D – Debbie Reynolds al mio Matrimonio

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Avevo solo dieci anni quando uscì il film In&Out. Ricordo che andai a vederlo ad un cinema all’aperto con mia madre, una compagna di scuola e sua madre. Prendemmo un numero che entrambe le nostre madri considerarono esagerato di pacchettini di M&M’s. Quello delle M&M’s al cinema, comprate in loco o trafugate nella borsa per risparmiare qualche euro, è per me ancora oggi una parte imprescindibile del rituale cinematografico: se vado a vedere un film al cinema devo avere le mie M&M’s (rigorosamente gialle, quelle con la nocciolina, e in confezione grande), altrimenti, giuro, non me lo godo nemmeno. Il film ci fece divertire, anche se naturalmente eravamo troppo piccole per capire la maggior parte delle cose che venivano dette. Nel corso degli anni, anche In&Out divenne uno dei grandi classici di casa, guardato ad ogni passaggio televisivo, poi comprato in dvd, rivisto e citato a memoria in ogni occasione. Ancora oggi lo trovo un film davvero riuscito, che ha superato brillantemente la prova del tempo, con dialoghi sagacissimi e spassosi, un cast meraviglioso (con un inedito Tom Selleck in versione bionda e gay) e un modo efficace di riflettere su un tema importante come quello della discriminazione degli omosessuali a colpi di sonore risate (si tratta di umorismo davvero intelligente, mai volgare né triviale). Sebbene tutti gli attori e tutti i personaggi siano fantastici, mia mamma si è sempre riconosciuta nella madre del protagonista (interpretato magistralmente da Kevin Kline), che ha le sembianze apparentemente miti ma sotto sotto diaboliche di Debbie Reynolds (che qualche anno più tardi, quando esplose la mia passione per i musical, ebbi modo di apprezzare anche da giovane nel classicissimo Cantando sotto la pioggia). Quando venne il momento di organizzare il mio matrimonio mia madre  decise che lei sarebbe stata, in quell’occasione, proprio come Debbie Reynolds in In&Out. Comprò un vestito lilla e si fece confezionare un cappellino viola con veletta, intonato alle scarpe, giusto per essere sicura che nessuno degli invitati potesse avere dubbi su chi fosse la madre della sposa. E, poiché è la madre della sposa a dettare i canoni dell’eleganza della cerimonia, anche mia suocera (che per fortuna è una persona estremamente adattabile e dalla pazienza infinita) dovette dotarsi di adeguato copricapo. Quando avevo deciso di sposarmi, non avevo ancora nessuna idea su come sarebbe stato il mio matrimonio, tranne una: il tema sarebbe stato il cinema. La mia più grande passione non poteva certo rimanere esclusa dal giorno più importante della mia vita. Oltretutto si dà il caso che il matrimonio sia una cosa di per sé estremamente cinematografica (come dimostra lo stesso In&Out), anche nel caso in cui qualcosa vada storto e uno degli sposi ci ripensi. In quegli anni andava di moda connotare ognuno dei tavoli del pranzo in modo diverso, secondo un tema prestabilito e scelto in base ai gusti degli sposi. Io naturalmente avevo deciso che su ogni tavolo ci sarebbe stata la locandina di un diverso film, scelto tra i miei preferiti. Ci sarebbero naturalmente stati il tavolo Casablanca e il tavolo Moulin Rouge, mentre avevo alcune riserve sul tavolo Quattro matrimoni e un funerale, per ovvi motivi… Quando mancavano ancora molti mesi al matrimonio partecipammo a quello di un collega di mio marito. Dopo la cerimonia in chiesa raggiungemmo il ristorante per il rinfresco. Quando arrivai nella sala da pranzo rimasi paralizzata: su ogni tavolo c’era la locandina di un film. Cercai di ricompormi e, con la vecchia ma sempre buona scusa di incipriarmi il naso mi recai in bagno; da lì telefonai a mia madre piangendo disperata. Lei cercò di consolarmi, mi disse che noi avremmo scelto dei film più belli e messo delle locandine più grandi, ma io sapevo che non potevo utilizzare lo stesso tema di una coppia di amici che si era sposata qualche mese prima di me, e che naturalmente sarebbe stata tra gli invitati. Pian piano mi rassegnai all’idea di non poter fare del cinema il tema del mio matrimonio… però mi restava sempre la mia personale Debbie Reynolds! Ripiegammo sulla poesia come tema, e mia madre realizzò personalmente il tableaux de marriage e trascrisse (con la sua grafia enormemente migliore della mia) i versi che designavano ciascun tavolo. Feci fruttare appieno la mia laurea in lettere scegliendo con molta cura i poeti e i componimenti (mia madre censurò solamente Tolkien, che doveva troneggiare sul tavolo degli amici più nerd, perchè avevo scelto una poesia troppo lunga). Il giorno del mio matrimonio fu memorabile, tutto filò liscio (beh, come per ogni matrimonio ci sono molti aneddoti che si potrebbero raccontare, dalle bottoniere rubate agli avanzi di cibo saccheggiati, ma io, che temevo di inciampare lungo la navata o che il velo mi prendesse fuoco, lo considero un buon risultato) e tutto fu bello, buono e raffinato. Un bellissimo ricordo che non potrà mai essere cancellato. E io auguro a tutti che, quando verrà anche per loro il momento del “Lo voglio”, possano avere accanto un maestro di cerimonia col panciotto e una Debbie Reynolds che tenga tutti in riga e vegli sulla loro felicità.

What did Jack do?

Anno: 2017

Regista: David Lynch

Interpreti: David Lynch

Un uomo e una scimmia entrano in un bar… ma se l’uomo è David Lynch e la scimmia è Jack Cruz, che abbiamo visto in alcuni episodi di Friends nei panni di Marcel, la scimmietta di Ross, allora c’è poco da ridere. Le atmosfere di questo cortometraggio ricalcano magistralmente quelle del grande noir (quello di Humphrey Bogart), tanto che nei primi minuti in cui il poliziotto interroga la scimmia accusata di omicidio quasi ci si potrebbe aspettare una cosa innovativa ma seria. Ma questa illusione svanisce quando, improvvisamente, la scimmietta si esibisce in un numero musicale. Per fortuna, per amare Lynch non è necessario capirlo. A me piacciono molto Blue Velvet, Twin Peaks (non ho ancora visto la terza tardiva stagione, e forse non avrò il coraggio di farlo) e Mulholland Drive, ma non posso dire di averli capiti. Eppure, se si accetta di non poter mai venire davvero a capo della storia, degli eventi e dei dialoghi, ci si può lasciar trascinare nell’immaginario folle di David Lynch e godersi anche questa piccola chicca di diciassette minuti, in cui il caffè non arriva mai e le galline compaiono dal nulla.

