Una ex promessa del basket e un mental coach dalle ginocchia danneggiate decidono, nonostante le molte differenze tra i due, di fare squadra in un torneo di basket per guadagnare un po’ di soldi, di cui entrambi hanno estremo bisogno. Guadagneranno entrambi molto più che il denaro.
Non sono un’appassionata di sport nè di film sullo sport, ma avevo sentito nominare molte volte il film White Men Can’t Jump, e il titolo mi era rimasto impresso. Così, quando Disney Plus me lo ha mostrato tra le proposte per una serata cinema, ho deciso di togliermi la curiosità. Fin da subito, però, ho avuto l’impressione che ci fosse qualcosa di sbagliato nel film. Anche se i dialoghi erano pieni di parolacce, di fatto era tutto molto ovattato, quieto, come smorzato. Le liti si risolvevano, le divergenze si appianavano, le mogli comprendevano e perdonavano tutto… Insomma, più che un film sulla dura vita di strada, sui conflitti razziali e sul riscatto sociale attraverso lo sport sembrava uno spot del Mulino Bianco.
Spalle comiche che non fanno ridere
Nonostante questo l’ho visto fino alla fine senza troppi fastidi, come una bonaria commedia per famiglie – con molte parolacce, ripeto, ma senza l’ombra dell’incisività e della drammaticità che mi aspettavo. Solamente all’arrivo dei titoli di coda ho finalmente capito: avevo appena guardato un remake! Il rifacimento, scritto dallo stesso sceneggiatore (Ron Shelton, che del primo era stato anche regista), del film del 1992. Remake di un film del ‘92?? Ma se era l’altro ieri!! Diretto da “Calmatic”. Ma cosa sarebbe, un ansiolitico? Un tranquillante per cavalli? Questa brutta scoperta ha portato poi a una tragica amarezza: il film originale non è disponibile su Disney Plus, nè su nessuna delle altre piattaforme streaming che ho attualmente a disposizione. E così rimango con la consapevolezza di non sapere: come era il film originale? Se hanno deciso di farne un remake qualcosa di buono lo avrà avuto, no? Quando lo potrò vedere? Mannaggia!
Interpreti: Steve Martin, Martin Short, Chevy Chase, Patrice Martinez, Alfonso Arau, Randy Newman (come voce del Cespuglio Cantante)
Dove trovarlo: Prime Video
Lucky Day (Steve Martin), Ned Nederlander (Martin Short) e Dusty Bottoms (Chevy Chase) sono star di grande successo grazie a una lunga serie di musical western in cui interpretano i Tre Amigos, cowboys canterini e ballerini vestiti da mariachi che non falliscono mai nel difendere i deboli e far trionfare la giustizia. Un giorno i Tre Amigos ricevono un misterioso telegramma che li invita nel paesino di Santo Poco, in Messico, per un’esibizione che sarà generosamente ricompensata. Ma presto scopriranno che questa volta il cattivo è un vero cattivo, il famigerato El Guapo (Alfonso Arau), che da anni con la sua banda di malfattori mette in ginocchio il paese con le sue prepotenze: basteranno balletti, canzoncine e mossette per far trionfare la giustizia?
La cosa più divertente della serie tv Only Murders in the Building sono senza dubbio i duetti comici tra Steve Martin e Martin Short. Quindi, non appena ho scoperto che i due attori avevano recitato insieme, nel lontano 1986, in un film dal titolo I Tre Amigos (e che il terzo era niente meno che il celebre comico americano Chevy Chase) non ho proprio potuto resistere. Soprattutto una volta visto che il regista altri non era che John Landis, autore di film che a casa mia sono di culto assoluto come I Blues Brothers e Il Principe Cerca Moglie.
Non che questo film sia all’altezza di quei capolavori della commedia americana, però devo dire che in questo simpaticissimo film per famiglie ho trovato molto più di quanto mi aspettassi. Innanzitutto i tre protagonisti sono meravigliosi: cantano, ballano e fanno la parte degli ingenui in un modo davvero accattivante e divertente. Steve Martin, co-autore anche della sceneggiatura, si esibisce perfino in numeri con il lazo, imparati quando, giovanissimo, lavorava in un negozio di magia a Disneyland. Nella parte della Damigella in Difficoltà troviamo invece la bellissima Patrice Martinez: un volto molto familiare, visto che ha interpretato Victoria, l’amata di Don Diego de la Vega, nella serie tv Zorro degli anni ‘90. Tutti i numeri musicali sono eccezionali, ed certo che alcune delle canzoni restano in testa per molti giorni dopo la visione per quanto sono simpatiche e orecchiabili. Non a caso la colonna sonora è firmata Randy Newman, autore anche delle musiche di classici Disney come Toy Story, Monsters and Co. e Cars; Randy, qui anche sceneggiatore, ha perfino un piccolo ruolo, quello del Cespuglio Cantante. Eh sì, perchè in questo film ci sono anche un Cespuglio Cantante e un Uomo Invisibile, su cui non dirò nulla di più perchè è una scena che fa sbellicare, così come molte altre nel corso del film.
