Shark Invasion

Questo è un puzzle casalingo realizzato dai miei bambini. Ok, l’ho fatto io insieme ai miei bambini. Ok, l’ho fatto io per i miei bambini. Volevano un puzzle nuovo e faceva troppo caldo per uscire a comprarlo… Ora avete capito come mai qui su Cine-muffin non trovate mai disegni fatti da me ma solamente locandine oppure foto di muffin. Come potete vedere però, siccome sono ben consapevole del fatto di non essere per niente abile nel disegno, ho trasformato il puzzle in una vignetta divertente. Non è certo un’idea originale, è la lezione che abbiamo imparato dalla serie di film sugli squali assassini Sharknado: se non hai i mezzi per realizzare dei buoni effetti speciali buttala in ridere. E ha funzionato alla grande, visto che il film ha avuto ben cinque seguiti ed è diventato un cult del suo genere! C’è però chi questa lezione proprio non l’ha capita…come ad esempio Shark Invasion!

Titolo originale: Raging Shark

Anno: 2005

Regia: Danny Lerner

Interpreti: Corin Nemec, Vanessa Angel, Corbin Bernsen

Dove trovarlo: RaiPlay

Sul fondo dell’oceano, nel triangolo delle Bermuda, si trova una stazione sottomarina in cui gli scienziati studiano il comportamento degli squali, che diventano inspiegabilmente aggressivi e attaccano la struttura. Che lo strano comportamento degli squali abbia a che fare con lo strano UFO precipitato in mare?

Innanzitutto mi sono chiesta come mai i titolisti italiani avessero sentito il bisogno di cambiare il titolo del film da Raging Sharks a Shark Invasion, poi mi sono resa conto che in effetti Squali Arrabbiati forse non sarebbe stata una buona scelta… Questo film è in sostanza un compendio di tutte le cose brutte che siamo abituati a vedere nei film del genere “animali assassini”, ma il suo difetto più grosso è appunto quello di cercare di prendersi sul serio, quando solamente una bella glassatura ironica poteva, forse, salvarlo. Segue elenco di tutte le cose brutte del film, che dovrebbe scoraggiare una parte dei possibili spettatori ma incoraggiare invece quelli che, nei film di creature ammazza-uomini, cercano proprio questo. La trama è inverosimile e tira in ballo perfino un materiale sconosciuto proveniente dallo spazio profondo (che naturalmente è di color arancio fluo) che può determinare il comportamento degli squali del nostro pianeta. I personaggi sono superficiali e stereotipati, mentre gli attori che li interpretano sembrano appena arrivati dal set di un film per adulti (quanto trucco serve indossare per lavorare in una stazione sottomarina?) da quanto recitano male. Gli effetti speciali sono al livello di quelli degli sketch di Paperissima di Lorella Cuccarini e Marco Columbro, e quando c’è da mostrare uno squalo o un sottomarino vengono utilizzati a ripetizione sempre gli stessi fotogrammi di repertorio. Gli eventi si evolvono senza avere mai alcuna motivazione scientifica, logica o psicologica: in pratica capitano cose a caso tra un morto e l’altro. Gli squali, forse inconsapevoli di possedere un muso estremamente sensibile, tentano ripetutamente di distruggere la stazione a nasate. Forse è per questo che sono arrabbiati, ed essendo arrabbiati naturalmente ruggiscono (!). L’unica persona che ci ha messo un po’ d’impegno è stato il responsabile del casting, che non so in quale modo è riuscito a coinvolgere in questo pasticcio Corbin Bernsen, che è un attore talentuoso ma soprattutto simpaticissimo. Tuttavia, poiché come ho detto all’inizio questo film è al 100% privo di autoironia, non ha saputo sfruttare per niente la sua presenza, e anzi gli ha affidato il ruolo davvero ingrato del comandante del sottomarino militare che giunge sul posto per le operazioni di salvataggio senza portare nemmeno un salvagente ma solo tanti missili; dunque il comandante si parcheggia nelle vicinanze e inizia a prendere ordini da chiunque, davvero chiunque, dal sedicente ispettore della sicurezza agli scienziati che lavoravano da anni zitti zitti in una struttura non a norma. Pronti a giocare a indovinare chi muore per primo? Sì, ma se non indovini… Non t’arrabbiare!

