Prendi una bellissima ragazza appassionata di surf che ha perso da poco la madre e abbandonato la facoltà di medicina.
Aggiungi un enorme squalo bianco che, pur avendo a disposizione un’intera carcassa di capodoglio da poter mangiare, ha deciso che è meglio la carne fresca di una bionda (ma per essere politically correct e non far credere che un animale possa davvero essere crudele senza motivo ci mostrano che lo squalo ha un grosso amo infilzato nella pelle).
Risultato? Paradise Beach, titolo originale The Shallows (=acque basse).
Abbiamo già visto una moltitudine di pescecani assassini, di ogni dimensione e con svariati numeri di teste, quindi ora desideriamo qualcosa di diverso.
Dimenticate però di godervi per più di un’ora le grazie di Blake Lively in bikini: non succede.
Iniziamo male quando la protagonista, interrogata dall’uomo che le ha appena dato un passaggio in mezzo al fitto bosco messicano per trovare la spiaggia senza nome dove andava sua madre, gli risponde di non preoccuparsi per lei perchè tornerà indietro con Uber.
Se tutti quanti, padre, sorella e messicani sconosciuti ti dicono che è pericoloso fare surf dopo il tramonto, tu cosa fai? Ti butti in acqua all’imbrunire, chiaro. E tutta sola, perchè la tua amica sta smaltendo una sbornia in albergo.
Effetti speciali? Quando la ragazza viene morsa dallo squalo diventa tutto rosso. E più tardi, proprio nel momento del bisogno, compare un provvidenziale banco di meduse… Bisogna accontentarsi.
Blake Lively è bloccata su uno scoglio e lo squalo, dopo averla assaggiata, le gira intorno con pazienza aspettando l’alta marea per mangiarsi anche il resto. Come il coccodrillo con Capitan Uncino. Ma a farle compagnia Blake non ha il caro Spugna, bensì un gabbiano che, ferito ad un’ala, è intrappolato come lei sullo scoglio. La ragazza si affeziona all’uccello e gli dà anche un nome. Non indovinate quale?
Esatto, Steven Seagal (in inglese seagull significa “gabbiano”)!
Accadono alcune (poche) cose: i surfisti ritornano solo per farsi massacrare; un ubriaco decide che deve assolutamente entrare in acqua per prendersi una tavola da surf galleggiante e viene, ovviamente, ucciso; Blake si rattoppa la gamba usando i suoi orecchini poi raggiunge una boa.
Conclusione? Blake Lively alla fine è molto malridotta ma se la cava, e anche Steven Seagull.
“Ho realizzato una cosa papà”. “Cosa figlia mia? Che se fai sempre la saputella prepotente e abbandoni gli studi poi finisci male?”. “No, ho dimenticato la mia amica ubriaca in un hotel di Tijuana…”
Avevo solo dieci anni quando uscì il film In&Out. Ricordo che andai a vederlo ad un cinema all’aperto con mia madre, una compagna di scuola e sua madre. Prendemmo un numero che entrambe le nostre madri considerarono esagerato di pacchettini di M&M’s. Quello delle M&M’s al cinema, comprate in loco o trafugate nella borsa per risparmiare qualche euro, è per me ancora oggi una parte imprescindibile del rituale cinematografico: se vado a vedere un film al cinema devo avere le mie M&M’s (rigorosamente gialle, quelle con la nocciolina, e in confezione grande), altrimenti, giuro, non me lo godo nemmeno. Il film ci fece divertire, anche se naturalmente eravamo troppo piccole per capire la maggior parte delle cose che venivano dette. Nel corso degli anni, anche In&Out divenne uno dei grandi classici di casa, guardato ad ogni passaggio televisivo, poi comprato in dvd, rivisto e citato a memoria in ogni occasione. Ancora oggi lo trovo un film davvero riuscito, che ha superato brillantemente la prova del tempo, con dialoghi sagacissimi e spassosi, un cast meraviglioso (con un inedito Tom Selleck in versione bionda e gay) e un modo efficace di riflettere su un tema importante come quello della discriminazione degli omosessuali a colpi di sonore risate (si tratta di umorismo davvero intelligente, mai volgare