Il Ritorno dei Pomodori Assassini

Titolo originale: Return of the Killer Tomatoes

Anno: 1988

Regia: John De Bello

Interpreti: Anthony Starke, George Clooney, John Astin, Steve Lundquist, Karen M. Waldron

Dove trovarlo: Amazon Prime

Ieri è stato il compleanno di George Clooney, che ha compiuto 60 anni. Clooney è un attore che ho seguito molto negli anni passati (fin dai tempi del Dr. Ross di E.R.) e di cui ho avuto modo di vedere moltissimi film, alcuni bellissimi, altri molto meno belli, altri… bellissimi in modo molto diverso. È il caso di questo film, interpretato da George in gioventù (27 anni): Il Ritorno dei Pomodori Assassini. Come il titolo suggerisce si tratta del seguito di un altro film, Attacco dei Pomodori Assassini del 1978, sempre diretto da John De Bello e sceneggiato dal regista insieme a Costa Dillon e J. Stephen Peace.

La trama del primo film ci viene riassunta brevemente: alla fine degli anni ‘70 i pomodori, dopo aver subito una mutazione genetica, si erano ribellati e avevano dichiarato guerra alla razza umana. L’intero pianeta era in pericolo, ma alla fine i perfidi vegetali erano stati sconfitti grazie al coraggio di un uomo, il Tenente Wilbur Finletter (J.Stephen Peace), che aveva scoperto come i pomodori venissero annientati da una particolare canzone pop, Amore in Pubertà, e guidato il contrattacco terrestre fino a sbaragliare gli avversari. 

La nostra storia inizia dunque in un mondo in cui i pomodori sono diventati illegali (ma vengono contrabbandati): al solo nominarli si scatena il panico. Wilbur Finletter dopo la sua impresa eroica ha lasciato l’esercito e aperto una pizzeria (rigorosamente Tomato-free) in cui lavorano anche il nipote Chad (Anthony Starke) e il suo amico Matt (George Clooney). Mentre Matt passa tutto il suo tempo ad escogitare nuovi sistemi per conquistare le ragazze, Chad si sbizzarrisce dietro il bancone creando pizze sempre più fantasiose (con acciughe, burro d’arachidi e orsetti gommosi, per esempio). Nel frattempo, all’insaputa di tutti, il malvagio Professor Gangreen (John Astin) sta perfezionando un piano diabolico per conquistare il mondo servendosi di pomo-uomini, pomodori trasformati chimicamente in super-soldati. Il Professore però ha creato anche una pomo-donna, la bellissima Tara (Karen M. Waldron) di cui Chad, che va spesso alla villa per consegnarle la pizza, è invaghito. Tara, comprese le losche intenzioni del suo creatore, decide di fuggire, e non sapendo a chi rivolgersi chiede aiuto proprio a Chad.

Chi come me ha sempre avuto un debole per i film di serie B (o anche Z in molti casi) che mostrano, con effetti speciali più o meno accurati, animali che si ribellano all’uomo e diventano spietati assassini, ormai ha visto di tutto: squali, api, serpenti, pipistrelli, formiche, ragni, tafani, perfino funghi giganti… ma forse non i pomodori! Il Ritorno dei Pomodori Assassini, a differenza di alcuni dei film sopra citati, ha l’enorme pregio di non prendersi mai sul serio e riesce ad essere a tratti davvero molto divertente, giocando con il piano metacinematografico (mostrando cioè che i personaggi sono in realtà attori consapevoli di essere in un film) e utilizzando gag e battute come altre parodie del genere di Hot Shots!, Una Pallottola Spuntata o molti film di Mel Brooks. Non raggiunge gli stessi livelli, ma alcune trovate secondo me sono davvero ottime (come quella di inserire in scena gli sponsor per ovviare ai costi di produzione) e spesso si ride di gusto, con il valore aggiunto di vedere un giovane Clooney che fa il pizzaiolo (non perdete mai d’occhio le pizze!) o un attore del calibro di John Astin (il Gomez della serie tv La Famiglia Addams) interpretare lo scienziato pazzo. Anche se il film da noi resta sconosciuto (ricordo quanto fu difficile trovarlo quando, studiando la filmografia di Clooney, incredula ne scoprii l’esistenza) il suo successo è testimoniato dai suoi due seguiti, Killer Tomatoes Strike Back! e Killer Tomatoes Eat France!: in entrambi ritroviamo John Astin nei panni di Gangreen e Steve Lundquist come Igor, assistente del Professore che sogna la carriera di annunciatore in tv. Se vi piace George Clooney (ma anche se non vi piace!), se amate l’umorismo del trio Zucker-Abrahams-Zucker e di Mel Brooks, se collezionate animali e vegetali assassini, allora non perdetevi Il Ritorno dei Pomodori Assassini! su Amazon Prime. Sarete molto sorpresi di scoprire cosa può fare un pomodoro con sei bottiglie di latte e una sedia sdraio…

