Sto imparando una cosa sulle star di Hollywood: quando raggiungono una certa età, sono prese da un gran desiderio di farsi una vacanza nel nostro Paese. Se poi possono farlo anche raggranellando qualche soldino per pagarsi i souvenir, perchè no? Altra spiegazione non so dare alla partecipazione a questa serie prodotta da Raiplay e girata a Roma con attori tutti italiani, che vede la partecipazione straordinaria di Kevin Spacey nel ruolo di se stesso.
Fingendo che si tratti di un prodotto che abbia una capo e una coda, riassumo la trama: Manlio (Filippo Laganà) vive a Roma e sogna di diventare una star della tv, ma per sbarcare il lunario lavora come commesso nel minimarket gestito dal padre della fidanzata. Durante il lavoro, molto poco appagante, Manlio ha delle allucinazioni in cui vede numeri musicali, balletti, e in cui molto spesso compare Kevin Spacey, generoso di buoni consigli sul mondo dello spettacolo.
Come si intuisce subito, la trama è pressoché inconsistente, un pretesto per mettere in scena tremendi balletti e atroci esibizioni musicali (anche seguire il playback sembra una chimera…), un numero sproporzionato di personaggi irrilevanti, e naturalmente per dare spazio (anche troppo) al grandissimo attore Kevin Spacey, che tanto ho amato nelle sue interpretazioni (oltre all’ovvio I Soliti Sospetti, io sono molto affezionata a Seven, American Beauty e K-Pax) ma che in questi 10 episodi non riesce mai a essere divertente né a mostrare il suo vero talento, al massimo ci lascia una triste frecciatina a Netflix, che come sappiamo lo ha liquidato senza tanti complimenti dopo lo scandalo che lo ha coinvolto.
Come dicevo, 10 episodi, ma percepiti 100: la serie è così banale, ingenua, scialba, recitata incredibilmente male, che non è fisicamente possibile tollerare più di un episodio alla volta.
L’unico guizzo, che poteva perfino dimostrarsi intelligente e di quel divertimento amaro tipico della commedia italiana degli anni ‘60 e ‘70, è il finale, che però perde purtroppo ogni efficacia a causa della recitazione pessima e della regia insulsa che non è in grado di valorizzarlo.
Non posso che sconsigliarne la visione a chiunque, suggerendo piuttosto di recuperare i film classici interpretati da Kevin Spacey quando la sua mente non era ancora stata obnubilata dal desiderio di cacio e pepe.
Nonostante sia in corso la Seconda Guerra Mondiale, la famiglia tedesca Höss vive una vita agiata e serena in una grande casa con un bellissimo giardino, una serie di persone di servizio e ampi spazi verdi in cui i bambini possono giocare.
Casa Höss, però, sorge proprio al confine con le mura perimetrali del campo di concentramento di Auschwitz, di cui Rudolf Höss è il comandante in capo.
In occasione della Giornata della Memoria, RaiPlay ha messo a disposizione alcuni titoli importanti, tra cui La Zona d’Interesse, film vincitore del premio Oscar come Miglior Film Internazionale nel 2024 (ma che ha anche fatto incetta di altri premi e di nomination), che da tempo desideravo vedere. Il fatto che si possa desiderare di vedere film tematicamente incentrati sull’Olocausto, nonostante ne siano stati girati davvero innumerevoli nel corso dei decenni, dimostra come quella ferita tremenda è tutt’altro che chiusa, e anzi proprio oggi, alla luce dei recenti sviluppi nella politica internazionale, ricordare sia necessario e imprescindibile.
La Zona d’Interesse racconta l’orrore incommensurabile dei campi di concentramento, ma non solo: ci mostra un orrore altrettanto mostruoso, quello degli esseri umani che giungono a considerare altri esseri umani come animali, o peggio, senza nutrire alcun dubbio al riguardo e senza mettere in discussione per un momento l’idea che l’agiatezza in cui vivono sia di fatto conseguenza di quelle atrocità e di quello sterminio.
