Oggi, 28 agosto, il fotografo, critico cinematografico e blogger Alessio Trerotoli presenterà a Monopoli il suo libro La Strada Altrove.
Seguo il blog di Alessio da alcuni anni e vi ho sempre trovato recensioni interessanti, articoli originali, liste da annotare e, soprattutto, un confronto onesto, amichevole, sincero e produttivo con questo giornalista e artista così in gamba eppure così modesto e alla mano.
Vi consiglio quindi il suo blog, Una Vita da Cinefilo, i suoi profili social, dove potrete ammirare le sue splendide fotografie e conoscere i suoi diversi progetti, e ovviamente il suo esordio letterario La Strada Altrove.
Nel libro troverete un racconto di viaggi, da Parigi, al Sud America, a Roma, che rappresentano la ricerca di se stessi, della propria identità e del proprio posto nel mondo.
La scrittura è accattivante, scorrevole, e gli episodi raccontati ricchi di emozioni diverse, dalla malinconia alla gioia, dalla frustrazione alla soddisfazione; un romanzo di formazione delicato, ironico e profondo, ci di certo vi piacerà.
Alessio però non si è limitato a scrivere la sua storia: ha offerto al lettore un’esperienza davvero immersiva, accompagnando le parole con le immagini delle fotografie da lui scattate durante i suoi viaggi (e vi consiglio di vederle tutte, alcune sono davvero da incorniciare e tenere in salotto) e delle canzoni che lo hanno accompagnato nel suo pellegrinaggio.
Moltissimi sono naturalmente anche i riferimenti cinematografici, e non poteva essere altrimenti: una cornucopia di contenuti da fruire, insomma, per chi lo desiderasse.
In un piccolo paesino inglese, poco dopo la fine della Grande Guerra, la rispettabile e devota zitella Edith Swan (Olivia Colman) inizia a ricevere una serie di lettere offensive, volgari e diffamatorie. Il padre infuriato (Timothy Spall) la spinge a sporgere denuncia alla polizia locale. Alla centrale nessuno ha dubbi: la colpevole è la vicina di casa di Edith, l’irlandese sboccata Rose Gooding (Jessie Buckley), che viene immediatamente arrestata. Ma la donna poliziotto Gladys Moss (Anjana Vasan) dubita della colpevolezza di Rose e inizia un’indagine per conto suo.
Inizio con un piccolo aneddoto: ho visto il film nella sala cinematografica della scuola salesiana ed ero seduta accanto ad una suora. Quando i personaggi hanno iniziato a leggere ad alta voce le lettere ingiuriose, piene di parolacce, volgarità e riferimenti a pratiche sessuali di vario genere, mi sono un attimo irrigidita sbirciando con la coda dell’occhio la suora… che si stava sganasciando dalle risate! Tutto a posto quindi, il film poteva andare avanti.
MI ero fatta l’idea che il film fosse una commedia, mentre invece, sebbene qualche scena e situazione buffa ci sia, si tratta di una riflessione seria sulla condizione della donna nell’Inghilterra di inizio secolo scorso (e non solo, ovviamente). La donna deve essere devota, sottomessa, obbediente, monogama, pia, casta e diligente; deve tenere la casa pulita e in ordine (“La donna che non pulisce bene il pavimento è una sgualdrina” declama la protagonista); deve preparare il tè per gli uomini che lavorano; deve stare in silenzio.
Inevitabilmente tutte queste restrizioni portano i molti personaggi femminili della storia a reazioni e comportamenti molto diversi, ma tutti in qualche modo affini. Non c’è poi molta differenza tra una donna poliziotto cui viene proibito di svolgere indagini in quanto donna e una bambina cui non è permesso suonare la chitarra perchè “non è una cosa che fa una bambina per bene”. La regista inglese Thea Sharrock, di cui già avevo apprezzato L’Unico e Insuperabile Ivan, sa come gestire un cast in gran forma e personaggi diversi tutti caratterizzati da luci e ombre. Jessie Buckley dà vita a una donna sguaiata e irriverente cui non si può proprio non voler bene; Anjana Vasan conquista nei panni della bistrattata donna poliziotto. Ma le stelle che oscurano tutte le altre sono Olivia Colman, che nei panni di Edith riesce a dare vita a un personaggio tanto fulgente quanto oscuro utilizzando al minimo, che in questo caso è il massimo, espressività fisica e vocale; Timothy Spall ha un ruolo molto difficile ma che ricopre alla perfezione, da grande interprete quale è sempre stato.
