Still Life

Anno: 2013

Regia: Uberto Pasolini

Interpreti: Eddie Marsan, Joanne Froggatt

Dove trovarlo: Raiplay

John May (Eddie Marsan) è un grigio e anonimo impiegato comunale in un paesino dell’Inghilterra, ma il suo lavoro, che lui svolge con incredibile dedizione e scrupolosità, è davvero peculiare: John è incaricato di rintracciare familiari e conoscenti delle persone decedute che apparentemente non hanno famiglia né amici. Il compito di John è dunque organizzare il funerale e la sepoltura dei defunti e spulciare poi tra le loro cose alla ricerca di indizi per trovare amici e parenti, qualora ce ne siano. Quando John viene licenziato, dopo vent’anni di servizio, perchè la nuova amministrazione desidera “tagliare i rami secchi”, ottiene il permesso di chiudere l’ultimo caso e si impone di riuscire a rintracciare la famiglia del defunto Billy Stoke.

Nonostante la connessione pessima di Raiplay, per cui il film si interrompeva spesso e volentieri, ho davvero adorato questo film, un’autentica boccata d’aria per gli amanti del cinema per come riesce a mettere in scena in maniera impeccabile una vicenda tanto comune quanto unica. Quanti di noi pensano forse di essere come John May? Mentre a tutti noi capita sicuramente molto spesso di incontrare qualche John May, persone all’apparenza insignificanti ma che celano in sé un amore per il prossimo incondizionato e una cognizione del senso e del valore della vita umana insospettabilmente profonda. La regia di Uberto Pasolini, sorretta da una fotografia e una colonna sonora impeccabili, rappresenta lo svolgimento di una vicenda apparentemente semplice e quasi noiosa, in cui però ogni inquadratura, ogni gesto e ogni oggetto stabilisce un preciso e inatteso richiamo con un evento apparentemente remoto. Le metafore sono chiare e potenti, senza venire però mai urlate in faccia allo spettatore, piuttosto sono suggerite da collegamenti tra dettagli nelle immagini, e le parole sono significative perché misurate e mai sprecate. Il protagonista Eddie Marsan ci regala una prova straordinaria, affiancato da una sempre splendida e bravissima Joanne Froggatt (conosciuta nella serie Downton Abbey). 

L’impressione guardando il film è che potrebbe bastare un battito di ciglia per perdere un dettaglio fondamentale per comprendere dinamiche e legami: così come è nella vita.

Consiglio con il cuore la visione di Still Life (giustamente non tradotto in italiano perchè in inglese l’espressione ha una doppia valenza, “Vita Immobile” ma anche “Ancora Vita”), una coccola per l’anima con un sapore, che emerge nel perfetto finale, che mi piace definire “zavattiniano”.

Voto: 4 Muffin

Verso l’Abisso Fischiettando

In genere non ascolto la radio, perchè tutti i deejay e i presentatori, con le loro volgarità e il loro incessante blaterare senza senso, mi irritano parecchio. C’è però una trasmissione radio che invece amo molto e che seguo più che volentieri, per quanto posso, visto che va in onda in orario lavorativo (ma le registrazioni delle puntate sono sempre disponibili su Raiplay Sound): mi riferisco a Il Ruggito del Coniglio, in onda su Rai Radiodue dal lunedì al venerdì dalle 07.45 alle 10.30. Si tratta di una classica trasmissione contenitore, che oltre a trasmettere della musica che per lo più incontra i miei gusti, intrattiene il pubblico con dissertazioni comiche sui fatti del giorno, imitazioni, personaggi, ospiti e molto altro. I due storici conduttori del Ruggito del Coniglio, Marco Presta e Antonello Dose, sono molto simpatici, affiatati tra loro e quasi per nulla volgari: questo rende l’ascolto della loro trasmissione molto piacevole.

Quando ho saputo che i due presentatori hanno anche scritto dei libri, mi sono molto incuriosita e ho deciso di provarne uno, per iniziare. Babbo Natale quest’anno mi ha portato Verso l’Abisso Fischiettando di Marco Presta, libro uscito nel 2024 edito da Einaudi.

Non credo proprio che sarà l’ultimo libro di Marco Presta che leggerò, perchè mi è piaciuto moltissimo!