Auschwitz è proprio al di là del muro, ma i rumori agghiaccianti delle urla e degli spari non impediscono alla famiglia Höss di vivere serenamente: i bambini vanno a scuola e giocano con il cane, il papà legge storie della buonanotte ai figli, la mamma spettegola con le amiche e cura i fiori del giardino. La signora Höss non ha alcuno scrupolo nel chiedere al marito di portarle gli oggetti personali appartenuti a coloro che vengono bruciati nelle fornaci del campo, e non la disturba il fatto che i figli si imbattano nelle ceneri umane sversate nel fiume mentre pescano con il padre.
Non si vede mai nulla al di là del muro, ma ciononostante molte sequenze causano un gran turbamento; io personalmente sono rimasta scioccata dalla scena in cui gli ingegneri discutono sull’efficienza delle fornaci impiegate ad Auschwitz come se stessero parlando di un forno a legna per panificazione.
Nulla si vede ma molto si sente (il film ha vinto anche l’Oscar per il miglior sonoro) e non si può dimenticare. Ciò che colpisce è il contrasto tra l’inferno del campo e l’idillio di casa Höss, per esempio quello tra il grigio del fumo proveniente dalle fornaci e lo splendore dei colori dei fiori del giardino adiacente. Auschwitz non è solo un posto in cui si può vivere, è un posto in cui è desiderabile vivere e crescere dei figli: infatti la signora Höss rifiuta di trasferirsi con il marito quando gli viene assegnato un diverso incarico.
L’incredibile, l’impensabile, viene reso realistico dalla scelta del regista Jonathan Glazer di utilizzare macchine da presa fisse, dislocate nelle stanze, quasi come se fossero nascoste e ci permettessero di sbirciare uno scorcio di vita autentico, oltre che dalla bravura degli interpreti e dalla solidità della sceneggiatura.
La Zona d’Interesse è un film agghiacciante e sconvolgente quanto importante, di cui consiglio la visione a chiunque consideri il cinema, e l’arte in generale, un mezzo potente per consolidare e ampliare quella memoria che oggi più che mai ci è necessaria, per non ripetere gli errori, e per riflettere sulla spiazzante ambiguità della natura umana.
Il giovane Mahito non si trova a suo agio nella sua vita: la madre è morta, e il padre si è risposato con Natsuko, la giovane cognata, che ora aspetta un bambino. Mahito non riesce ad adattarsi alla nuova situazione famigliare, finchè un giorno Natsuko scompare misteriosamente. Mahito, per riportarla a casa, vivrà incredibili avventure in un mondo incredibile di cui non sospettava l’esistenza.
Ormai lo sappiamo bene: per il regista giapponese Hayao Miyazaki un viaggio in un mondo fantastico non è mai solamente un’avventura: esso racchiude anche una formazione per chi lo compie (sempre bambini o bambine, infatti), che ritornerà poi nel nostro mondo con una maturità e una consapevolezza del tutto diverse.
Non è diverso per il giovane Mahito, che nonostante la sua diffidenza verso la matrigna (che peraltro è la sorella minore della madre, quindi sua zia) non esita a intraprendere un viaggio nell’ignoto per riportarla a casa sana e salva.
Come sempre lo Studio Ghibli di Miyazaki ci incanta con l’inesauribile creatività e fantasia nel dar vita a mondi fantastici abitati da creature magiche e misteriose che molto spesso hanno un’ambiguità di fondo che rende impossibile, inizialmente, distinguere gli amici dai nemici.
Gli elementi classici della poetica di Miyazaki quindi ci sono tutti, ma non per questo il film risulta banale o scontato; le avventure di Mahito sono sorprendenti e coinvolgenti, e tutti i personaggi magnificamente connotati.
Per me i personaggi più indimenticabili in questo caso non sono quelli immaginifici del mondo della torre, ma sono le anziane domestiche che vivono nella residenza di famiglia: adorabili vecchiette simpaticissime, efficienti e premurose quanto confusionarie e infantili. Non mi potrò mai dimenticare di loro.
Non stupisce affatto il Premio Oscar assegnato a Il Ragazzo e l’Airone nel 2024 come miglior film d’animazione, come già era accaduto per La Città Incantata nel 2003, perchè il film è narrativamente e tecnicamente perfetto.
Consiglio quindi senza remore il film a tutti gli amanti di Miyazaki e dello studio Ghibli (mentre per chi non avesse familiarità con questo tipo di animazione magari consiglierei un altro film, ad esempio Totoro,come primo approccio), adulti e bambini, anche se i più piccoli potrebbero trovare un po’ noiosa la parte iniziale.
