Titolo originale: The Taking of Pelham One Two Three
Anno: 1974
Regia: Joseph Sargent
Interpreti: Walter Matthau, Robert Shaw, Martin Balsam, Hector Elizondo, Julius Harris, Jerry Stiller
Dove trovarlo: Prime Video
Un vagone della metropolitana di New York viene dirottato da 4 uomini, che si chiamano tra di loro usando dei nomi in codice: Mr. Brown, Mr. Grey, Mr. Green e Mr. Blue. I malviventi chiedono un riscatto di un milione di dollari entro un’ora, altrimenti inizieranno a uccidere gli ostaggi, i passeggeri della metropolitana.
Un pomeriggio ero ammalata, ed ero andata su Prime Video per cercare un filmetto tranquillo e rilassante, quando mi sono imbattuta in un film con Walter Matthau che, secondo la piattaforma, si intitolava “Colpa della Metropolitana”. Nella mia mente già mi immagino questo romantichello in cui il burbero Matthau trova inaspettatamente l’amore sui trasporti pubblici newyorkesi… Ma si trattava solamente di un refuso, e il film era Il Colpo della Metropolitana: altro che romantichello! Azione, tensione, pericolo… Nonostante fossi febbricitante, il film mi ha tenuto non solo sveglia, ma anche incollata allo schermo per tutto il tempo, divorata dalla curiosità di scoprire se i quattro variopinti gangster l’avrebbero fatta in barba al tenente Garber e se gli ostaggi si sarebbero salvati o meno. La trama è semplice, ma costruita in modo impeccabile e molto avvincente; i personaggi, anche quelli minori, sono incisivi e caratterizzati, anche grazie al superbo cast che non si risparmia per niente.
I quattro criminali hanno non solo ruoli ma anche caratteri molto diversi (menzioni speciali per il capo, Robert Shaw, e per l’ex macchinista della metro Martin Balsam, due grandi attori per due bellissimi personaggi), e le dinamiche tra di loro sono tanto appassionanti quanto quelle tra i vari comparti delle forze pubbliche che devono contrastarli. Walter Matthau, famoso come protagonista di commedie, ruba la scena a tutti anche in un ruolo drammatico. Sottolineo però che uno dei punti di forza del film è anche l’aver trovato il perfetto equilibrio tra suspense e umorismo, inserendo alcune scene e situazioni davvero buffe (come la visita del gruppo di giapponesi o il sindaco di new York costretto a gestire l’emergenza dal suo letto di influenzato) senza però mai spezzare la tensione, che corre lungo tutto il film e che si impenna quando ci si rende conto che i dirottatori non si fanno scrupoli ad uccidere. Non sono affatto stupita del fatto che sia stato fatto un remake di questo film nel 1998, e anche se non ho prove sono sicura che il fatto che Le Iene di Quentin Tarantino usassero anche loro i colori come pseudonimi non sia una coincidenza, sapendo che Tarantino è un cinefilo onnivoro. Un film invecchiato magnificamente, coinvolgente e carico di tensione, che si guarda con enorme gusto e piacere. Consigliato a tutti gli amanti del genere thriller/poliziesco/heist, e anche a molti registi che oggi tentano di realizzare prodotti simili ma falliscono miseramente: questa è scuola di cinema!
Interpreti: Toshiro Mifune, Charles Bronson, Alain Delon, Anthony Dawson, Ursula Andress, Capucine
Dove trovarlo: Prime Video
Far West, 1860. I due fuorilegge Link (Charles Bronson) e Gauche (Alain Delon) rapinano un treno con la loro banda. Nonostante il treno sia carico di soldati americani a protezione dell’ambasciatore giapponese che si trova a bordo il colpo riesce; peccato però che Gauche non abbia alcuna intenziona di dividere il bottino e fugga con il resto della banda, portando via anche la preziosa katana dorata portata dal Giappone come dono per il presidente degli Stati Uniti e lasciando Link per morto. Quando invece Link si riprende e fa per mettersi sulle tracce del compare traditore per recuperare la sua parte del bottino, l’ambasciatore giapponese gli intima di portare con sè il suo fedele samurai Kuroda (Toshiro Mifune) per recuperare la preziosa katana: se la spada non tornerà nelle sue mani, sia lui che Kuroda saranno disonorati e dovranno compiere il sacrificio rituale harakiri. E così, suo malgrado, Link si accinge ad attraversare il deserto in compagnia del samurai in cerca di vendetta.
Come prima cosa voglio ringraziare Lucius Etruscus del blog Il Zinefilo (e tanti altri) per avermi fatto scoprire questa chicca: un samurai nel far west, chi potrebbe resistere?
La strana coppia formata con Charles Bronson mi ha ricordato un altro film, Duello nel Pacifico, girato appena 3 anni prima da John Boorman, in cui Toshiro Mifune è coprotagonista insieme a Lee Marvin; i due, rispettivamente un soldato giapponese e uno americano, si ritrovano bloccati su un’isola deserte del pacifico durante la seconda guerra mondiale, e non parlando la stessa lingua non possono comunicare che a gesti. Teoricamente nemici, ben presto capiscono però di aver bisogno l’uno dell’altro per poter sopravvivere in quell’ambiente ostile, e nasce così, a mano a mano, una collaborazione forzata che si trasforma, se non proprio in amicizia, se non altro in rispetto reciproco.
