia, un killer amante del tabasco, una danzatrice del ventre e un elefante. E tutto in un solo film: che cosa potrebbe essere se non il nostro agente segreto britannico preferito, James Bond?

A presto con la prossima avventura, La Spia che mi Amava!

Labyrinthite

Ahimè, purtroppo nel mio caso non sto avendo a che fare con David Bowie e Jennifer Connelly ma con una fastidiosissima infezione (labirintite appunto) che mi sta dando orribili sintomi di sicuro non appropriati a una Madame.

Ecco perchè da un po’ di tempo purtroppo non riesco a pubblicare e a seguire i blog: mi manca moltissimo ma ancora stare davanti al pc purtroppo non mi è possibile.

Spero di tornare presto e di recuperare il tempo perduto!

A presto,

Madame Verdurin

V – Vita (il Senso della)

Il periodo in cui si verificò il passaggio definitivo dal vhs al dvd, dopo un primo shock iniziale, si rivelò una vera manna dal cielo per i cinefili. Oltre a tutti i vantaggi offerti dal nuovo supporto (migliore qualità audio e video, diverse lingue e sottotitoli, contenuti speciali), accadde che improvvisamente le periture videocassette costavano pochissimo. In edicola iniziarono a uscire diverse collane di film classici e di successi di vario genere, tutti ad appena una manciata di euro. Io e la mia più cara amica (anche lei cinefila) ne facevamo letteralmente incetta: anche se la qualità era scarsa, e il supporto ormai conclamatamente deperibile, era un’occasione troppo ghiotta per vedere nuovi film. Compravamo spesso a scatola chiusa, anche se non conoscevamo né il film né il regista né gli interpreti, assetate di nuove esperienze. Fu così che entrambe acquistammo Il Senso della Vita dei Monty Python: non li avevamo mai sentiti nominare, e in copertina c’era un disegno strano, una specie di faccione surreale. Ma era un film inglese, e sembrava molto eccentrico… perchè no? Qualche ora dopo la mia amica mi telefonò, sconvolta, quasi balbettando: “Ho visto Il Senso della vita… tu non hai idea! Ci sono i ragionieri che diventano pirati, e poi l’edificio che inizia a navigare… e poi finisce, ci sono sigla e titoli di coda… poi ricomincia, e poi c’è la metà del film… e tutti sono travestiti e cercano un pesce… tu non hai idea… lo dobbiamo vedere insieme!” Detto fatto, ero già a casa sua e lo stavamo guardando assieme. In effetti era la cosa più assurda che avessimo mai visto. Quando si viene per la prima volta in contatto con i Monty Python, non è possibile dire: “Sì, dai, carino, non mi dispiace”. O li ami alla follia oppure li detesti, non esistono vie di mezzo. O quel loro humor inglese, nero, sagace, destabilizzante e dissacrante sembra geniale e divertentissimo, oppure non lo si capisce per niente. Per noi era come aver trovato una vena d’oro. Ci procurammo immediatamente tutti gli altri film del gruppo, compresi quelli collaterali (come lo spassosissimo Un pesce di nome Wanda, con i due Monty Python John Cleese e Michael Palin) e naturalmente il cd con tutte le loro canzoni. Alcuni anni più tardi decisi di scrivere la mia tesi di laurea proprio sul film che Terry Gilliam non era riuscito a realizzare su Don Chisciotte. Quando qualche anno dopo il regista riuscì davvero a girare il suo film sull’eroe della Mancha (che non ho ancora visto ma sul quale non ho sentito che giudizi, ahimè, molto negativi) temetti che la mia tesi sarebbe stata invalidata e che mi sarei dovuta laureare un’altra volta. Forse in fondo è proprio questo il senso della vita (di un cinefilo, ma non solo): da un’occasione fortuita e inaspettata può nascere una grande, viscerale e duratura passione. Però, ancora mi domando che fine avrà fatto quel pesce…

Ambiguo ambiguo ambiguo, pesce!

Escape the Undertaker

Quando ero piccola la festa di Halloween non esisteva, la conoscevo soltanto tramite i film e telefilm americani.

Poi ha iniziato a prendere piede anche in Italia, ma io ormai ero decisamente troppo grande per fare dolcetto/scherzetto.

Sarà per questo che ora, ad ogni Halloween, mi assicuro di avere un cesto bello ricolmo di caramelle e dolcetti e un po’ di decorazioni per invitare i bambini ad entrare nell’antro della strega (eh sì, da piccola non ce l’avevo il costume ma ora sì!).

Ma che cosa accadrebbe se, invece dei bambini travestiti, a bussare alla porta fossero i New Day?

E se non cercassero dolcetti ma volessero invece la leggendaria urna del potere?

E se gli sventati avessero bussato proprio alla porta di Undertaker?

