The Twelve Lives of Alfred Hitchcock

The Twelve Lives of Alfred Hitchcock

Si potrebbe pensare che ormai sull’indiscusso Maestro del Brivido Alfred Hitchcock sia già stato mostrato, detto e scritto tutto, e che l’intervista di Francois Truffaut Il Cinema secondo Hitchcock dove sono raccolte le parole dello stesso Hitchcock intervistato da un collega cineasta, abbia segnato il punto di arrivo della saggistica sull’argomento “Hitch”.

Invece, con mia grande sorpresa e mio ancor più grande diletto, mi sono imbattuta nel saggio The Twelve Lives of Alfred Hitchcock scritto nel 2021 dall’inglese Edward White e pubblicato in Italia da Il Saggiatore.

Le Dodici Vite di Alfred Hitchcock non è una biografia, né un’intervista, né una raccolta di recensioni o di analisi delle molte opere del celebre regista.

White sceglie invece di affrontare il monumentale argomento “Hitch” attraverso 12 tematiche che, in maniera trasversale, aiutano a comprendere meglio il regista, l’uomo, il personaggio, l’artista.

  1. The Boy who couldn’t grow up

Per iniziare dall’inizio, White parla dell’infanzia di Hitchcock, degli episodi che ne hanno segnato da subito l’immaginario e il subconscio (come la celebre notte passata in cella per volere del padre dopo una marachella) e dei primi segnali di difficoltà nell’accettare se stesso e nell’inserirsi in gruppi di individui;

  1. The Murderer

Perchè l’omicidio è al centro della maggior parte dei film di Hitchcock? Il femminicidio, soprattutto, sembra essere di enorme interesse per lui fin da subito. E perché il pubblico condivide con tanto entusiasmo questo interesse?

  1. The Auteur

Hitchcock non si può categorizzare in un movimento artistico o intellettuale preciso; anzi, Hitchcock di fatto “è” un movimento artistico, tanto che il suo nome è diventato un aggettivo usatissimo dalla critica cinematografica: “hitchcockiano”.

  1. The Womanizer

La cosa più complessa e controversa della vita privata e artistica di Hitchcock è senza dubbio il suo rapporto con le donne. Legatissimo e quasi dipendente dalla moglie da un lato, soggetto a infatuazioni per le sue attrici dall’altro, uccisore di donne sullo schermo.

  1. The Fat Man

Fin dall’infanzia e per tutta la vita Hitchcock vive un rapporto ambivalente con il suo corpo: se da una parte non si accetta e si sottopone a continue diete dimagranti, dall’altra usa la sua fisicità per esibirsi come comico per parenti e amici e per costruire il suo stesso personaggio, la cui silhouette rotonda è riconoscibilissima da chiunque ancora oggi.

  1. The Dandy

Come nei suoi film l’aspetto di oggetti, luoghi e personaggi è fondamentale, così nella vita la cura di se stesso riflette la sua dedizione al lavoro e la sua volontà di apparire autoritario e dimesso al tempo stesso.

  1. The Family Man

Nella vita di Hitchcock ci sono numerosissime donne, ma due di queste si trovano a un livello superiore rispetto a tutte le altre: la moglie, amica, collega e compagna di una vita Alma e la figlia Pat.

  1. The Voyeur

Che cos’è il cinema se non un atto di voyerismo? Lo spettatore non è forse un “guardone” che spia di nascosto le vite dei personaggi? E se in un film è il protagonista stesso a essere un guardone, parliamo dunque di cinema al quadrato?

  1. The Entertainer

Tanto serio, posato e silenzioso era Hitchcock sul set, quanto era l’anima della festa in privato: amava esibirsi per amici e parenti in gag, scenette e numeri di ogni genere. Se al cinema il suo istrionismo si limita ai suoi celebri camei, in tv Hitchcock si è offerto molto generosamente agli spettatori come intrattenitore talentuoso.

  1. The Pioneer

Non solo dal punto di vista della tecnica di regia, studiata ancora oggi nelle scuole di cinema e presa ad esempio dai cineasti contemporanei, ma anche nel campo del marketing e della pubblicità Hitchcock ha anticipato di molti decenni le campagne social che promuovono i film di oggi.

  1. The Londoner

Hitchcock ha trovato il grande successo (anche economico) negli Stati Uniti, ma non per questo ha dimenticato la sua cara Inghilterra, anzi di fatto l’ha portata con sé oltreoceano, continuando a inserirla nei suoi film e vivendo fino alla fine come un cittadino di Sua Maestà.

