Dark Shadows

Anno: 2012

Regia: Tim Burton

Interpreti: Johnny Depp, Eva Green, Helena Bonham Carter, Michelle Pfeiffer, Cloë Grace Moretz, Christopher Lee, Alice Cooper

Dove trovarlo: Netflix

Il giovane rampollo di una ricca famiglia del Maine, Barnabas Collins(Johnny Depp), innamoratosi della bella Josette (Bella Heathcote) respinge l’ex amante Angelique; peccato per lui che Angelique (Eva Green) sia una potente strega, che per vendicarsi di lui spinge al suicidio Josette e poi trasforma Barnabas in un vampiro, seppellendolo infine in una bara perché possa vivere in eterna oscurità e solitudine. Barnabas però viene liberato due secoli dopo e decide di riprendere a gestire gli affari della bizzarra e disfunzionale famiglia Collins; ma anche Angelique è ancora viva e ancora più potente, e non ha accantonato il suo desiderio di vendetta…

Non ho dubbi: Dark Shadows, fino ad oggi, è il peggiore film di Tim Burton. Tratto da una serie tv degli anni ‘60, sulla carta il film sembrerebbe avere tutte le carte in regola per essere un nuovo classico burtoniano: atmosfere dark, creature soprannaturali bistrattate e il solito ben rodato cast di tanti successi (Johnny Depp, Helena Bonham Carter e perfino una piccola parte per il mitico Christopher Lee). Cosa manca allora? Per prima cosa, a differenza di tutti i film precedenti del regista, Dark Shadows non è una favola in scala di neri: il protagonista è un personaggio negativo, egoista, edonista e violento, che non ottiene (e non aspira) ad alcuna crescita o redenzione. Non c’è nessuna morale nel finale, nessun viaggio interiore, nessuna acquisizione di consapevolezza per nessun personaggio: il lieto fine ha un sapore amaro perché non è sudato né meritato, e questo lascia lo spettatore insoddisfatto dopo la visione, cosa pressoché inaudita per un’opera di Tim Burton. Manca anche lo spassoso humor nero che da sempre contraddistingue il cinema burtoniano: in Dark Shadows tutti si prendono sempre troppo sul serio, appesantendo la narrazione. Inoltre il film è carico di scene e battute volgari, cosa che non si era mai vista prima e che, a mio avviso, è del tutto gratuita e inappropriata. Sopravvive solamente la critica della società, della sua vacuità e della sua mancanza di valori, che però era stata veicolata già con grande sagacia in tanti film precedenti. Edward Mani di Forbice probabilmente è l’esempio più fulgido di come in passato Tim Burton abbia saputo declinare temi simili con ben altra bravura ed efficacia. Il più recente Sweeney Todd, anch’esso tratto da un soggetto non originale (il musical di Stephen Sondheim), è un’altra prova di come Tim Burton sia stato in grado in passato di dare vita a favole cupe ma anche sagge e divertenti, che hanno i loro pilastri in interpreti validi come appunto Johnny Depp ed Helena Bonham Carter. Riassumendo, sconsiglio decisamente la visione, soprattutto a chi, come me, è da sempre un estimatore del cinema di Tim Burton: è preferibile recuperare i suoi classici successi e tenersi ben alla larga di Dark Shadows.

Voto: 1 Muffin ipocalorico

Il Potere del Cane

Titolo originale: Power of the Dog

Anno: 2021

Regia: Jane Campion

Interpreti: Benedict Cumberbatch, Kirsten Dunst, Jesse Plemons, Kodi Smit-McPhee

Dove trovarlo: Netflix

Phil Burbank (Benedict Cumberbatch) è un cowboy esperto, cinico e misantropo, che non riesce ad accettare nella sua casa e nella sua vita la nuova moglie del fratello, Rose (Kirsten Dunst) e il figlio adoloscente di lei Peter (Kodi Smit-McPhee) e fa di tutto per impedire loro di sentirsi a casa. Le cose però cambiano quando Phil inizia ad affezionarsi al giovane Peter e  a stringere con lui un rapporto più profondo.

Questo film è stato candidato nel 2022 a ben 12 premi Oscar e al concorso la regista Jane Campion ha vinto la statuetta per la miglior regia. E infatti questo acclamatissimo film targato  Netflix ha nella sua veste formale il suo più grande punto di forza: ogni singolo fotogramma potrebbe diventare un dipinto da quanto è ben curato in ogni aspetto e anche per questo la visione è un piacere per gli occhi; la colonna sonora di Jonny Greenwood accompagna magistralmente questa sinfonia di colori e sfumature dei paesaggi del Montana, dove il film è stato girato. 

Il punto debole invece è la sceneggiatura, curata dalla stessa Campion (che per la sceneggiatura originale di Lezioni di Piano aveva vinto l’Oscar nel 1993) a partire dal romanzo di Thomas Savage, che ho avuto il piacere di leggere e da cui il film non si discosta mai troppo, se non, ed ecco il suo grande difetto, per voler rimarcare e sottolineare in modo ridondante e didascalico la sfaccettature del personaggio di Phil Burbank, il protagonista, che la regista stessa definisce “un grande personaggio della letteratura americana”.