Non posso fare altro che consigliare la visione del film a tutti, grandi e piccini, amanti o meno del musical e del western: questo sì che è un film per tutti!
Titolo originale: The Ministry of Ungentlemanly War
Anno: 2024
Regia: Guy Ritchie
Interpreti: Henry Cavill, Alan Ritchson, Alex Pettyfer, Eiza Gonzàles, Rory Kinnear, Cary Elwes
Dove trovarlo: Prime Video
Seconda Guerra Mondiale: mentre tutti i suoi consiglieri gli intimano di scendere a patti con Hitler, che sta mettendo in ginocchio l’Europa, il Primo Ministro Inglese Winston Churchill (Rory Kinnear) sceglie un’alternativa poco ortodossa: reclutare alcuni “cani sciolti” perfettamente addestrati ma allergici all’obbedienza e incaricarli di una missione segreta di vitale importanza per il destino dell’Inghilterra e del mondo.
Non ho certo mai fatto mistero del fatto che amo molto il regista britannico Guy Ritchie, per come riesce a realizzare autentici film d’azione che però sono anche autentiche commedie brillanti, e per come riesce ad ottenere il meglio dagli attori che lavorano con lui. Sicuramente, come accaduto a molto grandi registi prima di lui, con il passare degli anni e dei film possiamo notare una certa tendenza a fossilizzarsi, ripetendo gli stilemi che hanno funzionato tanto bene in passato ma che ora non hanno più la stessa forza e la stessa freschezza delle origini. Ho apprezzato Operation Fortune ad esempio, ma non lo metterei mai allo stesso livello di opere meno recenti del regista come Lock&Stock, Sherlock Holmes e il mio personale favorito The Man from U.N.C.L.E. Aspettavo comunque con grande trepidazione l’uscita di The Ministry of Ungentlemanly War e una nuova collaborazione tra Guy Ritchie e Henry “Superman” Cavill, idolo dei nerd (il video di lui mentre monta un computer in canottiera è diventato virale) e interprete non solo di grande fascino ma anche di grande simpatia.
Dopo aver visto il film, posso dire che le mie aspettative non sono state deluse. The Ministry of Ungentlemanly War (tradotto in italiano con Il Ministero della Guerra Sporca, che però non gli rende del tutto giustizia: qui si parla, letteralmente, di guerra “non tra gentiluomini”) è un film d’azione con momenti spassosi, come è tipico di Guy Ritchie, piuttosto violento (ma mai in modo fastidioso) e ricco di personaggi interessanti. Anzi, a dire il vero, avrei voluto conoscerli meglio, ascoltare più dialoghi e saperne di più sui membri di questa sgangherata squadra d’assalto. Questo anche perchè gli interpreti sono tutti più che all’altezza del ruolo. Il capobranco Gus March-Phillips interpretato da Henry Cavill, dopo un’entrata in scena molto divertente, per tutto il film regala motti ed espressioni molto efficaci. Il migliore della squadra però è lo svedese Anders Lassen, interpretato dal gigantesco Alan Ritchson, noto dalla serie su Jack Reacher: qui riesce a dimostrare di essere anche molto ironico, oltre che possente, e il suo è il personaggio più divertente di tutti. Grandi lodo vanno poi alla splendida Eiza Gonzàles, di una bellezza mozzafiato e di eguale bravura in un ruolo molto impegnativo per minutaggio e per funzione narrativa. Doveroso citare anche Rory Kinnear, davvero un ottimo Winston Churchill. Infine, non posso non nominare, anche se ha un ruolo molto minore, Cary Elwes (il quale, come ci dice nel film di Mel Brooks, è “l’unico Robin Hood che sappia parlare con un accento britannico”), che interpreta il Brigadiere Gubbins detto “M”. E se questo sintetico soprannome non accende alcuna lampadina, basti sapere che il suo aiutante tuttofare, interpretato da Freddie Fox, fa di nome Ian Fleming. Già, proprio lui, l’autore dei libri su James Bond! Il film infatti si apre con la scritta “Tratto da una storia vera”, e nei titoli di coda ci vengono mostrati i volti dei personaggi principali come erano nella realtà, e ci viene anche detto che il Maggiore Gus March-Phillips è stato una delle maggiori fonti di ispirazione per l’agente segreto inventato da Fleming. Ho sempre sognato di vedere Henry Cavill nei panni di 007, e, anche se per vie traverse, Guy Ritchie mi ha accontentato! E con questo, direi che ho detto tutto.
Il Ministero della Guerra Sporca è un film d’azione in stile Guy Ritchie, eccitante e divertente, anche se non il suo migliore. Consigliato in ogni caso per tutti coloro che amano il regista o che, in generale, amano l’azione ma con un pizzico di umorismo. British.