Il rischio di cadere nella trappola modaiola di rappresentare una dicotomia donna-buona / uomo-cattivo viene evitata dalle mille sfaccettature dei personaggi femminili e dall’inserimento dell’uomo forte ma saggio, innamorato ma non beota, Bill (il bravo e simpatico Malachi Kirby). Il punto debole del film sono però i personaggi femminili secondari, le amiche di Edith che collaborano all’indagine: molto simpatiche ma presentate e caratterizzate troppo in fretta (“anche io lo so che la mia igiene personale è tremenda” è una battuta che definire didascalica è dire poco). Inutile spendere parole su come l’oppressione vissuta dalle donne del film sia tutt’altro che relegata all’Inghilterra del secolo scorso, ma il film ha il grande merito di riflettere sulla condizione fimminile attraverso le storie dei personaggi senza mai strillare alcuna verità morale o ideologica.
Il titolo originale, Wicked Little Letters (“Piccole Lettere Malvagie”) ha un doppio significato che nella traduzione italiana si perde, ma a parte questo dettaglio il film è davvero molto godibile.
Evidentemente la prima stagione di questo podcast, disponibile gratuitamente su Raiplaysound, ha avuto un certo successo: è arrivata infatti la seconda stagione, in cui l’editore Carlo Amatetti torna a raccontarci la vita mai semplice dei più grandi e amati attori comici della storia del cinema. Ormai abbiamo capito che alle risate, alle smorfie e alle battute che tanto ci dilettano sullo schermo molto spesso corrispondono vite private difficili e turbolente, che ci vengono raccontate come sempre seguendo i protagonisti fin dall’infanzia verso le luci della ribalta e le ombre dei rapporti complicati, delle personalità strabordanti e dei vizi inconfessabili. Un racconto leggero, piacevole e semplice da seguire anche per chi non conosce bene i personaggi di cui si parla: alcuni sono celeberrimi, come Jim Carrey o Charlie Chaplin, mentre altri, come Judy Holliday e Fatty Arbuckle, sono meno familiari: in entrambi i casi è interessante scoprire fatti, aneddoti e curiosità su questi grandi artisti.
Da notare anche l’intervento in trasmissione di alcune personalità del mondo dello spettacolo che offrono la loro personale esperienza e visione del mondo rutilante ma anche tragico della comicità cinematografica e televisiva: Maurizio Nichetti, Saverio Raimondo, Antonio Ricci e molti altri.
Ecco tutti i protagonisti degli episodi di questa seconda stagione:
Jim Carrey
La mia generazione è cresciuta con i suoi film comici, come The Mask, Ace Ventura, Bugiardo Bugiardo, ma nel corso degli anni Jim ci ha mostrato anche il suo talento drammatico in film come The Truman Show e Man on the Moon. E proprio in questa fase della sua vita sono iniziati i problemi, perchè Jim si è convinto di essere davvero Andy Kaufman, l’attore (cui è dedicato un episodio della prima stagione) che interpretava nel film.
John Candy
Per me resterà sempre il gentile e simpatico suonatore di Polka che offre generosamente un passaggio alla disperata madre di Kevin in Mamma, ho Perso l’Aereo. E gentile e generoso John lo era anche nella realtà, amato e stimato da tutti. Ma purtroppo il suo cuore debole lo ha portato via troppo presto.
Charlie Chaplin
Non ero ancora alle elementari quando arrivarono a casa mia due videocassette: Il Grande Dittatore e La Febbre dell’Oro. Soprattutto il secondo, sono stati quindi grandi classici della mia infanzia, che ho visto e rivisto decine di volte e che mi hanno fatto scoprire un artista a tutto tondo (attore, sceneggiatore, regista e compositore) che tutto il mondo ama e rispetta, ma che aveva una passione irrefrenabile per le ragazze molto giovani.
