Interpreti: Ryan Reynolds, Mèlanie Laurent, Manuel Garcia Rulfo, Ben Hardy, Adria Arjona, Dave Franco, Corey Hawkins
Dove trovarlo: Netflix
Tutto è iniziato con il numero Uno (Ryan Reynolds), un misterioso milionario che, creduto morto in seguito ad un incidente aereo, ha pensato di poter utilizzare le sue risorse e le sue abilità per correggere alcune storture del mondo, agendo di nascosto e al di fuori della legge per eliminare coloro che ritiene colpevoli di ingiustizie e prevaricazioni imperdonabili. Per raggiungere il suo obiettivo mette insieme una squadra di combattenti, “fantasmi” come lui, ciascuno con una sua abilità specifica e un passato da dimenticare. L’arrivo di Sette (Corey Hawkins), soldato con un forte senso della giustizia e della lealtà, rischia però di far saltare gli equilibri.
Nel pubblicizzare questo film si è deciso di puntare tutto sull’azione, che naturalmente non manca in questo film del veterano dell’action Michael Bay (e se ve lo state chiedendo, sì, certo che esplode tutto), regista di classici del genere come Armageddon e Transformers, ma 6 Underground non è soltanto acrobazie e sparatorie. La prima sequenza, infatti, è un adrenalinico inseguimento in auto (girato in parte in Italia, a Firenze) durante il quale il regista riesce con abilità a presentare tutti i personaggi non solo con le loro abilità specifiche ma proprio come personalità e caratteri. E così dopo qualche minuto di film ci si è già affezionati a questa squadra di giustizieri squinternati e si è vogliosi di seguire il resto delle loro avventure. Il film si segue volentieri dall’inizio alla fine, godendo delle spettacolari acrobazie ma anche con molto divertimento, perché i dialoghi e le situazioni non mancano di umorismo, senza però mai diventare parodia del genere. Action al 100% ma ben fatto, con scene visivamente molto interessanti come quelle del magnete super potente o le diverse sequenze di parkour. Personaggi approfonditi solo quanto basta ma adeguati al tono complessivo e veicolati da un buon cast di attori (anche Ryan Reynolds, attore per cui non provo grande simpatia, offre una prova dignitosa) messi in ombra solo dal magnifico lavoro degli stuntman. Consigliato per gli amanti dell’azione scapicollata mescolata con la giusta dose di sentimenti (la conclusione inaspettata della prima scena è stato per me un colpo inatteso) e di umorismo.
Ci troviamo nella Germania nazista, appena prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale: la bella Amanda (Cybill Shepherd), giovane e ricca americana molto chiacchierata per il suo gran numero di matrimoni dalla breve durata, si trova a viaggiare in treno accanto alla signora Froy (Angela Lansbury), una simpatica e premurosa tata inglese. Amanda, ancora provata dalla sbornia della sera precedente, si addormenta, e al suo risveglio la signora Froy è sparita. Non solo, ma nessuno dei passeggeri e dei membri dello staff ricorda di averla mai vista nè di aver mai parlato con lei. Fermamente convinta che la signora Froy sia nei guai, Amanda, aiutata dal giornalista Robert (Elliot Gould), si mette alla sua ricerca.
Dopo circa trent’anni, ho ritrovato la signora che avevo perso! Eh sì, perchè io da piccolina avevo iniziato a vedere questo film ma non avevo visto la fine (probabilmente per me era arrivata l’ora della nanna) e non ero mai più riuscita a vederlo, nonostante lo avessi cercato tanto. Nella mia ricerca naturalmente ho scoperto che da questa storia, tratta dal romanzo The Wheel Spins della scrittrice britannica Ethel Lina White, erano stati tratti anche altri film, tra cui La Signora Scompare di Alfred Hitchcock, ma per me non sarebbe potuta essere la stessa cosa. Infatti, quello che mi aveva colpito da piccola, era che a sparire nel nulla fosse stata proprio Angela Lansbury, che nel film interpreta Miss Froy ma che per me era Jessica Fletcher: insomma, se scompare la signora in giallo chi può risolvere il mistero? Finalmente, dopo tanti anni, grazie ad Amazon Prime ho trovato la risposta a questa domanda. Non svelerò nulla del finale, naturalmente, posso solo dire che il film resta avvincente e divertente fino alla fine grazie ad un’ottima sceneggiatura scritta da George Axelrod (lo stesso di classici come Colazione da Tiffany e Quando la Moglie è in Vacanza) e agli ottimi interpreti. Cybill Shepherd, che aveva già dato prova di essere un’ottima attrice brillante nella spassosa serie tv Moonlighting al fianco di Bruce Willis, regge l’intero film sulle spalle nude (nel senso che per tutto il tempo indossa un inadatto abito da sera) con grazia e fascino, affiancata da un simpaticissimo e cinico (ma solo all’apparenza) Elliot Gould. Anche i personaggi minori sono tutti perfetti, specie i due gentiluomini inglesi che più che della donna scomparsa si preoccupano della partita di cricket. L’equilibrio tra commedia, mistero e dramma (ricordiamo che ci troviamo nella Germania nazista) è perfetto e il film risulta omogeneo e completo nel suo mix tra risate e suspense. Film splendido, che non soffre per nulla del fatto di essere ambientato quasi per intero a bordo di un treno, anzi: divertente, appassionante, da vedere non solo (ma soprattutto) per i nostalgici e per gli amanti del cinema britannico. E per i fan di Angela Lansbury, ovviamente.
