Downton Abbey II – Una Nuova Era

Titolo originale: Downton Abbey II – A New Era

Anno: 2020

Regia: Simon Curtis

Interpreti: Hugh Bonneville, Elizabeth McGovern, Michelle Dockery, Jim Carter, Imelda Staunton, Penelope Wilton, Maggie Smith

Dove trovarlo: Prime Video

Nel primo film, girato nel 2019 sulla scia del mirabolante successo della serie Downton Abbey, la famiglia Crawley aveva ospitato nientemeno che la famiglia reale britannica. Anche in questo secondo film Downton viene invasa, questa volta da una troupe cinematografica americana. Alcuni membri della famiglia pensano bene di fuggire dalla confusione hollywoodiana rifugiandosi in Francia, nella tenuta appena ereditata da Violet (Maggie Smith) da un misterioso amico del suo passato…

Ho già avuto occasione (anzi, mi sono creata l’occasione, a dirla tutta) di parlare di quella che, tra quelle che ho visto, è senza dubbio la serie tv più bella in assoluto. Regia, sceneggiatura, dialoghi, musiche, costumi, ambientazione, attori, dialoghi: non c’è una cosa che non sia eccellente, e lo si vede già dal meraviglioso piano sequenza che apre il pilot della prima stagione. Ricostruzione storica meticolosa, personaggi completi di cui possiamo conoscere ogni sfaccettatura, col passare delle stagioni, senza mai stancarci di loro. In questa serie non servono colpi di scena o eventi sensazionali, perchè è il realismo stesso dei personaggi a farci desiderare di conoscerli e seguirli in tutto ciò che accade loro, proprio come fossero amici che con noi condividono speranze, delusioni, angosce, sogni, ma anche momenti di gioia e spensieratezza.

L’ultimo film, che chiude la saga di Downton Abbey, è in linea con la magia creata dalle sei stagioni della serie unitamente agli speciali e al film precedente. Con grande piacere ritroviamo tutti i personaggi che ci hanno donato tante emozioni negli anni, e con grande tristezza (mista però a soddisfazione) diciamo loro addio.

La parte del film ambientata in Francia offre una serie di simpaticissimi scambi tra i britannici e i francesi, ma la parte più interessante è quella che riguarda la troupe giunta da Hollywood per girare un film a Downton. Lady Mary (la sempre splendida Michelle Dockery) viene incaricata di gestire la casa e limitare i danni degli invasori statunitensi, ma naturalmente non mancheranno i rovesciamenti di preconcetti, le amicizie inattese e i sodalizi imprevisti. La situazione ricorda molto da vicino quella del celebre musical Cantando sotto la Pioggia: negli anni ‘30 il cinema viene scosso dal passaggio dal muto al sonoro, e non tutti gli artisti sono in grado di adeguarsi al cambiamento. Toccherà ancora una volta a Lady Mary salvare la situazione!

Inutile fornire altri dettagli sulla trama o spezzoni di dialoghi (anche se ormai da anni ogni singola battuta pronunciata da Lady Violet diventa istantaneamente un meme), il film va assaporato in ogni dettaglio, come la serie, con la stessa serenità e la stessa soddisfazione con cui si gusta una buona tazza di tè caldo. Magari accompagnata da un delizioso muffin.

Voto: 4 Muffin

Le Regole del Caos

Titolo originale: A Little Chaos

Anno: 2014

Regia: Alan Rickman

Interpreti: Kate Winslet, Matthias Schoenaerts, Alan Rickman, Stanley Tucci

Dove trovarlo: Prime Video

Luigi XIV (Alan Rickman), re di Francia, affida la realizzazione dei giardini della reggia di Versailles al celebre e talentuoso Andrè la Notre (Matthias Schoenaerts), il quale a sua volta valuta diversi architetti per realizzare la grandiosa opera. Tra questi, Andrè viene colpito dalla bella Sabine De Barra (Kate Winslet), talentuosa ma con la convinzione, contraria alla sua, che per realizzare un’opera d’arte non bastino ordine e simmetria ma serva anche “un po’ di caos”…

Ero molto curiosa di vedere questo film per scoprire l’Alan Rickman regista, visto che ho da tempo una grandissima ammirazione per l’attore inglese, purtroppo scomparso nel 2016, divenuto celebre per aver interpretato il Professor Piton (in originale Snape) nella saga di Harry Potter.

Oltre al ruolo che lo ha reso celebre, ho apprezzato tantissimo Rickman anche in un ruolo comico (Galaxy Quest), in uno allo stesso tempo comico e drammatico (Love Actually) e, anche in veste di cantante, nel musical diretto da Tim Burton Sweeney Todd.

Purtroppo, non posso proprio dire che questo film da lui diretto, Le Regole del Caos (in originale A Little Chaos, “un po’ di caos”), sia stato all’altezza delle mie aspettative. Dal punto di vista tecnico e visivo, il film è davvero molto gradevole e ben fatto, con alcune inquadrature particolarmente suggestive, ottime scenografie e costumi, una colonna sonora adatta e non invadente. Rimane solamente la stranezza nel sentire, guardando il film in lingua originale, il re di Francia e tutta la corte di Versailles parlare in un perfetto inglese britannico, ma a questo ci si abitua in fretta. Tutto il resto del film è una sequenza prevedibile di clichè del cinema romantico (la donna che non sa se potrà amare di nuovo, l’uomo che inizialmente disprezza la donna ma poi se ne innamora, il sovrano che finge di non essere tale per vivere esperienze autentiche…), per la visione, dopo i primi cinque minuti, non riserva più alcuna sorpresa nè alcun guizzo, neppure nei dialoghi. In questo caso il linguaggio del giardinaggio viene usato come metafora per parlare della vita e del suo significato, ma se fosse stata la pasticceria o la falegnameria nulla sarebbe stato diverso. Rickman è tutto sommato credibile, nonostante il suo accento, nel ruolo di Luigi XIV, mentre Stanley Tucci, che interpreta il fratello del re, non è che una macchietta insignificante. I due protagonisti, Kate Winslet e Matthias Schoenaerts, nonostante costumi e parrucche perfetti non riescono a trasmettere emozioni autentiche (soprattutto Schoenaerts, che ha sempre la stessa espressione per tutto il film). Il giardinaggio, come già detto, non è che un mero pretesto per raccontare una storia d’amore in un contesto storico affascinante ma di nessun impatto.