Voto: 2 muffin

10 Film sulla Reclusione

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Visto che a quanto pare resteremo tutti bloccati nelle nostre case ancora per un po’, tanto vale prendersi un po’ di tempo per guardare come il cinema abbia nel corso dei decenni riflettuto proprio su questa condizione: la reclusione. Ho volutamente escluso da questo elenco i classici film ambientati in carcere, come La Grande Fuga, Le Ali della Libertà, Fuga per la Vittoria, anche se li amo molto, per tentare di essere un pochino più originale. Spero tanto di esserci riuscita. Buona visione!

  1. The Cube (1997) di Vincenzo Natali 

Confesso di essere molto affezionata a questo film e di considerarlo molto più di un modesto horror. Io infatti, in questo gruppetto di sconosciuti che si ritrova senza sapere il perché intrappolato in una fantascientifica struttura cubica da cui si può uscire solo con l’ingegno e la collaborazione, ho sempre visto un’ottima metafora della facilità con cui gli esseri umani si rivoltano gli uni contro gli altri al di là di ogni raziocinio. Il film ha un buon ritmo, una certa suspense e qualche bella trovata. Condivido la scelta finale di non spiegare chi e perchè avesse ideato il cubo (il tentativo di spiegazione tentato dal sequel, Hypercube, è stato sicuramente un errore).

  1. Nodo alla gola (1948) di Alfred Hitchcock, con James Stuart, Stuart Granger

Nel 1948 la tecnologia della pellicola cinematografica ancora non permetteva di girare un intero film senza stacchi di montaggio (semplicemente le bobine non erano lunghe abbastanza) come oggi il digitale permette di fare, ma Hitchcock desiderava per il suo The Rope (letteralmente “La Corda”) proprio l’effetto di immersione e coinvolgimento totale che solo un ininterrotto piano sequenza può offrire. Adottò perciò lo stratagemma di mascherare i cambi di bobina con strane inquadrature sulle schiene dei personaggi o su oggetti d’arredamento, che non interrompono il fluire della narrazione. Gli attori hanno perciò recitato l’intero film senza interruzioni, come in una messa in scena teatrale senza intervallo. Per questo, oltre che per tanti altri motivi (i favolosi interpreti, la suspense, le riflessioni sulla natura umana) ritengo Nodo alla Gola un film perfetto per la clausura, girato in tempo reale in un’unica stanza  con una manciata di attori. Non uno dei più celebri del regista britannico ma uno dei più interessanti e stimolanti.

  1. Duello nel Pacifico (1968) di John Boorman, con Lee Marvin, Toshiro Mifune

Qui troviamo una reclusione anomala, non fra quattro mura ma su una minuscola isola del Pacifico in cui restano bloccati, durante gli scontri della seconda guerra mondiale, un soldato americano (interpretato da Lee Marvin) e uno giapponese (Toshiro Mifune, attore molto amato da Kurosawa). I due parlano lingue diverse e non si possono capire, ed essendo nemici dovrebbero in teoria cercare da subito di farsi fuori a vicenda. Eppure le singolari circostanze di questa prigionia in pieno sole e la comune lotta per la sopravvivenza li portano, a poco a poco, a intendersi e a far crollare tutte le barriere. Un film che si regge tutto su due grandi attori e che riesce ad essere ironico ma anche profondo nel riflettere su come la natura umana rimanga la stessa al di là di ogni divisa o bandiera.

  1. Carnage (2011) di Roman Polanski, con Christoph Waltz, Jodie Foster, Kate Winslet, John C. Reilly

Due ragazzini fanno una rissa a scuola e i loro genitori si ritrovano tutti insieme per chiarire ragionevolmente e civilmente la questione. O almeno, queste sono le loro intenzioni, all’inizio… In Carnage (letteralmente “carneficina”, che in questo caso però, a differenza di altri titoli di questa lista, è soltanto metaforica) nessuno è davvero un prigioniero, ma di fatto tutto si svolge in tempo reale in un’unica stanza (è tratto da una piéce teatrale, Il Dio della Carneficina, di Yazmina Reiza). Polanski, sfruttando al massimo quattro interpreti straordinari, crea così un’atmosfera di crescente tensione e angoscia, mostrando cosa accade quando convinzioni e sentimenti apparentemente ordinari e condivisi si esasperano.

  1. La notte dei morti viventi (1968) di George A. Romero

L’esordio alla regia di George A. Romero ha dato il via non solo alla sua personale pentalogia sugli zombie, ma a tutto il sottogenere “morti viventi”, che prima quasi non esisteva. Romero è tra i primi a dimostrare, e con grande sapienza, che i film di genere sono veicoli perfetti per riflessioni sulla società e sulla natura umana. Infatti il minutaggio più consistente della pellicola non è dedicato ai mostri che assediano la casa ma alle dinamiche tra i personaggi che sono barricati al suo interno, i quali si rivelano altrettanto bestiali. Nemmeno il pericolo di morte imminente riesce a creare armonia tra gli assediati (tra di loro c’è anche un uomo di colore, e siamo nell’America del ‘68), e il pericolo dei mostri mangiacervelli in agguato nel cortile diventa secondario rispetto a ciò che gli esseri umani possono fare l’uno all’altro.