Undertaker

Sto parlando della nuova avventura interattiva, dopo lo speciale di Black Mirror e quello su Bear Grylls, ideata da Netflix e interpretata da quattro star del wrestling WWE.

Xavier Woods, Kofi Kingston e Big E formano il gruppo New Day, il cui simbolo è l’unicorno e che si batte per il trionfo del potere della positività.

Undertaker è invece una personalità di spicco del mondo WWE da decenni: il suo ingresso sul ring è sempre accompagnato dal suono sinistro delle campane a morto ed è in grado di terrorizzare i suoi avversari anche solamente esibendo i suoi spaventosi occhi bianchi.

L’avventura, intitolata Escape the Undertaker, si apre con il trio della positività che bussa alla porta di Undertaker nella speranza che lui possa aiutarli a diventare più forti. Il padrone di casa, che osserva ogni loro mossa tramite un sistema di videosorveglianza, decide di lasciarli entrare nella sua sinistra magione… ma non certo per aiutarli!

I New Day dovranno esplorare quel labirinto oscuro per carpirne i segreti, risolvere indovinelli ed affrontare le loro peggiori paure per poter avere la speranza di salvarsi dalla malvagità del beccamorto.

Noi possiamo seguire tutte le loro tribolazioni e, man mano che l’avventura procede, fare delle scelte su come loro si dovranno muovere, quali oggetti dovranno esaminare, quali decisioni dovranno prendere. 

Alla fine naturalmente c’è la possibilità di ritornare indietro per vedere come sarebbero potute andare le cose facendo una scelta differente, esplorando tutte le opzioni.

Un’oretta di divertimento leggero, senza pensieri, da soli o in compagnia. Escape the Undertaker è forse più adatto a chi segue il wrestling e conosce già i personaggi coinvolti, ma resta in ogni caso godibile.

Cosa aspetti? Corri a preparare i dolcetti per i bambini (ho detto per i bambini!) e poi mettiti comodo sul divano e, se ne hai il coraggio, bussa alla porta dell’Undertaker.

Buon Halloween!

(da sinistra) Kofi Kingston, Xavier Woods e Big E

La Battaglia dei Sessi

Titolo originale: Battle of the Sexes

Anno: 2017

Regia: Jonathan Dayton, Valerie Faris

Interpreti: Steve Carell, Emma Stone, Andrea Riseborough, Bill Pullman, Alan Cumming

Dove trovarlo: Disney Plus

Basato sulla vera storia della partita di tennis disputata nel 1973 tra la ribelle Billie Jean King, fondatrice della Women Tennis Association, e il vincitore di Wimbledon Bobby Riggs. Il match, definito dai media “la battaglia dei sessi”, venne vinto da Billie Jean al terzo set.

Non credevo potesse esistere un altro film che mi facesse appassionare ad un partita di tennis dopo Delitto per Delitto di Alfred Hitchcock. E la cosa è ancora più interessante perché, nel caso di La Battaglia dei Sessi, già conoscevo il risultato del match. Il film infatti racconta una storia vera e lo fa rimanendo aderente alla verità dei fatti. D’altro canto il contrario sarebbe stato molto difficile, poiché quel match è stato un vero fenomeno mediatico ampiamente seguito, discusso e documentato. Le interviste alle celebrità, tra cui Lloyd Bridges e Ricardo Montalban, che pronosticano la vittoria di Bobby Riggs sono autentiche e fondamentali per capire come l’idea che l’uomo fosse fisicamente, oltre che moralmente e intellettualmente, superiore alla donna era profondamente radicata e conclamata: parliamo di meno di cinquant’anni fa. 

La consolidata coppia di registi Jonathan Dayton e Valerie Faris ha alle spalle un nutrito passato alla regia di videoclip e video di concerti (R.E.M., Red Hot Chili Peppers, Offsprings per citarne alcuni). Lo sceneggiatore Simon Beaufoy invece ha molta esperienza nel raccontare spettacoli di altro genere, show televisivi che però vanno ben oltre l’intrattenimento e affondano le radici nella vita reale dei protagonisti (Full Monty, The Millionaire e Hunger Games sono ottimi esempi di questa spettacolarizzazione della sofferenza e della lotta degli altri). Nel passato dei due registi c’è anche un altro film molto pertinente: Little Miss Sunshine, nel cui cast c’era anche un grandioso Steve Carell, che qui ritroviamo nei panni del tronfio, maschilista e vanesio Bobby Riggs.

Steve Carell, che tra l’altro è fisicamente molto somigliante al vero Bobby, offre un’ottima performance (anche tennistica) nei panni sgradevoli di un campione che gioca più per la fama e l’adrenalina (scommettitore incallito, non manca mai di puntare su se stesso) che per amore dello sport.

