Io & Sherlock Holmes – Parte 2

Io & Sherlock Holmes – Parte 2

Dopo la brutta delusione di Gli Irregolari di Baker Street avevo decisamente bisogno di qualcosa dai toni più scanzonati per ridare prestigio al detective più famoso del mondo, Sherlock Holmes. Da molto tempo aveva nella mia lista Netflix il film che faceva proprio al caso mio: Enola Holmes. Parafrasando il titolo del film comico con Gene Wilder del 1975, si potrebbe dire che Enola è “la sorella più furba di Sherlock Holmes”. Il personaggio della sorellina minore di Sherlock nasce dalla penna della scrittrice americana Nancy Springer, che la rende protagonista di una serie di gialli per ragazzi, I Misteri di Enola Holmes, pubblicati tra il 2006 e il 2010. Enola è la sorella di Sherlock e Mycroft, molto più giovane anagraficamente ma non per questo meno sveglia e determinata; infatti non si rassegna all’idea di diventare una donna elegante e educata destinata solo a sposare un uomo agiato, preferisce dedicarsi allo studio, lo sport e, all’occasione, risolvere crimini come il fratellone. Enola ha trascorso tutta la sua vita praticamente sola in casa con la madre Eudoria, interpretata da Helena Bonham Carter. Quando Eudoria scompare all’improvviso, i fratelli maggiori ricompaiono per prendersi cura di Enola: nella visione del primogenito, Mycroft, questo si traduce in una severa educazione collegiale. Sherlock sembra un tantino più empatico nei confronti di Enola e dei suoi bisogni, ma non osa mettersi in contrasto col fratello. Alla ragazza non resta dunque che prendere in mano il proprio destino, fuggendo e mettendosi alla ricerca della madre per conto proprio. Se si parte dalla consapevolezza del fatto che si tratta di un film pensato anche per un pubblico giovane (cui oggi ci si riferisce come young adult), Enola Holmes è un buon intrattenimento che mette in campo attori bravi e simpatici, come la protagonista Millie Bobby Brown, divenuta famosa come Undici nella serie Stranger Things, che qui si destreggia tra enigmi, crinoline e risse nei vicoli di Londra. Ho solamente trovato piuttosto fastidiosa la scelta del regista Harry Bradbeer di far rivolgere spesso Enola direttamente allo spettatore guardando in macchina; se era molto divertente quando lo faceva Amélie Poulain, qui invece finisce per rallentare una narrazione che già non è sempre scoppiettante nel ritmo (forse il film avrebbe beneficiato di un minutaggio leggermente ridotto).

Confesso però che il motivo di maggior interesse per me è incarnato da Henry Cavill, senza dubbio lo Sherlock Holmes più attraente di sempre (mentre il Dottor Watson più affascinante è senza dubbio la splendida Lucy Liu della serie Elementary). Curiosità: dopo l’uscita del film lo scorso anno la Conan Doyle Estate, che attualmente detiene i diritti delle opere dello scrittore, ha intentato causa a Netflix (casa produttrice di Enola Holmes) accusandola di raffigurare Sherlock Holmes come “un personaggio che prova emozioni”. La causa è stata però archiviata nel dicembre 2020, e Netflix sta già preparando un sequel: nuove emozioni anche per Sherlock, dunque. E più Henry Cavill per noi. 

La visione di Enola Holmes mi ha molto rinfrancata, ma sentivo di aver bisogno di un altro pizzico di Sherlock per ritornare al pieno equilibrio. Ancora una volta, come l’autista Ambrogio che tirava fuori i cioccolatini dal cruscotto, è giunta in mio aiuto la piattaforma Netflix con un nuovo titolo più che calzante: Holmes & Watson.

Certo le premesse non erano delle migliori: del regista Etan Cohen a essere sinceri avevo solo brutti ricordi, sia nel ruolo di regista che di sceneggiatore (il terribile Men in Black 3 ma soprattutto il tremendo Tropic Thunder). Inoltre, a parte il suo ruolo di Mugatu nel primo Zoolander (del secondo preferisco non parlare), ho una grandissima antipatia anche per Will Ferrell, che qui interpreta Sherlock Holmes; sull’altro piatto della bilancia però c’era John C. Reilly, attore di grande talento (anche canoro come dimostra Chicago) e comico straordinario, nel ruolo di Watson.

E così mi sono tuffata nella visione di Holmes & Watson (sottotitolo italiano: Due De Menti al Servizio della Regina). Responso? Un grosso sacco di risate! Davvero, a parte alcune scene piuttosto di cattivo gusto ho trovato il film divertentissimo. Cohen, rifacendosi anche all’umorismo di Zucker/Abrahams/Zucker, si è divertito a prendere in giro tutti i clichè su Sherlock, compresi quelli stabiliti in tempi recenti da Guy Ritchie con i suoi due film, sostenuto da una favolosa accoppiata di protagonisti e scrivendo personalmente una buona sceneggiatura (il racconto iniziale del primo incontro tra Holmes e Watson è buffissimo). Ho anche amato ritrovare alcuni volti ben noti nel cast: Hugh Laurie nel ruolo di Mycroft, Ralph Fiennes in quello di Moriarty, il wrestler WWE Braun Strowman in un combattimento davvero singolare. Il momento musical poi mi ha particolarmente deliziato. Lo consiglio a tutti coloro che, sempre con rispetto per Sir Arthur Conan Doyle, desiderano farsi qualche bella risata su Sherlock Holmes e i suoi amici. Per ora, da Baker Street, è tutto!