  1. The Hole (2001) di Nick Hamm, con Thora Birch, Keira Knightley

La cosa più interessante di questo film è il modo in cui mi è capitato di vederlo. Durante una qualsiasi passeggiata ho incontrato un amico (che poi sarebbe diventato mio marito) che sfrecciava in bicicletta. Si è fermato per salutarmi e mi ha detto: “Tu sei appassionata di cinema vero? Tieni, ho qui un film!”, mi ha allungato un dvd ed è ripartito. Incuriosita, appena a casa me lo sono guardato. La protagonista (Thora Birch) è una ragazza non molto popolare innamorata senza speranza di un compagno classe. Nell’estremo tentativo di conquistarlo si accorda con un amico per farsi rinchiudere insieme all’amato e ad altri due compagni di scuola (tra cui Keira Knightely) nel buco del titolo, una sorta di bunker sotterraneo con una sola via d’uscita. Per una serie di sfortune i quattro si trovano davvero bloccati lì dentro, e quello che doveva essere un weekend avventuroso e romantico si trasforma in un vero incubo. Ho ben pochi complimenti da fare a questo thriller adolescenziale che parte da un’idea sciocca ed esaspera fino al ridicolo le situazioni, ma se per caso siete amanti del genere potrebbe essere un tassello della vostra cultura cinefila. In ogni caso, dopo averlo visto essere bloccati in casa vi sembrerà sicuramente meno drammatico.

  1. L’ Ammutinamento del Caine (1954) di Edward Dmytryk, con Humphrey Bogart, Fred MacMurray, Lee Marvin

Un’altra situazione assimilabile alla reclusione è quella vissuta dagli equipaggi di navi e sottomarini, specialmente quelli militari, in cui la tensione, la convivenza forzata e gli spazi angusti possono far cedere anche gli animi più temprati. L’ammutinamento del titolo viene sviscerato durante un processo del tribunale militare: davvero il comandante ha dato segni di instabilità mentale, o piuttosto il suo equipaggio è stato pigro e sleale? Film di altissima qualità, con grandi interpreti e un regista di prim’ordine, coinvolgente e memorabile.

  1. Il Buco (2019) di Galder Gaztelu-Urrutia 

Sotto molti aspetti simile a The Cube, ma molto più crudo e violento, il film d’esordio del regista spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia invita a riflettere sulla gestione politica, sulle differenze sociali e sulla natura umana attraverso l’elaborata metafora della “fossa” (soprassediamo sulla traduzione italiana del titolo), un carcere costituito da molti (nessuno sa quanti) livelli sovrapposti. Ogni livello è costituito da un’unica cella, per due persone, ed ha un buco nel pavimento e uno sul soffitto, necessari per lo scorrimento del tavolo con il cibo, che scende dall’alto e si ferma pochi minuti per ogni livello. Mano a mano che si scende arriva sempre meno cibo, e la mancanza di nutrimento non può che generare comportamenti estremi. Ma ogni trenta giorni ciascun detenuto viene cambiato di cella, e quindi di piano, e la sua situazione può cambiare in meglio oppure in peggio. Il protagonista, recluso volontario, inizialmente si scandalizza per lo svolgersi degli eventi, ma con il passare del tempo sembra adeguarsi alle spietate leggi della fossa… Il regista sceglie di non spiegare mai cosa sia la fossa, chi vi venga recluso e da chi sia gestita, e in alcuni punti cede un po’ alla retorica e a qualche forzatura, ma riesce comunque a creare un film d’impatto, con bravi attori e alcune buone trovate. Il Buco farà senza dubbio sembrare il distanziamento sociale dovuto al Covid una passeggiata. Da consumarsi rigorosamente lontano dai pasti.

  1. Oldboy (2003) di Chan-Wook Park 

Un uomo si sveglia in una stanza d’hotel e scopre di esservi imprigionato senza possibilità di fuga. Non sa come ci è arrivato nè perchè si trova lì, ma ci rimane per quindici anni, subendo quotidianamente violenze e torture da aguzzini senza identità. Dopodichè viene improvvisamente liberato, senza spiegazioni. Non può fare altro che mettersi alla ricerca del responsabile della sua prigionia per conoscere finalmente la verità. La reclusione vera e propria in realtà non è altro che l’incipit di questa vicenda incredibile, ma dà inizio ad una serie di cambiamenti, scoperte e colpi di scena impossibili da raccontare. Oldboy può sembrare un classico film di vendetta piuttosto violento, ma è molto di più, è un film spiazzante, originale, vivido e particolare. Lo sconsiglio alle persone sensibili alla violenza ma lo consiglio a tutti gli altri. 

  1.  Che cosa hai fatto quando siamo rimasti al buio? (1968) di Hy Averback, con Doris Day

Mi sono resa conto di aver inanellato una serie di pellicole non proprio allegre. D’altra parte, se il tema portante è la reclusione, come poteva essere il contrario? Tuttavia desidero comunque concludere con un sorriso e un pensiero incoraggiante. Questa tipica commedia degli equivoci a lieto fine con protagonista la fidanzatina d’America Doris Day infatti non racconta di una reclusione, ma di un avvenimento eccezionale (un improvviso blackout nella zona di New York) che rischia di scombinare le vite dei protagonisti, tra sorprese maldestre, equivoci e tentativi di rapina. Alla fine del film la voce fuori campo racconta di come, esattamente nove mesi dopo il blackout, ci fu un eccezionale boom di nascite, eloquente risposta alla domanda tanto in voga: “E tu cosa hai fatto quando siamo rimasti al buio?”. Ho visto questo film una sola volta moltissimi anni fa, da allora non l’ho più ritrovato, ma in questi giorni di reclusione ci penso spesso, con la speranza che da questo periodo difficile possa nascere inaspettatamente qualcosa di buono per tutti quanti, come in un film con Doris Day.

Il Gioco degli Attori

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Forse non ci avete mai pensato, ma il cinema si presta benissimo come base per i giochi di società, anche per chi non è un grande appassionato. Con un po’ di preparazione si possono riadattare giochi classici come Tabù, Pictionary o il gioco dei mimi, incentrandoli completamente sulla settima arte. Il gioco che qui vi propongo può essere anche un solitario, per tenere allenata la mente e passare il tempo quando magari si hanno alcuni minuti liberi (in bagno, in autobus, spostandosi a piedi), comodissimo in quanto non ha bisogno di supporti cartacei. Tutto quello che dovete fare è scegliere, nel modo più casuale possibile, due attori, e poi collegarli tra di loro attraverso i film che hanno interpretato. Un esempio: Sean Connery e Tom Cruise.

