John Carter

Anno: 2012

Regia: Andrew Stanton

Interpreti: Taylor Kitsch, Lynn Collins, Willem Dafoe, Bryan Cranston, Samantha Morton, James Purefoy, Mark Strong, Dominic West, Jon Favreau, Daryl Sabara

Dove trovarlo: Disney Plus

1868: il pluridecorato ex capitano dell’esercito confederato americano John Carter (Taylor Kitsch), ritenendo di aver servito sufficientemente il suo paese, cerca di fuggire dai soldati che vorrebbero ancora il suo aiuto contro gli Apache. Nella fuga John si ritrova in una caverna sulle cui pareti è evidente una ricca vena d’oro, ma subito viene attaccato da un uomo dagli straordinari poteri. Lottando con lui attiva accidentalmente il potere di un medaglione e si ritrova su un altro pianeta: Barsoom, a noi noto come Marte. Su Barsoom John scopra di avere una forza e un’agilità straordinarie, dovute alla differenza di gravità tra Marte e la Terra. Dovrà però scegliere da che parte stare nello scontro tra diverse nazioni marziane e lottare per la sua vita e per salvare la bella principessa di Marte Dejah (Lynn Collins).

John Carter, film famigerato per essere stato non solo il più grande flop di casa Disney, ma il più grande flop della storia del cinema (anche se tra cambio e inflazione non è facile stabilirlo con certezza). I numeri non mentono: a fronte di una spesa di 350 milioni di dollari tra realizzazione del film e marketing, gli incassi ammontano ad “appena” 142 milioni di dollari: un disastro per la casa di Topolino! Ma la domanda è: il film è davvero così brutto?

La risposta, per quanto mi riguarda, è: no, non è affatto brutto, anzi!

Il personaggio di John Carter nasce da una serie di libri scritti da Edgar Rice Burroughs (che compare anche come personaggio nel film) qualche anno prima di inventare il personaggio di Tarzan: il film del 2012 ne riassume tre, ed erano già previsti i due classici sequel, ma il sonoro tonfo al botteghino ha stroncato il progetto. Si parlava di realizzare un film dal libro La Principessa di Marte già da decenni: dapprima si era pensato a un film d’animazione, poi se ne era interessato, ma senza concretizzare nulla, il maestro degli effetti speciali Ray Harryhausen; il progetto era poi arrivato nelle mani della Disney e del regista John McTiernan, che aveva scelto Tom Cruise per interpretare John Carter: di nuovo nulla di fatto. I diritti rimbalzano alla Paramount e alla Columbia, fino a ritornare alla Disney, che finalmente affida la realizzazione del progetto a Andrew Stanton, già regista di A Bug’s Life, Alla Ricerca di Nemo e Wall-E. E il film vede finalmente la luce.


Guardando John Carter si percepisce come per realizzarlo la Disney non abbia badato a spese. La colonna sonora è firmata Michael Giacchino per esempio. Il cast comprende nomi illustri quali Willem Dafoe, Samantha Morton e Bryan Cranston. Gli effetti speciali non sono invecchiati di un giorno, ma si vede benissimo come la CGI non abbia sostituito ma semplicemente modificato elementi della messinscena. Ad esempio, gli abitanti di Barsoom, marziani dalla pelle verde alti 3 metri e con 4 braccia, sono stati interpretati da attori in carne e ossa (tra cui il mitico Willem Dafoe) recitando sui trampoli con indosso una tuta speciale prima di essere ritoccati al computer per aggiungere la pelle verde e le braccia in più; l’interazione tra i personaggi e il realismo delle scene ha guadagnato molto da queste accortezze. Le scene sul pianeta Barsoom sono state girate per lo più nel deserto dello Utah e non in studio; perfino il cagnolone marziano era interpretato da un attore!


Certo, i protagonisti Taylor Kitsch e Lynn Collins (che 3 anni prima avevano lavorato insieme, rispettivamente nei panni di Gambit e di Kayla, in X-Men: Le origini – Wolverine), pur bellissimi e adatti ai loro personaggi, non vinceranno mai un premio per l’espressività, ma nel complesso il cast recita molto bene, gli effetti speciali sono ottimi e la trama, quella di un classico film d’avventura, regge molto bene. Difetti? Forse il film si prende un po’ troppo sul serio, è quasi del tutto privo di umorismo, che invece, visto che parliamo di un soldato rimbalzello su Marte, non avrebbe guastato. Inoltre la trama, con tutti i giochi di potere tra le diverse fazioni marziane, è un pochino complessa, forse a causa della scelta di riassumere tre diversi romanzi in un unico film. Ma nel complesso non ho da segnalare pecche così grandi da dover condannare John Carter all’inferno, anzi lo trovo un godibile film d’azione, molto ben fatto e adatto a tutta la famiglia.

Voto: 3 Muffin

Lo avevo detto che ci sono le scimmie?