La trama è semplice ma molto accattivante: il protagonista, Enrico, ex maestro di scuola che vive a Roma, è arrivato senza particolari sforzi a compiere 133 anni, godendo di buona salute e conducendo una vita modesta e normalissima. Un numero sempre crescente di persone, però, non vede affatto di buon occhio questa sua inspiegata longevità: alcuni lo accusano di essere un robot o un alieno, altri di essere il frutto di un esperimento genetico di qualche potenza straniera, altri ancora sono convinti che si addirittura in combutta con il demonio in persona… Per proteggere l’incolpevole Enrico da questi atteggiamenti ostili, che sfociano talvolta nella violenza, lo Stato italiano gli ha assegnato una scorta armata e un presidio permanente di forze di polizia. Ma Enrico non sembra proprio avere alcuna intenzione di morire, e questo suscita reazioni inattese e innesca situazioni impreviste.

Il libro è molto scorrevole e si legge in fretta ma con grande piacere, godendo sia delle vicende del vetusto Enrico che della narrazione sciolta e acuta. Verso l’Abisso Fischiettando è prima di tutto un intrattenimento piacevole e divertente, pur contenendo riflessioni interessanti e qualche situazione emotivamente intensa. Tuttavia, se ci si vuole fermare un momento a riflettere, si troveranno molteplici spunti davvero interessanti. E soprattutto, ci si rende subito conto che la possibilità di un’insurrezione mondiale di fronte a un’anomalia biologica del genere non è un risvolto così assurdo, basandosi su ciò che la natura umana ha fino ad oggi dimostrato di essere e di poter diventare.

Una lettura distensiva (ma non troppo), consigliata davvero per tutti.

Berlinguer – La Grande Ambizione

Anno: 2024

Regia: Andrea Segre

Interpreti: Elio Germano, Paolo Pierobon, Roberto Citran, Giorgio Tirabassi, Paolo Calabresi

Racconto dei principali avvenimenti della vita privata e politica di Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano negli anni ‘70.

Premettendo che né la politica né la storia italiana hanno mai suscitato in me particolare interesse, al di là dei doverosi studi scolastici, e che il cinema italiano contemporaneo in generale riesce difficilmente a farmi sussultare in qualunque modo, Berlinguer – La grande ambizione resta comunque un film insulso e noioso. A partire dalla schermata iniziale che spiega come si tratti di un film basato su fatti e documenti, fino a che gli sceneggiatori (Marco Pettenello e lo stesso regista, Andrea Segre) non hanno ritenuto meglio inventare e romanzare. Ma quindi, a che pro realizzare un film noioso come un brutto documentario e fasullo come una storia inventata? Avrei preferito di gran lunga un vero e proprio documentario, con autentiche interviste e spezzoni di telegiornali dell’epoca, o in alternativa un racconto appassionato di un determinato aspetto della persona Enrico Berlinguer, al di là del leader politico che tutti conosciamo. Cosa ci offre invece Andrea Segre? Un’agiografia di un Berlinguer che sa sempre cosa dire e cosa fare, che non teme nulla, che affronta qualunque leader politico italiano e straniero a testa alta, che ama stare con i figli, ricorda sempre l’anniversario della moglie, beve solo latte e fa anche ginnastica. Un superuomo, in definitiva, senza mai un’esitazione e senza alcun difetto che possa renderlo umano e suscitare nello spettatore empatia nei suoi confronti. Sono sicura che Elio Germano ce l’abbia messa tutta nella sua interpretazione, ma non gli serviva alcuno sforzo per svettare sugli altri membri del cast, alcuni incapaci (i ragazzi che interpretano i figli in particolare) e altri molto bravi ma relegati al ruolo di tappezzeria, una moltitudine di grigi uomini politici che fanno da sfondo (o da contraltare, come nei casi di Giulio Andreotti e Aldo Moro, molto ben interpretati rispettivamente da Paolo Pierobon e Roberto Citran) alla stella scintillante di Berlinguer.

Se a questo grosso difetto nell’impostazione di base si aggiungono una regia ballerina, un montaggio arbitrario e una colonna sonora composta solamente da rumori molesti, ecco che il piatto è servito: noia con contorno di fastidio. 

Potrebbe essere recuperato magari dalle scuole per mostrarlo agli alunni e dare loro un’idea di quel periodo cruciale per la storia italiana, ammesso e non concesso che arrivino davvero a studiarlo.