  • Sean Connery ha interpretato Entrapment con Catherine Zeta-Jones
  • Catherine Zeta-Jones era protagonista di Prima ti sposo poi ti rovino insieme a George Clooney
  • George Clooney era in The Peacemaker con Nicole Kidman
  • Nicole Kidman ha interpretato Cuori Ribelli con il futuro marito Tom Cruise

Questa è la dinamica base del gioco, di per sé semplicissima, che può essere complicata a piacere, ad esempio scegliendo attori di età molto diverse, di diverse nazionalità, oppure fissando un determinato film come passaggio centrale obbligato. Inoltre si può scegliere di sostituire gli attori con registi o film o serie tv. In caso di più giocatori, la sfida consisterà nel creare il collegamento col minor numero di passaggi. Vi lascio qualche sfida già pronta, poi fatemi sapere com’è andata: magari avete impiegato meno passaggi di me!

Facile:

  • Da Robert De Niro a John Travolta
  • Da Charlize Theron a Robert Downey Jr.
  • Da Tom Hanks a Natalie Portman

Difficile:

  • Da Jean Reno a Angela Lansbury
  • Da Maggie Smith a Jackie Chan
  • Da Mary Poppins a Tutti Pazzi per Mary

Molto difficile:

  • Da Valeria Golino a Timothy Spall passando per Truman Capote
  • Da Jack Lemmon a Zac Efron passando per Men in Black
  • Da Rihanna a Beyoncè passando per Suicide Squad

Togo

Titolo: Togo

Anno: 2019

Regista: Ericson Core

Interpreti: Willem Dafoe

Dove trovarlo: Disney Plus

I classici d’animazione della mia infanzia sono quasi tutti targati Disney, perché all’epoca zio Walt deteneva il monopolio dei lungometraggi animati. C’erano tuttavia alcune sorprendenti eccezioni, come ad esempio L’Incantesimo del Lago oppure Balto. Quest’ultimo è una coproduzione tra la Amblin di Steven Spielberg e la Universal che racconta la vera storia di un cane da slitta che nel 1925 trasportò con la sua squadra il farmaco necessario a fermare un’epidemia di difterite che minacciava di uccidere tutti i bambini della cittadina di Nome, in Alaska. Il film qualitativamente non ha nulla da invidiare ai classici Disney, la mancanza di canzoncine probabilmente è un pregio e non un difetto, la storia è avvincente e i personaggi di contorno (Boris l’oca e gli orsetti bianchi Mack e Lack) divertenti. Quando uscì mi piacque molto, e qualche anno più tardi diventò anche uno dei favoriti del mio fratellino, per cui lo vedevamo quasi tutti i pomeriggi e ormai lo recitavamo a memoria. Quando d’estate passeggiavamo nei boschi delle Dolomiti, mio fratello cercava di graffiare tutte le cortecce per segnare il sentiero del ritorno, come faceva Balto. A New York naturalmente mia madre ci fotografò vicino alla statua commemorativa di Balto, a Central Park. Ho voluto fare questa premessa per spiegare che quando seppi che la Disney aveva realizzato un film su Togo, un cane da slitta più eroico di Balto, sulle prima la presi male. Poi però vidi chi era il protagonista non canino: Willem Dafoe. Che tra l’altro, con il viso solcato di rughe, assomiglia in modo incredibile al vero Leonhard Seppala, il padrone di Togo e conducente della slitta. Ora ero curiosa di vedere il film e saperne di più su quella incredibile vicenda, iniziata con un cucciolo vivace e disobbediente e un allevatore di cani che se ne voleva sbarazzare, ma per quanto ci provasse non ci riusciva. Così il padrone decise di dare a Togo (il nome deriva da quello di un pluridecorato ammiraglio giapponese) una chance e lo attaccò alla slitta. Che sorpresa! Togo non solo era un gran corridore, ma era un leader nato, il suo ruolo naturale era quello di stare in prima posizione e guidare gli altri cani. Seppala ebbe grande successo grazia alla sua squadra di cani da slitta, e quando nel 1925 si dovette cercare qualcuno che percorresse centinaia di miglia in una bufera di neve per portare a Nome l’antitossina, la scelta ricadde su di lui. Togo aveva già dodici anni, ma riuscì comunque nell’impresa. La squadra di Balto in realtà portò le medicine solo per qualche decina di miglia, in una sorta di staffetta finale, mentre la maggior parte del lavoro era già stato fatto da Seppala, Togo e gli altri cani. È stato davvero interessante scoprire come sono andate davvero le cose, ma soprattutto il film è davvero bello, intenso, commovente, coinvolgente. Ho molto apprezzato il fatto che non abbiano abusato della CGI: nessun cane dalle espressioni equivoche; non è necessario ricorrere a trucchi del genere per far sì che il pubblico provi simpatia per i personaggi animali. Willem Dafoe non delude mai, e anche la formula “un uomo e il suo cane” continua a funzionare bene. I bambini troppo piccoli potrebbero annoiarsi, ma quelli più grandicelli ameranno la parte più divertente dei flashback e quella avventurosa della corsa tra i ghiacci.

Voto: 4 muffin

C – Che spavento Cary Grant!

Prima di diventare mamma, io non conoscevo il vero significato dell’espressione “perdere cinque anni di vita”. Ora che ho due bambini, invece, posso dire il contrario. Perdi cinque anni di vita quando vedi tuo figlio di un anno che cerca di scendere le scale da solo e inciampa nel primo gradino; perdi cinque anni di vita quando vedi tuo figlio (l’altro stavolta) di due anni correre verso la piscina degli adulti senza braccioli né salvagente; e perdi cinque anni di vita quando tuo figlio (di nuovo il primo), mentre siete in casa voi due da soli, indica un punto alle tue spalle e ti chiede: “Mamma, chi è quel signore?”.