Dall’altro lato del campo troviamo Billie Jean King, molto più giovane, competitiva e amante del tennis come sport, anche se riconosce benissimo il potenziale mediatico e sociale di questo incontro sui generis che vede sfidarsi uno contro uno un uomo e una donna. A interpretare Billie Jean è Emma Stone, che oltre a disputare un ottimo incontro sportivo è perfetta per rendere sia la determinazione che l’egocentrismo della protagonista, che nella sua smania di vincere la sfida travolge il devoto (e affascinante) marito tradendolo con la sua parrucchiera, salvo poi voltare le spalle anche a lei quando la pressione in vista del grande match aumenta.

Con queste premesse, se l’esito del match è risaputo, non lo è il destino personale dei giocatori e degli altri personaggi coinvolti, che ci viene svelato, con grande soddisfazione, prima dei titoli di coda: l’attesa di conoscere cosa ne sia stato del solerte marito tradito, della dolce parrucchiera, del campione rifiutato dalla moglie e della campionessa del tennis e del femminismo è la prova che il film riesce a far appassionare lo spettatore ai personaggi (tutti veri) che racconta e alle loro piccole grandi storie.

Molti personaggi secondari, alcuni interpretati da ottimi attori (Alan Cumming, Sarah Silverman e Bill Pullman tra gli altri) avrebbero meritato ancora più spazio perché sono stati tratteggiati con molta nitidezza, forse proprio perché ricalcati su persone reali.

Quello che più ho apprezzato di questo film è il suo non voler essere un’apologia modaiola di chi va contro corrente a prescindere; La Battaglia dei Sessi racconta invece due persone autentiche, con i loro grandi pregi e grandi difetti, che combattono per realizzare i propri desideri senza che ci sia un buono o un cattivo, come ci dimostra l’affettuosa stretta di mano finale o il destino roseo riservato ad entrambi.

Non una battaglia “contro” ma una battaglia “per”, in cui la persona dall’altro lato della rete non è il nemico ma solo un avversario.

Come nella celebre fiaba La Lepre e la Tartaruga, Billie Jean riesce a battere l’avversario fisicamente più forte e con maggior esperienza grazie alla sua costanza e perseveranza, oltre che all’astuzia di stancare fisicamente Bobby facendolo correre avanti e indietro per il campo (consapevole del fatto che il suo allenamento non era stato altro che uno spettacolo d’intrattenimento). Questa mi sembra una grande lezione, valida non solo per il tennis.

Per l’aderenza alla verità dei fatti (senza per questo diventare mai noioso né documentaristico), per le ottime interpretazioni a tutti i livelli, per come la partita viene resa accessibile anche a chi non capisce nulla di tennis, mi sento di consigliare questo film.

Buona visione!

Voto: 4 Muffin

Non si Scherza col Fuoco

Titolo originale: Playing with Fire

Anno: 2019

Regia: Andy Fickman

Interpreti: John Cena, John Leguizamo, Keegan-Michael Key, Tyler Mane, Judy Greer, Brianna Hildebrand

Dove trovarlo: Netflix

Non chiamateli “pompieri”! Loro sono Smokejumpers, vigili del fuoco super addestrati e specializzati in salvataggi estremamente rischiosi. Quello che però non sembrano in grado di affrontare è la convivenza forzata con i tre ragazzini che hanno appena salvato dall’incendio della loro casa. Riuscirà il capo-squadra Jake (John Cena) a far fronte alle marachelle dei piccoli ospiti e allo stesso tempo a fare bella figura con il capo e ottenere la promozione che desidera da tutta la vita?

Non c’è nulla in questa commedia per famiglie che non abbiamo già visto tante volte: ragazzini pestiferi, uomini tutti d’un pezzo ma con un cuore d’oro, cadute rovinose e siparietti slapstick, battutine a non finire, finale commovente. 

Ma allora perché guardare Non si Scherza col Fuoco?

Perché, pur non essendo originale nella trama, ha una bella comicità, esasperata ma pulita, e strappa decisamente più di qualche risata.

Perchè il cast è ottimo. John Cena è davvero simpatico e mostra di avere, oltre a tantissimi muscoli, ottimi tempi comici; John Leguizamo è tenerissimo;  tutta la squadra di Smokejumpers pasticcioni è irresistibile, anche se non canta mai il Coro dei Pompieri di Altrimenti ci Arrabbiamo! (però le canzoni ci sono). E l’altra metà del cielo non è certo da meno: Judy Greer (aka la dottoressa Plimpton, che con una singola partecipazione alla serie Big Bang Theory si è garantita un posto nel cuore di tutti i nerd del mondo) è bellissima e molto brava a passare da insopportabile ad adorabile. La giovane e splendida Brianna Hildebrand spicca nel ruolo di Brynn, tanto furbetta e ladruncola quanto sorella maggiore solerte e affettuosa.

