Road House

Titolo originale: Road House

Anno: 2024

Regia: Doug Liman

Interpreti: Jake Gyllenhaal, Conor McGregor, Billy Magnussen

Dove trovarlo: Prime Video

Dalton (Jake Gyllenhaal) è un ex pugile senza lavoro, affetti né ambizioni, che vive alla giornata con combattimenti clandestini e non sembra avere uno scopo nella vita. Questo fino a quando Frankie (Jessica Williams) non gli propone di lavorare per lei come buttafuori nel suo locale, Road House. Dalton, che inizialmente non sembra interessato, decide invece di accettare la sua proposta, senza sapere che il figlio di un boss locale (Billy Magnussen) ha deciso di mettere le mani ad ogni costo su Road House.

Un giorno forse gli psicanalisti studieranno questa particolare forma di psicopatologia: quando mi trovo a scegliere un film in piena libertà, inevitabilmente ne trovo uno con Jake Gyllenhaal. Non posso proprio farne a meno! In alcuni casi mi va molto bene; in altri è un completo disastro o una tremenda sofferenza; altre volte è una vera sorpresa; oppure un trauma indelebile. Nonostante questo persisto nella mia idiosincrasia. Questa volta, però, devo dire che mi è andata davvero bene!

Non ho visto l’originale Il Duro del Road House, film del 1989 con Patrick Swayze come protagonista, perciò non sono in grado di fare paragoni tra i due film. Mi limito quindi a parlare di questo Road House appena uscito su Prime Video, la cui trama è semplice, anzi direi quasi archetipica, tanto che il film la condivide con, per fare alcuni esempi di film di diverso genere ma con la stessa storia di base, Altrimenti ci Arrabbiamo o Herbie il Maggiolino sempre più Matto. Per questo ho apprezzato molto la scelta del tono ironico, che rende il film molto gradevole e scorrevole, e che non avrei mai associato a un regista come Doug Liman (The Bourne Identity, Edge of Tomorrow). Già dal fatto che Dalton si trovi a fare in buttafuori in un roadhouse (un locale tipico degli USA) che si chiama Road House e dorma in una barca di nome “Barca” (“Boat”) ci fa capire che ci troviamo in una specie di fiaba, in cui nulla di veramente brutto può accadere. L’atmosfera disneyana poi mi si è palesata ancora di più nella scena in cui il villain di turno (Billy Magnussen, che non a caso era il Principe Azzurro del musical Into the Woods) si fa sbarbare da uno scagnozzo sul ponte della sua nave – e le somiglianze con Peter Pan non si fermano qui ma non voglio rovinare una delle scene più divertenti del film.

Un’altra cosa che mitiga il realismo di questo film è il modo di mostrare i combattimenti: ogni volta che due persone si colpiscono, la scena è ritoccata in CGI, dando l’effetto di trovarsi in un videogioco. E questo nonostante Jake Gyllenhaal si sia sottoposto a un allenamento durato più di un anno per poter sfoggiare i muscoli che vediamo nel film, come ci racconta lo special di Men’s Health disponibile su Youtube (ringrazio di cuore Lucius Etruscus del Zinefilo per questo suggerimento!), e nonostante il suo principale avversario sia Conor McGregor, campione di MMA e pugile professionista. In ogni caso, preferendo di gran lunga l’ironia e la bonarietà (Dalton viene soprannominato dai cattivoni “Smile Man” perchè, in effetti, sorride sempre) alla violenza gratuita e autocompiaciuta, io ho molto apprezzato il film, che di certo non inventa nulla ma si fa guardare volentieri e lascia soddisfatti dopo la visione.

Voto: 3 Muffin

Ricky Stanicky

Titolo originale: Ricky Stanicky

Anno: 2024

Regia: Peter Farrelly

Interpreti: John Cena, Zac Efron, William H. Macy

Dove trovarlo: Prime Video

Dean (Zac Efron), JT (Andrew Santino) e Wes (Jermaine Fowler) sono amici da sempre, e da sempre condividono un bizzarro segreto: un quarto amico, Ricky Stanicky, che ogni tanto ha bisogno di loro e li manda a chiamare con urgenza. Peccato però che Ricky Stanicky non esista! Altro non è che un escamotage utilizzato dai tre quando vogliono allontanarsi per un po’ da mogli, compagni e responsabilità per potersi divertire come quando erano giovani. Quando le loro famiglie iniziano a chiedere a gran voce di incontrare questo famoso Ricky, ai tre amici non resta che confessare tutto… oppure ingaggiare un attore scarso, volgare e alcolizzato per interpretare Ricky Stanicky! Cosa potrebbe andare storto?