né triviale). Sebbene tutti gli attori e tutti i personaggi siano fantastici, mia mamma si è sempre riconosciuta nella madre del protagonista (interpretato magistralmente da Kevin Kline), che ha le sembianze apparentemente miti ma sotto sotto diaboliche di Debbie Reynolds (che qualche anno più tardi, quando esplose la mia passione per i musical, ebbi modo di apprezzare anche da giovane nel classicissimo Cantando sotto la pioggia). Quando venne il momento di organizzare il mio matrimonio mia madre decise che lei sarebbe stata, in quell’occasione, proprio come Debbie Reynolds in In&Out. Comprò un vestito lilla e si fece confezionare un cappellino viola con veletta, intonato alle scarpe, giusto per essere sicura che nessuno degli invitati potesse avere dubbi su chi fosse la madre della sposa. E, poiché è la madre della sposa a dettare i canoni dell’eleganza della cerimonia, anche mia suocera (che per fortuna è una persona estremamente adattabile e dalla pazienza infinita) dovette dotarsi di adeguato copricapo. Quando avevo deciso di sposarmi, non avevo ancora nessuna idea su come sarebbe stato il mio matrimonio, tranne una: il tema sarebbe stato il cinema. La mia più grande passione non poteva certo rimanere esclusa dal giorno più importante della mia vita. Oltretutto si dà il caso che il matrimonio sia una cosa di per sé estremamente cinematografica (come dimostra lo stesso In&Out), anche nel caso in cui qualcosa vada storto e uno degli sposi ci ripensi. In quegli anni andava di moda connotare ognuno dei tavoli del pranzo in modo diverso, secondo un tema prestabilito e scelto in base ai gusti degli sposi. Io naturalmente avevo deciso che su ogni tavolo ci sarebbe stata la locandina di un diverso film, scelto tra i miei preferiti. Ci sarebbero naturalmente stati il tavolo Casablanca e il tavolo Moulin Rouge, mentre avevo alcune riserve sul tavolo Quattro matrimoni e un funerale, per ovvi motivi… Quando mancavano ancora molti mesi al matrimonio partecipammo a quello di un collega di mio marito. Dopo la cerimonia in chiesa raggiungemmo il ristorante per il rinfresco. Quando arrivai nella sala da pranzo rimasi paralizzata: su ogni tavolo c’era la locandina di un film. Cercai di ricompormi e, con la vecchia ma sempre buona scusa di incipriarmi il naso mi recai in bagno; da lì telefonai a mia madre piangendo disperata. Lei cercò di consolarmi, mi disse che noi avremmo scelto dei film più belli e messo delle locandine più grandi, ma io sapevo che non potevo utilizzare lo stesso tema di una coppia di amici che si era sposata qualche mese prima di me, e che naturalmente sarebbe stata tra gli invitati. Pian piano mi rassegnai all’idea di non poter fare del cinema il tema del mio matrimonio… però mi restava sempre la mia personale Debbie Reynolds! Ripiegammo sulla poesia come tema, e mia madre realizzò personalmente il tableaux de marriage e trascrisse (con la sua grafia enormemente migliore della mia) i versi che designavano ciascun tavolo. Feci fruttare appieno la mia laurea in lettere scegliendo con molta cura i poeti e i componimenti (mia madre censurò solamente Tolkien, che doveva troneggiare sul tavolo degli amici più nerd, perchè avevo scelto una poesia troppo lunga). Il giorno del mio matrimonio fu memorabile, tutto filò liscio (beh, come per ogni matrimonio ci sono molti aneddoti che si potrebbero raccontare, dalle bottoniere rubate agli avanzi di cibo saccheggiati, ma io, che temevo di inciampare lungo la navata o che il velo mi prendesse fuoco, lo considero un buon risultato) e tutto fu bello, buono e raffinato. Un bellissimo ricordo che non potrà mai essere cancellato. E io auguro a tutti che, quando verrà anche per loro il momento del “Lo voglio”, possano avere accanto un maestro di cerimonia col panciotto e una Debbie Reynolds che tenga tutti in riga e vegli sulla loro felicità.