Le contraddizioni di questo cowboy burbero e misantropo, per cui l’amore è un qualcosa di impossibile perché confinato al passato e al segreto, vengono strillate in faccia allo spettatore anziché essere suggerite con delicatezza come avviene nel romanzo. Dove Savage dipinge a piccole pennellate (con la sensibilità di chi ha vissuto sulla sua pelle l’esperienza di essere un omosessuale in una società dominata dalla mascolinità rude e violenta) Jane Campion usa invece il rullo per comunicare al lettore il disagio e le contraddizioni del suo protagonista, arrivando ad una rappresentazione eccessivamente compiaciuta (il nascondiglio segreto zeppo di fotografie di corpi maschili) e didascalica (nel suo modo di inquadrare Benedict Cumberbatch incorniciato da elementi architettonici come John Ford faceva con il suo John Wayne, a marcare per contrasto la differenza tra quello che Phil sente di dover essere e ciò che invece prova) che rende più difficile l’empatia verso questo personaggio così complesso.

John Wayne in Sentieri Selvaggi e Benedict Cumberbatch in Power of the Dog

Anche il rapporto con il giovane Peter viene raccontato un po’ troppo frettolosamente nella sua evoluzione, togliendo allo spettatore la possibilità di seguirne mano a mano gli sviluppi e, forse, anche la sorpresa del finale, che nel libro arrivava davvero inaspettato e forse nel film no.

Sono comunque da lodare, oltre agli aspetti formali, tutte le interpretazioni: oltre a Benedict Cumberbatch che si destreggia tra sottrazione ed eccessi, anche Kirsten Dunst (sempre splendida) e Jesse Plemons danno il loro meglio nei panni di personaggi un po’ sacrificati dalla sceneggiatura che li lascia troppo sullo sfondo; il giovane Kodi Smit-McPhee recita molto bene il ruolo di Peter, l’unico oltre a Phil che abbia un po’ di spazio per dispiegarsi, anche se le battute che gli vengono assegnate spesso sono funzionali allo sviluppo della trama ma non al personaggio.

Una visione in ogni caso interessante, nel solco dei western atipici, introspettivi e ibridati con altri generi (come I Segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee ma soprattutto I Fratelli Sisters di Jacques Audiard), ma consiglio sentitamente di leggere il romanzo prima di vedere il film, che è disponibile su Netflix insieme a un Dietro le quinte di mezz’ora che poteva essere molto più interessante se non si fosse limitato ad un’intervista generica alla regista.

Voto: 3 Muffin 

Bridgerton 2

Caro Lettore,

la prima stagione della serie Netflix Bridgerton era stata un autentico guilty pleasure che ci aveva intrattenuti piacevolmente tra abiti dai colori sgargianti, gossip, crinoline e amori contrastati, senza darsi pensiero per l’originalità degli intrecci, lo spessore dei personaggi o l’accuratezza storica.

Cosa è dunque cambiato in questa seconda stagione?

La serie si apre con alcuni deliziosi ammiccamenti per il pubblico, giocando sul parallelismo tra la stagione della serie alla stagione della buona società londinese: in entrambi i casi, durante la pausa estiva, l’assenza della voce di Lady Whistledown (la cui voce in lingua originale è quella di Julie Andrews), la misteriosa autrice dei pamphlet di pettegolezzi più amati e temuti di Londra, è stata profondamente sentita.

Nella prima stagione avevamo seguito la combattuta storia d’amore tra Daphne Bridgerton (Phoebe Dynevor) e il duca di Hastings (Regè-Jean Paige, che in questa seconda stagione non appare neppure in un cameo, impegnato, si vocifera, ad allenarsi a reggere tre Vodka-Martini e camminare ancora dritto). In questi nuovi 6 episodi targati Shondaland (la casa di produzione della showrunner Shonda Rhimes) e tratti anch’essi dai romanzi di Julia Quinn, al centro degli eventi troviamo invece Anthony (Jonathan Bailey), il primogenito dell’agiata famiglia Bridgerton (seguito, in ordine anagrafico e alfabetico, da Benedict, Colin, Daphne, Eloise, Francesca, Gregory e Hyacinth), combattuto tra il dovere di scegliere una sposa adeguata e i desideri del cuore.

Ancora una volta veniamo trasportati in un mondo irreale di gonne vaporose, balli composti, clichè romantici e musiche suadenti (imprevedibilmente piacevoli i riarrangiamenti musicali di alcuni successi pop come Material Girl e Wrecking Ball).