Un Selfie con Sua Maestà

Io & Sherlock Holmes – Parte 1

Basil Rathbone nei panni di Sherlock Holmes

Il mio rapporto con l’investigatore più famoso del mondo è sempre stato difficile ed ha avuto fasi alterne. Il primo approccio è stato indiretto ed è avvenuto tramite il lungometraggio Disney del 1986 Basil l’Investigatopo, in cui il topo protagonista era un investigatore che abitava proprio sotto al famoso numero 221b di Baker Street, dimora del celebre detective londinese nato nel 1887 dalla penna della scrittore Arthur Conan Doyle.

Nel cartone il personaggio di Basil è ricalcato su quello di Sherlock, soprattutto nella sua trasposizione cinematografica in cui è stato interpretato in ben quattordici film dall’attore inglese Basil Rathbone (da cui prende anche il nome). Nel film Disney compare tuttavia anche lo stesso Sherlock Holmes, o meglio, si vedono la sua ombra e quella del Dottor Watson mentre si preparano ad andare ad un concerto. “Questa musica è introspettiva e voglio essere introspettivo” dice Sherlock. “Ma Holmes” risponde Watson “Quella musica è terribilmente noiosa!”. Ho scoperto solo più tardi che, nella versione originale, la voce di Sherlock Holmes era proprio quella di Basil Rathbone (tratta da materiale d’archivio in quanto l’attore era morto nel 1967), mentre l’antagonista di Basil, il malvagio Professor Rattigan (ispirato alla nemesi letteraria di Sherlock, il Professor Moriarty), è doppiato da Vincent Price. Dunque, per molti anni, per me Sherlock Holmes non è stato altro che quell’ombra che dichiarava con serietà “voglio essere introspettivo”. Quando più tardi mi sono appassionata al genere letterario giallo è successo esclusivamente attraverso Agatha Christie, di cui in pochi anni ho letto la maggior parte dei romanzi e dei racconti. In virtù di questo mio grande amore per il genere, sembrava naturale che leggessi anche i libri del grande Conan Doyle e non avevo dubbi che mi sarei innamorata del personaggio di Holmes come lo ero di Miss Marple e soprattutto di Hercule Poirot. Decisi di iniziare dal principio e lessi il primo romanzo in cui compariva Sherlock Holmes, Lo Studio in Rosso, rimanendone cocentemente delusa. Infatti quello che amo di più dei gialli di Agatha Christie è che è sempre (con pochissime eccezioni) possibile indovinare il colpevole, o almeno tentare di farlo: il lettore svolge la sua indagine parallelamente all’investigatore, ha i suoi stessi elementi ed indizi e ha sempre la possibilità di giungere alla soluzione prima della conclusione. In Conan Doyle invece non è affatto così, Sherlock risolve il caso basandosi su indizi di cui il lettore non è a conoscenza e il colpevole a volte è un personaggio che non era mai comparso prima nella narrazione (come afferma con livore Lionel Twain/Truman Capote in Invito a Cena con Delitto).

Feci un altro tentativo con quello che forse è il romanzo più famoso, Il Mastino dei Baskerville, poi mi arresi: Sherlock Holmes non faceva per me; Conan Doyle, invece, lo rivalutai qualche anno dopo quando si rivelò inaspettatamente bravo nel raccontare di avventure e di dinosauri. Per molto tempo io e Sherlock Holmes abbiamo proceduto su strade separate, che però sono tornate inaspettatamente a incrociarsi quando Guy Ritchie ha girato il suo Sherlock Holmes, con Robert Downey Jr. nei panni dell’investigatore e Jude Law in quelli del fedele Watson.

Sembrava un’operazione alquanto azzardata, la sua, e invece mi ha davvero conquistata col suo mix di azione e ironia (chi è già stato su Cinemuffin ormai sa che Ritchie come regista mi piace molto proprio per questo). Se non ho gradito affatto la metamorfosi sancita da Kenneth Branagh per il suo Poirot, lo Sherlock di Ritchie invece mi è piaciuto molto più di quello dei libri di Conan Doyle e mi è piaciuto, appena meno del primo, anche il secondo film, Gioco di Ombre (la presenza del caro Stephen Fry nei panni di Mycroft, il fratello di Sherlock, probabilmente ha il suo peso). Similmente ho amato, almeno per le prime stagioni, la serie tv Sherlock, con i talentuosissimi Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, che vince con onore la sfida di trasportare le avventure di Sherlock Holmes ai giorni nostri.