Un uomo e una scimmia entrano in un bar… ma se l’uomo è David Lynch e la scimmia è Jack Cruz, che abbiamo visto in alcuni episodi di Friends nei panni di Marcel, la scimmietta di Ross, allora c’è poco da ridere. Le atmosfere di questo cortometraggio ricalcano magistralmente quelle del grande noir (quello di Humphrey Bogart), tanto che nei primi minuti in cui il poliziotto interroga la scimmia accusata di omicidio quasi ci si potrebbe aspettare una cosa innovativa ma seria. Ma questa illusione svanisce quando, improvvisamente, la scimmietta si esibisce in un numero musicale. Per fortuna, per amare Lynch non è necessario capirlo. A me piacciono molto Blue Velvet, Twin Peaks (non ho ancora visto la terza tardiva stagione, e forse non avrò il coraggio di farlo) e Mulholland Drive, ma non posso dire di averli capiti. Eppure, se si accetta di non poter mai venire davvero a capo della storia, degli eventi e dei dialoghi, ci si può lasciar trascinare nell’immaginario folle di David Lynch e godersi anche questa piccola chicca di diciassette minuti, in cui il caffè non arriva mai e le galline compaiono dal nulla.
Visto che a quanto pare resteremo tutti bloccati nelle nostre case ancora per un po’, tanto vale prendersi un po’ di tempo per guardare come il cinema abbia nel corso dei decenni riflettuto proprio su questa condizione: la reclusione. Ho volutamente escluso da questo elenco i classici film ambientati in carcere, come La Grande Fuga, Le Ali della Libertà, Fuga per la Vittoria, anche se li amo molto, per tentare di essere un pochino più originale. Spero tanto di esserci riuscita. Buona visione!
The Cube (1997) di Vincenzo Natali
Confesso di essere molto affezionata a questo film e di considerarlo molto più di un modesto horror. Io infatti, in questo gruppetto di sconosciuti che si ritrova senza sapere il perché intrappolato in una fantascientifica struttura cubica da cui si può uscire solo con l’ingegno e la collaborazione, ho sempre visto un’ottima metafora della facilità con cui gli esseri umani si rivoltano gli uni contro gli altri al di là di ogni raziocinio. Il film ha un buon ritmo, una certa suspense e qualche bella trovata. Condivido la scelta finale di non spiegare chi e perchè avesse ideato il cubo (il tentativo di spiegazione tentato dal sequel, Hypercube, è stato sicuramente un errore).
Nodo alla gola (1948) di Alfred Hitchcock, con James Stuart, Stuart Granger
Nel 1948 la tecnologia della pellicola cinematografica ancora non permetteva di girare un intero film senza stacchi di montaggio (semplicemente le bobine non erano lunghe abbastanza) come oggi il digitale permette di fare, ma Hitchcock desiderava per il suo The Rope (letteralmente “La Corda”) proprio l’effetto di immersione e coinvolgimento totale che solo un ininterrotto piano sequenza può offrire. Adottò perciò lo stratagemma di mascherare i cambi di bobina con strane inquadrature sulle schiene dei personaggi o su oggetti d’arredamento, che non interrompono il fluire della narrazione. Gli attori hanno perciò recitato l’intero film senza interruzioni, come in una messa in scena teatrale senza intervallo. Per questo, oltre che per tanti altri motivi (i favolosi interpreti, la suspense, le riflessioni sulla natura umana) ritengo Nodo alla Gola un film perfetto per la clausura, girato in tempo reale in un’unica stanza con una manciata di attori. Non uno dei più celebri del regista britannico ma uno dei più interessanti e stimolanti.
Duello nel Pacifico (1968) di John Boorman, con Lee Marvin, Toshiro Mifune
Qui troviamo una reclusione anomala, non fra quattro mura ma su una minuscola isola del Pacifico in cui restano bloccati, durante gli scontri della seconda guerra mondiale, un soldato americano (interpretato da Lee Marvin) e uno giapponese (Toshiro Mifune, attore molto amato da Kurosawa). I due parlano lingue diverse e non si possono capire, ed essendo nemici dovrebbero in teoria cercare da subito di farsi fuori a vicenda. Eppure le singolari circostanze di questa prigionia in pieno sole e la comune lotta per la sopravvivenza li portano, a poco a poco, a intendersi e a far crollare tutte le barriere. Un film che si regge tutto su due grandi attori e che riesce ad essere ironico ma anche profondo nel riflettere su come la natura umana rimanga la stessa al di là di ogni divisa o bandiera.