Fratello, dove sei?

Titolo originale: Oh Brother, where art thou?

Anno: 2000

Regia: Joel Coen

Interpreti: George Clooney, John Turturro, Tim Blake Nelson, John Goodman, Charles Durning, Wayne Duvall

Dove trovarlo: Netflix

Mississippi, inizio anni 30’. Ulysses Everett (George Clooney), costretto ai lavori forzati, convince i due detenuti incatenati insieme a lui a fuggire per cercare un tesoro nascosto. Abbagliati dai sogni di libertà e ricchezza Pete (John Turturro) e Delmar (Tim Blake Nelson) acconsentono e i tre si ritrovano presto a vivere mille avventure tra stranissimi incontri e inseguimenti delle forze dell’ordine, fino a giungere non ad un forziere colmo di monete d’oro ma alla moglie di Everett, che si deve risposare il giorno successivo…

Ho visto questo film alla sua uscita al cinema nel pieno del mio “periodo Clooney” e l’ho trovato surreale ed esilarante. Ad una nuova visione in lingua originale (grazie a Netflix) però ho avuto modo di apprezzarlo ancora di più e di cogliere molti riferimenti e sfumature che in passato mi erano sfuggiti, regalandomene un’opinione ancora più alta. Il bizzarro titolo deriva da un sottile gioco metacinematografico: nel film di Preston Sturges I Dimenticati (1941) il protagonista, il regista cinematografico Sullivan, doveva compiere un viaggio per vivere sulla sua pelle le tribolazioni dell’uomo medio e raccontarle poi nel suo film, che si sarebbe intitolato appunto Oh Brother, where art thou?. Mentre un uomo medio il nostro Ulysses Everett lo è davvero, nonostante condivida il nome con l’eroe Ulisse: certo è il più intelligente del trio, ma a dire la verità per questo ci vuol poco. Pete di fatto è un disadattato, mentre Delmar un ingenuo sprovveduto: con la sua parlantina senza freni Everett non fatica molto a convincerli a seguirlo sulle tracce del fantomatico tesoro. Nasce così un trio comico davvero irresistibile, grazie al talento dei tre attori. Sarò sempre convinta che George Clooney, per quanto sia ammirevole il suo impegno a livello artistico, politico e ambientalista, abbia sempre dato il meglio di sé come interprete di commedie o film di altri generi in cui aveva ruoli brillanti: Ocean’s Eleven, Prima ti Sposo poi ti Rovino (sempre dei fratelli Coen, non a caso), per citare i più riusciti.

John Turturro e Tim Blake Nelson (che diventerà Buster Scruggs sempre per i Coen) gli fanno da ottime spalle, teneri e comici nelle giuste proporzioni. Come viene detto all’inizio del film, Fratello, Dove sei? si ispira liberamente all’Odissea: infatti i fratelli Coen non avevano mai letto il poema di Omero (pare che sul set Tim Blake Nelson fosse l’unico ad averlo fatto) ma hanno comunque fatto un ottimo lavoro nell’amalgamare le epiche gesta dell’eroe greco Ulisse con la descrizione del profondo Sud degli Stati Uniti e di tutti i suoi elementi caratteristici (compreso il Ku Klux Klan). Il tono beffardo e ironico scelto dai registi e sceneggiatori Joel e Ethan Coen crea una commistione perfetta e senza stonature di archetipi, immagini, personaggi e musica tra due mondi, il Mississippi e l’antica Grecia dei poemi epici, che più distanti non potrebbero sembrare. I riferimenti diretti all’Odissea sono moltissimi e chi ha avuto la gioia di leggere il poema di Omero (o, come nel mio caso, di farselo narrare più volte dall’instancabile Papà Verdurin) si divertirà molto a riconoscere tutti i personaggi e le situazioni che vi fanno riferimento.