Il Giallo del Bidone Giallo

Titolo originale: Men at Work

Anno: 1990

Regia: Emilio Estevez

Interpreti: Emilio Estevez, Charlie Sheen, Leslie Hope, Keith David

Dove trovarlo: Prime Video

Due giovani netturbini scansafatiche e combinaguai trovano, tra i bidoni dell’immondizia, uno strano bidone di colore giallo con dentro il cadavere di un importante uomo politico, nonché loro vicino di casa. Temendo di perdere il posto o peggio di attirare sospetti, decidono di portare a casa il corpo e di svolgere le indagini per conto proprio…

Amare il cinema non significa amare solo i grandi capolavori, i film sperimentali o i drammoni stranieri: significa anche apprezzare piccoli film che capolavori di certo non sono ma che ci fanno sorridere e ci fanno dimenticare tutti i problemi per un paio d’ore. A questa categoria appartiene Il Giallo del Bidone Giallo (per una volta apprezzo moltissimo il titolo italiano, indimenticabile e perfetto per una commedia sgangherata come questa). La trama è esile e lineare, ma la forza dei film sta nella simpatia degli interpreti, nello humor nero (alla Weekend con il Morto, per intendeci) e nell’assurdità delle situazioni e delle reazioni dei personaggi. Emilio Estevez dirige se stesso e il fratello Charlie Sheen, attore dalla vita privata burrascosa ma da sempre grande protagonista di commedie spassose come i due Hot Shots!, i film in cui ha dato il meglio di sé. La chimica tra i due fratelli è meravigliosa (non posso non immaginare il padre Martin Sheen che gongola d’orgoglio guardando questo film) e ci fa parteggiare immediatamente per i loro personaggi. La trama molto semplice e classica fa da sfondo a una sequela di gag e scene una più assurda e divertente dell’altra (il rapimento del ragazzo della pizza, le ripicche contro i colleghi antipatici e i poliziotti, i malviventi che si perdono il cadavere per strada…), da godere senza pensieri per una serata rilassante, da soli o, meglio ancora, con gli amici.

Voto: 3 Muffin

L’Innocenza

Titolo originale: Kaibutsu

Anno: 2023

Regia: Hirokazu Kore-eda

Interpreti: Sakura Ando, Eita Kagayama, Soya Kurokawa, Hinata Hiiragi

Dove trovarlo: al cinema

Quando il figlio Minato (Soya Kurokawa) inizia a comportarsi in modo strano, la madre Saori (Sakura Ando), rimasta sola a prendersi cura di lui dopo la morte del padre, si rivolge alla scuola per avere aiuto e spiegazioni, sospettando che il maestro di Minato sia violento con lui. Incontrerà però un muro di freddezza da parte della preside, mentre il maestro Hori (Eita Kagayama) accuserà Minato di comportarsi da bullo con un compagno di classe, Yori (Hinata Hiiragi), considerato da tutti, compreso suo padre, un ragazzino strano e malato.

Il titolo italiano del film, L’Innocenza, non è fuori luogo, ma quello che è stato scelto per la versione in inglese, Monster, cioè Mostro, è decisamente più attinente. Il film infatti ci racconta di tre personaggi accomunati dall’accusa di essere in qualche modo dei mostri. Minato viene accusato dal maestro di essere un bullo violento; il maestro a sua volta viene accusato dagli alunni di essere violento; il padre di Yori definisce il figlio “un mostro con un cervello di maiale”. La verità è molto diversa, ma per riuscire ad afferrarla lo spettatore dovrà incontrare i punti di vista di questi diversi personaggi, tutti considerati da qualcun altro mostri. Ma, come cantano i bambini nei loro giochi, “chi è il mostro? Chi è?”. Il mostro sembra essere colui che si allontana dalla conformità, dalla normalità, da quella strada già tracciata per noi da tradizioni, famiglia, insegnanti. Come già il grande maestro del cinema giapponese Akira Kurosawa aveva fatto nel suo Rashomon (1950), il regista Hirokazu Kore-eda ci racconta la stessa storia da tre punti di vista differenti, ciascuno dei quali chiarisce e completa gli altri. E il gioco di incastri, rimandi, sospensioni e illuminazioni è talmente preciso e perfetto da aver giustamente portato il film a vincere il premio per la miglior sceneggiatura (scritta da Yuji Sakamoto) al Festival di Cannes dello scorso anno. La locandina del film poi tira in ballo un altro maestro del cinema nipponico: Hayao Miyazaki. E a ragione: anche in L’Innocenza infatti, come nei lungometraggi animati dello studio Ghibli di Miyazaki, i bambini sono protagonisti della storia, sono ricchi di doti, virtù e sogni, ma vengono schiacciati dal mondo degli adulti che non riesce a comprenderli e incoraggiarli. Questa volta non è una creatura magica come Totoro a giungere in soccorso dei bambini nel momento di maggior difficoltà, ma in ogni caso la fuga dalla realtà e il sogno di un mondo nuovo e diverso sostengono la loro presa di coscienza e la loro crescita verso quell’età adulta che tanto li spaventa e li confonde. Non trovo alcun difetto in questo film: la trama è solidissima, le emozioni autentiche e profonde, gli attori eccellenti, ogni inquadratura e ogni immagine splendida. La colonna sonora, firmata dal recentemente scomparso Ryuichi Sakamoto, sottolinea ogni aspetto emotivo con grazia, e si compone principalmente di un pianoforte, cui si affiancano rumori e suoni intradiegetici fondamentali per sottolineare certi passaggi emotivi ma anche narrativi. Da vedere con attenzione per godersi ogni rimando da una versione all’altra e per immergersi in una cultura che all’inizio può sembrare profondamente diversa dalla nostra ma, nella sostanza, purtroppo non lo è così tanto. Da vedere assolutamente.