  1. The Man of God

La religione è un argomento che Hitchcock non affrontava quasi mai direttamente nè sullo schermo né al di fuori di esso: a maggior ragione ci si domanda quale potesse essere il suo rapporto con la spiritualità, soprattutto verso la fine della sua vita.

Queste dodici affascinanti tematiche sono il punto di partenza per riflessioni coinvolgenti sull’uomo Hitchcock, sul regista Hitchcock, sui suoi film e sul suo pubblico. L’impianto analitico è solido e sempre sostenuto da numerosissime citazioni puntuali di amici, critici, giornalisti, attori, collaboratori e persone che, in interviste, appunti, diari o biografie offrono il proprio giudizio (e spesso si tratta di giudizi contrastanti da diverse fonti) su Hitchcock, nel bene e, a volte, nel male.

Consiglio The Twelve Lives of Alfred Hitchcock a tutti coloro che abbiano visto e amato anche solo un film del Maestro del Brivido, ma anche a chi li ha visti tutti e ha già letto tutto sull’argomento, perchè, per fortuna, su Hitchcock non si finisce mai di imparare!

Rosso, Bianco e Sangue Blu

Rosso, Bianco e Sangue Blu

Titolo originale: Red, White and Royal Blue

Anno: 2023

Regia: Matthew Lopez

Interpreti: Taylor Zakhar Perez, Nicholas Galitzine, Uma Thurman, Stephen Fry

Dove trovarlo: Prime Video

Alex (Taylor Zakhar Perez), il figlio della presidente degli Stati Uniti (Uma Thurman) e Henry (Nicholas Galitzine), fratello minore del futuro Re d’Inghilterra, non si sopportano: Alex trova il Principino troppo snob e perfettino, mentre Henry non ama l’eccessiva scioltezza e spontaneità di Alex. Dopo che un loro battibecco al matrimonio reale causa uno scandalo che mette addirittura a rischio i rapporti e gli accordi economici tra Stati Uniti e Inghilterra, i due ragazzi sono costretti, davanti alle telecamere, a fingersi grandi amici. Ma ben presto la funzione si trasforma in realtà, e anche in qualcosa di più…

Sinceramente: ho scelto di vedere questo film solamente perchè c’era Stephen Fry nel cast. Beh, si tratta di una vera e propria truffa, visto che il mio beniamino compare sì nei regali panni del Re d’Inghilterra, ma per appena una manciata di minuti alla fine del film. Fino a quel momento, Rosso, Bianco e Sangue Blu (il titolo, anche in originale, richiama i colori che accomunano la bandiera inglese e quella USA) non è altro che una commedia adolescenziale, come se ne sono viste a milioni (il nome di Greg Berlanti tra i produttori doveva accendermi una lampadina in effetti…), solo che questa volta gli innamorati scandalosi sono due principi azzurri. Seguendo la tendenza del momento, cioè quella di deformare la realtà per renderla più giusta e inclusiva (penso a Hamilton, Bridgerton, Hollywood…), il film è ambientato in un prossimo futuro in cui una donna (Uma Thurman, il cui talento nulla può contro l’ingenuità della sceneggiatura) sposata con un messicano può far carriera politica in Texas, e in cui il popolo inglese è ben felice di scendere in piazza per sostenere il coming out di un membro della famiglia reale. Tuttavia, se tutto quello che si desidera è una favola romantichella con lieto fine – e nulla più – allora Rosso, Bianco e Sangue Blu non tradisce le aspettative. 

Battuta migliore del film: “Boy, if anyone sees you leaving this hotel room I’m gonna brexit your head from your body!”

Voto: 2 Muffin (ma lasciate un po’ di posto per la torta!)

Gli spettatori travolti dalla melassa durante la visione del film

Le vacanze di Madame V

Angela Lansbury canta By the Sea nel musical Sweeney Todd

Finalmente è arrivato anche per Madame il momento di andare in vacanza!

Sono davvero contenta ma già so che mi mancheranno tutti i blogger che seguo abitualmente…

Cercherò comunque di mettere a frutto il tempo sotto l’ombrellone (tra un gioco aperitivo e l’altro) e al mio ritorno mi metterò in pari!

Intanto ho già un post pronto per lunedì prossimo per un rientro… regale!

Ciao a tutti, ci leggiamo tra una settimana!