Archibald Leach, meglio conosciuto come Cary Grant, è senza dubbio uno degli attori più cari a me e alla mia famiglia: affascinante, spiritoso, romantico, versatile. Non andavo nemmeno alle elementari quando mi appassionai al film Arsenico e vecchi merletti (che è tutt’ora uno dei miei preferiti) tanto da volerlo vedere ogni pomeriggio. Molte delle commedie da lui interpretate (La casa dei nostri sogni, Susanna, Operazione sottoveste) a casa mia venivano citate di continuo, ma ho sempre amato molto anche la fase hitchcockiana (in cui includo anche Sciarada). Come tutte le mie passioni, anche questa l’ho sempre tenuta tutt’altro che nascosta, tanto che per un compleanno mio marito (che all’epoca non era ancora tale) mi fece un regalo splendido: un piatto decorativo con il bel volto sornione di Cary Grant. Quel piatto è rimasto per alcuni anni nella casa in montagna, ma quando poi ci siamo sposati è venuto con me nella mia nuova casa, e tutt’oggi ha il suo posto di spicco nel salotto.

Ed ecco dunque che, dopo aver perso i suddetti cinque anni di vita e aver trovato effettivamente il coraggio di voltarmi, tirai un grosso sospiro di sollievo e risposi a mio figlio: “Quello è Cary Grant, è un attore molto bravo e molto simpatico. La tua bisnonna diceva sempre che assomigliava tanto al nonno quando era giovane… se vuoi ci possiamo guardare i suoi film insieme…”. “No grazie, meglio Masha e Orso“.

Into the Woods

Titolo: Into the Woods

Anno: 2014

Regia: Rob Marshall

Cast: Emily Blunt, Anna Kendrick, Meryl Streep, Johnny Depp, Chris Pine, Tracey Ullman, Christine Baranski

Genere: musical

Dove trovarlo: Disney Plus

Cappuccetto Rosso deve portare i dolci alla nonna; Cenerentola si reca sulla tomba della madre per esprimere un desiderio; Jack deve vendere la sua mucca al mercato; il panettiere e sua moglie devono spezzare la maledizione di una strega; il Lupo Cattivo cerca la sua cena. E tutti devono attraversare il bosco. Rob Marshall, veterano del musical cinematografico (Chicago, Nine) realizza questa trasposizione per lo schermo dello spettacolo teatrale di James Lapine e Steven Sondheim con un cast stellare di veterani ed esordienti. L’idea di base di creare una storia unica che metta insieme fiabe diverse è accattivante ma non semplice da realizzare, eppure la trama regge bene fino alla fine, cosa che invece purtroppo non si può dire del ritmo. Il film infatti è diviso, in modo fin troppo netto e didascalico, in due parti: la prima, più divertente e con le canzoni più trascinanti, in cui i personaggi fanno esattamente quello che ci si aspetta; la seconda in cui invece rompono gli schemi, maturano e diventano migliori, anzi, eroi, ma vengono a mancare verve e ironia (tace anche la voce narrante esterna del panettiere). Eccezion fatta per questa morale troppo lunga, il film è molto bello, divertente, quasi tutto cantato (questo potrebbe essere un difetto per chi non ama il genere musical), e riutilizza in modo originale spunti che stanno rischiando in questi anni di diventare abusati. Johnny Depp ritorna al musical, sempre per Steven Sondheim, a sette anni dal meraviglioso Sweeney Todd, e in pochi minuti offre un’interpretazione sopraffina del Lupo Cattivo. La vera rivelazione è Emily Blunt, che si cimenta nel canto per la prima volta con risultati eccellenti (tanto che diventerà la nuova Mary Poppins quattro anni dopo) e regge sulle sue spalle l’intero film, pur avendo un personaggio apparentemente secondario (la moglie del fornaio), cui però riesce a dare tutte le sfumature possibili. Chris Pine ci regala, insieme a Billy Magnussen, la canzone più divertente del film, Agony, cantata dai due principi azzurri: una vera chicca. Meryl Streep, non c’è bisogno di dirlo, interpreta come meglio non si può la Strega Cattiva. Per apprezzarla fino in fondo consiglio gli extra, che Disney Plus offre per molti dei suoi contenuti, con interviste al cast e un numero musicale scritto da Steven Sondheim appositamente per il film ma poi eliminato in fase di montaggio.

Voto: 3 muffin

Il mio nome è Bond, Corona Bond

Una tra le molte fake news girate sul Covid-19 sostiene che il virus possa essere reso inefficace da un elevato tasso alcolico nel sangue. Evidentemente non è così, se perfino il più famoso agente segreto britannico, che viaggia a tre o quattro Vodka-Martini al giorno, alla fine è stato colpito. Infatti l’uscita del venticinquesimo film di James Bond, prevista per il mese di aprile, è slittata a novembre 2020, a causa della chiusura delle sale cinematografiche dovuta alla pandemia di Coronavirus. No Time to Die, la cui uscita è già stata più volte posticipata per via dei molti avvicendamenti di registi e sceneggiatori, è molto atteso in quanto sarà la quinta e ultima volta per l’attore inglese Daniel Craig nei panni della famosa spia con licenza di uccidere, dopo Casino Royale (2006), Quantum of Solace (2008), Skyfall (2012), e Spectre (2015). Ma sarà l’ultima volta anche per James Bond? In proposito girano molte voci, ma quasi tutti sono convinti (e forse anche speranzosi) che rivedremo l’agente segreto sul grande schermo, anche se con un volto diverso. Molti sarebbero i concorrenti per questa gloriosa eredità: si sono fatti i nomi di Michael Fassbender, Tom Hiddlestone, Richard Madden (ma speriamo di no), Tom Hardy e Idris Elba. Altre voci sostengono invece che il nuovo Bond potrebbe essere addirittura una donna, e additano Lashana Lynch, che in No Time to Die sarà l’agente doppio zero incaricato di sostituire James Bond, ormai in pensione. Prima della rivoluzione #MeToo sarebbe stato forse inconcepibile anche solo pensare a uno 007 donna e di colore. Io però, in tutta onestà, non faccio il tifo per Lashana. Credo anche che questa esplosione hollywoodiana di girlpower non faccia che sminuire il talento e le potenzialità di molte brave attrici (ma anche registe, produttrici e sceneggiatrici), che farebbero meglio a cercare ruoli nuovi e originali piuttosto che limitarsi a riproporre il rassicurante già visto in versione femminile o aggiornata all’epoca dei social (sto pensando ad alcuni recenti remake e reboot come Ghostbusters, Charlie’s Angels, Ocean’s Eight). Sono una fan di 007 fin dall’infanzia, e sarei molto più soddisfatta di vedere nel ruolo della spia un attore che sappia restituirgli la classe e l’ironia che Daniel Craig non possiede, a differenza dei suoi più illustri predecessori Sean Connery e Roger Moore. Molti hanno dichiarato più volte morto James Bond, sostenendo che un personaggio nato nel clima della guerra fredda nello scenario politico attuale non poteva più sussistere. Eppure la saga di Mission: Impossible (o meglio i suoi due capitoli più recenti) ci ha insegnato che fare un bel film di spie ai giorni nostri è ancora possibile, puntando, guarda caso, su quelli che sono da sempre gli ingredienti delle pellicole del personaggio ideato da Ian Fleming: un buon cast, ironia e gadget ingegnosi. Per chi faccio il tifo dunque? Tom Hiddlestone, divenuto famoso nei panni di Loki, il machiavellico fratello di Thor nell’universo dei supereroi Marvel. È sufficiente guardarlo all’opera nello spot Jaguar del 2014 per capire che Tom ha tutte le caratteristiche adatte al personaggio: fascino, personalità, ironia. Terrò le dita incrociate per lui, ma nel frattempo attenderò con pazienza l’uscita di No Time to Die, augurandomi che possa ripetersi il miracolo di un film bello, profondo e coinvolgente come Skyfall.