Dopo questa blasonata doppietta per un po’ mi sono distanziata da Sherlock, finché non mi sono imbattuta, poco tempo fa, in una serie tv targata Netflix, Gli Irregolari di Baker Street. In quel momento cercavo una visione leggera, e quelle otto puntate con investigatori in erba, interpretati da giovani attori sconosciuti che si trovano in qualche modo coinvolti nelle indagini di Sherlock Holmes e Watson sembrava una buona idea… E invece no! Non so da dove cominciare a elencare i difetti di questa serie, perché ce ne sono a tutti i livelli. L’idea di fondo, quella di una banda di ragazzini di strada di cui Sherlock Holmes si serve nelle proprie indagini ha le sue radici negli stessi romanzi di Conan Doyle ed è già stata portata in teatro e sullo schermo in passato. Qui però si è voluto esagerare. Inverosimiglianze storiche, per cui quattro ragazzini orfani possono vivere sereni nel centro di Londra in un ampio e comodo rifugio coperto con cucina e soppalco, o un servitore invita il suo nobile padroncino a soddisfare le sue voglie adolescenziali con un’altra ragazza di nobile famiglia anziché con una popolana. La decisione, sbagliata da ogni punto di vista, di far entrare in gioco il soprannaturale, gestito male sia dalla sceneggiatura che dagli effetti speciali e facendosi beffe della più celebre massima di Sherlock Holmes: “Eliminato l’impossibile, ciò che rimane, per quanto improbabile, dev’essere la verità”. Per far capire quanto brutta possa essere questa serie basta uno sguardo all’ambientazione dei sogni ricorrenti della protagonista, dotata di poteri psichici, che tanto ricorda la capanna dello Zio Tom.

La Capanna dello Zio Tom, anche quella in Baker Street

Il finale a sorpresa non sorprende proprio nessuno, i personaggi non hanno spessore e le relazioni tra loro sono traballanti, tanto da chiedersi cosa li spinga a fare le cose che fanno. E infine, il casting cosiddetto “daltonico”: il Dottor Watson è di colore, così come uno degli Irregolari (sarà un caso, ma è quello meno caratterizzato di tutti, come viene esplicitato nell’ultimo episodio, in cui è l’unico di cui non vediamo materializzarsi le paure più profonde perché, immagino, gli sceneggiatori non le avevano pensate), e le due ragazze protagoniste sono due sorelle, una con gli occhi azzurri e una con i tratti orientali. Naturalmente questa è una scelta che, anche se storicamente e biologicamente poco credibile, si potrebbe anche accettare; più difficile è abituarsi all’idea che Watson sia innamorato di Sherlock (anche questo dovrebbe essere un colpo di scena ma non serve certo essere Sherlock Holmes per capirlo già al primo episodio – anzi a dire il vero Sherlock è proprio l’unico a non capirlo). Insomma, una catastrofe: che Sherlock Holmes vi piaccia o meno, tenetevi alla larga da questa serie, di cui è già stata cancellata, fortunatamente, la seconda stagione. Dopo questa pessima esperienza, avevo bisogno di riabilitare il Detective di Baker Street ai miei occhi. E soprattutto avevo bisogno… di una bella risata!

Alla prossima puntata!

Stephen Fry nei “panni” di Mycroft Holmes

Grease 2

Anno: 1982

Regia: Patricia Birch

Interpreti: Michelle Pfeiffer, Maxwell Caulfield, Didi Conn, Syd Caesar, Eve Arden, Dodi Goodman

Dove trovarlo: Netflix

Inizia un nuovo anno scolastico alla Rydell e come da tradizione gli studenti si uniscono in gruppi che devono tutti sottostare  a regole sociali ben precise. Per esempio le Pink Ladies, le ragazze che indossano giacchette rosa, possono uscire solamente con i T-Birds, i ragazzi che portano le giacche di pelle nera. Ma alla bella Stephanie (Michelle Pfeiffer) le regole stanno strette: lei sogna di incontrare un ragazzo audace e misterioso, un motociclista senza paura, diverso da tutti i ragazzi che conosce. Per Micheal (Maxwell Caulfield), nuovo studente appena arrivato dall’Inghilterra, sembra impossibile poter conquistare il cuore di Stephanie, lui che ama Shakespeare e detesta le motociclette. Ma l’amore lo spinge a trasformarsi completamente per poter conquistare il cuore della ribelle Stephanie.

Dopo il successo stratosferico di Grease nel 1978 la Paramount Pictures tenta di replicare la formula della mitica “Brillantina”, ma il risultato non è che una variazione sul tema senza originalità, meno divertente e con attori meno capaci. Ci sono comunque alcune scene simpatiche e qualche gradevole canzone (come Reproduction, in cui gli studenti danno una loro interpretazione canora dell’impollinazione dei fiori), ma la sensazione generale è quella di una copia poco incisiva che fa molto rimpiangere il film precedente. Ritroviamo alcuni personaggi di Grease: la preside e la vicepreside, interpretate rispettivamente da Eve Arden e Dodi Goodman; Frenchy, l’amica della protagonista Sandy (Olivia Newton-John), sempre interpretata da Didi Conn; il fantastico Syd Caesar nel ruolo del coach Calhoun. Ma queste nostalgiche presenze non bastano a dare lustro al film. Le dinamiche tra Pink Ladies e T-Birds, con complicazione della banda di motociclisti rivale, restano invariate, e anche la conclusione in cui uno dei protagonisti realizza che l’altro in realtà non aveva affatto bisogno di cambiare resta identica, seppure a ruoli invertiti. La regista Patricia Birch, già coreografa per Grease, non riesce a ricrearne la magia, anche perché la trama è perfino troppo semplice anche per un musical tradizionale e le sottotrame, affidate a personaggi poco caratterizzati, sono quasi inesistenti, mentre nel primo film alcuni comprimari come Rizzo e Kenickie erano interessanti quanto i protagonisti. Purtroppo Maxwell Caulfield, l’attore che interpreta Michael, è un belloccio privo di espressione che non riesce a conquistare lo spettatore. Inaspettatamente però conquista la ragazza, e qui bisogna fermarsi un attimo per parlare di quella che è senza dubbio la cosa più bella del film: Michelle Pfeiffer. Michelle, che qui aveva appena ventiquattro anni, ruba la scena a tutti con la sua bellezza irraggiungibile e i suoi sogni ad occhi aperti. Quando canta invocando un Cool Rider che la porti via dalla banalità quotidiana seduta in cima ad una scala è semplicemente meravigliosa: nessuno stupore che Michael decida di compiere follie per lei! Sappiate che, di questi due muffin, uno è tutto per Michelle!