Interpreti: Bill Murray, Melissa McCarthy, Naomi Watts, Chris O’Dowd, Terrence Howard, Jaeden Martell
Dove trovarlo: Prime Video
Maggie (Melissa McCarthy) si trasferisce in un’altra città con il figlio adottivo Oliver (Jaeden Martell) dopo una dolorosa separazione dal marito infedele. Il nuovo lavoro la tiene lontano da casa per la maggior parte della giornata, così, non conoscendo nessuno, incarica il vicino brontolone Vincent (Bill Murray) di badare al figlio in sua assenza. Maggie però non può sapere che Vincent è un giocatore d’azzardo, bevitore, fumatore e frequentatore di bar e prostitute… Ben presto però il piccolo Oliver inizia a rendersi conto che l’apparenza, riguardo al suo improbabile babysitter, è quanto mai ingannevole.
Se mi fossi informata meglio su questo film non avrei mai scelto di vederlo. Infatti il regista (Theodore Murphy) e una parte importante del cast (Melissa McCarthy e Chris O’Dowd) accomunano questo film a un altro che non mi è piaciuto per niente, Il Nido dello Storno (The Starling). Non sono sicura che la presenza dell’ottimo Bill Murray nei panni del protagonista sarebbe stata sufficiente a convincermi, perchè anche in Il Nido dello Storno era presente un attore a me molto caro, Kevin Kline, che però non riusciva a salvare un film molto triste e pesante con un terribile uccellino in CGI. Invece, per fortuna, non sapevo proprio nulla di questo film, e il faccione di Bill Murray sulla locandina da solo mi ha convinto a schiacciare “Play” in una serata in cui cercavo qualcosa di leggero e simpatico da vedere. E devo dire di essere stata accontentata. Innanzitutto qui non ci sono animali in pessima CGI ma solo un animale vero, un gattone bianco, che è l’unico amico del burbero Vincent. Melissa McCarthy questa volta non deve combattere pennuti dispettosi ma si ritrova invece alle prese con i problemi quotidiani di moltissimi genitori neo-single, e in questo ruolo sa essere convincente. Anche Chris O’Dowd, che ho scoperto con la divertentissima serie britannica IT Crowd, ha un ruolo molto bello, quello del prete cattolico (ma di mentalità aperta) che insegna nella nuova scuola del piccolo Oliver: impossibile non desiderare di averlo avuto come insegnante. Ottima l’interpretazione del giovane Jaeden Martell nei panni di Oliver, il bambino maturo ed erudito che si fa voler bene da tutti, perfino dal bullo della scuola, e che con la sua intelligenza acuta riesce a smascherare il burbero Vincent. Il mattatore Bill Murray infatti dà vita a un personaggio piuttosto classico, che fa pensare al classico “brontolone che si intenerisce” di Walter Matthau, ma che presenta anche molte sfaccettature e ha un’evoluzione non imprevedibile ma che si segue, grazie alla bella sceneggiatura (opera dello stesso regista, Theodore Murphy), con autentico trasporto, ridendo e versando qualche lacrimuccia dove serve. Naomi Watts riesce a brillare di splendore e carisma anche nel ruolo della prostituta straniera e incinta, mentre troviamo Terrence Howard (il poliziotto del film Four Brothers) nel ruolo dell’amichevole strozzino di quartiere. St. Vincent (“San Vincent”, titolo con un significato ben preciso che non spiego per non rovinare la visione) non esiste certo per raccontare “tutta la verità e niente altro che la verità”: si tratta piuttosto di una bella favola, ma una di quelle favole che, se prestiamo attenzione al nostro vicino un po’ bizzarro e maleducato, potrebbe diventare realtà per ognuno di noi; una visione che rilassa, fa sorridere e riscalda il cuore, senza alcuna velleità artistica né pedagogica. Cioè proprio quello di cui, certe sere, tutti noi, cinefili e non, abbiamo bisogno.
Interpreti: Adam Kaufman, Catherine Mangan, Brad William Henke, Michael C. Williams, Paul McCarthy-Boyington, James Gammon
Dove trovarlo: Prime Video
Tre uomini armati si trovano nel bosco per una battuta di caccia. Fin qui, niente di strano. Però è notte fonda, e le armi che utilizzano sono bizzarre (come l’arpione da lancio). Ben presto infatti capiamo che non stanno dando la caccia a un animale. Ma neppure ad un essere umano. In breve tempo i tre catturano e imprigionano un alieno. Subito decidono di portarlo a casa di un comune amico, Wyatt (Adam Kaufman), che di queste cose se ne intende più di tutti. Wyatt infatti sa che non possono assolutamente uccidere l’extraterrestre, oppure il suo popolo sterminerebbe in men che non si dica l’intera razza umana. L’alieno, però, è furbo, e forte, e ha poteri psichici… e tutti quanti sembrano avere con esso un conto in sospeso….