Con Sole Rosso non si raggiunge di certo il livello del film di Boorman, però la dinamica tra i due protagonisti, di nuovo Toshiro Mifune e Charles Bronson, è molto simile: la diffidenza iniziale si trasforma nello svolgersi della trama in qualcosa di molto diverso. La differenza è che qui il samurai parla un perfetto inglese (almeno così suppongo, visto che purtroppo si Prime Video non è disponibile l’audio originale del film) e i due avventurieri non solo riescono a comunicare senza problemi, ma anche a impartirsi vicendevolmente lezioni di vita e scambiarsi battute di spirito.
Cosa succede quando un uomo con la pistola incontra un uomo con la katana?
Superato il corto circuito iniziale del vedere un samurai nel far west, il film scorre via liscio fino alla fine, tra avventure e risate ben dosate, grazie non solo alla bravura dei due protagonisti ma anche all’ottima colonna sonora di Maurice Jarre e all’abile regia di Terence Young, che i frequentatori di Cinemuffin ricorderanno senza dubbio come il regista di ben tre film di 007 (Licenza di Uccidere, Dalla Russia con Amore e Thunderball). E proprio dal cast di Dr. No, girato da lui 9 anni prima, il regista britannico ha portato con sé Anthony Dawson, che interpreta uno dei farabutti complici del tradimento di Gauche, e la splendida Ursula Andress, che interpreta la prostituta amante di Gauche, Cristina. Alain Delon, con quella meravigliosa faccia da schiaffi, è perfetto nel ruolo dell’infame Gauche. E a proposito di infami, come in ogni film western che abbia spento qualche decina di candeline, qui ci sono gli indiani (in questo caso i Comanche) spietati e guerrafondai. Se tuttavia si accetta questo clichè narrativo, la scena finale dell’assedio è davvero suggestiva. E in quanto ai clichè, anche riguardo al samurai ce ne sono parecchi (come il fagottino di sushi per sfamarsi nel deserto o i sandali per attraversare le sabbie e scalare le montagne), che però nulla tolgono al fascino del personaggio di Kuroda (ricordiamo che Mifune ha interpretato molti dei film storici del maestro del cinema giapponese Akira Kurosawa, come Rashomon, I Sette Samurai e Il Trono di Sangue) e all’efficacia delle dinamiche tra lui e il sardonico cowboy Link, splendida canaglia da cuore d’oro.
In conclusione Sole Rosso è un western classico condito con un pizzico di wasabi che lo rende particolarmente gustoso e che consiglio a tutti, soprattutto a chi ama il genere nella sua veste classica (John Wayne, per capirci). Simpatico, avventuroso, ben fatto: consigliato!
Interpreti: Hugh Bonneville, Elizabeth McGovern, Michelle Dockery, Jim Carter, Imelda Staunton, Penelope Wilton, Maggie Smith
Dove trovarlo: Prime Video
Nel primo film, girato nel 2019 sulla scia del mirabolante successo della serie Downton Abbey, la famiglia Crawley aveva ospitato nientemeno che la famiglia reale britannica. Anche in questo secondo film Downton viene invasa, questa volta da una troupe cinematografica americana. Alcuni membri della famiglia pensano bene di fuggire dalla confusione hollywoodiana rifugiandosi in Francia, nella tenuta appena ereditata da Violet (Maggie Smith) da un misterioso amico del suo passato…
Ho già avuto occasione (anzi, mi sono creata l’occasione, a dirla tutta) di parlare di quella che, tra quelle che ho visto, è senza dubbio la serie tv più bella in assoluto. Regia, sceneggiatura, dialoghi, musiche, costumi, ambientazione, attori, dialoghi: non c’è una cosa che non sia eccellente, e lo si vede già dal meraviglioso piano sequenza che apre il pilot della prima stagione. Ricostruzione storica meticolosa, personaggi completi di cui possiamo conoscere ogni sfaccettatura, col passare delle stagioni, senza mai stancarci di loro. In questa serie non servono colpi di scena o eventi sensazionali, perchè è il realismo stesso dei personaggi a farci desiderare di conoscerli e seguirli in tutto ciò che accade loro, proprio come fossero amici che con noi condividono speranze, delusioni, angosce, sogni, ma anche momenti di gioia e spensieratezza.
L’ultimo film, che chiude la saga di Downton Abbey, è in linea con la magia creata dalle sei stagioni della serie unitamente agli speciali e al film precedente. Con grande piacere ritroviamo tutti i personaggi che ci hanno donato tante emozioni negli anni, e con grande tristezza (mista però a soddisfazione) diciamo loro addio.
La parte del film ambientata in Francia offre una serie di simpaticissimi scambi tra i britannici e i francesi, ma la parte più interessante è quella che riguarda la troupe giunta da Hollywood per girare un film a Downton. Lady Mary (la sempre splendida Michelle Dockery) viene incaricata di gestire la casa e limitare i danni degli invasori statunitensi, ma naturalmente non mancheranno i rovesciamenti di preconcetti, le amicizie inattese e i sodalizi imprevisti. La situazione ricorda molto da vicino quella del celebre musical Cantando sotto la Pioggia: negli anni ‘30 il cinema viene scosso dal passaggio dal muto al sonoro, e non tutti gli artisti sono in grado di adeguarsi al cambiamento. Toccherà ancora una volta a Lady Mary salvare la situazione!