Interpreti: Robert Carlyle, Ving Rhames, Kelly Hu, Liam Cunningham
Dove trovarlo: Amazon Prime
Ogni sette anni si tiene un torneo che vede i migliori assassini del mondo lottare l’uno contro l’altro per stabilire chi sia il migliore tra tutti. A ciascun partecipante viene innestato un chip che permette di localizzarlo in ogni momento e i contendenti vengono seguiti in ogni loro mossa tramite una fittissima rete di telecamere dai ricconi che scommettono su di loro. L’ultimo assassino a rimanere in vita sarà il vincitore, avrà la gloria e un consistente premio in denaro. Questa edizione del torneo si svolge in Inghilterra ed è organizzata dallo spietato Powers (Liam Cunningham), che ha introdotto una variante: i chip non servono più solo da localizzatori ma sono delle bombe programmate per esplodere allo scadere del tempo, per evitare che il gioco si protragga troppo a lungo. Il favorito di quest’anno è Joshua Harlow (Ving Rhames), vincitore della precedente edizione tornato per scoprire l’identità dell’assassino di sua moglie. Ma uno degli altri concorrenti, per muoversi senza essere individuato, si toglie il microchip e lo mette di nascosto nel caffè di un prete ubriacone, padre MacAvoy (Robert Carlyle), che diventa quindi suo malgrado un bersaglio di tutti gli altri assassini…
Per chi avesse visto Death Race, il film con Jason Statham e Tyrese Gibson in cui i detenuti si sfidano in pericolose e rocambolesche corse automobilistiche per la gioia dei telespettatori paganti, ritroverà esattamente lo stesso film ma con le pistole al posto delle auto. Ma sebbene non ci sia nulla di inaspettato in The Tournament il risultato è comunque un film d’azione variegato e divertente, spettacolare quanto basta negli scontri tutti l’uno diverso dall’altro. Vediamo infatti, oltre alle classiche sparatorie, anche ottimi numeri di parkour, bei combattimenti corpo a corpo, scene di inseguimento su autobus a due piani (il torneo si svolge in Inghilterra) e armi non convenzionali di vario tipo. La violenza è tanta ma non è eccessiva per il genere, i personaggi sono molto stereotipati ma riescono comunque ad essere efficaci grazie alla bravura degli interpreti. Robert Carlyle è perfetto come pastore che ha smarrito la fede e trovato la bottiglia che si ritrova coinvolto in qualcosa di pazzesco che però gli permette di ritrovare la determinazione della fede; Ving Rhames è spietato e spaventoso nella sua smania di trovare l’assassino delle moglie incinta (lo spettatore invece lo intuirà sicuramente già nei primi minuti); Kelly Hu è monoespressiva ma bellissima e molto brava nelle scene di combattimento; Liam Cunningham, divenuto famoso come Cavaliere della Cipolla nella serie Trono di Spade, è un opportunista spregevole e manipolatore perfetto come villain della situazione. Un film d’azione adatto per una serata senza pensieri.