Voto: 2 Muffin

Quiz: Questo non è Harrison Ford!

Questa non è una pipa…

…E questo non è Harrison Ford! (o meglio, nella foto è proprio lui, ma…)

Oggi ho pensato di proporre un nuovo Quiz qui su Cinemuffin!

Il gioco di oggi si chiama “Questo non è Harrison Ford”. Il seguente brano, infatti, può sembrare una dichiarazione rilasciata alla vostra Madame Verdurin da Harrison Ford… ma non è così! In realtà si riferisce a… un altro attore! Vi sfido a indovinare qual è l’attore di cui sto parlando! 

E’ un onore per me essere tornato qui su Cinemuffin, Madame. Lo ammetto, la mia fama è cresciuta esponenzialmente da quando ho partecipato ad un grandissimo franchise, e poi a un secondo grande franchise… sono come le noccioline, uno tira l’altro! Ne ho fatte di cose nella mia carriera… Ho partecipato a innumerevoli spedizioni folli e pericolose in luoghi esotici, sfide perigliose per mare, mi sono ritrovato sulla spiaggia in strana compagnia… Ho rischiato di perdere i miei cari: ma alla fine mi sono sempre ritrovato nell’importanza della famiglia, anche quando tutto sembrava perduto. Ho avuto un grosso amico peloso che ha lottato al mio fianco. Ah, ho già parlato degli alieni? Sembravano pericolosi, ma alla fine è stato uno scherzo per me! Sono un uomo d’azione io! Le corse e i cazzotti sono il mio pane. E sono stato una spia, tra le altre cose, so che a voi Madame le spie piacciono molto. Ma la cosa di cui vado più fiero è di essere diventato un giocattolo! E ho anche fatto un film su un videogioco, perché mi sento giovanissimo e pieno di energia! Progetti per il futuro? Riprenderò un ruolo del mio passato… non è quello che fanno tutti di questi tempi?

Siete riusciti a capire chi è l’attore misterioso? Scrivete il nome nei commenti!

Il vincitore potrà reclamare il suo premio: la recensione in versi di un film a sua scelta.

E ora, indovinate! Sembra Harrison Ford, ma non lo è!

Chiami il mio Agente!

Titolo originale: Dix pour Cent

Anno: 2015-2020

Episodi: 4 stagioni da 6 episodi

Interpreti: Camille Cottin, Thibault de Montalembert, Grégory Montel, Liliane Rovère, Fanny Sidney, Nicolas Maury, Laure Calamy

Dove trovarlo: Netflix

Come raccontavo non molto tempo fa, nella mia vita il cinema è proprio dappertutto. Inevitabile quindi che, anche quando decido di vedere una serie tv, questa parli in qualche modo di cinema. Chiami il mio agente! (in originale Dix pour Cent, “Dieci per cento” in riferimento alla percentuale di guadagno di un agente sugli incassi dal talento da lui rappresentato) è ambientata a Parigi e racconta di una prestigiosa agenzia, la ASK, che da decenni cura gli interessi di alcuni tra i volti più noti del cinema francese, oltre che di molti giovani talenti. Quando il fondatore della ASK muore all’improvviso, durante la prima vacanza che si concedeva da anni, i suoi soci devono trovare il modo di mandare avanti l’agenzia senza di lui, gestendo i complicati rapporti con gli attori e i registi, tenendo a bada la spietata concorrenza, ma soprattutto imparando a contare l’uno sull’altro. Il personaggio centrale della storia è la giovane Camille (Fanny Sidney), che sentendo troppo stretta la vita di provincia lascia la madre per trasferirsi a Parigi ed entrare nel mondo dello spettacolo. Per poterlo fare conta sull’aiuto del padre, Mathias (Thibault de Montalembert), che lavora in un’agenzia di spettacolo; lui però rifiuta per paura di ferire la moglie e il figlio, visto che Camille era nata da una sua relazione clandestina. Fortuna vuole però che, mentre Camille si trova nella sede dell’ASK per parlare col padre, l’assistente di un’altra agente, la dura e esigente Andréa (Camille Cottin), abbia un crollo di nervi e abbandoni il lavoro: ad Andréa serve con urgenza una nuova assistente, e Camille si trova al posto giusto al momento giustissimo. Attraverso lo sguardo della neofita Camille scopriamo un po’ alla volta cosa significhi davvero dedicare la propria vita al mondo dello spettacolo pur rimanendo sempre nell’ombra, come fanno gli agenti, che spesso arrivano a sacrificare completamente la propria vita privata in nome del lavoro. Bisogno dire che quattro stagioni, considerando che non esiste una vera e propria trama generale della serie, sono abbastanza lunghe, ma si guardano con piacere grazie alla bravura degli interpreti e ai toni sempre sopra le righe che non appesantiscono mai nemmeno i momenti emotivamente più impegnativi. La vera forza di Chiami il mio Agente! però risiede nelle star che hanno accettato, sempre con grande classe e autoironia, di interpretare se stesse senza risparmiarsi: una Monica Bellucci affamata di uomini, Jean Reno vestito da Babbo Natale, Juliette Binoche che seduce uomini nei corridoi, Sigourney Weaver che balla in un cafè parigino; sono solo alcuni dei grandi nomi coinvolti, una vera gioia per qualunque cinefilo. Grazie a questa ricchezza di grandi star e situazioni surreali lo spettatore è portato a passare sopra ai molti cali di ritmo, alla sceneggiatura spesso forzata o banale e all’ironia che quasi mai riesce a restituire il pieno potenziale delle situazioni comiche che si presentano. Per questo sono stata molto felice di scoprire che è in arrivo anche la versione britannica di Chiami il mio Agente!: la serie sarà costituita da 8 episodi di un’ora e verrà distribuita nel Regno Unito nel 2022. Attendo la versione inglese con impazienza e mi domando se anche l’Italia tenterà di sfruttare l’onda di questo successo di Netflix, magari con una declinazione prettamente comica in stile Boris. Nel frattempo ripenso con divertimento alla puntata di Chiami il mio Agente! con Jean Reno, in cui scopriamo che l’attore francese era da decenni cliente dell’agenzia ASK: finalmente ho scoperto chi è stato a consigliargli di interpretare quel bel noir francese!