Inutile fornire altri dettagli sulla trama o spezzoni di dialoghi (anche se ormai da anni ogni singola battuta pronunciata da Lady Violet diventa istantaneamente un meme), il film va assaporato in ogni dettaglio, come la serie, con la stessa serenità e la stessa soddisfazione con cui si gusta una buona tazza di tè caldo. Magari accompagnata da un delizioso muffin.
Interpreti: Kate Winslet, Matthias Schoenaerts, Alan Rickman, Stanley Tucci
Dove trovarlo: Prime Video
Luigi XIV (Alan Rickman), re di Francia, affida la realizzazione dei giardini della reggia di Versailles al celebre e talentuoso Andrè la Notre (Matthias Schoenaerts), il quale a sua volta valuta diversi architetti per realizzare la grandiosa opera. Tra questi, Andrè viene colpito dalla bella Sabine De Barra (Kate Winslet), talentuosa ma con la convinzione, contraria alla sua, che per realizzare un’opera d’arte non bastino ordine e simmetria ma serva anche “un po’ di caos”…
Ero molto curiosa di vedere questo film per scoprire l’Alan Rickman regista, visto che ho da tempo una grandissima ammirazione per l’attore inglese, purtroppo scomparso nel 2016, divenuto celebre per aver interpretato il Professor Piton (in originale Snape) nella saga di Harry Potter.
Oltre al ruolo che lo ha reso celebre, ho apprezzato tantissimo Rickman anche in un ruolo comico (Galaxy Quest), in uno allo stesso tempo comico e drammatico (Love Actually) e, anche in veste di cantante, nel musical diretto da Tim Burton Sweeney Todd.
Purtroppo, non posso proprio dire che questo film da lui diretto, Le Regole del Caos (in originale A Little Chaos, “un po’ di caos”), sia stato all’altezza delle mie aspettative. Dal punto di vista tecnico e visivo, il film è davvero molto gradevole e ben fatto, con alcune inquadrature particolarmente suggestive, ottime scenografie e costumi, una colonna sonora adatta e non invadente. Rimane solamente la stranezza nel sentire, guardando il film in lingua originale, il re di Francia e tutta la corte di Versailles parlare in un perfetto inglese britannico, ma a questo ci si abitua in fretta. Tutto il resto del film è una sequenza prevedibile di clichè del cinema romantico (la donna che non sa se potrà amare di nuovo, l’uomo che inizialmente disprezza la donna ma poi se ne innamora, il sovrano che finge di non essere tale per vivere esperienze autentiche…), per la visione, dopo i primi cinque minuti, non riserva più alcuna sorpresa nè alcun guizzo, neppure nei dialoghi. In questo caso il linguaggio del giardinaggio viene usato come metafora per parlare della vita e del suo significato, ma se fosse stata la pasticceria o la falegnameria nulla sarebbe stato diverso. Rickman è tutto sommato credibile, nonostante il suo accento, nel ruolo di Luigi XIV, mentre Stanley Tucci, che interpreta il fratello del re, non è che una macchietta insignificante. I due protagonisti, Kate Winslet e Matthias Schoenaerts, nonostante costumi e parrucche perfetti non riescono a trasmettere emozioni autentiche (soprattutto Schoenaerts, che ha sempre la stessa espressione per tutto il film). Il giardinaggio, come già detto, non è che un mero pretesto per raccontare una storia d’amore in un contesto storico affascinante ma di nessun impatto.
Non posso dire di aver visto un brutto film, ma mi aspettavo qualcosa di meno scontato e con qualche barlume di quell’umorismo britannico che tanto amo al posto della solita, mille volte vista, storia d’amore dall’inizio contrastato.
Interpreti: John Cleese, Jamie Lee Curtis, Kevin Kline, Michael Palin, Tom Georgeson
Dove trovarlo: Prime Video
Londra. George (Tom Georgeson), il suo amico fidato Ken (Michael Palin), la sua ragazza Wanda (Jamie Lee Curtis) e il fratello di lei Otto (Kevin Kline) hanno pianificato in tutti i dettagli un colpo in banca che li renderà ricchi. Peccato però che Wanda e Otto in realtà non siano fratelli ma amanti, e che abbiano programmato di far arrestare George per fuggire col malloppo. Ma George, a loro insaputa, dopo il colpo ha cambiato nascondiglio alla refurtiva. Dal carcere, George incarica il mite Ken di ammazzare la vecchietta che lo potrebbe identificare al processo; a Wanda invece non resta che cercare di ingraziarsi l’avvocato di George, Archie Leach (John Cleese), per farsi dire dove si trovino i diamanti rubati. Ma la gelosia di Otto e dei sentimenti imprevisti cambieranno nuovamente i suoi piani…