Voto: 1 Muffin

Leggere Lolita a Teheran

Titolo originale: Reading Lolita in Teheran

Anno: 2024

Regia: Eran Riklis

Interpreti: Golshifteh Farahani, Zar Amir, Mina Kavani

Leggere Lolita a Teheran è la vera storia, tratta dall’omonimo romanzo in cui lei stessa la racconta, di Azar Nafisi, docente di letteratura inglese all’università di Teheran, che dopo la rivoluzione islamica di Khomeini si ritrova a spiegare capisaldi della cultura occidentali come Il Grande Gatsby, Orgoglio e Pregiudizio e Lolita a dei ragazzi che li considerano osceni e immorali, ma anche a delle studentesse che solamente tramite questi testi possono concepire una vita lontana dalla repressione e dalle costrizioni che la religione e la cultura islamica impongono loro.

Il film Leggere Lolita a Teheran, che ha vinto il premio del pubblico alla Festa del Cinema di Roma, è un racconto autobiografico, e proprio in questo sta la sua grande forza, perchè ci permette di osservare dall’interno un fenomeno sociale e politico agghiacciante, ovvero l’installazione di un regime di stato religioso soffocante e oppressivo, soprattutto nei confronti delle donne, nell’Iran degli anni ‘80. La protagonista Azar Nafisi, avendo vissuto per anni in Inghilterra e negli Stati Uniti, sente tutto il peso di una realtà in cui la donna è ridotta a un nulla, senza diritti nè voce, e cerca di trasmettere alle sue alunne, prima con le lezioni all’università e poi istituendo un circolo letterario clandestino in casa sua, quella fiducia in se stesse e quelle speranze che il loro paese sta togliendo loro, senza che chi ha sempre e solo vissuto in questo ambiente oppressivo e misogino possa rendersene conto.

Il film parte molto bene, mostrando come i mutamenti sulla scena politica si riflettano sulla vita delle persone comuni, e sulle giovani donne in particolare, e di quanto queste ne soffrano ma siano spesso perfino incapaci di rendersene conto; ogni tentativo di reazione, poi, viene punito severissimamente, con il carcere, lo stupro e spesso la morte. In questa prima parte il racconto è molto incisivo, e delinea chiaramente una situazione di disagio e di pericolo costante. 

Nella seconda parte però il focus si sposta dallo studio della letteratura occidentale come strumento di riflessione, presa di coscienza ed emancipazione ai tormenti interiori della professoressa, che ama molto l’Iran ma allo stesso tempo non può più sopportare quella vita. Il tutto quindi si riduce a un conflitto interiore della protagonista, che naturalmente è comprensibile ma non così interessante da reggere il peso di tutta la narrazione. Non aiuta poi la figura dell’amico ex collega rappresentato come un guru ma che in realtà non fa che snocciolare frasi enigmatiche prive d’interesse e significato: il rapporto con lui e l’amore condiviso per i libri occidentali proibiti avrebbe meritato maggior spessore, così come le storie delle singole allieve e il punto di vista della madre di Azar.

In conclusione un film bello, necessario e con alcuni spunti potenti, ma che poteva diventare ancora più incisivo e importante. Non ho letto il libro da cui è tratto perciò non sono in grado di fare confronti, ma sarei curiosa di capire se lì la letteratura occidentale avesse un peso maggiore nello sviluppo degli eventi narrati, cosa che avrebbe arricchito enormemente il film.

Voto: 2 Muffin

Lupi Mannari

Titolo originale: Loups-Garous

Regia: François Uzan

Interpreti: Jean Reno, Franck Dubosc, Suzanne Clément

Dove trovarlo: Netflix

Una famiglia alle prese con normali problemi delle famiglie: il nonno (Jean Reno) un po’ svampito a causa dell’età, figli adolescenti problematici, difficili rapporti tra figliastri/figliastre e matrigne/patrigni, vita di coppia complicata.

Ma se tutti i membri della famiglia decidono di partecipare a un gioco da tavolo ambientato nella Francia medievale…. e improvvisamente si ritrovano catapultati indietro nel tempo? 

La famiglia deve superare le divergenze e unirsi per trovare il modo di tornare a casa… ma prima deve fare i conti con i lupi mannari!

Nel 1985 uscì un film bellissimo tratto da un gioco da tavolo: Signori il Delitto è Servito, tratto dal classico Cluedo (in originale infatti il titolo è Clue). Si tratta di un film spassoso e con un ottimo cast. 