L’idea di base del film, quella dell’amico immaginario da poter sfruttare in caso di necessità, non è certo nuova: Oscar Wilde in persona, nel suo meraviglioso testo teatrale The Importance of Being Earnest, ci racconta che il personaggio di Algernon (che nel bellissimo film che Oliver Parker ne ha tratto è interpretato da Rupert Everett) ha inventato un caro vecchio amico, Bunbury, la cui cagionevole salute lo costringe sovente ad evitare noiosi eventi mondani. Wilde fa utilizzare addirittura ai suoi personaggi il sostantivo “Bunburism” per descrivere questo genere di stratagemma furbesco, che inevitabilmente porta a fraintendimenti ed equivoci di vario genere.

Tuttavia, anche se la trama non è così originale, il film mi ha lasciata molto soddisfatta, divertita e allietata, il che non è certo poco. In particolar modo ho apprezzato l’uso intelligente della comicità, anche di quella meno raffinata, per cui mi sono sempre trovata sorpresa e divertita. Questo è un crisma caratteristico dei fratelli Farrelly (anche se qui troviamo solamente Peter alla regia), che però non sempre mi hanno saputa conquistare con il loro umorismo: in questo caso, obiettivo centrato in pieno. Fin dall’inizio della storia, quando capiamo che i tre amici sono sì complici nella “truffa Stanicky”, ma che ciascuno non manca di utilizzare il buon vecchio Ricky a suo esclusivo vantaggio se ne ha l’occasione, si capisce che il film ha voluto scavare un po’ nei personaggi per dare loro differenziazione e spessore, presentandoceli in modo più realistico, il che rende più facile affezionarsi a loro e appassionarsi alle loro vicissitudini. Gli attori sono tutti adeguati – compreso uno Zac Efron per una volta a torso coperto e senza sottofondo musicale – gli scambi tra i personaggi e le scene divertenti, l’evolversi della vicenda spassoso. Inutile dirlo, il vero mattatore della storia è John Cena, che, a differenza della Notte degli Oscar, qui compare non solo vestito, ma anche con vari bizzarri travestimenti, uno migliore dell’altro (“Costumes are SO important!”). Il suo personaggio è molto ben costruito e si evolve in maniera non del tutto attesa, divertendo, deliziando e perfino commuovendo. 

Nota di merito anche per William H. Macy, in un ruolo secondario ma fondamentale. Ricky Stanicky è senza dubbio una commedia senza pretese, ma proprio per questo è divertente e lascia sereni e soddisfatti. Concludo con una piccola nota: non avrei mai pensato di ridere così tanto per una scena (in cui nulla viene mostrato, ovviamente) di circoncisione! 

Voto: 3 Muffin

13 – Se perdi…muori

Titolo originale: 13

Anno: 2010

Regia: Géla Babluani

Interpreti: Sam Riley, Alexander Skarsgard, Jason Statham, Mickey Rourke, Michael Shannon

Dove trovarlo: Prime Video

La famiglia di Vince (Sam Riley) ha appena dovuto ipotecare la casa per pagare un’operazione chirurgica al padre, quando arriva la notizia della necessità di un nuovo intervento. Poco dopo, mentre Vince sta riparando un impianto elettrico, sente il proprietario di casa parlare della possibilità di guadagnare moltissimi soldi in poco tempo grazie a una busta che ha appena ricevuto. Quando l’uomo il giorno dopo viene trovato morto per un’overdose, Vince si ricorda della lettera, se ne impossessa e decide di tentare di guadagnare quel denaro per salvare la vita al padre. Si ritrova così coinvolto in un gioco spietato, in cui ogni nuova manche potrebbe costargli la vita…

Per prima cosa, il titolo originale del film è semplicemente 13, e ho trovato completamente inutile l’aggiunta dei titolisti italiani “ – Se perdi muori”; anzi, a dirla tutta, sarebbe il contrario: “Se muori, perdi”. Infatti il giovane Vince (buona l’interpretazione di Sam Riley) si ritrova giocatore di una sorta di roulette russa a più giocatori, con contorno di scommettitori cinici, abbienti e senza scrupoli. Ma, sebbene la trama si riassuma in poche righe, ho trovato il film molto coinvolgente e ho seguito con grande interesse la sfida e le sorti dei vari personaggi di contorno, ognuno sufficientemente caratterizzato (ci sono anche alcuni – non troppi – flashback) da sollevare curiosità per le sue sorti. Caso non unico ma raro, 13 è un remake di un film dello stesso regista, Géla Babluani, 13 Tzameti, uscito nel 2005, che non ho visto ma con il quale sarebbe sicuramente interessante fare un confronto.