Carnage (2011) di Roman Polanski, con Christoph Waltz, Jodie Foster, Kate Winslet, John C. Reilly
Due ragazzini fanno una rissa a scuola e i loro genitori si ritrovano tutti insieme per chiarire ragionevolmente e civilmente la questione. O almeno, queste sono le loro intenzioni, all’inizio… In Carnage (letteralmente “carneficina”, che in questo caso però, a differenza di altri titoli di questa lista, è soltanto metaforica) nessuno è davvero un prigioniero, ma di fatto tutto si svolge in tempo reale in un’unica stanza (è tratto da una piéce teatrale, Il Dio della Carneficina, di Yazmina Reiza). Polanski, sfruttando al massimo quattro interpreti straordinari, crea così un’atmosfera di crescente tensione e angoscia, mostrando cosa accade quando convinzioni e sentimenti apparentemente ordinari e condivisi si esasperano.
La notte dei morti viventi (1968) di George A. Romero
L’esordio alla regia di George A. Romero ha dato il via non solo alla sua personale pentalogia sugli zombie, ma a tutto il sottogenere “morti viventi”, che prima quasi non esisteva. Romero è tra i primi a dimostrare, e con grande sapienza, che i film di genere sono veicoli perfetti per riflessioni sulla società e sulla natura umana. Infatti il minutaggio più consistente della pellicola non è dedicato ai mostri che assediano la casa ma alle dinamiche tra i personaggi che sono barricati al suo interno, i quali si rivelano altrettanto bestiali. Nemmeno il pericolo di morte imminente riesce a creare armonia tra gli assediati (tra di loro c’è anche un uomo di colore, e siamo nell’America del ‘68), e il pericolo dei mostri mangiacervelli in agguato nel cortile diventa secondario rispetto a ciò che gli esseri umani possono fare l’uno all’altro.
The Hole (2001) di Nick Hamm, con Thora Birch, Keira Knightley
La cosa più interessante di questo film è il modo in cui mi è capitato di vederlo. Durante una qualsiasi passeggiata ho incontrato un amico (che poi sarebbe diventato mio marito) che sfrecciava in bicicletta. Si è fermato per salutarmi e mi ha detto: “Tu sei appassionata di cinema vero? Tieni, ho qui un film!”, mi ha allungato un dvd ed è ripartito. Incuriosita, appena a casa me lo sono guardato. La protagonista (Thora Birch) è una ragazza non molto popolare innamorata senza speranza di un compagno classe. Nell’estremo tentativo di conquistarlo si accorda con un amico per farsi rinchiudere insieme all’amato e ad altri due compagni di scuola (tra cui Keira Knightely) nel buco del titolo, una sorta di bunker sotterraneo con una sola via d’uscita. Per una serie di sfortune i quattro si trovano davvero bloccati lì dentro, e quello che doveva essere un weekend avventuroso e romantico si trasforma in un vero incubo. Ho ben pochi complimenti da fare a questo thriller adolescenziale che parte da un’idea sciocca ed esaspera fino al ridicolo le situazioni, ma se per caso siete amanti del genere potrebbe essere un tassello della vostra cultura cinefila. In ogni caso, dopo averlo visto essere bloccati in casa vi sembrerà sicuramente meno drammatico.
L’ Ammutinamento del Caine (1954) di Edward Dmytryk, con Humphrey Bogart, Fred MacMurray, Lee Marvin
Un’altra situazione assimilabile alla reclusione è quella vissuta dagli equipaggi di navi e sottomarini, specialmente quelli militari, in cui la tensione, la convivenza forzata e gli spazi angusti possono far cedere anche gli animi più temprati. L’ammutinamento del titolo viene sviscerato durante un processo del tribunale militare: davvero il comandante ha dato segni di instabilità mentale, o piuttosto il suo equipaggio è stato pigro e sleale? Film di altissima qualità, con grandi interpreti e un regista di prim’ordine, coinvolgente e memorabile.