Judy Holliday
Non avevo mai sentito parlare della bellissima e talentuosa Judy, ma è stata niente meno che l’ispiratrice del personaggio della “bionda svampita” (ma solo in apparenza!) che diventerà un topos cinematografico grazie a Marilyn Monroe.
Roscoe “Fatty” Arbuckle
Nell’ambiente di Hollywood il nomignolo “Fatty” (“ciccione”) è diventato, dopo le tristi vicende giudiziarie legate a Roscoe e alla morte di una ragazza durante una festa, sinonimo di depravazione e immoralità, a prescindere da quanto fosse amato dal pubblico per i suoi film comici.
Buster Keaton
Una volta i miei figli mi hanno detto che: “i film erano noiosi quando non c’erano gli effetti speciali fatti al computer”. Sono bastate un paio di scene prese da film di Buster Keaton per far cambiare loro idea all’istante.
Woody Allen
Ho un rapporto complicatissimo con Woody Allen. In gioventù ho adorato i suoi film, soprattutto Prendi i Soldi e Scappa e Match Point. Eppure, da quando ho saputo che ha sposato la ragazza che aveva adottato da bambina insieme alla moglie Mia Farrow non sono più riuscita a guardare niente di diretto o interpretato da lui. Certo, come dice Carlo Amatetti, bisogna sempre scindere l’uomo dall’artista, e questo mi riesce facile in molti casi (O.J.Simpson, Charlie Sheen). Ma con Woody proprio non ci riesco.
Stan Laurel
Nella videoteca della mia infanzia non mancavano certo i film e le comiche della coppia d’oro Laurel-Hardy, per noi Italiani Stallio e Ollio. Mentre il personaggio di Stallio sullo schermo era sempre lo “stupìdo” della coppia, nella vita era Stan quello con più talento ed esperienza, autore delle gag che poi interpretava. Peccato però che Stan si innamorasse fatalmente di donne prepotenti, arroganti e a volte perfino violente.
Benny Hill
Sempre rivolgendo la memoria alla mia infanzia, vedevo sempre in tv le comiche di Benny Hill e le trovavo spassosissime. Oggi nessuno, nemmeno Antonio Ricci, si sognerebbe mai di trasmetterle: gag mute che hanno come protagonista un uomo che rincorre e infastidisce belle e procaci ragazze poco vestite? Nemmeno la Mediaset oggi oserebbe mostrarle! E sembra che anche nella vita Benny non si comportasse sempre da gentiluomo con le donne.
Jerry Lewis
Jerry Lewis è l’unica, ma proprio l’unica, persona di cui Mel Brooks parla in modo non positivo (dire negativo sarebbe eccessivo) nella sua autobiografiaAll About Me, raccontando di come l’attore fosse stato con lui scortese e scostante. E non è l’unico ad aver conosciuto nel privato Jerry Lewis e a dipingerlo in questo modo: tanto talentuoso sullo schermo quanto volubile e spesso sgradevole di persona.
Interpreti: Tye Sheridan, Ben Affleck, Christopher Lloyd
Dove trovarlo: Amazon Prime
Il film The Tender Bar è tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di J.R. Moehringer, scrittore e giornalista americano che in questo suo primo libro, edito in Italia nel 2007 con il titolo Il Bar delle Grandi Speranze, racconta della sua infanzia e giovinezza e del suo rapporto con lo zio Charlie (Ben Affleck), fratello della madre e gestore del bar The Dickens che, assumendo in parte le funzioni di figura paterna, sostiene il nipote nella sua ambizione di diventare uno scrittore.