Barbie before Barbie

The Covenant

Titolo originale: The Covenant

Anno: 2023

Regia: Guy Ritchie

Interpreti: Jake Gyllenhaal, Dar Salim

Dove trovarlo: Prime Video

2018, Afghanistan: il Sergente John Kinley (Jake Gyllenhaal) è a capo di una piccola squadra addetta alla ricerca di armi ed esplosivi collegati ai Talebani; sono operazioni delicate, rischiose e non debitamente supportate. Quando l’interpreto del team rimane ucciso viene scelto, per sostituirlo, un uomo del posto, Ahmed (Dar Salim), che si rivela da subito ottimo conoscitore del territorio e delle sue dinamiche ma anche incline alla disobbedienza, motivo per cui entra spesso in conflitto con il Sergente Kinley. Durante un raid in una fabbrica di esplosivi dei Talebani, vengono uccisi tutti gli altri membri della squadra, Kinley e Ahmed devono necessariamente collaborare per salvarsi la vita; quando il Sergente rimane gravemente ferito, Ahmed si incarica di portarlo in salvo, anche se questo comporta una lunga traversata del deserto con il ferito da trasportare e i Talebani alle calcagna.

Molti grandi registi, nella storia del cinema, sebbene resi celebri da un genere cinematografico particolare, hanno spesso dimostrato di poter realizzare dei capolavori anche al di fuori di essi: penso al maestro del brivido Alfred Hitchcock che gira la commedia nera esilarante La Congiura degli Innocenti (The Trouble with Harry è il ben più azzeccato titolo originale), o al genio della commedia Billy Wilder che crea un capolavoro drammatico come L’Asso nella Manica (Ace in the Hole). 

Poiché io amo moltissimo il regista Guy Ritchie per le sue famose commedie d’azione, adrenaliniche e spassose (Lock and Stock e The Man from U.N.C.L.E. i miei preferiti, ma non disdegno affatto la sua versione di Sherlock Holmes), mi sono approcciata con grandi aspettative al suo ultimo lavoro The Covenant, sapendo che si trattava di un film di guerra, molto lontano dalla sua comfort zone. E non sono assolutamente rimasta delusa, anzi, mi sono trovata a vedere un film stupendo, coinvolgente, ben fatto sotto ogni punto di vista, in cui sono presenti moltissimi stilemi tecnici tipici di Ritchie ma declinati con perizia nella sobrietà che il genere richiede.

Fin dalla scena di apertura, accompagnata da una delle mie canzoni preferite, A Horse with No Name, emergono tutte le grandi abilità tecniche del regista, che ci offre per tutto il tempo inquadratura bellissime (pregevolissima la fotografia di Ed Wild, collaboratore abituale del regista) e ci immerge fin da subito in un ambiente ben diverso dal deserto afgano cui il cinema di guerra ci ha abituati (richiamato anche dalla canzone degli America): un paesaggio variegato, pieno di colori e di sfumature incantevoli, che però nascondono terribili insidie e pericoli, come appare chiaro fin da subito.

Al momento della presentazione dei personaggi principali Ritchie utilizza, come suo solito, le didascalie con i loro nomi e soprannomi, come verrà fatto altre volte nel corso del film per spiegare allo spettatore cosa indichino alcuni acronimi o termini del gergo militare: questo espediente permette di alleggerire i dialoghi (Guy Ritchie è anche sceneggiatore del film) e di velocizzare la partenza della storia.

Con i consolidati virtuosismi dell’inquadratura, Ritchie riesce a mostrarci allo stesso tempo le due parti del controcampo con il volto del Sergente Kinley riflesso nello specchietto retrovisore: qui inizia la grande prova d’attore di Jake Gyllenhaal, che in questo film offre una recitazione dimessa, sincera e convincente in un ruolo fondamentale e molto complesso.

Era davvero molto tempo che non seguivo un film con tanto coinvolgimento e tanto interesse, e questo grazie all’enorme bravura degli interpreti (Jake Gyllenhaal su tutti ma anche l’ottimo Dar Salim, nel ruolo altrettanto complesso dell’interprete afgano, di cui i soldati USA diffidano e che i talebani hanno marchiato come traditore della patria). Il film procede equilibrato, senza strappi né esagerazioni patetiche: il coinvolgimento è dato dalla costruzione di personaggi profondi, completi e realistici, le cui azioni, emozioni e reazioni ci catturano fin da subito e per la cui sorte ci si appassiona e a tratti ci si commuove, senza che vengano mai usati gli stratagemmi tipici dei film mainstream americani (musica struggente, lacrime, dialoghi stucchevoli…).