Ni No Kuni

Titolo: Ni No Kuni 

Anno: 2019

Regia: Yoshiyuki Momose

Genere: Animazione

Haru e Yu frequentano lo stesso liceo e sono amici da sempre. Haru è un giocatore di basket adorato dalle ragazze, mentre l’amico, costretto fin da piccolo su una sedia a rotelle, lo aiuta a perfezionare le sue tattiche di gioco. Quando Kotona, la fidanzata di Haru (di cui però anche Yu è innamorato) viene ferita gravemente da un essere misterioso, i due ragazzi si trovano catapultati in un altro mondo, in cui non solo Yu è in grado di camminare, ma sono entrambi abili spadaccini. Yu, basandosi sui racconti di uno strano vecchietto conosciuto molti anni prima, ipotizza che l’unico modo per salvare la vita di Kotona sia trovare la sua anima affine nell’altro mondo, che sembra essere la bella principessa Astrid.

Il film è tratto da un videogioco, Ni No Kuni: La Maledizione della Strega Cinerea, di cui lo Studio Ghibli di Miyazaki aveva realizzato storia e disegni. Come spesso accade, il film non è all’altezza del gioco, che era molto appassionante e divertente non solo per le dinamiche di gioco ma anche per la trama e i bei personaggi, pur partendo da una storia non molto originale.

Il film è quasi del tutto privo di quei riferimenti al gioco che mi sarei aspettata (riutilizza appena alcune musiche dell’originale), ha una trama banale, piena di buchi e inutilmente intricata, personaggi inconsistenti e scene fuori luogo. Consiglio a tutti di evitarlo e di procurarsi piuttosto il videogioco, che può davvero regalare ore (anche molte, moltissime ore) di svago.

Voto: Un muffin ipocalorico

10 film da vedere durante la reclusione

In questi giorni tutti i blog e i siti del mondo stanno dando consigli su film e serie tv da vedere durante la reclusione per il Coronavirus. In effetti, per chi non ha bambini piccoli come me e deve passare le giornate a giocare con il didò o fare tornei di rubamazzetto, impiegare il tempo guardando o riguardando qualche bel film è sicuramente una buona idea. Quando ho iniziato a pensare al mio decalogo personale di film imperdibili, mi sono resa conto che molti di essi sono purtroppo difficili da reperire. Titoli come Trono di Sangue di Akira Kurosawa o Angeli con la Pistola di Frank Capra sono irreperibili già in condizioni normali, figuriamoci durante una pandemia! Dunque ho stilato il mio elenco basandomi sul catalogo di Netflix, piattaforma ormai largamente diffusa, augurandomi che questo possa facilitare la visione.

Eccovi dunque un elenco di 10 film da vedere su Netflix durante la reclusione:

  1. Dirty Dancing (1987) di Emile Ardolino, con Patrick Swayze, Jennifer Grey

Sarà perchè è la storia d’amore che ogni ragazza sogna di vivere; sarà perchè la colonna sonora è stupenda; sarà perchè i numeri di ballo sono irresistibili; sarà perchè Patrick Swayze è affascinante e seducente in modo incredibile; sarà perchè io e Dirty Dancing siamo nati nello stesso anno e siamo cresciuti insieme. Per tutti questi motivi, quando cambiando canale in televisione mi imbatto in questo film non sono più in grado di staccarmene fino alla fine.

Di recente Netfilx ha prodotto la divertente docuserie I film della nostra infanzia, e tra questi c’è anche il nostro Dirty Dancing. Scoprire quale gestazione travagliata abbia avuto il film ne rende ancora più gradevole la visione, sia per chi non lo conosce sia per chi come me lo ha imparato a memoria. La storia, per chi non la conoscesse, è questa: una ragazza seria e studiosa, che tutti chiamano Baby, trascorre con la sua famiglia l’estate in un villaggio vacanze in riva ad un lago. Qui conosce Johnny e Penny, due talentuosi insegnanti di ballo, ma i loro mondi, così diversi e distanti, non sembrano destinati ad incrociarsi. Se non che, quando Penny si ritrova nell’impossibilità di esibirsi e rischia di perdere il lavoro, Baby si offre di sostituirla. Johnny dovrà insegnarle movimenti e passi in pochissimo tempo, e Baby non sembra davvero portata per il ballo… eppure, tra inciampi, salti e cadute, tra i due nascerà un sentimento imprevisto e travolgente. Proprio come la nostra Baby, lasciatevi guidare dal bel Johnny e dalla sua musica (nella colonna sonora c’è anche una canzone, She’s like the wind, interpretata dallo stesso Swayze) in questo racconto di primi balli, primi amori e primi fremiti, ma anche di presa di coscienza, presa di posizione e presa… al volo!