T – Un Uomo Tranquillo

Ricordo molto bene cosa provai quando vidi dal vivo la scritta bianca “Hollywood” sulle colline di Los Angeles. Ero del tutto sopraffatta, gli occhi si erano riempiti di lacrime ma non potevo piangere, e non riuscivo a convincermi di essere davvero lì, nel mitico luogo su cui avevo letto, studiato e fantasticato così tanto. Sapevo di avere la bocca spalancata, proprio come una bimba piccola, ma non potevo richiuderla. Poi, ad essere sinceri, Los Angeles non mi piacque. È una città brutta, sporca, in cui nessuno parla inglese, in cui hai la continua sensazione che se giri l’angolo sbagliato sarai come minimo rapinato, in cui anche i figuranti che posano per le foto con i turisti sono sbronzi già dal mattino, e nemmeno la fasulla e patinata Beverly Hills mi ha fatto cambiare idea. Per fortuna però quella non era l’unica tappa del meraviglioso viaggio che feci con i miei genitori, mio fratello e il mio futuro marito. A New York potei vedere a teatro lo spettacolo ispirato al film Frankenstein Junior di Mel Brooks, uno dei grandi cult di casa Verdurin. Ma la parte più bella fu quella del viaggio in auto attraverso il deserto, lungo la mitica Route 66, verso il Gran Canyon e tutti i luoghi prediletti da John Ford, il maestro del western classico. Una sera ci fermammo in un locale così country che più country non si poteva, tanto che ci guardavamo dicendo: «Ci manca solo che ora suonino Rawhide, come nei Blues Brothers!» Neanche il tempo di finire la frase che la band passa senza colpo ferire da Country Roads a Rawhide. Noi ci scambiavamo occhiate incredule, con grandi sorrisi stampati sul viso. I miei genitori ballarono. Una serata indimenticabile. Per tutta la durata del viaggio mi sentii dentro ai film che conoscevo tanto bene, e mi piacque tutto. Anche Las Vegas. Anzi, soprattutto Las Vegas. Non ho giocato d’azzardo nemmeno una volta, è una cosa che non riuscirò mai a trovare emozionante: conosco un milione di modi più divertenti per buttare via i soldi! Per esempio la meravigliosa sala giochi del Circus Circus di bondiana memoria, in cui sparare ai bersagli o lanciare polli di plastica nelle pentole: questo sì! Rimasi molto delusa da Los Angeles, è vero, ma c’è un ricordo che me la rende cara ugualmente: quella di Papà Verdurin che, inginocchiato davanti alla stella di John Wayne sulla Walk of Fame, rende omaggio al suo grande eroe, il Duca, il figlio di Katie Elder, il Grinta, l’Uomo Tranquillo. 