E ancora una volta, e questa è la nota più dolente, la regina d’Inghilterra (Golda Rosheuvel) viene sfruttata come deus ex machina per ogni inghippo della trama che gli sceneggiatori non sono in grado di dipanare, intervenendo senza il minimo criterio di coerenza nelle sue motivazioni (non che a una regina sia necessariamente richiesto, ma almeno un abbozzo di profilo psicologico definito sarebbe comunque apprezzato) per benedire o deprecare coppie, distruggere o salvare reputazioni eccetera.

Ma allora cosa distingue, alla fine, questa seconda stagione dalla prima?

Il successo della prima stagione ha garantito un budget sufficiente per la CGI, che è stata utilizzata per creare, pensate, un’ape. Mi domando se non ci fosse un altro modo per mostrare con maggior realismo questo insetto che con la sua puntura provoca la prima volta grande disperazione e la seconda consapevolezza di un sentimento represso ed è quindi funzionale alla trama. Ma non è certo per gli effetti speciali che si inzia a seguire una serie come Bridgerton…

L’assenza del personaggio del duca di Hastings ha creato un grosso buco narrativo, in quanto i suoi addominali scolpiti costituivano un buon 65% della trama della prima stagione. 

Se questo non ti disturba, caro lettore, gettati nella visione a capofitto.

Se invece sei alla ricerca di una ricostruzione storica inappuntabile, interpretazioni eccellenti, personaggi ben costruiti e dialoghi impeccabili, allora quest’autrice ti consiglia di rifuggire Bridgerton in favore di Downton Abbey, per gustare tutto il vero fascino della cara vecchia Inghilterra.

Omicidio all’italiana

Anno: 2017

Regia: Maccio Capatonda

Interpreti: Maccio Capatonda, Luigi Luciano, Sabrina Ferilli, Nino Frassica

Dove trovarlo: Netflix

Il sindaco di Acitrullo Piero Peluria (Maccio Capatonda) ce la mette tutta per portare la modernità e il turismo nel suo minuscolo paesino di appena sedici abitanti, ma nonostante il sostegno economico della sua mecenate, la ricca contessa Ugalda Martirio, ogni sua bizzarra iniziativa fallisce. Quando però Piero si imbatte nel cadavere della contessa, morta soffocata da un babbacchione (il dolce tipico di Acitrullo), decide di inscenare un omicidio per portare il suo paese sotto i riflettori. E infatti subito arrivano i giornalisti, capeggiati dalla bella conduttrice tv Donatella Spruzzone (Sabrina Ferilli) per speculare sulla morte della contessa.

Grazie a quel blasonato cadavere, Acitrullo diventa famoso e viene preso d’assalto dai turisti appassionati di disgrazie. Ma Piero sa che il sogno svanirebbe immediatamente se si scoprisse che l’omicidio è un imbroglio e deve darsi da fare per tenere nascosta la verità.

Forse l’umorismo di Maccio Capatonda, qui regista e attore in due diversi ruoli (quello del protagonista Piero Peluria e quello del politico ignorante e trafficone Filippo Bello), non è adatto a tutti, ma io l’ho sempre trovato esilarante. In Omicidio all’Italiana Capatonda si circonda dello stesso gruppo di attori che lo hanno accompagnato negli anni nei suoi film e sketch (Herbert Ballerina, Ivo Avido) e dà vita a una riflessione non originale ma molto acuta sulla risonanza mediatica dei crimini più efferati nel nostro Paese, portando avanti come sempre la parodia dell’italiano medio e delle sue contraddizioni. L’umorismo di Capatonda non è mai troppo volgare nè scontato, ma è sempre sorprendente per come disattende le aspettative dello spettatore. Il rischio di perdere mordente in un minutaggio più consistente rispetto ai trailer o alle scenette di pochi minuti viene scongiurato grazie alla partecipazione di molti coloriti personaggi, alcuni dei quali interpretati da volti ben noti del cinema e della tv (Sabrina Ferilli, Nino Frassica) che si rendono volentieri complici di questa simpatica e riuscita operazione cinematografica.

Da vedere rigorosamente accompagnato da babbacchioni e amaraccio, il liquore tipico di Acitrullo.

Da non perdere per chi ama la comicità di Maccio Capatonda e vuole trascorrere una serata senza pensieri. Attenzione però: è un filMaccio!

Escape the Undertaker

Quando ero piccola la festa di Halloween non esisteva, la conoscevo soltanto tramite i film e telefilm americani.

Poi ha iniziato a prendere piede anche in Italia, ma io ormai ero decisamente troppo grande per fare dolcetto/scherzetto.

Sarà per questo che ora, ad ogni Halloween, mi assicuro di avere un cesto bello ricolmo di caramelle e dolcetti e un po’ di decorazioni per invitare i bambini ad entrare nell’antro della strega (eh sì, da piccola non ce l’avevo il costume ma ora sì!).

Ma che cosa accadrebbe se, invece dei bambini travestiti, a bussare alla porta fossero i New Day?

E se non cercassero dolcetti ma volessero invece la leggendaria urna del potere?

E se gli sventati avessero bussato proprio alla porta di Undertaker?