I più evidenti sono le sirene ammaliatrici, che con la loro voce e le loro grazie seducono senza alcuno sforzo i nostri eroi (con il piccolo contributo di un bottiglione con sopra tre grosse X). Avviene inoltre una fusione tra le sirene e il personaggio della maga Circe, che nel poema trasformava gli uomini in maiali: qui invece le sirene, apparentemente, sono in grado di tramutare gli uomini in rospi. Il ciclope Polifemo, che ha il faccione molto meno amichevole del solito di John Goodman.

Omero stesso, nei panni di un vecchio cieco che conosce il futuro (e dunque un po’ Omero e un po’ Tiresia), compare proprio all’inizio della fuga. Questi i rimando più semplici da individuare, ma ad un’analisi più attenta ce ne sono molti altri. L’avventura di Ulisse è narrata da lui stesso in flashback: il poema infatti descrive l’approdo del re di Itaca, solo e stremato, nell’isola dei Feaci, dove il re Alcinoo lo accoglie e lo invita a narrare la sua storia. Parallelamente le avventure dei nostri galeotti iniziano da una sperduta stazione radio in cui vengono invitati, contro ogni logica, ad incidere alcune canzoni popolari, che, come scopriremo solo più avanti nella visione, descrivono perfettamente la situazione di Everett, Man of Constant Sorrow perché separato dalla moglie cui si riferisce anche You are my Sunshine. Anche se le voci non sono quelle degli attori (che hanno cantato in playback) la colonna sonora di questo film è davvero azzeccata, bella e divertente, e accompagna benissimo le scene più rocambolesche e quelle più bizzarre con i toni scanzonati del country, a partire dalla sigla di apertura Big Rock Candy Mountain. Un’altro prelievo dall’Odissea, secondo me molto divertente, riguarda i due aspiranti governatori del Mississippi impegnati nella campagna elettorale, Homer Stokes (Wayne Duvall) e Pappy O’Daniel (Charles Durning). Spesso i nostri tre fuggitivi si ritrovano senza volerlo invischiati nella lotta tra i due politicanti, che cercano, a seconda delle circostanze, di ucciderli o di farseli amici. Mi è venuto da pensare che i Fratelli Coen volessero qui raffigurare Scilla e Cariddi, i due enormi mostri marini che Ulisse si trova a fronteggiare con il suo equipaggio: entrambi gli uomini sono di stazza imponente infatti, e Pappy non si muove senza i suoi tre tirapiedi, che per la loro attitudine sottomessa e servile sono quasi un tutt’uno con lui, proprio come il mostro Scilla aveva molte teste. Così come Ulisse supera i mostri passando esattamente nel mezzo tra i due, così i nostri sopravvivono sfuggendo al confronto diretto con ciascuno dei due e con le forze dell’ordine (che danno loro la caccia con grande ostinazione) in generale.

Anche il finale del film rimane aderente a quello di Omero: quando Everett finalmente raggiunge la moglie la trova in procinto di sposarsi con un altro uomo, dopo aver raccontato alle loro sei figlie che il padre è morto. Anche Ulisse, quando dopo dieci anni riusciva a tornare ad Itaca, trovava la moglie insidiata dai Proci (i suoi chiassosi e smargiassi pretendenti); Penelope però aveva sempre sperato nel ritorno del marito e ne aveva tenuto vivo il ricordo nel figlio Telemaco. Un’ultima osservazione, forse arbitraria, ma che ho trovato molto divertente: nelle sue avventure Ulisse  sempre aiutato e protetto da Atena, la dea della sapienza: la dea gli infonde arguzia e sagacia quando serve, ma ne altera anche l’aspetto fisico al bisogno (ade sempio lo rende più attraente agli occhi di Nausicaa, la figlia del re Alcinoo, al fine di assicurargli ospitalità e protezione alla corte dei Feaci). Sembrerà assurdo, ma nel film la stessa funzione è svolta… dalla brillantina per capelli! Everett è ossessionato dalla sua capigliatura, tanto da dormire con una retina per proteggere i capelli anche quando si trova in una stalla. Il nostro eroe sembra addirittura perdere le proprie facoltà intellettive quando esaurisce la brillantina e non è disposto a scendere a compromessi: non va bene una marca qualsiasi perché lui è “un uomo Dapper Dan”. Sia come sia, ho trovato esilarante vedere George Clooney così impegnato a pettinarsi e impomatarsi i capelli lungo i fossi o in mezzo al bosco, con gli abiti da galeotto e la faccia sporca di terra. Credo che pochi altri attori sarebbero potuti risultare così affascinanti, disinvolti e divertenti nel ruolo di questo Ulisse moderno. Consiglio senza remore la visione di questo film a tutti coloro che amano ritrovare gli antichi miti nel mondo moderno, a chi ama le commedie, lo humor peculiare dei fratelli Coen e George Clooney, le avventure e la buona musica, le mucche e la brillantina.

