Assassinio sull’Orient Express

Titolo originale: Murder on the Orient Express

Anno: 2017

Regia: Kenneth Branagh

Interpreti: Kenneth Branagh, Johnny Depp, Judi Dench, Penelope Cruz, Josh Gad, Willem Dafoe, Michelle Pfeiffer, Olivia Colman, Derek Jacobi, Leslie Odom Jr., Tom Bateman

Dove trovarlo: Disney Plus

Gerusalemme, 1934: Hercule Poirot (Kenneth Branagh), il detective più famoso al mondo, dopo l’ennesimo caso risolto brillantemente è pronto per godersi una meritata vacanza quando viene chiamato a Londra per un nuovo mistero da risolvere. Fortunatamente l’amico Bouc (Tom Bateman), direttore dell’Orient Express, riesce a trovargli un posto sul lussuosissimo treno. L’investigatore belga non tarderà a notare che alcuni dei suoi compagni di viaggio nascondono dei segreti e hanno comportamenti sospetti. Il magnate Edward Ratchett (Johnny Depp) gli offre anche un generoso compenso per fargli da guardia del corpo, poiché con i suoi affari poco puliti si è fatto molti nemici e in seguito ad alcune minacce ora teme per la sua vita. Poirot rifiuta, ma quando Ratchett viene trovato ucciso nella sua cabina Bouc lo scongiura di trovare l’assassino…

Sono da sempre una grande appassionata dei gialli di Agatha Christie, perciò non solo ho letto il libro da cui il film è tratto ma ho visto, molte volte, la versione cinematografica precedente, diretta da Sidney Lumet nel 1974, che vantava un cast stellare (Lauren Bacall, Anthony Perkins, Ingrid Bergman, Sean Connery, Jean-Pierre Cassell, Martin Balsam, Vanessa Redgrave, Jacqueline Bisset, Richard Widmark…) e si fregiava dell’ottima interpretazione di Albert Finney nei panni dell’investigatore belga “dalla testa a forma di uovo”. Altre ottime interpretazioni di Hercule Poirot, protagonista di numerosissimi romanzi e racconti scritti dalla Christie, sono state offerte, sia per il cinema che per la televisione, da Peter Ustinov e David Suchet. Questo per dire che la materia mi è non solo familiare ma anche molto cara e ho affrontato la visione con un misto di eccitazione e terrore di restare delusa. Ho un’opinione oscillante di Kenneth Branagh, ho apprezzato molto alcuni suoi lavori (Thor come regista e I Love Radio Rock come attore) e molto meno altri (Frankenstein e più recentemente Artemis Fowl) ed ero molto curiosa di sapere che approccio aveva scelto per questo nuovo adattamento di un così celebre capolavoro del genere giallo che ha già avuto ottime trasposizioni cinematografiche e televisive. Mi è bastata la prima scena, in cui Poirot risolve un caso di furto a Gerusalemme (anche se in realtà la sequenza è stata girata a Malta) utilizzando il suo bastone infisso tra i mattoni del Muro del Pianto per bloccare la fuga del colpevole, per capire che qualcosa non andava. La scena, assente sia nel libro che nei film precedenti, è stata evidentemente aggiunta allo scopo di presentare il personaggio a chi non lo conosce: presentarlo come un esperto di strategie di fuga criminali è quantomeno fuorviante. Il vero Poirot non si sarebbe mai sognato di tentare di prendere un criminale in fuga (rischiando tra l’altro di rovinare il suo bastone): per questo c’erano il buon Hastings e l’Ispettore Japp, mentre a Poirot spettava solo il compito di utilizzare le sue “celluline grigie”. Allo stesso modo, Poirot non si sarebbe mai sognato di pestare una cacca di mucca con il piede destro solamente perché la scarpa sinistra si era già sporcata di letame! Questa ossessione per l’ordine, la precisione e la simmetria, che nel personaggio di Agatha Christie caratterizza in effetti il personaggio, viene estremizzata in modo tale che Hercule Poirot si trasforma nel Detective Monk (personaggio televisivo che adoro, interpretato magistralmente da Tony Shaloub). L’impressione è che Branagh, qui nel duplice ruolo di attore e regista e lo sceneggiatore Michael Green abbiano tentato di fare con Poirot ciò che Guy Ritchie ha fatto con Sherlock Holmes. Ma se per l’investigatore inventato da Arthur Conan Doyle l’operazione è perfettamente riuscita, grazie al ponderato bilanciamento tra azione, suspense e ironia, qui invece è fallita senza appello. Non solo l’ironia è totalmente assente dal film e dal personaggio, ma il tutto assume addirittura toni cupi e melodrammatici, con sprazzi di autocommiserazione (con tanto di impossibile foto di donna amata) moralizzazione non richiesta, del tutto estranei ai libri di Agatha Christie. Per chi poi, come me, è da sempre affezionato al personaggio di Poirot, vederlo saltellare sopra il treno o inseguire il malfattore arrampicandosi tra le impalcature è davvero insostenibile. Per il resto non ci sono novità di sorta rispetto al romanzo o agli adattamenti precedenti, gli attori fanno tutti il loro dovere e la trama non viene stravolta, salvo una connotazione tragica del finale davvero superflua. Judi Dench, ovviamente, non sbaglia mai; Penelope Cruz, come Ingrid Bergman prima di lei, accetta di imbruttirsi e di avere un personaggio fastidioso; Josh Gad è molesto come suo solito; Willem Dafoe è Willem Dafoe e non serve altro; Michelle Pfeiffer si carica della parte psicologicamente più pesante (per lei e per lo spettatore) con fascino e bravura; Leslie Odom Jr. (visto nel musical Hamilton) nel ruolo che fu di Sean Connery introduce un inedito personaggio di colore che viene però caricato e connotato eccessivamente (il passato da cecchino, l’amore proibito, lo sparo) rispetto ad altri che restano un po’ sullo sfondo (come Willem Dafoe). Non deve essere per nulla facile gestire tanti personaggi e tante star allo stesso tempo, ma Branagh non riesce a trovare il giusto equilibrio tra i ruoli, i personaggi e i cambiamenti apportati ai loro caratteri e alle loro storie personali. In conclusione, io non ho visto proprio nulla di buono in questo film e non ho trovato un motivo per giustificare l’idea di questa nuova trasposizione. Ma forse mi è sfuggito qualcosa, visto che sono già terminate le riprese di Assassinio sul Nilo, con Kenneth Branagh ancora nei panni di Hercule Poirot. Chissà se anche questa volta la giustificazione per il silenzio imbarazzato della folla alla sua freddura sarà “Scusate ma non so raccontare le barzellette, sono belga”.