Undertaker

Sto parlando della nuova avventura interattiva, dopo lo speciale di Black Mirror e quello su Bear Grylls, ideata da Netflix e interpretata da quattro star del wrestling WWE.

Xavier Woods, Kofi Kingston e Big E formano il gruppo New Day, il cui simbolo è l’unicorno e che si batte per il trionfo del potere della positività.

Undertaker è invece una personalità di spicco del mondo WWE da decenni: il suo ingresso sul ring è sempre accompagnato dal suono sinistro delle campane a morto ed è in grado di terrorizzare i suoi avversari anche solamente esibendo i suoi spaventosi occhi bianchi.

L’avventura, intitolata Escape the Undertaker, si apre con il trio della positività che bussa alla porta di Undertaker nella speranza che lui possa aiutarli a diventare più forti. Il padrone di casa, che osserva ogni loro mossa tramite un sistema di videosorveglianza, decide di lasciarli entrare nella sua sinistra magione… ma non certo per aiutarli!

I New Day dovranno esplorare quel labirinto oscuro per carpirne i segreti, risolvere indovinelli ed affrontare le loro peggiori paure per poter avere la speranza di salvarsi dalla malvagità del beccamorto.

Noi possiamo seguire tutte le loro tribolazioni e, man mano che l’avventura procede, fare delle scelte su come loro si dovranno muovere, quali oggetti dovranno esaminare, quali decisioni dovranno prendere. 

Alla fine naturalmente c’è la possibilità di ritornare indietro per vedere come sarebbero potute andare le cose facendo una scelta differente, esplorando tutte le opzioni.

Un’oretta di divertimento leggero, senza pensieri, da soli o in compagnia. Escape the Undertaker è forse più adatto a chi segue il wrestling e conosce già i personaggi coinvolti, ma resta in ogni caso godibile.

Cosa aspetti? Corri a preparare i dolcetti per i bambini (ho detto per i bambini!) e poi mettiti comodo sul divano e, se ne hai il coraggio, bussa alla porta dell’Undertaker.

Buon Halloween!

(da sinistra) Kofi Kingston, Xavier Woods e Big E

Non si Scherza col Fuoco

Titolo originale: Playing with Fire

Anno: 2019

Regia: Andy Fickman

Interpreti: John Cena, John Leguizamo, Keegan-Michael Key, Tyler Mane, Judy Greer, Brianna Hildebrand

Dove trovarlo: Netflix

Non chiamateli “pompieri”! Loro sono Smokejumpers, vigili del fuoco super addestrati e specializzati in salvataggi estremamente rischiosi. Quello che però non sembrano in grado di affrontare è la convivenza forzata con i tre ragazzini che hanno appena salvato dall’incendio della loro casa. Riuscirà il capo-squadra Jake (John Cena) a far fronte alle marachelle dei piccoli ospiti e allo stesso tempo a fare bella figura con il capo e ottenere la promozione che desidera da tutta la vita?

Non c’è nulla in questa commedia per famiglie che non abbiamo già visto tante volte: ragazzini pestiferi, uomini tutti d’un pezzo ma con un cuore d’oro, cadute rovinose e siparietti slapstick, battutine a non finire, finale commovente. 

Ma allora perché guardare Non si Scherza col Fuoco?

Perché, pur non essendo originale nella trama, ha una bella comicità, esasperata ma pulita, e strappa decisamente più di qualche risata.

Perchè il cast è ottimo. John Cena è davvero simpatico e mostra di avere, oltre a tantissimi muscoli, ottimi tempi comici; John Leguizamo è tenerissimo;  tutta la squadra di Smokejumpers pasticcioni è irresistibile, anche se non canta mai il Coro dei Pompieri di Altrimenti ci Arrabbiamo! (però le canzoni ci sono). E l’altra metà del cielo non è certo da meno: Judy Greer (aka la dottoressa Plimpton, che con una singola partecipazione alla serie Big Bang Theory si è garantita un posto nel cuore di tutti i nerd del mondo) è bellissima e molto brava a passare da insopportabile ad adorabile. La giovane e splendida Brianna Hildebrand spicca nel ruolo di Brynn, tanto furbetta e ladruncola quanto sorella maggiore solerte e affettuosa.

Perché il regista, Andy Fickman, aveva già mostrato di saper tirare fuori il meglio da un wrestler dirigendo Dwayne “The Rock” Johnson in Corsa a Witch Mountain, altro buon film per famiglie tenero e divertente che non rinuncia all’azione.

Perché lo sceneggiatore Matt Lieberman ci aveva già regalato divertimento senza impegno con Free Guy – Eroe per Gioco, ma questa volta aggiunge una generosa spolverata di humor che sicuramente non è per tutti i gusti ma personalmente mi ha conquistata.

Perché come si può non amare un film con bambini, cani, pompieri e unicorni?