Voto: 4 Muffin

Midnight Sky

Anno: 2020

Regia: George Clooney

Interpreti: George Clooney, Felicity Jones

Dove trovarlo: Netflix

Una catastrofe ambientale ha reso irrespirabile l’aria del pianeta Terra. Mentre l’intera popolazione viene messa al riparo nei rifugi sotterranei (che non offrono che una salvezza momentanea) lo scienziato Augustine Lofthouse, malato terminale, decide di rimanere da solo in una base dell’Antartico dove monitorare la situazione attendendo la morte in solitudine. Ma non sarà così: nella base è rimasta una bambina, di cui Augustine dovrà prendersi cura. E non è tutto: la nave spaziale Ether sta infatti rientrando sulla Terra dopo una missione esplorativa sulla quinta Luna di Giove. Augustine tenterà tra mille difficoltà di contattare la nave prima che atterri per salvare la vita al suo equipaggio. 

L’uscita di un nuovo film di e con George Clooney, anche se su Netflix anziché nelle sale, sarà sempre qualcosa di cui parlare. Il punto di domanda è: se ne parlerà bene o male? Purtroppo, in questo caso, per quanto si possano apprezzare le buone intenzioni, è davvero difficile, anche per una grande fan di Clooney come me, parlare bene di Midnight Sky. Il film, tratto dal romanzo Good Morning, Midnight di Lily Brook-Dalton (tradotto in Italia con La Distanza tra le Stelle da Editrice Nord) è una parabola ecologista fatta col cuore: sappiamo infatti che Clooney è da sempre impegnato sul fronte politico tanto quanto su quello ambientalista e questo suo impegno traspare inevitabilmente nelle sue opere cinematografiche, ma mentre sul versante della denuncia politica il risultato era stato molto buono con il film da lui diretto Good Night and Good Luck del 2005, in questo caso il suo messaggio manca d’impatto a livello ideologico, oltre ad avere diversi difetti a livello tecnico e narrativo. Tutto quello che si può dire sulla situazione ambientale del nostro pianeta, secondo me, è già stata detta nella maniera più efficace possibile dal cartoon Pixar Wall·E nel 2008: ogni altro prodotto televisivo o cinematografico non può che tentare di emularne l’efficacia nel veicolare un messaggio così importante in modo serio, divertente e commovente allo stesso tempo. Nel film di Clooney troviamo sì la volontà di metterci ancora una volta in guardia dai cambiamenti climatici che noi stessi stiamo causando, ma senza il mordente che potrebbe avere un “semplice” documentario come Punto di Non Ritorno. Il disastro ambientale nel film non è descritto né spiegato, si dice semplicemente che è stato “un errore”, dunque che è causato indubbiamente dall’uomo. L’altra metà del cielo di mezzanotte è quella dei sentimenti umani, che sono trattati con molta convenzionalità: Augustine non è che il solito protagonista cinico ed egoista che riscopre l’importanza dei legami e la fiducia nel prossimo. Un personaggio molto simile Clooney lo aveva già interpretato nel film Disney del 2015 Tomorrowland, avventura per ragazzi con messaggio ecologista auto-assolutorio incorporato. Purtroppo sono caratterizzati in modo molto superficiale tutti gli astronauti dell’Ether, che potevano essere invece un valevole contraltare oltre che un catalizzatore delle speranze di Augustine. E qui entra in gioco un altro elemento del film, quello fantascientifico. Anche in questo caso Clooney ha dei precedenti attoriali, dal pleonastico remake del classico di Tarkovskij Solaris (a cui è impossibile non vedere qui dei richiami) di Steven Soderbergh al più recente Gravity di Alfonso Cuaron: anche per questo forse in Midnight Sky confluiscono troppe influenze dalla fantascienza cinematografica, per cui tutte le scene ambientate nello spazio sono fin troppo familiari allo spettatore, e anche se sono ben realizzate tecnicamente (pollice verso solamente per la colonna sonora di Alexandre Desplat, davvero troppo invadente) non salvano un film troppo noioso nella parte iniziale e con un colpo di scena finale che non è affatto tale e delude anche chi, come me, per amore di George (che per interpretare il malato terminale Augustine ha perso dodici chili in troppo poco tempo e guadagnato una pancreatite) e del suo impegno cercava il bello ad ogni costo. Midnight Sky alla fine non è certo un film inguardabile, ma nonostante i suoi nobili intenti non riesce a regalare nulla di speciale né dal punto di vista emotivo né da quello tecnico e narrativo, soprattutto a chi abbia una certa familiarità con il genere fantascientifico al cinema. Come consolazione lascio un Midnight Sky molto più sgargiante.