A volte è davvero confortante, nel marasma di titoli sfornati a getto continuo dalle varie piattaforme streaming, potersi rifugiare invece in un titolo conosciuto, sicura di trovare tutto quello che una buona commedia dovrebbe sempre offrire: sceneggiatura salda, dialoghi vispi, interpreti magistrali e tante, tantissime risate. Non per niente alla sua uscita, nel 1988, Un Pesce di Nome Wanda ha ricevuto ben 3 candidature agli Oscar. L’unica statuetta vinta l’ha guadagnata e strameritata Kevin Kline come Miglior Attore Non Protagonista nel ruolo di Otto, lo stupido (ma non chiamatelo “stupido” per carità!), irruento e irascibile americano amante di Wanda, lettore di Nietzsche dal grilletto facile che si annusa l’ascella per darsi la carica: uno dei personaggi meglio riusciti e più spassosi che io abbia mai visto in un film, e certamente la migliore interpretazione di Kevin Kline dopo il professor Howard Brackett di In & Out. Altro mattatore del film è John Cleese, salito alla ribalta con il gruppo dei Monty Python e conosciuto al grande pubblico soprattutto per il ruolo del fantasma Nick Quasi-Senza-Testa nella saga di Harry Potter. Oltre a offrire una performance eccellente, allo stesso tempo spassosa e tenera, nel ruolo dell’avvocato Archibald Leach (che tra l’altro è il vero nome di Cary Grant), del film è anche sceneggiatore. Nel cast troviamo poi un altro Monty Python, Michael Palin, irresistibile nel ruolo dell’animalista balbuziente Ken: le scene in cui tenta maldestramente di uccidere la vecchietta mi fanno sempre ridere scompostamente, ad ogni visione. Ho lasciato il meglio per ultimo, perchè sicuramente chi ci resta più impresso anche dopo una sola visione è Jamie Lee Curtis, mai così bella e così sexy, oltre che brava e simpatica. Anche se apprezzo molto il lavoro fatto dal doppiaggio italiano per questo film, Prime Video permette di vedere la versione originale del film e di gustarsi appieno le voci degli interpreti e lo splendido contrasto tra gli attori inglesi e quelli americani. Inoltre mi ha permesso di scoprire che la lingua che Otto parla per far eccitare Wanda, che nella versione italiana è lo spagnolo, è il realtà la nostra lingua italiana: ho riso fino alle lacrime nel sentire Kevin Kline declamare menù e frasari turistici nei momenti salienti dell’intimità con Jamie Lee Curtis. Questa, per me, è una scena da antologia della commedia cinematografica. Rivedendo questo film oggi mi sono resa conto che di certo non è in linea con i canoni di correttezza politica che si sono instaurati negli ultimi anni. Ma io sono cresciuta con Mel Brooks, Zucker-Abrahms-Zucker (La saga di Una Pallottola Spuntata in particolare) e, più tardi, con i Monty Python, e ammetto che ancora oggi la balbuzie esasperante di Ken, le morti accidentali di cagnetti e le scaramucce linguistico-culturali tra Inglesi e Americani mi fanno sbudellare dalle risate. Consiglio vivamente la visione di questo film a tutti, anche a chi lo ha già visto, come me, innumerevoli volte, e soprattutto a chi sia curioso di scoprire la versione originale con l’italiano “piccante”. Segnalo anche, proprio nel finale, una chicca: un cameo di Stephen Fry, in una comparsata che più “british” non si può!
Interpreti: Margot Robbie, Ryan Gosling, Will Ferrell, Michael Cera, America Ferrera, Helen Mirren (narratrice)
Quando ero piccola io giocavo con le Barbie: avevo la casa dei sogni di Barbie, la palestra, la carrozza con il cavallo, il camper, il negozio di vestiti, il negozio di fiori e non so quante bambole, accessori e vestiti. Ma non solo: avevo anche due videogiochi di Barbie, Crea la Moda e Crea Storie (inutile dire che il mio preferito era il secondo). Inoltre avevo un gioco da tavolo che conservo con cura, perché oggi sembra inconcepibile: in questo gioco ciascun giocatore ha una pedina Barbie e deve procurarsi il più in fretta possibile trucchi, profumo e abito da sera: Ken uscirà solo con la Barbie più svelta a prepararsi!
Quindi, certo che ero curiosa di vedere il film di Barbie! Ho aspettato però di poterlo vedere in lingua originale in un cinema di seconda visione, e per l’occasione ho acquistato caramelle con il logo Barbie che dentro la confezione avevano un tatuaggio di Barbie.
Le aspettative? Confuse. Mi sarei aspettata un lungo spot pubblicitario divertente con messaggio edificante incorporato, in stile Lego Movie (riuscitissimo secondo me, e anche questo con Will Ferrell nel cast tra l’altro), ma dalle voci che giravano in rete (e ovunque) sapevo che non sarebbe stato così; tuttavia non mi era per niente chiaro quale tipo di film mi sarei trovata davanti. Di sicuro trasportare la bambola più famosa del mondo su schermo non è facile, anche se in passato l’operazione era riuscita molto bene con Toy Story 3.
Riassumo brevemente la trama: a Barbieland, il mondo abitato solamente dalle Barbie e dai Ken, ogni giorno è perfetto e uguale a tutti gli altri giorni. Finché un giorno Barbie “stereotipo” (Margot Robbie) non inizia ad avere pensieri negativi, preoccupazioni inspiegabili e stati d’animo non felici. Preoccupata, Barbie si rivolge alla saggia Barbie “stramba”, che le suggerisce di fare un viaggio nel mondo umano per trovare la bambina che sta giocando con lei e che sicuramente è responsabile di tutti i suoi problemi. Seguita dall’innamoratissimo e stolidissimo Ken (Ryan Gosling), Barbie si reca nel mondo reale, sicura di essere accolta come un’eroina da tutte le bambine e donne amanti di Barbie; ma le cose andranno molto diversamente…
Quindi, che film è Barbie, il fenomeno d’incassi di quest’anno? Secondo me, è un film che non è nemmeno stato scritto: la sceneggiatura infatti non è che un canovaccio, una serie di suggestioni, messaggi da trasmettere, spot pubblicitari, citazioni e buone (ma fino a che punto?) intenzioni che non sono state elaborate e strutturate in un vero script.