Non posso dire di aver visto un brutto film, ma mi aspettavo qualcosa di meno scontato e con qualche barlume di quell’umorismo britannico che tanto amo al posto della solita, mille volte vista, storia d’amore dall’inizio contrastato.

Voto: 2 Muffin

Un Pesce di Nome Wanda

Titolo originale: A Fish Called Wanda

Anno: 1988

Regia: Charles Crichton

Interpreti: John Cleese, Jamie Lee Curtis, Kevin Kline, Michael Palin, Tom Georgeson

Dove trovarlo: Prime Video

Londra. George (Tom Georgeson), il suo amico fidato Ken (Michael Palin), la sua ragazza Wanda (Jamie Lee Curtis) e il fratello di lei Otto (Kevin Kline) hanno pianificato in tutti i dettagli un colpo in banca che li renderà ricchi. Peccato però che Wanda e Otto in realtà non siano fratelli ma amanti, e che abbiano programmato di far arrestare George per fuggire col malloppo. Ma George, a loro insaputa, dopo il colpo ha cambiato nascondiglio alla refurtiva. Dal carcere, George incarica il mite Ken di ammazzare la vecchietta che lo potrebbe identificare al processo; a Wanda invece non resta che cercare di ingraziarsi l’avvocato di George, Archie Leach (John Cleese), per farsi dire dove si trovino i diamanti rubati. Ma la gelosia di Otto e dei sentimenti imprevisti cambieranno nuovamente i suoi piani…

A volte è davvero confortante, nel marasma di titoli sfornati a getto continuo dalle varie piattaforme streaming, potersi rifugiare invece in un titolo conosciuto, sicura di trovare tutto quello che una buona commedia dovrebbe sempre offrire: sceneggiatura salda, dialoghi vispi, interpreti magistrali e tante, tantissime risate. Non per niente alla sua uscita, nel 1988, Un Pesce di Nome Wanda ha ricevuto ben 3 candidature agli Oscar. L’unica statuetta vinta l’ha guadagnata e strameritata Kevin Kline come Miglior Attore Non Protagonista nel ruolo di Otto, lo stupido (ma non chiamatelo “stupido” per carità!), irruento e irascibile americano amante di Wanda, lettore di Nietzsche dal grilletto facile che si annusa l’ascella per darsi la carica: uno dei personaggi meglio riusciti e più spassosi che io abbia mai visto in un film, e certamente la migliore interpretazione di Kevin Kline dopo il professor Howard Brackett di In & Out. Altro mattatore del film è John Cleese, salito alla ribalta con il gruppo dei Monty Python e conosciuto al grande pubblico soprattutto per il ruolo del fantasma Nick Quasi-Senza-Testa nella saga di Harry Potter. Oltre a offrire una performance eccellente, allo stesso tempo spassosa e tenera, nel ruolo dell’avvocato Archibald Leach (che tra l’altro è il vero nome di Cary Grant), del film è anche sceneggiatore. Nel cast troviamo poi un altro Monty Python, Michael Palin, irresistibile nel ruolo dell’animalista balbuziente Ken: le scene in cui tenta maldestramente di uccidere la vecchietta mi fanno sempre ridere scompostamente, ad ogni visione. Ho lasciato il meglio per ultimo, perchè sicuramente chi ci resta più impresso anche dopo una sola visione è Jamie Lee Curtis, mai così bella e così sexy, oltre che brava e simpatica. Anche se apprezzo molto il lavoro fatto dal doppiaggio italiano per questo film, Prime Video permette di vedere la versione originale del film e di gustarsi appieno le voci degli interpreti e lo splendido contrasto tra gli attori inglesi e quelli americani. Inoltre mi ha permesso di scoprire che la lingua che Otto parla per far eccitare Wanda, che nella versione italiana è lo spagnolo, è il realtà la nostra lingua italiana: ho riso fino alle lacrime nel sentire Kevin Kline declamare menù e frasari turistici nei momenti salienti dell’intimità con Jamie Lee Curtis. Questa, per me, è una scena da antologia della commedia cinematografica. Rivedendo questo film oggi mi sono resa conto che di certo non è in linea con i canoni di correttezza politica che si sono instaurati negli ultimi anni. Ma io sono cresciuta con Mel Brooks, Zucker-Abrahms-Zucker (La saga di Una Pallottola Spuntata in particolare) e, più tardi, con i Monty Python, e ammetto che ancora oggi la balbuzie esasperante di Ken, le morti accidentali di cagnetti e le scaramucce linguistico-culturali tra Inglesi e Americani mi fanno sbudellare dalle risate. Consiglio vivamente la visione di questo film a tutti, anche a chi lo ha già visto, come me, innumerevoli volte, e soprattutto a chi sia curioso di scoprire la versione originale con l’italiano “piccante”. Segnalo anche, proprio nel finale, una chicca: un cameo di Stephen Fry, in una comparsata che più “british” non si può!