Voto: 2 Muffin (a George, non a Miley)

Q – Qual è il tuo Batman preferito?

Batman in difficoltà per liberarsi della bomba senza ferire i civili

Il primo numero del mensile della rivista di cinema Ciak lo acquistai nell’agosto del 2001. Ricordo che in copertina c’era un’immagine dell’allora giovanissimo Daniel Radcliffe/Harry Potter, la cui saga cinematografica iniziava allora con il primo episodio, e il numero proponeva, come fa tutt’ora nel mese di agosto, un’anticipazione dei film che sarebbero usciti nelle sale nei mesi successivi. Trovai in quella rivista il giusto compromesso tra approfondimento culturale e vanesio glamour: da allora, non ne ho mai perso un numero. Dapprima li acquistavo in edicola, poi ho scoperto la comodità dell’abbonamento. Da brava grafomane, oltre a leggere avidamente ogni numero da cima a fondo (saltando giusto qualche articolo sul cinema italiano), ho anche sempre approfittato di ogni occasione per dire, o meglio scrivere, la mia. Su ogni numero infatti si potevano trovare (col passare del tempo sempre meno, devo dire) diversi inviti ai lettori ad inviare le proprie idee, recensioni e valutazioni, e io naturalmente ne approfittavo il più possibile. Questa mia partecipazione in una percentuale piuttosto alta di casi mi ha anche dato delle soddisfazioni: una recensione pubblicata (come racconterò più avanti) e premiata con il blu-ray del film Stanno tutti bene (che confesso di non aver ancora mai guardato…), un intervento premiato con i biglietti per l’anteprima a Milano di Kick-Ass 2 (cui non mi è stato possibile assistere), uno premiato con la partecipazione gratuita ad una lezione di comicità (anche di questo parlerò in seguito). Forte di questi riconoscimenti ho anche inviato il mio curriculum, diverse volte, ma ahimè non sono mai stata presa in considerazione… Una grande soddisfazione però l’ho avuta: un bel regalo per mio figlio. Quando Ciak propose ai suoi lettori di scrivere per dire quale fosse, tra i tanti attori che lo hanno interpretato, il loro Batman preferito e perché, non ho avuto esitazioni. Devo aver già detto che uno dei miei film di supereroi preferiti è Il Cavaliere Oscuro, ma questo non ha nulla a che fare con la presenza di Christian Bale, che è certamente un ottimo professionista ma che non mi ha mai, per così dire, rubato il cuore. Di quel film, oltre all’ottima sceneggiatura, amo soprattutto le interpretazioni di Heath Ledger e di Aaron Eckart. George Clooney? Beh, confesso di aver avuto una cotta per lui per molti anni e di aver visto moltissimi dei suoi film (compreso Il Ritorno dei Pomodori Assassini, che è esilarante e che tutti dovrebbero vedere), ma non posso non riconoscere che Batman & Robin è un film divertente ma piuttosto cretinotto. Con Tim Burton ci sono cresciuta, di lui amo moltissimo moltissime cose (al primo posto il musical Sweeney Todd), ma sinceramente i suoi Batman mi lasciano indifferente, non sono né divertenti né graffianti, nonostante il cast sempre stellare. Il Batman crepuscolare di Ben Affleck (e del suo panino alla Nutella) non era ancora arrivato nelle sale. Dunque non c’era che una risposta: Adam West (che per coincidenza morì pochi mesi più tardi). Famoso soprattutto per la serie televisiva (che guardavo da piccolissima e di cui non ho che ricordi vaghi), fu tuttavia anche protagonista nei panni dell’uomo pipistrello di un lungometraggio che fu riproposto per un certo periodo da Netflix. A guardare quel film oggi, la prima cosa che colpisce è l’ingenuità generale del tutto, dai costumi alle battute di spirito agli escamotages di trama, ma quando l’ho visto sono rimasta colpita da una cosa: Batman non aveva mai dubbi. Oggigiorno siamo abituati a supereroi più umani, pieni di esitazioni, incertezze, rimorsi, che spesso mollano tutto (magari solo per un po’) o che elucubrano all’infinito su profonde questioni morali. Adam West invece non elucubrava mai, sapeva sempre esattamente cosa fare, il nero era nero e il bianco bianco, il cattivo cattivo e gli innocenti venivano salvati, sempre e comunque. Questo mi ha fatto pensare a come debba essere cambiato il mondo, in poche decine di anni, se perfino i supereroi sembrano aver perso ogni certezza e ogni speranza di poter davvero trionfare sul male: in fondo il cinema, come ogni forma d’arte, non è che uno specchio dell’animo umano, dei suoi bisogni, delle sue paure, dei suoi sogni. Questo scrissi a Ciak, ed il mio intervento fu premiato con il blu-ray di Lego Batman, che tutta orgogliosa regalai a mio figlio. E vorrei tanto poter donare ai miei figli un mondo meno simile alla Gotham di Christopher Nolan, in cui Batman si accolla volontariamente l’odio di tutti e fugge, e più simile a quello di Adam West, dove un delfino di passaggio decide spontaneamente di immolarsi per salvare Batman e Robin da un siluro esplosivo…

