Il Ministero della Guerra Sporca

Titolo originale: The Ministry of Ungentlemanly War

Anno: 2024

Regia: Guy Ritchie

Interpreti: Henry Cavill, Alan Ritchson, Alex Pettyfer, Eiza Gonzàles, Rory Kinnear, Cary Elwes

Dove trovarlo: Prime Video

Seconda Guerra Mondiale: mentre tutti i suoi consiglieri gli intimano di scendere a patti con Hitler, che sta mettendo in ginocchio l’Europa, il Primo Ministro Inglese Winston Churchill (Rory Kinnear) sceglie un’alternativa poco ortodossa: reclutare alcuni “cani sciolti” perfettamente addestrati ma allergici all’obbedienza e incaricarli di una missione segreta di vitale importanza per il destino dell’Inghilterra e del mondo.

Non ho certo mai fatto mistero del fatto che amo molto il regista britannico Guy Ritchie, per come riesce a realizzare autentici film d’azione che però sono anche autentiche commedie brillanti, e per come riesce ad ottenere il meglio dagli attori che lavorano con lui. Sicuramente, come accaduto a molto grandi registi prima di lui, con il passare degli anni e dei film possiamo notare una certa tendenza a fossilizzarsi, ripetendo gli stilemi che hanno funzionato tanto bene in passato ma che ora non hanno più la stessa forza e la stessa freschezza delle origini. Ho apprezzato Operation Fortune ad esempio, ma non lo metterei mai allo stesso livello di opere meno recenti del regista come Lock&Stock, Sherlock Holmes e il mio personale favorito The Man from U.N.C.L.E. Aspettavo comunque con grande trepidazione l’uscita di The Ministry of Ungentlemanly War e una nuova collaborazione tra Guy Ritchie e Henry “Superman” Cavill, idolo dei nerd (il video di lui mentre monta un computer in canottiera è diventato virale) e interprete non solo di grande fascino ma anche di grande simpatia.

Dopo aver visto il film, posso dire che le mie aspettative non sono state deluse. The Ministry of Ungentlemanly War (tradotto in italiano con Il Ministero della Guerra Sporca, che però non gli rende del tutto giustizia: qui si parla, letteralmente, di guerra “non tra gentiluomini”) è un film d’azione con momenti spassosi, come è tipico di Guy Ritchie, piuttosto violento (ma mai in modo fastidioso) e ricco di personaggi interessanti. Anzi, a dire il vero, avrei voluto conoscerli meglio, ascoltare più dialoghi e saperne di più sui membri di questa sgangherata squadra d’assalto. Questo anche perchè gli interpreti sono tutti più che all’altezza del ruolo. Il capobranco Gus March-Phillips interpretato da Henry Cavill, dopo un’entrata in scena molto divertente, per tutto il film regala motti ed espressioni molto efficaci. Il migliore della squadra però è lo svedese Anders Lassen, interpretato dal gigantesco Alan Ritchson, noto dalla serie su Jack Reacher: qui riesce a dimostrare di essere anche molto ironico, oltre che possente, e il suo è il personaggio più divertente di tutti. Grandi lodo vanno poi alla splendida Eiza Gonzàles, di una bellezza mozzafiato e di eguale bravura in un ruolo molto impegnativo per minutaggio e per funzione narrativa. Doveroso citare anche Rory Kinnear, davvero un ottimo Winston Churchill. Infine, non posso non nominare, anche se ha un ruolo molto minore, Cary Elwes (il quale, come ci dice nel film di Mel Brooks, è “l’unico Robin Hood che sappia parlare con un accento britannico”), che interpreta il Brigadiere Gubbins detto “M”. E se questo sintetico soprannome non accende alcuna lampadina, basti sapere che il suo aiutante tuttofare, interpretato da Freddie Fox, fa di nome Ian Fleming. Già, proprio lui, l’autore dei libri su James Bond! Il film infatti si apre con la scritta “Tratto da una storia vera”, e nei titoli di coda ci vengono mostrati i volti dei personaggi principali come erano nella realtà, e ci viene anche detto che il Maggiore Gus March-Phillips è stato una delle maggiori fonti di ispirazione per l’agente segreto inventato da Fleming. Ho sempre sognato di vedere Henry Cavill nei panni di 007, e, anche se per vie traverse, Guy Ritchie mi ha accontentato! E con questo, direi che ho detto tutto.

Il Ministero della Guerra Sporca è un film d’azione in stile Guy Ritchie, eccitante e divertente, anche se non il suo migliore. Consigliato in ogni caso per tutti coloro che amano il regista o che, in generale, amano l’azione ma con un pizzico di umorismo. British.

Voto: 3 Muffin

Beh, potrò sognare, no?

Audiolibri che passione!

Ultimamente, ahimè, sono stata poco presente sul blog e questo mi dispiace molto. In questo periodo una convergenza di impegni di vario tipo mi ha portato ad avere meno tempo per guardare film e anche per scriverne. Tuttavia ho avuto modo, in questo periodo, di scoprire una fonte di intrattenimento per me del tutto nuova: gli audiolibri.

Si tratta di un ottimo compromesso per chi, come me, per vari motivi trova difficile mettersi davanti alla tv o aprire un libro ma, allo stesso tempo, non è disposto a rinunciare a qualche bella storia che faccia compagnia durante, ad esempio, la colazione o il rassetto della cucina. Ecco spiegato come mi sia trovata a scaricare l’app gratuita Raiplay Sound, che in cambio della sopportazione di una moderata quantità di annunci pubblicitari mette a disposizione un ampio catalogo di audiolibri (oltre a podcast, musica e altri settori che devo ancora esplorare) tra cui poter scegliere. Essendomi trovata improvvisamente, dopo aver cambiato casa, sguarnita di televisore in cucina, questo piccolo tesoro accessibile dallo smartphone mi ha davvero salvata dalla noia mortale del alvar ei piatti senza più la compagnia  della Signora in Giallo o dei quiz di Gerry Scotti.

L’unico problema era: da dove cominciare? Di sicuro non volevo, come prima esperienza, nulla di troppo impegnativo. Meglio ancora qualcosa che già conoscevo, in caso mi fosse risultato difficile concentrarmi sull’ascolto. Scorrendo i moltissimi titoli disponibili, uno mi è subito balzato agli occhi: Ventimila Leghe sotto i Mari, di Jules Verne. Ecco il libro perfetto! Lo conosco molto bene non solo per averlo letto diverse volte, ma perchè Papà Verdurin, quando ero bambina, era solito raccontarmelo (precursore degli audiolibri, in un certo senso) mentre passeggiavamo in montagna per non farmi sentire la fatica durante le salite più impegnative (e vi assicuro che funzionava alla grande). Dunque, con una certa emozione, premetti Play, e dopo una introduzione che giudicai superflua la voce suadente ed espressiva di Piero Baldini mi portò immediatamente indietro nel tempo, facendomi vedere con gli occhi della fantasia i personaggi, proprio come mi accadeva da bambina. Piero Baldini, oltre a leggere con cadenza perfetta, è bravissimo anche ad interpretare le diverse voci, e la lettura mi ha catturato e conquistato proprio come mi accadeva col romanzo.

Ecco cosa vedo mentre ascolto Piero Baldini

Terminato Ventimila Leghe sotto i Mari, ho deciso di rimanere sia in Francia che nell’ambito del genere avventuroso, e sono passata a I Tre Moschettieri, di cui ho visto molte delle versioni cinematografiche ma non avevo mai letto il romanzo. Questa volta però l’esperienza non è stata positiva: non solo Paolo Bonacelli non è in grado di rendere le voci dei diversi personaggi come Piero Baldini, ma mancavano all’appello alcuni pezzi del romanzo, smarriti, chissà, nella divisione in parti… Dopo essere tornata avanti e indietro diverse volte e aver constatato che non era stata colpa della mia disattenzione ma i pezzi erano davvero mancanti, ho abbandonato l’ascolto.

L’unica e sola Regina di Francia

A questo punto ho adocchiato un altro classico per l’infanzia che però non avevo mai letto: Il Mago di Oz di Frank Baum. Letto da Alba Rohrwacher. Ora, sicuramente la signorina Rohrwacher, di cui ammetto di non aver visto alcuna interpretazione, avrà sicuramente dei pregi, ma tra questi non vi è certo la modestia: l’introduzione (che l’attrice fa a se stessa) dura una buona mezz’ora e si dilunga ad enumerare le molte lingue che lei conosce. Mi spazientisco, perchè a me ne basterebbe una sola, l’italiano… Quando Alba inizia a leggere è chiaro che non ha alcuna intenzione di diversificare le voci dei personaggi, ma neppure di dare alcuna inflessione ai periodi. Ma presto realizzo che questo non è certo il peggio…

Ad un certo punto, inaspettatamente e senza alcun motivo apparente, parte a tutto volume una canzone dei Beatles, del tutto avulsa dal contesto. Ommamma! Io, come James Bond, detesto i Beatles! Ma in ogni caso non vedo alcun nesso tra loro e Il Mago di Oz! Fossero state le canzoni del bellissimo musical di Victor Fleming avrei capito, ma questo? Certo tra campi di papaveri e campi di fragole ci si potrebbe vedere una certa somiglianza, forzando un attimino… Sarebbe andata peggio se il Capitano nemo avesse cominciato a cantare We all  live in a Yellow Submarine, in fondo…Decido quindi di stringere i denti e proseguire, anche se alla volta di “Seguiamo il sentiero di mattoni gialli Obladì Obladà” sono sul punto di cedere… Invece tengo duro e arrivo alla fine! Addio Alba!

A ticket to riiiiide…

E ora devo solo decidere quale sarà la prossima audio-avventura!

Bridgerton 2

Caro Lettore,

la prima stagione della serie Netflix Bridgerton era stata un autentico guilty pleasure che ci aveva intrattenuti piacevolmente tra abiti dai colori sgargianti, gossip, crinoline e amori contrastati, senza darsi pensiero per l’originalità degli intrecci, lo spessore dei personaggi o l’accuratezza storica.

Cosa è dunque cambiato in questa seconda stagione?

La serie si apre con alcuni deliziosi ammiccamenti per il pubblico, giocando sul parallelismo tra la stagione della serie alla stagione della buona società londinese: in entrambi i casi, durante la pausa estiva, l’assenza della voce di Lady Whistledown (la cui voce in lingua originale è quella di Julie Andrews), la misteriosa autrice dei pamphlet di pettegolezzi più amati e temuti di Londra, è stata profondamente sentita.