Non posso iniziare questa recensione senza ringraziare Lucius, del blog Il Zinefilo, per avermi fatto scoprire (dopo averlo scovato tra le bancarelle romane) questo gioiellino del genere fantascientifico, ingiustamente ignorato dalla grande distribuzione nonostante il regista, Eduardo Sanchez, abbia al suo attivo anche opere celebri come The Blair Witch Project e il suo sequel. Si tratta infatti di un film che, sebbene non contenga astronavi nè spade laser, appartiene alla branca che più amo del genere fantascientifico, cioè quella che riflette sull’essenza dell’essere umano. Altered si svolge quasi interamente in un unico ambiente (il garage di Wyatt) e con un pungo di attori, ma grazie a un ottimo lavoro di scrittura dei personaggi riesce a creare delle dinamiche e un’atmosfera che catturano lo spettatore dall’inizio alla fine. Il titolo, traducibile in italiano con “alterato, modificato” non si può spiegare senza anticipare alcuni risvolti della trama: posso però dire che ho amato molto la situazione in stile La Cosa di John Carpenter, in cui cioè i personaggi sanno con certezza che il nemico è tra di loro e che non ci si può fidare di nessuno, ma proprio di nessuno. Alcune scene sono piuttosto crude e impressionanti, per cui sconsiglio la visione a chi sia particolarmente sensibile o impressionabile; in ogni caso permettono di ammirare la maestria del reparto trucco ed effetti del film, che ha fatto un lavoro sontuoso con l’extraterrestre, ma anche con le mutazioni fisiche degli esseri umani. Altered non è affatto un film da bancarella, ma al contrario un film di fantascienza di impianto teatrale molto ben realizzato e interpretato che coinvolge dall’inizio alla fine.
Interpreti: Mark Wahlberg, Tyrese Gibson, André 3000, Garrett Hedlund, Fionnula Flanagan, Sofia Vergara, Chiwetel Ejiofor
Jonathan Mercer (Mark Wahlberg), Angel Mercer (Tyrese Gibson), Jeremiah Mercer (André 3000) e Jack Mercer (Garrett Hedlund) non sono fratelli di sangue, ma sono comunque una famiglia. Quando la madre adottiva Evelyn (Fionnula Flanagan) viene uccisa durante una rapina, i quattro fratelli si riuniscono per il funerale. Presto però capiscono che la morte di Evelyn non è stata un incidente, e decidono di punire il colpevole a qualunque costo.
Non so proprio ricordare per quale motivo decisi la prima volta di vedere questo film, molti anni fa, visto che il genere “vendetta tra gangster” non è di certo il mio preferito. Eppure nel corso degli anni ho visto Four Brothers per ben tre volte, e ogni volta con grande piacere.
Sono ben consapevole del fatto che si tratti di una versione decisamente edulcorata di quella che deve essere, nella realtà, la vita tra le strade di Detroit; e alla fine, a ben guardare, si tratta di una sorta di favola, anche se i buoni della storia non sono certo stinchi di santo. Il cattivo, in compenso, è cattivo sul serio (un ottimo Chiwetel Ejiofor nei panni di un boss psicopatico e spietato), per cui non possiamo che parteggiare per i nostri quattro “fratelli”: Jonathan (Mark Wahlberg), il capobanda dall’ira e dal grilletto facile; Jerry (il cantante André 3000), quello che ha messo su famiglia e, almeno all’apparenza, ha cambiato vita; il chitarrista Jack (Garrett Edlund), il piccolino di casa; e infine Angel, interpretato da un attore che trovo simpaticissimo, oltre che di bell’aspetto: Tyrese Gibson. Angel, oltre a offrire spesso lo spunto comico per le scene, porta anche nella storia la bellissima Sofi, interpretata da una Sofia Vergara di straordinaria bellezza, che aggiunge una nota di caos incontrollabile a tutte le situazioni. Gibson, comunque, è un attore molto apprezzato anche dal regista, John Singleton, che lo ha diretto anche in 2 Fast 2 Furious (un episodio della saga davvero ben riuscito, soprattutto contando il fatto che Dom Toretto non ne fa parte) e Baby Boy. Gli interpreti sono tutti all’altezza, e danno vita a personaggi molto diversi creando tra di loro ottime dinamiche, dando vita a una storia lineare, che si segue con piacere ma che riserva anche delle sorprese e dei momenti di divertimento, mettendo anche sul tavolo un buon finale a sorpresa. Si ride e si piange, si viene coinvolti e si arriva a voler bene a questa strana famiglia di delinquenti dal cuore d’oro.
Come dicevo, una favola, non certo un documentario sulla malavita di Detroit: ma a un film io, sinceramente, non chiedo altro.