“Dov’è il Vaticano?”

Voto: 4 Muffin

Barbie

Titolo originale: Barbie

Anno: 2023

Regia: Greta Gerwig

Interpreti: Margot Robbie, Ryan Gosling, Will Ferrell, Michael Cera, America Ferrera, Helen Mirren (narratrice)

Quando ero piccola io giocavo con le Barbie: avevo la casa dei sogni di Barbie, la palestra, la carrozza con il cavallo, il camper, il negozio di vestiti, il negozio di fiori e non so quante bambole, accessori e vestiti. Ma non solo: avevo anche due videogiochi di Barbie, Crea la Moda e Crea Storie (inutile dire che il mio preferito era il secondo). Inoltre avevo un gioco da tavolo che conservo con cura, perché oggi sembra inconcepibile: in questo gioco ciascun giocatore ha una pedina Barbie e deve procurarsi il più in fretta possibile trucchi, profumo e abito da sera: Ken uscirà solo con la Barbie più svelta a prepararsi!

Quindi, certo che ero curiosa di vedere il film di Barbie! Ho aspettato però di poterlo vedere in lingua originale in un cinema di seconda visione, e per l’occasione ho acquistato caramelle con il logo Barbie che dentro la confezione avevano un tatuaggio di Barbie.

Le aspettative? Confuse. Mi sarei aspettata un lungo spot pubblicitario divertente con messaggio edificante incorporato, in stile Lego Movie (riuscitissimo secondo me, e anche questo con Will Ferrell nel cast tra l’altro), ma dalle voci che giravano in rete (e ovunque) sapevo che non sarebbe stato così; tuttavia non mi era per niente chiaro quale tipo di film mi sarei trovata davanti. Di sicuro trasportare la bambola più famosa del mondo su schermo non è facile, anche se in passato l’operazione era riuscita molto bene con Toy Story 3.

Riassumo brevemente la trama: a Barbieland, il mondo abitato solamente dalle Barbie e dai Ken, ogni giorno è perfetto e uguale a tutti gli altri giorni. Finché un giorno Barbie “stereotipo” (Margot Robbie) non inizia ad avere pensieri negativi, preoccupazioni inspiegabili e stati d’animo non felici. Preoccupata, Barbie si rivolge alla saggia Barbie “stramba”, che le suggerisce di fare un viaggio nel mondo umano per trovare la bambina che sta giocando con lei e che sicuramente è responsabile di tutti i suoi problemi. Seguita dall’innamoratissimo e stolidissimo Ken (Ryan Gosling), Barbie si reca nel mondo reale, sicura di essere accolta come un’eroina da tutte le bambine e donne amanti di Barbie; ma le cose andranno molto diversamente…

Quindi, che film è Barbie, il fenomeno d’incassi di quest’anno? Secondo me, è un film che non è nemmeno stato scritto: la sceneggiatura infatti non è che un canovaccio, una serie di suggestioni, messaggi da trasmettere, spot pubblicitari, citazioni e buone (ma fino a che punto?) intenzioni che non sono state elaborate e strutturate in un vero script.

All’inizio del film, in realtà, sembra tutto coerente con il mondo da sogno di Barbieland, dove tutto è rosa, scintillante, armonioso e perfetto. Quando incontriamo per la prima l’outsider “weird” Barbie (Kate McKinnon), emarginata per via del suo aspetto bizzarro dovuto ai maltrattamenti della sua padroncina (che le ha tagliato i capelli e colorato la faccia), ci aspetteremmo una sorta di Grinch, un personaggio che cova dentro di sé rabbia e rancore. Invece Barbie stramba è amichevole, sorridente e, senza alcun motivo, saggia e informata su tutto. Questo per me è stato il primo squillante campanello d’allarme. La conferma viene poi dal personaggio di Alan (Michael Cera), una bambola maschio ma non un Ken: oltre a sfilare, come tutte le altre Barbie create in passato (compresa la Barbie incinta, che orrore!), nella teoria dei prodotti Mattel, che funziona ha? Cosa vuole? Cosa lo motiva? Non si sa. Che peccato che questo personaggio non sia stato sfruttato bene. Volendo però spezzare una lancia a favore del film, non si può che elogiare Margot Robbie: lei è splendida, dolce, ed elegante, proprio come la Barbie. Non è colpa sua se le hanno dato un personaggio che, anche quando inizia a prendere coscienza di sé, rimane scialbo e confuso. Ma vogliamo parlare di Ken? E del fatto che, volendo dare un titolo alternativo a questo film, “la tartaruga di Ryan Gosling” sarebbe il più appropriato? In verità Gosling è perfetto nella parte di Ken: tonto, inconsapevole, impacciato, privo di carattere e di spessore. Cosa fa questo personaggio? Che evoluzione ha? Difficile a dirsi, i dimenticabili balletti e gli addominali sempre in primo piano confondono un po’ tutto.