  1. La Città Incantata (2001) di Hayao Miyazaki

Recentemente Netflix ha aggiunto al suo catalogo molti dei film d’animazione realizzati dallo Studio Ghibli del regista giapponese Miyazaki. Difficile scegliere uno soltanto di questi splendidi film d’animazione, che pur essendo così diversi, per temi, disegni e situazioni, dai lungometraggi animati cui siamo abituati, sono in pochi anni diventati dei cult anche da noi. Un consiglio per i genitori: se cercate qualcosa da guardare con i bambini, optate per Il Mio Vicino Totoro o per Kiki Consegne a Domicilio, che sono semplici, teneri e divertenti: tutti gli altri sono pensati per un pubblico più maturo, affrontano tematiche più profonde, hanno una struttura complessa e scene di forte impatto emotivo e visivo, non adatte ai più piccoli.

La Città Incantata è il primo film che ho visto di Miyazaki, e per questo è anche quello a cui sono più affezionata. Lo vidi al cinema per puro caso, senza avere idea di cosa fosse. Mi trovavo in montagna con la mia famiglia e mia cugina, presso un albergo che, anzichè la tv in camera, aveva un’unica sala tv comune, in cui spadroneggiavano tre anzianissime sorelle siciliane. Dopo due settimane di vani tentativi di impadronirci del telecomando, (gli Smartphone e i tablet non esistevano ancora) io e mia cugina, in astinenza da tubo catodico, decidemmo di tentare la sorte con questo misterioso cartone giapponese e ce ne innamorammo entrambe. La Città Incantata del titolo è un luogo magico, misterioso e popolato da creature d’ogni sorta, in cui la piccola protagonista Chihiro rimane intrappolata con i genitori, che sono però stati trasformati in maiali…

  1. Biancaneve (2012) di Tarsem Singh, con Lily Collins, Julia Roberts, Armie Hammer, Nathan Lane

In questi ultimi anni la Disney si è lanciata a capofitto nel progetto di ricreare molti dei suoi classici d’animazione in versione live-action, travolgendo gli spettatori con un’ondata di queste operazioni non sempre ben riuscite, e rischiando di farli disamorare presto. Questa versione di Biancaneve, tuttavia, prodotta da Relativity Media, si discosta dal panorama generale, e si distanzia molto anche da un’altra versione della fiaba dei fratelli Grimm uscita al cinema lo stesso anno, Biancaneve e il Cacciatore, cui è dedicata una recensione in versi che troverete nella sezione Cupcake (https://cine-muffin.com/2020/03/25/biancaneve-e-il-cacciatore/). In questo film, pur essendo presenti tutti gli elementi iconici della fiaba (la matrigna cattiva, la mela avvelenata, i sette nani), la trama viene rielaborata in modo sorprendente, con grande ironia e originalità. Lily Collins è una principessa carinissima, Julia Roberts mostra un inedito lato malvagio, Nathan Lane nei panni del fedele tirapiedi garantisce le risate, elemento necessario per una rilettura non tediosa di una fiaba così radicata nel nostro immaginario e nei nostri ricordi d’infanzia.

  1. I Gemelli (1988) di Ivan Reitman, con Arnold Schwarzenegger, Danny DeVito

Quando pensiamo ad Arnold Schwarzenegger in genere pensiamo ai suoi iconici ruoli action, come Conan il Barbaro o Terminator, ma l’ex governatore della California ha nel suo curriculum anche alcune commedie, come Un Poliziotto alle Elementari o Una Promessa è una Promessa. Tra queste però la migliore è di certo I Gemelli, in cui fa coppia (e che coppia!) con Danny DeVito: difficile trovare due attori fisicamente più diversi per interpretare due gemelli, nati da un bizzarro esperimento scientifico, che scoprono solo nella maturità l’esistenza l’uno dell’altro e decidono di cercare la propria madre biologica per scoprire la verità sulla loro nascita. I due attori protagonisti, simpatici e ben affiatati, danno vita a due personaggi cui ci si affeziona facilmente, che regalano grandi risate ma anche momenti di commozione.

  1. Prova a prendermi (2002) di Steven Spielberg, con Tom Hanks, Leonardo DiCaprio,  Christopher Walken

A volte rischiamo di dimenticare che anche le più grandi star di Hollywood sono esseri umani, e in quanto tali possono ammalarsi. Alcuni giorni fa è arrivata la notizia che l’attore Tom Hanks, che si trovava in Australia per girare il nuovo film di Baz Luhrmann su Elvis Presley, aveva contratto il Coronavirus. Fortunatamente l’attore protagonista di grandi capolavori come Forrest Gump e Philadelphia ora è guarito, e per i suoi ammiratori il modo migliore di festeggiare è sicuramente quello di godersi una delle sue impeccabili interpretazioni. Netflix ci offre la possibilità di farlo con il film Prova a Prendermi di Steven Spielberg, ispirato all’autobiografia di Frank Abagnale, uno dei più abili falsari e truffatori dei nostri tempi, che riuscì ad accumulare una fortuna contraffacendo assegni e spacciandosi per medico, avvocato e pilota di aerei. Nel ruolo di Frank troviamo Leonardo DiCaprio, che qui ci offre la sua prima vera grande interpretazione dopo una serie di successi dovuti più che altro al suo bell’aspetto. Tom Hanks invece interpreta l’agente dell’F.B.I. incaricato di arrestare Abagnale: solamente un bravo attore come lui poteva portare il pubblico a simpatizzare anche per le forze dell’ordine, oltre che per l’affascinante e seducente criminale.

