Captain Fantastic

Anno: 2016

Regia: Matt Ross

Interpreti: Viggo Mortensen, George MacKay, Frank Langella

Ben e Claire hanno deciso di crescere i loro sei figli in modo non convenzionale, vivendo nei boschi e sottoponendoli ad una rigidissima disciplina che comprende la caccia, l’allenamento fisico estremo, la filosofia, le lingue straniere e molte altre cose. Alla morte di Claire, che dopo l’ultimo parto soffriva di una depressione tale da indurla al suicidio, Ben e i ragazzi dovranno affrontare il mondo reale per presenziare al funerale.

Qualche giorno fa ho deciso di dare un’occhiata al catalogo di RaiPlay e mi sono imbattuta in questo film, di cui non mi sarei mai ricordata se non fosse per il titolo fumettistico e la presenza di Viggo Mortensen. Ma soprattutto, sotto la locandina campeggiava la scritta “disponibile solo per un giorno”, e così, come una qualsiasi vittima delle classiche televendite con le strepitose offerte “solo per oggi”, mi sono lasciata convincere a vederlo quella sera stessa. Innanzitutto Captain Fantastic non ha proprio niente a che vedere con i noti supereroi con maschera e mantello, anzi, è un film tecnicamente e visivamente semplice che però invita a riflettere su argomenti molto controversi e complessi. Ben decide di crescere i suoi figli fuori da ogni schema e convenzione sociale, con il risultato di formare sei ragazzi svegli e intelligenti, dotati di senso critico e istinto di sopravvivenza, capaci di pescare e di citare Platone, di scalare pareti rocciose e di parlare l’esperanto, ma del tutto impreparati ad affrontare il mondo civilizzato in tutti i suoi aspetti. Si potrebbe discutere per ore sull’impatto che ha la società sull’individuo e sulle sue capacità, ma fin dall’inizio del film è chiaro che non c’è che una possibilità per sopravvivere davvero: il compromesso. E se questo è basato non sull’arrendevolezza ma sul desiderio di espandere le proprie esperienze, soprattutto affettive ed emotive, allora non vi è nulla di vile, anzi. Capitan Fantastic è un personaggio davvero complesso e viscerale, molto ben rappresentato da Viggo Mortensen, che riesce ad apparire a tratti come un supereroe e a tratti come un mostro che maltratta i figli. Il film si lascia guardare, gli attori, anche i giovanissimi, sono bravi, l’idea è intrigante, ma l’inevitabile finale non giunge come una sorpresa. La totale estraneità della famiglia di Ben ad ogni convenzione sociale rende difficile l’empatia con i protagonisti ma spinge alla riflessione e all’autoanalisi, cosa che per un film non è mai negativa.

Voto: 2 Muffin

Liebster Award 2020

Photo from theglobalaussie.com

Oggi la giornata è iniziata con una straordinaria sorpresa: Sam Simon, del blog che seguo assiduamente Vengono fuori dalle fottute pareti ha nominato Cinemuffin per il Liebster Award 2020! Io e Sam abbiamo avuto modo di scambiare pareri cinefili tramite commenti e ci siamo trovati fino ad ora sempre d’accordo. Grazie mille Sam per aver pensato a me! Non me lo sarei mai aspettato, Cinemuffin è ancora molto giovane, direi che sta ancora finendo di lievitare… È un privilegio essere stata apprezzata da un veterano come te!

Ora, dopo aver ringraziato chi mi ha nominato e fornito il suo link, mi appresto ad espletare le altre fasi previste dalla procedura del Liebster Award.

Innanzitutto devo rispondere alle 11 domande che Sam mi ha posto.

  1. Prodotti artistici o prodotti industriali? Arte di consumo o Arte pura? Dicotomie impossibili: ti senti di prendere parte in questa diatriba o prendi quello che passa…?