Il Buco (2019) di Galder Gaztelu-Urrutia
Sotto molti aspetti simile a The Cube, ma molto più crudo e violento, il film d’esordio del regista spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia invita a riflettere sulla gestione politica, sulle differenze sociali e sulla natura umana attraverso l’elaborata metafora della “fossa” (soprassediamo sulla traduzione italiana del titolo), un carcere costituito da molti (nessuno sa quanti) livelli sovrapposti. Ogni livello è costituito da un’unica cella, per due persone, ed ha un buco nel pavimento e uno sul soffitto, necessari per lo scorrimento del tavolo con il cibo, che scende dall’alto e si ferma pochi minuti per ogni livello. Mano a mano che si scende arriva sempre meno cibo, e la mancanza di nutrimento non può che generare comportamenti estremi. Ma ogni trenta giorni ciascun detenuto viene cambiato di cella, e quindi di piano, e la sua situazione può cambiare in meglio oppure in peggio. Il protagonista, recluso volontario, inizialmente si scandalizza per lo svolgersi degli eventi, ma con il passare del tempo sembra adeguarsi alle spietate leggi della fossa… Il regista sceglie di non spiegare mai cosa sia la fossa, chi vi venga recluso e da chi sia gestita, e in alcuni punti cede un po’ alla retorica e a qualche forzatura, ma riesce comunque a creare un film d’impatto, con bravi attori e alcune buone trovate. Il Buco farà senza dubbio sembrare il distanziamento sociale dovuto al Covid una passeggiata. Da consumarsi rigorosamente lontano dai pasti.
Oldboy (2003) di Chan-Wook Park
Un uomo si sveglia in una stanza d’hotel e scopre di esservi imprigionato senza possibilità di fuga. Non sa come ci è arrivato nè perchè si trova lì, ma ci rimane per quindici anni, subendo quotidianamente violenze e torture da aguzzini senza identità. Dopodichè viene improvvisamente liberato, senza spiegazioni. Non può fare altro che mettersi alla ricerca del responsabile della sua prigionia per conoscere finalmente la verità. La reclusione vera e propria in realtà non è altro che l’incipit di questa vicenda incredibile, ma dà inizio ad una serie di cambiamenti, scoperte e colpi di scena impossibili da raccontare. Oldboy può sembrare un classico film di vendetta piuttosto violento, ma è molto di più, è un film spiazzante, originale, vivido e particolare. Lo sconsiglio alle persone sensibili alla violenza ma lo consiglio a tutti gli altri.
Che cosa hai fatto quando siamo rimasti al buio? (1968) di Hy Averback, con Doris Day
Mi sono resa conto di aver inanellato una serie di pellicole non proprio allegre. D’altra parte, se il tema portante è la reclusione, come poteva essere il contrario? Tuttavia desidero comunque concludere con un sorriso e un pensiero incoraggiante. Questa tipica commedia degli equivoci a lieto fine con protagonista la fidanzatina d’America Doris Day infatti non racconta di una reclusione, ma di un avvenimento eccezionale (un improvviso blackout nella zona di New York) che rischia di scombinare le vite dei protagonisti, tra sorprese maldestre, equivoci e tentativi di rapina. Alla fine del film la voce fuori campo racconta di come, esattamente nove mesi dopo il blackout, ci fu un eccezionale boom di nascite, eloquente risposta alla domanda tanto in voga: “E tu cosa hai fatto quando siamo rimasti al buio?”. Ho visto questo film una sola volta moltissimi anni fa, da allora non l’ho più ritrovato, ma in questi giorni di reclusione ci penso spesso, con la speranza che da questo periodo difficile possa nascere inaspettatamente qualcosa di buono per tutti quanti, come in un film con Doris Day.