Voto: 1 Muffin

Un Professore tra le Nuvole

Titolo originale: The Absent Minded Professor

Regia: Robert Stevenson

Anno: 1961

Interpreti: Fred MacMurray, Nancy Olson, Keenan Wynn, 

Dove trovarlo: Disney Plus

Ned Brainard (Fred MacMurray) insegna scienze al liceo e sta per sposare finalmente la bellissima segretaria del preside Betsy (Nancy Olson), di cui è molto innamorato ma che ha già lasciato sola all’altare per ben due volte perché troppo distratto dai suoi studi ed esperimenti. Anche il giorno delle nozze, naturalmente, Ned si trova nel suo laboratorio dove ha un’intuizione geniale seguita da una forte esplosione. Quando si riprende è ormai troppo tardi per le nozze ma si rende conto di aver scoperto un fluido, cui dà il nome “Flubber”, che ha l’incredibile proprietà di produrre energia. Ora però dovrà riconquistare la sua fidanzata e proteggere Flubber dalle mire del magnate senza scrupoli Alonzo Hawk (Keenan Wynn).

Tratto dal racconto di Samuel W. Taylor A Situation of Gravity (il titolo si riferisce alla capacità di Flubber di far volare gli oggetti, come ad esempio le automobili), Un Professore tra le Nuvole è il tipico film disneyano per famiglie che, con un esperto regista Disney come Robert Stevenson (suoi Mary Poppins e Pomi d’Ottone e Manici di Scopa, tra gli altri) al volante riesce a divertire grandi e piccini. La capacità “rimbalzosa” di Flubber offre la maggior parte degli spunti comici, ma sono divertentissime le scene con gli ufficiali dell’esercito che cercano di impossessarsi del fluido miracoloso. Alla fine, naturalmente, l’amore e la bontà trionfano e i cattivi vengono puniti; nei panni dello spietato Alonzo Hawk un magistrale Keenan Wynn, il cui personaggio tornerà anche nel divertentissimo Un Maggiolino sempre più Matto, ancora diretto da Stevenson.

Ineccepibili tutti i personaggi secondari, compreso il fedele aiutante canino, dalla governante ai poliziotti, che accompagnano un ottimo Fred MacMurray, ingenuo e divertente. Il film ha avuto un seguito, Professore a tutto Gas, nel 1963 (che purtroppo non è disponibile su Disney Plus) e un remake nel 1997, Flubber, con Robin Williams nel ruolo del professore. 

Voto: 3 Muffin

Moonlight

Titolo originale: Moonlight

Regia: Barry Jenkins

Anno: 2016

Interpreti: Mahershala Ali, Naomie Harris, Alex Hibbert, Ashton Sanders, Trevante Rhodes

Dove trovarlo: RaiPlay (ancora per 4 giorni)

Moonlight è una storia di formazione che ha come protagonista Chiron, un ragazzo di colore che cresce a Miami tra mille difficoltà: la madre con problemi di droga, il padre assente, il bullismo dei compagni di scuola. 