Le cose però prendono davvero una piega inspiegabile quando Barbie e Ken arrivano nel mondo vero: il nostro mondo risulta essere ben più assurdo e forzato di Barbieland. Le bambine siedono in un angolo ansiose di stroncare Barbie e tutto ciò che lei rappresenta, perchè la loro infelicità dipende solo ed esclusivamente da quella bambola e loro non pensano ad altro (o meglio, una di loro tenta timidamente di dire che invece a lei Barbie piace, ma viene subito zittita dalle altre, perchè solidarietà significa non dover mai dire “a me piace”). Tutti gli uomini si fermano volentieri nei corridoi a parlare con degli sconosciuti di quanto sia bello il sistema patriarcale. I dirigenti della Mattel sono dei totali beoti, protagonisti di scene del tutto insensate, capitanati da un Will Ferrell senza scopo né carattere: non si può dire che i dirigenti Mattel vogliono solo i soldi, ma nemmeno dire che vogliono il bene dei bambini, perché sono uomini e perciò cattivi: ed ecco dunque l’irritante teatrino dei dirigenti dementi.

Poi però, quando tutto sembra perduto, arriva la salvatrice, che infatti si chiama Gloria: America Ferrera, famosa per aver interpretato il ruolo di Ugly Betty. Il suo personaggio ci fornisce quello che è subito diventato un monologo virale sulla condizione della donna nel mondo occidentale moderno.

Non posso dire di non averlo apprezzato, per carità, però poteva essere inserito in qualunque altro film e avrebbe fatto comunque la sua bella figura. Qui, ed ecco cosa proprio non mi è andato giù, questo monologo viene usato come una formula magica per liberare tutte le Barbie che sono state assoggettate al patriarcato: come se bastasse dire le cose per farle accadere, come se bastasse un “Salacadula”, o un discorso, o un film, per rendere immediatamente ogni cosa perfetta. Perfetta come una Barbie. Non sto parlando di una conquista di consapevolezza che avviene anche attraverso il dialogo (quelle Barbie prima erano avvocati, dottori, presidenti…), ma di un banale meccanismo per cui è sufficiente dire una cosa giusta perché un problema si risolva.

A proposito di parole, sono rimasta molto confusa dal ruolo della narratrice, affidato alla bravissima Helen Mirren: dopo aver introdotto Barbieland la voce fuori campo scompare del tutto, salvo rifarsi viva per una rottura non necessaria della quarta parete. Eppure, in alcuni dei molti passaggi forzati e confusi della trama, forse una voce narrante sarebbe stata utile…

E gli uomini? I Ken? Beh, in questo film tutti gli uomini, con o senza addominali di plastica, sono beoti (perfino il marito di Gloria), ingenui, fresconi, inconcludenti, pronti ad azzuffarsi e perfino a comportarsi in modo spregevole, anche se non sanno bene il perchè. Ad un certo punto ho anche visto spuntare in una scena John Cena, ma giuro che pensavo fosse un’allucinazione. Non esiste nemmeno un uomo buono, onesto, gentile, serio? Per Greta Gerwig no.

La perfezione, a Barbieland, si può ottenere solamente con una società completamente governata e gestita dalle donne, mentre gli uomini se ne stanno in spiaggia a prendere il sole e mostrare gli addominali: sbaglierò, ma a me sembra una semplice inversione dei ruoli rispetto a una società patriarcale, non una società equa e giusta.

Altri difetti? Non vorrei infierire, in realtà, ma come non parlare della orrenda scena iniziale che cita senza alcun motivo 2001: Odissea nello Spazio? Il significato di quella scena, per me, è tanto misterioso quanto il monolito nero di Kubrick. E lo stesso dicasi per le altre citazioni sparse nel film, che ho trovato pleonastiche. Le canzoni? Io amo moltissimo i musical, ma non me ne ricordo nemmeno una. I balletti? Solo minutaggio.

In conclusione, non voglio dire che il film non vada visto, anzi, se non altro come fenomeno culturale passeggero ha di certo la sua importanza. Lo rivedrei? A dire il vero no, se posso evitarlo. Cosa mi ha lasciato? Quella fastidiosa sensazione cui accennavo all’inizio, che questo film non sia realmente stato scritto, ma sia un semplice brainstorming preliminare realizzato senza capo né coda ma con un mucchio di soldi. Il messaggio? Essere donna, pur con tutti i problemi che comporta, è molto più desiderabile che non l’essere perfette. E in ogni caso, essere uomo è una vera sfortuna perchè sei automaticamente anche un beota.

Cosa mi resta? Solo qualche caramella, il tatuaggio l’ho regalato a un’amica…

Voto: 1 Muffin Ipocalorico

Rosso, Bianco e Sangue Blu

Rosso, Bianco e Sangue Blu

Titolo originale: Red, White and Royal Blue

Anno: 2023

Regia: Matthew Lopez

Interpreti: Taylor Zakhar Perez, Nicholas Galitzine, Uma Thurman, Stephen Fry

Dove trovarlo: Prime Video

Alex (Taylor Zakhar Perez), il figlio della presidente degli Stati Uniti (Uma Thurman) e Henry (Nicholas Galitzine), fratello minore del futuro Re d’Inghilterra, non si sopportano: Alex trova il Principino troppo snob e perfettino, mentre Henry non ama l’eccessiva scioltezza e spontaneità di Alex. Dopo che un loro battibecco al matrimonio reale causa uno scandalo che mette addirittura a rischio i rapporti e gli accordi economici tra Stati Uniti e Inghilterra, i due ragazzi sono costretti, davanti alle telecamere, a fingersi grandi amici. Ma ben presto la funzione si trasforma in realtà, e anche in qualcosa di più…