Titolo originale: Dungeons & Dragons – Honor among Thieves
Anno: 2023
Regia: John Francis Daley, Jonathan Goldstein
Interpreti: Chris Pine, Michelle Rodriguez, Hugh Grant, Regé-Jean Page, Justin Smith, Sofia Lillis, Daisy Head
Dove trovarlo: Paramount Plus
La commissione per l’assoluzione è pronta ad ascoltare le richieste di perdono dei detenuti Edgin (Chris Pine) e Holga (Michelle Rodriguez), accusati di furto. Edgin racconta tutta la loro triste storia, di come abbiano rubato un prezioso artefatto solamente per tentare di riportare in vita sua moglie e di come sua figlia stia crescendo senza di lui… ma prima di conoscere il responso della commissione, Edgin e Holga fuggono dalla prigione, per cercare Forge, il compagno di scorrerie che li ha traditi. Scoprono così che Forge ora è a capo di una città, ha messo la figlia di Edgin contro di lui e sta tramando qualcosa di terribile insieme ai crudeli Maghi Rossi. Impossibile pensare di fermare Forge da soli, ai due serve una squadra: entrano così in scena il mago imbranato Simon (Justin Smith), la druida diffidente Doric (Sofia Lillis) e il paladino integerrimo Xenk (Regè-Jean Page).
E dire che l’Orsogufo da piccolo è così carino…
Finalmente, dopo il tentativo fallito del 2000 con Justin Whalin e Jeremy Irons, arriva un film tratto dal gioco di ruolo da tavolo per antonomasia Dungeons & Dragons (in italiano si potrebbe tradurre con “Segrete e Draghi”) davvero ben fatto e divertente, sia per i giocatori che per chi il gioco non lo conosce per niente. Il film infatti si regge perfettamente sulle sue gambe e lo spettatore non ha alcuna necessità di conoscere l’ambientazione del gioco per seguirlo. Certo, per chi invece, come ma, ha giocato per tanti anni, sono moltissime le gustose chicche disseminate nel film che rimandano a luoghi, incantesimi, abilità e creature che si incontrano spesso durante le sessioni (o che invece sono così rare da essere diventate leggenda, come il mitico cubo gelatinoso) e rendono la visione doppiamente soddisfacente.
Non ci posso credere: quello è un Cubo Gelatinoso!
La trama non è certo l’aspetto più importante ma funziona alla perfezione, così come funzionano tutti i personaggi, allo stesso tempo diversificati (proprio come devono esserlo i personaggi di una campagna di D&D per rendere il gruppo equilibrato) ma tutti ben delineati e con interazioni credibili e coinvolgenti tra di loro. Merito anche degli attori, tutti molto adatti per i ruoli. Chris Pine, con il suo fascino e la sua faccia da schiaffi, è perfetto come bardo e leader del gruppo; Michelle Rodriguez, che in via sua non è mai stata meno che perfetta, dà vita a una guerriera tanto temibile quanto adorabile; Regé-Jean Page (forse non lo riconoscerete vedendolo completamente vestito ma è il celebre Duca di Hastings della prima stagione di Bridgerton) sembra nato per interpretare il paladino: bello, integerrimo, del tutto privo di ironia ma imprescindibile per il buon esito della missione. Forse la sorpresa più grande è Hugh Grant, qui nei panni dell’infame Forge, di cui fino ad adesso solamente Guy Ritchie aveva rivelato il talento come villain, e che qui appare perfettamente a suo agio e brillante anche in un mondo fantasy. Non trovo un solo difetto, onestamente, in questo film, dove le scene d’azione sono coinvolgenti, i personaggi ben fatti e l’umorismo eccellente, sempre presente senza però mai trasformare l’avventura in farsa.
IL Paladino
Consiglio la visione di questo film a tutti, in particolare ai giocatori di D&D ma non solo: L’Onore dei Ladri è un film d’azione e d’avventura divertente e adatto a tutti, anche ai bambini.
Nel lontano 1981 dal genio comico del registaMel Brooks scaturiva uno dei suoi film meno geniali: La Pazza Storia del Mondo – Parte 1 (in originale History of the World – Part 1). Non che il film non contenesse alcune trovate esilaranti (la mia preferita ad esempio è quella di Mosè e dei 15 – anzi no – 10 comandamenti), ma la sua struttura a episodi non si è rivelata vincente, alternando scenette riuscite, anzi entrate di diritto nella storia del cinema comico (“Nessuno si aspetta l’Inquisizione Spagnola!”) ad altre piuttosto deboli (non mi è mai piaciuta quella ambientata nell’antica Roma). Il cast era eccellente e comprendeva molti degli interpreti affezionati del regista (Dom DeLuise, Madeline Kahn, Sid Caesar, Harvey Korman, Cloris Leachman e lo stesso Mel Brooks), ma questo, secondo me, non è bastato per dare vita ad un film memorabile quanto lo sono alcuni altri del Maestro della comicità (il mio preferito è sempre stato Silent Movie, ma altri classici come Young Frankenstein e Blazing Saddles sovrastano questo senza ombra di dubbio). Nonostante questo, il film è stato visto e rivisto da tutti i fan di Mel Brooks, e sicuramente tutti noi abbiamo fantasticato almeno una volta su quel curioso titolo: “Parte 1”. Alla fine del film, infatti, il sequel di La Pazza Storia del Mondo viene annunciato in un finto trailer, che ne anticipa anche alcune sequenze (la più iconica è senza dubbio quella di Hitler sul ghiaccio). Ma non si tratta di altro che dell’ennesimo scherzo di quel mattacchione di Mel Brooks… o almeno, così credevamo.