Nella prima stagione avevamo seguito la combattuta storia d’amore tra Daphne Bridgerton (Phoebe Dynevor) e il duca di Hastings (Regè-Jean Paige, che in questa seconda stagione non appare neppure in un cameo, impegnato, si vocifera, ad allenarsi a reggere tre Vodka-Martini e camminare ancora dritto). In questi nuovi 6 episodi targati Shondaland (la casa di produzione della showrunner Shonda Rhimes) e tratti anch’essi dai romanzi di Julia Quinn, al centro degli eventi troviamo invece Anthony (Jonathan Bailey), il primogenito dell’agiata famiglia Bridgerton (seguito, in ordine anagrafico e alfabetico, da Benedict, Colin, Daphne, Eloise, Francesca, Gregory e Hyacinth), combattuto tra il dovere di scegliere una sposa adeguata e i desideri del cuore.

Ancora una volta veniamo trasportati in un mondo irreale di gonne vaporose, balli composti, clichè romantici e musiche suadenti (imprevedibilmente piacevoli i riarrangiamenti musicali di alcuni successi pop come Material Girl e Wrecking Ball).

E ancora una volta, e questa è la nota più dolente, la regina d’Inghilterra (Golda Rosheuvel) viene sfruttata come deus ex machina per ogni inghippo della trama che gli sceneggiatori non sono in grado di dipanare, intervenendo senza il minimo criterio di coerenza nelle sue motivazioni (non che a una regina sia necessariamente richiesto, ma almeno un abbozzo di profilo psicologico definito sarebbe comunque apprezzato) per benedire o deprecare coppie, distruggere o salvare reputazioni eccetera.

Ma allora cosa distingue, alla fine, questa seconda stagione dalla prima?

Il successo della prima stagione ha garantito un budget sufficiente per la CGI, che è stata utilizzata per creare, pensate, un’ape. Mi domando se non ci fosse un altro modo per mostrare con maggior realismo questo insetto che con la sua puntura provoca la prima volta grande disperazione e la seconda consapevolezza di un sentimento represso ed è quindi funzionale alla trama. Ma non è certo per gli effetti speciali che si inzia a seguire una serie come Bridgerton…

L’assenza del personaggio del duca di Hastings ha creato un grosso buco narrativo, in quanto i suoi addominali scolpiti costituivano un buon 65% della trama della prima stagione. 

Se questo non ti disturba, caro lettore, gettati nella visione a capofitto.

Se invece sei alla ricerca di una ricostruzione storica inappuntabile, interpretazioni eccellenti, personaggi ben costruiti e dialoghi impeccabili, allora quest’autrice ti consiglia di rifuggire Bridgerton in favore di Downton Abbey, per gustare tutto il vero fascino della cara vecchia Inghilterra.

L’Uomo dalla Pistola d’Oro

Dopo il grande successo del primo film in cui l’agente segreto britannico James Bond è interpretato da Roger Moore, Vivi e Lascia Morire, la United Artists chiede ai produttori Harry Saltzman e Albert “Cubby” Broccoli di girare immediatamente un altro film di 007.

E i due pigmalioni non si fanno certo trovare impreparati: avevano già da anni messo gli occhi sull’ultimo romanzo scritto da Ian Fleming, L’Uomo dalla Pistola d’Oro, ma la situazione politica internazionale aveva reso impossibile girare in tutte le location prescelte: Iran, Beirut e Vietnam. Il romanzo di Fleming in realtà è ambientato in Giamaica, ma siccome lì è stato appena girato Live and Let Die l’attenzione dei produttori si concentra invece sulla Thailandia e su Hong Kong, scelte come location principali di The Man with the Golden Gun.

Per adattare la trama del romanzo a questi luoghi viene subito chiamato Tom Mankiewicz, già sceneggiatore di Una Cascata di Diamanti e Vivi e Lascia Morire, che però, dopo aver elaborato una prima stesura, abbandona il ruolo, afflitto da problemi di salute e convinto di non star dando il proprio meglio, salvo poi tornare per rivedere il copione scritto da Richard Maibaum, anche lui veterano di Bond (autore del copione di Licenza di Uccidere, Dalla Russia con Amore, Goldfinger, Thunderball, e Al Servizio Segreto di Sua Maestà).

Alla regia Saltzman e Broccoli vanno sul sicuro chiamando Guy Hamilton, reduce dal grandissimo successo di Vivi e Lascia Morire. Il regista ha già un’idea su dove collocare il nascondiglio del cattivo, il killer Francisco Scaramanga: su una minuscola isoletta al largo del villaggio ai Phuket, in Thailandia, che ha scoperto grazie a National Geographic. Quell’isola, ancora inesplorata nel 1973, è diventata oggi un’ambitissima meta turistica ed è conosciuta come “l’isola di Bond”. 

A interpretare il fascinoso agente segreto inglese ritorna Roger Moore; per interpretare il suo rivale, anche se Tom Mankiewicz avrebbe voluto Jack Palance, Guy Hamilton sceglie la leggenda Christopher Lee, all’epoca famosissimo per aver interpretato il Conte Dracula in ben cinque pellicole. Lee ha già recitato con Roger Moore in Ivanhoe e ha già lavorato per Broccoli, ma soprattutto è cugino di Ian Fleming, con il quale aveva militato nei servizi segreti durante la Seconda Guerra Mondiale e si incontrava spesso per giocare a golf. Lee conosce molto bene il libro e riesce a dare vita, come se fosse una cosa naturale, a un villain perfettamente bondiano nonché estremamente efficace, temibile ed affascinante. Il nome “Scaramanga” è stato scelto da Fleming perché un suo compagno di studi particolarmente antipatico di Eton si chiamava proprio così. 

Christopher Lee è Francisco Scaramanga

Christopher Lee, che parla fluentemente svariate lingue, sul set si diverte a parlare in svedese con le due bond girls Britt Eckland (che interpreta la spia Mary Goodnight e che, alcuni anni dopo, sposerà l’attore Peter Sellers) e Maud Adams (Andrea Anders, l’amante di Scaramanga; l’attrice viene scelta da Cubby Broccoli e da sua moglie Dana per il ruolo). Curiosità: prima dell’arrivo della Madeleine Swann di Lea Seydoux, Maud Adams è l’unica attrice a ricoprire due ruoli consistenti in due diversi film della saga di James Bond (anche Eunice Gayson e Martine Beswick erano apparse in due film di 007, ma in uno dei due avevano avuto un ruolo molto marginale). 

E se hanno dovuto attendere il 1983 e Octopussy per rivedere Maud, i fan di Bond non hanno dovuto attendere per rivedere Clifton James, che torna nei variopinti panni (l’attore ha acquistato personalmente le camicie hawaiane sfoggiate dal suo personaggio) dello sceriffo Pepper, già apparso in Vivi e Lascia Morire e che qui ritroviamo mentre è in vacanza con la moglie e si imbatte, ancora una volta, in James Bond.

Clifton James è di nuovo lo Sceriffo Pepper

Per il ruolo di Nick Nack, il solerte servitore di Scaramanga, viene scritturato Hervé Villechaize, pittore francese che, nonostante sia alto appena un metro e venti, si rivela da subito un gran seduttore e amante della bellezza femminile: sul set Hervé lascia fiori e disegni nei camerini delle attrici e sulla macchina da scrivere di Elaine Shreyeck, la segretaria di edizione.

Hervè Villechaize è Nick Nack

Completa il cast l’imprescindibile trio: Bernard Lee (M), Desmond Llewelyn (Q) e Lois Maxwell (Miss Moneypenny).

Come da tradizione, il film si apre con una scena che precede la sigla con i titoli di testa: in questo caso serve a presentarci il cattivo, Francisco Scaramanga, che vediamo accogliere sulla sua isola un collega assassino allo scopo di usarlo come bersaglio per la sua esercitazione. Nei panni del malcapitato killer c’è Marc Lawrence, che era già apparso in Una Cascata di Diamanti (nel ruolo di impresario funebre) e che, a detta di Roger Moore, “nella sua carriera ha interpretato più gangster di Humphrey Bogart”. Il regista è molto divertito dall’idea di portare un gangster di Chicago in Thailandia: Guy ama molto i gangster, fin da quando il suo maestro di catechismo a New York gli raccontava storie incredibili su Al Capone, di cui era stato vicino di casa a Chicago. Infatti, nel labirinto degli specchi di Scaramanga (progettato dallo scenografo Peter Murton, già aiutante di Ken Adam sul set di Goldfinger e Thunderball), troviamo proprio Capone tra i personaggi che, pur sembrando manichini, sono interpretati da attori in carne ed ossa: Ray Marion è Al Capone, lo stuntman Les Crawford il cowboy. Quella di Roger Moore invece è proprio una statua di cera, per quanto incredibilmente somigliante. Il set è studiato con grande cura in modo che la macchina da presa non compaia mai, ovunque la si posizioni per girare. Nella scena in cui Scaramanga scivola sulla rampa per arrivare alla sua pistola Christopher Lee è sostituito dallo stuntman Eddie Powell, che già aveva lavorato con lui in Dracula: Principe delle Tenebre nel 1966.

Con questa scena rocambolesca ci viene presentato un altro elemento fondamentale della storia: la pistola d’oro di Scaramanga, che è smontabile e spara proiettili d’oro massiccio. L’oggetto di scena viene realizzato a Londra da Peter Murton in tre versioni, di cui una costituita da oggetti di uso comune (un accendino, una penna…) placcata in oro e smontabile e una che premendo il grilletto emette una scintilla: nessuna versione in ogni caso può sparare. La pistola d’oro esercita un grandissimo fascino anche su Christopher Lee, che dopo aver superato la difficoltà di assemblare l’arma mentre recita e addirittura senza guardare ci si affeziona e insiste per poterla tenere ma non ottiene il permesso, se non per presenziare ad alcuni eventi promozionali. L’attore, nella sua autobiografia, racconta di come la pistola di scena gli sia stata confiscata alla dogana e sia stato costretto a presentarsi al Johnny Carson’s Show disarmato; un’altra volta, fuori da uno studio, una guardia gli grida di gettare l’arma puntandogliene addosso una vera; un’altra volta ancora, mentre si sta recando a un’intervista, Lee si imbatte nel regista Billy Wilder (che lo aveva diretto in Il Fratello più Furbo di Sherlock Holmes) che alza le mani e gli dice: “Non vorrai mica sparare a un vecchio ebreo?”

Chi sparerebbe a Billy Wilder?

I titoli di testa, accompagnati dalla canzone Man with the Golden Gun interpretata dalla cantante scozzese Lulu, vengono in parte proiettati sul corpo della splendida modella di Hong Kong Wei Wei Wong, che ritroveremo come cameriera nella scena ambientata al club Bottom’s Up. Come al solito la produzione del film di 007 si destreggia per evitare la censura e riesce a farla franca nonostante le parole allusive della sigla che descrivono Scaramanga: “He has a powerful weapon”. Un’altra scena in cui il rischio di incorrere nella censura è davvero elevato è quella in cui l’attrice svedese Maud Adams, che interpreta l’amante di Scaramanga, viene trovata da Bond mentre è sotto la doccia: in questo caso il pericolo viene evitato grazie all’utilizzo di un vetro opaco per la parete della doccia e una grande attenzione all’illuminazione e all’angolazione di ripresa.