Sinceramente: ho scelto di vedere questo film solamente perchè c’era Stephen Fry nel cast. Beh, si tratta di una vera e propria truffa, visto che il mio beniamino compare sì nei regali panni del Re d’Inghilterra, ma per appena una manciata di minuti alla fine del film. Fino a quel momento, Rosso, Bianco e Sangue Blu (il titolo, anche in originale, richiama i colori che accomunano la bandiera inglese e quella USA) non è altro che una commedia adolescenziale, come se ne sono viste a milioni (il nome di Greg Berlanti tra i produttori doveva accendermi una lampadina in effetti…), solo che questa volta gli innamorati scandalosi sono due principi azzurri. Seguendo la tendenza del momento, cioè quella di deformare la realtà per renderla più giusta e inclusiva (penso a Hamilton, Bridgerton, Hollywood…), il film è ambientato in un prossimo futuro in cui una donna (Uma Thurman, il cui talento nulla può contro l’ingenuità della sceneggiatura) sposata con un messicano può far carriera politica in Texas, e in cui il popolo inglese è ben felice di scendere in piazza per sostenere il coming out di un membro della famiglia reale. Tuttavia, se tutto quello che si desidera è una favola romantichella con lieto fine – e nulla più – allora Rosso, Bianco e Sangue Blu non tradisce le aspettative. 

Battuta migliore del film: “Boy, if anyone sees you leaving this hotel room I’m gonna brexit your head from your body!”

Voto: 2 Muffin (ma lasciate un po’ di posto per la torta!)

Gli spettatori travolti dalla melassa durante la visione del film

The Covenant

Titolo originale: The Covenant

Anno: 2023

Regia: Guy Ritchie

Interpreti: Jake Gyllenhaal, Dar Salim

Dove trovarlo: Prime Video

2018, Afghanistan: il Sergente John Kinley (Jake Gyllenhaal) è a capo di una piccola squadra addetta alla ricerca di armi ed esplosivi collegati ai Talebani; sono operazioni delicate, rischiose e non debitamente supportate. Quando l’interpreto del team rimane ucciso viene scelto, per sostituirlo, un uomo del posto, Ahmed (Dar Salim), che si rivela da subito ottimo conoscitore del territorio e delle sue dinamiche ma anche incline alla disobbedienza, motivo per cui entra spesso in conflitto con il Sergente Kinley. Durante un raid in una fabbrica di esplosivi dei Talebani, vengono uccisi tutti gli altri membri della squadra, Kinley e Ahmed devono necessariamente collaborare per salvarsi la vita; quando il Sergente rimane gravemente ferito, Ahmed si incarica di portarlo in salvo, anche se questo comporta una lunga traversata del deserto con il ferito da trasportare e i Talebani alle calcagna.

Molti grandi registi, nella storia del cinema, sebbene resi celebri da un genere cinematografico particolare, hanno spesso dimostrato di poter realizzare dei capolavori anche al di fuori di essi: penso al maestro del brivido Alfred Hitchcock che gira la commedia nera esilarante La Congiura degli Innocenti (The Trouble with Harry è il ben più azzeccato titolo originale), o al genio della commedia Billy Wilder che crea un capolavoro drammatico come L’Asso nella Manica (Ace in the Hole). 

Poiché io amo moltissimo il regista Guy Ritchie per le sue famose commedie d’azione, adrenaliniche e spassose (Lock and Stock e The Man from U.N.C.L.E. i miei preferiti, ma non disdegno affatto la sua versione di Sherlock Holmes), mi sono approcciata con grandi aspettative al suo ultimo lavoro The Covenant, sapendo che si trattava di un film di guerra, molto lontano dalla sua comfort zone. E non sono assolutamente rimasta delusa, anzi, mi sono trovata a vedere un film stupendo, coinvolgente, ben fatto sotto ogni punto di vista, in cui sono presenti moltissimi stilemi tecnici tipici di Ritchie ma declinati con perizia nella sobrietà che il genere richiede.

Fin dalla scena di apertura, accompagnata da una delle mie canzoni preferite, A Horse with No Name, emergono tutte le grandi abilità tecniche del regista, che ci offre per tutto il tempo inquadratura bellissime (pregevolissima la fotografia di Ed Wild, collaboratore abituale del regista) e ci immerge fin da subito in un ambiente ben diverso dal deserto afgano cui il cinema di guerra ci ha abituati (richiamato anche dalla canzone degli America): un paesaggio variegato, pieno di colori e di sfumature incantevoli, che però nascondono terribili insidie e pericoli, come appare chiaro fin da subito.

Al momento della presentazione dei personaggi principali Ritchie utilizza, come suo solito, le didascalie con i loro nomi e soprannomi, come verrà fatto altre volte nel corso del film per spiegare allo spettatore cosa indichino alcuni acronimi o termini del gergo militare: questo espediente permette di alleggerire i dialoghi (Guy Ritchie è anche sceneggiatore del film) e di velocizzare la partenza della storia.

Con i consolidati virtuosismi dell’inquadratura, Ritchie riesce a mostrarci allo stesso tempo le due parti del controcampo con il volto del Sergente Kinley riflesso nello specchietto retrovisore: qui inizia la grande prova d’attore di Jake Gyllenhaal, che in questo film offre una recitazione dimessa, sincera e convincente in un ruolo fondamentale e molto complesso.

Era davvero molto tempo che non seguivo un film con tanto coinvolgimento e tanto interesse, e questo grazie all’enorme bravura degli interpreti (Jake Gyllenhaal su tutti ma anche l’ottimo Dar Salim, nel ruolo altrettanto complesso dell’interprete afgano, di cui i soldati USA diffidano e che i talebani hanno marchiato come traditore della patria). Il film procede equilibrato, senza strappi né esagerazioni patetiche: il coinvolgimento è dato dalla costruzione di personaggi profondi, completi e realistici, le cui azioni, emozioni e reazioni ci catturano fin da subito e per la cui sorte ci si appassiona e a tratti ci si commuove, senza che vengano mai usati gli stratagemmi tipici dei film mainstream americani (musica struggente, lacrime, dialoghi stucchevoli…).