Voto: 1 Muffin Ipocalorico

30 pensieri riguardo “Assassinio sull’Orient Express

  1. Condivido il tuo giudizio, anche se ho smesso la visione del film molto prima di arrivare a metà. Per quanto mi piacciano molti degli attori protagonisti l’ho trovato troppo macchiettistico, soprattutto poi da uno come Branagh che ho venerato quand’ero giovane. Vederlo con baffi che sfidano ogni legge di gravità e buon gusto è davvero troppo 😀

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    1. Branagh ha fatto sicuramente delle cose interessanti, ma questa non è proprio una di quelle! Mi dicono che invece sia stato un ottimo Wallander, per esempio, ma io non ho seguito quella serie. Poirot è proprio uno dei personaggi letterari cui sono più affezionata, quindi anche per me è stata dura vederlo “sbaffeggiato” in questo modo (sembrava quasi il Milo Perrier di Invito a Cena con Delitto).

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      1. E io ne sono felicissimo! Ho già visto la foto di scena con Branagh al centro di una rotaia circolare per quello che forse sarà un piano sequenza magnifico in Assassinio sul Nilo: si prospetta un super discorso metacinematografico anche lì: da leccarsi i baffi!
        [ecco: adesso l’ho detto e finirà che Assassinio sul Nilo mi farà vomitare!]

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      1. Ma no! I piani sequenza che palesano la fintezza del cinema (insieme alle scenografie) aiutano molto a raccontare la storia della necessità di “rappresentare” il dolore e di “ingannare” e “autoingannarsi”, in quell’autoinganno volontario che è la società intera! (Società complessa certo non comprensibile nelle strette maglie manichee che dichiara Poirot all’inizio)…
        E anche i ricordi/cinema, le citazioni pittoriche, e la natura attorica dei coinvolti (attrici, ballerine, bigiardi) contribuiscono a questa metafora!
        Se nel secondo la continua, gioisco!

