Io & Sherlock Holmes – Parte 3

La scorsa settimana, ho passato un intero pomeriggio a perlustrare la biblioteca di casa in cerca di Uno Studio in Rosso di Arthur Conan Doyle, che avevo letto in gioventù e che ora mio figlio doveva leggere per la scuola. Anche se non mi sono mai appassionata alle avventure del violinista di Baker Street come a quelle di Hercule Poirot o di Miss Marple, ricordavo alla perfezione di averlo letto, e rammentavo anche che la copertina era bianca e rossa. Quando stavo per arrendermi e darlo per disperso, proprio nell’ultimo posto in cui non avevo guardato e a cui ho pensato mentre avevo già un piede fuori dalla porta rassegnata all’acquisto di una nuova edizione, eccolo! Come ricordavo, copertina bianca e rossa: Uno Studio in Rosso, la prima avventura di Sherlock Holmes! Dopo averlo consegnato trionfalmente a mio figlio, che ha iniziato a leggerlo immediatamente in barba alle intenzioni del docente di leggerlo in classe tutti assieme, mi sono detta che era arrivato il momento di fare un altro tuffo nella Londra vittoriana. Ma questa volta non mi sarei affidata a dilettanti allo sbaraglio come nel caso degli Irregolari: chi meglio del mio regista britannico del cuore Guy Ritchie per riportarmi alla scoperta del personaggio che lui per primo mi aveva fatto apprezzare? Mi sono così immersa nella visione della serie Young Sherlock, 8 puntate (la giusta durata, nè troppo nè troppo poco) disponibili su Prime Video.

Per prima cosa, lo devo dire, io vado in brodo di giuggiole quando sento parlare inglese britannico, non ci posso fare niente, quindi dopo la prima scena, in cui Mycroft tira fuori il fratellino Sherlock di prigione, ero già conquistata. Tornato uomo libero, il giovanissimo Sherlock dovrà quindi espiare in qualche modo le sue colpe (l’irriverenza, sopra tutte), e diventerà sguattero nella prestigiosa università di Oxford. Inutile dire che non passerà molto tempo prima che Sherlock si metta nei guai e si trovi a investigare su una serie di delitti che nasconde un intricato complotto; l’indagine lo porterà anche a scoperchiare alcune verità sulla sua stessa famiglia.

Nei primi due episodi Guy Ritchie è dietro la macchina da presa, e chi lo conosce un po’ non può avere dubbi al riguardo per come vengono gestiti gli inseguimenti, l’uso del rallenty e della colonna sonora, mentre per il resto rimane come ideatore e produttore; in generale, per quanto mi riguarda, la prima parte della serie, più investigativa, è più accattivante della seconda parte, che è più simile ad un film d’azione o di spionaggio, ma in ogni caso l’ho seguita più che volentieri, e anzi l’ho divorata a tempo record.

Un altro tratto distintivo di Guy Ritchie è l’uso generoso dell’ironia, proprio come nei due film da lui diretti con Robert Downey Jr nel ruolo del detective di Baker Street, che a mio parere è l’unico modo per rendere piacevole un personaggio altrimenti sgradevole e repulsivo come Sherlock Holmes; l’ironia però non toglie mai forza alle scene d’indagine, d’azione, o alle molte e approfondite interazioni tra i personaggi.

E qui non posso non fare riferimento alle ottime interpretazioni di tutti gli attori del cast, dai veterani (Colin Firth, Natascha McElhone, Joseph Fiennes) ai più giovani.

E affrontiamo subito l’elefante nella stanza: se dal suo cognome nasce subito il sospetto che il giovane attore Hero Fiennes Tiffin, scelto per interpretare il giovane Sherlock, sia in qualche modo imparentato con i fratelli Ralph “Voldemort” Fiennes e Joseph “Shakespeare in Love” Fiennes, nella realtà il fatto che siano i suoi zii (fratelli della madre Martha) non inficia minimamente la sua davvero ottima interpretazione in questa serie. Non era infatti per nulla semplice calarsi nei panni di un personaggio letterario già portato sul piccolo e grande schermo da interpreti blasonati e raccontato in mille modi differenti, mostrandone al contempo la genialità, la spigolosità e le fragilità dovute alla giovanissima età, e conciliando il tutto con il futuro che questo personaggio avrà e che tutti noi già conosciamo.