Dopo i titoli di testa Hamilton inserisce la scena secondo lui più tediosa ma necessaria, la spiegazione fatta dal capo M riguardo la crisi energetica (argomento di forte attualità), per liquidarla e potersi così concentrare solamente sull’azione. A rendere la scena interessante arriva però il commento di Sir Roger Moore, che ricorda come, mentre girava la scena, il suo stomaco vuoto brontolasse rumorosamente; il regista allora ordina di portargli qualcosa da mangiare, ma i rimasugli di biscotto tra i denti peggiorano le cose: e tutto sotto lo sguardo truce dei dirigenti della United Artists!

La scena nel camerino della danzatrice del ventre Saida (interpretata da Carmen Sautoy) è stata in realtà girata per ultima: forse è per questo che la troupe, ormai spossata, ha commesso un errore: se osservate attentamente lo specchio durante la rissa (coreografata dal cowboy della casa degli specchi Les Crawford) ci vedrete chiaramente la macchina da presa e i tecnici riflessi!

Specchio riflesso!

La primissima scena (il 6 novembre 1973, appena cinque mesi dopo l’uscita di Vivi e Lascia Morire) girata invece è l’esterno del Queen Elizabeth, il relitto della nave britannica semiaffondata nel porto di Hong Kong, che sarebbe stato rimosso poco dopo: la troupe deve quindi fare in fretta a riprenderla, e al posto di Roger Moore, che non è ancora arrivato, viene impiegata la controfigura Mike Lovitt. L’interno della nave invece, dove l’MI6 ha installato un quartier generale, viene poi ripreso negli studi Pinewood di Londra insieme a tutti gli altri interni. Peter Murton deve utilizzare tutta la sua abilità per realizzare un set inclinato di 45 gradi (come è inclinata la nave) in cui però gli attori possano camminare in piano, così come lo ha immaginato il regista: lo scenografo studia un ingegnoso sistema di passerelle per muoversi sul set.

Nell’aprile del 1974 si inizia a fare sul serio: la troupe e il cast al completo vanno in Thailandia per girare le scene a Khow-Ping-Kan, l’isola di Scaramanga, che si trova al largo di Phuket. Broccoli, che cerca sempre di offrire il meglio a chi lavora per lui, cerca un alloggio per i suoi collaboratori, ma non è facile trovarlo in quel piccolo villaggio di pescatori: l’edificio più adatto allo scopo si rivela essere il bordello. Cubby manda in vacanza tutte le prostitute con un cospicuo indennizzo e con l’aiuto di Guy Hamilton trasforma il lupanare in un albergo (alla troupe e agli attori non verrà detta la verità sul loro alloggio però).

Ogni mattina tutti raggiungono l’isoletta con delle piccole imbarcazioni e, lungo il tragitto, devono fare attenzione ai pirati che bazzicano quelle acque. Le piccole barche poi fungono anche da camerini e da sala trucco. Nonostante la frugalità della sistemazione e dei mezzi di trasporto Christopher Lee è molto colpito dalla generosità di Broccoli: tutti i cibi e le bevande utilizzati per le riprese sono infatti autentici, compresi il caviale, le ostriche e lo champagne. Quando per la prima volta l’attore raggiunge la grotta che nel film sarà il nascondiglio del suo personaggio e viene accolto da un turbinio di pipistrelli in fuga, con la faccia seria e a sua voce profonda si rivolge a loro dicendo: “Non ora, Stanislav”, improvvisandosi ancora una volta Conte Dracula e facendo scoppiare a ridere tutti i presenti. Da bravo vampiro, Christopher Lee ha la pelle chiarissima e deve essere truccato ogni giorno per poter interpretare l’abbronzato Scaramanga; dopodichè, ogni sera, l’attore è costretto a trasportare dal furgone delle provviste secchi di acqua calda per potersi lavare. Ma non tutti sentono la fatica come lui: Hervé Villechaize trascorre le notti a Bangkok a fare baldoria e si presenta ogni mattina per le riprese stremato; deve inoltre recitare nei panni del maggiordomo Nick Nack indossando giacca e cravatta.

Nel frattempo a Guy Hamilton vengono consegnate le 200 scarpe per elefanti ordinate da Harry Saltzman per la scena della corsa dei pachidermi: peccato che il produttore non avesse prima letto il copione, in cui quella scena non esiste affatto! L’unico elefante presente nel film è quello che fruga nelle tasche dello sceriffo Pepper e poi lo spinge nel fiume: questa scena però non era nel copione, e quando il regista vede l’attore cadere in acqua si spaventa molto. Non c’è da scherzare con l’acqua dei canali di Bangkok: su tutti i copioni distribuiti a cast e troupe infatti è scritto non solo cosa fare in caso di morso di serpente ma anche di non entrare in contatto con l’acqua dei klongs (i canali) per evitare di contrarre infezioni e malattie. Quando infatti Roger Moore, nella scena dell’inseguimento in barca nei klongs, cade in acqua e sparisce per un po’ (per evitare di essere colpito dall’elica dell’imbarcazione) la sua preoccupazione una volta riemerso è quella di non bagnarsi le labbra con quell’acqua pestifera; anche al produttore Broccoli capita di cadere in acqua, ma la sua prima preoccupazione quando ne esce è quella di asciugare le numerose banconote che ha in tasca.

Dopo le ristrettezze di Phuket è una gioia per tutti il trasferimento a Hong Kong, dove finalmente Broccoli può viziare i suoi nel miglior hotel (il Peninsula, con Rolls Royce di servizio e valletto personale in ogni suite) e nei migliori ristoranti; Britt e Maud, che ormai hanno fatto amicizia, possono finalmente rilassarsi e fare shopping. Chi non può godersi questi lussi invece è il direttore della fotografia Ted Moore, che si ammala e deve essere sostituito da Ossie Morris (oscar per Il Violinista sul Tetto), inizialmente recalcitrante per via delle differenze di stile tra lui e Moore ma poi persuaso da Broccoli, che mette a sua disposizione tutti i mezzi ma gli impone la direttiva di non fare esperimenti con i filtri e l’illuminazione come suo solito (Morris utilizzava ogni tipo di materiale, dai collant alla vaselina, per ottenere una qualità inedita dell’immagine): nei film di Bond l’immagine deve essere sempre chiara e nitida!

Poiché riempire uno stadio di comparse sarebbe troppo costoso, per la scena dell’incontro tra Bond e Scaramanga la produzione organizza degli autentici incontri di lotta tra atleti affermati di Hong Kong: il pubblico che vediamo nel film è reale e anche spazientito per le lunghe pause tra un combattimento e l’altro, necessarie per organizzare le riprese. Per Maud Adams è molto difficile rimanere immobile senza respirare per tutta la scena, anche a causa del caldo soffocante.

Il primo giugno 1974 Guy Hamilton si appresta a girare le scena più incredibile del film: l’Astro Spiral Jump, il salto tra due rampe, al di sopra di un canale, con avvitamento dell’auto a 360 gradi. In quegli anni lo stunt show di Jay Milligan Jr., l’American Thrill Show, spopola negli Stati Uniti, mostrando al pubblico le sue rocambolesche acrobazie in auto al limite del possibile. Il pezzo forte dello show è appunto l’Astro Spiral Jump, che Broccoli e Hamilton vogliono nel film: questa acrobazia, ipotizzata per la prima volta dall’ingegnere Raymond McHenry, era stata resa possibile dallo studio meticoloso, anche tramite simulazioni al computer realizzate con lo stesso software utilizzato dalla polizia stradale per ricostruire le dinamiche degli incidenti. Per la riuscita dello Spiral Jump è indispensabile la precisione: il margine d’errore è di pochi millimetri. L’automobile prescelta, la Javelin della General Motors (molto difficile da trovare in Thailandia, per la verità) viene modificata per poter compiere l’impresa: il peso deve essere distribuito simmetricamente, perciò il volante viene spostato al centro del cruscotto; vengono poi montate ruote più resistenti, un sostegno per il radiatore, una gabbia di protezione per il pilota e una quinta ruota di acciaio inossidabile che evita l’interferenza del telaio con la rampa. La rampa ha un segmento retrattile, che si ritira quando l’auto spicca il salto per permettere all’auto di avere la stessa velocità nella parte anteriore e posteriore. Per guidare la Javelin viene scelto il pilota Lauren Willet detto “Bumps”, consapevole del rischio che sta correndo: se la rampa dovesse rompersi lui finirebbe in fondo al canale legato da cintura e imbracatura. Sul set, oltre a cinque macchine da presa, sono presenti diversi medici, un’ambulanza, un argano e dei sub pronti a ripescare l’auto dal canale. Nell’auto ci sono anche due fantocci dipinti di nero che rappresentano 007 e lo sceriffo Pepper. Il salto riesce al primo tentativo! Cubby stappa immediatamente lo champagne e promette un bonus a tutti. Guy Hamilton invece chiede a Bumps di rifare il salto, perché la ripresa,a  suo dire, è “troppo perfetta“. Lui risponde: “era la prima volta che lo facevo e non lo farò una seconda”. Jay Milligan, assunto da Broccoli come coordinatore stunt man del film, commenta: “Non c’è altra aspirazione nella vita dopo aver realizzato uno stunt in un film di 007”. L’unico che non sarà soddisfatto del suo contributo è John Barry, autore della colonna sonora, che tempo dopo ammetterà di essersi pentito di aver accompagnato questa eccezionale acrobazia con il suono buffo di uno zufolo.

Nessun effetto speciale qui!

Oltre al mozzafiato Spiral Jump, Milligan coordina anche la scena dell’inseguimento in auto, durante il quale guida personalmente l’auto che sfonda la vetrina del concessionario: quello che non sa è che il proprietario del negozio, emozionato all’idea delle riprese, aveva fatto passare la cera sul pavimento: La ruote slittano, partono scintille e si incendia uno pneumatico in esposizione!

Molte scene del film, per ridurre tempi e costi, vengano realizzate con dei modellini, realizzati e illuminati magistralmente da Derek Meddings per essere uguali ai set reali; vengono usati anche effetti ottici, per le nuvole e il raggio laser di Scaramanga per esempio (effetto ottico di Cliff Culley). Dove possibile, però, vengono utilizzati scenari e oggetti autentici a grandezza naturale, come per la fuga finale tra le esplosioni, che tanto disturbano Roger Moore (ecco perché, diversamente dal solito, lo vediamo correre velocemente) e che lasciano un’ustione sul fondoschiena di Britt Ekland.