Il grande merito di Guy Ritchie secondo me consiste nell’aver raccontato una storia (ben più interessante e sorprendente di quanto qualunque sinossi possa far intendere) che è allo stesso tempo universale e geograficamente e storicamente collocata: questa vicenda ai limiti dell’incredibile poteva benissimo accadere nella Chicago dei gangster, su un pianeta controllato dagli alieni o nel Far West: al centro, come di dice il titolo, c’è “il patto”, “l’accordo”, quel legame non ratificato e impossibile da spiegare che spinge un essere umano e sacrificarsi, contro ogni logica, per salvarne un altro. E se il “patto” più evidente è quello che lega i due protagonisti, nel film ci sono molti altri personaggi che mostrano, a volte in modo inaspettato, di possedere in loro una parte di quello stesso spirito disinteressato di sacrificio: molti soldati, alcuni incontri casuali, ma soprattutto le mogli dei protagonisti, meno presenti in scena ma non per questo meno determinanti e determinate.

La scelta di questo titolo quindi mi porta a pensare che The Covenant, oltre che l’affascinante e crudo racconto di un’amara realtà sconosciuta ai più, sia anche un sincero elogio della natura umana nella sua declinazione migliore.

Consiglio questo film a tutti coloro che amano Guy Ritchie, ma anche a tutti coloro che non lo amano, perché in The Covenant si trova tutto il meglio del regista spoglio di quel compiacimento un po’ ripetitivo che caratterizza i suoi ultimi film (come ad esempio The Gentlemen).

Voto: 4 muffin

Z – Zardoz

Z – Zardoz

“Il film di John Boorman il cui titolo inizia e finisce con la stessa lettera”. Questa è la definizione del film Zardoz che si trova nel Trivial Pursuit. Ed è anche l’incipit che ho scelto non solo per questo aneddoto, ma anche per una recensione che venne pubblicata sul mensile Ciak alcuni anni orsono, nella rubrica (oggi purtroppo cancellata) Piaceri Proibiti, che proponeva ogni mese un breve articolo inviato da un lettore che confessava di amare un certo film nonostante fosse di qualità discutibile. A Zardoz questa categoria calza a pennello: si tratta di un film di fantascienza del 1974 ambientato in un futuro in cui sul nostro pianeta un esiguo numero di uomini armati, gli Sterminatori, tiene soggiogati tutti gli altri, costretti a produrre cibo come tributo per una misteriosa divinità, che si fa chiamare Zardoz e si materializza sotto forma di gigantesco testone di pietra volante e parlante. Il protagonista, lo sterminatore Zed, interpretato niente meno che da Sean Connery, ad un certo punto si introduce nella bocca del testone di Zardoz che, volando, lo trasporta in un luogo ameno abitato da Immortali, uomini e donne che vivono nella più totale mollezza ed indolenza, dimentichi di ogni forma di piacere sessuale poiché hanno stabilito che la riproduzione è per loro una cosa superflua. Spetterà ad un non più giovanissimo Sean Connery, conciato con mutandoni color rosso ciliegia, stivaloni neri sopra il ginocchio e lunga chioma fluente, ricordare agli Immortali (comandati da Charlotte Rampling) cosa significhi abbandonarsi ai piaceri della carne, e già che c’è sovvertire anche l’intero ordine sociale tramite una grande orgia finale. Il nome della divinità Zardoz deriva da “Wizard of Oz”, perchè come nel famoso libro dietro ad una facciata di grande potere trascendente si nasconde tutt’altro. La redazione di Ciak decise di pubblicare la mia recensione, in cui definivo il film uno “s-cult”, ma io rischiai di non accorgermene, perchè quel mese non ricevetti a casa la mia copia della rivista, cui ero scrupolosamente abbonata. All’epoca frequentavo ancora l’università, ed ero riuscita ad aggregarmi ad una gita a Berlino con un corso di storia del teatro che non stavo nemmeno seguendo: ma pur di trascorrere alcuni giorni in quella splendida città ero disposta a sorbirmi improbabili sedute di meditazone collettiva e disgustosi spettacoli teatrali d’avanguardia con tanto di masturbazione dal vivo. Fu in quell’occasione (la gita, non la masturbazione dal vivo) che conobbi tre simpatiche ragazze con cui prima non avevo mai avuto occasione di chiacchierare, nonostante avessimo seguito gli stessi corsi, perchè avevano tra di loro un’amicizia piuttosto esclusiva, e non era facile entrarci in confidenza. Una di queste, quando mi presentai con nome e cognome, mi chiese: “Ma tu sei la stessa Madame Verdurin che scrive per Ciak??”. E fu così, grazie a questo rapporto estemporaneo (che si interruppe non appena rientrammo dalla gita), che venni a sapere che la mia recensione era stata effettivamente pubblicata. Chiesi il numero arretrato e poi lo feci leggere orgogliosamente a tutti gli amici e i parenti (ancora oggi mi chiedo che cosa mia nonna abbia potuto capire…) Ed ecco perchè il film Zardoz, con tutti i suoi non trascurabili difetti, mi sarà sempre così caro.