Spesso sono stata delusa da alcuni cosiddetti prodotti artistici, mentre certi prodotti industriali mi hanno divertita e a volte anche appassionata. Sono dell’idea che spesso i film di genere, come la fantascienza o i western, che vengono a torto considerati inferiori ai film d’autore, siano il veicolo migliore per trasmettere messaggi importanti in modo efficace. 

  1. Ti senti più un tipo nordico o mediterraneo?

Nordico. Britannico, per la precisione: l’anglofilia è una mia caratteristica ancestrale.

  1. Preferisci le cose che si sentono o le cose che si vedono?

Mi è stato detto che per come mi esprimo sono una persona visiva, e credo che dipenda in gran parte dalla mia antichissima passione per il cinema.

  1. Ti inondi nei social? Ti mantieni distante? Li rifiuti?

Sono entrata solo di recente in Facebook, dopo anni di totale assenza, e non posso dire che mi piaccia quello che vedo: troppe polemiche, lamentele e accuse. Al contrario traggo grandissime soddisfazioni dai blog, sia dal mio che da quelli che seguo.

  1. Hai un criterio di organizzazione del blog?

Cinemuffin è giovanissimo come blog, ma sto cercando di pubblicare con regolarità post di diverse categorie alternate, sperando di non annoiare: articoli, recensioni, aneddoti.

  1. Programmi molto i tuoi post o “pubblichi” a istinto quando capita?

Di solito programmo tutto con giorni di anticipo, ma capita di avere “l’urgenza” di un articolo che proprio non può aspettare… come questo!

  1. Come ti approcci alle tematiche femministe?

Credo che il #girlpower e il #metoo cinematograficamente abbiano dato vita solamente a fiacchi e sterili remake al femminile di grandi successi, che hanno trasmesso un messaggio sbagliato: le donne possono solo rifare (male) tutto quello che già gli uomini hanno fatto (bene). Preferirei vedere invece qualche novità, qualcosa di originale e di genuinamente bello, e sono sicurissima che a Hollywood (ma non solo) ci siano attrici, registe, produttrici e sceneggiatrici in grado di farlo.

  1. Rapporto con la TV: la guardi? e se sì cosa guardi?

Ormai non la guardo quasi più, quando scopri la comodità dello streaming e dell’on-demand che ti permettono di scegliere cosa vedere, quando, in che lingua e senza pubblicità, è davvero difficile tornare indietro… però mi fermerò sempre davanti alla tv per Gerry Scotti o per le partite di coppa dell’Inter.

  1. A livello musicale sei da oggetto (compri CD, vinili ecc.) o vivi bene anche i file?

Di solito canto io…

  1. Ti consideri un eterno bambino o preferisci essere adulto?

Pensavo che sposarmi e mettere al mondo dei figli mi avrebbe fatta sentire adulta, ma non è proprio così… ancora rido e piango davanti ai cartoni animati e indosso costumi da personaggi Disney (non solo a carnevale).

  1. Sei ordinato o disordinato? Riesci a spiegare la tua posizione in proposito?

Una mamma casalinga e blogger se non è ordinata è perduta!

In secondo luogo devo elaborare una mia personale lista di 11 domande da porre agli amici blogger che andrò a mia volta a nominare, e che, in caso decidano di accettare, dovranno seguire le stesse direttive. Ecco le mie domande:

  1. Ti capita mai di vedere un film e pensare “questo proprio non lo posso recensire!”?
  2. Ti è mai capitato di cambiare completamente opinione su un film che avevi già visto?
  3. Ti è mai capitato di scrivere un articolo all’ultimo momento, magari facendone slittare uno già programmato, perchè sentivi l’urgenza di pubblicarlo immediatamente?
  4. Quando ti chiedono “qual è il tuo film preferito” di solito cosa rispondi? 
  5. Alla domanda precedente dai sempre la stessa risposta? 
  6. C’è una canzone di un film che canti in auto o sotto la doccia o per addormentare i bambini?
  7. Quando rileggi quello che hai scritto in genere ti piace o invece vorresti cancellare tutto?
  8. Come hai scelto il nome del tuo blog?
  9. Desideri che i tuoi amici e parenti seguano il tuo blog o preferisci tenerli all’oscuro?
  10. Scegli i film o le serie tv da guardare in funzione del blog oppure scrivi di quello che ti capita sotto mano?
  11. Se potessi far leggere il tuo blog a una qualunque personalità del mondo del cinema o delle serie tv, chi sceglieresti?