Tomorrowland – Il Mondo del Domani

Titolo originale: Tomorrowland

Regia: Brad Bird

Anno: 2015

Interpreti: George Clooney, Hugh Laurie, Britt Robertson, Raffey Cassidy

Dove trovarlo: Disney Plus

Casey Newton (Britt Robertson) è un’adolescente atipica, con la passione per l’ingegneria e il desiderio irrefrenabile di salvare il mondo intorno a lei dalla catastrofe ecologica. Un giorno si ritrova in possesso di una spilla che ha il potere di mostrare solamente a lei il mondo del futuro. Per saperne di più Casey si reca in un negozio di oggettistica legata alla fantascienza, i cui proprietari si rivelano però dei robot che tentano di ucciderla. Casey viene salvata da un altro robot con sembianze da bambina, Athena (Raffey Cassidy), che le affida il compito di mettersi in contatto con un altro essere umano speciale, Frank Walker (George Clooney) per unire le forze e salvare il mondo.

Tomorrowland non è altro che un colossale spot per i parchi a tema Disney, in particolare per Disney World in Florida, la cui zona dedicata al futuro, Epcot, è senza dubbio stata l’ispirazione per il mondo del futuro del film. Inoltre a Disney World, nel Magic Kingdom, è ancora oggi possibile salire sul Carousel of Progress, giostra ideata dallo stesso Walt Disney, che riflette tutta la sua fiducia e la sua speranza in un futuro di progresso e felicità per il mondo. “There’s a great big beautiful tomorrow / waiting at the end of everyday” recita la colonna sonora del carosello di Walt, e il film si pone l’obiettivo lodevole ma pretenzioso di veicolare questo stesso messaggio. Purtroppo oggi, ancora più che nel 2015, anno di uscita del film, è davvero difficile trasmettere agli spettatori l’entusiasmo di Walt Disney per il futuro, e oltre tutto Brad Bird, regista veterano dell’animazione (suoi Gli Incredibili e Ratatouille e il meraviglioso Il Gigante di Ferro) sceglie un escamotage piuttosto ingenuo, secondo cui la sfiducia del genere umano nella propria capacità di migliorare il futuro sia derivata dagli intenti malvagi di un uomo, Nix (Hugh Laurie, sempre adatto ad interpretare il cattivo), che proietta immagini sconfortanti nella mente delle persone. La trama è già di per sé un po’ confusa, tra viaggi nel tempo, futuri alternativi, robot con sembianze umane e innovazioni tecnologiche di ogni genere, e questo stratagemma autoassolutorio affossa definitivamente l’efficacia della storia. Resta comunque un film d’azione per ragazzi con ottimi effetti speciali, ma la banalità dei personaggi (anche il pur bravo George Clooney non può far nulla per vitalizzare il suo personaggio, il solito burbero solitario che recupera la speranza e torna in azione grazie ad una ragazza piena di sogni), la melensaggine intollerabile (perfino per una disneyana come me) di alcune scene e la lunghezza eccessiva (più di due ore) appesantiscono il film fino ad affossarlo. Per chi però desiderasse approfondire la conoscenza delle idee innovative e feconde di Walt Disney consiglio, sempre su Disney Plus, la serie documentario Imagineering, che racconta di come Walt radunò le menti più brillanti di diversi settori creativi e li incaricò di concretizzare nei suoi parchi a tema la sua personale idea di “mondo del domani”.

Voto: 1 Muffin

F – Ti lascio per Frank, il coniglio gigante