Audiolibri che passione!

Ultimamente, ahimè, sono stata poco presente sul blog e questo mi dispiace molto. In questo periodo una convergenza di impegni di vario tipo mi ha portato ad avere meno tempo per guardare film e anche per scriverne. Tuttavia ho avuto modo, in questo periodo, di scoprire una fonte di intrattenimento per me del tutto nuova: gli audiolibri.

Si tratta di un ottimo compromesso per chi, come me, per vari motivi trova difficile mettersi davanti alla tv o aprire un libro ma, allo stesso tempo, non è disposto a rinunciare a qualche bella storia che faccia compagnia durante, ad esempio, la colazione o il rassetto della cucina. Ecco spiegato come mi sia trovata a scaricare l’app gratuita Raiplay Sound, che in cambio della sopportazione di una moderata quantità di annunci pubblicitari mette a disposizione un ampio catalogo di audiolibri (oltre a podcast, musica e altri settori che devo ancora esplorare) tra cui poter scegliere. Essendomi trovata improvvisamente, dopo aver cambiato casa, sguarnita di televisore in cucina, questo piccolo tesoro accessibile dallo smartphone mi ha davvero salvata dalla noia mortale del alvar ei piatti senza più la compagnia  della Signora in Giallo o dei quiz di Gerry Scotti.

L’unico problema era: da dove cominciare? Di sicuro non volevo, come prima esperienza, nulla di troppo impegnativo. Meglio ancora qualcosa che già conoscevo, in caso mi fosse risultato difficile concentrarmi sull’ascolto. Scorrendo i moltissimi titoli disponibili, uno mi è subito balzato agli occhi: Ventimila Leghe sotto i Mari, di Jules Verne. Ecco il libro perfetto! Lo conosco molto bene non solo per averlo letto diverse volte, ma perchè Papà Verdurin, quando ero bambina, era solito raccontarmelo (precursore degli audiolibri, in un certo senso) mentre passeggiavamo in montagna per non farmi sentire la fatica durante le salite più impegnative (e vi assicuro che funzionava alla grande). Dunque, con una certa emozione, premetti Play, e dopo una introduzione che giudicai superflua la voce suadente ed espressiva di Piero Baldini mi portò immediatamente indietro nel tempo, facendomi vedere con gli occhi della fantasia i personaggi, proprio come mi accadeva da bambina. Piero Baldini, oltre a leggere con cadenza perfetta, è bravissimo anche ad interpretare le diverse voci, e la lettura mi ha catturato e conquistato proprio come mi accadeva col romanzo.

Ecco cosa vedo mentre ascolto Piero Baldini

Terminato Ventimila Leghe sotto i Mari, ho deciso di rimanere sia in Francia che nell’ambito del genere avventuroso, e sono passata a I Tre Moschettieri, di cui ho visto molte delle versioni cinematografiche ma non avevo mai letto il romanzo. Questa volta però l’esperienza non è stata positiva: non solo Paolo Bonacelli non è in grado di rendere le voci dei diversi personaggi come Piero Baldini, ma mancavano all’appello alcuni pezzi del romanzo, smarriti, chissà, nella divisione in parti… Dopo essere tornata avanti e indietro diverse volte e aver constatato che non era stata colpa della mia disattenzione ma i pezzi erano davvero mancanti, ho abbandonato l’ascolto.

L’unica e sola Regina di Francia

A questo punto ho adocchiato un altro classico per l’infanzia che però non avevo mai letto: Il Mago di Oz di Frank Baum. Letto da Alba Rohrwacher. Ora, sicuramente la signorina Rohrwacher, di cui ammetto di non aver visto alcuna interpretazione, avrà sicuramente dei pregi, ma tra questi non vi è certo la modestia: l’introduzione (che l’attrice fa a se stessa) dura una buona mezz’ora e si dilunga ad enumerare le molte lingue che lei conosce. Mi spazientisco, perchè a me ne basterebbe una sola, l’italiano… Quando Alba inizia a leggere è chiaro che non ha alcuna intenzione di diversificare le voci dei personaggi, ma neppure di dare alcuna inflessione ai periodi. Ma presto realizzo che questo non è certo il peggio…