Voto: 3 Muffin

Il Nido dello Storno

Titolo originale: The Starling

Anno: 2021

Regia: Theodore Melfi

Interpreti: Melissa McCarthy, Chris O’Dowd, Kevin Kline, Daveed Diggs, Timothy Olyphant

Dove trovarlo: Netfilx

La felicità sembra sorridere alla vita della coppia formata da Lilly (Melissa McCarthy) e Jack (Chris O’Dowd), divenuti da poco genitori. Purtroppo però la loro bimba si ammala e muore. Lilly cerca di reagire alla terribile perdita mentre Jack ne rimane sconvolto, tanto da dover essere ricoverato in un istituto per sottoporsi a cure psichiatriche, incapace di tornare alla vita di prima. Quando Jack rifiuta di vedere la moglie, anche l’apparente normalità della vita che Lilly cercava di condurre dopo la tragedia va in pezzi. Inaspettatamente un’ancora di salvezza sarà offerta da uno psichiatra divenuto veterinario (Kevin Kline) e da una coppia di uccellini dispettosi.

Quando ero piccola andavo matta per una serie di libri per bambini in cui la protagonista Matilde doveva risolvere diversi problemi per poter mandare avanti la sua fattoria: per poter coltivare il suo granturco a sfamare la sua vacca, Matilde si ritrova a dover affrontare fantasmi rumorosi, capre insaziabili e corvi indisponenti.

Con questo spirito ho iniziato a vedere questo film, convinta che il cast di attori brillanti e lo scontro con gli uccellini sarebbe stato molto divertente.

Ahimè non è stato così: si tratta invece di un dramma molto triste, che sceglie di affrontare un tema non certo nuovo nel cinema e nella letteratura (le difficoltà di una coppia che ha perso un figlio) in modo molto convenzionale, come abbiamo già visto in moltissimi altri film del genere: l’elaborazione del proprio lutto (in tutti i suoi canonici stadi) attraverso la caduta seguita dal riscatto morale.

In questo film non c’è nulla di sottile, sentimenti e stati d’animo vengono didascalicamente sottolineati ad ogni passaggio, attraverso il confronto con ciò che avviene in natura e la ridondante colonna sonora di canzoni country-pop che insistono a spiegare ciò che è già chiaro.

Nessuna sorpresa nemmeno nei dialoghi, nell’evoluzione dei personaggi o nel finale: il regista Theodore Melfi esegue bene in suo compitino e gira un convenzionale film strappalacrime hollywoodiano, senza nessun guizzo di alcun genere.

Il cast, di prim’ordine, si impegna giusto il necessario: di più sarebbe stato uno spreco.

Kevin Kline, altrove mattatore, qui è relegato a comprimario stereotipato; Melissa McCarthy offre un’interpretazione dignitosa ma sporcata dal turpiloquio gratuito; il migliore in campo è Chris O’Dowd, ottimo protagonista della spassosissima serie IT Crowd, credibile qui in un ruolo scomodo. Nomi rilevanti anche tra i personaggi minori: Daveed Diggs è l’infermiere dell’istituto psichiatrico, mentre Timothy Olyphant il capo senza cuore di Lilly.

Chiudo questa ben poco entusiasta recensione parlando del problema più grosso del film: gli stornelli sono realizzati interamente in CGI, in ogni inquadratura, togliendo credibilità ad ogni situazione e riportando alla mente prodotti ben poco drammatici come Alvin Superstar. Mi riesce davvero difficile credere che non fosse possibile filmare dal vivo un uccellino che saltella su un ramo o costruisce un nido, a meno che Netflix (produttrice del film) non abbia ritenuto che non valesse la pena perdere tempo per riprendere dei veri storni. Senza voler scomodare il grande lavoro del maestro Hitchcock, penso però che anche l’uccellino finto di Velluto Blu di David Lynch, superato l’effetto “Mary Poppins”, sarebbe stato preferibile al vedere un rassegnato Kevin Kline affannarsi per eseguire un drenaggio toracico su un mucchietto di pixel piumati.

Voto: 1 Muffin

Men in Black: International

Anno: 2019

Regia: F. Gary Gray

Interpreti: Chris Hemsworth, Tessa Thompson, Liam Neeson, Emma Thompson, Rebecca Ferguson

