E – Fly like an Eagle

I bambini, in fatto di cinema e di cartoni animati, hanno dei gusti davvero incomprensibili. Io da piccola, per esempio, oltre ai classici Disney, avevo tutta una collezione di videocassette che guardavo e riguardavo in continuazione (tanto che ancora oggi ricordo quei film battuta per battuta) e che, a ripensarci, era davvero bizzarra. Si andava da La Febbre dell’Oro di Charlie Chaplin a Altrimenti ci Arrabbiamo con Bud Spencer e Terence Hill, da Angeli con la Pistola di Frank Capra a Miracolo a Milano di Vittorio De Sica e scritto da Zavattini. Tutti film che mi piacciono ancora oggi, ma che non si direbbero proprio adatti ad una bimba di sette anni. E anche tra i cartoni animati c’erano dei titoli che, a rivederli molti anni dopo, mi hanno fatto venire i brividi. Ad esempio Fievel sbarca in America, che un tempo mi piaceva tanto, ora lo trovo davvero orrendo. Ma il titolo più sconcertante è quello di Brisby e il Segreto di Nimh che, oltre ad avere per protagonisti degli animali parlanti, non ha niente altro del film per bambini, anzi, con i suoi ratti geneticamente modificati è inquietante anche per un adulto. Quello che valeva per me, naturalmente, valeva anche per mio fratello, il quale, pur avendo a disposizione tutta la mia invidiabile collezione di film, finiva per vedere sempre gli stessi, alcuni dei quali erano decisamente brutti (come ad esempio il live action sull’Ispettore Gadget dei cartoni, che aveva come protagonista Matthew Broderick). C’era però un film che metteva sempre d’accordo tutti, cugini e genitori compresi: Space Jam. Quando uscì io avevo circa nove anni, e ricordo distintamente che dopo averlo visto per la prima volta decisi che sarei diventata una stella del basket (non durò che pochi giorni, naturalmente). Io e i miei cugini abbiamo quasi la stessa età e per noi era normale condividere tutto, giochi, giocattoli e film. Ricordo che mio cugino, quando un adulto ci spiegò che “space jam” significava letteralmente “marmellata spaziale”, dopo averci riflettuto su esclamò: «Ma allora “Spice Girls” vuol dire “marmellata di ragazze”!» Space Jam è un film bellissimo, sotto ogni punto di vista: la storia, i personaggi, la musica, lo sport, le risate, non manca niente. Mio fratello se ne innamorò e iniziò a guardarlo ogni giorno. Una domenica andammo a pranzare nella casa in campagna con la zia e i cugini, e lui passò l’intera giornata in un angolo del frutteto a scavare con una paletta da spiaggia. A chi lo interrogava rispondeva solo: «Sto cercando i Looney Tunes», e riprendeva la sua attività con entusiasmo. Da allora sono passati molti anni, e sono davvero contenta di dire che ora anche i miei figli si sono appassionati a Space Jam, che grazie a Netflix possiamo vedere tranquillamente ogni giorno. Soprattutto il più piccolo stravede per quel film. Quando saliamo in auto inizia a chiedere con insistenza la canzone di Space Jam (Are you ready for this?), e guai a non accontentarlo subito! E guai anche a cercare di cantarla insieme a lui, si viene subito zittiti: è una cosa privata. Se vede qualcuno giocare a basket, anche in televisione, o se vede un canestro in qualche giardino, subito esclama «Space Jam!». Il più grande invece ha deciso di aspettare di essere al mare per andare sulla spiaggia e scavare per cercare i Looney Tunes. «Come lo zio!» dice tutto eccitato. Lì poi c’è anche un campo da minigolf (nel film Michael Jordan arriva nel paese dei Looney Tunes attraverso la buca di un campo da golf), quindi è praticamente certo che lì ci siano. Adesso ho scoperto che il prossimo anno dovrebbe uscire un seguito ufficiale di Space Jam (Looney Tunes – Back in Action del 2003, che secondo me resta un film molto divertente e ben fatto, non era un seguito ufficiale) con Lebron James come protagonista. So già che non è importante se a me piacerà o meno: se piacerà ai bambini, lo vedrò tutti i giorni per un bel po’….