Ad un certo punto, inaspettatamente e senza alcun motivo apparente, parte a tutto volume una canzone dei Beatles, del tutto avulsa dal contesto. Ommamma! Io, come James Bond, detesto i Beatles! Ma in ogni caso non vedo alcun nesso tra loro e Il Mago di Oz! Fossero state le canzoni del bellissimo musical di Victor Fleming avrei capito, ma questo? Certo tra campi di papaveri e campi di fragole ci si potrebbe vedere una certa somiglianza, forzando un attimino… Sarebbe andata peggio se il Capitano nemo avesse cominciato a cantare We all  live in a Yellow Submarine, in fondo…Decido quindi di stringere i denti e proseguire, anche se alla volta di “Seguiamo il sentiero di mattoni gialli Obladì Obladà” sono sul punto di cedere… Invece tengo duro e arrivo alla fine! Addio Alba!

A ticket to riiiiide…

E ora devo solo decidere quale sarà la prossima audio-avventura!

Bullet Train (recensione in versi)

Mi han detto che esiste un “Treno proiettile” in Giappone

che va più veloce di una palla di cannone

e qui lo stesso fa la sceneggiatura

per non far notare la sua scarsa cura.

Non che di parole non sia generosa,

anzi di quelle ne elargisce a iosa.

Brad Pitt nell’incipit blatera senza sosta

ma è tutto fumo senza carne arrosta;

si psicanalizza da solo parlando al cellulare:

ma in qualche modo il protagonista si deve presentare.

“Ladybug” per gli amici “Coccinella”

rubo cose, annodo budella.

Lemon e Tangerine son due gemelli

(nel Segno del Destino, proprio quelli)

sono killer ma gran simpaticoni

loro malgrado addetti agli spiegoni,

ma il Quicksilver sbagliato e l’Eternal giusto

comunque tentano di farci ridere di gusto.

Prince a sorpresa è la ragazza in rosa

e capiamo che è capace di qualunque cosa

anche di gettare un bambino giù dal tetto

(e forse per puro diletto)

per trovare qualcuno da poter incastrare

e il suo piano far funzionare

di eliminare la Morte Bianca

che è il Diavolo, o poco ci manca.

C’è poi la solita valigetta

piena di soldi, come ci si aspetta,

che inizia a passare di mano in mano

mentre il treno va sempre più lontano.

Ora di tutti tutto sappiamo

ma la psicologia dei personaggi ce la scordiamo

perchè qui tutti agiscono a casaccio

nel tentativo di levarsi d’impaccio

facendo scorrere sangue a fiotti

tra braccia spezzate e nasi rotti.

Pistole, spade, bombe e karma:

in questo film ogni cosa diventa un’arma,

perfino il serpente velenoso

(“Snakes on a Train”) non trova riposo

mentre lo trova lo spettatore

soavemente cullato da tutto il fragore;

e se per un attimo si riprende

una predica del Trenino Thomas di nuovo lo stende.

Channing Tatum ha un cameo e nemmeno bello:

almeno ci avesse fatto uno spogliarello!

E l’umorismo? Lo riassumo in una battuta

(così anche la quarta parete è abbattuta).

“Non dimentico mai una faccia!” dice Coccinella

“Che sia brutta oppure bella!”

quando invece Brad Pitt ha da poco rivelato

che di “prosopagnosia” è malato

per cui non riconosce volti e persone

e tutti lo accusano di maleducazione

se per strada nessuno saluta:

non so se voi ve la siete bevuta…

Ma dal regista di Deadpool 2 che vi aspettate?

(a proposito, un’altra apparizione a sorpresa

su questo tema: con ottima resa!)

Sangue, morti e violenza a palate,

tanto ogni malanno rimane impunito

perchè il treno è del tutto incustodito:

né un controllore né un inserviente

per tutto il film nessuno si accorge di niente.

E così senza motivo né ragione

in qualche modo si arriva a una conclusione

perché in realtà si seguiva un binario:

Assassinio sull’Orient Express ma al contrario.

Michael Shannon è un bravo attore, poveretto,

se a usare spada e parrucca non è costretto.

Nel marasma anche la fata madrina è arrivata:

una Sandra Bullock dal botox pietrificata

che ancora alle inutili ciance è incline

perchè al peggio non c’è mai

Fine.

Patton Oswalt: chi è costui?