Vari attori famosi compaiono in questo film, non in camei ingannevoli ma in ruoli piccoli eppure importanti: Alexander Skarsgard ha il compito di fare da babysitter/mentore a Vince durante il gioco; Mickey Rourke è un avversario di Vince dal passato misterioso ma di certo burrascoso; Michael Shannon è l’implacabile giudice e arbitro del gioco; 50 Cent è uno scagnozzo poco raccomandabile (e poco furbo); Jason Statham è un veterano che continua a far partecipare al gioco il fratello con problemi psichiatrici nel tentativo di arricchirsi con le scommesse, e in questo film non tira nessun calcio, nessun pugno, e non spara a nessuno, diversamente dal suo solito.

13 non ha alcuna pretesa, vuole essere un puro intrattenimento senza velleità artistiche e senza messaggi o sottotesti: e riesce al 100% nell’intento, risultando un buonissimo film senza fronzoli per chi ama il genere e desidera passare una serata non impegnativa ma con la giusta dose di tensione e intrattenimento.

Importante: consiglio se possibile la visione in lingua originale, perchè nel doppiaggio italiano le performance dei molti attori famosi risultano completamente appiattite; inoltre, a causa di una terrificante scelta di doppiatore (Alessio Ward, figlio di Andrea, che è il fratello di Monica e Luca) l’aitante e glaciale Alexander Skarsgard in questo film parla come il Puffo Tontolone.

Voto: 3 Muffin

I Love my Dad

Anno: 2022

Regia: James Morosini

Interpreti: Patton Oswalt, James Morosini, Claudia Sulewski

Dove trovarlo: Prime Video

L’impiegato divorziato Chuck (Patton Oswalt) le ha sbagliate proprio tutte: lavoratore svogliato, bugiardo compulsivo, amante appena accettabile, padre assente. Eppure lui desidererebbe stare più vicino al figlio Franklin (James Morosini), ma il ragazzo, stanco delle sue continue bugie, lo ha perfino bloccato su internet, e non risponde alle sue chiamate. Come poter rientrare in contatto con il figlio? Chuck decide di creare un profilo social fasullo, fingendosi una bella ragazza, per poter sapere cosa sta succedendo nella vita di Franklin: cosa potrebbe andare storto?

Ho già parlato di Patton Oswalt e di quanto mi piaccia come comico. Ma in I Love my Dad non c’è molto da ridere. Non per questo però si tratta di un film triste o deprimente, piuttosto gli aggettivi che gli assocerei sono “imbarazzante” e “disturbante”, ma anche “tenero” e “positivo”. Chuck è un uomo che ha fatto tutti gli sbagli possibili nella vita, e non ha alcuna intenzione di smettere. La sua decisione di fingersi una bella e giovane ragazza per instaurare un rapporto con il figlio è palesemente sbagliata sotto ogni punto di vista, e questo gli viene anche fatto notare, ma non per questo lui demorde: l’amore per il figlio gli toglie qualunque raziocinio (ammesso che Chuck ne avesse mai avuto) e lo acceca, portandolo a dire e fare cose assolutamente non ortodosse e deprecabili. Eppure, eppure, nonostante durante la visione provassi imbarazzo per ogni sua azione, essendo mamma in qualche modo sentivo di capire, se non le sue decisioni, almeno il suo stato d’animo. Non si tratta di un film leggero, e non si tratta nemmeno della denuncia scontata del pericolo dei rapporti via social: I Love my Dad non è altro che un ritratto, per quanto paradossale, di un genitore il quale per amore del figlio, che si trova in un momento di grandissima difficoltà emotiva, è disposto (letteralmente) a qualunque cosa, pur sapendo di correre anche il rischio di perderlo per sempre. Il giovane James Morosini, che interpreta benissimo il personaggio complesso di Franklin, è anche regista e sceneggiatore del film, e riesce a conferirgli freschezza e sincerità, rendendolo realistico anche nelle scene surreali e mai noioso per come i dialoghi via social vengono messi in scena. Non voglio anticipare nulla riguardo al finale, ma devo dire che l’ho trovato molto soddisfacente nell’economia del film.

Non mi sento di consigliare questo film a tutti, perchè assistere al corteggiamento, anche se mascherato, tra padre e figlio risulta a tratti davvero molto disturbante, però dico che il film è ben fatto, ben scritto e recitato, con personaggi realistici cui ci si affeziona; inoltre sceglie di affrontare in un modo per niente facile un tema complesso come il rapporto tra genitori e figli, vincendo secondo me la sfida.

Consiglio però, per chi volesse conoscere meglio Patton Oswalt, di vedere piuttosto i suoi spettacoli, in cui dà sicuramente il meglio di sè.

