I – Una Foto con Pino Insegno

Pino Insegno

Quando ero giovane ho fatto qualche vacanza studio nel Regno Unito per imparare meglio l’inglese. La verità è che di inglese ho imparato davvero poco; in compenso, poiché ho sempre avuto la tendenza ad assorbire gli accenti delle persone che ho intorno: ci fu un anno in cui, avendo stretto amicizia con due ragazze italiane, ritornai a casa parlando un misto di siciliano e romagnolo. Di ritorno dal viaggio, mentre facevamo un inspiegabile scalo all’aeroporto di Roma, vidi tra la folla Pino Insegno. Prima di proseguire però devo aprire una parentesi sulla mia grande passione per Il Signore degli Anelli di Tolkien. Tutto iniziò quando mia madre mi consigliò di leggere Lo Hobbit, che però ricordo non mi piacque particolarmente: in quel periodo (avevo circa tredici anni) cercavo letture più impegnate oppure istruttive, e lo liquidai come una simpatica favoletta per bambini. Mia madre però insistette perché leggessi anche Il Signore degli Anelli, che a lei era piaciuto moltissimo. Così, seppur riluttante, lo iniziai, e me ne innamorai dopo poche pagine. Divenne una vera e propria ossessione, lo lessi e rilessi, ne parlai a tutti quelli che conoscevo, anzi a ben pensarci non parlai d’altro per un bel po’; a scuola riuscivo in qualche modo a infilarlo  in tutte le interrogazioni e i temi di italiano (ero grafomane già allora, quindi ne approfitto per ringraziare la mia professoressa di lettere per la sua pazienza). Ero perdutamente innamorata di Aragorn, il Ramingo destinato a diventare Re, e fantasticavo notte e giorno sul quel mondo meraviglioso, pieno di magia, nobili sentimenti e una splendida epicità, creato dal professore di Oxford. Mi spinsi perfino a leggere il Silmarillion, anche se l’impresa richiese un quaderno pieno di appunti per non confondere tra di loro eroi e parenti degli eroi; all’epoca il figlio di Tolkien, Christopher, non aveva ancora iniziato a ritrovare fortunosamente manoscritti inediti del padre in ogni vecchio mobile di casa, perciò il materiale a disposizione, una volta lette anche tutte le appendici, era esaurito. Questo fino a che un certo Peter Jackson non annunciò che avrebbe realizzato la sua Trilogia (non specifico “prima Trilogia” in quanto per me questa è l’unica che conti davvero). È davvero difficile cercare di descrivere a parole l’entusiasmo che questa notizia suscitò in me, e nei miei amici, che nel frattempo, volenti o nolenti, avevo coinvolto nell’entusiasmo fantasy. All’epoca non era facile come lo sarebbe oggi avere notizie su ciò che stava venendo realizzato in Nuova Zelanda, ma io setacciavo senza sosta internet alla ricerca di indiscrezioni sulla lavorazione, il cast, le date di uscita; quando venne pubblicata la prima fotografia dell’allora sconosciuto Viggo Mortensen nei panni di Aragorn il mio cuore saltò un battito, e quando vidi in tv il primo trailer (si vedeva solamente un anello d’oro roteante su sfondo nero) quasi svenni. Alla luce di questo sarà più semplice immaginare che effetto possa aver avuto su di me veder passare a pochi metri da me Pino Insegno, che nella versione italiana del Signore degli Anelli aveva doppiato (egregiamente) proprio il personaggio di Aragorn. Non ci pensai due volte e mi lanciai all’inseguimento del membro della Premiata Ditta: dovevo per forza parlargli, fargli i miei complimenti e stringergli la mano. Lui entrò nel bagno degli uomini e io mi piazzai appena fuori dalla porta per paura che mi potesse in qualche modo sfuggire, con il cuore che batteva all’impazzata. Quando finalmente uscì gli andai incontro, complimentandomi con lui per il suo lavoro di doppiatore con il personaggio di Aragorn. “Sì, sto appunto andando a ritirare un premio proprio per questo…” disse lui. A quel punto la ragazza siciliana con cui avevo stretto amicizia in Inghilterra estrasse la macchina fotografica (ancora non esistevano gli Smartphone con la fotocamera…) e propose di scattarci una foto. Pino Insegno si prestò, molto gentilmente, poi scappò via. Ero incantata: avevo una fotografia con Pino Insegno! Ringraziai la mia amica un milione di volte. Ci eravamo già scambiate gli indirizzi e promesse che ci saremmo scritte, quindi dovevo solo avere un po’ di pazienza e lei avrebbe sviluppato la foto e me la avrebbe senz’altro spedita… o almeno, così mi disse. Rimanemmo in contatto per un paio di anni, ci spedimmo lettere e cartoline… ma la fotografia non arrivò mai! La incitai, la pregai, la supplicai, offrendomi di pagare le spese di sviluppo e spedizione… ma non vidi mai quella fotografia né la ricevetti. Il tempo passò, e come è naturale ci perdemmo di vista, e io mi rassegnai a non vedere mai e poi mai quella mia foto con Pino Insegno. La mia unica speranza ora è che la mia amica si imbatta in Cine-muffin, legga questo articolo e decida di frugare tra i vecchi ricordi fino a ritrovare anche quella fotografia scattata davanti al bagno degli uomini dell’aeroporto di Roma… 