Lo scorso Natale ho ricevuto in regalo un libro: Silver Screen Fiend (Il Demone dello Schermo d’Argento) di Patton Oswalt. poiché autore e titolo non mi dicevano niente ho chiesto spiegazioni a Babbo Natale che mi ha risposto: “Ma come, era nella tua letterina!”. Insomma, devo aver letto di questo libro su uno dei blog di cinema che seguo (se per caso il/la blogger in questione sta leggendo si faccia pure avanti nei commenti!) e l’ho inserito nella mia wishlist per poi dimenticarmene. Ma per fortuna Babbo Natale se ne è ricordato, perché non solo ho letto un bellissimo libro ma ho anche scoperto un grandissimo attore, sceneggiatore e stand up comedian americano: Patton Oswalt. Silver Screen Fiend è il secondo libro di Oswalt, dopo il suo esordio nel 2011 con Zombie Spaceship Wasteland (che, inutile dirlo, finirà nella prossima letterina per Babbo Natale). Il sottotitolo è Learning about life from an addiction to film (= imparare delle cose sulla vita da un’ossessione per il cinema) e infatti Oswalt racconta di un periodo della sua giovinezza in cui vedere film al cinema era l’occupazione principale della sua vita, in un’operazione maniacale di studio e catalogazione che lo avrebbe dovuto portare a diventare un bravo sceneggiatore. Oswalt ha una scrittura davvero frizzante e accattivante, per cui è un piacere leggere il suo racconto di questo strano periodo, le sue recensioni dei film visti, ma soprattutto il modo in cui è uscito da questa fase drammatica della sua vita, in cui tutti i rapporti umani e ogni aspetto della socialità erano stati accantonati: la visione in sala di Star Wars – La Minaccia Fantasma nel 1999 è la scintilla che gli fa realizzare che, forse, non sta gestendo nel migliore dei modi la sua vita, il suo tempo e il suo talento. Segue quindi il racconto dei suoi primi passi nel mondo della stand up comedy, della sceneggiatura e della recitazione (esilarante e indimenticabile il racconto della sua prima esperienza come attore sul set di Giù le mani dal mio periscopio).

Dopo aver divorato il libro mi sono informata meglio su Patton Oswalt, scoprendo che ha partecipato come attore a moltissime serie tv e che ha lavorato molto anche come doppiatore di cartoni animati.

Ma la cosa migliore è stata scoprire che su Netflix sono disponibili ben 4 suoi spettacoli di stand up comedy: Talking for Clapping (2016), Annihilation (2017), I Love Everything (2020) e We All Scream (2022). In questi spettacoli Patton Oswalt affronta, con arguta intelligenza e comicità irresistibile, gli argomenti più diversi: dalla presidenza Trump al politically correct, dalla morte della moglie ai fast food, dal rapporto con la figlia ai clown. Guardandoli sono rimasta davvero colpita dalla sua simpatia, dal suo talento, dalla sua capacità di affrontare argomenti anche molto personali e delicati con ironia e sagacia; ma soprattutto mi sono affezionata al suo modo di dire in falsetto “Really?” quando parla di una situazione assurda.

Un grande personaggio, sconosciuto al grande pubblico ma che può saltare fuori senza preavviso facendo zapping (in una puntata di Due Uomini e Mezzo o Modern Family ad esempio) o leggendo i titoli di coda di un film d’animazione: una presenza sempre simpatica e gradita, uno scrittore divertentissimo e un vero, autentico amante del cinema: ecco chi è Patton Oswalt.

Only Murders in the Building

Titolo originale: Only Murders in the Building

Anno: 2021 (stagione 1) – 2022 (stagione 2) – stagione 3 annunciata

Interpreti: Steve Martin, Martin Short, Selena Gomez, Nathan Lane, Tina Fey, Jane Lynch, Cara Delevingne

Dove trovarlo: Disney Plus

L’Arconia è un grande palazzo storico di New York, composto di moltissimi appartamenti i cui inquilini, per lo più, vivono esistenze del tutto separate, limitandosi a saluti più o meno cordiali nell’ascensore e nell’androne. Così è per Charles (Steve Martin), protagonista di una vecchia serie tv poliziesca, Oliver (Martin Short) produttore teatrale ora in bancarotta, e Mabel (Selena Gomez), artista dal passato misterioso. Quando però Tim Kono, uno dei residenti dell’Arconia, viene trovato morto nel suo appartamento, Charles Oliver e Mabel decidono di unirsi in una doppia missione: trovare l’assassino di Tim Kono e realizzare, sulla base delle loro indagini, un podcast di successo…

Questa è la trama della prima stagione; nella seconda il nostro trio di investigatori/podcasters improvvisati si trova invece invischiato in un altro omicidio avvenuto nell’Arconia, di cui viene accusata Mabel, e a gestire da un lato i fan esaltati del loro Only Murders in the Building e dall’altra una conduttrice esperta e agguerrita che fa loro concorrenza con un’altro real crime podcast, Cinda Canning (Tina Fey).