Irlanda, 1985. Bill Furlong (Cillian Murphy) è un mercante di carbone, padre di famiglia e uomo di grande altruismo e generosità. Quando si imbatte per puro caso in alcuni strani accadimenti all’interno del convento del paese, in cui trovano ospitalità anche le ragazze madri, non riesce proprio a far finta di niente, nonostante tutti gli sconsiglino di approfondire i fatti.
Tratto dal romanzo Piccole coseda nulla di Claire Keegan, il film vuole raccontare del dramma delle innumerevoli ragazze madri (“oltre 56.000”, recita la didascalia finale) cui nel secolo scorso, negli istituti religiosi conosciuti come “Magdalene”, sono stati tolti i figli appena nati. Il tema, di grande importanza storica, umana e sociale, viene affrontato dal punto di vista del carbonaio Bill, interpretato egregiamente da Cillian Murphy, che in virtù della sua natura compassionevole rifiuta di girarsi dall’altra parte di fronte ai soprusi e alle ingiustizie, pur sapendo quanto questa sua decisione possa essere dannosa per lui e per la sua famiglia. I conventi infatti, come viene anche detto nel film, sono un importante polo di influenza per la vita economica dei piccoli paesi, e per questo in genere la popolazione preferisce evitare di indagare su ciò che accade all’interno delle loro mura.
Anche se i personaggi sono d’invenzione, la situazione descritta è stata spaventosamente reale per molti decenni: come mai allora lo spettatore non arriva mai a provare davvero emozioni forti durante il film? Le ragioni sono molteplici, e tra queste di certo non vi è la prova attoriale di Cillian Murphy, egregia, nè quella della sua controparte Emily Watson, una glaciale e terrificante Suor Mary la cui presenza in una stanza è sufficiente a far tremare non solo le giovani ospiti del convitto ma anche le sue stesse consorelle.
Invece non ho apprezzato la regia di Tim Mielant, troppo compiaciuta in inquadrature complesse e movimenti di camera innaturali, tanto da far perdere di vista a tratti la storia del film, ed interrompendo quindi ogni flusso emozionale.
Ho trovato pleonastico anche l’inserimento di flashback sull’infanzia di Bill, molto confusi dal punto di vista narrativo e inutilmente didascalici nel rimarcare come Bill avesse un trauma pregresso per la precoce perdita della madre.
Questo elemento ci rende ancora più ovvia la scelta finale di Bill: lui non ha vissuto davvero alcun tormento interiore, in realtà lo spettatore non ha mai un solo dubbio sul fatto che alla fine Bill non subirà le pressioni e sceglierà di aiutare la giovane in difficoltà, ad ogni costo. E questo costo non ci viene mostrato, mentre io avrei pensato di vedere almeno le reazioni della famiglia di Bill al suo gesto.
Un’altra cosa un po’ bizzarra è il fatto che Bill non si relazioni con alcun maschio per tutto il film, ad eccezione di un bambino cui elargisce l’elemosina: rifugge perfino dal barbiere, ad un certo punto, sembra non avere amici né sodali di alcun genere e nessuna interazione sostanziosa se non con donne o comunque femmine (la moglie, le figlie, le suore, la padrona della locanda). Mi è sembrato un po’ inverosimile e unilaterale, e non mi ha aiutato a sentirmi davvero dentro la storia.
Piccole Cose come Queste non è certo un brutto film, anzi, è di pregevole qualità nell’insieme e impreziosito da ottime interpretazioni, ma vista la drammaticità del tema trattato (ricordiamo anche che è tutto accaduto veramente) mi sarei aspettata un maggior realismo e un maggior coinvolgimento dal punto di vista emotivo.