Voto: 2 Muffin

The Office

Anno: 2005 – 2013

Interpreti: Steve Carell, John Krasinski, Jenna Fischer, Rainn Wilson, B.J. Novak, Ed Helms

Dove trovarlo: Prime Video

The Office (“L’Ufficio) è una serie tv statunitense, remake di una serie britannica ideata da Ricky Gervais, che racconta sotto forma di documentario con interviste ai protagonisti la vita di ogni giorno degli impiegati della Dunder Mifflin, azienda produttrice di carta di Scranton. Ci troviamo così a seguire le vicissitudini di persone comuni alle prese con scartoffie, clienti, colleghi e, soprattutto, con un capo davvero particolare: Michael Scott.

Ho amato fin da subito la formula del documentario, per cui gli impiegati della Dunder Mifflin sono ripresi e registrati ogni giorno sul posto di lavoro (e non solo), e inoltre vengono intervistati in presa diretta riguardo agli avvenimenti dell’ufficio, che inevitabilmente si intrecciano con quelli delle loro vite personali. Scherzi, amori, amicizie, rivalità, bizzarrie, nulla sfugge alle telecamere! Il vero cuore pulsante dell’ufficio, e della serie, è l’incontenibile, scorretto, ingenuo e malizioso Michael Scott, magistralmente interpretato dal Steve Carell. Il capo che nessuno vorrebbe mai avere, che pensa più alla sua vita sentimentale che al lavoro, non perde occasione per esibirsi, non ha alcun senso del pudore e della misura e mette sempre in imbarazzo tutti, se stesso in primis. Eppure, eppure, è proprio quando il personaggio di Michael lascia la serie che questa perde il suo mordente. Non bastano nemmeno le sfide tra Dwight Schultz (Rainn Wilson) e Jim Halpert (John Krasinski), senza dubbio l’elemento più divertente della serie, per dare alle ultime stagioni il brio degli inizi. Sono arrivata con una certa fatica al termine dell’ultima stagione, ma ne è comunque valsa la pena, perchè quel finale in cui si tirano le fila di tutto mi ha sinceramente commossa. Ho già raccontato che mi sono anche sognata questa serie di notte, no?

Una sitcom con ritmo e brio diseguale, con puntate divertentissime e puntate mosce, con tantissimi personaggi che, inevitabilmente, non risultano tutti allo stesso modo simpatici o interessanti, anche se gli interpreti si dimostrano sempre all’altezza. In molti mi hanno detto di aver visto alcune puntate ed aver interrotto, non trovando la serie divertente; questo però non è successo a me, che ho divorato le prime stagioni e fatto alcune profonde risate di pancia, affezionandomi a quell’ufficio sgangherato e a quegli impiegati che tutto hanno in mente tranne che la carta.

Consiglio a tutti di vedere almeno un paio di puntate: se l’umorismo cattura, allora invito a procedere a passo spedito fino alla fine, perchè ci sono in serbo molte sorprese e molte risate. Il tutto poi è condito da un gran numero di guest star di eccezione (Amy Adams, Jim Carrey, James Spader, Will Ferrell, ma soprattutto l’immensa Kathy Bates) e da battute che, inevitabilmente, entreranno nel vostro modo di esprimervi (“That’s what she said”).

Animali Notturni

Titolo originale: Nocturnal Animals

Anno: 2016

Regia: Tom Ford

Interpreti: Amy Adams, Jake Gyllenhaal, Michael Shannon, Michael Sheen, Aaron Taylor-Johnson, Isla Fisher, Armie Hammer, Laura Linney

Dove trovarlo: Prime Video

Apparentemente, Susan (Amy Adams) ha tutto: marito affascinante, casa da sogno, abiti mozzafiato e un lavoro prestigioso come organizzatrice di mostre ed eventi d’arte. Ma tutto questo non è che apparenza: Susan sa che il marito la tradisce e ritiene che la cosiddetta “arte contemporanea” di cui si occupa e si circonda sia in realtà “spazzatura”. Un giorno Susan riceve un manoscritto, intitolato Animali Notturni: è un romanzo scritto dal suo primo marito, Edward (Jake Gyllenhaal), e dedicato a lei. Susan si immerge nella lettura e presto ne viene travolta…