Infine, escludendo quelli che Simon ha già nominato, ecco la lista dei blogger che intendo nominare:

Buon divertimento a tutti!

George Re della Giungla

Titolo originale: George of the Jungle

Anno: 1997

Regia: Sam Weisman

Interpreti: Brendan Fraser, Leslie Mann, Thomas Haden Church, Abraham Benrubi, Holland Taylor

Dove trovarlo: Disney Plus

George è cresciuto in Africa tra scimmie ed elefanti senza mai incontrare un essere umano, fino al giorno in cui una spedizione scientifica arriva nella sua giungla. George salva da un leone affamato la bella ereditiera Ursula e se ne innamora, decidendo di lasciare per la prima volta la sua casa sull’albero per seguire la donna amata e affrontare un nuovo tipo di giungla: New York.

Simpatica parodia del personaggio di Tarzan, George è aitante e muscoloso ma anche goffo e imbranato, con il sorriso smagliante e la faccia da bravo ragazzo di Brendan Fraser. Il film è pensato per le famiglie, con gag a portata di bambino (come i numerosi scontri di George con gli alberi) ma anche qualche battuta divertente rivolta agli adulti (come gli alterchi dei bracconieri con la voce narrante fuori campo), e nel complesso si lascia vedere senza intoppi anche se non è memorabile. Ha avuto comunque un successo sufficiente ad assicurargli un seguito, George of the Jungle 2 (cui Brendan Fraser però non ha preso parte). In ogni caso, se le voci che annunciano un live action del classico Disney Tarzan (voci per ora non confermate) si riveleranno fondate, io credo che preferirò evitarlo e rivedermi piuttosto questa pellicola vintage gustandomi magari in lingua originale la performance del Monty Python John Cleese che presta la voce a Ape, lo scimmione che non solo parla ma dipinge e gioca a scacchi.

Voto: 2 Muffin

Toy Story 4

Anno: 2019

Regia: Josh Cooley

Dove trovarlo: Disney Plus

Alla fine di Toy Story 3 avevamo visto Andy partire per il college dopo aver affidato tutti i suoi vecchi giocattoli, compreso il suo favorito, lo sceriffo Woody, alla piccola Bonnie, una bimba molto timida ma anche affettuosa. Durante il suo primo giorno di asilo Bonnie costruisce, con materiali trovati nella spazzatura, un piccolo giocattolo di nome Forky, che prende vita proprio come gli altri e brama di tornare nell’immondizia, l’unico posto in cui si sente al sicuro. Quando Forky scappa Woody lo insegue per riportarlo da Bonnie, desideroso di rendersi utile visto che ormai la bimba gioca con lui sempre meno. Mentre cerca il piccolo amico, Woody si imbatte in una vecchia conoscenza: la pastorella Bo Peep.