Interpreti: Charlie Cox, Eve Myles, Freema Agyeman, Billy Cook, Mackenzie Crook, Annette Crosbie, Tony Curran
Dove trovarlo: RaiPlay
I vampiri vivono in mezzo a noi. Da centinaia di anni. Quindi hanno avuto tutto il tempo per organizzarsi: esiste in Europa un Consiglio supremo, dopodiché ogni nazione viene gestita dal vampiro più anziano, in ottemperanza con tutte le norme vigenti nella comunità vampirica. Chi trasgredisce viene eliminato e sostituito. Ed è per questo scopo che il giovane zingaro (ma lui preferisce “rom”) Sebastian (Billy Cook) viene sedotto dalla splendida Vanessa (Eve Myles) e portato in un’isolata fattoria della campagna inglese: qui la congrega britannica, composta da otto vampiri, deciderà se il nuovo arrivato diventerà uno di loro o se diventerà piuttosto la loro cena…
Quando il mio caro amico e collega Lucius Etruscus mi ha chiesto di partecipare a questa deliziosa iniziativa di recensioni di film horror coordinate per il giorno di Halloween, ho accettato subito con entusiasmo, naturalmente. Oggi non siamo più solamente una manciata di bloggers raminghi: siamo i Bloggables! Poi però mi sono ricordata che a me gli horror fanno impressione! Ricordo giusto quelli visti in gioventù, quando il mio stomaco era meno suscettibile, ma non sopporto le scene troppo sanguinolente o impressionanti.
Che fare?
Mi è venuto in soccorso il catalogo di RaiPlay, che alla ricerca “horror” mi ha proposto questa commedia inglese.
Chi bazzica talvolta CineMuffin già sa che, nonostante il nickname francofono, sono da sempre un’anglofila convinta, e tutto ciò che rischia di contenere dello humor british stuzzica inevitabilmente la mia curiosità.
E questo film, già dal titolo, appare davvero divertente: Eat Local(s), e cioè “Mangia Locale” (il famoso “km 0”) con l’aggiunta di quella “s” che lo trasforma in “Mangia I Locali” (ma sempre a km 0 comunque).
Infatti i vampiri protagonisti si nutrono, come da tradizione, di sangue umano, e per poterlo fare in serenità si sono spartiti l’Inghilterra in modo che ciascuno possa avere il controllo di un “territorio di caccia” in cui agli altri è tassativamente vietato sconfinare.
I vampiri hanno, come noi, le loro preferenze alimentari, come spiegano in una scena che ricorda molto le discussioni tra i giganti nel libro Il GGG di Roald Dahl (anche lui inglese), anche se qualcuno afferma fieramente di non avere preferenze di sorta.
Chi invece ha scelto una dieta radicale è Henry, il vampiro interpretato da Charlie “Daredevil” Cox, che per principio non si è mai nutrito di sangue umano, preferendo quello animale: una scelta etica, in quanto, come ci spiega: “Ero anche io umano una volta”.
Il film mi ha conquistato da subito per l’atmosfera di filmino girato in casa tra amici. L’incipit è addirittura una lunga inquadratura statica che ci mostra l’arrivo nella remota fattoria di tutti e 8 i vampiri inglesi, e anche andando avanti si ha l’impressione che la semplicità sia stata scelta come cifra di stile e non sia dovuta (o almeno non del tutto) alla mancanza di fondi, perché i trucchi prostetici sono ottimi e ci sono anche alcuni trucchi digitali di bella qualità, usati con saggezza e parsimonia.
Ho amato l’impostazione del film, che nella parte iniziale è quasi teatrale, nove personaggi chiusi in una stanza che parlano: hanno creato un mondo efficace e credibile con mezzi semplici, e ci bastano le parole dei personaggi per comprenderli e appassionarci alle loro differenze.
Ma l’idillio della riunione cinquantennale viene interrotto dall’esercito: i militari hanno scoperto della riunione, si sono nascosti nel bosco, osservano e attendono.
Ma cosa attendono? Potrebbero sbarazzarsi di tutti i vampiri dell’Inghilterra in un colpo solo…
Come vorrebbe l’inviato del Vaticano, che sollecita il colonnello a sterminare gli empi abomini. Ma il colonnello ha altri piani…
ATTENZIONE: SPOILER!
Non è per il gusto di rovinare la visione, ma è perchè l’ho trovato incredibilmente acuto e spassoso, che riporto qui le segrete motivazioni del colonnello: una blasonata ditta di cosmetici gli ha offerto una lauta ricompensa per poter avere un vampiro vivo su cui fare esperimenti per creare un siero della giovinezza.
Non svelo poi il finale correlato, ma è molto divertente.
FINE SPOILER
Quando entrano in scena i militari assistiamo anche ad alcune scene in esterno, che mi sono sembrate fatte molto bene, nonostante l’oscurità, e una scena di combattimento particolarmente ben riuscita.