Sono passate settimane da quando ho visto Nocturnal Animals; non riuscivo a decifrare i miei sentimenti riguardo al film, che da una parte mi ha conquistata, dall’altra mi ha contrariata. Ho perfino fatto un sogno, in cui Amy Adams e Jake Gyllenhaal in persona davano una lettura dei loro personaggi: “In questo film noi siamo bellissimi, ma abbiamo anche tanti, tanti, tanti problemi”. Ora, magari non è deontologicamente consigliabile fare una recensione sulla base di un sogno, ma credo che un qualcosa di vero in questo sogno bizzarro ci fosse. Credo che il concetto di Bellezza abbia un ruolo fondamentale nel film: la bellezza non è dove immaginiamo che sia (non, ad esempio, nei corpi umani, come è già molto chiaro dai titoli di testa e come vedremo ripetutamente nel corso del film) e quando c’è in ogni caso non è altro che un involucro che racchiude disperazione e rimpianto. Il personaggio di Susan, interpretato benissimo da Amy Adams, incarna questa scissione tra bellezza e felicità: lei è sempre perfettamente vestita (non a caso il regista, Tom Ford, qui anche sceneggiatore, è stato un designer di alta moda), truccata e pettinata, e la sua casa è da copertina di rivista… Eppure la felicità non le appartiene. Perchè? Diversi flashback ci fanno capire che nel suo passato c’è stato un grande amore, quello con Edward (un Jake Gyllenhaal sempre all’altezza), che però è finito per sua scelta; e non passa giorno in cui Susan non si domandi se quella sia stata la scelta giusta. Ma Edward non rappresenta solo l’amore perduto, ma anche l’occasione persa di realizzarsi come artista a causa della paura di fallire. Un’altra parola chiave del film infatti è questa: Paura. Susan ha avuto troppa paura per cercare di inseguire i suoi sogni e di portare avanti il suo primo matrimonio. Non ha avuto il coraggio, e ora è condannata all’infelicità. Non ci sono seconde possibilità, per nessuno. Questo lo capiamo dal manoscritto di Edward, che Susan divora avidamente, notte dopo notte, in cerca di risposte: perchè l’ex marito, che non ha visto o sentito per anni, le ha inviato e dedicato il suo libro? Forse l’ha perdonata? Forse le vuole inviare un messaggio? Per scoprirlo non resta che leggere. E la parte in cui viene messo in scena il romanzo di Edward, Nocturnal Animals (altro riferimento a Susan, che fin da giovane non dorme mai e viene soprannominata “animale notturno” è la più coinvolgente di tutto il film, per quanto dura e cruda sia. Il protagonista del romanzo, Toby, è interpretato dallo stesso Gyllenhaal, quindi è facile intuire che si tratti di un alter ego dell’autore Edward. Ed ecco che si affaccia la cosa che più mi ha disturbato in tutto il film (oltre ai titoli di testa, che mi avevano quasi dissuaso dal vedere il film, lo dico come avvertimento): la sua didascalicità. Ecco un esempio: come mai Edward ha mandato il manoscritto all’ex moglie?

Risposta:

Ecco cosa intendevo: messaggi velati, appena accennati, rivolti dal regista allo spettatore, che però probabilmente non è in cerca di massime pessimiste sull’esistenza (come dicevo, non esistono seconde possibilità per nessuno) ma soltanto di un bel film, anche se per niente allegro. I primi venti minuti del film consistono in una sfilata di personaggi minori, che servono solo a permettere a Susan di raccontare la sua infelicità; di fatto, il film inizia solamente con il romanzo, che ne costituisce il cuore pulsante. Toby, il protagonista del romanzo, è stato debole, e ne paga tutte le più tremende conseguenze: la Debolezza infatti è un altro tema reiterato, perchè tutti coloro che sono deboli, cioè non hanno il coraggio di perseguire il proprio sogno, sono condannati all’infelicità senza via di scampo. 

In conclusione, sebbene il film sia volutamente respingente verso lo spettatore fin dai titoli di testa, ho amato molto la messa in scena del romanzo e l’intreccio speculare distorto tra finzione e vita reale. Ho amato anche le performance degli attori (oltre ai due ottimi protagonisti bisogna citare lo sceriffo Michael Shannon). Quello che non ho amato è stata la poca fiducia del regista nelle doti intellettive dello spettatore, che lo ha portato a reiterare allo sfinimento immagini e parole per far passare il suo messaggio. In secondo luogo, non ho amato il suo messaggio, o meglio la necessità di veicolarne uno a tutti i costi e con tanta insistenza.

Non mi sento di sconsigliare il film, ma ritengo che non sia una visione per tutti, e di certo non lo guarderei una seconda volta. Tuttavia lo ricordo ancora molto bene a distanza di settimane, quindi il film, nel bene o nel male, si fa ricordare.