Dove trovarlo: Netflix

Come tutti, nel 1997 mi sono innamorata del film Men in Black di Barry Sonnenfeld che miscelava perfettamente azione e umorismo dando vita a un mondo molto ben pensato in cui gli alieni non solo esistono, ma vivono in mezzo a noi sulla Terra sotto mentite spoglie; esistono però anche altri alieni meno amichevoli, con i quali, quando la diplomazia fallisce, è necessario imbracciare le armi. Tutti questi complicati rapporti intergalattici vengono gestiti sulla Terra da un’organizzazione segretissima, i Men in Black, che gestiscono le varie specie aliene e proteggono i terrestri. E li proteggono, naturalmente, tenendoli all’oscuro di tutto. Questo bellissimo film non solo ha avuto un grande successo, ma è proprio entrato nell’immaginario collettivo: oggi tutti sanno cosa significa “sparaflashare”, sanno riconoscere gli uomini vestiti di nero con occhiali da sole e sanno che le vere notizie si trovano nei giornaletti scandalistici. Inoltre, a tutti noi è capitato di pensare che se l’insegnante di matematica delle media fosse stato un alieno si sarebbero spiegate moltissime cose, e che se il nostro vicino di casa Luciano si comporta in modo strano probabilmente è perché un alieno ha preso il suo posto e indossato un Luciano-abito. Naturalmente un film che ottiene un tale successo non può che generare dei seguiti. Nel 2002 lo stesso Sonnenfeld dirige di nuovo la grandiosa coppia Will Smith e Tommy Lee Jones in Men in Black 2, che però non ha neanche lontanamente l’acume e lo spirito dell’originale. Il terzo capitolo, diretto ancora da Sonnenfeld nel 2012, devo averlo visto ma non ne conservo alcun ricordo, segno che forse non era così fantastico. Ma questo non impedisce alla Sony di mettere in cantiere uno spin-off, ed ecco come nasce questo quarto capitolo della saga degli uomini in nero, Men In Black: International, che chiarisce come i Men in Black non siano un’organizzazione prettamente statunitense ma abbiano invece sedi e agenti in tutto il mondo.

La nostra storia inizia a New York, dove la piccola Molly si ritrova un piccolo alieno variopinto in camera e lo aiuta a scappare; subito dopo assiste alla cancellazione della memoria dei suoi genitori da parte di due uomini vestiti di nero. Da quel momento l’obiettivo della vita di Molly (Tessa Thompson)  diventa scoprire la verità ed entrare a far parte di quella misteriosa organizzazione, di cui nessuno sa nulla, ma che lei sa esiste davvero. Grazie alla sua determinazione Molly riesce a individuare la sede dei Men in Black e a introdurvisi: colpita dalla sua perseveranza e dal suo entusiasmo, l’agente O (Emma Thompson) decide di darle una possibilità e la manda nella sede di Londra come agente in prova. Qui Molly, ora Agente M, incontra il capo, High T (Liam Neeson) e l’affascinante agente H (Chris Hemsworth), il più abile ma anche il più indisciplinato della sua sezione. Molly convince H a portarla con sé nella sua missione successiva, convinta di poter dimostrare di avere tutte le qualità per diventare un agente a tutti gli effetti. Il compito sembra molto semplice: far divertire Vungus, un giovane alieno di stirpe reale grande amico di H. Ma qualcosa va storto, due alieni sconosciuti e molto potenti li attaccano: mentre H combatte, Vungus, ferito a morte, affida a M un oggetto misterioso e la avverte che c’è una spia nei Men in Black. Ora Molly dovrà capire che sono gli assassini di Vungus e perché lo hanno ucciso, cosa sia l’oggetto misterioso e, soprattutto, di chi si può fidare all’interno dei Men in Black.

Il regista F. Gary Gray, che nasce come autore di videoclip, ha già mostrato di trovarsi a suo agio nei film d’azione spettacolari (The Fate of the Furious) ma anche in quelli più ironici (Be Cool), e infatti non si può certo dire che il film manchi di inseguimenti adrenalinici; il comparto effetti speciali fa un ottimo lavoro a tutti i livelli, dalle creature aliene (alcune non molto originali ma comunque ben fatte) agli effetti bullet time (più che altro si usa il rallentatore per godersi di più la camminata sciolta di Chris Hemsworth, ma non mi lamento).

Purtroppo però la trama e i personaggi non sono altrettanto curati. Per quanto riguarda la storia, onestamente ci sto pensando da un paio di giorni e ancora non ho compreso come mai gli Hive (alieni cattivi) non abbiano distrutto la Terra la prima volta e per quale motivo abbiano deciso di piazzare invece una loro spia. Se avevano bisogno di impadronirsi dell’arma, come mai gli altri alieni invece la volevano per difendersi da loro? Significa che gli Hive erano già adeguatamente armati…E perchè Vungus porta l’arma proprio sulla Terra se sa che c’è una spia, mettendo così l’intero pianeta in pericolo? Insomma, forse io sono lenta di comprendonio, ma in questa scaramuccia intergalattica qualcosa non torna (e si capisce da subito chi sia la spia, comunque). Ma tutto questo guazzabuglio spaziale si potrebbe perdonare, se solo i due protagonisti funzionassero, invece sono due personaggi pensati male che quindi interagiscono malamente tra di loro. H sembra, a detta di tutti, essere cambiato dopo la battaglia contro gli Hive di alcuni anni prima: ma cambiato come? Come era prima? E cambiato perché? Tutto questo, anche alla luce di ciò che si scopre su quello scontro, non ha senso. Molly invece ha dedicato la sua vita a studiare lo spazio e le forme di vita aliene, tanto da possedere strumentazione sofisticatissima per individuare gli extraterrestri in arrivo sul pianeta. Eppure, quando entra finalmente nei Men in Black, cosa fa? Mente ad H, fingendo di sapere cose che non sa, per poter andare in missione con lui. Perché? Non mi sembra che attaccarsi alla gamba dell’agente più fico sia un modo dignitoso di fare carriera e dimostrare il proprio valore… Forse si poteva inventare un diverso stratagemma per portarli a cooperare. Poi si capisce che tra i due nasce un sentimento, e anche questo appare forzato. Certo parliamo di due attori, Chris Hemsworth e Tessa Thompson, simpatici e attraenti, che come già si era visto in Thor: Ragnarok insieme funzionano piuttosto bene, ma questo non basta a reggere un intero film che traballa per sceneggiatura, dialoghi e personaggi secondari. Ne escono naturalmente a testa alta Liam Neeson e soprattutto la meravigliosa Emma Thompson, sagace e stilosa al punto giusto. Alla fine del film, però, quello che resta è un gran desiderio di rivedere il primo, inossidabile Men in Black e sparaflasharsi per dimenticare tutti i seguiti (peccato per Chris Hemsworth senza camicia però).