Captain Fantastic

Anno: 2016

Regia: Matt Ross

Interpreti: Viggo Mortensen, George MacKay, Frank Langella

Ben e Claire hanno deciso di crescere i loro sei figli in modo non convenzionale, vivendo nei boschi e sottoponendoli ad una rigidissima disciplina che comprende la caccia, l’allenamento fisico estremo, la filosofia, le lingue straniere e molte altre cose. Alla morte di Claire, che dopo l’ultimo parto soffriva di una depressione tale da indurla al suicidio, Ben e i ragazzi dovranno affrontare il mondo reale per presenziare al funerale.

Qualche giorno fa ho deciso di dare un’occhiata al catalogo di RaiPlay e mi sono imbattuta in questo film, di cui non mi sarei mai ricordata se non fosse per il titolo fumettistico e la presenza di Viggo Mortensen. Ma soprattutto, sotto la locandina campeggiava la scritta “disponibile solo per un giorno”, e così, come una qualsiasi vittima delle classiche televendite con le strepitose offerte “solo per oggi”, mi sono lasciata convincere a vederlo quella sera stessa. Innanzitutto Captain Fantastic non ha proprio niente a che vedere con i noti supereroi con maschera e mantello, anzi, è un film tecnicamente e visivamente semplice che però invita a riflettere su argomenti molto controversi e complessi. Ben decide di crescere i suoi figli fuori da ogni schema e convenzione sociale, con il risultato di formare sei ragazzi svegli e intelligenti, dotati di senso critico e istinto di sopravvivenza, capaci di pescare e di citare Platone, di scalare pareti rocciose e di parlare l’esperanto, ma del tutto impreparati ad affrontare il mondo civilizzato in tutti i suoi aspetti. Si potrebbe discutere per ore sull’impatto che ha la società sull’individuo e sulle sue capacità, ma fin dall’inizio del film è chiaro che non c’è che una possibilità per sopravvivere davvero: il compromesso. E se questo è basato non sull’arrendevolezza ma sul desiderio di espandere le proprie esperienze, soprattutto affettive ed emotive, allora non vi è nulla di vile, anzi. Capitan Fantastic è un personaggio davvero complesso e viscerale, molto ben rappresentato da Viggo Mortensen, che riesce ad apparire a tratti come un supereroe e a tratti come un mostro che maltratta i figli. Il film si lascia guardare, gli attori, anche i giovanissimi, sono bravi, l’idea è intrigante, ma l’inevitabile finale non giunge come una sorpresa. La totale estraneità della famiglia di Ben ad ogni convenzione sociale rende difficile l’empatia con i protagonisti ma spinge alla riflessione e all’autoanalisi, cosa che per un film non è mai negativa.

Voto: 2 Muffin