 L’auto volante di Scaramanga esisteva davvero (prodotta dalla Goldbrick Bird) ma purtroppo il pilota era morto in un incidente, così John Stears ne realizza sia un modello a dimensioni reali che un modellino. Lo stesso accade per l’idrovolante, dato in prestito dal suo proprietario, il Colonnello Clare, a patto che lui possa pilotarlo nel film; Broccoli acconsente e il Colonnello arriva in volo dagli Stati Uniti… per poi finire in ospedale quando il suo idrovolante arriva troppo rapidamente sulla spiaggia! Le riprese, però, per Hamilton sono ok… Derek Meddings realizza poi un modellino dell’idrovolante da far esplodere.

La celebre scena del duello finale tra Bond e Scaramanga è più corta di com’era nel romanzo, dove il killer cerca di barare nascondendo un secondo proiettile nella cintura ma 007 lo costringe con l’astuzia ad utilizzarlo anzitempo. Anni più tardi, quando Christopher Lee torna sull’isola con la moglie e la trova piena di turisti, viene riconosciuto mentre rievoca quelle scene famosissime e deve fuggire.

Sia Christopher Lee che Roger Moore sono impegnatissimi sul set: mentre Lee guida personalmente l’auto nelle scene d’inseguimento, Roger Moore viene seguito da un maestro di karate per prepararsi alle sequenze di combattimento. D’altra parte, come spiega Hamilton: “Il successo della saga di Bond è dovuto al fatto che nessuno è pigro”. Ma c’è anche tempo per lo svago, quando le riprese si spostano nel casinò di Macao: Broccoli gira tra i tavoli distribuendo fiches a tutti per evitare che qualcuno resti al verde. Ma questo non è un problema per Roger Moore, che afferma di aver guadagnato più soldi al tavolo del blackjack che in cinque mesi di riprese. Oltre che fortunato, Roger Moore è anche molto spiritoso, e durante le riprese della scena in cui 007 incontra il fabbricante di armi Lazar si presenta così: “Sono Brooke Bond e faccio un ottimo tè”. Chissà se questa era tra le barzellette che lui e George Lazenby, diventato stand-up comedian, si scambiavano sempre via mail!

Alla sua uscita il film ha immediatamente un grande successo, tanto da diventare il primo film di 007 proiettato in Russia, dove Broccoli viene invitato ad una proiezione al termine della quale un funzionario russo gli dice: “Scaramanga è un personaggio interessante, anche se ha un addestramento inadeguato”.

Guy Hamilton tuttavia mette subito le mani avanti, affermando di aver esaurito, con i due film appena diretti, tutte le sue energie, e di non essere in grado di dirigere il successivo film di Bond, James Bond. A proposito, ricordate che l’autore dei romanzi Ian Fleming, al momento di scegliere il nome del suo protagonista, aveva optato per l’autore di un manuale di ornitologia che aveva in casa? Beh, è molto divertente sapere che James Bond, l’ornitologo, fece visita  a Fleming nella sua tenuta di Goldeneye mentre stava scrivendo proprio L’Uomo dalla Pistola d’Oro; in seguito Fleming gliene inviò una copia con la dedica: “Al vero James Bond dal ladro della sua identità, Ian Fleming”.

Una casa degli specchi, un’auto volante, un nano in una valigia, un killer amante del tabasco, una danzatrice del ventre e un elefante. E tutto in un solo film: che cosa potrebbe essere se non il nostro agente segreto britannico preferito, James Bond?

A presto con la prossima avventura, La Spia che mi Amava!

Doom Slayer Collection Tag

Non sono esperta di videogiochi, anche se ce ne sono alcuni che mi hanno appassionato.

A Doom non ho mai giocato, ho solo visto il film (ovviamente, c’è The Rock!), però ho deciso di rispondere comunque al tag del Blog di Tony, ricorrendo al cinema quando non avevo esperienze di videogiochi sufficienti per rispondere (cioè spesso).

Ho quindi risposto alle domande poste da Austin Dove nel suo blog: leggendole potreste scoprire qualche curiosità in più su di me…

  1. Doom Slayer Collection, la prima raccolta importante di cui ti ricordi

Ovviamente il cofanetto con tutti i film di 007 (tutti fino a Skyfall): in realtà il proprietario è Papà Verdurin ma ormai l’ho usucapito.

  1. The Ultimate Doom, il primo capitolo di una saga iconica che ami

Le emozioni provate alla prima cinematografica della Compagnia dell’Anello saranno molto difficilmente replicabili.

  1. Doom 2, un videogioco che colleghi a tuo padre

Prince of Persia: lo avevo su floppy disc e ci giocavo sempre da piccola ma non riuscivo a sconfiggere lo scheletro al terzo livello: ci ha pensato Papà Verdurin!

  1. Doom 3, un videogioco che colleghi a tua sorella

Non ho una sorella, ma sarò per sempre grata a mio fratello che mi ha fatto scoprire la Play Station con l’Assassin’s Creed di Ezio Auditore in un momento in cui avevo proprio bisogno di qualcosa che mi distraesse.

  1. Doom 2016, un acquisto indotto dai consigli ricevuti

Molti film di Kurosawa, consigliati naturalmente da Papà Verdurin. Alcuni non li ho ancora visti ma degli altri mi sono innamorata.

  1. Torre di Babele, un videogioco o un film di cui hai tanto sentito parlare prima di provarlo

Non volevo assolutamente vedere Moulin Rouge, pensavo fosse una scemata romantichella… ora è tra i miei film preferiti!

  1. Torre Argent, l’opera che hai amato ma che ha un dettaglio che odi

Adoro il film Labyrinth, la sua colonna sonora, i pupazzi, David Bowie, tutto… tranne Jennifer Connelly!

  1. Pinky Demon, il nemico più difficile da sconfiggere ma non boss

Nel videogioco Ni No Kuni (splendido!) prima del boss finale, la Strega Cinerea, c’era un mostro marino con tentacoli che ne spawnava altri mille… difficilissimo!

  1. Rune, il libro di cui ha volutamente saltato pagine durante la lettura

Mai fatto. Semmai abbandono il libro, ma la paura di essermi persa qualcosa sarebbe troppo grande (timore congenito in ogni appassionato di libri gialli immagino).

  1. La terra dei giganti, il videogioco in cui vi siete persi

Ni No Kuni, l’ho rifatto due volte cercando di fare ogni quest/obiettivo secondario/trofeo eccetera e ogni volta staccarmene è un supplizio!

  1. Cybermancubus, un’aggiunta al franchise divenuta iconica e che ami

Il Re Scorpione, nato da una costola della serie La Mummia, con protagonista Dwayne “The Rock” Johnson: lo adoro! Ed ecco anche il collegamento con Doom 😉

  1. Cyberdemon, il boss o villain più iconico

Qui entro nella saga di 007. I cattivi sono tutti ben riusciti e molti interpretati da grandi attori, ma su tutti spicca lo Scaramanga di Christopher Lee in L’Uomo dalla Pistola d’Oro.

  1. Spider Mastermind, il boss o villain più bistrattato nel franchise

Sempre epopea bondiana, il povero Ernst Stavro Blofeld, che se in questo nuovo capitolo ha fatto proprio una brutta fine era già stato precedentemente gettato in una ciminiera, nonostante fosse in sedia a rotelle: inclusività alla 007!

  1. I corridoi di Marte, il film o videogioco che ti ha trasmesso più ansia

In genere sono terrorizzata dagli horror asiatici, in particolare Ringu, Yu-On e Two Sisters mi hanno tolto il sonno per mesi!

  1. Doom Slayer, il personaggio protagonista più temerario e misterioso

Ezio Auditore. No, Michael Fassbender proprio per niente!

No Time to Die (recensione in versi)

Prima di iniziare con le rime, solo due piccoli appunti: intanto le terzine incatenate contengono SPOILER!

Poi, questo è solo un piccolo antipasto, la recensione completa del film arriverà a tempo debito, seguendo la Bond-cronologia (e attendendo il dvd con gli speciali).

Buona lettura!

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai in una sala oscura

che la coda in biglietteria era svanita!

Con il Greenpass io entro sicura

nel cinema di cui avevo tanta nostalgia

ora che il Covid fa un po’ meno paura.

Da sempre immersa nella Bond-mania

la scelta non poteva essere diversa

per la prima pellicola post-pandemia.

No Time To Die non mi sarei mai persa,

il venticinquesimo film della saga

rimandato più volte per sorte avversa.

Il regista è Cary Joji Fukunaga,

sua anche la sceneggiatura:

scopriremo se il doppio sforzo paga.

Per Daniel Craig è l’ultima avventura

nei panni dell’agente doppio zero

di cui ancor non si conosce l’identità ventura.

In sala diventa tutto nero

e trattengo a stento l’emozione

quando il film inizia per davvero!

Come detta la bondiana tradizione

c’è una scena prima dei titoli di testa

che ci introduce nel cuore della narrazione.

La vita di James Bond sembra una festa

ora che ha trovato in Madeleine l’amore

ma il senso di colpa la sua anima ancora infesta

per lasciare alle spalle quel dolore

che nel suo cuore troppo rimbomba

Madeleine suggerisce con calore

di recarsi subito alla tomba

di Vesper, collega morta in servizio

dove però esplode una bomba:

niente male come inizio!

Bond è stordito ma si riprende

e ha un unico e solo indizio:

L’arcinemico Blofeld il merito non si prende

di quell’attentato alla sua vita

ma con la sua accusa Bond sorprende:

 la verità è cosa inaudita:

proprio Madeleine voleva la sua morte!

Nel cuore di James è profonda la ferita

e rassegnato alla sua triste sorte

carica subito la ragazza su un treno;

lei lo guarda mentre si chiudono le porte.

Cinque anni trascorrono in un baleno

e troviamo Bond oramai pensionato

che vive in Giamaica beato e sereno.

Almeno fino a che Felix non è arrivato,

l’amico di sempre, agente della CIA

che ha per le mani un caso assai complicato.

“Ehi, James, vuoi tornare a fare la spia?”

la risposta non tarda ad arrivare

“Ma questa è una follia!”

Poi però James ha modo di pensare

e lo colpisce una grande verità:

In Giamaica non c’è nessun cantiere da guardare!

Dunque l’amico Felix aiuterà

e farà subito la conoscenza

di chi di certo lo ostacolerà:

si chiama Nomi, spia doppio zero con licenza

che di “007” ha ora il titolo

e dice che di Bond ora si può fare senza.

Fine della pensione, nuovo capitolo

non è tempo di morire (!), si entra in azione

e non serve un sottotitolo.

Da dove si comincia questa missione?

Che domande: da una festa!

Pronto lo smoking per l’occasione

solo da trovare una compagna resta:

la splendida Paloma, spia meravigliosa

anche a lei il Vodka-Martini non dà alla testa.