Voto: 3 Muffin (di cui uno è per Chris Hemsworth in pantaloni rosa)

Love, Death & Robots – Vol. 2

Science Fiction… …Double Feature

Dopo il grande successo della prima stagione, Netflix ha prodotto una nuova serie di Love, Death and Robots, che come la prima raccoglie cortometraggi animati molto diversi tra loro per stile dell’animazione, trama e tono, accomunati da uno o più degli elementi che danno il titolo alla serie: Amore, Morte e Robots. I diciotto episodi della prima stagione, usciti nel 2019, avevano conquistato il pubblico per la loro varietà e la loro qualità generale molto elevata; inoltre la formula di radunare cortometraggi molto diversi per origine, produzione e focus si era rivelata vincente, tanto da replicarla in tutto e per tutto, tranne che nel numero di episodi, che questa volta sono solo 8. Tuttavia questa nuova stagione non convince quanto la precedente. Il difetto non è certo nella qualità dell’animazione, che in alcuni episodi è davvero straordinaria, tanto da far dimenticare che quello che si sta guardando è realizzato al computer e non ripreso dal vivo. In altri casi invece si è puntato su stili di animazione più particolari, cui è un po’ difficile abituarsi all’inizio ma che sono comunque segno di una certa dose di creatività. Quello che non convince però sono le trame dei singoli episodi, che a volte partono da un buono spunto ma che impiegano appena quei pochi minuti di durata per sgonfiarsi e lasciare lo spettatore con un “Beh, e allora?” sulle labbra. Come nella prima serie, in tanta varietà ciascuno può trovare l’episodio più affine ai suoi gusti (a me per esempio, che amo molto i racconti che sanno unire acutezza ed ironia, sono piaciuti Servizio Clienti Automatico e quello su un’interpretazione molto originale della figura di Babbo Natale. Il sentimento generale però è che questi nuovi cortometraggi fossero un puro sfoggio di abilità tecnica ma non avessero molto da dire a livello di messaggio per lo spettatore e di espressione artistica. 

Santa Claus is coming to town

Continuate a fare i bravi bambini…

Ben più efficace è stato il lungometraggio I Mitchell contro le Macchine, anch’esso disponibile su Netflix, che ha puntato sull’innovazione visiva unendo la classica animazione al computer con spunti grafici pop, raccontando la storia di una famiglia che risolve i suoi problemi di comunicazione mentre salva il mondo dalla rivolta dei robot. Qui una trama non particolarmente originale viene elevata dal tono ironico, dallo spessore realistico dei personaggi e dall’originalità formale (non solo lo stile dell’animazione ma anche le scelte di “montaggio” e la colonna sonora). Io mi sono innamorata dei due robot che, resisi conto di essere stati danneggiati e quindi di rischiare la distruzione, decidono (forse in un’interpretazione originale della terza legge della robotica di Asimov) di fingersi esseri umani, con risultati davvero esilaranti. Consiglio quindi a chi sia rimasto deluso da Love, Death and Robots di rifarsi gli occhi con I Mitchell contro le Macchine, anche se lo ha già visto: garantisco personalmente che il film rimane divertente anche dopo molteplici visioni ripetute.