Nel 2023 infatti esce la serie tv composta di 8 episodiLa Pazza Storia del Mondo – Parte 2, che lo stesso Mel Brooks, alla tenera età di 97 anni, produce e co-sceneggia, oltre a fare da voce narrante nel presentare i singoli episodi nella versione originale. Superata l’incredulità iniziale (lo ha fatto veramente!), hanno però iniziato a farsi strada i dubbi: Mel Brooks, che aveva scritto il primo film da solo, ora invece è coadiuvato da una quindicina di, almeno per me, illustri sconosciuti (eccezion fatta per la divertentissima Wanda Sykes). Inoltre, inevitabilmente, tutti gli interpreti del film capostipite sono ahimè deceduti, lasciando il posto a, di nuovo, una serie di illustri sconosciuti, affiancati però da camei di numerose celebrità contemporanee. Basterà questo a dare vita a qualcosa di bello, godibile e divertente?
La risposta, per quanto mi riguarda è un secco NO (come direbbe Marcel Marceau al telefono). Sebbene molti sketch della serie si basino su idee sulla carta vincenti (un altissimo Abraham Lincoln che sbatte la testa su tutti i lampadari, Noè che vuole portare sull’Arca solamente adorabili cagnolini, il litigio tra le nazioni per reclamare la paternità dell’hummus) tutte le situazioni, anche quelle potenzialmente molto divertenti, vengono affrontate con l’umorismo più gretto e rozzo, con troppa volgarità, e sono trascinate fino all’esasperazione. Forse se, invece di una serie, si fosse deciso di fare un film a episodi come il primo, la maggior concentrazione avrebbe potuto aiutare a trovare il giusto ritmo e i giusti tempi comici. Gli attori principali sono talentuosi, e alcuni dei camei molto gustosi (Danny De Vito, Josh Gad, Jack Black, Taika Waititi, per citare solo alcuni nomi), ma non si ride mai di gusto, al massimo si solleva un angolo della bocca per qualche gag simpatica, ma nulla più. Alcuni episodi sono davvero disgustosi e, nonostante durino pochi minuti, si reggono a fatica. Alcune storie sono portate avanti davvero troppo a lungo, perdendo quel po’ di mordente che potevano avere all’inizio. Gli anacronismi sono così tanti da smettere presto di essere divertenti (dopo il quinto personaggio storico su Tik Tok non ne potevo davvero più).
Insomma, quando alla fine ho sentito la voce di Mel Brooks annunciare la seconda stagione, ho sperato che non fosse vero, e continuo a sperarlo. Meglio, secondo me, riguardare per la 3625163a volta Silent Movie per gustare il vero talento comico di Mel Brooks.
Interpreti: Dakota Johnson, Sydney Sweeney, Isabela Merced, Celeste O’Connor, Tahar Rahim, Adam Scott
Si potrebbe pensare che io abbia voluto vedere questo film per noblesse oblige, essendo la protagonista, almeno nominalmente, una “Madame” come me. Ma la realtà è un’altra: mio marito lo ha fatto partire e io non avevo ancora finito il mio tè. Altrimenti, perchè mai avrei scelto di vedere l’ennesimo film Marvel tratto da un fumetto che non ho letto e in cui non c’è nemmeno Thor per rifarsi gli occhi? Perchè mai avrei deciso di vedere un film che parla di 4 donne, girato da una donna, interpretato da 4 attici di cui una celebre per la sua tavolozza cromatica dalle 50 sfumature (oh, se solo fosse così variegata anche la sua tavolozza espressiva!) e giusto un paio di cromosomi Y disposti a mo’ di ravanelli di contorno?
Eppure… eppure, ho visto il film per intero senza addormentarmi! Cerchiamo di scoprire insieme il perchè di questo straordinario fenomeno.