Interpreti: Jamie Foxx, Tina Fey, Richard Ayoade, Angela Bassett
Dove trovarlo: Disney Plus
Joe vive a New York e si guadagna da vivere come insegnante di musica in un liceo pubblico, dove però gli studenti gli danno ben poca soddisfazione. Quando la preside gli offre un contratto a tempo pieno Joe è riluttante, perchè il suo sogno è sempre stato quello di diventare un musicista jazz di successo, come il padre, anche se i suoi molti tentativi nel settore non sono mai stati fruttuosi. Ma proprio quel giorno, grazie all’intervento di un suo ex alunno che ha fatto carriera nel mondo della musica, a Joe si presenta un’occasione irripetibile: un’audizione con la grande jazzista Dorothea Williams, che sta cercando un pianista per il suo quartetto. L’opportunità di una vita a portata di mano fa perdere la testa a Joe, che camminando distrattamente per la strada finisce per cadere in un tombino aperto. Si risveglia al di fuori del proprio corpo mentre la sua anima è in viaggio verso l’aldilà. Ma Joe non intende morire proprio nel giorno della sua grande occasione di riscatto, così fugge e si ritrova nel luogo in cui le piccole anime, quasi pronte per iniziare la loro vita nel mondo, vengono aiutate dalle grandi anime del passato, i mentori, a scoprire il proprio carattere e la propria vocazione, e una volta pronte ricevono un lasciapassare per la Terra. Joe decide quindi di spacciarsi per un mentore e di rubare un lasciapassare per poter tornare nel suo corpo e andare al provino per Dorothea Williams, ma la cosa si rivela più complicata del previsto: l’anima che gli viene affidata infatti, la numero 22, al contrario di lui non ha proprio alcuna voglia di iniziare a vivere…
Non ho ancora alcun dato alla mano, ma in base al numero di persone che conosco e che so aver già visto Soul (anche più di una volta), uscito su Disney Plus solamente quattro giorni fa, credo che l’operazione fatta dalla Disney di rendere disponibile il suo film di Natale direttamente in streaming (non essendo ovviamente possibile farlo uscire nelle sale cinematografiche come al solito) possa dirsi completamente riuscita, grazie non solo ad una intensissima campagna pubblicitaria ma anche alla garanzia di qualità che il marchio Disney-Pixar rappresenta ormai da decenni e che anche in questo caso non delude. Soul, che in inglese significa “anima” ma che fa riferimento anche al genere musicale, è un film bellissimo, profondo e coinvolgente, sicuramente più per adulti che per bambini, che si propone con ambiziosa modestia di spiegare nientemeno che il senso della vita, come racconta il regista Pete Docter, lo stesso di Monsters & Co., Up e Inside Out. E ci riesce, senza cercare la lacrima facile né la morale edificante, ma offrendo invece un finale aperto, non scontato in un film d’animazione, che invita a elaborare e riflettere su quanto appena visto, lasciando lo spettatore allo stesso tempo soddisfatto e stimolato. I bambini possono senza dubbio guardarlo, anche se non ne coglieranno immediatamente tutti i significati, ma io apprezzo molto la scelta di prediligere l’ironia intelligente (molto presente nel personaggio del contabile Terry per esempio) ai siparietti comici divertenti per i più piccoli ma irritanti per gli adulti come era stato fatto per esempio nel film Up: forse i bambini più piccoli potrebbero annoiarsi guardando Soul ma non spaventarsi, perché ogni particolare, visivo e musicale, è stato pensato proprio per rendere il mondo dopo la morte rassicurante piuttosto che spaventoso. La squadra Pixar ha lavorato a lungo e con passione nella creazione di ogni dettaglio ponendosi un obiettivo molto difficile, quello di creare un aldilà non connotato religiosamente e comprensibile anche ai bambini nella sua complessità strutturale e concettuale. Impresa riuscitissima nel rappresentare le anime ancora non completamente formate come bimbi che vanno all’asilo e che trovano il proprio desiderio di vita attraverso il gioco; ancora migliore l’idea di rappresentare le entità preposte all’amministrazione, tutte chiamate “Jerry”, come degli impiegati scrupolosi ma anche dotati di senso dell’umorismo, rappresentati con una sola linea curva che ne definisce la figura (il concept iniziale era in fil di ferro) e le espressioni. La grande attenzione nella scelta dei doppiatori ha aiutato a dare vita e carattere a creature così indefinite. Tina Fey ad esempio, che dà la voce a 22, è perfetta come anima impreparata alla vita dispettosa, indisponente e irritante, tanto che molti mentori illustri, tra cui Madre Teresa e Gandhi, hanno fallito nel compito di vincere la sua paura di vivere. Jamie Foxx, la voce di Joe, è stato determinante nel rendere questo personaggio non solo reale ma anche simpatico, in modo che qualunque spettatore possa immedesimarsi in lui e nel suo desiderio di tornare a vivere per seguire la sua passione, anche se questo spesso lo spinge a comportamenti egoisti ed opportunisti. Il personaggio di Joe, la cui elaborazione a livello visuale e caratteriale è stata lunga e complessa, oltra ad ereditare molto dal suo doppiatore (Jamie Foxx è anche lui musicista tra l’altro) si basa molto su una persona reale, il musicista e compositore Jon Batiste, autore ed esecutore delle musiche suonate da Joe, le cui mani (e il cui volto) sono stati presi a modello dagli animatori. Jon stesso spiega come nel film la musica jazz inserita sia volutamente accessibile a tutti, anche a chi non è per nulla familiare con il genere; il suo contributo è stato essenziale nella fase creativa, che si svolgeva con un continuo confronto tra gli autori e gli artisti alla ricerca delle idee migliori e della verosimiglianza di ogni dettaglio fisico, musicale e ambientale. Jon Batiste stesso suonava e spiegava il processo creativo ed esecutivo della musica alla troupe durante tutto il processo di realizzazione del film, che verso la fine si è dovuto reinventare completamente a causa del Covid, che ha costretto la Pixar a terminare la produzione in smart working con tutti gli inconvenienti del caso, compresi gli animali da compagnia che passeggiavano sulle tastiere. Tutto questo e molto altro viene raccontato negli speciali che Disney Plus mette a disposizione degli abbonati in aggiunta al film, che mostrano i volti degli autori e raccontano le diverse fasi del processo produttivo: in pratica Disney Plus offre un’esperienza cumulativa tra la prima visione del cinema e il dvd completo di contenuti speciali che non mi è dispiaciuta affatto, anzi mi ha permesso un’immersione completa nel film in ogni suo aspetto. Consiglio a tutti la visione di Soul, che offre divertimento e tante emozioni diverse tutte da esplorare, nessuna scontata: allo stesso tempo un successo annunciato e una stimolante sorpresa.