Voto: 4 Muffin

Tyler Rake 2

Titolo originale: Extraction 2

Anno: 2023

Regia: Sam Hargrave

Interpreti: Chris Hemsworth, Olga Kurylenko, Idris Elba

Dove trovarlo: Netflix

Alla fine del primo film, il mercenario Tyler Rake (Chris Hemsworth) era stato dato per morto, dopo diversi colpi d’arma da fuoco e una caduta nel fiume. All’inizio di questo secondo capitolo invece scopriamo che in realtà Tyler era stato salvato e dopo essere rimasto per un po’ di tempo in coma si era ripreso. Non ci vorrà molto perchè qualcuno vada a cercarlo per offrirgli un nuovo lavoro. Una donna con i due figli ha chiesto aiuto per fuggire dalla prigione georgiana in cui il marito, lì detenuto, la costringe a vivere per tenerla sotto controllo: serve un estrattore, e serve il migliore. E il committente altri non è che l’ex moglie di Tyler…

Anche se l’action non è il mio genere preferito, Tyler Rake (in originale Extraction, Estrazione, cioè l’operazione con cui i militari e i mercenari sottraggono una o più persone da una situazione di grande pericolo) mi era piaciuto. Non posso negare che il fatto che il protagonista sia l’affascinante Chris “Thor” Hemsworth abbia avuto il suo peso, ma il film mi aveva colpito per l’ironia che lo alleggeriva molto e per il sapiente uso del piano sequenza, per quanto ottenuto con effetti digitali, per creare un’azione serrata e coinvolgente.

Questo secondo capitolo è meno divertente del precedente, pur essendo firmato da una squadra di regista e sceneggiatori che sono tra i nomi di punta nella realizzazione dei blockbuster dei supereroi Marvel: alla regia Sam Hargrave (regista anche del primo film e coordinatore degli stuntman, e alla sceneggiatura Joe e Anthony Russo (registi di Avengers: Endgame, Captain America: Civil War e altri). Il lunghissimo piano sequenza dell’estrazione dalla prigione è molto ben fatto e tiene desta l’attenzione dall’inizio alla fine. Inoltre in questo secondo film scopriamo delle cose in più su Tyler e il suo passato. Tuttavia non ho trovato in questo film nulla di nuovo e di originale rispetto al primo. Mi è comunque piaciuto e resta, per il genere cui appartiene, un prodotto molto ben fatto e godibile, però mi sarei aspettata, essendo passati tre anni tra i due film, un qualcosa in più. Non che la spettacolarità non sia aumentata, seguendo la regola aurea dei seguiti “uguale al primo ma di più”, con l’inseguimento sul treno, gli elicotteri abbattuti e il resto, ma niente di contenutisticamente rilevante a mio parere. In ogni caso è già in lavorazione un terzo capitolo delle avventure del nostro giardiniere prezzolato di fiducia (in inglese “rake” significa “rastrello”, passatemi la battuta) che evidentemente ha conquistato il pubblico.

Voto: 3 Muffin

Hit Man – Killer per Caso

Titolo originale: Hit Man

Anno: 2024

Regia: Richard Linklater

Interpreti: Glen Powell, Adria Arjona

Dove trovarlo: al cinema

Gary (Glen Powell) insegna filosofia all’università, è single, vive con due gatti ed è apparentemente soddisfatto della sua vita solitaria e monotona, anche perchè fuori dall’orario scolastico collabora con la polizia per arrestare le persone che assoldano assassini a pagamento per liberarsi di amanti, colleghi, vicini, rivali divenuti troppo scomodi.

Quando il poliziotto Jasper (Austin Amelio) viene rimosso dal suo incarico per aver picchiato dei bambini, Gary si ritrova a prendere il suo posto nel ruolo di finto sicario prezzolato. Scopre così che impersonare un assassino, oltre ad essere divertente, offre molti spunti di riflessione sulla natura umana. Tutto procede nel migliore dei modi fino a quando Gary, nei panni del killer Ron, non incontra la bellissima Madison (Adria Arjona) e, anziché incastrarla e portarla in tribunale come di consueto, la lascia andare…

Si potrebbe facilmente accusare questo film di immoralità e di istigazione al delitto. Infatti la conclusione sembra dirci che non c’è nulla di male a compiere o nascondere qualche piccolo omicidio per risolvere i propri problemi. Se poi contiamo che nell’incipit vediamo subito il nostro protagonista spiegare le teorie del filosofo Nietzsche ai suoi studenti e accudire con affetto i suoi cagnolini Es e Io (termini della psicanalisi che indicano le parti che compongono il nostro essere e che lottano tra di loro per la supremazia, l’istinto e la coscienza) viene da pensare che il regista Richard Linklater volesse proprio tirarsi addosso delle polemiche di questo genere.