La missione sembrerebbe poca cosa:

recuperare valigetta e scienziato

ma non è un incarico all’acqua di rosa

e il micidiale veleno rilasciato

uccide della Spectre ogni cattivone

solo uno si è salvato:

Blofeld, che si trova in prigione

quindi è evidente che c’è un altro nemico

da incolpare per quella situazione.

Anche se è ovvio io ve lo dico:

CIA e MI6 sono ai ferri corti

e solo Bond può dipanare questo intrico

ma deve prima raddrizzare i torti

e visitare Blofeld in cella

per trovare il colpevole di quelle morti.

Madeleine è ancora tanto bella

James ne è sempre innamorato

ma la situazione è sempre quella:

lei ha un segreto a lungo serbato

ma Blofeld svela la bugia

che la vita di Bond aveva rovinato:

Madeleine è davvero sulla retta via

e lei sola conosce l’identità

del vero villain e sa chi sia.

Dopo aver detto la verità

Blofeld muore immediatamente

ma Bond ormai non è più là,

raggiunge Madeleine rapidamente

nella casetta in cui è iniziato tutto

e i due si spiegano, finalmente!

Bond scopre che esiste un frutto

del loro amore, una bambina

poi arriva il nemico: ma quanto è brutto!

Inseguimento e adrenalina

Come with me for fun in my buggy” mi par di sentire

ma il nemico cattura mamma e piccina.

Al salvataggio bisogna partire

ma in gola mi si stringe un groppo

perché tutta la squadra è il momento di riunire:

Il capo M, si vede, ha mangiato troppo

Moneypenny e Q chi se li scorda? E’ come andare in bici!

Resta solo un ultimo intoppo:

anche se appaiono tutti amici

(il traditore a questo punto è già a posto)

siamo sicuri che sian tutti felici?

Sì! La nuova 007, Nomi, cede il suo numero tosto

i due ora si scambiano battutine

ma 007 deve essere uomo ad ogni costo.

Ingessato fino alla fine,

non posso proprio dire che mi piaccia

ma per Craig sono ormai le ultime bobine.

In tutto il film di ironia non c’è traccia

perché ha capito bene il regista

che nessuno dei due 007 sa muover la faccia.

Il finale è ormai in vista

ma rimane una lecita curiosità:

per il villain non c’erano altri attori in lista?

Il vero problema è la sua età,

dovrebbe aver ucciso a Madeleine i genitori 

ma che sia troppo giovane è un’ovvietà!

Scontro finale, signore e signori,

dei nano-chip assassini non ci occupiamo

che altrimenti sono dolori

che sono un McGuffin tanto sappiamo

quello di cui davvero ci importa

è che morire il nostro eroe vediamo

che deve tenere aperta la porta

ai missili che arrivano in velocità:

ogni speranza di fan sembra morta.

Bond muore Al Servizio Segreto di Sua Maestà

per paura di una vita senza carezze:

la canzone finale un colpo basso dà

e per i fan non ci sono certezze

su chi sarà il prossimo 007:

di quale attore avrà le fattezze?

Sappiamo però che non avrà le tette,

questo almeno sembra sicuro

ma la mano sul fuoco chi ce la mette?

Non so cosa riserva il futuro

per l’agente al servizio di Sua Maestà

ma una cosa scrivo e vi giuro

mai da Cinemuffin James Bond sparirà!

E chissà se dopo tre ore molto belle

ogni altro fan come me piangerà

e mesto uscirà a riveder le stelle.

Il mio nome è Widow, Black Widow

Anno: 2021

Regia: Cate Shortland

Interpreti: Scarlett Johansson, Florence Pugh, David Harbour, Rachel Weisz, William Hurt, Olga Kurylenko

Dove trovarlo: Disney Plus

Si potrebbe pensare che io sia un po’ fissata e che veda riferimenti a 007 dappertutto… ma questa volta è vero!

Non sono una grande conoscitrice di supereroi e di fumetti, ma negli ultimi anni ho seguito con molto divertimento i film Marvel. Quando il personaggio della Vedova Nera è comparso per la prima volta, nel film Iron Man 2, non lo conoscevo, anche se conoscevo benissimo la splendida attrice che lo interpreta, Scarlett Johansson, che oltre ad essere di una bellezza mozzafiato è anche un’ottima attrice, come ha dimostrato fin da giovanissima: La Ragazza con l’Orecchino di Perla, Lost in Translation, Match Point, tutte sue ottime interpretazioni. Quando la sua Black Widow è entrata nella vita di Tony Stark/Iron Man, tenendogli testa e rendendo gelosissima la sua fidanzata Pepper/Gwyneth Paltrow, è subito apparso chiaro come il personaggio avesse delle potenzialità, e infatti è stato sfruttato al massimo dalla Marvel: la Vedova Nera è comparsa nella maggior parte dei film successivi (Avengers, Captain America: Winter Soldier, Captain America: Civil War, Avengers: Age of Ultron, Avengers: Infinity War) e costituisce lo zoccolo duro della squadra di supereroi chiamata Avengers. La cosa che rende questo personaggio così interessante però è il suo passato da spia nemica (il suo vero nome è Natasha Romanoff e viene dalla Russia) che successivamente si redime ed entra nello SHIELD, mettendo le sue eccezionali abilità di spia e di combattente al servizio dei buoni, fino ad arrivare a sacrificare la sua vita per la salvezza dell’umanità. Ma la storia cinematografica di Black Widow non poteva terminare con il suo eroico sacrificio, e così è arrivata la origin story Black Widow, che racconta della sua infanzia, della sua famiglia e della sua vendetta nei confronti del potente e prepotente Segretario Ross (interpretato da William Hurt, altro personaggio ricorrente nei film Marvel).

Tuttavia, per quanto io ami la Vedova e l’attrice che la interpreta, non posso dire che sentivo il bisogno di conoscere il suo passato: mi era sufficiente quanto rivelato da Loki/Tom Hiddleston (che, a proposito, è in lizza per diventare il successore di Daniel Craig nei panni di James Bond, e visto il disastro della serie su Loki credo proprio che gli farebbe bene) in una scena davvero ben fatta del film Avengers (che per me resta il migliore). Invece ai piani alti della Marvel è stato deciso che doveva essere fatto un film incentrato sulla Vedova Nera e sul suo passato. Purtroppo, però, nessuno ha pensato che questo film, oltre a molte tutine attillate, dovesse avere anche una sceneggiatura

Il film è stato scritto da tre sceneggiatori, tutti piuttosto giovani ma già veterani di film e serie di supereroi oltre che di produzioni di casa Disney: Eric Pearson, Jac Shaeffer e Ned Benson. Anche se Jac è una donna, inevitabilmente la memoria corre ai tre sceneggiatori della serie Boris. Nel caso di Black Widow, ai tre scrittori è stato detto di realizzare non un classico film di supereroi (d’altra parte Natasha, sebbene sia estremamente forte e agile, di fatto non ha dei veri superpoteri) ma un classico film di spie. Dopo forse un momento iniziale di smarrimento, i nostri hanno pensato che la cosa migliore da fare fosse andare direttamente alla fonte, alla saga di film di spionaggio per antonomasia: quella di 007. Sono stati comunque sufficientemente onesti da rendere la cosa palese, inserendo i film di James Bond all’interno del film stesso: infatti Natasha in televisione guarda proprio Moonraker- Operazione Spazio, film del 1979 in cui l’agente segreto britannico è interpretato da Roger Moore. Così, quando nel finale si scopre che l’introvabile nascondiglio del villain (la Stanza Rossa) si trovava proprio nello spazio, non si può gridare “plagio!” ma tuttalpiù “omaggio!”. Questo è il riferimento più evidente, mentre l’esercito di super soldatesse mentalmente condizionate tramite l’uso di droghe rimanda al film Al Servizio Segreto di Sua Maestà del 1969, in cui 007 ha il volto di George Lazenby. Altri elementi tipicamente bondiani riguardano il cattivo, la sua megalomania, il suo piano diabolico ma carente nelle motivazioni (tramite il suo esercito di Vedove Ross è effettivamente in grado di manipolare la politica mondiale… ma perché? Quale sarebbe il suo scopo? Come per i cattivi bondiani, non viene specificato). Questo tuttavia non impedisce a Ross, come ogni villan bondiano che si rispetti, di snocciolare il suo arguto piano davanti all’avversario, in questo caso la nostra Natasha, che mentre lui si autocelebra per la sua astuzia gliela fa ovviamente sotto il naso. Come in ogni film bondiano che sia tale, la trama passa in secondo piano rispetto alle scene d’azione (quanti combattimenti! Davvero, quanti…) lasciando anche qualche perplessità su tutta la questione della finta famiglia e del complicato (ma non troppo) rapporto tra sorelle. Oltre a un aroma diffuso di Dalla Russia con Amore è difficile identificare gli altri riferimenti alla mitologia bondiana soprattutto perché la figura maschile e il concetto generale di attrazione o amore tra uomo e donna non trova posto in questo film; a dirla tutta, l’intero genere maschile viene segregato nel ruolo di arcinemico (Ross) o di fallimentare e comica figura paterna (Alexei/David Harbour). Fa eccezione solo il personaggio di Mason (O-T Fagbenle), una sorta di Q che procura a Natasha i gadget di cui nessuna spia può fare a meno. Tutti i personaggi principali sono femminili e sono positivi, perfino quello di Antonia, la sfigurata e mentalmente plagiata figlia di Ross, interpretata da un’irriconoscibile Olga Kurylenko. Il fatto che Melina, la finta madre di Natasha e Yelena (Florence Pugh) interpretata da Rachel Weisz (ancora splendida nella sua tutina attillata), abbia chiamato uno dei suoi maiali Alexei come il collega nonché finto marito la dice lunga sul contrappasso che la figura maschile deve subire in questo film in seguito ai decenni di sexy Bond-girls in bikini.

Nella inevitabile scena che segue i titoli di coda (altro rovesciamento di un paradigma bondiano, in cui invece le sorprese avvengono prima dei titoli di testa) capiamo che il film è, come spesso accade in questo periodo, un lungo trailer per il prossimo lungometraggio Marvel, che avrà come protagonista Clint Burton/Occhio di Falco (Jeremy Renner), e che la sorellina meno fortunata (ma non meno bella né meno capace) Yelena avrà un ruolo fondamentale.

Visto che la conclusione del film rimanda alla serie The Falcon and the Winter Soldier, desidero concludere con una piccola fantasia: e se l’aereo pieno di belle e disadattate ex-Vedove atterrasse proprio nel porticciolo del paesino di pescatori della Louisiana dove Sam e Bucky sono intenti a riverniciare la Paul & Darlene? What If…?

007: Vivi e Lascia Morire

Buongiorno a tutti, sono davvero entusiasta di tornare a pubblicare su Cinemuffin, dopo una lunga, lunghissima vacanza (noblesse oblige)!