E se Hero Fiennes Tiffin è egregio nei panni di Sherlock, il duetto tra lui e Donal Finn nei panni del giovane James Moriarty, che noi tutti sappiamo diventerà il peggior nemico di Sherlock ma che in questa fase è invece il suo amico più caro, sono una vera delizia.

Non mancano divertenti riferimenti al futuro di Sherlock: il violino, il cappello (!), il giovanissimo Lestrade, gli Irregolari… Ma per fortuna questo non va mai a interferire con lo Sherlock più giovane, immaturo e fragile che vediamo e a cui ci affezioniamo nel corso degli otto episodi.

In definitiva, la serie Young Sherlock è davvero gustosa e godibile, divertnete e appassionante, e la consiglio senza riserve, sia a chi ama il personaggio di Arthur Conan Doyle sia a chi, come me, non lo apprezza del tutto, e se possibile, come quasi sempre,  consiglio la visione in lingua originale.

W – Oscar Wilde

W – Oscar Wilde

Ho sempre amato moltissimo Oscar Wilde, fin da piccola, quando avevo una videocassetta con una versione animata della suo Principe Felice: mi faceva piangere tutte le volte, eppure la riguardavo all’infinito e la trovavo piena di saggezza. Poi naturalmente lo studiai a scuola, e avrei tanto voluto fare su di lui la tesina della maturità. Peccato che lo facessero già una manciata di miei compagni, per cui, siccome detesto non apparire originale, dovetti farmi venire un’altra idea (della quale parlerò in un altro momento). Naturalmente amavo tutti i suoi divertenti ma al contempo sagaci aforismi e apprezzavo The Picture of Dorian Gray, ma il mio cuore batteva per altre cose: The Importance of Being Earnest, che è tutt’oggi la sua opera che amo di più, e le Short Stories, di cui The Happy Prince fa parte (mentre The Canterville Ghost è tutt’oggi una delle storie della buonanotte per i miei bambini, anche se ho dovuto per forza di cose intervenire con un finale leggermente meno traumatizzante). In sintesi, la sua opera più divertente e quella più triste (eccezion fatta per il De Profundis, il poema scritto dopo aver scontato la condanna ai lavori forzati, che mi ha talmente emozionata da non riuscire a leggerla fino in fondo). E proprio riflettendo su questo paradosso ho capito una cosa importante sui miei gusti letterari e cinematografici: un’opera, per conquistarmi completamente, deve riuscire a farmi ridere di gusto e poi piangere intensamente. Come Moulin Rouge. In gioventù fortunatamente ero circondata da un fantastico gruppo di amici, e con alcuni di loro condividevo questo grande amore per Oscar Wilde. Per far capire la misura di questo attaccamento, dirò solo che, quando giocavamo al gioco dei mimi, utilizzavamo solo tre segni condivisi e sempre uguali: “Uomo”, “Donna” e “Oscar Wilde”, tanto sovente lo scrittore compariva nei nostri indovinelli. Anche i miei compagni di scuola, con i quali raramente condividevo degli interessi, apprezzavano Oscar Wilde, se non altro per la sua vena divertente e per il fatto che nel suo unico romanzo spiegava come si potesse all’occorrenza far sparire un cadavere sciogliendolo con determinate sostanze chimiche. Perciò non si opposero quando convinsi la professoressa di inglese dell’assoluta necessità non solo di leggere per intero The Importance of Being Earnest, ma anche di guardare in seguito il film che Oliver Parker ne aveva (molto fedelmente) tratto. Non ho molti bei ricordi legati alla scuola superiore, ma il momento in cui, dopo aver visto il film tutti insieme a scuola, i miei compagni iniziarono a cantare insieme a Rupert Everett e Colin Firth Lady Come Down è senza dubbio uno di quelli.