Ma per me ogni analisi approfondita e ogni rimostranza in merito a questo film sarebbe una vera perdita di tempo, perché non si tratta che di una commedia leggera e divertente che non ambisce né a dare insegnamenti né a suggerire modelli di vita. Unico scopo del film è intrattenere, e ci riesce benissimo grazie all’istrionico Glen Powell, irresistibile nelle sue diverse maschere da killer, e alla meravigliosa Adria Arjona, tanto bella e seducente da togliere il fiato, oltre che simpatica e perfetta per la parte. Hit Man è un film che parla di omicidi ma non mostra nemmeno una goccia di sangue, ed è molto casto anche nel mostrare le scene intime tra i due protagonisti, pur lasciandoci chiaramente intendere la passione che divampa tra loro. Il regista tratta invece in modo piuttosto superficiale i personaggi secondari, sprecando secondo me l’occasione di creare ulteriori situazioni comiche e di rendere il film più persistente nella memoria dello spettatore. C’è anche qualche lunghezza che poteva essere evitata (penso alle scene in tribunale, che non fanno proseguire in alcun modo la vicenda ma rallentano il ritmo) e qualche spunto che viene lasciato cadere nel vuoto (ci viene detto che Gary è un esperto di elettronica ma non lo vediamo mai in azione in questo senso), ma nel complesso il film fila via che è un piacere.

Consiglio questo film a tutti quelli che vogliono passare un paio d’ore in leggerezza e farsi qualche bella risata; da evitare invece se siete molto suscettibili riguardo l’amoralità del Superuomo.

Voto: 3 Muffin

Inside Out 2

Inside Out 2

Anno: 2024

Regia: Kelsey Mann

Dove trovarlo: Disney Plus

Nel film Inside Out (2015) avevamo fatto la conoscenza di Riley, una bambina dolce e affettuosa ma spaventata e confusa all’idea di trasferirsi con la famiglia in un’altra città. Ma soprattutto avevamo incontrato le Emozioni di Riley: Gioia, saldamente al comando, Paura, Disgusto, Rabbia e Tristezza.

Nel secondo capitolo Riley è ormai adolescente (ha appena compiuto 13 anni) e sviluppa alcune emozioni nuove: Imbarazzo, Ennui, Invidia e Ansia. Nel caos che segue l’arrivo di questi nuovi stati d’animo, Gioia e le altre “vecchie” emozioni vengono allontanate dalla sala controllo di Riley, perchè Ansia vuole gestire tutto quanto; per il bene di Riley. Gioia farà di tutto per riprendere il controllo e rimettere a posto le cose.

Il primo Inside Out era stato davvero audace nell’introdurre la psicoanalisi nel mondo dei cartoni animati rendendola non solo comprensibile per i più piccoli ma anche divertente per tutti: e infatti è stato molto apprezzato da grandi e piccini. Io stessa, dopo averlo visto, mi sono spesso trovata ad immaginare la mia personale sala controllo, con Disgusto saldamente al comando, nei momenti in cui dentro di me emozioni diverse lottavano per il predominio, o per comprendere le motivazioni di certe mie scelte e decisioni all’apparenza incoerenti con la mia natura. Nel primo film avevamo imparato che per crescere, maturare, sviluppare una personalità completa, sono necessarie tutte le emozioni, anche quelle che sembrano essere soltanto negative. Gioia inizialmente cercava di respingere Tristezza, di tenerla lontana da Riley, ma alla fine si rendeva conto che la bambina aveva bisogno non solo della felicità e della gioia, ma anche della malinconia e della tristezza. Nessuna emozione è da respingere o sopprimere, tutte sono necessarie.

Detto questo, ho detto tutto. Anche del secondo film.

Inside Out 2 è un film bello, divertente, commovente, istruttivo e accurato. Ma secondo me non dice nulla che non fosse già stato detto nel primo film. Anche in questo caso vediamo Riley crescere, questa volta passando dall’infanzia alla pubertà, e avere difficoltà ad accettare i cambiamenti nella sua vita. Se nel primo film a spaventarla era il trasloco, in questo caso è la paura di perdere le sue due migliori amiche, che andranno in una scuola diversa dalla sua. Di nuovo vediamo delle emozioni che inizialmente sembrano dannose per Riley ma che in realtà, in collaborazione con tutte le altre, formano le varie sfaccettature della sua personalità, che con la crescita si fa più complessa e variegata. Riley è una brava bambina, ma a volte si comporta male. Riley è una buona amica, ma a volte commette errori. Riley è una figlia affettuosa, ma a volte si arrabbia con i genitori. Crescere e maturare significa appunto accettare questi stati d’animo e questi comportamenti, e tutte le emozioni che li causano. E questo succede infatti. Proprio come nel primo film.