Sono passati ormai quindici anni da quando la Pixar ha rivoluzionato per sempre il mondo dell’animazione con il primo lungometraggio in computer grafica, Toy Story, che ha avuto un grandioso e meritatissimo successo e due seguiti, l’altrettanto bello Toy Story 2 e il più drammatico Toy Story 3. Questo quarto episodio, che poteva sembrare solamente un’operazione di marketing della Disney (che ha acquisito la Pixar nel 2006), invece non sfigura affatto in confronto ai precedenti, grazie ad una storia intelligente che prosegue con naturalezza lo sviluppo narrativo dei personaggi. Sebbene il protagonista sia il cowboy Woody, che deve affrontare la sua paura di essere messo da parte da Bonnie, il personaggio più di spicco è Bo Peep, dolce e indifesa pastorella innamorata di Woody nei primi due film ma completamente assente nel terzo perchè data via da Molly, la sorellina di Andy. Scopriamo che negli anni Bo ha imparato a cavarsela da sola e stretto molte nuove amicizie, senza mai sentire il bisogno di un nuovo bambino e trovando la sua indipendenza. Ma il suo amore e la sua ammirazione per Woody e la sua dedizione a Bonnie la rendono un personaggio a tutto tondo, tosta ma amorevole e disposta al sacrificio per aiutare gli amici in difficoltà. Menzione speciale per Buzz che, inizialmente perso senza Woody, impara a dare ascolto alla sua “voce interiore”. Avventuroso, divertente, profondo e commovente, Toy Story 4 è un seguito decisamente splendido, tecnicamente perfetto, adatto a tutta la famiglia. Angelo Maggi regala a Woody una nuova ottima voce, anche se per chi come è cresciuto con questi personaggi è difficile non sentire la mancanza di Fabrizio Frizzi, che aveva prestato la voce al pupazzo cowboy nei tre film precedenti. Simpaticissimo come sempre Luca Laurenti nei panni del bislacco Forky. Occhio all’apparizione speciale di Tin Toy, il giocattolo protagonista di uno dei primissimi corti Pixar nel 1988.

Voto: 4 Muffin

F – Ti lascio per Frank, il coniglio gigante

La mia prima relazione a lungo termine, quando avevo diciassette anni, fu con un ragazzo che abitava a circa novanta chilometri di distanza: nonostante la lontananza fisica, però, il rapporto durò più di un anno, grazie alla tecnologia, che ci permetteva di chattare e scambiarci messaggi, all’entusiasmo della gioventù, e soprattutto per il fatto che la maggior parte di quell’idillio amoroso in realtà stava accadendo all’interno della mia testa. Dopo il diploma, questo ragazzo decise di venire a vivere nella mia stessa città – specificando però molto chiaramente che la mia presenza non c’entrava per nulla con la sua scelta – e fu qui che, come si suol dire, cascò l’asino. Vedendolo più spesso (cioè un paio di sere a settimana, perché non poteva trovare altro tempo da dedicarmi) mi resi finalmente conto del fatto che io non gli interessavo poi più di tanto, e che anziché passare il tempo con me avrebbe senz’altro preferito essere con gli amici a giocare a d&d. Glielo feci educatamente notare, e lui disse che poteva essere vero e che ci avrebbe pensato un po’ su. Ne avremmo parlato più esaurientemente al nostro incontro, la domenica successiva. Iniziai a convincermi che quella relazione, nel bene o nel male, fosse finita in ogni caso, e in quel fine settimana mi dedicai intensamente alla mia passione, il cinema, e vidi due bellissimi film. Venerdì sera vidi Shrek 2, divertentissimo e pieno di citazioni gustosissime per una cinefila come me. Oggi, che i miei figli sono abituati a vedere cartoni animati pieni di riferimenti adulti (che per ora non possono cogliere) faticano a capire che rivoluzione sia stata nel 2001 quella del primo Shrek. Fino ad allora l’equazione imprescindibile era animazione = per bambini = Walt Disney. Vedere quindi questo grosso orco puzzolente che alla sua entrata in scena è nel gabinetto e si sta pulendo il sedere con le pagine di un libro di favole, beh, è stato un’epifania. Poi alla fine il film si rivela essere decisamente una favola classica, con tanto di morale ed happy ending, divertente per i bambini ma esilarante per gli adulti, che per la prima volta vedevano film come Matrix citati in un cartone animato. Il seguito non è altrettanto dirompente, ma di sicuro non delude le aspettative (come accade invece con gli altri due seguiti, decisamente non all’altezza). Sabato sera invece fu il turno di Prima ti sposo poi ti rovino dei fratelli Coen, ossia coloro che hanno sempre saputo tirare fuori il meglio di George Clooney. Forse il titolo italiano fa pensare un po’ troppo ad una classica commedia romantica, ma in realtà il film è molto di più, con un umorismo forte ma intelligente e situazioni paradossali e spassose. Vidi poi che domenica sera avrebbero proiettato Donnie Darko, che mi incuriosiva moltissimo. Quella mattina incontrai il mio ragazzo in chat, e lui mi disse che aveva riflettuto a fondo su quello che gli avevo detto e che aveva bisogno di parlarmi quella sera. Al che io gli chiesi se non ne potevamo invece discutere in quel momento, senza ulteriori attese snervanti, e così facemmo: mi disse che in effetti non sentiva più trasporto per me e che dunque era meglio interrompere la nostra relazione. Concordai e ci salutammo con cordialità, promettendoci di restare amici (non lo rividi mai più). Sollevata, chiamai immediatamente la mia amica e andammo al cinema. Fu una buona scelta, perché Donnie Darko mi colpì molto. Ancora oggi non sono sicura di averlo capito tutto, ma senza dubbio il saggio e inquietante coniglio antropomorfo Frank mi è rimasto impresso (un’eccitante variazione sul tema, per una che è cresciuta con l’Harvey di James Stewart), così come la scena in cui Frank mostra a Donnie che ogni essere umano ha già tracciato il suo destino, sotto forma di una sorta di scia multicolore che lo attraversa e si dipana tra il suo passato e il suo futuro. Ho sempre trovato molto rassicurante l’idea che il futuro sia già scritto, perciò fui soddisfatta di questa visione, nonostante le circostanze emotive particolari in cui avvenne. Tutti dicono che porre termine ed una relazione amorosa per messaggio o in chat sia una cosa riprovevole, da immaturi, irresponsabili e vigliacchi. Forse, ma quando il coniglio gigante chiama…