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      2. E’ proprio questo il punto, palesare la fintezza del cinema in un film è l’arma finale per un regista, se ne abusi senza motivo finisci per svilire tutto il resto (ambientazione, storia, personaggi). Sono sicura che Branagh, con il suo passato di attore teatrale (Shakespeariano in particolare) sia ben consapevole della forza immensa che la rottura della quarta parete può avere, ma è un mezzo che va usato con grande cautela e saggezza se non si vuole essere Zucker/Abrams/Zucker o Mel Brooks.

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      3. Palesare la fintezza in una storia di inganni e fintezze, che riflette su tutto lo statuto “rappresentativo” della “vita” tout-court (con anche i ricordi che sono “storie”, perfino “cinema”) lo trovo molto più centrato rispetto a usarlo per mero sfoggio tecnico come fanno oggi Inharritu, Cuaron, Woo e altri, perfino con intenti di autocompiacimento…
        il rischio di cadere nel Mel Brooks è proprio quando ci si prende sul serio invece che restando nel consapevole come fa Branagh (mi spiego: in Birdman hai effetto Mel Brooks perché si prende sul serio e tu vedi che è finto, in Branagh vedi subito che è finto e quindi non c’è mai il dubbio che si prenda sul serio)…
        E che la storia del romanzo suggerisca di per sé il problema dell’inganno autorappresentante è provato anche dal trattamento di Lumet, ugualmente barocco in quanto a macchina da presa (e molto “barocchi” intrinsecamente, anche se non figurativamente, sono anche altri film con Ustinov, tipo, per esempio, Evil under the Sun)…
        E il dibattito sulla verosimiglianza s’è già fatto con Guerre Stellari: se si cerca la coerenza letterario-romanzesca, con personaggi “effettivi”, allora è ovvio che va tutto a ramengo in un adattamento che è più un qualcosa di filmico “art pour l’art”, e sicuro (quasi Simbolisticamente, come Mallarmé o Gautier), anacronisticamente, che quell'”art pour l’art” riesca a parlare dei drammi dell’uomo (la pulsione di morte, la violenza, il nazismo che incombe, la problematica atroce della “giustizia”) in maniera efficace (e forse è qui che Branagh è spesso ingenuo: ma qui si va nel processo alle intenzioni)…

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    1. Hercule Poirot stesso è un personaggio molto metaletterario, che ha affrontato le “12 fatiche di Hercule” e la cui ultima avventura si intitola “Sipario”, quindi si presta ad essere colui che smaschera le falsità e le ipocrisie della nostra società, di cui lui vive in qualche modo (ma non troppo!) ai margini a causa delle sue supersviluppate celluline grigie (più che della sua superiorità morale). Dal metaletterario al metacinematografico il passo è breve, in effetti, ma siccome Branagh tende ad essere sempre piuttosto ridondante nelle sue interpretazioni e messe in scena (penso a Frankenstein per esempio) non riesco a vederlo davvero scomparire nel personaggio di Poirot, mi sembra piuttosto che voglia mostrare se stesso nei panni di Poirot e poi se stesso che racconta se stesso in quei panni di giudice e giuria… è un po’ troppo! Un buon giallo non è un one man show, ma è dato dalla caratterizzazione dei sospettati e dei loro rapporti: se questa viene meno viene meno il giallo, fermo restando che l’investigatore è una figura centrale e non a caso ricorrente in più di una storia, quasi sempre. Lumet è riuscito a bilanciare bene l’estrosità rappresentativa con la profondità narrativa, Branagh invece mi ha fatto pensare al Milo Perrier di Invito a Cena con Delitto (in lutto per la morte dell’amatissima barboncina Marie Louise Cartier) una volta di troppo, ma non aveva intenzione di fare una parodia come Mel Brooks bensì di ergersi a giudice dell’umanità bugiarda, e da questo contrasto il ridicolo involontario, spauracchio di ogni attore e regista. Almeno così la vedo io.