Il grande merito di Guy Ritchie secondo me consiste nell’aver raccontato una storia (ben più interessante e sorprendente di quanto qualunque sinossi possa far intendere) che è allo stesso tempo universale e geograficamente e storicamente collocata: questa vicenda ai limiti dell’incredibile poteva benissimo accadere nella Chicago dei gangster, su un pianeta controllato dagli alieni o nel Far West: al centro, come di dice il titolo, c’è “il patto”, “l’accordo”, quel legame non ratificato e impossibile da spiegare che spinge un essere umano e sacrificarsi, contro ogni logica, per salvarne un altro. E se il “patto” più evidente è quello che lega i due protagonisti, nel film ci sono molti altri personaggi che mostrano, a volte in modo inaspettato, di possedere in loro una parte di quello stesso spirito disinteressato di sacrificio: molti soldati, alcuni incontri casuali, ma soprattutto le mogli dei protagonisti, meno presenti in scena ma non per questo meno determinanti e determinate.

La scelta di questo titolo quindi mi porta a pensare che The Covenant, oltre che l’affascinante e crudo racconto di un’amara realtà sconosciuta ai più, sia anche un sincero elogio della natura umana nella sua declinazione migliore.

Consiglio questo film a tutti coloro che amano Guy Ritchie, ma anche a tutti coloro che non lo amano, perché in The Covenant si trova tutto il meglio del regista spoglio di quel compiacimento un po’ ripetitivo che caratterizza i suoi ultimi film (come ad esempio The Gentlemen).

Voto: 4 muffin

Only Murders in the Building

Titolo originale: Only Murders in the Building

Anno: 2021 (stagione 1) – 2022 (stagione 2) – stagione 3 annunciata

Interpreti: Steve Martin, Martin Short, Selena Gomez, Nathan Lane, Tina Fey, Jane Lynch, Cara Delevingne

Dove trovarlo: Disney Plus

L’Arconia è un grande palazzo storico di New York, composto di moltissimi appartamenti i cui inquilini, per lo più, vivono esistenze del tutto separate, limitandosi a saluti più o meno cordiali nell’ascensore e nell’androne. Così è per Charles (Steve Martin), protagonista di una vecchia serie tv poliziesca, Oliver (Martin Short) produttore teatrale ora in bancarotta, e Mabel (Selena Gomez), artista dal passato misterioso. Quando però Tim Kono, uno dei residenti dell’Arconia, viene trovato morto nel suo appartamento, Charles Oliver e Mabel decidono di unirsi in una doppia missione: trovare l’assassino di Tim Kono e realizzare, sulla base delle loro indagini, un podcast di successo…

Questa è la trama della prima stagione; nella seconda il nostro trio di investigatori/podcasters improvvisati si trova invece invischiato in un altro omicidio avvenuto nell’Arconia, di cui viene accusata Mabel, e a gestire da un lato i fan esaltati del loro Only Murders in the Building e dall’altra una conduttrice esperta e agguerrita che fa loro concorrenza con un’altro real crime podcast, Cinda Canning (Tina Fey).

I gialli da risolvere sono coinvolgenti e piacevoli da seguire, ma il vero punto forte di Only Murders in the Building sono i siparietti, i dialoghi e le gag irresistibili portati avanti dai tre protagonisti, che sono anche produttori esecutivi della serie (in particolare dai veterani Steve Martin e Martin Short, mentre Selena Gomez, anche se non brilla per verve ed espressività nella prima stagione, migliora sensibilmente nella seconda). Oltre alle loro esilaranti interazioni e ai gustosissimi riferimenti a successi del cinema e del teatro (“…come quella volta che abbiamo messo in scena The Elephant Man con un vero elefante!”), la serie è impreziosita dalla partecipazione di grandi star del cinema, della tv e della musica (Nathan Lane, Jane Lynch, Sting, Amy Schumer, Shirley MacLaine, per citarne alcuni). Anche se Disney Plus lo consente, consiglio di non saltare la visione della sigla, molto ben fatta, che spesso si modifica in base agli eventi narrati nell’episodio. Consiglio vivamente la visione della serie, possibilmente in lingua originale per godersi appieno le interpretazioni, le battute e le molte citazioni, a tutti gli amanti del giallo ma soprattutto di Broadway e del musical (la lezione di Martin Short su come utilizzare la canzone di Chorus Line per alleviare i dolori da colichette dei neonati è imperdibile). Nel finale della seconda stagione viene introdotto (insieme a una nuova star che non rivelo) il mistero che sarà al centro della terza, già annunciata, stagione, per la gioia di chi come me non era ancora pronto a rinunciare al divertimento, al mistero e al relax offerto da Only Murders in the Building.