Okja

Titolo: Okja

Anno: 2017

Regista: Bong Joon Ho

Cast: Seo-hyun Ahn, Paul Dano, Jake Gyllenhaal, Tilda Swinton

La multinazionale Mirando crea in laboratorio alcuni esemplari di una nuova specie, il Superpig, e li affida a diversi allevatori in vari paesi del mondo che ne curino la crescita, poichè non saranno pronti per la macellazione prima di dieci anni. Ma allo scadere del tempo la giovane Mija tenterà di impedire che le portino via Okja, cui è affezionata come a un animale domestico.

Due anni prima di Parasite, che gli varrà l’Oscar come miglior film straniero (la prima statuetta in questa categoria per un film coreano), Bong Joon Ho realizza questa favola (non adatta ai bambini) che racconta di una grande amicizia, nata tra la piccola Mija, orfana di genitori, e il Superpig Okja, tanto grande quanto intelligente ed affettuosa. Questa formula universalmente efficace è il vero punto di forza del film, che dà il meglio di sé proprio nella prima parte, quando mostra la vita serena di Mija e Okja, per poi perdersi un po’ nei cambiamenti di ritmo e di tono. Le scene in cui vediamo il gruppo animalista in azione sono in stile action postmoderno, mentre quelle ambientate ai vertici della Mirando sono una farsa che però non riesce a divertire, nonostante l’impiego di attori di grande talento come Tilda Swinton (qui in un doppio ruolo) e Jake Gyllenhaal. A salvare tutto però ci sono una creatura capace di grande affetto ma non eccessivamente umanizzata e una ragazza la cui ostinazione va ben al di là di ogni utopia politica o filosofia dietetica (è stato detto che il film è un manifesto vegano, ma credo sia solo una lettura superficiale nonché un tentativo maldestro di strumentalizzazione). Da applauso la protagonista, la giovanissima Seo-hyun Ahn, troppo gigioni e sopra le righe Tilda Swinton e Jake Gyllenhaal, convincente il capo degli animalisti Paul Dano. Adeguati alla favola che raccontano, anche se non perfetti, gli effetti speciali. Menzione speciale per il personaggio del nonno mentecatto e per la sua scelta di consolare la nipote per la perdita dell’amica di una vita regalandole un maiale d’oro massiccio, subito dopo averle chiesto “Chi ti manca di più, mamma o papà?”.