Ecco, anche Lupi Mannari è basato su un gioco da tavolo molto famoso, Lupi Mannari di Roccascura, ma il risultato è lontano anni luce dal film interpretato da Tim Curry, Leslie Ann Warren, Madeline Kahn, Eileen Brennan e Christopher Lloyd.

Io ho giocato innumerevoli volte a un gioco di carte gemello di Lupi Mannari di Roccascura che si chiama Lupus in Tabula e mi ha regalato ore e ore di divertimento con gli amici, perciò non saprei dire se il film possa essere più divertente non conoscendo le dinamiche del gioco. Lo spettatore che le conosce bene si aspetterà fin da subito che succedano determinate cose e saprà in anticipo spiegarsi gli strani poteri che i personaggi si ritrovano ad avere una volta tornati indietro nel tempo. Nonostante questo il film resta un intrattenimento dignitoso, adatto a tutta la famiglia: infatti, anche se si parla di lupi mannari assassini, di fatto non viene mostrata alcuna uccisione o scena violenta sullo schermo. Sarebbe stato un controsenso, infatti, visto che ci troviamo di fronte al tipico film per famiglie che tratta di conflitti e difficoltà che vengono superati nel nome dell’affetto che lega tutti i familiari. Il film, pur senza avere trovate particolarmente originali, scorre via liscio e senza intoppi, a patto che si accettino alcune forzature dovute all’adesione alle dinamiche del gioco e all’ambientazione medievale. Bisogna anche portare pazienza per il senso dell’umorismo francese, che in alcune scene lascia molto perplessi.

Nel complesso però Lupi Mannari è un filmetto innocuo e divertente per passare una serata rilassante in famiglia.

Nessuno però mi toglierà dalla testa che Jean Reno, come Eddie Murphy nell’esilarante Bowfinger, sia stato ripreso a sua insaputa e non sapesse di essere in questo film, e che lo abbia scoperto solo più tardi quando gli hanno consegnato l’assegno (o il panino alla mortadella, o qualunque sia stato il suo compenso).

Una curiosità: se durante la visione vi ritrovate a pensare intensamente a Non ci Resta che Piangere, la commedia italiana in cui Roberto Benigni e Massimo Troisi si ritrovano inspiegabilmente nel 1492 (“quasi millecinque”) non è un caso: è indubbio che il regista  Francois Uzan lo conosce molto bene!

Voto: 2 Muffin

Il Tempo che ci vuole

Anno: 2024

Regia: Francesca Comencini

Interpreti: Fabrizio Gifuni, Romana Maggiora Vergano

Racconto autobiografico, scritto e diretto da Francesca Comencini, di alcuni momenti salienti del suo rapporto con il padre Luigi Comencini, celebre regista italiano autore di classici del nostro cinema come Pane Amore e Fantasia, Tutti a Casa, ll Compagno Don Camillo, La Donna della Domenica e Signore e Signori, Buonanotte, oltre al famosissimo sceneggiato televisivo tratto da libro Pinocchio. Dall‘infanzia di Francesca alla travagliata adolescenza fino a trovare la sua strada sulle orme del padre.

Il film mi è piaciuto molto, credo che nessun cinefilo possa dire di no all’idea di scoprire qualcosa di più su un regista così importante come Luigi Comencini, anche considerando il fatto che non siamo di fronte ad un documentario e che molti avvenimenti e dialoghi potrebbero non essere autentici. In ogni caso mi hanno molto colpita l’affetto e il rispetto con cui Francesca Comencini ha raccontato Luigi, che senza dubbio in alcune fasi della sua vita deve essere stato per lei un padre piuttosto ingombrante e dal quale non si sentiva capita. Ho apprezzato gli interpreti, in particolare Fabrizio Gifuni nel ruolo di Luigi, l’amore per le città di Roma e di Parigi che traspare dalle inquadrature, l’equilibrio tra racconto del cinema e racconto della vita, che scorrono a tratti parallelamente ma senza incontrarsi, a tratti indissolubilmente intrecciati. Quel pizzichino di realismo magico alla Zavattini poi mi ha soddisfatto molto, coerente con la figura di artista che ci viene raccontata e che abbiamo tutti imparato a conoscere e amare attraverso il suo cinema.