Voto: 4 Muffin 

The Loft

Anno: 2014

Regia: Erik Van Looy

interpreti: Karl Urban, James Marsden, Eric Stonestreet, Wentworth Miller, Matthias Schoenaerts, Rhona Mitra

Dove trovarlo: Amazon Prime Video

Cinque amici, tutti sposati e apparentemente arrivati nella vita, decidono di acquistare insieme e in segreto un elegante appartamento (il “Loft” del titolo) da tenere sempre a disposizione per le loro scappatelle. Un giorno però trovano una ragazza morta nell’appartamento: poiché nessuno, oltre loro cinque, possiede le chiavi, i buoni amici iniziano a sospettare l’uno dell’altro…

Remake del film del 2008 Loft, sempre diretto da Erik Van Looy e sceneggiato da Bart de Pauw, The Loft si aggiunge alla breve lista di titoli della storia del cinema che lo stesso regista ha girato due volte; in questo caso ritornano anche lo sceneggiatore e uno dei cinque interpreti principali, Matthias Schoenaerts, nato in Belgio come il regista. Non avendo visto il film del 2008 per me è impossibile dire se il regista sia stato saggio o meno a rigirare lo stesso film, ma quello che posso dire è che questo suo secondo tentativo si fa davvero apprezzare. Il punto di forza sono i cinque attori principali, tutti volti noti della tv e del cinema, che pur non essendo forse interpreti da Oscar riescono a caratterizzare bene i propri personaggi e soprattutto a tenere desto l’interesse dello spettatore nelle loro sorti. Quello che invece scricchiola è la sceneggiatura: ripensando alla vicenda (che non è davvero il caso di spoilerare visto il suo carattere “Whodunnit”) dopo la visione, infatti, emergono molteplici incongruenze; inoltre i personaggi non sono così ben delineati come avrebbero potuto essere (soprattutto considerando che sono solamente cinque e che gli attori sono bravi). Nonostante questo, mentre si guarda il film, si viene coinvolti profondamente nel mistero, soprattutto mano a mano che emergono i segreti di ciascuno dei sedicenti “carissimi amici”. Il personaggio più repulsivo è sicuramente quello interpretato da Schoenaerts, cocainomane violento con un passato di violenza domestica alle spalle. James Marsden (SonicIl Film) è perfetto nei panni del “buono” della compagnia, quello che non vuole saperne del loft e di tradire la moglie (inizialmente). Eric Stonestreet, noto per il ruolo del gay appassionato di musical Cameron nella serie Modern Family, qui sorprende invece nel ruolo di sciupafemmine. Wentworth Miller, il protagonista dell’ottima (almeno per la prima stagione) serie Prison Break, regala al suo personaggio una grande ambiguità che ben serve lo spirito “giallo” del film. Ma il vero mattatore della compagnia è Karl Urban, salito alla ribalta nel 2002 con il secondo capitolo della trilogia del Signore degli Anelli di Peter Jackson nel ruolo di Eomer e da allora presente in un gran numero di film e serie tv (personalmente l’ho molto apprezzato nelle Cronache di Riddick come antagonista di Vin Diesel, nei nuovi film di Star Trek nel ruolo del dottor McCoy e nel più recente Thor: Ragnarok nel ruolo del pavido Skurge, oltre che nella sottovalutata serie Almost Human); dopo molti ruoli in costume (in particolare penso al reboot Dredd in cui recita per tutto il film con indosso il casco) per la prima volta ho potuto constatare quanto fascinoso e magnetico sia questo attore calato nella giusta atmosfera e nel giusto personaggio. Al di là dei cinque protagonisti, il cast femminile (che comprende tutte le moglie e le amanti, tutte meglio tratteggiate dei protagonisti maschili) è ricco e talentuoso, capitanato da una splendida Rachel Taylor (la Trish Walker della serie Marvel Jessica Jones) cui la sceneggiatura,come per i colleghi dell’altro sesso, non rende giustizia. Ricapitolando: cinque amici, un cadavere, mille segreti e, naturalmente, un finale a sorpresa. Non un capolavoro e di certo non perfetto ma davvero coinvolgente e apprezzabile nel suo genere.

Voto: 3 Muffin

Jojo Rabbit

Titolo originale: Jojo Rabbit

Anno: 2019

Regia: Taika Waititi

Interpreti: Roman Griffin Davis, Scarlett Johansson, Thomasin McKenzie, Taika Waititi, Sam Rockwell, Rebel Wilson, Archie Yates, Stephen Merchant

Dove trovarlo: Disney Plus

Germania, 1945. Jojo (Roman Griffin Davis) è un bambino di 10 anni che vive solo con la madre Rosie (Scarlett Johansson) e che fa orgogliosamente parte della gioventù hitleriana, dedicandosi a tutte le attività sportivo-militari con grande entusiasmo ma scarso successo; nonostante questo il suo amico immaginario Adolf Hitler (Taika Waititi) non manca mai di spronarlo e incoraggiarlo a diventare un grande eroe della patria. Ma tutto è destinato a cambiare quando Jojo scopre che sua madre nasconde segretamente una giovane ragazza ebrea (Thomasin McKenzie) nella loro soffitta…

La buona fama e il successo di questo film (premio Oscar 2020 per la miglior sceneggiatura non originale – il film è infatti tratto dal romanzo Caging Skies di Christine Leunens – e ha ricevuto anche altre 5 candidature agli Oscar 2020) sono del tutto meritati. 