Interpreti: Kevin Kline, Kristin Scott Thomas, Maggie Smith
Dove trovarlo: Amazon Prime
Lo spiantato Mathias Gold eredita dal padre un lussuoso appartamento a Parigi, ma quando vi si reca con l’intenzione di metterlo in vendita scopre che è abitato da un’anziana signora, Mathilde, che per contratto ha il diritto di abitarlo fino alla morte. Mathias, disperatamente bisognoso di denaro, tenta allora di scendere a patti con la figlia di Mathilde, Chloè, scontrandosi però con una volontà altrettanto irremovibile…
My Old Lady nasce come dramma teatrale del drammaturgo Israel Horovitz, che dopo aver già adattato diverse sue opere per la televisione e aver lavorato anche come sceneggiatore esordisce qui come regista; la sua poca esperienza in questo ruolo è colpevole degli unici difetti imputabili al film, cioè le scelte troppo convenzionali dal punto di vista narrativo e quelle eccessivamente leziose da quello formale. Mi riferisco alla specularità della scena iniziale, non appena Mathias si è reso conto di non poter contare sul denaro della vendita e, dopo essersi fermato pensoso su una panchina vaga senza meta per una Parigi grigia e uggiosa, mentre nel finale non solo si unisce alla performance della cantante d’opera un tempo snobbata in riva alla Senna, ma fa anche capolino un timido raggio di sole a simboleggiare, in modo non certo originale, la speranza ritrovata. Ho trovato poi forzato l’utilizzo di inquadrature non convenzionali, ad esempio attraverso uno specchio o un riflesso, a voler continuamente sottolineare l’importanza della percezione di sé in relazione allo sguardo altrui. Ma, tolti questi peccatucci veniali da regista esordiente, il film è un potente dramma esistenziale che sicuramente ha funzionato splendidamente sul palcoscenico e che qui è impreziosito da tre interpretazioni di gran lusso. Kevin Kline è un perfetto Mathias stropicciato e sperduto, spavaldo solo in quanto insicuro, con un ragguardevole bagaglio di qualità e di problemi. Maggie Smith, che non può essere altro che perfetta, riesce ad essere al contempo amabile e odiosa, messaggero ma allo stesso tempo vittima delle rivelazioni sul passato destinate a sconvolgere la vita dei protagonisti. Ruolo delicatissimo per Kristin Scott Thomas, che con gli anni sembra diventare non solo più brava ma anche più bella, perfetta controparte di Kevin Kline in questa ricerca di equilibrio sempre in bilico sull’abisso dello sconforto. Si ride molto, soprattutto all’inizio, ma si piange anche molto, ci si commuove e si fa il tifo per i tre protagonisti per tutta la durata del film, perché l’esito dei loro turbamenti non appare mai scontato: My Old Lady ha tutta la forza del teatro migliore e la grande qualità del migliore cinema. Da non perdere (compresa la scena al termine dei titoli di coda), perché il segreto per una lunga vita è la precisione, il buon vino, ma anche i bei film.