D – Debbie Reynolds al mio Matrimonio

Photo by Terje Sollie on Pexels.com

Avevo solo dieci anni quando uscì il film In&Out. Ricordo che andai a vederlo ad un cinema all’aperto con mia madre, una compagna di scuola e sua madre. Prendemmo un numero che entrambe le nostre madri considerarono esagerato di pacchettini di M&M’s. Quello delle M&M’s al cinema, comprate in loco o trafugate nella borsa per risparmiare qualche euro, è per me ancora oggi una parte imprescindibile del rituale cinematografico: se vado a vedere un film al cinema devo avere le mie M&M’s (rigorosamente gialle, quelle con la nocciolina, e in confezione grande), altrimenti, giuro, non me lo godo nemmeno. Il film ci fece divertire, anche se naturalmente eravamo troppo piccole per capire la maggior parte delle cose che venivano dette. Nel corso degli anni, anche In&Out divenne uno dei grandi classici di casa, guardato ad ogni passaggio televisivo, poi comprato in dvd, rivisto e citato a memoria in ogni occasione. Ancora oggi lo trovo un film davvero riuscito, che ha superato brillantemente la prova del tempo, con dialoghi sagacissimi e spassosi, un cast meraviglioso (con un inedito Tom Selleck in versione bionda e gay) e un modo efficace di riflettere su un tema importante come quello della discriminazione degli omosessuali a colpi di sonore risate (si tratta di umorismo davvero intelligente, mai volgare né triviale). Sebbene tutti gli attori e tutti i personaggi siano fantastici, mia mamma si è sempre riconosciuta nella madre del protagonista (interpretato magistralmente da Kevin Kline), che ha le sembianze apparentemente miti ma sotto sotto diaboliche di Debbie Reynolds (che qualche anno più tardi, quando esplose la mia passione per i musical, ebbi modo di apprezzare anche da giovane nel classicissimo Cantando sotto la pioggia). Quando venne il momento di organizzare il mio matrimonio mia madre  decise che lei sarebbe stata, in quell’occasione, proprio come Debbie Reynolds in In&Out. Comprò un vestito lilla e si fece confezionare un cappellino viola con veletta, intonato alle scarpe, giusto per essere sicura che nessuno degli invitati potesse avere dubbi su chi fosse la madre della sposa. E, poiché è la madre della sposa a dettare i canoni dell’eleganza della cerimonia, anche mia suocera (che per fortuna è una persona estremamente adattabile e dalla pazienza infinita) dovette dotarsi di adeguato copricapo. Quando avevo deciso di sposarmi, non avevo ancora nessuna idea su come sarebbe stato il mio matrimonio, tranne una: il tema sarebbe stato il cinema. La mia più grande passione non poteva certo rimanere esclusa dal giorno più importante della mia vita. Oltretutto si dà il caso che il matrimonio sia una cosa di per sé estremamente cinematografica (come dimostra lo stesso In&Out), anche nel caso in cui qualcosa vada storto e uno degli sposi ci ripensi. In quegli anni andava di moda connotare ognuno dei tavoli del pranzo in modo diverso, secondo un tema prestabilito e scelto in base ai gusti degli sposi. Io naturalmente avevo deciso che su ogni tavolo ci sarebbe stata la locandina di un diverso film, scelto tra i miei preferiti. Ci sarebbero naturalmente stati il tavolo Casablanca e il tavolo Moulin Rouge, mentre avevo alcune riserve sul tavolo Quattro matrimoni e un funerale, per ovvi motivi… Quando mancavano ancora molti mesi al matrimonio partecipammo a quello di un collega di mio marito. Dopo la cerimonia in chiesa raggiungemmo il ristorante per il rinfresco. Quando arrivai nella sala da pranzo rimasi paralizzata: su ogni tavolo c’era la locandina di un film. Cercai di ricompormi e, con la vecchia ma sempre buona scusa di incipriarmi il naso mi recai in bagno; da lì telefonai a mia madre piangendo disperata. Lei cercò di consolarmi, mi disse che noi avremmo scelto dei film più belli e messo delle locandine più grandi, ma io sapevo che non potevo utilizzare lo stesso tema di una coppia di amici che si era sposata qualche mese prima di me, e che naturalmente sarebbe stata tra gli invitati. Pian piano mi rassegnai all’idea di non poter fare del cinema il tema del mio matrimonio… però mi restava sempre la mia personale Debbie Reynolds! Ripiegammo sulla poesia come tema, e mia madre realizzò personalmente il tableaux de marriage e trascrisse (con la sua grafia enormemente migliore della mia) i versi che designavano ciascun tavolo. Feci fruttare appieno la mia laurea in lettere scegliendo con molta cura i poeti e i componimenti (mia madre censurò solamente Tolkien, che doveva troneggiare sul tavolo degli amici più nerd, perchè avevo scelto una poesia troppo lunga). Il giorno del mio matrimonio fu memorabile, tutto filò liscio (beh, come per ogni matrimonio ci sono molti aneddoti che si potrebbero raccontare, dalle bottoniere rubate agli avanzi di cibo saccheggiati, ma io, che temevo di inciampare lungo la navata o che il velo mi prendesse fuoco, lo considero un buon risultato) e tutto fu bello, buono e raffinato. Un bellissimo ricordo che non potrà mai essere cancellato. E io auguro a tutti che, quando verrà anche per loro il momento del “Lo voglio”, possano avere accanto un maestro di cerimonia col panciotto e una Debbie Reynolds che tenga tutti in riga e vegli sulla loro felicità.