All’inizio del film, in realtà, sembra tutto coerente con il mondo da sogno di Barbieland, dove tutto è rosa, scintillante, armonioso e perfetto. Quando incontriamo per la prima l’outsider “weird” Barbie (Kate McKinnon), emarginata per via del suo aspetto bizzarro dovuto ai maltrattamenti della sua padroncina (che le ha tagliato i capelli e colorato la faccia), ci aspetteremmo una sorta di Grinch, un personaggio che cova dentro di sé rabbia e rancore. Invece Barbie stramba è amichevole, sorridente e, senza alcun motivo, saggia e informata su tutto. Questo per me è stato il primo squillante campanello d’allarme. La conferma viene poi dal personaggio di Alan (Michael Cera), una bambola maschio ma non un Ken: oltre a sfilare, come tutte le altre Barbie create in passato (compresa la Barbie incinta, che orrore!), nella teoria dei prodotti Mattel, che funziona ha? Cosa vuole? Cosa lo motiva? Non si sa. Che peccato che questo personaggio non sia stato sfruttato bene. Volendo però spezzare una lancia a favore del film, non si può che elogiare Margot Robbie: lei è splendida, dolce, ed elegante, proprio come la Barbie. Non è colpa sua se le hanno dato un personaggio che, anche quando inizia a prendere coscienza di sé, rimane scialbo e confuso. Ma vogliamo parlare di Ken? E del fatto che, volendo dare un titolo alternativo a questo film, “la tartaruga di Ryan Gosling” sarebbe il più appropriato? In verità Gosling è perfetto nella parte di Ken: tonto, inconsapevole, impacciato, privo di carattere e di spessore. Cosa fa questo personaggio? Che evoluzione ha? Difficile a dirsi, i dimenticabili balletti e gli addominali sempre in primo piano confondono un po’ tutto.
Le cose però prendono davvero una piega inspiegabile quando Barbie e Ken arrivano nel mondo vero: il nostro mondo risulta essere ben più assurdo e forzato di Barbieland. Le bambine siedono in un angolo ansiose di stroncare Barbie e tutto ciò che lei rappresenta, perchè la loro infelicità dipende solo ed esclusivamente da quella bambola e loro non pensano ad altro (o meglio, una di loro tenta timidamente di dire che invece a lei Barbie piace, ma viene subito zittita dalle altre, perchè solidarietà significa non dover mai dire “a me piace”). Tutti gli uomini si fermano volentieri nei corridoi a parlare con degli sconosciuti di quanto sia bello il sistema patriarcale. I dirigenti della Mattel sono dei totali beoti, protagonisti di scene del tutto insensate, capitanati da un Will Ferrell senza scopo né carattere: non si può dire che i dirigenti Mattel vogliono solo i soldi, ma nemmeno dire che vogliono il bene dei bambini, perché sono uomini e perciò cattivi: ed ecco dunque l’irritante teatrino dei dirigenti dementi.
Poi però, quando tutto sembra perduto, arriva la salvatrice, che infatti si chiama Gloria: America Ferrera, famosa per aver interpretato il ruolo di Ugly Betty. Il suo personaggio ci fornisce quello che è subito diventato un monologo virale sulla condizione della donna nel mondo occidentale moderno.
Non posso dire di non averlo apprezzato, per carità, però poteva essere inserito in qualunque altro film e avrebbe fatto comunque la sua bella figura. Qui, ed ecco cosa proprio non mi è andato giù, questo monologo viene usato come una formula magica per liberare tutte le Barbie che sono state assoggettate al patriarcato: come se bastasse dire le cose per farle accadere, come se bastasse un “Salacadula”, o un discorso, o un film, per rendere immediatamente ogni cosa perfetta. Perfetta come una Barbie. Non sto parlando di una conquista di consapevolezza che avviene anche attraverso il dialogo (quelle Barbie prima erano avvocati, dottori, presidenti…), ma di un banale meccanismo per cui è sufficiente dire una cosa giusta perché un problema si risolva.
A proposito di parole, sono rimasta molto confusa dal ruolo della narratrice, affidato alla bravissima Helen Mirren: dopo aver introdotto Barbieland la voce fuori campo scompare del tutto, salvo rifarsi viva per una rottura non necessaria della quarta parete. Eppure, in alcuni dei molti passaggi forzati e confusi della trama, forse una voce narrante sarebbe stata utile…
E gli uomini? I Ken? Beh, in questo film tutti gli uomini, con o senza addominali di plastica, sono beoti (perfino il marito di Gloria), ingenui, fresconi, inconcludenti, pronti ad azzuffarsi e perfino a comportarsi in modo spregevole, anche se non sanno bene il perchè. Ad un certo punto ho anche visto spuntare in una scena John Cena, ma giuro che pensavo fosse un’allucinazione. Non esiste nemmeno un uomo buono, onesto, gentile, serio? Per Greta Gerwig no.
La perfezione, a Barbieland, si può ottenere solamente con una società completamente governata e gestita dalle donne, mentre gli uomini se ne stanno in spiaggia a prendere il sole e mostrare gli addominali: sbaglierò, ma a me sembra una semplice inversione dei ruoli rispetto a una società patriarcale, non una società equa e giusta.