Interptreti: Robert Carlyle, Emma Thompson, Ray Winstone, Kevin Guthrie
Dove trovarlo: Amazon Prime
Barney Thompson (Robert Carlyle) vive a Glasgow, è un uomo di mezza età solo, scorbutico e attaccabrighe, che mantiene un lavoro come barbiere solamente in virtù dell’affezione del proprietario della bottega, visto che non fa che litigare con colleghi e clienti. Un giorno però la sua vita cambia quando commette un omicidio per errore: durante una lite uccide un collega barbiere. La madre (Emma Thompson), donna appariscente e sboccata, lo sorprende mentre tenta maldestramente di occultare il cadavere, e a sorpresa non solo si offre di aiutarlo, ma gli rivela di non essere affatto estranea alle procedure di occultamento dei corpi…
Esordio alla regia dell’attore Robert Carlyle, salito alla ribalta nel 1997 come protagonista del meraviglioso film Full Monty, Delitti Perfetti (questo il titolo con cui lo si può trovare su Amazon Prime, mentre fu originariamente distribuito in Italia con l’allusivo La Piccola Bottega degli Errori) vorrebbe inserirsi nel filone delle commedie in stile british la cui anima è lo humor più nero. Il nero c’è eccome in questa vicenda che ruota tutta intorno agli omicidi e all’occultamento e/o sezionamento dei cadaveri, mentre lo humor non è per niente efficace. Sulla carta poteva funzionare, visto il buonissimo cast, che oltre allo stesso Carlyle nel ruolo di protagonista vede la bravissima Emma Thompson in un ruolo molto diverso dal solito e una serie di comprimari di comprovata bravura, come il poliziotto cocciuto Ray Winstone e quello più posato e ragionevole Kevin Guthrie (protagonista della miniserie firmata Julian Fellowes The English Game). Eppure qualcosa si inceppa nel meccanismo del film, a tratti il trucido prende il sopravvento e sovrasta il divertimento, che pure fa capolino nei dialoghi assurdi tra Barney e la madre o tra i poliziotti. L’idea del barbiere assassino non è nuova, visto che il musical Sweeney Todd era un classico ancora prima che Tim Burton ne facesse un film, ma l’indolenza e l’amoralità di Barney rendono impossibile qualunque coinvolgimento nei confronti di un protagonista così sgradevole (da ammirare però la prova d’attore di Carlyle in un ruolo non certo facile), mentre l’umorismo assume toni troppo variegati (dal black humor più cinico al completo nonsense della sparatoria nel bosco) per poter reggere l’intero film. Il finale, un po’ didascalico, esplicita la critica dell’esaltazione della mediocrità e della meschinità morali da parte della società, sempre valida ma in questo caso, nonostante la locandina affermi il contrario, non molto “affilata”. Un esordio dietro la macchina da presa coraggioso ma purtroppo non convincente, però sono sicura che il bravo Carlyle saprà rifarsi in futuro.
Belsnickel era l’elfo prediletto da Babbo e Mamma Natale finché non divenne geloso e dispettoso: le sue cattive azioni lo portarono ad essere punito con l’esilio dal magico paese del Natale. Trasformato in un essere umano e privato di tutti i poteri elfici, Belsnickel si rifugia al Polo Sud dove progetta a lungo la sua vendetta. Per poter tornare nel paese del Natale, protetto da una barriera magica che solo Babbo Natale può attraversare, decide di usare l’astuzia e di sfruttare i guai di Kate, ormai cresciuta e alle prese con le difficoltà emotive nell’accettare il nuovo compagno della madre.
Dopo il grande successo del primo capitolo, a dirigere la nuova avventura del Babbo Natale più cool del momento, sempre interpretato dall’eccezionale Kurt Russell, arriva il veterano Chris Columbus, già produttore di Qualcuno salvi il Natale e naturalmente autore di commedie per famiglie di grande successo come Mamma, ho perso l’Aereo e Mrs. Doubtfire, entrambi disponibili su Disney Plus per un ripasso a tema. Risultato? Il film risulta più mieloso del precedente, concedendo ancora più spazio ai buoni sentimenti, alla redenzione e all’inossidabile spirito del Natale, ma siamo comunque entro i limiti concessi ai film di questo genere. La trama non è l’elemento preponderante, anzi meglio non soffermarsi a pensare all’ovvietà del parallelismo tra l’elfo reietto e la ragazzina che scappa via dalla famiglia perché il nuovo compagno della madre non potrà mai prendere il posto del suo vero padre. Ma se si tralasciano questi elementi meno forti si possono trovare moltissimi motivi per vedere questo film e goderselo fino in fondo. Kurt Russell non delude le aspettative, anche se purtroppo in questo film la sua canzone è stata tradotta e doppiata in italiano con un pessimo risultato. Ha invece un ruolo principale Goldie Hawn, compagna di Russell anche nella vita, nei panni di Mrs. Claus, che nel primo film faceva appena un cameo mentre qui è una splendida coprotagonista e distribuisce abbracci e biscotti glassati esplosivi alla bisogna. Per il resto torna la protagonista Darby Camp del primo film, che in questa nuova avventura non è affiancata dal fratello ma dal futuro fratellastro, il simpatico Jahzir Bruno. Il cattivo della storia, l’elfo rinnegato Belsnickel (Julian Dennison), è piuttosto insignificante, anche perché si capisce immediatamente che non è affatto cattivo e nel finale si redimerà e tornerà nei ranghi degli elfi obbedienti. La CGI è usata con abbondanza ma anche con sapienza per realizzare gli elfi, il paese del Natale e molti dei curiosi congegni di Belsnickel, che con le sue abilità ingegneristiche ha sopperito alla perdita della magia. Facendo un confronto, il primo film era più originale, divertente ed equilibrato, mentre questo gioca al rialzo su cast, zucchero ed effetti speciali diventando a tratti stucchevole (la canzone finale è decisamente troppo lunga per esempio), ma in conclusione è anche questo un film perfetto per le feste, godibile per adulti e bambini. Resta inspiegabile come sia possibile per una ragazzina non desiderare Tyrese Gibson, simpaticissimo e affascinante protagonista di classici del genere action come Death Race e Fast & Furious (tutti dal secondo in poi ad eccezione del terzo), come patrigno.