Non sto dicendo che il film non mi sia piaciuto, mentirei, perchè la visione è molto piacevole e ci sono scene davvero spassose e ben realizzate: il caos nel centro di controllo all’inizio della pubertà, gli strani personaggi rinchiusi nel caveau dei segreti (chi non ha riso vedendo la mossa d’attacco del guerriero Lance Slashblade?), le reazioni delle emozioni dei genitori ai primi segnali della pubertà di Riley.

Dico però che questo secondo film secondo me non ha aggiunto nulla di nuovo a quanto già raccontato e mostrato nel primo. Anzi, in questo caso ho trovato che la narrazione si impantanasse spesso, con il vagabondare delle “vecchie” emozioni di qua e di là senza incontri o episodi davvero significativi e mostrando una pletora di episodi della vita di Riley, concentrati in poco tempo, per condensare i cambiamenti del suo carattere in un paio di giornate, seppur cruciali.

Consiglio comunque di vederlo, non solo per completezza ma perchè è una visione interessante e piacevole, ma senza aspettarsi quella scintilla originale che aveva caratterizzato il numero uno.

Portate pazienza fino alla fine dei titoli di coda (come i supereroi Marvel/Disney infatti vi hanno insegnato a fare).

E ora, quando esce lo spinoff su Nostalgia?

Voto: 3 Muffin

50 km all’ora

Regia: Fabio De Luigi

Anno: 2024

Interpreti: Fabio De Luigi, Stefano Accorsi, Alessandro Haber, Marina Massironi, Paolo Cevoli

Dove trovarlo: Prime Video

Quando il padre Corrado (Alessandro Haber) muore, i fratelli Rocco (Fabio De Luigi) e Guido (Stefano Accorsi) si ritrovano dopo 30 anni in occasione del funerale. E’ chiaro fin da subito che i vecchi rancori familiari non sono sopiti: Rocco è colpevole di aver rivelato al padre il tradimento della madre, mentre Guido se n’è andato da casa giovanissimo per far carriera lasciando il fratello solo ad occuparsi del burbero e rancoroso padre. Eppure, dopo poco, l’affetto fraterno prevale, e i due decidono di portare insieme le ceneri del padre sulla tomba della madre, come lui aveva chiesto prima di morire. Il mezzo prescelto per il viaggio dalla Lombardia alla Romagna? I due motorini costruiti per loro proprio dal padre! L’avventura ha inizio…

Conoscendo il regista (lo stesso Fabio De Luigi), i nomi coinvolti e la trama, mi sono approcciata al film in cerca di una visione senza pretese di originalità ma simpatica e non impegnativa. Ma se avevo ragione da una parte, avevo torto dall’altra. L’assunto di partenza del film è molto banale e abusato: due persone tra loro diversissime per carattere e senso morale si (ri)avvicinano grazie ad un viaggio fatto insieme, come abbiamo visto accadere in decine di road movie. Ero prontissima ad accettare questa premessa, nella speranza di trovare qualche scena divertente, e soprattutto delle dinamiche interessanti tra due personaggi che, sulla carta, sono l’uno l’opposto dell’altro. In realtà il film non è mai divertente, ma proprio mai, in nessun caso, né nei dialoghi nè nelle situazioni nè negli incontri lungo il percorso. E, considerando che si tratta di un film diretto e interpretato da un attore comico, questo mi sembra un difetto importante. Perfino Paolo Cevoli, nel ruolo potenzialmente esilarante di sacerdote che celebra il funerale di un noto egoista burbero e misantropo, resta una macchietta sprecata. In secondo luogo, tutte le azioni e le scelte dei personaggi sono piegate al servizio di una trama che, come già detto, è banale e monodirezionale, a discapito della credibilità e incisività dei personaggi stessi. Rocco dovrebbe essere il figlio timido, introverso, timoroso, che non ha mai trovato il coraggio di allontanarsi dal padre e di correre rischi: eppure gli basta un attimo per mollare tutto e partire, sedurre una completa sconosciuta, partecipare a festini notturni, fare uso di droghe non identificate e altro ancora. Viceversa Guido dovrebbe essere il figlio superficiale, egoista ed egocentrico, ma gli bastano due parole per partire in missione per conto del padre che odiava, mollare il lavoro su due piedi e mettere in discussione tutte le sue scelte di vita. Questo rende molto meno percepibili i conflitti e molto meno interessante l’evoluzione dei personaggi, che anche in un film volutamente leggero ci deve essere. Tutte le situazioni che i due fratelli si trovano davanti sono forzate e poco credibili, così come lo è il loro comportamento: questo rende impossibile giudicare le loro interpretazioni, visto che i personaggi sono inconsistenti e incoerenti (al massimo posso congratularmi per la scena di ballo coreografato). Il film è un vero disastro dal punto di vista della scrittura sotto ogni punto di vista. Dopo un po’ ho capito che il titolo 50 km all’ora non si riferisce solo ai motorini scassati dei due protagonisti, ma anche alla velocità di scorrimento della pellicola percepita dallo spettatore: alla fine del film ero stesa sul divano implorando pietà. Non capisco infatti perchè il film dovesse durare così tanto (1 ora e 50 minuti) quando a stento c’era materiale per un’ora e venti: infatti le scene sono eterne, soprattutto considerando che la loro funzione narrativa è ovvia, sembrano non terminare mai (penso alla festa psichedelica, ma anche al disastroso amplesso con la sedicente cavallerizza o alla partita di calcio nel parco). La parte peggiore però è quella del furto dei motorini, persi ad una scommessa: possibile che un tizio qualunque scovato in un bar possa estrarre una balestra per rincorrere i ladri? Soprattutto quando li avrebbe raggiunti comodamente a piedi? Una scena che nelle mani di Maccio Capatonda sarebbe stata un capolavoro, mentre qui è un pasticcio incomprensibile.