Perché il regista, Andy Fickman, aveva già mostrato di saper tirare fuori il meglio da un wrestler dirigendo Dwayne “The Rock” Johnson in Corsa a Witch Mountain, altro buon film per famiglie tenero e divertente che non rinuncia all’azione.

Perché lo sceneggiatore Matt Lieberman ci aveva già regalato divertimento senza impegno con Free Guy – Eroe per Gioco, ma questa volta aggiunge una generosa spolverata di humor che sicuramente non è per tutti i gusti ma personalmente mi ha conquistata.

Perché come si può non amare un film con bambini, cani, pompieri e unicorni?

Voto: 3 Muffin

Doom Slayer Collection Tag

Non sono esperta di videogiochi, anche se ce ne sono alcuni che mi hanno appassionato.

A Doom non ho mai giocato, ho solo visto il film (ovviamente, c’è The Rock!), però ho deciso di rispondere comunque al tag del Blog di Tony, ricorrendo al cinema quando non avevo esperienze di videogiochi sufficienti per rispondere (cioè spesso).

Ho quindi risposto alle domande poste da Austin Dove nel suo blog: leggendole potreste scoprire qualche curiosità in più su di me…

  1. Doom Slayer Collection, la prima raccolta importante di cui ti ricordi

Ovviamente il cofanetto con tutti i film di 007 (tutti fino a Skyfall): in realtà il proprietario è Papà Verdurin ma ormai l’ho usucapito.

  1. The Ultimate Doom, il primo capitolo di una saga iconica che ami

Le emozioni provate alla prima cinematografica della Compagnia dell’Anello saranno molto difficilmente replicabili.

  1. Doom 2, un videogioco che colleghi a tuo padre

Prince of Persia: lo avevo su floppy disc e ci giocavo sempre da piccola ma non riuscivo a sconfiggere lo scheletro al terzo livello: ci ha pensato Papà Verdurin!

  1. Doom 3, un videogioco che colleghi a tua sorella

Non ho una sorella, ma sarò per sempre grata a mio fratello che mi ha fatto scoprire la Play Station con l’Assassin’s Creed di Ezio Auditore in un momento in cui avevo proprio bisogno di qualcosa che mi distraesse.

  1. Doom 2016, un acquisto indotto dai consigli ricevuti

Molti film di Kurosawa, consigliati naturalmente da Papà Verdurin. Alcuni non li ho ancora visti ma degli altri mi sono innamorata.

  1. Torre di Babele, un videogioco o un film di cui hai tanto sentito parlare prima di provarlo

Non volevo assolutamente vedere Moulin Rouge, pensavo fosse una scemata romantichella… ora è tra i miei film preferiti!

  1. Torre Argent, l’opera che hai amato ma che ha un dettaglio che odi

Adoro il film Labyrinth, la sua colonna sonora, i pupazzi, David Bowie, tutto… tranne Jennifer Connelly!

  1. Pinky Demon, il nemico più difficile da sconfiggere ma non boss

Nel videogioco Ni No Kuni (splendido!) prima del boss finale, la Strega Cinerea, c’era un mostro marino con tentacoli che ne spawnava altri mille… difficilissimo!

  1. Rune, il libro di cui ha volutamente saltato pagine durante la lettura

Mai fatto. Semmai abbandono il libro, ma la paura di essermi persa qualcosa sarebbe troppo grande (timore congenito in ogni appassionato di libri gialli immagino).

  1. La terra dei giganti, il videogioco in cui vi siete persi

Ni No Kuni, l’ho rifatto due volte cercando di fare ogni quest/obiettivo secondario/trofeo eccetera e ogni volta staccarmene è un supplizio!

  1. Cybermancubus, un’aggiunta al franchise divenuta iconica e che ami

Il Re Scorpione, nato da una costola della serie La Mummia, con protagonista Dwayne “The Rock” Johnson: lo adoro! Ed ecco anche il collegamento con Doom 😉

  1. Cyberdemon, il boss o villain più iconico

Qui entro nella saga di 007. I cattivi sono tutti ben riusciti e molti interpretati da grandi attori, ma su tutti spicca lo Scaramanga di Christopher Lee in L’Uomo dalla Pistola d’Oro.

  1. Spider Mastermind, il boss o villain più bistrattato nel franchise

Sempre epopea bondiana, il povero Ernst Stavro Blofeld, che se in questo nuovo capitolo ha fatto proprio una brutta fine era già stato precedentemente gettato in una ciminiera, nonostante fosse in sedia a rotelle: inclusività alla 007!

  1. I corridoi di Marte, il film o videogioco che ti ha trasmesso più ansia

In genere sono terrorizzata dagli horror asiatici, in particolare Ringu, Yu-On e Two Sisters mi hanno tolto il sonno per mesi!

  1. Doom Slayer, il personaggio protagonista più temerario e misterioso

Ezio Auditore. No, Michael Fassbender proprio per niente!