Vi invito a guardare, nel cerchietto al centro dell’immagine sulla home page, il nuovo logo originale di Cinemuffin! E’ opera di una carissima amica che non vuole alcun riconoscimento, perciò non posso fare altro che ringraziarla ancora una volta e sperare che questa sua creazione piaccia ai miei lettori quanto piace a me.

Oggi esce nelle sale il venticinquesimo film della saga di 007, No Time To Die, l’ultimo interpretato da Daniel Craig. In attesa di scoprire quale sarà il destino del nostro eroe al servizio di Sua Maestà, noi proseguiamo il nostro viaggio attraverso le sue avventure: per Bond non è tempo di morire, ancora, perciò lasciamo che a morire siano gli altri…

Con Una Cascata di Diamanti Sean Connery ha dismesso, questa volta definitivamente, gli abiti eleganti di James Bond, lasciando ai produttori Harry Saltzman e Albert Broccoli la patata bollente di trovare un nuovo 007. I critici hanno già dichiarato defunto il personaggio creato da Ian Fleming e c’è il serio rischio di scegliere ancora una volta l’attore sbagliato. Il favorito per ottenere la parte sembrerebbe essere il fascinoso Burt Reynolds, ma Cubby Broccoli è irremovibile: James Bond deve essere alto più di un metro e ottanta e deve essere inglese. “Un Bond americano” sentenzia il produttore “sarebbe come un cowboy britannico: ridicolo!”. E Broccoli non aveva nemmeno visto un cowboy italiano…

Sull’attore inglese Roger Moore, famoso per aver interpretato Simon Templar nella serie tv Il Santo e Brett Sinclair nella serie Attenti a quei Due (in coppia con Tony Curtis), Saltzman e Broccoli avevano messo gli occhi già da tempo. Gli era stato offerto il ruolo di 007 in prima battuta per Licenza di Uccidere, ma Moore era già impegnato; lo avevano ricontattato per Al Servizio Segreto di Sua Maestà ma, di nuovo, non era disponibile. Nel frattempo però Roger Moore è diventato amico di Saltzman e Broccoli, con cui si trova sempre al Curzon House Club per giocare d’azzardo; non solo ma aveva anche interpretato James Bond nel 1964 in una divertentissima puntata del telefilm Mainly Millicent, in cui doveva vedersela con una serie di imbranate spie nemiche mentre cercava di bere in tranquillità il suo drink. Ad una telefonata di Saltzman, finalmente Roger Moore accetta di diventare il nuovo James Bond. “Interpretare Bond è come essere una gemma incastonata in un gioiello prezioso”, afferma Moore.

Sir Roger Moore all’epoca aveva 45 anni

Il “gioiello”, ossia la pregevole e affiatata squadra di attori, tecnici e maestranze che ha lavorato ai film precedenti della saga viene quindi richiamata in blocco per girare Vivi e Lascia Morire, l’ottavo film sull’agente segreto britannico con licenza di uccidere 007. Alla regia torna Guy Hamilton (il “Generale”, come veniva chiamato per la sua organizzazione impeccabile), già artefice del successo di Goldfinger e di Una Cascata di Diamanti, mentre della sceneggiatura viene incaricato Tom Mankiewicz, già autore del copione di Una Cascata di Diamanti. Quando i produttori chiedono a Tom quale dei libri di Fleming vorrebbe portare sul grande schermo lui sceglie Vivi e Lascia Morire, suggestivo per la sua ambientazione nel mondo della magia nera ma problematico in quanto tutti i villains sono personaggi di colore (siamo nel 1973, periodo in cui movimenti per i diritti delle minoranze come i Black Panthers hanno assunto grande rilevanza). Il romanzo, pubblicato nel 1954, risente delle fobie razziali di quegli anni, nonostante Fleming lo avesse scritto con le migliori intenzioni. Mankiewicz ha dunque l’arduo compito di rappresentare questi cattivi come persone sì spietate, ma anche sofisticate e intelligenti, mai ridicole, in grado di tenere testa a Bond sia in determinazione e astuzia che in eleganza.

Un film in bianco e nero

Roger Moore ha invece il difficile compito di sostituire Sean Connery nel ruolo che lo ha consacrato come star. Per quanto riguarda il sofisticato guardaroba di Bond, Moore si affida al sarto Cyril Castle di Londra, dopo che i produttori gli hanno imposto di dimagrire (cosa non difficile a farsi, visto che le scene fisiche presenti nel copione costringono l’attore a fare mezz’ora di nuoto e mezz’ora di esercizio fisico intenso ogni mattina) e di tagliarsi i capelli. Più difficile è riuscire a non imitare mai Sean Connery: lo 007 di Roger Moore ad esempio non ordina più il celeberrimo Vodka Martini ma un Bourbon senza ghiaccio. Moore sceglie, per interpretare Bond, di rifarsi al personaggio dei romanzi di Fleming, al quale non piaceva uccidere: un Bond meno violento (soprattutto verso le donne), più raffinato (non a caso Fleming avrebbe voluto David Niven nei suoi panni ed era inorridito per l’accento scozzese di Connery), meno spietato e soprattutto ancora più ironico e sarcastico, come regista e sceneggiatore sapranno ben sottolineare.

“Buongiorno, sono Roger Moore e sono il tizio in fondo alla canna della pistola”: così Sir Roger Moore apre il suo commento al film Live and Let Die, a sua detta il secondo preferito tra quelli da lui interpretati (scopriremo più avanti quale sia il primo).

Le regole della saga sono ormai consolidate: il film si apre con i titoli ideati da Maurice Binder (la sagoma di Bond che cammina di profilo per poi girarsi e sparare verso lo spettatore), una scena iniziale molto ironica che introduce l’ambientazione della storia, la sigla e a seguire il film. Guy Hamilton sa bene di doversi muovere all’interno di queste regole ma, al tempo stesso, di dover sorprendere gli spettatori che ormai le conoscono così bene.

Hamilton ci racconta come nasce un film di James Bond: “Ci si barrica in uno studio con tante sigarette e dopo tre settimane la trama è definita e divisa in tre parti. Il vero problema è decidere dove collocare 007: non può essere nei vicoli lerci o nei luoghi di villeggiatura in cui vanno tutti, questo si vede in tv ogni sera”.

La scena di apertura è ambientata al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite di New York. Nell’edificio non è permesso fare riprese, perciò gli interni devono essere ricostruiti in studio. Il regista visita quindi il palazzo insieme allo scenografo che lo dovrà ricreare, e i due riescono a sottrarre una planimetria dell’edificio, utilizzata per una riparazione all’impianto elettrico e lasciata poi incustodita… ecco una cosa che non si vede spesso in tv!

A Hamilton viene l’idea di girare il film a New Orleans, perché lì: “… c’è il jazz, e poi non ci sono mai stato”. Ma cosa offre di particolare New Orleans? Non si può inscenare un Mardi Gras perchè era già stato mostrato il Junkanoo in Thunderball. Però a New Orleans ci sono anche i funerali jazz: l’idea perfetta per la scena di apertura, con un agente segreto che scopre di star assistendo, suo malgrado, al suo stesso funerale. La bara utilizzata per la scena è autentica, è stato però rimosso il fondo e sono state aggiunte due maniglie cui lo stuntman si può attaccare con le mani e i piedi. La Olympia Brass Band è un’autentica banda specializzata in cortei per funerali jazz. Nessuno può scegliere di avere un funerale jazz: se te lo sei meritato, lo decide per te la gente dopo la tua dipartita, sostenendone anche il costo. Evidentemente l’agente Hamilton (interpretato da Robert Dix) se l’era proprio meritato…

Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale…

I servizi segreti inglesi, dopo la misteriosa scomparsa dell’agente Hamilton, si rivolgono ovviamente al loro migliore agente con licenza di uccidere. per la prima volta ci è permesso vedere la dimora di James Bond, mentre il suo capo M (ancora interpretato da Bernard Lee) interrompe il suo incontro amoroso con un’avvenente collega di origini italiane (interpretata da Madeline Smith, suggerita da Roger Moore con cui aveva lavorato in Attenti a Quei Due). Mentre 007 mette a dura prova la pazienza di M con una macchina per il cappuccino incredibilmente sofisticata e complicata da usare, Miss Caruso riesce a nascondersi in un armadio e Bond riesce a farla franca, anche grazie alla complicità dell’inossidabile Miss Moneypenny (Lois Maxwell, che era stata allieva, insieme a Roger Moore, della Royal Academy of Dramatic Arts e aveva partecipato ad alcune puntate del telefilm Il Santo). L’orologio digitale con quadrante illuminato che Bond riceve in dotazione per la missione era una novità tecnologica in quegli anni; inoltre è un chiaro esempio del product placement (ciascun membro della troupe ne riceve uno in regalo) che ormai è prassi dei film di 007, insieme allo Champagne Bollinger (non più dunque Dom Perignon). Una volta rimasti soli (Moneypenny, che ha riconosciuto Miss Caruso, nella versione originale lo saluta con un “Ciao bello!”)  Bond può riprendere da dove si era interrotto con Miss Caruso: usa quindi il suo nuovo orologio magnetico per tirare giù la zip dell’abito della ragazza. Detto così sembra facile… In realtà, per realizzare questo trucco, un tecnico era accucciato ai piedi di Madeline e tirava l’estremità inferiore della cerniera lampo, mentre un secondo uomo stava appeso sopra di lei e, con una canna da pesca e una lenza sottilissima, agganciava la zip dell’abito. Al segnale stabilito, l’attrice tratteneva il fiato per permettere al pescatore volante di far scendere “magneticamente” la zip… altro che effetti digitali! Lo sceneggiatore Tom Mankiewicz ci tiene molto a mostrare sempre in anticipo (possibilmente con una buona dose di ironia) allo spettatore come funzionano i gadget di cui Bond sarà, anche in questo film, ampiamente fornito, nonostante manchi il personaggio di Q (è il capo M in persona ad equipaggiare 007 questa volta, e direttamente a casa sua).

“Sono l’idraulico!”