Non è giusto però parlare solo dei lati negativi di questo film italiano. Devo fare infatti i complimenti ad Alessandro Haber, che in pochissime battute riesce a rendersi del tutto insopportabile. Ma soprattutto mi ha sorpreso Marina Massironi, con un’interpretazione della canzone Girls just wanna have fun che non ha nulla da invidiare a quella di Madonna.

Il film non mi è piaciuto e non lo consiglio, ma non per questo voglio male a chi me l’ha consigliato: sono sempre esperienze dopotutto!

Voto: 1 Muffin ipocalorico

A Proposito dei Ricardo

Titolo originale: Being the Ricardos

Anno: 2021

Regia: Aaron Sorkin

Interpreti: Nicole Kidman, Javier Bardem, J.K. Simmons

Dove trovarlo: Prime Video

Mi sono imbattuta nel nome “Lucille Ball” per la prima volta ascoltando il podcast di Raiplay Sound Non c’è Niente da ridere, in cui Carlo Amatetti presentava in ogni puntata un personaggio del cinema che, sebbene esilarante sullo schermo, spesso aveva avuto una vita privata tormentata. Un’intera puntata era dedicata proprio a Lucille Ball, quasi sconosciuta da noi ma molto famosa invece negli Stati Uniti, dove aveva esordito come modella, per poi diventare attrice di cinema (interpretando anche pellicole di rilievo accanto a star come Katharine Hepburn, Henry Fonda e Ginger Rogers), reinventandosi poi come celebrità radiofonica e approdando infine alla televisione, il mezzo che ha definitivamente consacrato il suo talento. Possiamo dire che Lucille Ball ha inventato, negli anni ‘50, la sit-com come la conosciamo noi, con l’unica differenza che lei amava registrare davanti ad un pubblico dal vivo, mentre oggi le risate di sottofondo vengono quasi sempre aggiunte in postproduzione. Lucille Ball era straordinariamente bella, ma, a differenza di molte sue colleghe, non esitava mai a mostrarsi goffa, impacciata o ridicola. aveva infatti imparato diversi trucchi della clownerie niente meno che da Buster Keaton! La sitcom I Love Lucy!, che per un decennio fermava l’America per mezz’ora ogni sera (ottenendo ascolti più alti dell’incoronazione della Regina Elisabetta, per dire), offriva il palcoscenico perfetto per le acrobazie, i travestimenti e le smorfie di Lucy.

Inevitabilmente un personaggio del genere rimane impresso, così quando mi sono imbattuta nel film A Proposito dei Ricardo che racconta un periodo della vita di Lucille Ball e di suo marito Desi Arnaz (musicista cubano ma anche produttore e co-protagonista dello show I Love Lucy!) non ho resistito. Ricardo è il cognome del personaggio di Desi nella sitcom, il che fa di lui e di sua moglie Lucy, appunto, “I Ricardo”. In genere non sono attratta dalle biografie, perchè tendono a romanzare o comunque piegare gli eventi della storia o della cronaca alle esigenze narrative. Non è questo il caso di questo film, che invece racconta gli eventi con grande realismo (è impostato proprio come un documentario, con tanto di interviste a collaboratori di Lucy e Desi): ma ha ben altri difetti, come vedremo.

In primo luogo, se Javier Bardem è un ottimo Desi Arnaz, bravissimo sia ad esibirsi in sfrenati numeri di conga e di rumba che a dare volto a un personaggio molto innamorato ma anche egocentrico ed egomaniaco, Nicole Kidman è una scelta sbagliatissima per il ruolo di Lucille Ball, per molti motivi. Non che io non apprezzi il fascino e il talento di Nicole, sia chiaro, ma per tutto il film mi sono ritrovata a fissare la vacuità botulinica del suo volto cercandovi una qualche espressività e un barlume della meravigliosa interprete di Moulin Rouge: senza trovare nulla. Mi rendo conto che, nel momento in cui si sceglie una sessantenne per interpretare una splendida quarantenne (che in quel periodo oltretutto metteva al mondo i suoi due figli) le difficoltà siano molteplici. Ma, se Nicole Kidman è molto brava a rendere la Lucille produttrice, che impone con il suo carisma il controllo sulla regia e la sceneggiatura del suo show, non fa nemmeno un tentativo per restituirci la Lucille pagliaccio, con le sue acrobazie e le smorfie che l’hanno resa così popolare. Al contrario, il modo in cui J.K.Simmons aderisce al personaggio di William Frawley (star di I Love Lucy!) è quasi inquietante. Ma per l’altro grosso difetto del film il cast è da assolvere completamente: dilaga infatti negli ultimi tempi la moda di realizzare film biografici che non rispettino la continuità temporale. Questa impostazione inevitabilmente rende difficile, se non impossibile, seguire l’evoluzione del personaggio ritratto per chi già non ne conosca a menadito la vita. Nel film vediamo prima Lucy che lavora in tv, poi Lucy che riceve l’offerta di lavorare in tv, poi Lucy con un bebè, e successivamente Lucy incinta… che guazzabuglio!