Il film di Barry Jenkins è entrato nella storia del cinema, è vero, ma non come avrebbe meritato. Infatti sarà sempre ricordato dai più come “il film che hanno scambiato con La La Land agli Oscar”. Alla cerimonia degli Academy Awards del 2017 infatti i conduttori Warren Beatty e Faye Dunaway ricevettero la busta sbagliata e proclamarono erroneamente il film di Damien Chazelle La La Land vincitore del premio più prestigioso, quello come miglior film. Lo sbaglio tuttavia venne immediatamente chiarito e, nella confusione generale, venne annunciato il vero vincitore: Moonlight di Barry Jenkins. Sarebbe davvero riduttivo però per questo bel film passare alla storia (del cinema, ma non solo) unicamente per questo qui pro quo. Moonlight, prodotto dalla Plan B di Brad Pitt, ha infatti molti meriti, oltre a quello di aver vinto l’Oscar come miglior film: si è aggiudicato altre due statuette, come miglior sceneggiatura non originale (è tratto infatti dall’opera teatrale di Tarell Alvin McCraney In Moonlight Black Boys look Blue) e miglior attore non protagonista per Mahershala Ali (il CottonMouth della serie Marvel Luke Cage), che è il primo attore di religione musulmana ad ottenere questo riconoscimento. E come se non bastasse, Moonlight è il primo film a tematica LGBT e anche il primo film con un cast interamente composto da afroamericani ad ottenere il premio Oscar come miglior film. Sembra di essere finiti nella serie Netflix Hollywood, in cui tutti quelli che davvero se lo meritano, indipendentemente dalla religione, l’età o il colore della pelle, vengono premiati dall’Academy? Non proprio, ma potrebbe essere un buon inizio. Moonlight ha meritato i riconoscimenti non solamente per i suoi intenti, ma anche per la realizzazione, perché il risultato è un film davvero ben fatto, anche se probabilmente non per tutti vista la moltitudine di tematiche difficili che affronta: solitudine, droga, bullismo, razzismo, scoperta dell’identità sessuale, crimine, crescita. Il protagonista del film si chiama Chiron e viene interpretato da tre attori, tutti di grande bravura e di età diverse per mostrare il suo percorso di formazione: Alex Hibbert è Chiron da bambino, Ashton Sanders da adolescente e Trevante Rhodes da adulto. Il film è dunque nettamente suddiviso in tre parti che però raccontano linearmente lo sviluppo fisico ed emotivo di Chiron. L’incipit del film è appesantito dalla scelta del regista di usare le tecniche di ripresa care alla Nouvelle Vague (pochi stacchi di montaggio, inquadrature da strane angolazioni, assenza di alternanza campo/controcampo), ma questa forma rococò si stempera con l’avanzare del minutaggio, quando lo spettatore viene poco a poco catturato dalle vicende di Chiron e si abitua al linguaggio usato per raccontarle. Grande catalizzatore dell’attenzione e dell’empatia, prima ancora del protagonista che all’inizio del film parla ed agisce poco, è lo spacciatore interpretato da Mahershala Ali che diventa per Chiron una figura paterna, tanto che il bambino finirà per seguirne le orme nel tentativo di guadagnare denaro e rispetto. Quella periferia di Miami che il cinema e la tv hanno spesso raccontato in tutta la sua crudezza e violenza viene qui mostrata in modo sincero ma mai iperrealistico, e fa da sfondo al tentativo del giovane protagonista di crescere e sopravvivere tra mille difficoltà e senza aiuto per trovare se stesso prima ancora che il suo posto nel mondo. A questo proposito il film non ha la supponenza di dare risposte, ma si limita ad offrire allo spettatore una storia credibile e coinvolgente per invitarlo a riflettere sui suoi molti aspetti. RaiPlay rende disponibile Moonlight solo per pochi giorni, ma speriamo sia solamente una finta per invogliare gli spettatori a vederlo, perchè è un film troppo bello e necessario per essere ricordato solamente così: “Alla fine aveva vinto La La L’Altro”.

Voto: 4 Muffin

Tomorrowland – Il Mondo del Domani

Titolo originale: Tomorrowland

Regia: Brad Bird

Anno: 2015

Interpreti: George Clooney, Hugh Laurie, Britt Robertson, Raffey Cassidy

Dove trovarlo: Disney Plus

Casey Newton (Britt Robertson) è un’adolescente atipica, con la passione per l’ingegneria e il desiderio irrefrenabile di salvare il mondo intorno a lei dalla catastrofe ecologica. Un giorno si ritrova in possesso di una spilla che ha il potere di mostrare solamente a lei il mondo del futuro. Per saperne di più Casey si reca in un negozio di oggettistica legata alla fantascienza, i cui proprietari si rivelano però dei robot che tentano di ucciderla. Casey viene salvata da un altro robot con sembianze da bambina, Athena (Raffey Cassidy), che le affida il compito di mettersi in contatto con un altro essere umano speciale, Frank Walker (George Clooney) per unire le forze e salvare il mondo.