Dopo il deludente film di fantascienzaMidnight Sky, George Clooney torna alla regia con questo film dal titolo adorabile (un gioco di parole intraducibile tra “bartender”, barista, e “tender bar”, bar tenero) che aveva le potenzialità per essere davvero carino, potenzialità che purtroppo non sono state sfruttate appieno. Il regista sceglie infatti di adottare molti clichè del cinema americano, puntando al risultato sicuro più che all’originalità: inizio e fine del film speculari con il protagonista in auto verso un futuro incerto, voce narrante fuori campo (che non sembra mai sicura del tono che vuole adottare), colonna sonora accattivante ma che non osa mai troppo. Il personaggio protagonista, JR, che seguiamo nel suo percorso di formazione da bambino a neolaureato, è piuttosto repulsivo per il suo egocentrismo, e la scelta di adottare esclusivamente il suo punto di vista relega purtroppo tutti gli altri personaggi a mere funzioni della sua evoluzione personale, negando loro lo spazio sufficiente per mostrare caratteri e sfaccettature. Le zie, la nonna e le cugine non sono che comparse; il nonno, interpretato da Christopher Lloyd, ottiene appena una scena in cui brillare; il padre è fin troppo prevedibile anche nella sua assenza; il migliore amico e compagno di college Wesley sembra non avere né un carattere né una vita ma esistere solo allo scopo di dare consigli a JR e ascoltarne le elucubrazioni. Da questo ingombrante one-man show si salvano giusto la madre (interpretata da Lily Rabe), personaggio non troppo approfondito e piuttosto stereotipato ma quanto meno presente, e lo zio Charlie, molto ben interpretato da Ben Affleck e vero cuore pulsante del film: è sufficiente vedere la montagna di libri che tiene nell’armadio o dietro il bancone del bar per affezionarsi a questo zio un po’ scapestrato ma fiducioso e tenero (come il suo bar).
Guardate con attenzione le immagini durante i titoli di coda (non dopo i titoli, anche se in questo film sono coinvolti ben due Batman non è un film di supereroi) perchè riempiono un’ellissi narrativa precedente e danno un senso alla presenza degli amici del bar e al regalo finale dello zio Charlie.
Ho seguito a lungo la carriera di George Clooney e sono certa che un giorno dirigerà davvero un ottimo film, ma per quanto riguarda The Tender Bar ci fermiamo alla sufficienza.
Interpreti: Ryan Reynolds, Mèlanie Laurent, Manuel Garcia Rulfo, Ben Hardy, Adria Arjona, Dave Franco, Corey Hawkins
Dove trovarlo: Netflix
Tutto è iniziato con il numero Uno (Ryan Reynolds), un misterioso milionario che, creduto morto in seguito ad un incidente aereo, ha pensato di poter utilizzare le sue risorse e le sue abilità per correggere alcune storture del mondo, agendo di nascosto e al di fuori della legge per eliminare coloro che ritiene colpevoli di ingiustizie e prevaricazioni imperdonabili. Per raggiungere il suo obiettivo mette insieme una squadra di combattenti, “fantasmi” come lui, ciascuno con una sua abilità specifica e un passato da dimenticare. L’arrivo di Sette (Corey Hawkins), soldato con un forte senso della giustizia e della lealtà, rischia però di far saltare gli equilibri.
Nel pubblicizzare questo film si è deciso di puntare tutto sull’azione, che naturalmente non manca in questo film del veterano dell’action Michael Bay (e se ve lo state chiedendo, sì, certo che esplode tutto), regista di classici del genere come Armageddon e Transformers, ma 6 Underground non è soltanto acrobazie e sparatorie. La prima sequenza, infatti, è un adrenalinico inseguimento in auto (girato in parte in Italia, a Firenze) durante il quale il regista riesce con abilità a presentare tutti i personaggi non solo con le loro abilità specifiche ma proprio come personalità e caratteri. E così dopo qualche minuto di film ci si è già affezionati a questa squadra di giustizieri squinternati e si è vogliosi di seguire il resto delle loro avventure. Il film si segue volentieri dall’inizio alla fine, godendo delle spettacolari acrobazie ma anche con molto divertimento, perché i dialoghi e le situazioni non mancano di umorismo, senza però mai diventare parodia del genere. Action al 100% ma ben fatto, con scene visivamente molto interessanti come quelle del magnete super potente o le diverse sequenze di parkour. Personaggi approfonditi solo quanto basta ma adeguati al tono complessivo e veicolati da un buon cast di attori (anche Ryan Reynolds, attore per cui non provo grande simpatia, offre una prova dignitosa) messi in ombra solo dal magnifico lavoro degli stuntman. Consigliato per gli amanti dell’azione scapicollata mescolata con la giusta dose di sentimenti (la conclusione inaspettata della prima scena è stato per me un colpo inatteso) e di umorismo.