Quando, da piccola, andavo in vacanza al mare, il mio divertimento preferito era andare alla sala giochi Las Vegas (guarda caso) e salire sul calesse da cui sparare agli indiani: quanto mi piaceva! Poi però arrivò il film Disney Pocahontas e tutto cambiò: scoprii cosa era capitato davvero ai nativi americani, mi interessai alla loro storia e lessi molti libri. Cinematograficamente parlando questo significò passare da John Ford a Soldato Blu, Il Piccolo Grande Uomo, Un Uomo Chiamato Cavallo e Balla coi Lupi, per poi rendermi conto che, in realtà, il Duca aveva, anche se alla lontana, anticipato anche questo: quando in Sentieri Selvaggi il suo Ethan ritrova la nipotina, che dopo aver vissuto per anni con gli indiani è diventata una di loro. Noi guardiamo Ethan sollevarla con impeto e ci domandiamo: ora la ucciderà o la abbraccerà? Potrà accettare di avere per nipote uno di quei selvaggi che ha da sempre odiato e combattuto? Il genere western, come tutti gli altri generi a lungo (e a torto) considerati “minori”, si incarica di raccontare le contraddizioni e le idiosincrasie più profonde della società, della nostra prima che di quella del selvaggio West. John Wayne, lungi dall’essere solo un cowboy duro e tutto d’un pezzo, ha scandalizzato parteggiando per una prostituta in Ombre Rosse, ha fatto sbellicare dalle risate in Un Uomo Tranquillo, ha fatto commuovere in Il Grinta. Non è certo un caso se, in Mezzogiorno e Mezzo di Fuoco di Mel Brooks, quando lo sceriffo vuole convincere i personaggi a mettere a rischio le proprie vite li esorta così: “Per John Wayne lo fareste!” Noi, a casa Verdurin, lo faremmo.

La Donna alla Finestra

Titolo originale: The Woman in the Window

Anno: 2021

Regia: Joe Wright

Interpreti: Amy Adams, Gary Oldman, Anthony Mackie, Julianne Moore, Jennifer Jason Leigh, Fred Hechinger, Wyatt Russell

Dove trovarlo: Netflix

Anna Fox (Amy Adams) è una psicologa infantile che soffre di agorafobia e da anni non esce più di casa. Trascorre il tempo in compagnia del suo gatto, guardando la televisione, bevendo finché non viene raggiunta dal sonno e dagli incubi: la massiccia terapia di psicofarmaci cui si sottopone non sembra dare risultati. In questa situazione diventa normale per Anna trascorrere molto tempo alla finestra, osservando la strada e i vicini di casa. Quando la famiglia Russell si trasferisce nell’appartamento di fronte Anna incontra dapprima il figlio, il timido e introverso Ethan (Fred Hechinger), poi sua madre, l’allegra e amichevole Jane (Julianne Moore) e infine il padre, Alistair (Gary Oldman), dal carattere possessivo e violento. Alistair non gradisce che la dirimpettaia stringa legami con i suoi familiari e cerca di tenerla a distanza, ma quando Anna assiste dalla finestra all’omicidio di Jane non può evitare di rimanere coinvolta. Dalle indagini della polizia però la sua vicina Jane Russell risulta viva e vegeta… che sia stato tutto un incubo frutto della sua mente alterata?

A partire dal titolo stesso del film, La Donna alla Finestra esplicita i suoi richiami verso il capolavoro di Alfred Hitchcock La Finestra sul Cortile, in cui il giornalista James Stewart, immobilizzato da una gamba fratturata, si convinceva di aver assistito dalla sua finestra ad un omicidio. Giusto per ribadire il concetto, Anna guarda molto spesso vecchi film, tra cui proprio La Finestra sul Cortile ma anche Io Ti Salverò, altro film di Hitchcock affine per le tematiche affrontate (problemi psichici, rimozione di traumi, percezione alterata della realtà). Se nel film con James Stewart l’immobilità forzata era simbolo della riluttanza del protagonista a lasciarsi andare ai sentimenti per la bella Grace Kelly, in questo caso invece l’agorafobia (la paura degli spazi aperti e delle folle) scaturisce dalla difficoltà ad affrontare un trauma che ci viene rivelato (senza grosse sorprese, a dire il vero) solo in un secondo momento. Si tratta in entrambi i casi di una condizione che immobilizza i protagonisti, impedendo loro di vivere appieno la propria vita. Qui finiscono tutte le rassomiglianze con il film di Hitchcock: ci troviamo ad un livello decisamente più basso da ogni punto di vista. Il regista Joe Wright in passato si è dimostrato molto abile soprattutto nei film in costume, patinati eppure incisivi e divertenti come Orgoglio e Pregiudizio; purtroppo però non si mostra affatto a suo agio nel genere giallo/thriller, dove non riesce a costruire una suspense (non riceve nemmeno l’aiuto della colonna sonora di Danny Elfman, decisamente poco incisiva), a creare un mistero (la svolta finale è, come minimo, lapalissiana), a dare ambiguità ai personaggi. Questo non a causa degli attori, che invece si comportano tutti molto bene. Amy Adams accetta di sacrificare la sua bellezza per diventare una donna distrutta e disturbata, mettendo il suo talento al servizio di una protagonista con cui lo spettatore fatica, dall’inizio alla fine, a trovare empatia. Gary Oldman fatica a brillare a causa di una sceneggiatura balorda che, nel tentativo di dare ambiguità al suo personaggio lo rende poco efficace. Scintilla invece Julianne Moore in un ruolo vitale e cardinale, anche se di breve durata, mettendo in ombra la pur brava Jennifer Jason Leigh. Il migliore in campo, a sorpresa, è Wyatt Russell, l’affittuario ambiguo e misterioso, nonostante il personaggio venga usato come risolutore di tutte le storture della sceneggiatura. Riprovevoli, a mio parere, gli inserti come le macchie rosse sul tovagliolo, la mela rossa o i fiocchi di neve, nati sicuramente dal tentativo di richiamare le tecniche di Hitchcock (inserti e filtri cromatici per rappresentare una percezione distorta della realtà o un trauma affiorante) ma che qui non funzionano affatto. Purtroppo in questo film niente funziona: niente giallo, niente suspence, niente mistero, nessuno scavo psicologico interessante, nessun personaggio memorabile. Curiosità: anche se qui ha un ruolo molto piccolo come marito di Anna, Anthony Mackie ha da poco goduto di grande fama come protagonista della serie Disney Plus Falcon and the Winter Soldier, in cui interpreta appunto l’avenger Falcon che si incontra/scontra con il nuovo Captain America, interpretato guarda caso da Wyatt Russell. Il fatto che questa sia la curiosità più interessante di questo film la dice lunga sulla sua qualità, ahimè.