La mia prima relazione a lungo termine, quando avevo diciassette anni, fu con un ragazzo che abitava a circa novanta chilometri di distanza: nonostante la lontananza fisica, però, il rapporto durò più di un anno, grazie alla tecnologia, che ci permetteva di chattare e scambiarci messaggi, all’entusiasmo della gioventù, e soprattutto per il fatto che la maggior parte di quell’idillio amoroso in realtà stava accadendo all’interno della mia testa. Dopo il diploma, questo ragazzo decise di venire a vivere nella mia stessa città – specificando però molto chiaramente che la mia presenza non c’entrava per nulla con la sua scelta – e fu qui che, come si suol dire, cascò l’asino. Vedendolo più spesso (cioè un paio di sere a settimana, perché non poteva trovare altro tempo da dedicarmi) mi resi finalmente conto del fatto che io non gli interessavo poi più di tanto, e che anziché passare il tempo con me avrebbe senz’altro preferito essere con gli amici a giocare a d&d. Glielo feci educatamente notare, e lui disse che poteva essere vero e che ci avrebbe pensato un po’ su. Ne avremmo parlato più esaurientemente al nostro incontro, la domenica successiva. Iniziai a convincermi che quella relazione, nel bene o nel male, fosse finita in ogni caso, e in quel fine settimana mi dedicai intensamente alla mia passione, il cinema, e vidi due bellissimi film. Venerdì sera vidi Shrek 2, divertentissimo e pieno di citazioni gustosissime per una cinefila come me. Oggi, che i miei figli sono abituati a vedere cartoni animati pieni di riferimenti adulti (che per ora non possono cogliere) faticano a capire che rivoluzione sia stata nel 2001 quella del primo Shrek. Fino ad allora l’equazione imprescindibile era animazione = per bambini = Walt Disney. Vedere quindi questo grosso orco puzzolente che alla sua entrata in scena è nel gabinetto e si sta pulendo il sedere con le pagine di un libro di favole, beh, è stato un’epifania. Poi alla fine il film si rivela essere decisamente una favola classica, con tanto di morale ed happy ending, divertente per i bambini ma esilarante per gli adulti, che per la prima volta vedevano film come Matrix citati in un cartone animato. Il seguito non è altrettanto dirompente, ma di sicuro non delude le aspettative (come accade invece con gli altri due seguiti, decisamente non all’altezza). Sabato sera invece fu il turno di Prima ti sposo poi ti rovino dei fratelli Coen, ossia coloro che hanno sempre saputo tirare fuori il meglio di George Clooney. Forse il titolo italiano fa pensare un po’ troppo ad una classica commedia romantica, ma in realtà il film è molto di più, con un umorismo forte ma intelligente e situazioni paradossali e spassose. Vidi poi che domenica sera avrebbero proiettato Donnie Darko, che mi incuriosiva moltissimo. Quella mattina incontrai il mio ragazzo in chat, e lui mi disse che aveva riflettuto a fondo su quello che gli avevo detto e che aveva bisogno di parlarmi quella sera. Al che io gli chiesi se non ne potevamo invece discutere in quel momento, senza ulteriori attese snervanti, e così facemmo: mi disse che in effetti non sentiva più trasporto per me e che dunque era meglio interrompere la nostra relazione. Concordai e ci salutammo con cordialità, promettendoci di restare amici (non lo rividi mai più). Sollevata, chiamai immediatamente la mia amica e andammo al cinema. Fu una buona scelta, perché Donnie Darko mi colpì molto. Ancora oggi non sono sicura di averlo capito tutto, ma senza dubbio il saggio e inquietante coniglio antropomorfo Frank mi è rimasto impresso (un’eccitante variazione sul tema, per una che è cresciuta con l’Harvey di James Stewart), così come la scena in cui Frank mostra a Donnie che ogni essere umano ha già tracciato il suo destino, sotto forma di una sorta di scia multicolore che lo attraversa e si dipana tra il suo passato e il suo futuro. Ho sempre trovato molto rassicurante l’idea che il futuro sia già scritto, perciò fui soddisfatta di questa visione, nonostante le circostanze emotive particolari in cui avvenne. Tutti dicono che porre termine ed una relazione amorosa per messaggio o in chat sia una cosa riprovevole, da immaturi, irresponsabili e vigliacchi. Forse, ma quando il coniglio gigante chiama…