Tomorrowland non è altro che un colossale spot per i parchi a tema Disney, in particolare per Disney World in Florida, la cui zona dedicata al futuro, Epcot, è senza dubbio stata l’ispirazione per il mondo del futuro del film. Inoltre a Disney World, nel Magic Kingdom, è ancora oggi possibile salire sul Carousel of Progress, giostra ideata dallo stesso Walt Disney, che riflette tutta la sua fiducia e la sua speranza in un futuro di progresso e felicità per il mondo. “There’s a great big beautiful tomorrow / waiting at the end of everyday” recita la colonna sonora del carosello di Walt, e il film si pone l’obiettivo lodevole ma pretenzioso di veicolare questo stesso messaggio. Purtroppo oggi, ancora più che nel 2015, anno di uscita del film, è davvero difficile trasmettere agli spettatori l’entusiasmo di Walt Disney per il futuro, e oltre tutto Brad Bird, regista veterano dell’animazione (suoi Gli Incredibili e Ratatouille e il meraviglioso Il Gigante di Ferro) sceglie un escamotage piuttosto ingenuo, secondo cui la sfiducia del genere umano nella propria capacità di migliorare il futuro sia derivata dagli intenti malvagi di un uomo, Nix (Hugh Laurie, sempre adatto ad interpretare il cattivo), che proietta immagini sconfortanti nella mente delle persone. La trama è già di per sé un po’ confusa, tra viaggi nel tempo, futuri alternativi, robot con sembianze umane e innovazioni tecnologiche di ogni genere, e questo stratagemma autoassolutorio affossa definitivamente l’efficacia della storia. Resta comunque un film d’azione per ragazzi con ottimi effetti speciali, ma la banalità dei personaggi (anche il pur bravo George Clooney non può far nulla per vitalizzare il suo personaggio, il solito burbero solitario che recupera la speranza e torna in azione grazie ad una ragazza piena di sogni), la melensaggine intollerabile (perfino per una disneyana come me) di alcune scene e la lunghezza eccessiva (più di due ore) appesantiscono il film fino ad affossarlo. Per chi però desiderasse approfondire la conoscenza delle idee innovative e feconde di Walt Disney consiglio, sempre su Disney Plus, la serie documentario Imagineering, che racconta di come Walt radunò le menti più brillanti di diversi settori creativi e li incaricò di concretizzare nei suoi parchi a tema la sua personale idea di “mondo del domani”.

Voto: 1 Muffin

Abbi Fede

Titolo originale: Abbi Fede

Anno: 2020

Regia: Giorgio Pasotti

Interpreti: Giorgio Pasotti, Claudio Amendola, Roberto Nobile, Robert Palfrader, Gerti Drassi, Aram Kian

Dove trovarlo: RaiPlay

Adamo, violento neofascista affiliato alla malavita, viene condannato ad un periodo di servizi sociali da scontarsi presso la chiesa parrocchiale di un paesino sulle Alpi. Qui verrà accolto dall’amichevole ma severo parroco Ivan, la cui cieca fede in Dio deriva da una lunga serie di traumi psicologici, che lo incaricherà di prendersi cura dell’albero di mele della canonica per poter cucinare uno strudel con le sue mele e guadagnarsi così la redenzione.

Per il suo esordio alla regia l’attore italiano Giorgio Pasotti sceglie allo stesso tempo di andare sul sicuro, dirigendo un remake del film del 2005 Le Mele di Adamo del danese Anders Thomas Jensen, e di rischiare, collaborando con Federico Baccomo alla sceneggiatura e riservando per se stesso il ruolo difficilissimo del prete Ivan, nell’originale interpretato con grande efficacia da Mads Mikkelsen. Il risultato comunque è davvero buono: Abbi Fede è un film che, come l’originale, riesce ad alternare con efficacia momenti di umorismo grottesco e momenti di riflessione e introspezione. A differenza del film danese il remake calca un po’ troppo la mano sul melodramma, magari nel tentativo di venire incontro a quello che Pasotti ritiene sia il gusto italico, ma rimane comunque un film godibile, che trasmette un messaggio universale di speranza, comunione e redenzione in modo divertente. Qualche didascalismo eccessivo e qualche movimento di macchina un po’ troppo sbarazzino sono perdonati alla luce delle belle prove degli attori: bravo Pasotti, anche se un po’ ingessato riesce ad essere al contempo tenero e irritante; bravo Claudio Ammendola nei panni dello spietato neofascista che ritrova la retta via; sopra le righe ma necessario e simpatico Roberto Nobile nei panni del dottor Catalano, uomo di scienza sconvolto dai miracoli che la buona volontà può compiere. Recitano bene anche tutti i comprimari e a loro si devono le scene più divertenti (che però, c’è da dire, ricalcano tutte le trovate del film originale, come la scena dei corvi o il Cabernet-sciroppo per la tosse). Abbi Fede mi è piaciuto quasi quanto l’originale, e per essere un esordio alla regia mi sembra un buon risultato; ora mi auguro che Pasotti, alla luce di questo, decida di rimettersi dietro la macchina da presa e magari osare un pochino di più. E in questo caso gli auguro maggior fortuna, visto che, a causa dell’emergenza Covid, Abbi Fede non è potuto uscire nelle sale come previsto (è stato però reso disponibile su RaiPlay).