C – Che spavento Cary Grant!

Prima di diventare mamma, io non conoscevo il vero significato dell’espressione “perdere cinque anni di vita”. Ora che ho due bambini, invece, posso dire il contrario. Perdi cinque anni di vita quando vedi tuo figlio di un anno che cerca di scendere le scale da solo e inciampa nel primo gradino; perdi cinque anni di vita quando vedi tuo figlio (l’altro stavolta) di due anni correre verso la piscina degli adulti senza braccioli né salvagente; e perdi cinque anni di vita quando tuo figlio (di nuovo il primo), mentre siete in casa voi due da soli, indica un punto alle tue spalle e ti chiede: “Mamma, chi è quel signore?”.

Archibald Leach, meglio conosciuto come Cary Grant, è senza dubbio uno degli attori più cari a me e alla mia famiglia: affascinante, spiritoso, romantico, versatile. Non andavo nemmeno alle elementari quando mi appassionai al film Arsenico e vecchi merletti (che è tutt’ora uno dei miei preferiti) tanto da volerlo vedere ogni pomeriggio. Molte delle commedie da lui interpretate (La casa dei nostri sogni, Susanna, Operazione sottoveste) a casa mia venivano citate di continuo, ma ho sempre amato molto anche la fase hitchcockiana (in cui includo anche Sciarada). Come tutte le mie passioni, anche questa l’ho sempre tenuta tutt’altro che nascosta, tanto che per un compleanno mio marito (che all’epoca non era ancora tale) mi fece un regalo splendido: un piatto decorativo con il bel volto sornione di Cary Grant. Quel piatto è rimasto per alcuni anni nella casa in montagna, ma quando poi ci siamo sposati è venuto con me nella mia nuova casa, e tutt’oggi ha il suo posto di spicco nel salotto.

Ed ecco dunque che, dopo aver perso i suddetti cinque anni di vita e aver trovato effettivamente il coraggio di voltarmi, tirai un grosso sospiro di sollievo e risposi a mio figlio: “Quello è Cary Grant, è un attore molto bravo e molto simpatico. La tua bisnonna diceva sempre che assomigliava tanto al nonno quando era giovane… se vuoi ci possiamo guardare i suoi film insieme…”. “No grazie, meglio Masha e Orso“.

B – Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti

Con uno dei suoi concorsi, il mensile di cinema Ciak mise in palio una lezione di comicità tenuta da Claudio Bisio e altri autori televisivi. Per vincere bisognava inviare una presentazione di se stessi in chiave comica. Io, da sempre grandissima fan della trasmissione Zelig e di Claudio Bisio fin da quando partecipava alle trasmissioni della Gialappa’s Band non potevo non tentare. Inaspettatamente ricevetti la comunicazione che avevo effettivamente vinto e che sarebbero arrivati i dettagli su luoghi e orari della lezione. Ero al settimo cielo. Poi però mi comunicarono che quell’evento era stato cancellato, ma che in sostituzione avrei potuto partecipare ad un altro corso. Per esempio, mi andava di prendere parte ad un corso di cinema tenuto, tra gli altri, da Paolo Mereghetti, il critico cinematografico di cui leggevo ogni mese la rubrica su Ciak e il cui Dizionario del cinema troneggiava in tre diverse edizioni nel mio salotto? Mi andava? Caspita, ero già là! O meglio, sarei stata pronta a partire… perchè il corso si sarebbe tenuto a Milano… ma c’erano due problemi. Numero uno: all’epoca lavoravo come segretaria in uno studio medico. Provvidenzialmente, però, vidi che gli orari si potevano incastare: potevo prendere il treno subito dopo aver finito di lavorare il martedì, seguire la lezione, dormire in un hotel a Milano, riprendere il treno di primo mattino in tempo per essere a lavoro mercoledì pomeriggio. Si può fare! C’era però un altro problema. La partecipazione al corso, per me, era gratuita, ma il treno e l’hotel non lo erano. In poche parole, non me lo potevo permettere. Per mia grande fortuna, quando spiegai la cosa ai miei meravigliosi genitori, si offrirono su due piedi di finanziarmi, e così potei accettare. Ero emozionatissima da tutto: non ero mai stata a Milano, non ero mai stata in hotel da sola, viaggiavo raramente sola, e di certo non avevo mai incontrato un critico cinematografico così autorevole. Ad ogni lezione ci faceva vedere un diverso film e poi lo commentava. Naturalmente dava sempre spazio a interventi e commenti, ma all’inizio non avevo il coraggio di parlargli, per timore di dire una stupidaggine. Poi, una sera, ci fece vedere un film intitolato Lo zio Boonmee che si ricorda le viteprecedenti, del regista thailandese Apichatpong Weerasethakul. Il film non era proprio un capolavoro, ma mi ispirò diverse riflessioni, e questa volta ero decisa a condividerle con Mereghetti, con il rischio di farmi ridere in faccia. Dunque, quando al termine della proiezione chiese se qualcuno aveva commenti, alzai la mano e mi lanciai in una dissertazione sulla differenza nella percezione dell’inconscio nel mondo orientale e in quello occidentale, tirando in ballo perfino Hitchcock e Kurosawa a sostegno della mia tesi. Lui ascoltò pazientemente e alla fine mi diede ragione, disse che avevo fatto delle buone osservazioni e tirato in ballo argomenti interessanti. Non potei sentire il resto della lezione, assordata dallo stesso battito del mio cuore, che non si fermava più. Al termine dell’incontro una signora mi chiese se fossi una giornalista o comunque una professionista del settore. “Sono solo una segretaria…” risposi, ma dentro di me gongolavo. Sono sicura che anche incontrare Claudio Bisio sarebbe stato bellissimo, ma quella del corso di cinema a Milano è stata per me un’esperienza davvero unica.