Mi resta un’unica riserva, non avendo visto altri film di Francesca Comencini, mi domando se sia in grado di raccontare altro rispetto al padre e a se stessa (sappiamo dal film che il suo esordio dietro la macchina da presa, nel 1984 con Pianoforte, è stato sempre all’insegna dell’autobiografia): non mi resta che procurarmi altri film diretti da lei per scoprirlo!

Voto: 3 Muffin

Little Miss Sunshine

Anno: 2006

Regia: Jonathan Dayton, Valerie Faris

Interpreti: Abigail Breslin, Steve Carell, Toni Collette, Greg Kinnear, Alan Arkin, Paul Dano, Bryan Cranston

Dove trovarlo: Disney Plus

Quando la piccola Olive (Abigail Breslin) viene selezionata per partecipare al concorso di bellezza e talent show per bambine Little Miss Sunshine in California, tutta la sua famiglia si mette in viaggio con lei a bordo di uno scalcinato furgoncino giallo: il padre (Greg Kinnear) in attesa che il suo libro motivazionale venga pubblicato, la madre (Toni Collette) che fuma di nascosto, il fratello (Paul Dano) che ha fatto voto di silenzio fino a che non sarà accettato alla scuola militare per piloti, il nonno (Alan Arkin) cocainomane e sboccato, e lo zio (Steve Carell) che ha da poco tentato il suicidio.

Questo piccolo gioiello del 2006 ha vinto moltissimi premi in vari festival; tra questi riconoscimenti spiccano le 4 nomination agli Academy Awards che lo hanno portato a vincere 2 premi Oscar: migliore sceneggiatura originale per Michael Arndt e miglior attore non protagonista per Alan Arkin, che nel film interpreta il peculiare nonno di Olive.

Tutti gli allori ricevuti sono più che meritati: il film infatti è una gioia per gli occhi e per il cuore, divertentissimo ma anche molto commovente e intelligente, interpretato da tutti in modo magistrale (anche Bryan Cranston ha un ruolo, seppur minore, arricchendo anche il cast di comprimari). Si potrebbe dire che i coniugi Jonathan Dayton e Valerie Faris (che 11 anni dopo torneranno a dirigere Steve Carell nell’ottimo Battle of the Sexes) hanno vita facile, con una sceneggiatura così fresca e acuta e un cast meraviglioso, ma non è da sottovalutare la loro abilità nel creare sequenze divertenti, inquadrature significative e collegamenti tra le scene che sottolineano l’evoluzione dei personaggi. faccio un esempio di quest’ultima tipologia: mentre alla partenza alcuni personaggi hanno bisogno di aiuto per salire sullo scalcinato pulmino giallo in corsa, nel finale tutti riescono a montare in autonomia, ad indicare l’arricchimento psicologico ed emotivo che tutti hanno guadagnato con quello strano viaggio e quella improbabile compagnia. Little Miss Sunshine è un road-movie corale che sposa tutti gli stilemi del genere ma li sa sfruttare tutti con grande intelligenza e originalità, dando vita a un’opera ricca, spassosa, acuta e senza un solo momento di noia. Avevo visto il film molti anni fa ma lo ricordavo bene, perchè scene e personaggi si erano impressi con forza nella mia memoria. Rivedendolo oggi, questa volta in lingua originale, ho avuto modo di apprezzare ancora una volta la sapienza con cui è costruito, le ottime interpretazioni e l’intelligenza dei dialoghi; certo la prima volta resta unica per la sorpresa dell’esibizione al talent show, di cui non svelerò nulla per non togliere il divertimento a chi non ha mai visto il film. Non saprei cosa aggiungere per convincere tutti a vederlo, è un film davvero splendido, che critica molti aspetti dello show business americano (e non solo) senza risultare mai scontato o pedante, in grande leggerezza e con simpatia infinita. Gli attori fanno a gara di bravura, i personaggi entrano nel cuore, lo scassato furgoncino giallo diventa icona e simbolo di evoluzione personale e legami indissolubili.

Da vedere e rivedere.

P.S. Nel film il personaggio di Steve Carell è il massimo esperto mondiale di Marcel Proust: poteva Madame Verdurin rimanere indifferente?

Voto: 4 Muffin

Vermiglio

Anno: 2024

Regia: Maura Delpero

Interpreti: Tommaso Ragno, Martina Scrinzi, Giuseppe De Domenico

La Seconda Guerra Mondiale sta per volgere al termine quando la numerosa famiglia Graziadei, si ritrova a dare rifugio a un disertore siciliano, Pietro (Giuseppe De Domenico), che ha salvato la vita al giovane Attilio. Ma una presenza straniera in un minuscolo paese di montagna come Vermiglio non può non avere conseguenze.