Forse non ci avete mai pensato, ma il cinema si presta benissimo come base per i giochi di società, anche per chi non è un grande appassionato. Con un po’ di preparazione si possono riadattare giochi classici come Tabù, Pictionary o il gioco dei mimi, incentrandoli completamente sulla settima arte. Il gioco che qui vi propongo può essere anche un solitario, per tenere allenata la mente e passare il tempo quando magari si hanno alcuni minuti liberi (in bagno, in autobus, spostandosi a piedi), comodissimo in quanto non ha bisogno di supporti cartacei. Tutto quello che dovete fare è scegliere, nel modo più casuale possibile, due attori, e poi collegarli tra di loro attraverso i film che hanno interpretato. Un esempio: Sean Connery e Tom Cruise.
Sean Connery ha interpretato Entrapment con Catherine Zeta-Jones
Catherine Zeta-Jones era protagonista di Prima ti sposo poi ti rovino insieme a George Clooney
George Clooney era in The Peacemaker con Nicole Kidman
Nicole Kidman ha interpretato Cuori Ribelli con il futuro marito Tom Cruise
Questa è la dinamica base del gioco, di per sé semplicissima, che può essere complicata a piacere, ad esempio scegliendo attori di età molto diverse, di diverse nazionalità, oppure fissando un determinato film come passaggio centrale obbligato. Inoltre si può scegliere di sostituire gli attori con registi o film o serie tv. In caso di più giocatori, la sfida consisterà nel creare il collegamento col minor numero di passaggi. Vi lascio qualche sfida già pronta, poi fatemi sapere com’è andata: magari avete impiegato meno passaggi di me!
Facile:
Da Robert De Niro a John Travolta
Da Charlize Theron a Robert Downey Jr.
Da Tom Hanks a Natalie Portman
Difficile:
Da Jean Reno a Angela Lansbury
Da Maggie Smith a Jackie Chan
Da Mary Poppins a Tutti Pazzi per Mary
Molto difficile:
Da Valeria Golino a Timothy Spall passando per Truman Capote
Da Jack Lemmon a Zac Efron passando per Men in Black
I classici d’animazione della mia infanzia sono quasi tutti targati Disney, perché all’epoca zio Walt deteneva il monopolio dei lungometraggi animati. C’erano tuttavia alcune sorprendenti eccezioni, come ad esempio L’Incantesimo del Lago oppure Balto. Quest’ultimo è una coproduzione tra la Amblin di Steven Spielberg e la Universal che racconta la vera storia di un cane da slitta che nel 1925 trasportò con la sua squadra il farmaco necessario a fermare un’epidemia di difterite che minacciava di uccidere tutti i bambini della cittadina di Nome, in Alaska. Il film qualitativamente non ha nulla da invidiare ai classici Disney, la mancanza di canzoncine probabilmente è un pregio e non un difetto, la storia è avvincente e i personaggi di contorno (Boris l’oca e gli orsetti bianchi Mack e Lack) divertenti. Quando uscì mi piacque molto, e qualche anno più tardi diventò anche uno dei favoriti del mio fratellino, per cui lo vedevamo quasi tutti i pomeriggi e ormai lo recitavamo a memoria. Quando d’estate passeggiavamo nei boschi delle Dolomiti, mio fratello cercava di graffiare tutte le cortecce per segnare il sentiero del ritorno, come faceva Balto. A New York naturalmente mia madre ci fotografò vicino alla statua commemorativa di Balto, a Central Park. Ho voluto fare questa premessa per spiegare che quando seppi che la Disney aveva realizzato un film su Togo, un cane da slitta più eroico di Balto, sulle prima la presi male. Poi però vidi chi era il protagonista non canino: Willem Dafoe. Che tra l’altro, con il viso solcato di rughe, assomiglia in modo incredibile al vero Leonhard Seppala, il padrone di Togo e conducente della slitta. Ora ero curiosa di vedere il film e saperne di più su quella