Voto: 3 Muffin

No George, No (Birthday) Party!

Even if I haven’t closely followed his most recent career, for a long time I have been very fond of George Clooney, who turns 58 today, and my affection brought me to see most of his early movies. It all started with Dr. Douglas Ross, the big-hearted troublemaker pediatrician in the famous tv series E.R., where I even happened to attend an exhibition of George’s actual aunt Rosemary Clooney, most famous actress and singer. From there I started to watch every Clooney’s movie I could find and developed an idea about his actor’s skills: he is so much better at comedies than dramas, no matter how deeply involved he feels in politics and social matters.

He is not just a very good looking man, he showed us how he can do in movies of different genres: war movies (The Thin Red Line, Three Kings, which at least is unconventional), traditional romantic comedies (One Fine Day, Leatherheads), action (The Peacemaker, Out of Sight, that stays one of my favourites), even cinecomics when he became Batman for Joel Schumacher (Batman & Robin, hated by comics’ fans but actually funny) and cartoons when he gave his voice to Mr. Fox in Wes Anderson’s fantastic Fantastic Mr. Fox. In Italy his appearances in famous brands’ commercials (Martini, Nespresso) and the talent of his dubber Francesco Pannofino undoubtedly contributed to his success and on screen he was always paired with the most famous and talented Hollywood beauties (Michelle Pfeiffer, Nicole Kidman, Jennifer Lopez, Julia Roberts…), so his greatness is beyond doubt. But I could never really fall in love with his most serious works, like Michael Clayton (boring) or Up in the Air (well done but did not soar), even those where he is both actor and director (Confessions of a Dangerous Mind, Good Night and Good Luck, which is surely good but not unforgettable). In my opinion, George really found his perfect fit in smart comedies like Ocean’s Eleven and Ocean’s Twelve (I never liked Ocean’s Thirteen) by Steven Soderbergh,The Man who stare at Goats, and by Joel and Ethan Coen O Brother where art thou? and my personal favorite Intolerable Cruelty). There are then the outsiders, both gorgeous like Robert Rodriguez’s From Dusk Till Dawn (with Quentin Tarantino and vampires) and catastrophic like Steven Soderberg’s embarrassing remake of the sci-fi classic Solaris by Andrei Tarkovsky. I’d like to add that George, which especially at the dawn of his carreer starred in many tv shows, was also in one episode of my beloved Murder she Wrote. But the very sweet thing I’d like to leave you with is a 1988 movie called Return of the Killer Tomatoes (yes, it’s actually a sequel), which is not only a surprise in George Clooney’s filmography, but is actually a very funny movie which I sincerely recommend. While I’m looking forward to seeing the mini-series Catch-22, from the most funny book by Joseph Heller, I close with a loud Happy Birthday George

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Glass

Regista: M. Night Shyamalan

Anno: 2019

Interpreti: James McAvoy, Bruce Willis, Samuel L. Jackson, Anya Taylor-Joy

Il pericoloso assassino dalle personalità multiple conosciuto come “l’Orda” (James McAvoy) è ancora a piede libero, finché non viene rintracciato dal Vigilante (Bruce Willis) che compie ronde solitarie alla ricerca dei delinquenti che la polizia non riesce a trovare. Durante lo scontro tra i due per le strade di Philadelphia sopraggiungono le forze dell’ordine, che li rinchiudono in un ospedale psichiatrico, in cui è detenuto anche Mr. Glass (Samuel L. Jackson), vecchia conoscenza del Vigilante. I tre possiedono davvero poteri sovrumani o sono solamente convinti di averli?