Su Cinemuffin ho sempre e solo riportato pareri originali, condivisibili o meno, tutta farina del mio sacco; questa volta invece voglio citare testualmente la recensione, succinta e caustica, fatta di questo film da Papà Verdurin: “Vermiglio è la versione povera di L’Albero degli Zoccoli”. E non c’è alcun dubbio sul fatto che la regista e sceneggiatrice Maura Delpero si sia ispirata moltissimo al maestro del cinema italiano Ermanno Olmi, in particolar modo nell’incipit del film, privo di parole ma ricco di paesaggi e squarci di vita rurale molto suggestivi. Quello che purtroppo manca è la grande poesia che Olmi sapeva infondere nei suoi capolavori (ammetto di non averli visti tutti, ma faccio riferimento a, appunto, L’Albero degli Zoccoli e Cantando Dietro i Paraventi), che lasciava senza parole e teneva lo spettatore avvinghiato alle immagini del film nonostante i ritmi lentissimi. Vermiglio rimane comunque un bel film, che non solo ha vinto il Leone d’Argento a Venezia, ma è anche stato selezionato per rappresentare l’Italia agli Oscar del 2025, che però manca di quel guizzo che contraddistingue i capolavori. Regia e fotografia sono encomiabili, la visione in sala accentua la bellezza delle immagini e dei paesaggi; peccato però che, dopo gli infiniti titoli di testa enuncianti i numerosissimi enti sponsor, lo spettatore abbia a tratti l’impressione di assistere ad uno spot pubblicitario sulle vacanze in Trentino Alto Adige. Gli attori, non tutti professionisti, fanno un ottimo lavoro, recitando in dialetto del Trentino (il film infatti è sottotitolato per facilitare la comprensione dei dialoghi) e dando vita a personaggi molto realistici e sfaccettati, anche se non tutti hanno sufficiente spazio per mostrarsi ed evolversi sullo schermo: penso al giovane Attilio, quasi parte dell’arredamento, e alla zia Cesira, mera voce narrante del sentire comune. Ho notato inoltre una tendenza tutta contemporanea, che molto stona con il realismo di base, a rappresentare tutti i personaggi maschili come negativi oppure imbelli pusillanimi, senza vie di mezzo e senza appello; si salvano giusto i bambini piccoli. Un peccato, perchè una rappresentazione più equilibrata dei personaggi avrebbe giovato moltissimo al film, che di dinamiche tra pochi personaggi vive, fino al finale in cui, se non gli sbadigli, comunque un pochino di insofferenza arriva.

Concludendo, Vermiglio è un bel film, da vedere ma difficilmente da rivedere, con grandi pregi e alcuni difetti importanti: diciamo che non ho contattato l’allibratore per scommetterci come miglior film straniero agli Oscar, ecco.

Voto: 2 Muffin

John Carter

Anno: 2012

Regia: Andrew Stanton

Interpreti: Taylor Kitsch, Lynn Collins, Willem Dafoe, Bryan Cranston, Samantha Morton, James Purefoy, Mark Strong, Dominic West, Jon Favreau, Daryl Sabara

Dove trovarlo: Disney Plus

1868: il pluridecorato ex capitano dell’esercito confederato americano John Carter (Taylor Kitsch), ritenendo di aver servito sufficientemente il suo paese, cerca di fuggire dai soldati che vorrebbero ancora il suo aiuto contro gli Apache. Nella fuga John si ritrova in una caverna sulle cui pareti è evidente una ricca vena d’oro, ma subito viene attaccato da un uomo dagli straordinari poteri. Lottando con lui attiva accidentalmente il potere di un medaglione e si ritrova su un altro pianeta: Barsoom, a noi noto come Marte. Su Barsoom John scopra di avere una forza e un’agilità straordinarie, dovute alla differenza di gravità tra Marte e la Terra. Dovrà però scegliere da che parte stare nello scontro tra diverse nazioni marziane e lottare per la sua vita e per salvare la bella principessa di Marte Dejah (Lynn Collins).