Una volta sbrigato l’”affare italiano” Bond può partire per i Caraibi per svolgere la sua missione, ma si ritrova subito coinvolto in un inseguimento automobilistico (girato a New York una domenica mattina all’alba) con cui il regista si è divertito molto. Guy Hamilton aveva infatti fatto salire alcuni pezzi grossi arrivati dalla casa di produzione (la United Artists) per assistere alle riprese, su una delle macchine che dovevano essere tamponate durante la scena: i poveretti ne escono tremanti e bianchi come lenzuola, ma illesi. Nonostante questo scherzo, la United Artists resterà un’ottima casa di produzione per il franchise di Bond, continuando a lasciare grande libertà ai registi. Tuttavia Guy Hamilton non può giustificare lo spostamento della troupe a New Orleans solo per la scena del funerale jazz, perciò inizia ad esplorare i dintorni alla ricerca di ispirazione per nuove scene, ispirazione che non tarda ad arrivare quando, dall’elicottero, il regista scopre una villa nascosta dalle alte canne che circondano i canali e decide di ambientare lì la scena, ideata sul momento, dell’inseguimento in barca e del matrimonio all’aperto, le cui riprese iniziano il 16 ottobre 1972. Due barche pilotate da stuntmen escono dal canale e attraversano il prato schiantandosi però contro un albero; una delle due si squarcia e i piloti sono feriti, quindi il regista ferma le riprese fino al giorno successivo. durante la notte, però, il canale straripa, allagando la location. Hamilton passa quindi ad un’altra scena, ma il vento freddo acutizza i calcoli renali di cui soffre da anni Roger Moore, che deve essere ricoverato d’urgenza. In ospedale, quando gli viene chiesto il suo indirizzo di casa, Moore non ricorda il numero civico; quando l’infermiere gli domanda: “Ma come fa il postino a trovarla?” lui risponde: “Sono famoso, idiota!”. Forse anche per questo, l’attore viene dimesso in fretta dall’ospedale e può tornare a girare, ma ormai ha iniziato a diffondersi l’idea che sul film gravi una terribile maledizione voodoo.

Brutto presentimento?

Di voodoo è intrisa la Giamaica, dove Ian Fleming si ritirava per scrivere i libri di 007, e conseguentemente ne è intriso il suo romanzo. Mankiewicz lo inserisce a piene mani anche nella sceneggiatura, mescolandone assieme tutti gli aspetti più evocativi (tarocchi, rituali, il personaggio del non-morto Baron Samedi) senza però temere di giocare con essi (sul retro delle carte dei tarocchi vediamo il logo di 007 o facendo indossare a Bond il mantello della sacerdotessa). Alcune cose però spaventano davvero, come ad esempio i serpenti vivi che vengono utilizzati in diverse scene. Durante il rituale voodoo (girato, anche se non sembra, in studio a Pinewood) l’attore sviene veramente alla vista del rettile. Lo stesso Moore è spaventato da alligatori e serpenti (nella scena del serpente in bagno i piedi sono infatti quelli della controfigura), così come la segretaria di edizione Elaine Shreyeck, che spesso abbandona frettolosamente il set lasciando che siano gli altri a sbrigare le sue incombenze. Perfino Geoffrey Holder, l’attore (ma anche ballerino e coreografo) che interpreta Baron Samedi, è terrorizzato dai serpenti, tanto che per il rituale voodoo se ne deve utilizzare anche uno finto da fargli tenere in mano. quando poi arriva il momento di girare la scena in cui Baron Samedi cade nella bara piena di serpenti vivi, Holder non ne vuole sapere. Accade però che, quel giorno, in visita sul set ci sia la Principessa Alexandra… Per non fare la figura del fifone davanti ad un’altezza reale, Holder si getta nella bara, con Hamilton che si affretta ad imprimere l’evento su pellicola. Per esorcizzare la paura alcuni membri del cast si rivolgono agli stregoni per farsi leggere il futuro: a Roger Moore viene predetto che avrà un figlio (e guarda caso il suo terzogenito, Christian, nato nel 1973, sembra essere stato concepito proprio in quel periodo…) e che sarà un filantropo (Sir Moore sarà per più di vent’anni Goodwill Ambassador per l’Unicef, seguendo l’esempio dell’amica Audrey Hepburn). Meno esatta si rivela invece la predizione per l’attrice Jane Seymour, cui viene detto che si sposerà tre volte: in quel momento Jane è sposata con il regista Richard Attenborough, ma dopo di lui avrà altri tre mariti, per un totale di quattro.

Prima di lasciare New Orleans non resta che girare, finalmente, l’inseguimento in barca. Durante le prove, il motoscafo di Roger Moore rimane all’improvviso senza benzina e si arresta bruscamente, catapultando in avanti l’attore che batte violentemente il viso e una gamba: fortunatamente Roger può girare la scena anche se zoppica vistosamente e le riprese continuano. Hamilton e Mankiewicz hanno immaginato che l’imbarcazione di Bond faccia un lunghissimo salto, ma nessuno stuntman riesce ad eseguirlo. Il problema viene dunque sottoposto agli allievi della facoltà di ingegneria locale, i quali riescono a calcolare esattamente la giusta velocità e inclinazione della rampa: grazie a loro, lo stuntman Jerry Comeaux (che ha insegnato a Moore a pilotare il motoscafo) riesce a saltare oltre 35 metri, stabilendo un nuovo record e portando a casa la scena al primo ciak. Nonostante alcune altre barche rovesciate, la scena avrà grande successo e diventerà una delle più famose della saga, anche grazie al divertentissimo personaggio dello Sceriffo Pepper (interpretato dal newyorkese Clifton James che indossa un’imbottitura per la pancia e imita impeccabilmente l’accento del sud) affiancato da molti veri poliziotti (coinvolti dal regista per assicurarsi la collaborazione delle forze dell’ordine locali). Quando sembra ormai tutto concluso, Roger Moore viene richiamato frettolosamente per nuove riprese in barca: alla sua controfigura mancava un pollice! A chiudere l’inseguimento viene inquadrato ironicamente il cartello “Make Boating Safe and Fun” e divertentissimo è il contrasto tra lo sceriffo Pepper, paonazzo e agitatissimo, e un flemmatico Bond che si aggiusta la cravatta. Portato finalmente a termine l’inseguimento in barca, è tempo di partire, con più di due tonnellate di attrezzatura (ma finalmente liberi dalle zanzare), per la Giamaica.

“Jamaican Inspector Man”

In fase di pre-produzione il regista, esplorando l’isola, si è imbattuto in un luogo davvero singolare: un allevamento di alligatori che aveva appeso all’ingresso il cartello “Trespassers will be eaten” (“I trasgressori verranno divorati”). Incuriosito era entrato ed aveva conosciuto il proprietario, Ross Kananga, un indiano Seminole il cui padre, anch’egli allevatore, era stato divorato da uno dei suoi alligatori. Lui stesso, da bambino, era rimasto per venti minuti con la testa incastrata tra le fauci di un coccodrillo. Hamilton decide immediatamente che quella deve diventare una location del film. Vengono realizzati un’isoletta al centro del laghetto e un ponticello retrattile per la scena in cui i cattivi cercano di uccidere Bond lasciandolo in balìa degli alligatori. Ross però li avvisa che, se si avvicinano con del cibo vero, verranno sicuramente mangiati, così vengono messe in acqua diverse reti da pollaio a protezione degli attori. Per Harris è difficilissimo afferrare la carne con il suo uncino (arma non convenzionale che lui stesso aveva voluto) e il pollo, rimasto per ore sotto il sole, è ormai rancido: per tenere buoni gli animali non resta che sacrificare il pranzo della troupe. Ciononostante, il dialogo tra Bond e Tee-Hee (interpretato da Julius Harris), che doveva durare quasi un minuto finisce per durare circa venti secondi, tanta è la fretta dei due attori di mettersi al riparo (Moore, come già detto, ha la fobia dei rettili). Lo sceneggiatore sta ancora cercando un modo per far scappare Bond dall’isolotto (l’idea iniziale della barca è esclusa, se ne sono viste già tante durante l’inseguimento) quando lo stesso Kananga propone che 007 potrebbe camminare sugli alligatori e che la scena potrebbe girarla lui stesso. Kananga indossa quindi le eleganti scarpe in pelle di coccodrillo (!) di Roger Moore e tenta di girare la scena. La suola liscia lo fa scivolare e cadere in acqua. Al secondo tentativo, dopo aver applicato dei tacchetti alle scarpe, ormai gli animali hanno capito cosa succede e tentano di assaggiare Kananga, mordendo per fortuna solamente una scarpa. Con gli alligatori strettamente legati, Kananga continua a tentare, e al quinto tentativo la camminata riesce; a Roger Moore non serve che ripeterla… su alligatori di plastica! Per omaggiare la fantasia e il coraggio di Ross Kananga, Tom decide di dare al villain del film il suo nome.

I piedi di Ross Kananga

In Giamaica Guy Hamilton trova un’altra location importantissima: un ponte su cui si possa schiantare un autobus a due piani. L’idea gli era venuta, come spesso gli accadeva, guardano la televisione e scoprendo che esiste a Londra una scuola per autisti di bus a due piani. Detto, fatto: essendo la Giamaica un’ex colonia britannica, il regista non ha problemi a trovare (a 500 sterline)un vecchio bus a due piani con cui poter provare la scena (che verrà poi girata negli Studi Pinewood con una ricostruzione di quello stesso ponte). I primi tentativi sono un disastro: prima crolla il ponte (prontamente ricostruito e rinforzato), poi il secondo piano dell’autobus non ne vuole sapere di staccarsi, fino a che i tecnici degli effetti speciali non realizzano degli appositi binari su cui possa scorrere dopo l’impatto. Grazie a questo accorgimento tecnico e alla sapiente guida di Maurice Patchett, autista e istruttore ingaggiato per l’occasione non solo per guidare ma per insegnare a Roger Moore come fare un testacoda sul bagnato con un bus di due piani senza schiantarsi, la scena è un successo. L’unica a lamentarsi è la protagonista femminile Jane Seymour, rimasta a bordo del bus per tutto il tempo (testacoda e schianti compresi).

Jane Seymour

Per scegliere l’attrice Jane Seymour (la futura Signora del West) per il ruolo dell’indovina Solitaire ai produttori è bastato vederla per un momento con i capelli sciolti: la sua bellezza ha fatto il resto. Poiché Jane è al suo primo ruolo cinematografico importante, Roger Moore la soprannomina subito Baby Bernardt e non manca di farle scherzi di ogni genere sul set. Girando il dialogo sulla barca, ad esempio, Roger fa ridere così tanto Jane che lei non riesce più a recitare la sue battute: Hamilton è costretto a riprenderle in un secondo momento mentre lei le recita all’elettricista e risolvere poi col montaggio. Jane è anche un’ottima ballerina, e spesso viene sgridata dal regista perché, durante le pause, prova le coreografie insieme ai ballerini, scompigliandosi i capelli e rovinando il trucco ogni volta.

Geoffrey Holder è Baron Samedi

Più difficile è invece trovare l’attrice giusta per il ruolo dell’agente Rosie, poiché in Giamaica non esiste ancora un’industria del cinema, così i produttori fanno venire Gloria Hendry da New York. La povera Gloria si trova spesso in imbarazzo nel girare le scene romantiche con Roger Moore poiché sua moglie, l’attrice italiana Luisa Mattioli, è sempre presente sul set. Roger, come sempre, stempera la sua tensione con battute spiritose: “Con tutto l’aglio che mangi, Gloria, sei fortunata che io sia sposato con un’italiana e ci sia abituato!”. Nella scena in cui Rosie viene uccisa, però, Gloria deve preoccuparsi di ben altro: le formiche infatti, attirate dallo zucchero presente nel sangue finto, iniziano a camminare su tutto il suo corpo mentre giace a terra!