Ma per prima cosa un breve riassunto della trama: Cassie (Dakota Johnson) è un ottimo paramedico, ma non è altrettanto brava nelle relazioni sociali; inoltre, essendo stata adottata, non ha una famiglia cui far riferimento, perciò gestisce la sua vita in totale autonomia. Un giorno però, dopo essere quasi annegata in un incidente sul lavoro, Cassie scopre di avere un super potere: può vedere il futuro, a breve distanza, e modificarne il corso. E’ proprio questa sua nuova abilità che le permette di salvare la vita a tre ragazze, l’insicura Julia (Sydney Sweeney), la geniale Anya (Isabela Merced) e la ribelle Mattie (Celeste O’Connor), che nelle sua visioni venivano uccise da un uomo dalla grande forza in grado di camminare sui muri (Tahar Rahim). Le tre ragazze all’inizio sono perplesse, ma presto realizzano che devono rimanere unite per salvarsi e per riuscire a capire come mai quello sconosciuto voglia ucciderle.
Dopo un preambolo iniziale, in cui veniamo presentati a una rarissima specie sudamericana di ragni variopinti dai misteriosi poteri, ci viene rivelato il nome della protagonista: Cassie Webb. Appare ovvio che il cognome è parlante, visto che in inglese “web” significa proprio “ragnatela”, ma sapendo che il personaggio deriva da un fumetto ci passiamo sopra. Quando ci rendiamo conto che il suo nome completo è “Cassandra” e che ha il potere di prevedere il futuro però, comprensibilmente, nessuno le crede, di occhi ne dobbiamo chiudere due o tre. Quando però ci troviamo davanti al cattivo in tutina nera Ezechiele che vuole prendere le 3 piccole ragazzine e ci prova, come vedremo, soffiando forte per buttare giù la casa, iniziamo a pensare che ci stiano prendendo in giro. Ho anche iniziato a pensare che tentassero di tenermi buona con una colonna sonora pop bellissima, poi però ho realizzato che, essendo il film ambientato nel 2003, non sono altro che la solita boomer che si gasa ascoltando Britney Spears. Se il film fosse stato girato nel 2003, almeno, potrebbero essere scusati i terrificanti effetti speciali. Sarebbe però fuori tema la totale nullità di tutti i personaggi maschili, incapaci o inesistenti e in ogni caso del tutto ininfluenti. Il povero collega friendzonato di Cassie, che si zerbina volentieri senza fare domande (“Certo che mi puoi lasciare qui 3 minorenni mai viste prima che tutta la polizia e un super cattivo stanno cercando mentre tu vai in Amazzonia, mandami una cartolina!”), è comunque quello che ne esce meglio. Il santone, che vive nella foresta al solo scopo di raccontare a Cassie di sua madre, fa quasi tenerezza per quanto è stereotipato e forzato nella sua funzione narratologica. Ezechiel, invece, si candida come cattivo più ridicolo di sempre. Il motivo è che, dovendo giustificare il fatto che un uomo dotato di super velocità, super forza e degli ultimi ritrovati tecnologici non riesca mai ad avere la meglio su 3 adolescenti qualsiasi, Ezechiel per tutto il film viene colpito, spinto, travolto e contuso da tutti i mezzi di trasporto di passaggio esistenti, ricordando molto da vicino un villain molto migliore: Willy il Coyote. Le donne corrono in giro in maniera scomposta mentre il malvagio viene sbalzato qui e là da auto, treni, taxi e ogni autoveicolo esistente. E in questo modo si guadagna il minutaggio necessario ad ottenere lo statuto di “film”.
Ma quindi, in soldoni, cosa salviamo di questo film? Una cosa mi è piaciuta molto: i personaggi delle tre ragazzine e le attrici, tutte splendide, che le interpretano in modo perfetto. Le ragazze hanno caratteri, interessi e inclinazioni diversissimi, ma presto scoprono di avere in comune la profonda solitudine, e si crea tra loro un rapporto dolcissimo. Quasi quasi (ho detto “quasi”) mi piacerebbe rivederle, magari questa volta con effetti speciali validi e un villain che si rispetti.
Asha (Gaia Gozzi) vive con la sua famiglia nell’isola di Rosas, dove il sovrano, il Magnifico (Michele Riondino) ha promesso a tutti i suoi sudditi di proteggere i loro sogni perchè non potessero essere distrutti e inoltre, di quando in quando, di farne avverare uno grazie alla sua magia. Quando però Asha incontra di persona il Re, si rende conto privare le persone dei propri sogni, anche se per custodirli, è come rubare l’anima alle persone. Decide così di contrastare il Magnifico con l’aiuto dei suoi amici.
Nel nome del grande amore che da sempre mi lega a Casa Disney sono disposta a perdonare davvero molte molte cose. Ma questo film è un vero e proprio insulto all’intelligenza degli spettatori di qualunque età, e in particolar modo per quelli che, come me, sono cresciuti con i classici Disney che, dal giorno 1, hanno sempre parlato (e naturalmente cantato) riguardo ai sogni, che son desideri e si esprimono alle stelle.