Alla fine del film ho guardato i titoli di coda fino alla fine e mi ha colpito un nome, quello del “consulente alle scene di combattimento”: un tale Jason Statham…
Studiando le filmografie poi ho trovato altre connessioni, ad esempio ho scoperto che il regista Jason Flemyng ha partecipato come attore a Lock&Stock (1998) di Guy Ritchie insieme a Jason Statham; inoltre ha all’attivo un solo film da regista: questo. Si vede che gli è bastato…
Scherzi a parte, Eat Local(s) è un film divertente, fatto bene, in cui si vede pochissimo sangue (obiettivo centrato!) e si usano le parole più delle zanne.
Ci sono alcune piccole stranezze: inquadrature bizzarre, cambi di scena strani, movimenti accelerati, rotture della quarta parete… perfino una citazione musicale da La Grande Fuga che sembra un po’ fuori posto…
Ma nel complesso mi sento di consigliare questo film come visione di Halloween, anche per i deboli di cuore e di stomaco.
RaiPlay offre solamente la versione doppiata, ma per fortuna il film è stato doppiato da un cast italiano di prim’ordine, praticamente la famiglia Ward al completo, quindi non c’è troppo da lamentarsi.
John May (Eddie Marsan) è un grigio e anonimo impiegato comunale in un paesino dell’Inghilterra, ma il suo lavoro, che lui svolge con incredibile dedizione e scrupolosità, è davvero peculiare: John è incaricato di rintracciare familiari e conoscenti delle persone decedute che apparentemente non hanno famiglia né amici. Il compito di John è dunque organizzare il funerale e la sepoltura dei defunti e spulciare poi tra le loro cose alla ricerca di indizi per trovare amici e parenti, qualora ce ne siano. Quando John viene licenziato, dopo vent’anni di servizio, perchè la nuova amministrazione desidera “tagliare i rami secchi”, ottiene il permesso di chiudere l’ultimo caso e si impone di riuscire a rintracciare la famiglia del defunto Billy Stoke.
Nonostante la connessione pessima di Raiplay, per cui il film si interrompeva spesso e volentieri, ho davvero adorato questo film, un’autentica boccata d’aria per gli amanti del cinema per come riesce a mettere in scena in maniera impeccabile una vicenda tanto comune quanto unica. Quanti di noi pensano forse di essere come John May? Mentre a tutti noi capita sicuramente molto spesso di incontrare qualche John May, persone all’apparenza insignificanti ma che celano in sé un amore per il prossimo incondizionato e una cognizione del senso e del valore della vita umana insospettabilmente profonda. La regia di Uberto Pasolini, sorretta da una fotografia e una colonna sonora impeccabili, rappresenta lo svolgimento di una vicenda apparentemente semplice e quasi noiosa, in cui però ogni inquadratura, ogni gesto e ogni oggetto stabilisce un preciso e inatteso richiamo con un evento apparentemente remoto. Le metafore sono chiare e potenti, senza venire però mai urlate in faccia allo spettatore, piuttosto sono suggerite da collegamenti tra dettagli nelle immagini, e le parole sono significative perché misurate e mai sprecate. Il protagonista Eddie Marsan ci regala una prova straordinaria, affiancato da una sempre splendida e bravissima Joanne Froggatt (conosciuta nella serie Downton Abbey).
L’impressione guardando il film è che potrebbe bastare un battito di ciglia per perdere un dettaglio fondamentale per comprendere dinamiche e legami: così come è nella vita.
Consiglio con il cuore la visione di Still Life (giustamente non tradotto in italiano perchè in inglese l’espressione ha una doppia valenza, “Vita Immobile” ma anche “Ancora Vita”), una coccola per l’anima con un sapore, che emerge nel perfetto finale, che mi piace definire “zavattiniano”.