Voto: 1 Muffin

Quiz: Che Film Ho Sognato?

Chi è già stato almeno una volta qui su Cinemuffin, soprattutto se ha letto qualcuno dei miei aneddoti, ormai ha capito che nella mia vita il cinema è dappertutto: dvd nelle credenze, dizionari del cinema sugli scaffali, poster alle pareti, sui piatti di ceramica che decorano il mio salotto, sul libro che tengo sul comodino, sugli abiti, sulla rivista che tengo nel bagno, nel servizio da tè, nelle presine appese in cucina… Non c’è quindi da stupirsi se qualche volta la mia passione entra anche nei miei sogni. Vi racconto adesso il sogno (vero!) che ho fatto questa notte e vi invito, se la cosa vi sembra divertente, a trovare tutti i riferimenti cinematografici che contiene e scriverli nei commenti. Magari ne troverete anche qualcuno che a me è sfuggito (i sogni, si sa, hanno radici imperscrutabili)!

Nel sogno io ero un agente segreto incaricato di proteggere la regina, la cui vita era in pericolo per colpa di Hitler. L’unico modo per sconfiggere Hitler era quello di batterlo ad una partita di calcio uno contro uno. Ovviamente, per la salvezza di Sua Maestà, accettavo la sfida. La partita si giocava in un enorme e lussuoso salone e la palla era in realtà un grande mappamondo. Hitler era davvero molto abile e in gran forma, tanto che iniziavo a temere che non lo avrei mai potuto battere, fino a che, con una rovesciata, riuscivo a segnare il gol della vittoria. Hitler era sconfitto e la Regina era salva!

Mi rendo conto che normalmente metto in palio, per chi riesce a risolvere i miei enigmi, un modesto premio, di solito la recensione in versi di un film a scelta. In questo caso però mi troverei in difficoltà a dover selezionare un unico vincitore in quanto le risposte giuste sono molteplici (senza contare i riferimenti inconsci che nemmeno io riesco a contare). In ogni caso, chi decide di partecipare a questo piccolo gioco è libero anche di scrivere il titolo del film (attinente o meno alle mie bizzarre acrobazie oniriche) di cui vorrebbe leggere la recensione in versi scritta da me… Questa volta non prometto nulla ma cercherò, se mi è possibile, di soddisfare le eventuali richieste!

Buon divertimento e buona notte!

Le Avventure di Rocketeer

Titolo originale: The Rocketeer

Anno: 1991

Regia: Joe Johnston

Interpreti: Billy Campbell, Jennifer Connelly, Timothy Dalton, Alan Arkin, Terry O’Quinn

Dove trovarlo: Disney Plus

Il giovane Cliff Secord (Billy Campbell) vive in un tranquillo paesino di campagna fuori Los Angeles, dove insieme all’amico Peevy (Alan Arkin) progetta e pilota piccoli aerei acrobatici mentre pianifica un futuro con la bellissima fidanzata Jenny (Jennifer Connelly), che però non condivide la sua passione per il volo e la tecnologia. Una notte due malviventi, dopo aver rubato un innovativo e sofisticato prototipo di jetpack al magnate Howard Hughes (Terry O’Quinn), durante la fuga lo nascondono proprio nel piccolo hangar di Peevy. Quando Cliff lo trova, entusiasmato da quel congegno futuristico, decide di provarlo, nonostante le proteste di Peevy che ritiene sia troppo pericoloso. Dopo i primi goffi tentativi, Cliff impara a volare in scioltezza e a utilizzare la sua nuova abilità per compiere gesti eroici: in breve, tutti conoscono il misterioso eroe volante col nome di Rocketeer. Ma sono in molti a volersi impossessare di quel jetpack ad ogni costo, dai gangster di Los Angeles al celebre e affascinante attore di Hollywood Neville Sinclair (Timothy Dalton).