  1. The Chronicles of Riddick (2004) di  David Twohy, con Vin Diesel, Karl Urban, Judi Dench

Ricordo distintamente la prima volta che vidi The Chronicles of Riddick: stavo semplicemente facendo zapping quando lo trovai, proprio all’inizio. Non avevo idea di cosa fosse, non avevo ancora visto Pitch Black (la precedente avventura di Riddick) e non sapevo nemmeno chi fosse Vin Diesel. Tuttavia i primi minuti mi conquistarono: l’epica solennità, la commistione tra fantascienza e fantasy e gli impeccabili effetti speciali mi incollarono allo schermo. Mi piacque moltissimo il personaggio del misterioso furiano Riddick, l’ultimo della sua specie, apparentemente amico solo di se stesso ma in realtà pronto a diventare un eroe per salvare le persone a lui care, roccioso eppure ironico. In seguito a questa fortuita scoperta mi appassionai alle avventure di Riddick: mi piace molto la prima avventura, Pitch Black, mentre non ho amato Riddick, il sequel, e nemmeno Dark Fury, il lungometraggio animato. Ho scoperto ora che è stato annunciato un ulteriore sequel, Furya, in cui finalmente Riddick riuscirà a tornare sul suo pianeta natale ma lo troverà molto diverso da come si aspettava… Spero che la stessa delusione non tocchi ai suoi fan!

  1. Inside Man (2006) di Spike Lee, con Clive Owen, Denzel Washington, Jodie Foster

Inside Man è uno di quei film in cui, molto semplicemente, tutto funziona. La regia non è mai banale ma è magistrale nel gestire una storia complessa che alterna momenti di tensione e scene di approfondimento psicologico dei personaggi; la trama è coinvolgente e sorprendente; gli attori gareggiano tutti in bravura; la colonna sonora è memorabile; ci sono addirittura alcune scene in cui si ride. Non voglio rivelare troppo della trama per non sciupare la visione, dico solo che il fulcro della vicenda è una grandiosa rapina in banca con ostaggi, organizzata nei minimi dettagli, che mette in seria difficoltà le forze dell’ordine, anche perché in realtà niente è come sembra. 

  1. Chicago (2002) di Rob Marshall con Renée Zellweger, Catherine Zeta-Jones, Richard Gere, John C. Reilly, Queen Latifah

In molti avevano già celebrato il funerale del musical hollywoodiano, quando nel 2001 arrivò Moulin Rouge di Baz Luhrmann a resuscitare il genere. L’anno successivo uscì Chicago, tratto dal grande successo di Broadway del maestro Bob Fosse, a confermare che il musical era vivo e vegeto e le grandi star di Hollywood sapevano ancora cantare e ballare. Io, per esempio, non avrei mai dato un soldo bucato per Richard Gere, finchè non l’ho visto esibirsi nello straordinario numero di tip tap di Chicago. La performance di Catherine Zeta-Jones appare ancora più splendida se si pensa che mentre girava il film era incinta. Le due protagoniste gareggiano in bellezza e bravura. Ecco in breve la trama: nella Chicago degli anni ‘20 la giovane Roxy Hart (interpretata da Renée Zellweger) sogna di sfondare nel mondo dello spettacolo, anche se non è talentuosa come crede. Quando il suo amante calpesta i suoi sogni, Roxy lo uccide a sangue freddo e finisce in prigione in attesa del processo. Qui incontra Velma Kelly, una soubrette divenuta famosissima dopo aver ucciso il marito e la sorella. Roxy e Velma rischiano entrambe la pena di morte e si rivolgono allo stesso avvocato, Billy “mai persa una causa” Flynn. Ma per Roxy non ha senso avere salva la vita se non diventerà famosa… Roxy è così ossessionata dal successo che nella sua mente ogni situazione si trasforma in un numero di canto e/o ballo, per la gioia degli spettatori (o almeno di quelli che come me amano il musical). Coreografie e canzoni sono splendidi (e non poteva essere diversamente visto che l’autore del musical teatrale è Bob Fosse, lo stesso di Cabaret con Liza Minnelli), il messaggio sulla caducità della fama e la voracità dei media è sempre attuale, e come ciliegina sulla torta ci sono tante risate e tantissimi lustrini. And all that jazz!

  1. Secretary (2002) di Steven Shainberg con Maggie Gyllenhaal, James Spader

Quando uscì al cinema Secretary, tutti i trailer lo presentavano come un film trasgressivo, piccante, magari anche un po’ perverso. Ma non è proprio così: Secretary è soprattutto una storia d’amore. Sì, è vero che la relazione che inizialmente si instaura tra il boss e la neoassunta segretaria non solo non è professionale, ma si basa su pratiche sessuali poco tradizionali; tuttavia il sesso non è il tema centrale del film, lo sono piuttosto i rapporti umani, la difficoltà nel trovare un’anima affine, la solitudine. Le stranezze erotiche non sono altro che un riflesso della stranezza dei rapporti umani, che mettono in grande difficoltà i protagonisti, incapaci di gestirli (con quanta fatica i due si rendono conto e dimostrano di provare dei sentimenti l’uno per l’altra). La narrazione utilizza toni delicati e anche ironici, e vuole coinvolgere lo spettatore piuttosto che scioccarlo. Ben lontano da scempiaggini sfumate di grigio e più vicino, inaspettatamente, a certe vecchie commedie di Doris Day.

  1. Blu Profondo (1999) di Renny Harlin con Stellan Skarsgård, Samuel L. Jackson

Una piattaforma in mezzo al mare che ospita un laboratorio per ricerche scientifiche; un equipaggio ridotto al minimo per il weekend; una dottoressa con un segreto; un domatore di squali con un passato; tre giganteschi squali bianchi geneticamente modificati; e Samuel L. Jackson. Cos’altro si può chiedere a un film? Nel genere “mostri assassini” (di cui sono grande estimatrice) questo è di certo un classico, diretto discendente dello Squalo di Spielberg (ma di livello qualitativo assai più basso, sotto ogni aspetto) e progenitore della serie Sharknado. Purtroppo le restrizioni dovute al Coronavirus non ci consentono più di trovarci in compagnia a vedere un film, ma la tecnologia ci viene in aiuto: mettetevi d’accordo con i vostri amici che utilizzano Netflix per guardare il film contemporaneamente, e servendovi degli Smartphone fate questo gioco: indovina chi muore adesso? Perchè è risaputo che in questo genere di film la maggior parte dei protagonisti è destinata a morire in modi orribili, solamente un paio di personaggi in genere arrivano ai titoli di coda vivi… Sfidate quindi amici e parenti a indovinare in quale ordine moriranno i protagonisti, e magari anche in che modo! Poi, se vi siete divertiti, fatemelo sapere: perché in questo caso ho una marea di film da consigliarvi!