Voto: 2 Muffin

Iron Mask – La Leggenda del Dragone

Titolo originale: Tayna pechati drakona

Anno: 2019

Regia: Oleg Stepchenko

Interpreti: Jason Flemyng, Jackie Chan, Arnold Schwarzenegger, Rutger Hauer, Charles Dance

Dove trovarlo: Prime Video

L’antica Cina prosperava grazie a un drago buono, che permetteva la crescita di una pianta di tè dalle foglie ricche di magiche proprietà curative. Ma tutta la ricchezza derivante dalla vendita del tè miracoloso tentò alcuni dei Maghi incaricati di proteggere il drago, che divennero malvagi e lo imprigionarono. La bellissima Principessa venne allontanata e imprigionata, e sembrava che nessuno potesse salvare il drago, il tè e la Cina dall’oscuro potere dei Maghi Neri; fino a che non arrivò dall’Europa un intraprendente cartografo…

In primo piano sulla locandina di questo film dal titolo banalissimo ci sono Jackie Chan E Arnold Schwarzenegger… Potrei anche chiudere qui la recensione no? Questi due nomi mi hanno attirata come una falena verso la lanterna, e l’arzigogolato prologo animato che spiega la storia del dragone, dei maghi e del tè non mi ha potuta scoraggiare. Jackie e Arnold non sono i protagonisti assoluti, ma le scene in cui combattono o si affrontano verbalmente sono da incorniciare per tutti i fan dell’uno e dell’altro. Il film, a raccontarne la trama, sembra un pasticcio senza appello (parliamo di dragoni, dello zar russo rinchiuso nella torre di Londra, di creaturine volanti e pirati cosacchi), e la sua forza di certo non è nella trama complicata e sovrabbondante di personaggi e situazioni, ma il risultato è un prodotto divertente, con belle scene d’azione e di combattimento e avventure simpatiche. L’uso massiccio della computer grafica ci ricorda in ogni momento che ci troviamo in una favola, dove è insensato pretendere realismo (e la recitazione in generale non aiuta a prendere le cose sul serio) e consequenzialità: la cosa giusta da fare è lasciarsi travolgere dalle scene assurde che si susseguono rapidamente senza dare il tempo di rifletterci troppo sopra. Le risate sono assicurate, il tono è scanzonato ma mai demenziale, i camei di star di grande livello come Rutger Hauer e Charles Dance arricchiscono ulteriormente l’accozzaglia di inseguimenti, scazzottate e confronti dal respiro epico ma dall’esito comico.

Consigliato per chi ama i film d’azione classici e quelli con combattimenti acrobatici, per chi ama il genere wuxia e in generale il cinema d’avventura orientale intriso di magia, il tutto ingentilito da un umorismo fanciullesco (mai volgare) e una violenza blandissima. Sconsigliato a tutti gli altri.

Voto: 3 Muffin

Gioco di Ruolo

Titolo originale: Role Play

Anno: 2024

Regia: Seth W. Owen

Interpreti: Kaley Cuoco, David Oyelowo, Bill Nighy, Connie Nielsen

Emma (Kaley Cuoco) apparentemente vive una vita normale, felice e serena con il marito, il figliastro e la figlia. Ma quando il marito Dave (David Oyelowo) verrà a scoprire che la sua dolce mogliettina è in realtà una killer prezzolata professionista la loro vita non sembrerà più tanto normale…

Quando ho letto la trama di questo film, la mia speranza era quella di vedere una specie di True Lies, una commedia di spie che non si prendesse troppo sul serio, e riponevo grande speranza nella partecipazione del bravissimo e simpaticissimo attore inglese Bill Nighy. Ahimè quanto mi sbagliavo! Ho sbattuto la faccia contro un film che si prende sempre dannatamente sul serio senza averne assolutamente alcun motivo. Nessuna battuta, nessuna scena divertente, e il povero Bill ha recitato evidentemente col tassametro ed è uscito di scena in un battito di ciglia. Si può salvare qualcosa di questo film? Pensandoci bene, direi di no. La sceneggiatura, se c’era, era scritta su un fogliettino come i messaggi dell’Ispettore Gadget e si deve essere autodistrutta il primo giorno di riprese. Kaley Cuoco, la simpatica Penny della serie Big Bang Theory, qui in veste di protagonista e produttrice, non riesce a essere convincente né come assassina (anche se cambia davvero molte parrucche nel tentativo), né come mamma, né come moglie innamorata, e tanto meno come donna desiderosa di rinfocolare la passione con il marito tramite un gioco di ruolo, la finzione di essere persone diverse per una sera. L’idea è semplice, ma poteva portare a qualcosa di carino e divertente: purtroppo non è stato così. 