Il giovane Kang-do vive una vita squallida e solitaria lavorando come “recuperatore di crediti” per gli strozzini in una zona di Seul povera e sporca, privo di interessi e di affetti, compiacendosi nella violenza che perpetra sui creditori disperati. Un giorno Kang-do si accorge di una donna sconosciuta che lo segue ovunque. Lui la scaccia e la insulta ma lei persevera, anzi inizia a fargli dei favori (procurandogli ad esempio del cibo) ed entra persino in casa sua tentando di ripulirla. Kang-do diventa sempre più aggressivo, finché la donna non gli rivela di essere la madre che lo ha abbandonato poco dopo la sua nascita, tornata per rimediare al suo errore. L’ostilità e la diffidenza del ragazzo si dissipano presto e i due cercano di stabilire un rapporto e tentare di recuperare il tempo perduto. Kang-do non se ne accorge, accecato dalla gioia di sentirsi per la prima volta amato, ma la madre sembra nascondere un oscuro segreto…
L’improvvisa morte del celebre regista coreano Kim Ki-duka causa del Covid-19, che ho tanto amato in gioventù, mi ha spinto a recuperare questo suo film, disponibile su Raiplay, un po’ più recente rispetto a L’Arco, ultimo film del regista che avevo visto e che non mi era piaciuto a causa del simbolismo confuso e della morbosità della situazione narrata. In Pietà invece ho ritrovato quello che mi ha sempre affascinata di questo grande regista: un racconto lucido e molto sentito dei sentimenti umani, che sopravvivono anche nella miseria e nella violenza più atroce, e anzi in alcuni casi germogliano in esse. I film di Kim Ki-duk infatti trasmettono sempre la fiducia nel genere umano e nella sua capacità di amare e aiutare il suo prossimo, anche contro ogni logica e ogni ragione. In questo caso il sentimento protagonista è la pietà, come esplicitato dal manifesto del film ispirato all’omonima scultura di Michelangelo. La visione non è sempre facile, la ben nota violenza che è cifra stilistica dell’autore di certo non lo rende un film per tutti, ma io trovo che il messaggio finale sia ancora una volta positivo e ricco di speranza, a ripagare tutti i turbamenti dello spettatore. Sembra incredibile la rapidità con cui Kang-ho passa dalla violenza fisica verso una donna sconosciuta che crede bugiarda all’abbandono totale al suo affetto e al desiderio di rivivere l’infanzia perduta accanto alla madre: in poche scene il ragazzo passa da spietato mutilatore a bambino felice che gioca con i palloncini e mangia zucchero filato. Tale è il bisogno di affetto, dalla cui mancanza nasceva quella compiaciuta violenza che tanti guai continuerà a procurargli, perché, proprio come nel film di Tim Burton Sweeney Todd, dalla violenza non può mai derivare la felicità, che nasce invece dai legami empatici tra gli esseri umani, ma solo altra violenza. Unico difetto del film è la scena finale, in cui il titolo “Pietà” viene spiegato dalla protagonista in un monologo didascalico narrativamente poco efficace: avrei preferito un altro modo per far trasparire i suoi contrastanti sentimenti nell’apice della storia. A parte questa piccola pecca il film, anche se non offre una prospettiva nuova rispetto alle altre opere del regista coreano, è efficace, potente, appagante, ma di sicuro questo tipo di cinema non è per tutti. Consigliato a chi già conosce e ama il regista; per chi volesse approcciarsi a Kim Ki-duk per la prima volta consiglio invece Ferro 3, il più divertente e meno violento tra quelli che ho visto nonché il mio preferito.
Interpreti: Jane Levy, Skylar Astin, Alex Newell, Peter Gallagher, Lauren Graham
Dove trovarlo: RaiPlay
Zoey (Jane Levy) lavora per una grande azienda informatica insieme al suo migliore amico, Max (Skylar Astin), segretamente innamorato di lei, e a Simon (John Clarence Stewart), di cui lei è segretamente innamorata ma che è già fidanzato. Con il suo capo, Joan, ha un rapporto complicato fatto di alti e bassi. La situazione in famiglia non è per nulla facile: al padre Mitch, con cui Zoey aveva un bellissimo rapporto, è stata diagnosticata una malattia rara che lo ha condotto in breve tempo ad uno stato semi-catatonico e lo porterà inevitabilmente alla morte in poco tempo. Un giorno, subito dopo aver effettuato una risonanza magnetica, Zoey si rende conto che qualcosa in lei è cambiato: ora è in grado di percepire i pensieri e gli stati d’animo delle persone che le stanno intorno. E la percezione avviene sotto forma di… numero musicale!