Interpreti: Kurt Russel, Oliver Hudson, Kimberly Williams-Paisley, Judah Lewis, Darby Camp
Dove trovarlo: Netflix
Per la piccola Kate (Darby Camp) e il fratello adolescente Teddy (Judah Lewis) il Natale non è più lo stesso da quando il padre, vigile del fuoco, ha perso la vita durante un’operazione di soccorso. Ora la madre Claire (Kimberly Williams-Paisley) è spesso assente per lavoro e Teddy, lasciato a se stesso, sta frequentando le persone sbagliate e rischia di diventare un delinquente. Kate però non smette di credere nella festa del Natale, la festa tanto amata dal padre, che ogni anno realizzava un video natalizio da condividere con amici e parenti. Riguardando proprio uno di quei vecchi filmati Kate nota un particolare: una mano che mette un regalo sotto l’albero. Convinta che si tratti del vero Babbo Natale, Kate convince il fratello a farsi aiutare a coglierlo sul fatto, riprendendolo quando verrà a consegnare i doni. La notte di Natale il sistema di allarme casalingo avverte i ragazzi che in casa c’è qualcuno e i due trovano nientemeno che una slitta trainata da renne volanti posteggiata in strada. Desiderosi di filmare Babbo Natale all’opera si intrufolano nella slitta, che riparte con loro a bordo. Babbo Natale (Kurt Russel) che non si è accorto della loro presenza viene colto di sorpresa e finisce per schiantarsi a terra con la slitta. Babbo Natale, Kate e Teddy sono incolumi, ma le renne sono fuggite, la slitta è rotta e i doni sono andati perduti. Il Natale è seriamente in pericolo!
Qualcuno Salvi il Natale è, non serve dirlo, un classico film di Natale, in cui non manca alcun elemento distintivo del genere: la magia, l’avventura, gli elfi, le renne volanti, la riscoperta dei buoni sentimenti, il dolce lieto fine. Dunque si astengano i Grinch più scorbutici. Tutti gli altri invece troveranno un film ben fatto, divertente per bambini ma anche per adulti, adatto a tutta la famiglia ma non stucchevole nel sentimentalismo, che c’è ma si sente solo nella misura necessaria. Kurt Russell, grintoso e spiritosissimo, si candida a diventare uno dei migliori Santa Claus di sempre, (di sicuro è quello più in forma, con la sua ossessione per la palestra) esibendosi anche in un fantastico numero musicale nella prigione (sì, in questo film Babbo Natale finisce dietro le sbarre). Diventerà senza dubbio un classico di Natale, ed è la scelta giusta per una tenera e divertente serata in famiglia durante le feste. Con un seguito, Qualcuno Salvi il Natale 2, di cui parlerò a breve. Occhio all’apparizione nel finale della Signora Natale in persona.
Interpreti: Gary Oldman, Lily Collins, Amanda Seyfried, Tom Burke, Tom Pelphrey, Charles Dance
Dove trovarlo: Netflix
Immobilizzato a causa di uno sfortunato incidente d’auto, lo sceneggiatore Herman Mankiewicz (Gary Oldman) viene recluso dal giovane regista esordiente Orson Welles (Tom Burke) in un tugurio a Victorville, California, affinché possa terminare nei tempi previsti di scrivere la sceneggiatura del film con cui Welles intende debuttare a Hollywood: Quarto Potere.