Con Glass (“vetro”) M. Night Shyamalan conclude la sua personale trilogia sui supereroi (dopo Unbreakable e Split), aprendo virtualmente la strada ad un intero nuovo universo di supereroi, che però difficilmente vedrà mai la luce, soprattutto in questo momento in cui i colossi Marvel e DC stanno già invadendo il mercato. Non che alla base non ci sia un’idea abbastanza originale, ma il regista non è riuscito a mantenere lo stesso livello di Unbreakable e gli ha affiancato un dittico con troppi difetti. Di Split ho già parlato qui. Glass viene costruito sul dubbio, che in teoria dovrebbe instillarsi nella mente dei personaggi e anche dello spettatore, che in realtà i tre protagonisti non possiedano alcun superpotere. Ma si tratta di un dubbio del tutto ingiustificato, dato che tutti hanno già visto, nei due film precedenti e in questo, che non è così, e l’assunto principale crolla. Il plot twist finale, cui Shyamalan è così affezionato dai tempi del Sesto Senso, non è così incisivo da lasciare davvero un segno. Inquadrature e movimenti di macchina non convenzionali sono utilizzati con troppa generosità, finendo per distrarre lo spettatore dagli eventi e sottraendo tensione alle scene finali. In alcuni momenti sembra che il regista non abbia ancora deciso come concludere la storia, che ristagna un po’ in alcune scene troppo lunghe e indugi non necessari sui personaggi secondari. Lo scarso coinvolgimento di Bruce Willis e Samuel L. Jackson, che sappiamo essere all’occasione grandi interpreti, non aiuta, mentre quello eccessivo di James McAvoy, di nuovo tutto vocine e mossette, aggiunge benzina al fuoco. Alla fine resta il dispiacere per qualcosa che non è stato sfruttato al meglio e che ha finito per diventare ridicolo. Non resta che consolarsi con un altro tipo di “glass”.

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Voto: 2 Muffin

Bombshell

Anno: 2019

Regia: Jay Roach

Cast: Charlize Theron, Nicole Kidman, Margot Robbie, John Lithgow, Allison Janney,  Malcolm McDowell

Dove trovarlo: Amazon Prime

La vera storia dello scandalo che nel 2016 travolse Fox News costringendo il CEO Roger Ailes, accusato di molestie sessuali da molte dipendenti del network, alle dimissioni.

Nonostante il film, fortemente voluto da Charlize Theron (anche produttrice), racconti una storia che già di per sé desta curiosità e interesse, non riesce mai ad appassionare fino in fondo, anche per le sue oscillazioni tra dramma e documentario (con tanto di personaggi che si rivolgono direttamente allo spettatore e sottotitoli che riportano nomi e date). Perfino le due divine Charlize Theron e Nicole Kidman appaiono sottotono, un po’ troppo rigide e algide, al contrario di Margot Robbie, il cui personaggio (che è anche l’unico fittizio del film) trasmette invece qualche vera emozione, veicolando così meglio il messaggio, che è senza dubbio importante e necessario. È presente invece un fitto sottobosco di personaggi minori (tutti basati su persone reali) impersonati da volti noti delle serie televisive: molti di questi secondo me non erano necessari per lo svolgimento della trama, mentre altri mi sarebbe piaciuto vederli approfonditi di più (per esempio la segretaria personale di Roger Ailes, interpretata da Holland Taylor). Roger Ailes, interpretato molto bene da John Lithgow, viene ritratto in stile documentaristico, attraverso le sue azioni e parole (che sono state realmente documentate) ma non riesce mai a bucare lo schermo, messo in ombra da un Rupert Murdoch (Malcolm McDowell) che, con un’apparizione fugacissima, gli ruba completamente la scena.