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      1. In Lumet, a mio avviso, manca totalmente la vera essenza del ricordo-cinema, e della vita-storia-Storia che Branagh, con argomenti esagerati e teatrali, sviscera, con le cattive, assai meglio…
        ma forse sono io che capisco meno Lumet (anche di 12 angry men mi piace di più la versione televisiva di Friedkin: e ho detto tutto!)…
        Il narcisismo di Branagh è evidente, e difatti sono meglio i film che dirige e in cui non recita!
        …ed è solo per “mal comune mezzo gaudio” che evidenzio il narcisismo di molti altri registi odierni, da Tarantino a Villeneuve a Nolan a tutti quanti… e almeno Branagh parla ancora di meta-cinema, componente che gli altri sembrano aver perso (ma vedremo, magari la ritrovano!)

        Considerando quello che dici capisco molto bene le tue remore anche per Knives Out!

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      2. Infatti per Knives Out il discorso è molto simile, avevo aspettative altissime e sono rimasta molto delusa da un film che ha costruito ottimi set e costumi ma si è dimenticato di approfondire i personaggi sospettati: che giallo è se praticamente mi hai presentato approfonditamente un solo personaggio, che guarda caso infatti è il colpevole? Allo stesso modo, che giallo è se praticamente abbiamo parlato sempre e solo del detective e non dei sospettati? Certo non è facile (lo so per esperienza, ho scritto due gialli!) ma bisogna raccontare diversi personaggi per coinvolgere lo spettatore nella vicenda e fornirgli un numero adeguato di possibili colpevoli su cui riflettere. Se in Assassinio sul Nilo (che immagino avrà anche quello un gran cast) Branagh riesce a bilanciare meglio Poirot (che spero non debba più correre e saltare sulle impalcature) e i sospettati potrebbe venire fuori un buon film. Capisco anche quello che dici sui registi odierni, la forma non dovrebbe mai prescindere dal contenuto che sta raccontando e trasformarsi in mero virtuosismo, che poi con le tecnologie di oggi ha davvero poco significato. Io non amo, mentre vedo un film, essere distratta da un’inquadratura strana o una macchina da presa che balla (o il sole negli occhi, che ora va sempre più di moda soprattutto nelle serie!), dovrebbero essere cose che si fondono con i dialoghi e la storia fino a scomparire in essi (stesso discorso lo facevo per la colonna sonora poco tempo fa).

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      3. Lì siamo agli opposti: se io al cinema non mi accorgo di essere al cinema con la questione del chiedersi «chi sta agendo questa inquadratura?» allora mi annoio: allora mi sembra di leggere invece che di vedere…

        E mi annoio anche quando la domanda «chi agisce questa inquadratura?» è fine a se stessa e non supportata dal discorso di meta-rappresentazione collegato alla vita tout-court (alla percezione dello spazio, del tempo, alla consapevolezza del sé, ecc.)…

        E siamo agli opposti anche sui personaggi: io *odio* i personaggi…
        La loro vita, Stanislavskij, la loro coerenza, i loro pensieri, la “mitografia del personaggio”: tutta roba che, quando è troppo, mi stoppa…
        Il personaggio, per me, c’è per una ragione soltanto: raccontare una storia…
        e difatti vado molto più d’accordo con le “funzioni” stabilite da Branagh (che sono quelle di Propp, Vogel, Campbell ecc.) e Johnson (il bugiardo, il mutaforma, il buono, il cattivo, la falsa racchia, il bravino, lo scemo, il destrorso, l’angelicata, la spia, il traditore e compagnia cantante) invece che con le disperazioni dell’illuminare una cronologia costruita di una persona finta…

        Siamo agli antipodi anche sul giallo che è campionario di personaggi, poiché, manco a dirlo, per me il giallo, come la fiaba o l’opera lirica, è campionario di funzioni, sempre quelle (l’assassino, il detective, l’aiutante, quello che colpevole sembra, il complice, i parenti della vittima, i vendicativi ecc.)…
        tutte le motivazioni, i moventi, il passato, le mossette, le idiosincrasie dei “colpevoli”, dei “testimoni”, dei “coinvolti”, beh, per me sono solo MacGuffin, espedienti di contorno per “iniziare” e “far andare avanti” qualcosa che già c’è ed è in essere con queste funzioni!
        E difatti Cluedo (il giochino da tavolo) riusciva perfettamente a creare gialli magnifici senza alcun personaggio ma solo con le “funzioni”…