Ricordo un episodio di alcuni anni fa dello show di David Letterman in cui il conduttore e la sua immancabile spalla Paul Shaffer si stupivano del fatto che fossero già stati realizzati ben sei seguiti (oggi sono sette, con altri due in in cantiere) del film Fast & Furious. “Ai miei tempi” sentenziava Letterman “non si facevano i sequel, nemmeno dei film più belli. Vi immaginate un Citizen Kane 3: Rosebuddier!?!” (in italiano si potrebbe tradurre con “Quarto Potere 3: Sempre più Rosabella!”). Questa battuta mi è rimasta impressa perché sono sempre stata tra quelli che considerano quel film un grande capolavoro e in cuor mio ho sempre sperato di non vederne mai un seguito o un remake. Con Mank però siamo ben lontani dal territorio delle operazioni arbitrarie e meramente commerciali cui Hollywood ci ha abituati, e restiamo piuttosto nel campo dei grandi film. Fin dai titoli di testa di Mank infatti il regista David Fincherci catapulta nel mondo dei classici di Hollywood con un bianco e nero pulito, una colonna sonora rispettosa, dialoghi incisivi e interpreti di classe. Il mitico Orson Welles (interpretato benissimo da Tom Burke), che in vita sua non è mai riuscito, nemmeno nei ruoli più marginali delle produzioni televisive più infime, a non troneggiare su tutto e tutti, questa volta rimane davvero sullo sfondo, per lasciare le luci della ribalta a un personaggio molto meno conosciuto ma che ha avuto una parte essenziale, come scopriamo qui, nella realizzazione del suo capolavoro indiscusso: Herman Mankiewicz. Soprannominato “Mank”, Herman era il fratello dell’influente produttore e regista Joseph Mankiewicz (interpretato da un bravo Tom Pelphrey); quando Welles lo scelse per scrivere la sceneggiatura di Quarto Potere Mank era conosciuto a Hollywood, oltre che per il suo carattere scorbutico e cinico (ma, come scopriremo, solo in apparenza) e il suo amore per i liquori forti, per aver prodotto i film dei fratelli Marx. Ma Welles, che aveva strappato alla RKO un contratto favoloso che gli garantiva piena libertà riguardo ad ogni aspetto del suo film, non si fece problemi ad ingaggiare Mank, salvo poi, a riprese ultimate, tentare di attribuirsi interamente il merito della sceneggiatura. Mank ottenne tuttavia di essere accreditato come co-autore e questo gli permise di ricevere nel 1942 l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale insieme a Orson Welles (che resterà l’unico riconoscimento dell’Academy per il regista, mentre Mank otterrà un’altra statuetta l’anno successivo per la sceneggiatura di L’Idolo delle Folle); ciononostante il regista nelle varie interviste continuò a definirsi l’unico autore di Quarto Potere, e ad attribuire al massimo a Mank il merito della prima stesura (che si intitolava American) o di aver avuto l’idea di “Rosebud”. Questo film racconta il periodo in cui Mank, costretto a letto da una gamba ingessata, detta ad una solerte segretaria (una splendida e incorruttibile Lily Collins) la prima stesura del copione di Quarto Potere. La sua opera non è ancora terminata che già iniziano ad arrivare da varie parti pressioni per il suo accantonamento: tutta Hollywood infatti sa che il personaggio di Kane è ispirato al magnate della stampa William Randolph Hearst (un fantastico Charles Dance, che grazie a un minimo trucco diventa molto somigliante al vero Hearst e con poche battute e la storia della scimmia ammaestrata domina con alta classe la scena), che come prevedibile non vede di buon occhio questo interesse per la sua persona e per quella della sua amante, l’attrice Marion Davies (una Amanda Seyfried mai così bella). Mank, che prima di diventare sceneggiatore e produttore era stato giornalista, conosceva di persona Hearst e la moglie, oltre a tutti gli altri personaggi influenti nella Hollywood dell’epoca, e probabilmente anche molti segreti che non dovevano essere rivelati. Le scene che potrebbero sembrare esagerate, come quella della presentazione di Louis B.Mayer (Arliss Howard) o quella della grande festa nella Casa Grande a San Simeon di Hearst (cui Welles si ispira per realizzare la Xanadu di Charles Foster Kane), sono in realtà del tutto credibili: la Hollywood degli anni d’oro non realizzava le sue grandiose messe in scena solo sotto i riflettori, ma anche nel retrobottega. Welles ha raccontato che le riprese di Quarto Potere furono accompagnate da diversi episodi sgradevoli, tra cui un tentativo di incastrare il regista con delle foto compromettenti: se il regista non fosse stato avvisato da un poliziotto, al suo rientro in albergo avrebbe trovato nella sua stanza un’adolescente svestita e dei fotografi pronti ad immortalare la scena. Dunque tutti i tentativi di dissuasione che vediamo nel film, anche ad opera del fratello Joseph, sono del tutto realistici. Immagino che Gary Oldman, come il suo personaggio, potrebbe arrivare a stringere la statuetta dorata dell’Academy grazie alla sua ottima interpretazione di un personaggio non facile, che riesce a strappare la simpatia del pubblico nonostante sia un ubriacone misantropo e bugiardo che spesso tratta malissimo moglie e amici e che vive in bilico tra l’odio per il sistema e l’attrazione irresistibile verso la scintillante Hollywood, in cui rimarrà fino alla sua morte. Mank è un film fatto bene sotto ogni punto di vista, che con continui flashback spiega chi fosse Herman Mankiewicz e come funzionassero gli ingranaggi della dorata Hollywood degli anni ‘30 e ‘40 mentre racconta una storia umana di amore/odio verso il sistema cui è difficile restare indifferenti. Adatto anche a chi non dovesse aver mai visto Quarto Potere (ma dopo aver visto Mank sono sicura che tutti saranno ansiosi di recuperarlo), imprescindibile per chi ama Welles, succulento per tutti coloro che amano conoscere i segreti dei grandi capolavori della storia del cinema. Dopo la visione consiglio una corsa in libreria alla ricerca di It’s All True, raccolta di intervista fatte a Orson Welles nel corso degli anni, che, anche se non chiarisce il rapporto conflittuale tra il regista e Mank, svela moltissimi ghiotti aneddoti sulla vita e il lavoro del grande regista. Auguro a Mank un grande successo, anche se non ha potuto uscire nelle sale ma è arrivato direttamente su Netflix: ma dopotutto anche Quarto Potere fu un mezzo fiasco al botteghino, mentre oggi è costantemente nei primi posti di ogni classifica di film più belli, oltre ad essere in tutti i manuali di cinema per le sue innovazioni nel campo delle inquadrature, del montaggio, dell’utilizzo dello spazio. Il film di David Fincher forse non farà la storia del cinema ma certamente merita di essere visto, è un’accurata macchina del tempo per rivivere i fasti di Hollywood senza tentativi arbitrari di mostrarla non per come era ma per come oggi vorremmo fosse stata (vedi la serie, sempre Netflix, Hollywood).