David Oyelowo, che interpreta il marito stupefatto e ingannato, per tutto il tempo non è altro che un cucciolone obbediente e innamorato, per nulla o quasi disturbato dalla scoperta della vita segreta della moglie assassina. Tutti gli altri non sono che tappezzeria, personaggi privi di motivazione, spessore o intenzioni, che si muovono senza costrutto in una trama inconsistente e agiscono senza intenzionalità di sorta. Non ci è nemmeno lasciato il gusto di vedere qualche location esotica o mondana, come accadeva nella saga di 007: qui tutto è girato in interni oppure in una stramba baracca in un buco per terra nella Foresta Nera (!). Ma l’insulto finale è l’incapacità del regista Seth W. Owen (la W. sta per Why? Perché non un altro mestiere?) e del suo direttore della fotografia Maxime Alexandre di produrre inquadrature dove le cose siano a fuoco. Per tutto il film (peggiorando nella seconda parte) tutto è fuori fuoco: personaggi, ambienti, perfino i primi piani! Alla fine il mal di mare è inevitabile.

Consiglio a tutti di evitare questo film, che dovrebbe essere un leggero svago e invece produce solo un vago fastidio.

Voto: 1 Muffin ipocalorico

Tuo marito ha appena detto di chiamarsi come il protagonista di Titanic o sbaglio?

Il Colpo della Metropolitana

Titolo originale: The Taking of Pelham One Two Three

Anno: 1974

Regia: Joseph Sargent

Interpreti: Walter Matthau, Robert Shaw, Martin Balsam, Hector Elizondo, Julius Harris, Jerry Stiller

Dove trovarlo: Prime Video

Un vagone della metropolitana di New York viene dirottato da 4 uomini, che si chiamano tra di loro usando dei nomi in codice: Mr. Brown, Mr. Grey, Mr. Green e Mr. Blue. I malviventi chiedono un riscatto di un milione di dollari entro un’ora, altrimenti inizieranno a uccidere gli ostaggi, i passeggeri della metropolitana.

Un pomeriggio ero ammalata, ed ero andata su Prime Video per cercare un filmetto tranquillo e rilassante, quando mi sono imbattuta in un film con Walter Matthau che, secondo la piattaforma, si intitolava “Colpa della Metropolitana”. Nella mia mente già mi immagino questo romantichello in cui il burbero Matthau trova inaspettatamente l’amore sui trasporti pubblici newyorkesi… Ma si trattava solamente di un refuso, e il film era Il Colpo della Metropolitana: altro che romantichello! Azione, tensione, pericolo… Nonostante fossi febbricitante, il film mi ha tenuto non solo sveglia, ma anche incollata allo schermo per tutto il tempo, divorata dalla curiosità di scoprire se i quattro variopinti gangster l’avrebbero fatta in barba al tenente Garber e se gli ostaggi si sarebbero salvati o meno. La trama è semplice, ma costruita in modo impeccabile e molto avvincente; i personaggi, anche quelli minori, sono incisivi e caratterizzati, anche grazie al superbo cast che non si risparmia per niente. 

I quattro criminali hanno non solo ruoli ma anche caratteri molto diversi (menzioni speciali per il capo, Robert Shaw, e per l’ex macchinista della metro Martin Balsam, due grandi attori per due bellissimi personaggi), e le dinamiche tra di loro sono tanto appassionanti quanto quelle tra i vari comparti delle forze pubbliche che devono contrastarli. Walter Matthau, famoso come protagonista di commedie, ruba la scena a tutti anche in un ruolo drammatico. Sottolineo però che uno dei punti di forza del film è anche l’aver trovato il perfetto equilibrio tra suspense e umorismo, inserendo alcune scene e situazioni davvero buffe (come la visita del gruppo di giapponesi o il sindaco di new York costretto a gestire l’emergenza dal suo letto di influenzato) senza però mai spezzare la tensione, che corre lungo tutto il film e che si impenna quando ci si rende conto che i dirottatori non si fanno scrupoli ad uccidere. Non sono affatto stupita del fatto che sia stato fatto un remake di questo film nel 1998, e anche se non ho prove sono sicura che il fatto che Le Iene di Quentin Tarantino usassero anche loro i colori come pseudonimi non sia una coincidenza, sapendo che Tarantino è un cinefilo onnivoro. Un film invecchiato magnificamente, coinvolgente e carico di tensione, che si guarda con enorme gusto e piacere. Consigliato a tutti gli amanti del genere thriller/poliziesco/heist, e anche a molti registi che oggi tentano di realizzare prodotti simili ma falliscono miseramente: questa è scuola di cinema!

