A – Ben Affleck, la Nutella e Mario


Il 2006 fu l’anno della Mostra del Cinema di Venezia più povero di ospiti di sempre: infatti il personaggio in assoluto più atteso era Ben Affleck. Quando Ben fece il suo arrivo c’eravamo tutti, ma pochissimi di noi riuscirono effettivamente a vederlo. Ricordo di aver intravisto arrivare la lancia tra una fitta siepe di teste e niente altro. Però accanto a me c’era una bambina meravigliosa, che aveva accompagnato la mamma e nell’attesa del divo faceva merenda con un panino alla Nutella. Ad un certo punto mi guardò con due occhioni enormi e disse: “Quando arriva, se Ben Affleck vuole un pezzo del mio panino, io glielo do”. Una delle cose più tenere che io abbia mai sentito, e sono certa che anche Ben Affleck si sarebbe commosso. Quella del Lido in ogni caso fu un’esperienza ricchissima per me, resa possibile da mio cugino, che lavorando come autista per gli organizzatori della mostra non solo era riuscito a procurarmi l’ambitissimo abbonamento per tutte le seconde serate, ma mi aveva anche presentato alcuni suoi amici che lavoravano invece come maschere e che mi permettevano di intrufolarmi anche alle proiezioni di terza serata. Come in tutti gli eventi del genere, che mostrano film diversissimi tra loro, mi capitò di vedere moltissime cose belle, alcune brutte, altre che decisamente non capii. Ma il bello della proiezione in sala è che, se non si è troppo timidi, è possibile condividere con i vicini le proprie sensazioni estemporanee sul film appena terminato. Ricordo che, al termine della proiezione di un film orientale davvero criptico, pieno di salti temporali e di sequenze oniriche, instaurai un ricco dibattito con le persone sedute vicino a me (in inglese, perchè nessuno di loro era italiano) che fu decisamente più divertente del film stesso. Alla fine non venimmo a capo del mistero di quella pellicola, ma guadagnai la conoscenza di una gentilissima e simpaticissima coppia svizzera con cui ebbi modo di chiacchierare anche nelle sere successive. La penultima sera mi annunciarono che sarebbero partiti la mattina dopo per tornare in Svizzera. Ci salutammo con calore, mi lasciarono perfino il loro indirizzo in caso desiderassi scrivere o andarli a trovare. Inoltre mi regalarono i loro due biglietti per l’ultimo spettacolo, cui non avrebbero potuto assistere. In quei dieci giorni io ero ospite dei miei zii, che abitavano proprio al Lido, a pochi metri dal luogo in cui si svolgeva la Mostra. Per lasciarmi un letto vero in cui dormire, mia zia si era adattata a dormire sul divano. Inoltre mi viziava in tutti i modi possibili e mi preparava ogni tipo di manicaretti. Ora avevo l’occasione di dimostrare tutta la mia gratitudine, ed offrii ai miei zii di accompagnarmi all’ultima proiezione. Mio zio declinò decisamente, ma con varie insistenze riuscii a convincere almeno mia zia. In realtà si trattava di un film russo davvero poco appetibile, ma ci tenevo molto a condividere con lei quell’atmosfera magica. Poiché il film in effetti non era un granchè mi giravo spesso verso mia zia nel timore di vederla annoiata o contrariata, ma con sollievo, verso la metà del film, vidi che si era serenamente addormentata. Decisamente meno noiosa fu invece l’esperienza che ebbi con una proiezione di terza serata, un film horror spagnolo dal titolo Para Entrar a Vivir, che raccontava di una giovane coppia che affittava un appartamento in un complesso gestito da una signora apparentemente gentile, ma che in realtà riduceva i suoi inquilini in schiavitù con corde e catene nell’illusione di trovarsi così circondata da amici affettuosi che non l’avrebbero mai abbandonata. Ovviamente la coppia non si sottometteva passivamente a questo destino, e i due si scontravano violentemente con la diabolica signora per tutta la seconda metà del film. Ad un certo punto il protagonista, Mario, che era stato dato per spacciato dopo una sonora botta in testa, rientrava invece in scena per salvare la moglie e rendere inoffensiva in modo permanente la vecchia. Quando ricomparve sullo schermo, in sala si udirono diversi incitamenti: “Vai Mario!” “Bravo Mario!” che continuarono poi fino alla conclusione vittoriosa, festeggiata dal pubblico con un applauso ben più accorato di quello riservato a Black Book di Paul Verhoeven. A volte sono proprio i film più brutti a regalarci le esperienze più belle… e a Venezia ce n’erano tanti!

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