Voto: 3 Muffin

Lost in Translation

Titolo originale: Lost in Translation

Anno: 2003

Regia: Sofia Coppola

Interpreti: Bill Murray, Scarlett Johansson, Giovanni Ribisi, Anna Faris

Dove trovarlo: Netflix

Bob Harris (Bill Murray), famoso attore americano che sta attraversando la crisi di mezza età si trova a Tokyo per girare la pubblicità di un whiskey quando si imbatte nella giovane e bella Charlotte (Scarlett Johansson), laureata in filosofia ma ancora incerta sul proprio futuro, che il marito fotografo lascia spesso sola in hotel. Tra i due nascerà un legame particolare e profondo.

Secondo lungometraggio di Sofia Coppola, che dimostra da subito di non essere solo la figlia di Francis Ford ma di avere un suo stile personale e una grande abilità nello scegliere e nel dirigere gli attori giusti. Lost in Translation (che si può tradurre con “quel che viene perso nella traduzione”) non è certo un film denso di eventi, anzi, quello che fa è narrare il limbo dell’attesa da due punti di vista diversi ma affini: quello dell’attore di grande successo che vive una crisi personale Bob Harris e quello di Charlotte, giovane laureata in filosofia e neosposina che non sa ancora cosa fare della sua vita e se il matrimonio sia stato la scelta giusta. Bill Murray, che si può pensare stia interpretando se stesso, rende alla perfezione lo sconforto dell’uomo di mezza età che, nonostante la fama e il successo, non sembra inserirsi armonicamente nella sua stessa vita familiare e nel mondo in generale. Scarlett Johansson, di cui la regista è abilissima a sottolineare non solo la grande bellezza ma anche il talento, è perfetta nel ruolo della ragazza che ha smarrito la via ancora prima di trovarla, e anticipa alcune delle caratteristiche che saranno del personaggio di Maria Antonietta interpretato da Kirsten Dunst nel film del 2006 sempre diretto da Sofia Coppola: grande bellezza, un matrimonio precoce, smarrimento e noia (la stessa noia che può diventare pericolosa, come accadrà per i protagonisti di Bling Ring del 2013) . L’alterità della metropoli di Tokyo non fa che esasperare le insicurezze di questi due personaggi, che si incontrano per caso e si sintonizzano l’uno con l’altro nonostante la differenza di età. Ci sono alcune scene davvero divertenti nella parte iniziale, legate alle incomprensioni tra Bob e i suoi ospiti e colleghi giapponesi, ma per il resto il film si distende nel racconto placido ma mai noioso del fortuito incontro tra Bob e Charlotte e di quello che i due condividono nei pochi giorni in cui possono stare insieme. Gli spunti di riflessione, universali ma non banali, non vengono mai sbattuti in faccia allo spettatore ma scaturiscono con naturalezza dalle situazioni e dai dialoghi tra i due protagonisti. Lost in Translation è un film intelligente, tenero e delicato, che intrattiene e fa riflettere senza annoiare, senza drammi e senza pretendere di dare lezioni o risposte, tanto che a noi spettatori non resta che domandarci cosa abbia sussurrato Bob all’orecchio di Charlotte al loro ultimo incontro.

Voto: 4 Muffin

Inspector Gadget

Titolo Originale: Inspector Gadget

Anno: 1999

Regia: David Kellogg

Interpreti: Matthew Broderick, Joely Fisher, Rupert Everett

Dove trovarlo: Disney Plus

John Brown è un onesto e ingenuo guardiano notturno che sogna di diventare poliziotto. Il suo sogno si trasforma in realtà nel modo più bizzarro quando, a seguito di un grave incidente, viene selezionato per diventare il primo poliziotto cibernetico del mondo.