incredibile vicenda, iniziata con un cucciolo vivace e disobbediente e un allevatore di cani che se ne voleva sbarazzare, ma per quanto ci provasse non ci riusciva. Così il padrone decise di dare a Togo (il nome deriva da quello di un pluridecorato ammiraglio giapponese) una chance e lo attaccò alla slitta. Che sorpresa! Togo non solo era un gran corridore, ma era un leader nato, il suo ruolo naturale era quello di stare in prima posizione e guidare gli altri cani. Seppala ebbe grande successo grazia alla sua squadra di cani da slitta, e quando nel 1925 si dovette cercare qualcuno che percorresse centinaia di miglia in una bufera di neve per portare a Nome l’antitossina, la scelta ricadde su di lui. Togo aveva già dodici anni, ma riuscì comunque nell’impresa. La squadra di Balto in realtà portò le medicine solo per qualche decina di miglia, in una sorta di staffetta finale, mentre la maggior parte del lavoro era già stato fatto da Seppala, Togo e gli altri cani. È stato davvero interessante scoprire come sono andate davvero le cose, ma soprattutto il film è davvero bello, intenso, commovente, coinvolgente. Ho molto apprezzato il fatto che non abbiano abusato della CGI: nessun cane dalle espressioni equivoche; non è necessario ricorrere a trucchi del genere per far sì che il pubblico provi simpatia per i personaggi animali. Willem Dafoe non delude mai, e anche la formula “un uomo e il suo cane” continua a funzionare bene. I bambini troppo piccoli potrebbero annoiarsi, ma quelli più grandicelli ameranno la parte più divertente dei flashback e quella avventurosa della corsa tra i ghiacci.
Prima di diventare mamma, io non conoscevo il vero significato dell’espressione “perdere cinque anni di vita”. Ora che ho due bambini, invece, posso dire il contrario. Perdi cinque anni di vita quando vedi tuo figlio di un anno che cerca di scendere le scale da solo e inciampa nel primo gradino; perdi cinque anni di vita quando vedi tuo figlio (l’altro stavolta) di due anni correre verso la piscina degli adulti senza braccioli né salvagente; e perdi cinque anni di vita quando tuo figlio (di nuovo il primo), mentre siete in casa voi due da soli, indica un punto alle tue spalle e ti chiede: “Mamma, chi è quel signore?”.
Archibald Leach, meglio conosciuto come Cary Grant, è senza dubbio uno degli attori più cari a me e alla mia famiglia: affascinante, spiritoso, romantico, versatile. Non andavo nemmeno alle elementari quando mi appassionai al film Arsenico e vecchi merletti (che è tutt’ora uno dei miei preferiti) tanto da volerlo vedere ogni pomeriggio. Molte delle commedie da lui interpretate (La casa dei nostri sogni, Susanna, Operazione sottoveste) a casa mia venivano citate di continuo, ma ho sempre amato molto anche la fase hitchcockiana (in cui includo anche Sciarada). Come tutte le mie passioni, anche questa l’ho sempre tenuta tutt’altro che nascosta, tanto che per un compleanno mio marito (che all’epoca non era ancora tale) mi fece un regalo splendido: un piatto decorativo con il bel volto sornione di Cary Grant. Quel piatto è rimasto per alcuni anni nella casa in montagna, ma quando poi ci siamo sposati è venuto con me nella mia nuova casa, e tutt’oggi ha il suo posto di spicco nel salotto.
Ed ecco dunque che, dopo aver perso i suddetti cinque anni di vita e aver trovato effettivamente il coraggio di voltarmi, tirai un grosso sospiro di sollievo e risposi a mio figlio: “Quello è Cary Grant, è un attore molto bravo e molto simpatico. La tua bisnonna diceva sempre che assomigliava tanto al nonno quando era giovane… se vuoi ci possiamo guardare i suoi film insieme…”. “No grazie, meglio Masha e Orso“.