Voto: 4 Muffin

Sole Rosso

Titolo originale: Red Sun

Anno: 1971

Regia: Terence Young

Interpreti: Toshiro Mifune, Charles Bronson, Alain Delon, Anthony Dawson, Ursula Andress, Capucine

Dove trovarlo: Prime Video

Far West, 1860. I due fuorilegge Link (Charles Bronson) e Gauche (Alain Delon) rapinano un treno con la loro banda. Nonostante il treno sia carico di soldati americani a protezione dell’ambasciatore giapponese che si trova a bordo il colpo riesce; peccato però che Gauche non abbia alcuna intenziona di dividere il bottino e fugga con il resto della banda, portando via anche la preziosa katana dorata portata dal Giappone come dono per il presidente degli Stati Uniti e lasciando Link per morto. Quando invece Link si riprende e fa per mettersi sulle tracce del compare traditore per recuperare la sua parte del bottino, l’ambasciatore giapponese gli intima di portare con sè il suo fedele samurai Kuroda (Toshiro Mifune) per recuperare la preziosa katana: se la spada non tornerà nelle sue mani, sia lui che Kuroda saranno disonorati e dovranno compiere il sacrificio rituale harakiri. E così, suo malgrado, Link si accinge ad attraversare il deserto in compagnia del samurai in cerca di vendetta.

Come prima cosa voglio ringraziare Lucius Etruscus del blog Il Zinefilo (e tanti altri) per avermi fatto scoprire questa chicca: un samurai nel far west, chi potrebbe resistere?

La strana coppia formata con Charles Bronson mi ha ricordato un altro film, Duello nel Pacifico, girato appena 3 anni prima da John Boorman, in cui Toshiro Mifune è coprotagonista insieme a Lee Marvin; i due, rispettivamente un soldato giapponese e uno americano, si ritrovano bloccati su un’isola deserte del pacifico durante la seconda guerra mondiale, e non parlando la stessa lingua non possono comunicare che a gesti. Teoricamente nemici, ben presto capiscono però di aver bisogno l’uno dell’altro per poter sopravvivere in quell’ambiente ostile, e nasce così, a mano a mano, una collaborazione forzata che si trasforma, se non proprio in amicizia, se non altro in rispetto reciproco.

Con Sole Rosso non si raggiunge di certo il livello del film di Boorman, però la dinamica tra i due protagonisti, di nuovo Toshiro Mifune e Charles Bronson, è molto simile: la diffidenza iniziale si trasforma nello svolgersi della trama in qualcosa di molto diverso. La differenza è che qui il samurai parla un perfetto inglese (almeno così suppongo, visto che purtroppo si Prime Video non è disponibile l’audio originale del film) e i due avventurieri non solo riescono a comunicare senza problemi, ma anche a impartirsi vicendevolmente lezioni di vita e scambiarsi battute di spirito.

Cosa succede quando un uomo con la pistola incontra un uomo con la katana?

Superato il corto circuito iniziale del vedere un samurai nel far west, il film scorre via liscio fino alla fine, tra avventure e risate ben dosate, grazie non solo alla bravura dei due protagonisti ma anche all’ottima colonna sonora di Maurice Jarre e all’abile regia di Terence Young, che i frequentatori di Cinemuffin ricorderanno senza dubbio come il regista di ben tre film di 007 (Licenza di Uccidere, Dalla Russia con Amore e Thunderball). E proprio dal cast di Dr. No, girato da lui 9 anni prima, il regista britannico ha portato con sé Anthony Dawson, che interpreta uno dei farabutti complici del tradimento di Gauche, e la splendida Ursula Andress, che interpreta la prostituta amante di Gauche, Cristina. Alain Delon, con quella meravigliosa faccia da schiaffi, è perfetto nel ruolo dell’infame Gauche. E a proposito di infami, come in ogni film western che abbia spento qualche decina di candeline, qui ci sono gli indiani (in questo caso i Comanche) spietati e guerrafondai. Se tuttavia si accetta questo clichè narrativo, la scena finale dell’assedio è davvero suggestiva. E in quanto ai clichè, anche riguardo al samurai ce ne sono parecchi (come il fagottino di sushi per sfamarsi nel deserto o i sandali per attraversare le sabbie e scalare le montagne), che però nulla tolgono al fascino del personaggio di Kuroda (ricordiamo che Mifune ha interpretato molti dei film storici del maestro del cinema giapponese Akira Kurosawa, come Rashomon, I Sette Samurai e Il Trono di Sangue) e all’efficacia delle dinamiche tra lui e il sardonico cowboy Link, splendida canaglia da cuore d’oro.

In conclusione Sole Rosso è un western classico condito con un pizzico di wasabi che lo rende particolarmente gustoso e che consiglio a tutti, soprattutto a chi ama il genere nella sua veste classica (John Wayne, per capirci). Simpatico, avventuroso, ben fatto: consigliato!

Voto: 3 Muffin