Lo Straordinario Mondo di Zoey è una serie di 12 episodi di circa 40 minuti ciascuno – una seconda serie è già stata annunciata per il prossimo anno – adatta esclusivamente agli amanti del musical. Infatti, per chi non ama le canzoni, i balletti e i numeri musicali in genere potrebbe risultare davvero noiosa. I personaggi, le vicende e la trama non sono particolarmente coerenti o interessanti, ma piuttosto elaborati in funzione alle canzoni che devono descrivere di volta in volta le emozioni e i turbamenti di ciascuno. L’assunto di per sé è piuttosto semplice e non originale, ma se lo si accetta è possibile passare qualche tranquilla serata a godersi un’opera senza pretese, divertente ma in alcuni passaggi anche commovente: tutto quello che riguarda la malattia del padre di Zoey, interpretato dal talentuoso Peter Gallagher, che esce dalla sua immobilità per cantare e danzare con la figlia, mi ha fatto versare un bel po’ di lacrime. Ho trovato però anche momenti divertenti, su tutti il numero tratto da Jesus Christ Superstar e la maggior parte di quelli affidati a Lauren Graham, la Lorelai Gilmore di Una Mamma per Amica. Gli interpreti sono tutti all’altezza e le coreografie, ideate dalla cantante Mandy Moore (che compare in un cameo nei panni di se stessa), sono originali ma tipicamente hollywoodiane allo stesso tempo. Di grande effetto il numero eseguito dai ballerini che interpretano ragazzi sordomuti. Una piacevolissima sorpresa per me quella di ritrovare in un episodio l’attrice Bernadette Peters, che interpretava la soubrette Vilma Kaplan in Silent Moviedi Mel Brooks: essendo il film di Brooks muto, mi ero goduta le sue gag e i suoi balletti ma non avevo mai sentito la sua voce, così sento di aver finalmente colmato una lacuna.
Interpreti: Liam Hemsworth, Michael Angarano, Dwayne Johnson
Dove trovarlo: Raiplay
Chris Potamitis (Liam Hemsworth) desidera da sempre entrare in polizia, ma a causa di una bravata giovanile commessa ad un concerto insieme all’amico d’infanzia Eddie (Michael Angarano) la sua domanda viene continuamente respinta. Per sbarcare il lunario si fa assumere come guardiano in un magazzino scalcinato dove vengono custoditi moltissimi soldi, sicuramente sporchi. Quando il padre perde il lavoro, Chris si decide a tentare insieme a Eddie e ad altri piccoli criminali di rapinare il magazzino. Ma la polizia viene in qualche modo a sapere del colpo in anticipo e il detective James Ransome (Dwayne Johnson) fa irruzione sulla scena del crimine…
Questo post è al 100% privo di spoiler. Il vero motivo non è tanto l’etica professionale del serio critico cinematografico quanto il fatto che verso la fine facevo molta fatica a tenere gli occhi aperti e temo di essermi assopita per alcuni minuti. Mi sono però ripresa per i titoli di coda, che spiegano come Empire State si ispiri a una rapina realmente avvenuta e ai suoi reali protagonisti, di cui vengono anche mostrate le interviste. Giuro che non credevo fosse possibile addormentarsi davanti a un film con The Rock! Eppure… La colpa è dell’ossessività con cui il regista cerca di raccontare i fatti così come si sono svolti nella realtà, inserendo solamente dialoghi coloriti (per lo più monologhi dell’insopportabile Eddie) per dare un pizzico di vitalità ma senza dare alla vicenda alcun guizzo nè alcun ritmo. Questa spasmodica ricerca della veridicità lo spinge anche a inserire un numero troppo alto di personaggi, che sicuramente nella realtà erano coinvolti nella vicenda (compare perfino l’allora procuratore di New York Rudolph Giuliani, interpretato da Dan Triandiflou) ma che nel film creano un sovraffollamento confuso e fastidioso poiché nessuno di loro viene ben caratterizzato o approfondito. Inoltre il film non ha nemmeno un briciolo di ironia, come la presenza di Dwayne Johnson (il motivo per cui ho pensato di vedere questo film) poteva far sperare, che forse avrebbe potuto aiutare a colorare un po’ la narrazione, ma non si sposava con l’idea sospesa tra documentario e heist movie del regista. Il risultato è quindi un film noioso che lascia insoddisfatti: da una parte ci si sarebbe voluti fare almeno qualche risata, dall’altra si cercava un po’ di azione che invece manca, oppure un bel colpo grosso alla Ocean di cui non c’è traccia. Un vero e proprio documentario sulla rapina del 1982 sarebbe stato più interessante. Concludo con una domanda che mi sono posta per tutta la durata del film, e che forse ha contribuito a mantenere sveglia la mia incredulità (almeno quella): come è possibile anche solo per un momento pensare che Liam Hemsworth, fratello minore di Chris “Thor” Hemsworth (e come lui biondo, occhi azzurri, alto e muscoloso), sia greco e faccia di cognome “Potamitis”? Gli altri attori che interpretano i membri della famiglia di Chris sono tutti perfetti nel ruolo, anche fisicamente, ma lui? Ci avrei creduto di più se nel ruolo ci fosse stato l’attore preferito di Dito Montiel, Channing Tatum, protagonista di tutti i film diretti dal regista fino a questo… Ho ipotizzato che il ruolo fosse stato assegnato a Liam in virtù dell’aderenza alla realtà dei fatti, ma dalle immagini dell’intervista al vero Potamitis risulta chiaro che così non è: ma che senso ha voler raccontare tutta la verità però mettendo un protagonista più avvenente e più biondo?