I gialli da risolvere sono coinvolgenti e piacevoli da seguire, ma il vero punto forte di Only Murders in the Building sono i siparietti, i dialoghi e le gag irresistibili portati avanti dai tre protagonisti, che sono anche produttori esecutivi della serie (in particolare dai veterani Steve Martin e Martin Short, mentre Selena Gomez, anche se non brilla per verve ed espressività nella prima stagione, migliora sensibilmente nella seconda). Oltre alle loro esilaranti interazioni e ai gustosissimi riferimenti a successi del cinema e del teatro (“…come quella volta che abbiamo messo in scena The Elephant Man con un vero elefante!”), la serie è impreziosita dalla partecipazione di grandi star del cinema, della tv e della musica (Nathan Lane, Jane Lynch, Sting, Amy Schumer, Shirley MacLaine, per citarne alcuni). Anche se Disney Plus lo consente, consiglio di non saltare la visione della sigla, molto ben fatta, che spesso si modifica in base agli eventi narrati nell’episodio. Consiglio vivamente la visione della serie, possibilmente in lingua originale per godersi appieno le interpretazioni, le battute e le molte citazioni, a tutti gli amanti del giallo ma soprattutto di Broadway e del musical (la lezione di Martin Short su come utilizzare la canzone di Chorus Line per alleviare i dolori da colichette dei neonati è imperdibile). Nel finale della seconda stagione viene introdotto (insieme a una nuova star che non rivelo) il mistero che sarà al centro della terza, già annunciata, stagione, per la gioia di chi come me non era ancora pronto a rinunciare al divertimento, al mistero e al relax offerto da Only Murders in the Building.

Voto: 4 Muffin 

Limitless

Anno: 2022

Interpreti: Chris Hemsworth, Elsa Pataky

Dove trovarlo: Disney Plus

In questa serie composta di 6 episodi ideata dal regista Darren Aronosky e dal produttore Ari Handel per National Geographic, il famoso attore australiano Chris “Thor” Hemsworth si cimenta in diverse sfide estreme (non soltanto fisiche) con lo scopo di ritardare e ridurre il più possibile il decadimento fisico e mentale causato dall’avanzare dell’età.

Questa serie si sarebbe potuta tranquillamente chiamare “Shirtless” (=”senza maglietta”), visto che ogni pretesto è buono per esibire il fisico mozzafiato di Chris Hemsworth, e in questo in realtà non c’è proprio niente di male, anzi. Limitless (= “senza limiti”) è una serie davvero molto godibile e divertente nella parte in cui mostra Chris alle prese con ardue prove fisiche precedute da intensi e a volte bizzarri allenamenti con l’impiego di attrezzature incredibilmente sofisticate (come la tuta che simula l’invecchiamento del corpo). Parallelamente, allo spettatore vengono proposte anche una serie di teorie scientifiche innovative su come contrastare il decadimento fisico e mentale provocati dell’età, e questa forse è la parte meno interessante perchè queste teorie, sebbene vengano illustrate in modo accattivante con animazioni e diagrammi, non vengono mai del tutto documentate nella loro effettiva validità: resta comunque interessante sapere che alcuni scienziati sono impegnati nella ricerca in diverse direzioni. Oltre all’intrattenimento e allo svago in ogni caso la serie offre (a chi abbia desiderio di coglierli) validi spunti di riflessione, presentati attraverso persone reali le cui esperienze di vita sono a dir poco incredibili e la cui capacità di reagire a determinate situazioni è davvero fonte di ispirazione. Nelle sei puntate di cui Limitless è composta il nostro Chris si ritroverà a dover vincere lo stress, la fame, lo shock, la paura di invecchiare e a dover mettere a dura prova la sua forza, concentrazione, memoria, resistenza, sempre guidato da allenatori esperti e, a volte, anche supportato dai familiari: i fratelli Luke e Liam e la splendida e dolcissima moglie Elsa Pataky (modella e attrice, che ha interpretato la poliziotta Elena nella serie Fast & Furious). Si ride, si piange (soprattutto nell’ultima puntata che tratta dell’accettazione della nostra mortalità) e ci si ritrova inevitabilmente a trattenere il fiato insieme a Chris mentre affronta le prove subacquee: a mio parere non è un’offerta scarsa per una serie tv.

L’incredibile tuta che simula l’invecchiamento