F – Ti lascio per Frank, il coniglio gigante

La mia prima relazione a lungo termine, quando avevo diciassette anni, fu con un ragazzo che abitava a circa novanta chilometri di distanza: nonostante la lontananza fisica, però, il rapporto durò più di un anno, grazie alla tecnologia, che ci permetteva di chattare e scambiarci messaggi, all’entusiasmo della gioventù, e soprattutto per il fatto che la maggior parte di quell’idillio amoroso in realtà stava accadendo all’interno della mia testa. Dopo il diploma, questo ragazzo decise di venire a vivere nella mia stessa città – specificando però molto chiaramente che la mia presenza non c’entrava per nulla con la sua scelta – e fu qui che, come si suol dire, cascò l’asino. Vedendolo più spesso (cioè un paio di sere a settimana, perché non poteva trovare altro tempo da dedicarmi) mi resi finalmente conto del fatto che io non gli interessavo poi più di tanto, e che anziché passare il tempo con me avrebbe senz’altro preferito essere con gli amici a giocare a d&d. Glielo feci educatamente notare, e lui disse che poteva essere vero e che ci avrebbe pensato un po’ su. Ne avremmo parlato più esaurientemente al nostro incontro, la domenica successiva. Iniziai a convincermi che quella relazione, nel bene o nel male, fosse finita in ogni caso, e in quel fine settimana mi dedicai intensamente alla mia passione, il cinema, e vidi due bellissimi film. Venerdì sera vidi Shrek 2, divertentissimo e pieno di citazioni gustosissime per una cinefila come me. Oggi, che i miei figli sono abituati a vedere cartoni animati pieni di riferimenti adulti (che per ora non possono cogliere) faticano a capire che rivoluzione sia stata nel 2001 quella del primo Shrek. Fino ad allora l’equazione imprescindibile era animazione = per bambini = Walt Disney. Vedere quindi questo grosso orco puzzolente che alla sua entrata in scena è nel gabinetto e si sta pulendo il sedere con le pagine di un libro di favole, beh, è stato un’epifania. Poi alla fine il film si rivela essere decisamente una favola classica, con tanto di morale ed happy ending, divertente per i bambini ma esilarante per gli adulti, che per la prima volta vedevano film come Matrix citati in un cartone animato. Il seguito non è altrettanto dirompente, ma di sicuro non delude le aspettative (come accade invece con gli altri due seguiti, decisamente non all’altezza). Sabato sera invece fu il turno di Prima ti sposo poi ti rovino dei fratelli Coen, ossia coloro che hanno sempre saputo tirare fuori il meglio di George Clooney. Forse il titolo italiano fa pensare un po’ troppo ad una classica commedia romantica, ma in realtà il film è molto di più, con un umorismo forte ma intelligente e situazioni paradossali e spassose. Vidi poi che domenica sera avrebbero proiettato Donnie Darko, che mi incuriosiva moltissimo. Quella mattina incontrai il mio ragazzo in chat, e lui mi disse che aveva riflettuto a fondo su quello che gli avevo detto e che aveva bisogno di parlarmi quella sera. Al che io gli chiesi se non ne potevamo invece discutere in quel momento, senza ulteriori attese snervanti, e così facemmo: mi disse che in effetti non sentiva più trasporto per me e che dunque era meglio interrompere la nostra relazione. Concordai e ci salutammo con cordialità, promettendoci di restare amici (non lo rividi mai più). Sollevata, chiamai immediatamente la mia amica e andammo al cinema. Fu una buona scelta, perché Donnie Darko mi colpì molto. Ancora oggi non sono sicura di averlo capito tutto, ma senza dubbio il saggio e inquietante coniglio antropomorfo Frank mi è rimasto impresso (un’eccitante variazione sul tema, per una che è cresciuta con l’Harvey di James Stewart), così come la scena in cui Frank mostra a Donnie che ogni essere umano ha già tracciato il suo destino, sotto forma di una sorta di scia multicolore che lo attraversa e si dipana tra il suo passato e il suo futuro. Ho sempre trovato molto rassicurante l’idea che il futuro sia già scritto, perciò fui soddisfatta di questa visione, nonostante le circostanze emotive particolari in cui avvenne. Tutti dicono che porre termine ed una relazione amorosa per messaggio o in chat sia una cosa riprovevole, da immaturi, irresponsabili e vigliacchi. Forse, ma quando il coniglio gigante chiama…

Okja

Titolo: Okja

Anno: 2017

Regista: Bong Joon Ho

Cast: Seo-hyun Ahn, Paul Dano, Jake Gyllenhaal, Tilda Swinton

La multinazionale Mirando crea in laboratorio alcuni esemplari di una nuova specie, il Superpig, e li affida a diversi allevatori in vari paesi del mondo che ne curino la crescita, poichè non saranno pronti per la macellazione prima di dieci anni. Ma allo scadere del tempo la giovane Mija tenterà di impedire che le portino via Okja, cui è affezionata come a un animale domestico.

Due anni prima di Parasite, che gli varrà l’Oscar come miglior film straniero (la prima statuetta in questa categoria per un film coreano), Bong Joon Ho realizza questa favola (non adatta ai bambini) che racconta di una grande amicizia, nata tra la piccola Mija, orfana di genitori, e il Superpig Okja, tanto grande quanto intelligente ed affettuosa. Questa formula universalmente efficace è il vero punto di forza del film, che dà il meglio di sé proprio nella prima parte, quando mostra la vita serena di Mija e Okja, per poi perdersi un po’ nei cambiamenti di ritmo e di tono. Le scene in cui vediamo il gruppo animalista in azione sono in stile action postmoderno, mentre quelle ambientate ai vertici della Mirando sono una farsa che però non riesce a divertire, nonostante l’impiego di attori di grande talento come Tilda Swinton (qui in un doppio ruolo) e Jake Gyllenhaal. A salvare tutto però ci sono una creatura capace di grande affetto ma non eccessivamente umanizzata e una ragazza la cui ostinazione va ben al di là di ogni utopia politica o filosofia dietetica (è stato detto che il film è un manifesto vegano, ma credo sia solo una lettura superficiale nonché un tentativo maldestro di strumentalizzazione). Da applauso la protagonista, la giovanissima Seo-hyun Ahn, troppo gigioni e sopra le righe Tilda Swinton e Jake Gyllenhaal, convincente il capo degli animalisti Paul Dano. Adeguati alla favola che raccontano, anche se non perfetti, gli effetti speciali. Menzione speciale per il personaggio del nonno mentecatto e per la sua scelta di consolare la nipote per la perdita dell’amica di una vita regalandole un maiale d’oro massiccio, subito dopo averle chiesto “Chi ti manca di più, mamma o papà?”.

Voto: 3 Muffin