Interpreti: Amy Adams, Christoph Waltz, Krysten Ritter, Terence Stamp, Jason Schwartzman
Dove trovarlo: RaiPlay
Tratto dalla storia vera della pittrice Margaret Keane, che negli anni ‘60 ha dovuto sostenere una durissima battaglia legale contro il marito per riappropriarsi dei diritti delle proprie opere, i quadri da lei dipinti che ebbero enorme diffusione e successo negli anni ‘50 ma che il marito reclamava come proprie creazioni. Il titolo del film deriva dalla caratteristica principale dei ritratti di Margaret, tutti raffiguranti bambini e bambine dai grandissimi occhi.
Incredibile come talvolta realtà e finzione si integrino alla perfezione. L’ambientazione di Big Eyes, infatti, ricorda moltissimo quella rappresentata da Tim Burton in molti dei suoi film. Forse quello più indicativo in questo caso è Edward – Mani di Forbice e della sua provincia americana a tinte pastello con casette a schiera, giardini curati e staccionate bianche, dove però l’aspetto idilliaco nasconde in realtà i sentimenti più meschini; lo stesso si può dire di Walter Keane (interpretato egregiamente da Christoph Waltz, che non smentisce la sua fama di villain perfetto), il marito, così generoso e galante ma in realtà egoista e menzognero fin dall’inizio. E i ritratti di bambini dai grandi occhi sproporzionati ricordano moltissimo i personaggi dei film in stop-motion del regista, come Nightmare Before Christmas (di cui in realtà è solo produttore ma che si può senz’altro considerare una sua creazione) e La Sposa Cadavere. Non è dunque una sorpresa apprendere che il regista stesso è appassionato e anche collezionista dei quadri di Margaret Keane. Impossibile quindi pensare ad un diverso regista per raccontare la storia vera, tribolata ma a lieto fine, della pittrice Margaret Keane, interpretata magistralmente da Amy Adams, bravissima a rendere tanto il lato fragile e sottomesso quanto quello sicuro e determinato del suo personaggio. Pur trattandosi della biografia di un’artista il film non ha mai un momento noioso grazie alla ricchezza con cui sono caratterizzati i personaggi principali e alla felice abbondanza di comprimari di lusso: Terence Stamp temibile critico d’arte; Jason Schwartzman intransigente gallerista modaiolo; Krysten Ritter, finalmente libera dal chiodo nero di Jessica Jones, in veste chiacchierona e sbarazzina. Nei titoli di coda viene raccontato cosa accadde realmente dopo il processo Keane vs. Keane e si scopre che la stessa Margaret Keane, ancora oggi in vita e ancora in attività all’epoca del film, ha dato il suo contributo incontrando personalmente Amy Adams. Un gran bel film adatto ai fan di Tim Burton ma anche a coloro che normalmente lo evitano; una piacevolissima occasione per scoprire qualcosa di più sulla storia dell’artista Keane ma anche del regista Tim Burton, evidentemente influenzato dalle sue opere fin dall’inizio.