John Carter, film famigerato per essere stato non solo il più grande flop di casa Disney, ma il più grande flop della storia del cinema (anche se tra cambio e inflazione non è facile stabilirlo con certezza). I numeri non mentono: a fronte di una spesa di 350 milioni di dollari tra realizzazione del film e marketing, gli incassi ammontano ad “appena” 142 milioni di dollari: un disastro per la casa di Topolino! Ma la domanda è: il film è davvero così brutto?

La risposta, per quanto mi riguarda, è: no, non è affatto brutto, anzi!

Il personaggio di John Carter nasce da una serie di libri scritti da Edgar Rice Burroughs (che compare anche come personaggio nel film) qualche anno prima di inventare il personaggio di Tarzan: il film del 2012 ne riassume tre, ed erano già previsti i due classici sequel, ma il sonoro tonfo al botteghino ha stroncato il progetto. Si parlava di realizzare un film dal libro La Principessa di Marte già da decenni: dapprima si era pensato a un film d’animazione, poi se ne era interessato, ma senza concretizzare nulla, il maestro degli effetti speciali Ray Harryhausen; il progetto era poi arrivato nelle mani della Disney e del regista John McTiernan, che aveva scelto Tom Cruise per interpretare John Carter: di nuovo nulla di fatto. I diritti rimbalzano alla Paramount e alla Columbia, fino a ritornare alla Disney, che finalmente affida la realizzazione del progetto a Andrew Stanton, già regista di A Bug’s Life, Alla Ricerca di Nemo e Wall-E. E il film vede finalmente la luce.


Guardando John Carter si percepisce come per realizzarlo la Disney non abbia badato a spese. La colonna sonora è firmata Michael Giacchino per esempio. Il cast comprende nomi illustri quali Willem Dafoe, Samantha Morton e Bryan Cranston. Gli effetti speciali non sono invecchiati di un giorno, ma si vede benissimo come la CGI non abbia sostituito ma semplicemente modificato elementi della messinscena. Ad esempio, gli abitanti di Barsoom, marziani dalla pelle verde alti 3 metri e con 4 braccia, sono stati interpretati da attori in carne e ossa (tra cui il mitico Willem Dafoe) recitando sui trampoli con indosso una tuta speciale prima di essere ritoccati al computer per aggiungere la pelle verde e le braccia in più; l’interazione tra i personaggi e il realismo delle scene ha guadagnato molto da queste accortezze. Le scene sul pianeta Barsoom sono state girate per lo più nel deserto dello Utah e non in studio; perfino il cagnolone marziano era interpretato da un attore!


Certo, i protagonisti Taylor Kitsch e Lynn Collins (che 3 anni prima avevano lavorato insieme, rispettivamente nei panni di Gambit e di Kayla, in X-Men: Le origini – Wolverine), pur bellissimi e adatti ai loro personaggi, non vinceranno mai un premio per l’espressività, ma nel complesso il cast recita molto bene, gli effetti speciali sono ottimi e la trama, quella di un classico film d’avventura, regge molto bene. Difetti? Forse il film si prende un po’ troppo sul serio, è quasi del tutto privo di umorismo, che invece, visto che parliamo di un soldato rimbalzello su Marte, non avrebbe guastato. Inoltre la trama, con tutti i giochi di potere tra le diverse fazioni marziane, è un pochino complessa, forse a causa della scelta di riassumere tre diversi romanzi in un unico film. Ma nel complesso non ho da segnalare pecche così grandi da dover condannare John Carter all’inferno, anzi lo trovo un godibile film d’azione, molto ben fatto e adatto a tutta la famiglia.

Voto: 3 Muffin

Lo avevo detto che ci sono le scimmie?

Dune – Parte 1 – Recensione in Versi

Tutti coloro che come me sono stati Scout ricorderanno La Piroga, una canzone così lenta e ripetitiva che veniva molto spesso utilizzata ai campi estivi come ninna nanna. 

Ecco, mentre guardavo Dune mi sembrava sempre di sentire La Piroga in sottofondo, e così mi sono lasciata ispirare dal suo testo per la mia recensione… Buonanotte, cioè, buona lettura! 

Attenzione! Contiene spoiler (anche se è un ossimoro per un film che ci mette così tanto tempo a far succedere così poche cose)

Il cielo è pieno di stelle,

le inquadrature come sono belle, ma belle, che belle!

Tu sogni e guardi lontano,

vedi un blockbuster che scorre pian piano, pian piano, pian piano…

Inizia un poco in sordina

con una frase da Baci Perugina,

per un po’ non capiamo un bel niente,

ma se guardi Villeneuve devi esser paziente

e intanto dietro la duna

vedi pian piano spuntare la Luna, la Luna, la Luna.