Io & Sherlock Holmes – Parte 2

Io & Sherlock Holmes – Parte 2

Dopo la brutta delusione di Gli Irregolari di Baker Street avevo decisamente bisogno di qualcosa dai toni più scanzonati per ridare prestigio al detective più famoso del mondo, Sherlock Holmes. Da molto tempo aveva nella mia lista Netflix il film che faceva proprio al caso mio: Enola Holmes. Parafrasando il titolo del film comico con Gene Wilder del 1975, si potrebbe dire che Enola è “la sorella più furba di Sherlock Holmes”. Il personaggio della sorellina minore di Sherlock nasce dalla penna della scrittrice americana Nancy Springer, che la rende protagonista di una serie di gialli per ragazzi, I Misteri di Enola Holmes, pubblicati tra il 2006 e il 2010. Enola è la sorella di Sherlock e Mycroft, molto più giovane anagraficamente ma non per questo meno sveglia e determinata; infatti non si rassegna all’idea di diventare una donna elegante e educata destinata solo a sposare un uomo agiato, preferisce dedicarsi allo studio, lo sport e, all’occasione, risolvere crimini come il fratellone. Enola ha trascorso tutta la sua vita praticamente sola in casa con la madre Eudoria, interpretata da Helena Bonham Carter. Quando Eudoria scompare all’improvviso, i fratelli maggiori ricompaiono per prendersi cura di Enola: nella visione del primogenito, Mycroft, questo si traduce in una severa educazione collegiale. Sherlock sembra un tantino più empatico nei confronti di Enola e dei suoi bisogni, ma non osa mettersi in contrasto col fratello. Alla ragazza non resta dunque che prendere in mano il proprio destino, fuggendo e mettendosi alla ricerca della madre per conto proprio. Se si parte dalla consapevolezza del fatto che si tratta di un film pensato anche per un pubblico giovane (cui oggi ci si riferisce come young adult), Enola Holmes è un buon intrattenimento che mette in campo attori bravi e simpatici, come la protagonista Millie Bobby Brown, divenuta famosa come Undici nella serie Stranger Things, che qui si destreggia tra enigmi, crinoline e risse nei vicoli di Londra. Ho solamente trovato piuttosto fastidiosa la scelta del regista Harry Bradbeer di far rivolgere spesso Enola direttamente allo spettatore guardando in macchina; se era molto divertente quando lo faceva Amélie Poulain, qui invece finisce per rallentare una narrazione che già non è sempre scoppiettante nel ritmo (forse il film avrebbe beneficiato di un minutaggio leggermente ridotto).

Confesso però che il motivo di maggior interesse per me è incarnato da Henry Cavill, senza dubbio lo Sherlock Holmes più attraente di sempre (mentre il Dottor Watson più affascinante è senza dubbio la splendida Lucy Liu della serie Elementary). Curiosità: dopo l’uscita del film lo scorso anno la Conan Doyle Estate, che attualmente detiene i diritti delle opere dello scrittore, ha intentato causa a Netflix (casa produttrice di Enola Holmes) accusandola di raffigurare Sherlock Holmes come “un personaggio che prova emozioni”. La causa è stata però archiviata nel dicembre 2020, e Netflix sta già preparando un sequel: nuove emozioni anche per Sherlock, dunque. E più Henry Cavill per noi. 

La visione di Enola Holmes mi ha molto rinfrancata, ma sentivo di aver bisogno di un altro pizzico di Sherlock per ritornare al pieno equilibrio. Ancora una volta, come l’autista Ambrogio che tirava fuori i cioccolatini dal cruscotto, è giunta in mio aiuto la piattaforma Netflix con un nuovo titolo più che calzante: Holmes & Watson.

Certo le premesse non erano delle migliori: del regista Etan Cohen a essere sinceri avevo solo brutti ricordi, sia nel ruolo di regista che di sceneggiatore (il terribile Men in Black 3 ma soprattutto il tremendo Tropic Thunder). Inoltre, a parte il suo ruolo di Mugatu nel primo Zoolander (del secondo preferisco non parlare), ho una grandissima antipatia anche per Will Ferrell, che qui interpreta Sherlock Holmes; sull’altro piatto della bilancia però c’era John C. Reilly, attore di grande talento (anche canoro come dimostra Chicago) e comico straordinario, nel ruolo di Watson.

E così mi sono tuffata nella visione di Holmes & Watson (sottotitolo italiano: Due De Menti al Servizio della Regina). Responso? Un grosso sacco di risate! Davvero, a parte alcune scene piuttosto di cattivo gusto ho trovato il film divertentissimo. Cohen, rifacendosi anche all’umorismo di Zucker/Abrahams/Zucker, si è divertito a prendere in giro tutti i clichè su Sherlock, compresi quelli stabiliti in tempi recenti da Guy Ritchie con i suoi due film, sostenuto da una favolosa accoppiata di protagonisti e scrivendo personalmente una buona sceneggiatura (il racconto iniziale del primo incontro tra Holmes e Watson è buffissimo). Ho anche amato ritrovare alcuni volti ben noti nel cast: Hugh Laurie nel ruolo di Mycroft, Ralph Fiennes in quello di Moriarty, il wrestler WWE Braun Strowman in un combattimento davvero singolare. Il momento musical poi mi ha particolarmente deliziato. Lo consiglio a tutti coloro che, sempre con rispetto per Sir Arthur Conan Doyle, desiderano farsi qualche bella risata su Sherlock Holmes e i suoi amici. Per ora, da Baker Street, è tutto!

Un Selfie con Sua Maestà