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      4. Insomma, tu Tenente Colombo, io Jessica Fletcher 🙂 Sono entrambi splendidi gialli, ma da una parte sai già chi è il colpevole e devi solo capire come ha fatto, dall’altra hai una manciata di personaggi tutti sospettati e devi capire chi di loro sia il colpevole. Qui, come in Cluedo, non c’è un grande scavo psicologico ma solo attenzione agli indizi e non ci si domanda mai perché, il movente è lampante oppure irrilevante perché la vittima era una brutta persona. Adoro Cluedo e ci ho giocato tantissimo anche io, ma lì l’indagine è un puro meccanismo, vai ad eliminazione finché restano colpevole, stanza e arma del delitto, nessun ragionamente e tantomeno riflessioni sulla natura umana. In Agatha Christie c’è sempre un ottimo equilibrio tra indizi e motivazioni, per indovinare il colpevole (cosa che è quasi sempre possibile fare) devi capirli entrambi, questo mi piace. Ci sono però dei casi in cui, come dici tu, non servono personaggi ma solo funzioni, proprio come nelle favole o, ad esempio, nei film d’azione, in cui non a caso oggi i registi si sbizzarriscono in piani sequenza (spesso fittizi) e altri virtuosismi tecnici. Io però continuo ad amare l’immersione nella finzione cinematografica da cui destarmi solo a tratti per notare aspetti tecnici non perchè ero intallettualmente alla loro ricerca ma perché l’emozione che la scena mi stava trasmettendo mi ha portato ad una rapida analisi dell’emozione stessa e di ciò che l’aveva suscitata. Comunque la tua visione è intelligente e validissima, anche perché ti porta poi a scrivere recensioni e articoli splendidi, quindi è un approccio senza dubbio efficace al cinema il tuo 🙂

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      5. Ti ringrazio infinitamente!
        E mi rivedo tantissimo in Colombo!
        Anche se la sigla di Jessica, di John Addison, è un irresistibile poema sinfonico in miniatura (meglio di Liszt!)

        Il confronto con le tue idee è sempre stimolantissimo! Evvia!

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      6. Aggiungo che il giallo non è neanche tra i miei generi preferiti, poiché con la sua componente “rassicurante” (è il genere in cui i problemi si risolvono) mi lascia sempre un senso di intontimento (quasi più della fiaba, che almeno è metaforica della psiche, e che difatti adoro), di “semplicismo”…
        magari per questo ho amato di più Branagh di Lumet!

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  2. Non l’ho ancora visto, ma ammetto che mi attira poco. E lo dico da avido lettore della Christie, e da ammiratore del film di Lumet, di cui ho pure scritto sul blog! :–)
    Bella recensione, comunque, hai spiegato bene i motivi del tuo mancato apprezzamento per questo film di Branagh!

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  3. Ho letto la tua recensione, anche tu quindi sei appassionato di Agatha Christie! Anche io come te trovo splendido l’adattamento di Lumet, per cui già non sentivo il bisogno di un nuovo film (piuttosto avrei tentato con 10 Piccoli Indiani). Branagh ha cercato di imitare Lumet anche nei movimenti di macchina, con piani sequenza (su scenari finti!!), inquadrature dall’alto e altri movimenti di macchina libertini che mi hanno dato un gran mal di testa!

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    1. Ho letto la tua recensione e, anche se io sono stata più severa col voto (lo spaventoso Muffin ipocalorico!) ti dò ragione su tutta la linea. Dita incrociate per il Nilo adesso, perché anche da quello è già stato tratto un bellissimo film…

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    1. Su Artemis Fowl hai ragione, è davvero indifendibile. Anche io sono sempre rimasta perplessa per i suoi adattamenti da Shakespeare e il suo Frankenstein, soprattutto per la sua mania di protagonismo ad ogni costo. Però come attore in certi ruoli l’ho apprezzato (anche in Harry Potter) e come regista mi è piaciuto molto Thor (non solo per Chris Hemsworth intendo). Sull’Orient Express però ha proprio sbagliato tutto secondo me.

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