Voto: 2 Muffin

Nightflyers – Il Gioco

Titolo: Nightflyers (serie tv)

Anno: 2018

Dove trovarla: Netflix (se proprio avete tempo da perdere e un certo gusto camp)

Per salvare la popolazione del pianeta Terra da una serie di epidemie, la nave spaziale Nightflyer intraprende una pericolosa missione nello spazio profondo alla ricerca di una misteriosa specie aliena che sembra essere in grado di controllare il Teke, la più potente energia dell’universo. Ma la nave e il suo equipaggio nascondono molti segreti…

Avete presente quei giochi che si trovano sulle riviste di enigmistica in cui bisogna aguzzare la vista e trovare una serie di oggetti in un’immagine affollata, confusa e priva di senso? Ecco, Nightflyers è proprio così. Tratto da una novella di George R.R. Martin, autore della celeberrima serie Il Trono di Spade, in originale Game of Thrones, Nightflyers si limita ad inanellare una catena di citazioni da altri film e telefilm appartenenti al genere fantascienza (ma non solo) senza creare proprio niente di originale. Personaggi, situazioni, dialoghi, tutto sa di già visto e sfocia troppo spesso nel cattivo gusto. Si salvano giusto gli effetti speciali, ma tutto il resto è un vero disastro. E non si è mai visto nella storia delle navi spaziali un equipaggio più disobbediente, falso e disordinato: ognuno pensa per sé, persegue i suoi fini personali e nasconde cose ai suoi compagni. Giusto per fare un esempio che renda l’idea, ad un certo punto l’equipaggio è così annoiato che sfrutta gli immensi poteri del telepate che hanno a bordo per creare… una grande campagna allucinatoria di Dungeons & Dragons. Ho detto tutto.

Tuttavia, poiché non mi va giù l’idea di aver buttato via il tempo, vi propongo un gioco:

A Game of Quotes

Vi sfido a trovare in questa orripilante serie tv senza capo né coda tutti i riferimenti ad altri film e telefilm, di fantascienza e non. Di seguito ve ne elenco alcuni, giusto per farvi capire in che pantano vi infilate se provate davvero a vedere la serie per intero.

  • Alien (1979) di Ridley Scott, un grande classico del genere fantascienza ricco di tensione con una straordinaria Sigurney Weaver. Anche qui a bordo dell’astronave, all’insaputa di tutti, c’è un robot (ma non solo…) che si spaccia per essere umano.
  • Il Pianeta Proibito (1956) di Fred M. Wilcox. Classicissimo oggi purtroppo dimenticato, che non passa mai in televisione ma che invece è ancora avvincente e affascinante, fantascienza pura al 100%, con un giovanissimo Leslie Nielsen per la prima (e forse unica) volta in un ruolo serio. Anche la Nightflyer espone nella sua sala mensa una macchina in grado di ricreare, su richiesta, qualsiasi tipo di cibo o bevanda (l’unico macchinario di tutta la serie che, come l’adorabile robot Robbie, segue sempre le tre leggi della robotica).
  • Salvation è una dimenticabile serie tv del 2017, ma questo non ha scoraggiato gli sceneggiatori di Nightflyers, che le hanno rubato l’idea di una meteora in rotta di collisione con la Terra che si rivela poi un essere alieno senziente.
  • Psycho (1960) di Alfred Hitchcock. Il maestro del brivido sarebbe rabbrividito vedendo come in Nightflyers la madre maniaca del controllo abbia deciso di arredare le sue stanze con dei riconoscibilissimi uccelli impagliati.
  • Matrix (1999) dei fratelli (ora sorelle) Wachowski viene ampiamente saccheggiato. La metafora utilizzata dall’agente Smith (Hugo Weaving) che assimila la razza umana ad un virus che infesta il pianeta Terra viene ripresa alla lettera.
  • 2001 – Odissea nello Spazio (1968) di Stanley Kubrick…………………………………………………….

E ora tocca a voi!

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