Davvero io dovrei credere che, sull’isola di Rosas, nessuno, nemmeno uno degli abitanti, si sia mai fatto delle domande su quel sovrano fin troppo affascinante che si impossessava dei sogni altrui per farne il suo comodo? Nessuno si domandava in base a quali criteri i sogni venissero o meno realizzati? Nessuno si è accorto che le persone che venivano private dei propri sogni restavano abuliche, apatiche e senz’anima? Evidentemente no, visto che, a Rosas, non si fa altro che ballare, cantare (canzoni orrende) e attendere che il Magnifico realizzi i sogni di qualche fortunato, che impara così, in uno schiocco di dita, un mestiere o un’arte (dò per scontato che, fino a quel momento, quindi non ne avesse alcuno).
Perciò Rosas è un’isola di fresconi beoti giunti da ogni dove ed entusiasti di mettere la propria felicità nelle mani di un sovrano sconosciuto e di passare il resto della propria esistenza nell’attesa della sua imperscrutabile benevolenza. Tra questi però c’è Asha, una ragazza che, pur essendo frescona e beota quanto tutti gli altri, ha la fortuna di dialogare con il Magnifico, che le spiega le sue ragioni e il suo metodo, rendendola sospettosa. E meno male!
Non il minimo sospetto su quest’uomo!
Quindi cosa fa Asha, scoperta l’orribile verità sui sogni dei suoi concittadini e familiari, forse diffonde consapevolezza tra la gente? O forse si rimbocca le maniche per realizzare il suo, di sogno? Eh no: esprime il suo sogno a una stella! Star è senza dubbio il personaggio più simpatico del film, e anche lei ha un desiderio: che tutti i sogni siano liberi.
Da qui parte il grande piano per liberare i sogni senza farsi scoprire, in modo che ciascuno possa riavere il suo sogno e ritrovare lo scopo della propria esistenza.
Purtroppo però la magia di Star ha messo in guardia il Magnifico, che per difendersi da quello che pensa sia un attacco nemico (memore anche del massacro della sua famiglia vissuto in tenera età) decide di utilizzare la magia proibita, che lo corrompe irreversibilmente e lo rende potentissimo ma malvagio.
Però, ancora, le cose non quadrano: come mai il Magnifico aveva pronto un laboratorio segreto, già pieno di pozioni e alambicchi vari e con tanto di autentica mela avvelenata in stile Biancaneve? Ci faceva la grappa? Permettetemi di dubitarne…
Ma, al di là della grossolanità della sceneggiatura, non riesco a comprendere come mai, in quest’epoca in cui in genere dopo lo scontro finale gli eroi e i villain vanno insieme a mangiarsi un hamburger, il Magnifico, che aveva un grosso trauma nel suo passato e che aveva, in fondo, qualche buona ragione, debba invece essere unilateralmente condannato (imprigionato per sempre in un frammento di artefatto, a sua volta nascosto nei sotterranei… mi sembra crudele!).
Infatti nessuno può negare che, ad avere un sogno, si diventa vulnerabili, perché questo può esserci strappato, o semplicemente perché non riusciamo a realizzarlo, quindi il suo desiderio di proteggere i sogni dei sudditi non era così assurdo. Se loro si fossero resi prima conto delle cose della vita e glielo avessero fatto notare, di certo non si sarebbe arrivati a un finale simile.
Oh no, un’idea originale: scappiamo!
E Asha, la bellissima e coraggiosa Asha, cosa fa? Il suo sogno, ci pare di capire, era quello di diventare assistente del Magnifico… Ma, tranne quel colloquio che altro non è che uno spiegone della trama, cosa ha fatto per realizzarlo? E’ sufficiente chiederlo a una stella magari? Ma chiederle cosa, esattamente? Di avere un sogno? Chiedere a un sogno di avere un sogno, beh, è già qualcosa magari… Ricordiamo che anche le Principesse Disney, pur nel loro essere tali, si sono sempre date da fare: chi è stata sempre paziente e obbediente, chi ha fatto i lavori di casa per chi la ospitava, chi ha corso grandi pericoli per essere vicino al suo amato bipede, chi ha rifiutato di sposarsi se non per amore…
E Asha, oltre a mettere immotivatamente in pericolo i suoi amici e familiari, cosa ha fatto? Per tutto il film vediamo solo cose che evita di fare, niente altro.
Non mi è piaciuto questo film, ho odiato la trama raffazzonata composta di elementi presi di peso dai classici e malamente mescolati, ho odiato le canzoni, il doppiaggio italiano, la protagonista, il messaggio confuso (se ce n’è uno oltre a “comprate le tazze e i peluche”), i richiami pleonastici ai grandi classici della mia infanzia, i personaggi secondari (già dimenticati). Insomma, un vero disastro. Da evitare.
Voto: 1 biscotto a forma di testa del Magnifico (naturalmente ipocalorico)