Si tratta infatti di un film originale, divertente e intelligente, recitato molto bene, che riesce a far ridere, piangere e riflettere, abbattendo fin dalle prime scene l’idea che ormai su Hitler e sulla Germania nazista si sia detto proprio tutto. Senza la minima pretesa di voler essere una ricostruzione storica (ma non per questo desideroso di riscrivere i fatti), il film si concentra sul personaggio del piccolo Jojo (un bravissimo Roman Griffin Davis), nazista e antisemita più per desiderio di accettazione e inclusione che per reale convinzione, come l’evolversi della vicenda dimostrerà chiaramente e come probabilmente erano tanti altri bambini e ragazzini nella realtà. L’idea che il bambino, orfano di padre, abbia come amico immaginario il Fuhrer in persona è davvero ottima: le interazioni tra Hitler e Jojo sono esilaranti e Taika Waititi (anche regista e sceneggiatore del film) incarna perfettamente un leader come lo potrebbe immaginare appunto un bambino: affettuoso, solidale e sciocco come un amichetto, ma anche incoraggiante e severo come quel padre di cui Jojo sente tanto la mancanza, nonostante la mamma (meravigliosa Scarlett Johansson, candidata anche all’oscar come miglior attrice non protagonista) faccia di tutto per essere per lui sia madre che padre. Quando Jojo scopre che la mamma nasconde segretamente in soffitta una ragazza ebrea per proteggerla dai nazisti tutte le sue certezze vengono messe in discussione e man mano che si instaura un rapporto tra lui e la misteriosa Elsa (splendida Thomasin McKenzie) Jojo deve rivalutare tutte le sue convinzioni sulla famiglia, sugli ebrei e sulla superiorità della razza ariana, e conseguentemente anche il rapporto con il suo Fuhrer. Il concetto di famiglia è centrale nel film e viene trattato con freschezza e intelligenza, senza mai scadere nel didascalico, nel patetico o nel già visto. Se proprio si vuole trovare un difetto, il film soffre di un leggero calo di ritmo verso i tre quarti, ma si riprende in fretta e si mantiene interessante fino alla conclusione.

Tutti gli interpreti offrono ottime prestazioni, dal piccolo amico di Jojo Archie Yates alla figura paterna davvero inaspettata Sam Rockwell, dalla fanatica Rebel Wilson al kafkiano burocrate Stephen Merchant. La colonna sonora di Michael Giacchino accompagna le emozioni senza mai sovrastarle e utilizza con intelligenza brani pop arcinoti ma cantati in lingua tedesca per un effetto di “familiare eppure nuovo” che è poi la cifra di tutto il film.

Tenete a portata di mano un fazzoletto per un paio di scene toccanti ma fate anche attenzione a non soffocare con i pop corn quando il Fuhrer ne combina una delle sue: risate di cuore assicurate, insieme a una lacrimuccia.

Voto: 4 Muffin

Shadow

Titolo originale: Ying

Anno: 2018

Regia: Zhang Yimou

Interpreti: Chao Deng, Li Sun, Ryan Zeng, Wang Qianyuan

Dove trovarlo: Prime Video

Il comandante dell’esercito Ziyu, dopo essere stato sconfitto in duello dal rivale Yang Kang, si nasconde in una grotta e addestra segretamente un suo perfetto sosia affinché un giorno possa sconfiggere Yang Kang e riabilitare il suo nome. Non ha però considerato i sentimenti che la moglie segretamente prova per la sua “ombra” e i mille intrighi che la corte nasconde.

Il regista cinese Yimou Zhang nel 2002 aveva realizzato il suggestivo film Hero rielaborando la trama del capolavoro del grande maestro del cinema giapponese Akira Kurosawa, Rashomon, in cui una stessa storia viene raccontata e rappresentata da punti di vista diversi a seconda del personaggio narrante, dando vita ad un trionfo estetico di colori e movimenti davvero notevole, supportato da una storia coinvolgente con un twist interessante nel finale e attori molto fascinosi. 

Hero, 2002

Anche con Shadow Yimou Zhang procede da spunti e suggestioni prese da Kurosawa: la pioggia battente e senza fine (Rashomon), la figura femminile che spicca nel finale per colori a contrasto, movenze ed espressioni molto cariche (Trono di Sangue), il sosia “ombra” che sostituisce il combattente nelle situazioni più pericolose (Kagemusha). Questa volta però, a contrasto con la saturazione policroma di Hero, il regista mette in scena un mondo in bianco e nero rappresentando e al contempo negando la classica contrapposizone tra Yin e Yang, bianco e nero, bene e male: in modo fin troppo didascalico i personaggi si allenano al combattimento in un’arena a forma di Yin-Yang, e i personaggi stessi proclamano come non esistano giusto o sbagliato ma solamente ciò che accade e ciò che non accade. In questo film non ci sono buoni o cattivi, eroi o malvagi, ma ogni personaggio è “grigio”, amorale, guidato da motivazioni imperscrutabili e in fin dei conti irrilevanti. Lo stesso finale aperto ci lascia nell’ignoranza di cosa sia accaduto, quale decisione sia stata presa: eppure la scelta finale non è rilevante, in quanto nulla di ciò che accade può dirsi giusto o sbagliato. Se l’idea di fondo è abbastanza interessante, la resa è decisamente poco incisiva: gli attori appaiono a loro volta “grigi”, senza saper infondere vita nei loro personaggi, che restano sagome di cartone utili al regista per esporre la sua tesi ma prive di anima; la continua ricerca estetica in ogni singola inquadratura sovrasta ogni dialogo, ogni azione e ogni dinamica tra i personaggi; il ridicolo involontario arriva con forza nella scena in cui si invitano i combattenti a “maneggiare gli ombrelli con movenze femminili” per vincere la battaglia.

In definitiva questa nuova estetica e filosofia cinematografica del regista cinese non mi ha convinta, soprattutto per via della decisione di anteporre il messaggio alla rappresentazione, a discapito ovviamente della forza del film, divenuto manifesto di una visione interessante ma trasmessa in modo troppo diretto: più manifesto estetico/filosofico che film.

Voto: 2 Muffin