Da bambina ero appassionatissima del cartone animato L’Ispettore Gadget, cui questo film si ispira, ma nonostante questo non mi è stato possibile trovare un singolo complimento da fare a questo film. Non che da una produzione Disney come questa, destinata ai bambini, ci si aspetti una trama originale o un sottotesto di qualche tipo, ma anche come semplice film d’avventura scanzonato per bambini Inspector Gadget proprio non è bello. Manca di ritmo, non è mai divertente, i personaggi sono tutti antipatici, è chiassoso ma mai spassoso. Matthew Broderick, che è senza dubbio un attore di talento (anche canoro) e simpatico, qui riesce ad essere due volte insopportabile, nella versione buona e in quella malvagia. Nemmeno il perfido Scolex, interpretato da Rupert Everett, può salvare la situazione, e le strizzate d’occhio al cartoon originale non fanno che sottolineare l’inferiorità del film rispetto ad esso. Unica chicca per cinefili: se ce l’avete fatta a resistere fino ai titoli di coda finali, guardate con attenzione la gag in cui Sikes (Michael G. Hagerty), lo scagnozzo di Scolex, parla dei suoi progressi all’associazione per ex-minions, perchè seduto in prima fila vedrete Richard Kiel in persona, l’attore che ha interpretato il terribile Squalo (in originale “Jaws”) in due film di 007, La Spia che mi amava e Moonraker, alla fine del quale si redime e diventa buono.

Voto: 1 Muffin Ipocalorico

Scappa – Get Out

Titolo Originale: Get Out

Anno: 2017

Regia: Jordan Peele

Interpreti: Daniel Kaluuya, Allison Williams, Bradley Whitford, Catherine Keener

Dove trovarlo: Netflix

Chris Washington (Daniel Kaluuya), giovane fotografo, viene invitato a trascorrere il weekend nella villa dei ricchi genitori della fidanzata Rose (Allison Williams), dai quali teme di non essere accettato perché di colore. Ma presto scoprirà di avere ben altro di cui preoccuparsi, perché niente è come sembra…

Si è parlato davvero bene di questo film prodotto dalla Blumhouse, girato a basso costo, che parte come un Indovina chi viene a cena per poi trasformarsi poco a poco in un thriller. Ma c’è un problema: se qualcuno, come me, ha visto (magari più di una volta) il film di Spike Jonze del 1999 Essere John Malkovich non potrà che pensare a quello per tutto il tempo, e dunque non solo non si lascerà mai spaventare, ma gli scapperà spesso e volentieri da ridere. Cercherò di non anticipare nulla sulla trama di Get Out, ma riassumerò brevemente quella del film di Jonze, in cui il protagonista (John Cusack) scopre l’esistenza di una setta segreta composta tutta di anziani, i quali periodicamente si servono di un essere umano dalle caratteristiche uniche (come ad esempio John Malkovich, che interpreta se stesso) per poter continuare ad esistere, divenendo immortali, anche se costretti a vivere nei recessi della sua mente e ad assistere passivamente alla sua vita senza poterne avere una propria. Ricorda qualcosa? Certo non si può dire che sia tutto identico tra questi due film appartenenti a generi diversi (Essere John Malkovich, anche se è un film davvero atipico, si categorizza come “commedia”), ma secondo me ci sono delle somiglianze impossibili da ignorare. E anche dal punto di vista formale (la parte onirica dell’ipnosi, le inquadrature molto ravvicinate e con strane angolazioni e soprattutto la telecamera sempre posizionata in un ambiente diverso da quello in cui si svolge l’azione, come a voler sottolineare la finzione di ciò che stiamo vedendo) tutto sembra ricalcare Essere John Malkovich. Il fatto poi che l’attrice Catherine Keener sia protagonista in entrambi i film, beh, mi rende ancora più difficile pensare ad una coincidenza… In conclusione, per me è molto difficile dare un giudizio obiettivo su Scappa – Get Out, ma se Jordan Peele non è mai riuscito a non farmi pensare a Essere John Malkovich allora ritengo che questa volta non abbia fatto tanto bene il suo lavoro.

Voto: 1 Muffin Ipocalorico

Quella Casa nel Bosco

Titolo originale: The Cabin in the Woods

Anno: 2011

Regia: Drew Goddard

Interpreti: Chris Hemsworth, Kristen Connolly, Richard Jenkins, Sigourney Weaver

Dove trovarlo: Netflix

Un gruppetto di ragazzi decide di passare il weekend in un’isolata casa nel bosco. Ma fin dall’inizio sembra chiaro che in quel luogo c’è qualcosa di molto strano e che qualcuno sta spiando ogni loro mossa…