Sono rimasta molto insoddisfatta dalla visione, anche se il film ha una conclusione incisiva, con un aneddoto che, per quanto sembri incredibile, è realmente accaduto: quando Lucille venne accusata di essere un membro del partito comunista (ricordiamo che negli anni ‘50 la “caccia alle streghe” contro i comunisti o presunti tali avviata dal senatore McCarthy ha posto fine a molte carriere nel mondo dello spettacolo e non solo) il marito Desi riuscì a mandare in onda, in diretta nazionale, una telefonata con J. Edgar Hoover (allora capo dell’F.B.I.) che scagionò completamente la moglie. Un fatto così straordinario da sembrare inventato!

Stando così le cose, dopo aver visto il film ero amareggiata per i suoi enormi difetti e delusa per non aver potuto approfondire seriamente (quanto si può farlo con un clown) la conoscenza di questo personaggio straordinario.

Per mia fortuna, Prime Video mi ha subito proposto un documentario su Lucille Ball e Desi Arnaz: proprio quello che ci voleva! Lucy and Desi, diretto dall’attrice Amy Poehler, finalmente mi ha fatto conoscere per davvero queste due persone eccezionali, con quasi due ore di interviste, immagini e filmati di spettacoli, programmi radiofonici, film, e perfino alcuni filmini delle vacanze. Desi, arrivato in America dopo che la sua agiata famiglia aveva perso tutto a causa dei comunisti, ha iniziato pulendo le gabbie dei canarini; ed è arrivato, passando per la conga e la rumba, e fondare con la moglie uno dei più grandi studi di produzione di Hollywood, la Desilu production (responsabile, tra le altre cose della messa in onda della serie classica di Star Trek). Desi e Lucy hanno senza ombra di dubbio fatto la storia della tv e del costume in America. E questo documentario è il modo perfetto per conoscere quella storia (la voce narrante è solamente in inglese ma sono disponibili i sottotitoli in italiano).

Consiglio quindi, a chiunque si sia un po’ incuriosito riguardo la figura eclettica di Lucille Ball, di lasciar perdere il film e concedersi la visione del bellissimo documentario.

Voto A proposito dei Ricardo: 1 Muffin ipocalorico

Voto Lucy and Desi: 3 Muffin

Jackpot – Se vinci ti uccido!

Titolo originale: Jackpot!

Anno: 2024

Regia: Paul Feig

Interpreti: John Cena, Awkwafina, Sean William Scott, Simu Liu

Dove trovarlo: Prime Video

Katie (Awkwafina) ha messo da parte la carriera di attrice per dedicarsi alla madre malata, e le è stata accanto, isolata dal mondo, fino alla fine. Ora è arrivato il momento di riprendere la sua vita da dove l’aveva lasciata. Katie torna quindi a Los Angeles per entrare nel mondo dello spettacolo. Non sa nulla della bizzarra lotteria istituita da alcuni anni dallo Stato della California: il vincitore del jackpot viene comunicato immediatamente a tutta la popolazione… e chi lo uccide entro 24 ore può, legalmente, tenersi il montepremi, senza essere perseguito per omicidio! Per puro caso Katie entra in possesso di un biglietto… e se ne rende conto quando tutti intorno a lei cercano di ucciderla! Tutti, tranne il muscoloso Noel (John Cena), che promette di proteggerla dai suoi assalitori in cambio del 10% della sua vincita. Ma il ricchissimo jackpot fa gola davvero a tutti!

Anche se il film è ambientato in un futuro che potremmo definire distopico, in cui uccidere è non solo legale ma incoraggiato in virtù dello spettacolo, non aspettatevi alcun tipo di critica o analisi sociologica, antropologica o politica (anche se ovviamente non è un caso se l’intera vicenda si svolge a Los Angeles, patria del cinema e dello showbusiness, e se il gioco della morte ha preso vita proprio nello Stato della California). La regola del gioco per cui non è possibile uccidere il vincitore con le armi da fuoco è una buon pretesto per mantenere i personaggi vivi per un paio d’ore ma anche per introdurre armi improprie assai improbabili e scontri fisici di ogni genere. Jackpot! è lontano anni luce da film con trame e ambientazioni simili come Anno 2000 – La Corsa della Morte (Death Race 2000, 1975) o L’Implacabile (The Running Man, 1987) e non ha alcune ambizione se non quella di intrattenere con infinita leggerezza per un paio d’ore. Se la premessa si accetta con facilità, viene più difficile accettare le continue mossette e battutine di Awkwafina, che se la cava bene ma resta sempre un pelo sopra le righe – cosa che comunque fanno tutti i personaggi del film e che dunque è perdonabile. John Cena è un uomo buono, anzi buonissimo, che desidera solo aiutare la sfortunata protagonista, e siccome è lui e gli vogliamo bene (beh, almeno io lo trovo sempre simpatico) ci beviamo anche questa. Tutti gli altri personaggi, luoghi ed eventi non vale la pena menzionarli, mentre un grandissimo applauso va a tutti gli stuntmen, i coordinatori e i coreografi dei combattimenti: solo verso la fine le varie lotte iniziano a diventare soporifere, e non era facile portare avanti un film fatto praticamente solo di combattimenti, salti, inseguimenti e calci volanti. Le battute a volte vanno a segno, altre invece no, ma nel complesso ci si diverte e qualche risatina a volte scappa. Adatto a una serata totalmente senza pensieri e presto dimenticato. Da evitare assolutamente le stupidate durante i titoli di coda.