Mia (Emma Stone) e Sebastian (Ryan Gosling) sono entrambi giunti a Los Angeles alla ricerca del successo: lei desidera diventare un’attrice ma si mantiene lavorando come cameriera, mentre lui vorrebbe aprire un suo locale jazz ma nel frattempo si limita a strimpellare alle feste. Dopo un paio di incontri sfortunati i due, che inizialmente non si sopportano, iniziano a capire di avere qualcosa in comune…
Ho sempre amato i musical, ce ne sono di meravigliosi in ogni epoca e, nonostante qualcuno ciclicamente decreti la morte del film musicale, se ne fanno di splendidi ancora oggi. Ma non è il caso di La La Land. Ammetto che per me sia davvero un mistero come questo film abbia potuto ricevere ben 14 nomination agli Oscar vincendone addirittura 6 quando, anche sforzandomi, non riesco proprio a trovarci una buona qualità. E dire che per un momento si era pensato che avesse vinto anche il premio dell’Academy come miglior film, quando a Warren Beatty venne consegnata la busta sbagliata durante la cerimonia del 2017: il vero vincitore, Moonlight, magari non è un capolavoro assoluto, ma ha alla base un’idea particolare e della buona volontà, oltre che un buon cast. Ma che cosa ha invece La La Land? Solo tanta nostalgia per la cara vecchia Hollywood e i grandi musical degli anni ‘50, uno su tutti Cantando sotto la Pioggia, che si può sempre vedere in controluce dietro ad ogni numero musicale o scena ambientata negli studi cinematografici. Inutile dire che Ryan Gosling non è Gene Kelly, ma, oltre ad essere legnoso nell’espressione, lo è anche nei movimenti e, ahimè, nella voce: insomma, un vero disastro. Se la cava meglio Emma Stone, che pur non avendo certo la simpatia della fantasticaDebbie Reynolds riesce a essere un po’ più convincente del partner come ballerina e come cantante, ma sempre restando a livelli piuttosto bassini per una vincitrice dell’Oscar come migliore attrice. J.K Simmons, che dai titoli sembrava dover avere più spazio nel film, in realtà non fa che una breve apparizione. La trama, molto simile a quella di Cantando sotto la Pioggia, non è certo innovativa: lui e lei sognano il mondo dello spettacolo, si incontrano, si odiano ma poi si amano. L’unico guizzo di sceneggiatura è quello di aggiungere un secondo finale immaginato per mostrare come le cose sarebbero potute andare ma non sono andate, anche se in conclusione tutti hanno avuto il loro lieto fine (e questo viene mostrato nel modo più piatto possibile, riprendendo la scena iniziale della celebrità che prende il caffè e insiste per pagarlo). La trama semplice non è un ostacolo per un buon musical, a patto che però altri elementi siano molto forti, ma qui non è così: i dialoghi sono banali e noiosi, i personaggi stereotipati e anche antipatici, le canzoni tutte dimenticabili (incredibilmente, a distanza di tempo, mi trovo a canticchiare canzoni dell’outsider Hamilton, mentre di La La Land non ricordo nemmeno una nota…). Si salvano invece le coreografie, che uniscono il classico stile hollywoodiano con uno più moderno (la coreografa Mandy Moore riproporrà questa commistione, con risultati migliori, nella serieLo Straordinario Mondo di Zoey). Un altro grave difetto del film è quello di prendersi sempre troppo sul serio, senza mai un pizzico di simpatia o ironia, che erano invece il punto di forza di Singin’ in the Rain e di molti altri film musicali classici. Come si capisce sono rimasta molto delusa da questo film, mentre sono convinta che il musical attualmente stia andando ancora alla grande, come dimostra lo splendido The Greatest Showman(che l’anno successivo ha ricevuto appena una nomination agli Oscar ma che, dal confronto con La La Land, esce vincitore alla grandissima). Lascio, oltre al votaccio, il ricordo affettuoso di un “La La La” assai migliore.