“Vedrai che ti rimettermo in forma…”

Oltre alle formiche, anche la troupe deve rimanere spesso affamata: oltre a dover cedere il proprio pranzo agli alligatori, come abbiamo visto, in un’occasione la nave della marina che portava i viveri si allontana all’improvviso per inseguire degli spacciatori; o ancora, il produttore Harry Saltzman, male interpretando i complimenti di Roger Moore, si convince di aver speso troppi soldi per il cibo e taglia i viveri alla troupe. Ma sono solo episodi sporadici: in realtà Saltzman e Cubby Broccoli, come sempre, ci tengono a far sentire tutti i membri di cast e troupe a proprio agio e i pasti, consumati rigorosamente tutti assieme, sono sempre ricchi e generosi; tanto che Yaphet Kotto, l’attore che interpreta Kananga, al termine delle riprese continua a vivere per tre anni nel lusso “James Bondish”, stregato da quell’esperienza, prima di comprendere di non poterselo permettere.

Yaphet Kotto e mangiato

A Roger Moore, in ogni caso, la voglia di mangiare passa quando scopre che l’aviatore Bill Bennet (pioniere della tecnologia del deltaplano) gli deve insegnare a manovrare il deltaplano: Moore ha paura dell’altezza, e anche se quando gira il deltaplano è in realtà appeso ad una gru lui non si sente affatto tranquillo, anche perché il manovratore della gru non gli sembra affidabile.

Il 9 dicembre sono tutti pronti per tornare a Londra e girare gli interni negli studi Pinewood, che Roger Moore conosce molto bene per averci girato Attenti a Quei Due e che per tutti sono ormai divenuti un luogo familiare e rassicurante, scevro degli incidenti che possono capitare girando altrove. Ad esempio, girando ad Harlem, la troupe si era vista cacciare via in malo modo da una gang del posto. Poco lontano, gli addetti alla location decidono di tagliare alcuni vecchi cavi per farli penzolare e dare agli edifici abbandonati del vicolo un aspetto ancora più trasandato, quando arrivano dei funzionari della compagnia telefonica infuriati: quei cavi telefonici erano funzionanti e gli edifici abitati!

Per la prima volta la canzone del film…è nel film

Il ristorante Fillet of Soul è in realtà una lavanderia, e quando, in una scena, Bond e Felix ci devono entrare, trovano la porta chiusa: tutta la troupe si mette in cerca del proprietario per farsi aprire.

Nel locale vediamo esibirsi la cantante BJ Arnau: per la prima volta in un film di Bond la canzone dei titoli di testa (in questo caso Live and Let Die, cantata da Paul McCartney con i suoi Wings) viene introdotta nella finzione del film; restando collegati ai Beatles, la colonna sonora del film è realizzata da George Martin, produttore del quartetto di Liverpool.

Curioso, se si pensa che, in Goldfinger, 007 affermava di non poter ascoltare i Beatles senza tappi nelle orecchie…

Dalle un po’ di lenza, poi tirala su…

Negli studi Pinewood c’è tutto quello che serve ma c’è anche molto freddo: Roger Moore e Jane Seymour devono girare le scene d’amore indossando calzettoni da calcio sotto le lenzuola!

I set realizzati da Syd Cain sono senza dubbio meno monumentali di quelli di Ken Adam, ma non per questo meno efficaci. In alcuni casi però non è nemmeno necessario realizzarli: il responsabile degli effetti speciali Derek Meddings realizza delle miniature della piantagione di oppio da far esplodere, con grande sollievo di Hamilton che si era trovato in ritardo sulla tabella di marcia.

Ecco cosa fa Broccoli ai registi che ritardano

Altri effetti speciali invece, come il trucco di Mr. Big, il corpo esplosivo di Kananga e la finta testa di Baron Samedi (realizzata in ceramica) sono opera di Rick Baker.

I bossoli piani di gas esplosivo invece sono veri: in quel periodo venivano testati sugli squali.

Come da tradizione, dopo un apparente lieto fine non manca mai un ultimo scontro, che questa volta si svolge a bordo di un treno e vede Bond affrontare Tee Hee e il suo braccio d’acciaio. Gli attori non possono usare controfigure (impossibile replicare il braccio robotico) e Moore deve prestare la massima attenzione al congegno delicatissimo del braccio, che tanti problemi ha dato durante le riprese a Julius Harris, che faticava ad azionarlo mentre parlava e che maneggiava gli oggetti con goffaggine, guadagnandosi l’epiteto di “Butter-Hand” (Mano di Burro) improvvisato da Roger Moore.

Taffetà?

Alla première, che avviene il 5 luglio 1973 all’Odeon di Leichester Square di Londra, anche questa nuova fatica di questo nuovo Bond, nonostante tutti i timori, non manca di sbancare il botteghino, decretando la bontà della scelta di Roger Moore.

“Il mio nome è Roger Moore e sono il tizio che interpretava Bond”: così si chiude il commento audio e così noi ci salutiamo, per oggi, in attesa di occuparci di una nuova avventura del nostro agente segreto britannico del cuore.

Non vedo l’ora!

Madame va in vacanza

L’estate è sempre il periodo in cui si desidera prendersi una pausa da tutto: stress, lavoro, colleghi, città, inquinamento, sveglia, scadenze… L’unica cosa da cui io non vorrei mai prendere una pausa… è Cinemuffin!

Ciononostante, pur avendo molti progetti in corso (un nuovo articolo su 007 in cantiere, una promessa in rima da mantenere, una Notte Horror da seguire), è arrivato anche per Madame il momento delle ferie, anche se mi scappa un sorriso pensando a Maggie Smith nei panni della Contessa di Downton Abbey che domanda candidamente: “E cosa sarebbe un weekend?”

Cinemuffin va in vacanza ma Madame farà di tutto (connessione permettendo) per continuare a seguire i blog amici, appuntamento quotidiano sempre lieto, direi irrinunciabile.

Al ritorno dalle vacanze Cinemuffin ritornerà ad offrire i suoi contenuti con scadenze (quasi sempre) regolari e ci sarà anche una ghiotta sorpresa…

Vi lascio con l’acquolina in bocca, auguro a tutti i lettori di trascorrere delle serene vacanze!

Madame Verdurin

“Ma quando torna Madame?”

Le Avventure di Rocketeer

Titolo originale: The Rocketeer

Anno: 1991

Regia: Joe Johnston

Interpreti: Billy Campbell, Jennifer Connelly, Timothy Dalton, Alan Arkin, Terry O’Quinn

Dove trovarlo: Disney Plus

Il giovane Cliff Secord (Billy Campbell) vive in un tranquillo paesino di campagna fuori Los Angeles, dove insieme all’amico Peevy (Alan Arkin) progetta e pilota piccoli aerei acrobatici mentre pianifica un futuro con la bellissima fidanzata Jenny (Jennifer Connelly), che però non condivide la sua passione per il volo e la tecnologia. Una notte due malviventi, dopo aver rubato un innovativo e sofisticato prototipo di jetpack al magnate Howard Hughes (Terry O’Quinn), durante la fuga lo nascondono proprio nel piccolo hangar di Peevy. Quando Cliff lo trova, entusiasmato da quel congegno futuristico, decide di provarlo, nonostante le proteste di Peevy che ritiene sia troppo pericoloso. Dopo i primi goffi tentativi, Cliff impara a volare in scioltezza e a utilizzare la sua nuova abilità per compiere gesti eroici: in breve, tutti conoscono il misterioso eroe volante col nome di Rocketeer. Ma sono in molti a volersi impossessare di quel jetpack ad ogni costo, dai gangster di Los Angeles al celebre e affascinante attore di Hollywood Neville Sinclair (Timothy Dalton).

Il personaggio Rocketeer nasce dalle pagine dei fumetti di Dave Stevens e viene portato al cinema dalla Disney nel 1991 per la regia di Joe Johnston, fresco del grande successo del suo esordio Tesoro mi si sono Ristretti i Ragazzi (di cui è da poco stato annunciato il sequel) e destinato a diventare negli anni regista di una serie di ottimi film d’avventura (Jumanji, Pagemaster, Hidalgo, il primo Captain America). Questo film rientra perfettamente in tutti i canoni del genere “avventura per famiglie”, ma il suo grande pregio è di avere dei personaggi e degli eventi di contorno davvero accattivanti. La doppia ambientazione, tra la tranquilla vita di campagna e la pulsante e caotica metropoli di Los Angeles e della sua scintillante ma anche spaventosa Hollywood, è resa in modo molto efficace. Tutte le scene ambientate sui set del film in costume in cui il divo vanesio e crudele Neville Sinclair, interpretato da un ottimo giovane Timothy Dalton, sono molto divertenti e anche incisive nella critica, marginale ma presente, al divismo che da sempre contraddistingue l’establishment. Poi ci sono i gangster, all’apparenza truci e terrificanti, e naturalmente  l’FBI che dà loro la caccia; alla fine però si scopre che i veri cattivi della storia sono i neonazisti, un altro elemento sempre di grande impatto in una storia. Su tutto e su tutti, e non può essere altrimenti, troneggia Howard Hughes, un uomo che, con tutti i suoi meriti e le sua stranezze (geniale inventore, ricco magnate, grande produttore cinematografico, autorecluso per scelta, aviatore per diletto), inevitabilmente è divenuto spesso un personaggio del cinema, in questo caso non protagonista ma comunque determinante per lo sviluppo della trama e per l’appagante lieto fine. Stupisce che un attore, non eccezionale ma sicuramente fascinoso, come Billy Campbell, che interpreta Cliff, non abbia avuto una carriera più fortunata. Non è invece una sorpresa trovare una Jennifer Connelly come sempre stupenda ma del tutto inespressiva. Timothy Dalton, che era già stato James Bond nel film Vendetta Privata, questa volta invece ammalia e convince nel ruolo del cattivo egocentrico e megalomane, proprio del genere di quelli di solito combattuti da 007. Infine Alan Arkin si fa voler davvero bene nel ruolo del burbero dal cuore d’oro Peevy. Le scene di volo del jetpack restano ancora oggi molto ben fatte e divertenti per grandi e piccini e pur non mancando nessun clichè narratologico il film, tra scene d’azione, di inseguimento e d’amore, si lascia guardare con molto piacere. Dallo stesso fumetto e dal film stesso nasce  nel 2019 la serie Disney Junior Rocketeer, in cui una bambina si lancia in nuove avventure con il suo zainetto a razzo, disponibile su Disney Plus per chi, dopo aver visto il film, non ha ancora voglia di smettere di volare.

Voto: 3 Muffin