No George, No (Birthday) Party!

Even if I haven’t closely followed his most recent career, for a long time I have been very fond of George Clooney, who turns 58 today, and my affection brought me to see most of his early movies. It all started with Dr. Douglas Ross, the big-hearted troublemaker pediatrician in the famous tv series E.R., where I even happened to attend an exhibition of George’s actual aunt Rosemary Clooney, most famous actress and singer. From there I started to watch every Clooney’s movie I could find and developed an idea about his actor’s skills: he is so much better at comedies than dramas, no matter how deeply involved he feels in politics and social matters.

He is not just a very good looking man, he showed us how he can do in movies of different genres: war movies (The Thin Red Line, Three Kings, which at least is unconventional), traditional romantic comedies (One Fine Day, Leatherheads), action (The Peacemaker, Out of Sight, that stays one of my favourites), even cinecomics when he became Batman for Joel Schumacher (Batman & Robin, hated by comics’ fans but actually funny) and cartoons when he gave his voice to Mr. Fox in Wes Anderson’s fantastic Fantastic Mr. Fox. In Italy his appearances in famous brands’ commercials (Martini, Nespresso) and the talent of his dubber Francesco Pannofino undoubtedly contributed to his success and on screen he was always paired with the most famous and talented Hollywood beauties (Michelle Pfeiffer, Nicole Kidman, Jennifer Lopez, Julia Roberts…), so his greatness is beyond doubt. But I could never really fall in love with his most serious works, like Michael Clayton (boring) or Up in the Air (well done but did not soar), even those where he is both actor and director (Confessions of a Dangerous Mind, Good Night and Good Luck, which is surely good but not unforgettable). In my opinion, George really found his perfect fit in smart comedies like Ocean’s Eleven and Ocean’s Twelve (I never liked Ocean’s Thirteen) by Steven Soderbergh,The Man who stare at Goats, and by Joel and Ethan Coen O Brother where art thou? and my personal favorite Intolerable Cruelty). There are then the outsiders, both gorgeous like Robert Rodriguez’s From Dusk Till Dawn (with Quentin Tarantino and vampires) and catastrophic like Steven Soderberg’s embarrassing remake of the sci-fi classic Solaris by Andrei Tarkovsky. I’d like to add that George, which especially at the dawn of his carreer starred in many tv shows, was also in one episode of my beloved Murder she Wrote. But the very sweet thing I’d like to leave you with is a 1988 movie called Return of the Killer Tomatoes (yes, it’s actually a sequel), which is not only a surprise in George Clooney’s filmography, but is actually a very funny movie which I sincerely recommend. While I’m looking forward to seeing the mini-series Catch-22, from the most funny book by Joseph Heller, I close with a loud Happy Birthday George

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