My Spy | My Spy – La Città Eterna

My Spy

Titolo originale: My Spy

Anno: 2020

Regia: Peter Segal

Interpreti: Dave Bautista, Chloe Coleman, Parisa Fitz-Henley, Kristen Schaal, Ken Jeong

Dove trovarlo: Prime Video

L’agente della CIA JJ (Dave Bautista) viene incaricato di sorvegliare la bella infermiera Kate (Parisa Fitz-Henley) e sua figlia di 10 anni Sophie (Chloe Coleman) fingendosi un loro nuovo vicino di casa per proteggerle dallo zio, spietato criminale internazionale. Sophie però scopre che JJ sta spiando lei e la madre e gli propone un accordo: se lui le insegnerà ad essere una spia, lei non rivelerà il suo segreto. JJ è costretto ad accettare il patto, ma con il passare del tempo si affezionerà sempre di più a Sophie e a sua madre, mettendo a rischio la missione.

My Spy – La Città Eterna

Titolo originale: My Spy – Eternal City

Anno: 2024

Regia: Peter Segal

Interpreti: Dave Bautista, Chloe Coleman, Kristen Schaal, Ken Jeong, Anna Faris

Dove trovarlo: Prime Video

JJ (Dave Bautista) si è accasato con Kate (Parisa Fitz-Henley) e si dedica in tutto e per tutto ad essere un buon uomo di casa e patrigno per Sophie (Chloe Coleman), ormai adoloscente. Quando il coro della scuola di Sophie viene selezionato per esibirsi a Roma davanti al Papa e a diversi Capi di Stato, JJ si offre subito come accompagnatore per tenere d’occhio la ragazza, senza sapere che è in atto un complotto per far esplodere una bomba in Vaticano… 

Per un periodo ho seguito con molto trasporto ed entusiasmo il wrestling della WWE, quindi sono sempre portata a provare simpatia per i wrestler che si cimentano nella carriera cinematografica, anche perchè in passato alcuni di loro hanno dimostrato di avere talento non solo come atleti (ricordando comunque che il wrestling è tanto una disciplina sportiva quanto uno spettacolo) ma anche come attori: basti pensare alla sfolgorante carriera di Dwayne “The Rock” Johnson o alle recenti buone prove di John Cena.

Dave Bautista stesso, in questi ultimi anni, ha già dimostrato di poter portare avanti un personaggio per diversi film interpretando Drax nella serie I Guardiani della Galassia.

Per questo motivo mi sono approcciata al primo film senza grandi aspettative ma con atteggiamento tendenzialmente positivo, e My Spy si è dimostrato ciò che mi aspettavo: un filmetto d’azione con venature di commedia guardabile e innocuo, con una manciata di scenette simpatiche. Il regista Peter Segal, d’altro canto, ha diretto in passato dei film del genere spionaggio/comico cui sono molto legata: mi riferisco a Agente Smart – Casino Totale (il cui co-protagonista, guarda caso, è proprio Dwayne Johnson) ma, soprattutto, al terzo capitolo della trilogia Una Pallottola Spuntata, pietra miliare della mia infanzia. Ecco perchè sono rimasta così scottata quando, a ruota, ho visto il secondo film, e mi sono imbattuta in un escremento fumante e disgustoso con una trama che non sta in piedi, una cattiva per nulla credibile (Anna Faris è bravissima nei ruoli comici, senza dubbio, e il suo personaggio qui era comunque pensato malissimo, ma lei era comunque fuori parte), un’accozzaglia di personaggi del primo film inseriti a spinta e alcune scene davvero disgustose. Oltretutto c’erano anche dei tremendi e detestabili uccellini in CGI, una cosa che proprio non sopporto, e in aggiunta tutti i possibili stereotipi su Roma, come le Vespe abbandonate in ogni cantuccio e la Chiesa di San Pietro deserta e a completa disposizione dei cattivi e dei loro loschi piani. In conclusione, se il primo film è salvabile e innocuo, il secondo non solo non merita di essere visto ma è decisamente sconsigliato.

Voto: 2 Muffin (My Spy) e 1 Muffin Ipocalorico (My Spy – La Città Eterna)

Lost in Translation

Titolo originale: Lost in Translation

Anno: 2003

Regia: Sofia Coppola

Interpreti: Bill Murray, Scarlett Johansson, Giovanni Ribisi, Anna Faris

Dove trovarlo: Netflix

Bob Harris (Bill Murray), famoso attore americano che sta attraversando la crisi di mezza età si trova a Tokyo per girare la pubblicità di un whiskey quando si imbatte nella giovane e bella Charlotte (Scarlett Johansson), laureata in filosofia ma ancora incerta sul proprio futuro, che il marito fotografo lascia spesso sola in hotel. Tra i due nascerà un legame particolare e profondo.

Secondo lungometraggio di Sofia Coppola, che dimostra da subito di non essere solo la figlia di Francis Ford ma di avere un suo stile personale e una grande abilità nello scegliere e nel dirigere gli attori giusti. Lost in Translation (che si può tradurre con “quel che viene perso nella traduzione”) non è certo un film denso di eventi, anzi, quello che fa è narrare il limbo dell’attesa da due punti di vista diversi ma affini: quello dell’attore di grande successo che vive una crisi personale Bob Harris e quello di Charlotte, giovane laureata in filosofia e neosposina che non sa ancora cosa fare della sua vita e se il matrimonio sia stato la scelta giusta. Bill Murray, che si può pensare stia interpretando se stesso, rende alla perfezione lo sconforto dell’uomo di mezza età che, nonostante la fama e il successo, non sembra inserirsi armonicamente nella sua stessa vita familiare e nel mondo in generale. Scarlett Johansson, di cui la regista è abilissima a sottolineare non solo la grande bellezza ma anche il talento, è perfetta nel ruolo della ragazza che ha smarrito la via ancora prima di trovarla, e anticipa alcune delle caratteristiche che saranno del personaggio di Maria Antonietta interpretato da Kirsten Dunst nel film del 2006 sempre diretto da Sofia Coppola: grande bellezza, un matrimonio precoce, smarrimento e noia (la stessa noia che può diventare pericolosa, come accadrà per i protagonisti di Bling Ring del 2013) . L’alterità della metropoli di Tokyo non fa che esasperare le insicurezze di questi due personaggi, che si incontrano per caso e si sintonizzano l’uno con l’altro nonostante la differenza di età. Ci sono alcune scene davvero divertenti nella parte iniziale, legate alle incomprensioni tra Bob e i suoi ospiti e colleghi giapponesi, ma per il resto il film si distende nel racconto placido ma mai noioso del fortuito incontro tra Bob e Charlotte e di quello che i due condividono nei pochi giorni in cui possono stare insieme. Gli spunti di riflessione, universali ma non banali, non vengono mai sbattuti in faccia allo spettatore ma scaturiscono con naturalezza dalle situazioni e dai dialoghi tra i due protagonisti. Lost in Translation è un film intelligente, tenero e delicato, che intrattiene e fa riflettere senza annoiare, senza drammi e senza pretendere di dare lezioni o risposte, tanto che a noi spettatori non resta che domandarci cosa abbia sussurrato Bob all’orecchio di Charlotte al loro ultimo incontro.

Voto: 4 Muffin