Il nostro eroe è Timothée Chalamet,

che ha charme, espressione e bicipiti di un bignè,

racconta alla mamma il suo sogno

(non che Rebecca ne senta il bisogno):

“Ho sognato Zendaya dagli occhi blu

era alta due mele o poco più

ma siccome io sono l’Eletto

alla fine me la portavo a letto”.

Pensa la mamma: “E’ un esaltato al cubo!

macchè Eletto, se non sa fare un tubo??

Da milioni di anni ci lavoro con le mie amiche streghe

per generare ‘sto carciofo che di notte si fa… i sogni??”

Poverina, lei non ne ha colpa alcuna,

ma il padre in realtà è il Cavaliere della Luna

a capo di una potente casata

dall’Imperatore così tanto amata

che li spedisce nel deserto tutti quanti

tra sole, afa e vermoni giganti

senza nemmeno un Kevin Bacon a supporto:

più che un onore a me sembra un torto!

Jason Momoa” dice Paul “nel deserto non andare,

solamente io la vita ti posso salvare!”

Ride, Aquaman, in faccia al ragazzino:

“Ma se pesi meno del mio calzino!”

C’è poi la scena dell’addestramento

con addirittura Josh Brolin, ma qui non commento

che tra spade, mentori e pianeti vari

già mi sento in Guerre Stellari.

Paul combatte e comanda le menti

conosce le tabelline fino al venti

non c’è cosa che non sappia fare

anzi, una c’è: recitare.

E’ giunto il momento della partenza

verso il pianeta della Spezia mai-più-senza

val la pena di andare sul Pianeta Proibito

per un kebab così saporito,

ma la Spezia è di più, è un carburante

e una sostanza psico-eccitante:

che tu la sniffi o la metti nel motore

finisci in orbita per un paio d’ore.

Insomma la spezia la vogliono tutti

Stellan, Drax e Jabba, i più brutti.

Arriva anche Javier Bardem per una gara di sputi:

ma in questo film proprio tutti son venuti?

Anche Charlotte Rampling, ci sono tutti quanti:

è un cimitero degli elefanti.

La strega sottopone Paul alla prova suprema:

la Bocca della Verità! Ma lui non trema

e supera la prova senza esitazione:

tanto mica sa cambiare espressione!

La vita nel deserto è molto dura

soprattutto se non controlli l’attrezzatura

tutto si rompe, tutto si sfascia

Paul la nave-libellula lascia

per far cosa non si sa

e rischia anche di rimanere là

e lo salvano a pelo, poveretto,

anzi, che dico: “Che eroe, l’Eletto!”

Attaccano amici, nemici, tutti,

perfino i datteri vengon distrutti.

Eddai, Eletto, fai qualcosa, su!

Almeno una mossa di kung fu!

Niente, vuoto assoluto

con la mamma nel deserto si è perduto.

Intanto è morto anche il Duca della Luna

ma ha portato con sè molti nemici per fortuna,

anche se il cattivone Jabba si è salvato

e dopo un bagno nella pece è bello ristorato.

Però vuole la Spezia tutta per sè Jabba:

il vincitore prende tutto, come cantano gli ABBA.

Paul sfugge il vermone a passo di danza

(l’ha insegnata Kevin Bacon questa usanza)

ma non serviva il balletto, nonostante ci piaccia,

perchè quando vede Paul il vermone gli ride in faccia:

non lo vuole nemmeno come stuzzicadente

il nostro eroe coraggioso e possente.

Ma come una principessa Disney in età da marito

Paul vede ogni suo sogno esaudito

incontra Zendaya, finalmente, che bello,

poi uccide un tizio in un duello

(che se lo portan via a spalla, ahimè:

lo sappiamo che i Fremen ci faranno il caffè!)

e diventa il capo di tutta la tribù

anche se ormai non gli importa più.

Ha un nuovo obiettivo il nostro beniamino:

cavalcare un vermone come fosse un ronzino!

Il cielo è pieno di stelle,

le inquadrature come sono belle, ma belle, che belle!

E mentre la Luna il deserto dorato irraggia

scopro che c’è una Parte Due: mannaggia!

Ogni inquadratura potrebbe essere il vostro prossimo screensaver