Altri difetti? Non vorrei infierire, in realtà, ma come non parlare della orrenda scena iniziale che cita senza alcun motivo 2001: Odissea nello Spazio? Il significato di quella scena, per me, è tanto misterioso quanto il monolito nero di Kubrick. E lo stesso dicasi per le altre citazioni sparse nel film, che ho trovato pleonastiche. Le canzoni? Io amo moltissimo i musical, ma non me ne ricordo nemmeno una. I balletti? Solo minutaggio.
In conclusione, non voglio dire che il film non vada visto, anzi, se non altro come fenomeno culturale passeggero ha di certo la sua importanza. Lo rivedrei? A dire il vero no, se posso evitarlo. Cosa mi ha lasciato? Quella fastidiosa sensazione cui accennavo all’inizio, che questo film non sia realmente stato scritto, ma sia un semplice brainstorming preliminare realizzato senza capo né coda ma con un mucchio di soldi. Il messaggio? Essere donna, pur con tutti i problemi che comporta, è molto più desiderabile che non l’essere perfette. E in ogni caso, essere uomo è una vera sfortuna perchè sei automaticamente anche un beota.
Cosa mi resta? Solo qualche caramella, il tatuaggio l’ho regalato a un’amica…
Interpreti: Taylor Zakhar Perez, Nicholas Galitzine, Uma Thurman, Stephen Fry
Dove trovarlo: Prime Video
Alex (Taylor Zakhar Perez), il figlio della presidente degli Stati Uniti (Uma Thurman) e Henry (Nicholas Galitzine), fratello minore del futuro Re d’Inghilterra, non si sopportano: Alex trova il Principino troppo snob e perfettino, mentre Henry non ama l’eccessiva scioltezza e spontaneità di Alex. Dopo che un loro battibecco al matrimonio reale causa uno scandalo che mette addirittura a rischio i rapporti e gli accordi economici tra Stati Uniti e Inghilterra, i due ragazzi sono costretti, davanti alle telecamere, a fingersi grandi amici. Ma ben presto la funzione si trasforma in realtà, e anche in qualcosa di più…
Sinceramente: ho scelto di vedere questo film solamente perchè c’era Stephen Fry nel cast. Beh, si tratta di una vera e propria truffa, visto che il mio beniamino compare sì nei regali panni del Re d’Inghilterra, ma per appena una manciata di minuti alla fine del film. Fino a quel momento, Rosso, Bianco e Sangue Blu (il titolo, anche in originale, richiama i colori che accomunano la bandiera inglese e quella USA) non è altro che una commedia adolescenziale, come se ne sono viste a milioni (il nome di Greg Berlanti tra i produttori doveva accendermi una lampadina in effetti…), solo che questa volta gli innamorati scandalosi sono due principi azzurri. Seguendo la tendenza del momento, cioè quella di deformare la realtà per renderla più giusta e inclusiva (penso a Hamilton, Bridgerton, Hollywood…), il film è ambientato in un prossimo futuro in cui una donna (Uma Thurman, il cui talento nulla può contro l’ingenuità della sceneggiatura) sposata con un messicano può far carriera politica in Texas, e in cui il popolo inglese è ben felice di scendere in piazza per sostenere il coming out di un membro della famiglia reale. Tuttavia, se tutto quello che si desidera è una favola romantichella con lieto fine – e nulla più – allora Rosso, Bianco e Sangue Blu non tradisce le aspettative.
Battuta migliore del film: “Boy, if anyone sees you leaving this hotel room I’m gonna brexit your head from your body!”
Voto: 2 Muffin (ma lasciate un po’ di posto per la torta!)
Gli spettatori travolti dalla melassa durante la visione del film
2018, Afghanistan: il Sergente John Kinley (Jake Gyllenhaal) è a capo di una piccola squadra addetta alla ricerca di armi ed esplosivi collegati ai Talebani; sono operazioni delicate, rischiose e non debitamente supportate. Quando l’interpreto del team rimane ucciso viene scelto, per sostituirlo, un uomo del posto, Ahmed (Dar Salim), che si rivela da subito ottimo conoscitore del territorio e delle sue dinamiche ma anche incline alla disobbedienza, motivo per cui entra spesso in conflitto con il Sergente Kinley. Durante un raid in una fabbrica di esplosivi dei Talebani, vengono uccisi tutti gli altri membri della squadra, Kinley e Ahmed devono necessariamente collaborare per salvarsi la vita; quando il Sergente rimane gravemente ferito, Ahmed si incarica di portarlo in salvo, anche se questo comporta una lunga traversata del deserto con il ferito da trasportare e i Talebani alle calcagna.
Molti grandi registi, nella storia del cinema, sebbene resi celebri da un genere cinematografico particolare, hanno spesso dimostrato di poter realizzare dei capolavori anche al di fuori di essi: penso al maestro del brivido Alfred Hitchcock che gira la commedia nera esilarante La Congiura degli Innocenti (The Trouble with Harry è il ben più azzeccato titolo originale), o al genio della commedia Billy Wilder che crea un capolavoro drammatico come L’Asso nella Manica (Ace in the Hole).
Poiché io amo moltissimo il regista Guy Ritchie per le sue famose commedie d’azione, adrenaliniche e spassose (Lock and Stock e The Man from U.N.C.L.E. i miei preferiti, ma non disdegno affatto la sua versione di Sherlock Holmes), mi sono approcciata con grandi aspettative al suo ultimo lavoro The Covenant, sapendo che si trattava di un film di guerra, molto lontano dalla sua comfort zone. E non sono assolutamente rimasta delusa, anzi, mi sono trovata a vedere un film stupendo, coinvolgente, ben fatto sotto ogni punto di vista, in cui sono presenti moltissimi stilemi tecnici tipici di Ritchie ma declinati con perizia nella sobrietà che il genere richiede.