Il personaggio Rocketeer nasce dalle pagine dei fumetti di Dave Stevens e viene portato al cinema dalla Disney nel 1991 per la regia di Joe Johnston, fresco del grande successo del suo esordio Tesoro mi si sono Ristretti i Ragazzi (di cui è da poco stato annunciato il sequel) e destinato a diventare negli anni regista di una serie di ottimi film d’avventura (Jumanji, Pagemaster, Hidalgo, il primo Captain America). Questo film rientra perfettamente in tutti i canoni del genere “avventura per famiglie”, ma il suo grande pregio è di avere dei personaggi e degli eventi di contorno davvero accattivanti. La doppia ambientazione, tra la tranquilla vita di campagna e la pulsante e caotica metropoli di Los Angeles e della sua scintillante ma anche spaventosa Hollywood, è resa in modo molto efficace. Tutte le scene ambientate sui set del film in costume in cui il divo vanesio e crudele Neville Sinclair, interpretato da un ottimo giovane Timothy Dalton, sono molto divertenti e anche incisive nella critica, marginale ma presente, al divismo che da sempre contraddistingue l’establishment. Poi ci sono i gangster, all’apparenza truci e terrificanti, e naturalmente  l’FBI che dà loro la caccia; alla fine però si scopre che i veri cattivi della storia sono i neonazisti, un altro elemento sempre di grande impatto in una storia. Su tutto e su tutti, e non può essere altrimenti, troneggia Howard Hughes, un uomo che, con tutti i suoi meriti e le sua stranezze (geniale inventore, ricco magnate, grande produttore cinematografico, autorecluso per scelta, aviatore per diletto), inevitabilmente è divenuto spesso un personaggio del cinema, in questo caso non protagonista ma comunque determinante per lo sviluppo della trama e per l’appagante lieto fine. Stupisce che un attore, non eccezionale ma sicuramente fascinoso, come Billy Campbell, che interpreta Cliff, non abbia avuto una carriera più fortunata. Non è invece una sorpresa trovare una Jennifer Connelly come sempre stupenda ma del tutto inespressiva. Timothy Dalton, che era già stato James Bond nel film Vendetta Privata, questa volta invece ammalia e convince nel ruolo del cattivo egocentrico e megalomane, proprio del genere di quelli di solito combattuti da 007. Infine Alan Arkin si fa voler davvero bene nel ruolo del burbero dal cuore d’oro Peevy. Le scene di volo del jetpack restano ancora oggi molto ben fatte e divertenti per grandi e piccini e pur non mancando nessun clichè narratologico il film, tra scene d’azione, di inseguimento e d’amore, si lascia guardare con molto piacere. Dallo stesso fumetto e dal film stesso nasce  nel 2019 la serie Disney Junior Rocketeer, in cui una bambina si lancia in nuove avventure con il suo zainetto a razzo, disponibile su Disney Plus per chi, dopo aver visto il film, non ha ancora voglia di smettere di volare.

Voto: 3 Muffin

Ricomincio da Noi

Titolo originale: Finding your Feet

Anno: 2017

Regia: Richard Loncraine

Interpreti: Imelda Staunton, Timothy Spall, Celia Imrie

Dove trovarlo: Amazon Prime

Dopo aver scoperto il marito in flagrante tradimento con la sua migliore amica, Sandra (Imelda Staunton) abbandona il fedifrago, la casa e la sua vita lussuosa per rifugiarsi dalla sorella Bif (Celia Imrie). Bif la accoglie con affetto ma presto i caratteri opposti delle sorelle porteranno all’attrito tra le due: se Sandra è composta, seria e posata, Bif al contrario è esuberante, disordinata e passionale. Per aiutare Sandra, Bif la coinvolge suo malgrado in un corso di ballo. Inizialmente Sandra sembra rifiutare ogni aspetto della vita della sorella, dalla marijuana alle sue frequentazioni, poi, poco alla volta, si lascia travolgere dalla sua energia e dal suo amore per la vita, fino a riscoprire se stessa, attraverso la danza (in cui eccelleva da bambina) e anche grazie a un sentimento inaspettato che la legherà sempre di più allo scapestrato (ma solo in apparenza) Charlie (Timothy Spall).

La storia del cinema in generale, e quella del cinema inglese in particolare, trabocca di storie in cui i personaggi, dopo una crisi esistenziale ed emotiva, ritrovano se stessi e la gioia di vivere grazie all’espressione, spesso artistica, della loro personalità più autentica. Succede ad esempio in Billy Elliot, Full Monty, Calendar Girls, tutte ottime commedie di formazione. Ricomincio da Noi appartiene allo stesso filone, sebbene sia un film dolceamaro che alterna momenti comici a momenti drammatici senza far prevalere nessuno dei due toni, anche se, forse proprio per questo suo essere ibrido, risulta meno riuscito degli altri che ho portato ad esempio. La forza del film quindi non si trova nella trama, piuttosto convenzionale, e nemmeno nei personaggi, che sono i caratteri tipici del genere, ma nel talento degli attori che, pur imbrigliati in questa struttura consolidata che non si prende alcun rischio riescono a restituire dei personaggi che, se non a tuttotondo, diventano delle figure aggettanti cui ci si affeziona e di cui si seguono con piacere le vicissitudini. Se il contrasto tra Imelda Staunton e Celia Imrie è il cuore della storia, il vero elemento d’interesse è il personaggio di Charlie, interpretato con spigliata dolcezza da Timothy Spall. Una curiosità: anche se non recitavano insieme, Imelda Staunton e Timothy Spall hanno preso entrambi parte alla saga di Harry Potter interpretando due personaggi spiacevoli, la tirannica preside Dolores Umbridge e il traditore Codaliscia. Consigliato a chi ha un debole per gli attori inglesi, per i film in cui si balla, per chi ama le storie leggere di riscatto personale, per chi vuole godersi un gruppetto di attempati ballerini inglesi che se la spassa per le strade di Roma.

Voto: 3 Muffin