Chi ha acclamato Quella casa nel bosco come horror innovativo e geniale a mio parere ha esagerato. Anche se alla base del film c’è senza dubbio un’idea originale, questa però non viene mai declinata in modo genuinamente spaventoso e non viene mai creata alcuna suspense. Sono più propensa a sposare invece la teoria di chi lo vede come una parodia del genere horror, di cui in effetti presenta tutti i clichè: il gruppo di adolescenti incoscienti (composto dalla ragazza bella e facile, il muscoloso spavaldo, l’intellettuale introversa, il simpaticone…), la location isolata e sinistra, gli oggetti misteriosi, perfino l’uomo inquietante alla stazione di servizio che dà indicazioni con aria spiritata. Ma la trama stessa giustifica, anzi esige, questa serie di luoghi comuni. Non desidero rivelare troppo del plot perché secondo me è un film divertente, che merita una visione sia che lo si consideri una complicata e sagace presa in giro sia che invece lo si ritenga un thriller che ha provato a essere originale ottenendo il risultato di divertire ma certo non di spaventare. Io l’ho trovato un intrattenimento molto piacevole, e non solo per gli addominali di Chris Hemsworth che fa il bagno nel lago: mi riferisco alla sublime apparizione finale di Sigourney Weaver nei panni dell’eminenza grigia che sovrintende all’intera macchinazione (che non voglio spiegare) e a cui è affidata la battuta più memorabile del film (“Il rituale richiede una vergine. So che tu non lo sei, ma di questi tempi bisogna accontentarsi”), appena prima del finale lovecraftiano

Voto: 3 Muffin

You’ll Find Out

Titolo originale: You’ll find out

Anno: 1940

Regia: David Butler

Interpreti: Kay Kyser, Boris Karloff, Bela Lugosi, Peter Lorre, Helen Parrish, Alma Kruger

Dove trovarlo: RaiPlay (in lingua originale con sottotitoli in italiano)

La giovane e bella ereditiera Janis Bellacrest (Helen Parrish) decide di organizzare qualcosa di davvero indimenticabile per festeggiare il suo ventunesimo compleanno, invitando nella sua lussuosa villa il celebre musicista Kay Kyser (che interpreta se stesso) e la sua band. Oltre ai musicisti e agli amici della ragazza prendono parte ai festeggiamenti anche alcuni strani personaggi: la zia Margo (Alma Kruger), convinta di poter parlare con gli spiriti dei defunti; il principe Saliano (Bela Lugosi), medium dalla dubbia reputazione; il giudice Mainwaring, amico del defunto padre di Janis; il professor Karl Fenninger (Peter Lorre), specializzato nello smascherare falsi veggenti e medium. Quando Janis scampa miracolosamente a diversi incidenti mortali Kay Kyser si incarica di investigare…

Ho trovato allo stesso tempo sconsolante e confortante che, già nel 1940, potesse essere possibile sbagliare completamente un film che aveva sulla carta tutte le qualità per essere fantastico: un cast eccezionale, una bella ambientazione, un’idea di partenza azzardata e originale (soprattutto per l’epoca), dei simpatici numeri musicali. Purtroppo però il risultato, nonostante le premesse, è molto deludente. You’ll Find Out vorrebbe essere una parodia dei film gotici e horror che avevano grandissimo successo all’epoca, ma dopo un inizio molto ben realizzato (la zia che scende le scale con gli occhi sbarrati, i lampi e i tuoni che accompagnano sempre i personaggi misteriosi, la villa che rimane isolata dal mondo per il crollo del ponte) perde tutto il suo mordente, disciolto in una serie di numeri musicali che di per sé sarebbero divertenti ma che stonano completamente con l’atmosfera e intasano il ritmo del film. Se ci aggiungiamo poi le gag slapstick e le freddure in stile fratelli Marx il film ne esce davvero male, diventando una farsa tutta al servizio di Kay Kyser, artista radiofonico celebre in America ma sconosciuto in Italia (per questo probabilmente il film non è mai stato tradotto nella nostra lingua, e purtroppo i sottotitoli, con tutti i lazzi e i giochi di parole di Kyser e della sua band, rallentano ulteriormente il ritmo). Un vero peccato, perché sostituendo il gruppo musicale con un unico protagonista che si incaricasse delle indagini potevano nascere una bellissima parodia oppure un giallo vero e proprio. Unica consolazione è l’emozione di veder recitare tutti insieme (e qui la lingua originale aggiunge valore) i tre più grandi villains cinematografici degli anni ‘40: Boris Karloff (famoso per le sue interpretazioni del mostro di Frankenstein e della Mummia), Bela Lugosi (Dracula) e Peter Lorre (M – Il Mostro di Düsseldorf).

Voto: 1 Muffin ipocalorico