Fin dalla scena di apertura, accompagnata da una delle mie canzoni preferite, A Horse with No Name, emergono tutte le grandi abilità tecniche del regista, che ci offre per tutto il tempo inquadratura bellissime (pregevolissima la fotografia di Ed Wild, collaboratore abituale del regista) e ci immerge fin da subito in un ambiente ben diverso dal deserto afgano cui il cinema di guerra ci ha abituati (richiamato anche dalla canzone degli America): un paesaggio variegato, pieno di colori e di sfumature incantevoli, che però nascondono terribili insidie e pericoli, come appare chiaro fin da subito.
Al momento della presentazione dei personaggi principali Ritchie utilizza, come suo solito, le didascalie con i loro nomi e soprannomi, come verrà fatto altre volte nel corso del film per spiegare allo spettatore cosa indichino alcuni acronimi o termini del gergo militare: questo espediente permette di alleggerire i dialoghi (Guy Ritchie è anche sceneggiatore del film) e di velocizzare la partenza della storia.
Con i consolidati virtuosismi dell’inquadratura, Ritchie riesce a mostrarci allo stesso tempo le due parti del controcampo con il volto del Sergente Kinley riflesso nello specchietto retrovisore: qui inizia la grande prova d’attore di Jake Gyllenhaal, che in questo film offre una recitazione dimessa, sincera e convincente in un ruolo fondamentale e molto complesso.
Era davvero molto tempo che non seguivo un film con tanto coinvolgimento e tanto interesse, e questo grazie all’enorme bravura degli interpreti (Jake Gyllenhaal su tutti ma anche l’ottimo Dar Salim, nel ruolo altrettanto complesso dell’interprete afgano, di cui i soldati USA diffidano e che i talebani hanno marchiato come traditore della patria). Il film procede equilibrato, senza strappi né esagerazioni patetiche: il coinvolgimento è dato dalla costruzione di personaggi profondi, completi e realistici, le cui azioni, emozioni e reazioni ci catturano fin da subito e per la cui sorte ci si appassiona e a tratti ci si commuove, senza che vengano mai usati gli stratagemmi tipici dei film mainstream americani (musica struggente, lacrime, dialoghi stucchevoli…).
Il grande merito di Guy Ritchie secondo me consiste nell’aver raccontato una storia (ben più interessante e sorprendente di quanto qualunque sinossi possa far intendere) che è allo stesso tempo universale e geograficamente e storicamente collocata: questa vicenda ai limiti dell’incredibile poteva benissimo accadere nella Chicago dei gangster, su un pianeta controllato dagli alieni o nel Far West: al centro, come di dice il titolo, c’è “il patto”, “l’accordo”, quel legame non ratificato e impossibile da spiegare che spinge un essere umano e sacrificarsi, contro ogni logica, per salvarne un altro. E se il “patto” più evidente è quello che lega i due protagonisti, nel film ci sono molti altri personaggi che mostrano, a volte in modo inaspettato, di possedere in loro una parte di quello stesso spirito disinteressato di sacrificio: molti soldati, alcuni incontri casuali, ma soprattutto le mogli dei protagonisti, meno presenti in scena ma non per questo meno determinanti e determinate.
La scelta di questo titolo quindi mi porta a pensare che The Covenant, oltre che l’affascinante e crudo racconto di un’amara realtà sconosciuta ai più, sia anche un sincero elogio della natura umana nella sua declinazione migliore.
Consiglio questo film a tutti coloro che amano Guy Ritchie, ma anche a tutti coloro che non lo amano, perché in The Covenant si trova tutto il meglio del regista spoglio di quel compiacimento un po’ ripetitivo che caratterizza i suoi ultimi film (come ad esempio The Gentlemen).
Interpreti: Steve Martin, Martin Short, Selena Gomez, Nathan Lane, Tina Fey, Jane Lynch, Cara Delevingne
Dove trovarlo: Disney Plus
L’Arconia è un grande palazzo storico di New York, composto di moltissimi appartamenti i cui inquilini, per lo più, vivono esistenze del tutto separate, limitandosi a saluti più o meno cordiali nell’ascensore e nell’androne. Così è per Charles (Steve Martin), protagonista di una vecchia serie tv poliziesca, Oliver (Martin Short) produttore teatrale ora in bancarotta, e Mabel (Selena Gomez), artista dal passato misterioso. Quando però Tim Kono, uno dei residenti dell’Arconia, viene trovato morto nel suo appartamento, Charles Oliver e Mabel decidono di unirsi in una doppia missione: trovare l’assassino di Tim Kono e realizzare, sulla base delle loro indagini, un podcast di successo…
Questa è la trama della prima stagione; nella seconda il nostro trio di investigatori/podcasters improvvisati si trova invece invischiato in un altro omicidio avvenuto nell’Arconia, di cui viene accusata Mabel, e a gestire da un lato i fan esaltati del loro Only Murders in the Building e dall’altra una conduttrice esperta e agguerrita che fa loro concorrenza con un’altro real crime podcast, Cinda Canning (Tina Fey).