A – Ben Affleck, la Nutella e Mario


Il 2006 fu l’anno della Mostra del Cinema di Venezia più povero di ospiti di sempre: infatti il personaggio in assoluto più atteso era Ben Affleck. Quando Ben fece il suo arrivo c’eravamo tutti, ma pochissimi di noi riuscirono effettivamente a vederlo. Ricordo di aver intravisto arrivare la lancia tra una fitta siepe di teste e niente altro. Però accanto a me c’era una bambina meravigliosa, che aveva accompagnato la mamma e nell’attesa del divo faceva merenda con un panino alla Nutella. Ad un certo punto mi guardò con due occhioni enormi e disse: “Quando arriva, se Ben Affleck vuole un pezzo del mio panino, io glielo do”. Una delle cose più tenere che io abbia mai sentito, e sono certa che anche Ben Affleck si sarebbe commosso. Quella del Lido in ogni caso fu un’esperienza ricchissima per me, resa possibile da mio cugino, che lavorando come autista per gli organizzatori della mostra non solo era riuscito a procurarmi l’ambitissimo abbonamento per tutte le seconde serate, ma mi aveva anche presentato alcuni suoi amici che lavoravano invece come maschere e che mi permettevano di intrufolarmi anche alle proiezioni di terza serata. Come in tutti gli eventi del genere, che mostrano film diversissimi tra loro, mi capitò di vedere moltissime cose belle, alcune brutte, altre che decisamente non capii. Ma il bello della proiezione in sala è che, se non si è troppo timidi, è possibile condividere con i vicini le proprie sensazioni estemporanee sul film appena terminato. Ricordo che, al termine della proiezione di un film orientale davvero criptico, pieno di salti temporali e di sequenze oniriche, instaurai un ricco dibattito con le persone sedute vicino a me (in inglese, perchè nessuno di loro era italiano) che fu decisamente più divertente del film stesso. Alla fine non venimmo a capo del mistero di quella pellicola, ma guadagnai la conoscenza di una gentilissima e simpaticissima coppia svizzera con cui ebbi modo di chiacchierare anche nelle sere successive. La penultima sera mi annunciarono che sarebbero partiti la mattina dopo per tornare in Svizzera. Ci salutammo con calore, mi lasciarono perfino il loro indirizzo in caso desiderassi scrivere o andarli a trovare. Inoltre mi regalarono i loro due biglietti per l’ultimo spettacolo, cui non avrebbero potuto assistere. In quei dieci giorni io ero ospite dei miei zii, che abitavano proprio al Lido, a pochi metri dal luogo in cui si svolgeva la Mostra. Per lasciarmi un letto vero in cui dormire, mia zia si era adattata a dormire sul divano. Inoltre mi viziava in tutti i modi possibili e mi preparava ogni tipo di manicaretti. Ora avevo l’occasione di dimostrare tutta la mia gratitudine, ed offrii ai miei zii di accompagnarmi all’ultima proiezione. Mio zio declinò decisamente, ma con varie insistenze riuscii a convincere almeno mia zia. In realtà si trattava di un film russo davvero poco appetibile, ma ci tenevo molto a condividere con lei quell’atmosfera magica. Poiché il film in effetti non era un granchè mi giravo spesso verso mia zia nel timore di vederla annoiata o contrariata, ma con sollievo, verso la metà del film, vidi che si era serenamente addormentata. Decisamente meno noiosa fu invece l’esperienza che ebbi con una proiezione di terza serata, un film horror spagnolo dal titolo Para Entrar a Vivir, che raccontava di una giovane coppia che affittava un appartamento in un complesso gestito da una signora apparentemente gentile, ma che in realtà riduceva i suoi inquilini in schiavitù con corde e catene nell’illusione di trovarsi così circondata da amici affettuosi che non l’avrebbero mai abbandonata. Ovviamente la coppia non si sottometteva passivamente a questo destino, e i due si scontravano violentemente con la diabolica signora per tutta la seconda metà del film. Ad un certo punto il protagonista, Mario, che era stato dato per spacciato dopo una sonora botta in testa, rientrava invece in scena per salvare la moglie e rendere inoffensiva in modo permanente la vecchia. Quando ricomparve sullo schermo, in sala si udirono diversi incitamenti: “Vai Mario!” “Bravo Mario!” che continuarono poi fino alla conclusione vittoriosa, festeggiata dal pubblico con un applauso ben più accorato di quello riservato a Black Book di Paul Verhoeven. A volte sono proprio i film più brutti a regalarci le esperienze più belle… e a Venezia ce n’erano tanti!