Voto: 2 Muffin

My Spy | My Spy – La Città Eterna

My Spy

Titolo originale: My Spy

Anno: 2020

Regia: Peter Segal

Interpreti: Dave Bautista, Chloe Coleman, Parisa Fitz-Henley, Kristen Schaal, Ken Jeong

Dove trovarlo: Prime Video

L’agente della CIA JJ (Dave Bautista) viene incaricato di sorvegliare la bella infermiera Kate (Parisa Fitz-Henley) e sua figlia di 10 anni Sophie (Chloe Coleman) fingendosi un loro nuovo vicino di casa per proteggerle dallo zio, spietato criminale internazionale. Sophie però scopre che JJ sta spiando lei e la madre e gli propone un accordo: se lui le insegnerà ad essere una spia, lei non rivelerà il suo segreto. JJ è costretto ad accettare il patto, ma con il passare del tempo si affezionerà sempre di più a Sophie e a sua madre, mettendo a rischio la missione.

My Spy – La Città Eterna

Titolo originale: My Spy – Eternal City

Anno: 2024

Regia: Peter Segal

Interpreti: Dave Bautista, Chloe Coleman, Kristen Schaal, Ken Jeong, Anna Faris

Dove trovarlo: Prime Video

JJ (Dave Bautista) si è accasato con Kate (Parisa Fitz-Henley) e si dedica in tutto e per tutto ad essere un buon uomo di casa e patrigno per Sophie (Chloe Coleman), ormai adoloscente. Quando il coro della scuola di Sophie viene selezionato per esibirsi a Roma davanti al Papa e a diversi Capi di Stato, JJ si offre subito come accompagnatore per tenere d’occhio la ragazza, senza sapere che è in atto un complotto per far esplodere una bomba in Vaticano… 

Per un periodo ho seguito con molto trasporto ed entusiasmo il wrestling della WWE, quindi sono sempre portata a provare simpatia per i wrestler che si cimentano nella carriera cinematografica, anche perchè in passato alcuni di loro hanno dimostrato di avere talento non solo come atleti (ricordando comunque che il wrestling è tanto una disciplina sportiva quanto uno spettacolo) ma anche come attori: basti pensare alla sfolgorante carriera di Dwayne “The Rock” Johnson o alle recenti buone prove di John Cena.

Dave Bautista stesso, in questi ultimi anni, ha già dimostrato di poter portare avanti un personaggio per diversi film interpretando Drax nella serie I Guardiani della Galassia.

Per questo motivo mi sono approcciata al primo film senza grandi aspettative ma con atteggiamento tendenzialmente positivo, e My Spy si è dimostrato ciò che mi aspettavo: un filmetto d’azione con venature di commedia guardabile e innocuo, con una manciata di scenette simpatiche. Il regista Peter Segal, d’altro canto, ha diretto in passato dei film del genere spionaggio/comico cui sono molto legata: mi riferisco a Agente Smart – Casino Totale (il cui co-protagonista, guarda caso, è proprio Dwayne Johnson) ma, soprattutto, al terzo capitolo della trilogia Una Pallottola Spuntata, pietra miliare della mia infanzia. Ecco perchè sono rimasta così scottata quando, a ruota, ho visto il secondo film, e mi sono imbattuta in un escremento fumante e disgustoso con una trama che non sta in piedi, una cattiva per nulla credibile (Anna Faris è bravissima nei ruoli comici, senza dubbio, e il suo personaggio qui era comunque pensato malissimo, ma lei era comunque fuori parte), un’accozzaglia di personaggi del primo film inseriti a spinta e alcune scene davvero disgustose. Oltretutto c’erano anche dei tremendi e detestabili uccellini in CGI, una cosa che proprio non sopporto, e in aggiunta tutti i possibili stereotipi su Roma, come le Vespe abbandonate in ogni cantuccio e la Chiesa di San Pietro deserta e a completa disposizione dei cattivi e dei loro loschi piani. In conclusione, se il primo film è salvabile e innocuo, il secondo non solo non merita di essere visto ma è decisamente sconsigliato.

Voto: 2 Muffin (My Spy) e 1 Muffin Ipocalorico (My Spy – La Città Eterna)