I gialli da risolvere sono coinvolgenti e piacevoli da seguire, ma il vero punto forte di Only Murders in the Building sono i siparietti, i dialoghi e le gag irresistibili portati avanti dai tre protagonisti, che sono anche produttori esecutivi della serie (in particolare dai veterani Steve Martin e Martin Short, mentre Selena Gomez, anche se non brilla per verve ed espressività nella prima stagione, migliora sensibilmente nella seconda). Oltre alle loro esilaranti interazioni e ai gustosissimi riferimenti a successi del cinema e del teatro (“…come quella volta che abbiamo messo in scena The Elephant Man con un vero elefante!”), la serie è impreziosita dalla partecipazione di grandi star del cinema, della tv e della musica (Nathan Lane, Jane Lynch, Sting, Amy Schumer, Shirley MacLaine, per citarne alcuni). Anche se Disney Plus lo consente, consiglio di non saltare la visione della sigla, molto ben fatta, che spesso si modifica in base agli eventi narrati nell’episodio. Consiglio vivamente la visione della serie, possibilmente in lingua originale per godersi appieno le interpretazioni, le battute e le molte citazioni, a tutti gli amanti del giallo ma soprattutto di Broadway e del musical (la lezione di Martin Short su come utilizzare la canzone di Chorus Line per alleviare i dolori da colichette dei neonati è imperdibile). Nel finale della seconda stagione viene introdotto (insieme a una nuova star che non rivelo) il mistero che sarà al centro della terza, già annunciata, stagione, per la gioia di chi come me non era ancora pronto a rinunciare al divertimento, al mistero e al relax offerto da Only Murders in the Building.
interpreti: Karl Urban, James Marsden, Eric Stonestreet, Wentworth Miller, Matthias Schoenaerts, Rhona Mitra
Dove trovarlo: Amazon Prime Video
Cinque amici, tutti sposati e apparentemente arrivati nella vita, decidono di acquistare insieme e in segreto un elegante appartamento (il “Loft” del titolo) da tenere sempre a disposizione per le loro scappatelle. Un giorno però trovano una ragazza morta nell’appartamento: poiché nessuno, oltre loro cinque, possiede le chiavi, i buoni amici iniziano a sospettare l’uno dell’altro…
Remake del film del 2008 Loft, sempre diretto da Erik Van Looy e sceneggiato da Bart de Pauw, The Loft si aggiunge alla breve lista di titoli della storia del cinema che lo stesso regista ha girato due volte; in questo caso ritornano anche lo sceneggiatore e uno dei cinque interpreti principali, Matthias Schoenaerts, nato in Belgio come il regista. Non avendo visto il film del 2008 per me è impossibile dire se il regista sia stato saggio o meno a rigirare lo stesso film, ma quello che posso dire è che questo suo secondo tentativo si fa davvero apprezzare. Il punto di forza sono i cinque attori principali, tutti volti noti della tv e del cinema, che pur non essendo forse interpreti da Oscar riescono a caratterizzare bene i propri personaggi e soprattutto a tenere desto l’interesse dello spettatore nelle loro sorti. Quello che invece scricchiola è la sceneggiatura: ripensando alla vicenda (che non è davvero il caso di spoilerare visto il suo carattere “Whodunnit”) dopo la visione, infatti, emergono molteplici incongruenze; inoltre i personaggi non sono così ben delineati come avrebbero potuto essere (soprattutto considerando che sono solamente cinque e che gli attori sono bravi). Nonostante questo, mentre si guarda il film, si viene coinvolti profondamente nel mistero, soprattutto mano a mano che emergono i segreti di ciascuno dei sedicenti “carissimi amici”. Il personaggio più repulsivo è sicuramente quello interpretato da Schoenaerts, cocainomane violento con un passato di violenza domestica alle spalle. James Marsden (Sonic– Il Film) è perfetto nei panni del “buono” della compagnia, quello che non vuole saperne del loft e di tradire la moglie (inizialmente). Eric Stonestreet, noto per il ruolo del gay appassionato di musical Cameron nella serie Modern Family, qui sorprende invece nel ruolo di sciupafemmine. Wentworth Miller, il protagonista dell’ottima (almeno per la prima stagione) serie Prison Break, regala al suo personaggio una grande ambiguità che ben serve lo spirito “giallo” del film. Ma il vero mattatore della compagnia è Karl Urban, salito alla ribalta nel 2002 con il secondo capitolo della trilogia del Signore degli Anelli di Peter Jackson nel ruolo di Eomer e da allora presente in un gran numero di film e serie tv (personalmente l’ho molto apprezzato nelle Cronache di Riddick come antagonista di Vin Diesel, nei nuovi film di Star Trek nel ruolo del dottor McCoy e nel più recente Thor: Ragnarok nel ruolo del pavido Skurge, oltre che nella sottovalutata serie Almost Human); dopo molti ruoli in costume (in particolare penso al reboot Dredd in cui recita per tutto il film con indosso il casco) per la prima volta ho potuto constatare quanto fascinoso e magnetico sia questo attore calato nella giusta atmosfera e nel giusto personaggio. Al di là dei cinque protagonisti, il cast femminile (che comprende tutte le moglie e le amanti, tutte meglio tratteggiate dei protagonisti maschili) è ricco e talentuoso, capitanato da una splendida Rachel Taylor (la Trish Walker della serie Marvel Jessica Jones) cui la sceneggiatura,come per i colleghi dell’altro sesso, non rende giustizia. Ricapitolando: cinque amici, un cadavere, mille segreti e, naturalmente, un finale a sorpresa. Non un capolavoro e di certo non perfetto ma davvero coinvolgente e apprezzabile nel suo genere.