Cast: Emily Blunt, Anna Kendrick, Meryl Streep, Johnny Depp, Chris Pine, Tracey Ullman, Christine Baranski
Genere: musical
Dove trovarlo: Disney Plus
Cappuccetto Rosso deve portare i dolci alla nonna; Cenerentola si reca sulla tomba della madre per esprimere un desiderio; Jack deve vendere la sua mucca al mercato; il panettiere e sua moglie devono spezzare la maledizione di una strega; il Lupo Cattivo cerca la sua cena. E tutti devono attraversare il bosco. Rob Marshall, veterano del musical cinematografico (Chicago, Nine) realizza questa trasposizione per lo schermo dello spettacolo teatrale di James Lapine e Steven Sondheim con un cast stellare di veterani ed esordienti. L’idea di base di creare una storia unica che metta insieme fiabe diverse è accattivante ma non semplice da realizzare, eppure la trama regge bene fino alla fine, cosa che invece purtroppo non si può dire del ritmo. Il film infatti è diviso, in modo fin troppo netto e didascalico, in due parti: la prima, più divertente e con le canzoni più trascinanti, in cui i personaggi fanno esattamente quello che ci si aspetta; la seconda in cui invece rompono gli schemi, maturano e diventano migliori, anzi, eroi, ma vengono a mancare verve e ironia (tace anche la voce narrante esterna del panettiere). Eccezion fatta per questa morale troppo lunga, il film è molto bello, divertente, quasi tutto cantato (questo potrebbe essere un difetto per chi non ama il genere musical), e riutilizza in modo originale spunti che stanno rischiando in questi anni di diventare abusati. Johnny Depp ritorna al musical, sempre per Steven Sondheim, a sette anni dal meraviglioso Sweeney Todd, e in pochi minuti offre un’interpretazione sopraffina del Lupo Cattivo. La vera rivelazione è Emily Blunt, che si cimenta nel canto per la prima volta con risultati eccellenti (tanto che diventerà la nuova Mary Poppins quattro anni dopo) e regge sulle sue spalle l’intero film, pur avendo un personaggio apparentemente secondario (la moglie del fornaio), cui però riesce a dare tutte le sfumature possibili. Chris Pine ci regala, insieme a Billy Magnussen, la canzone più divertente del film, Agony, cantata dai due principi azzurri: una vera chicca. Meryl Streep, non c’è bisogno di dirlo, interpreta come meglio non si può la Strega Cattiva. Per apprezzarla fino in fondo consiglio gli extra, che Disney Plus offre per molti dei suoi contenuti, con interviste al cast e un numero musicale scritto da Steven Sondheim appositamente per il film ma poi eliminato in fase di montaggio.
Una tra le molte fake news girate sul Covid-19 sostiene che il virus possa essere reso inefficace da un elevato tasso alcolico nel sangue. Evidentemente non è così, se perfino il più famoso agente segreto britannico, che viaggia a tre o quattro Vodka-Martini al giorno, alla fine è stato colpito. Infatti l’uscita del venticinquesimo film di James Bond, prevista per il mese di aprile, è slittata a novembre 2020, a causa della chiusura delle sale cinematografiche dovuta alla pandemia di Coronavirus. No Time to Die, la cui uscita è già stata più volte posticipata per via dei molti avvicendamenti di registi e sceneggiatori, è molto atteso in quanto sarà la quinta e ultima volta per l’attore inglese Daniel Craig nei panni della famosa spia con licenza di uccidere, dopo Casino Royale (2006), Quantum of Solace (2008), Skyfall (2012), e Spectre (2015). Ma sarà l’ultima volta anche per James Bond? In proposito girano molte voci, ma quasi tutti sono convinti (e forse anche speranzosi) che rivedremo l’agente segreto sul grande schermo, anche se con un volto diverso. Molti sarebbero i concorrenti per questa gloriosa eredità: si sono fatti i nomi di Michael Fassbender, Tom Hiddlestone, Richard Madden (ma speriamo di no), Tom Hardy e Idris Elba. Altre voci sostengono invece che il nuovo Bond potrebbe essere addirittura una donna, e additano Lashana Lynch, che inNo Time to Die sarà l’agente doppio zero incaricato di sostituire James Bond, ormai in pensione. Prima della rivoluzione #MeToo sarebbe stato forse inconcepibile anche solo pensare a uno 007 donna e di colore. Io però, in tutta onestà, non faccio il tifo per Lashana. Credo anche che questa esplosione hollywoodiana di girlpower non faccia che sminuire il talento e le potenzialità di molte brave attrici (ma anche registe, produttrici e sceneggiatrici), che farebbero meglio a cercare ruoli nuovi e originali piuttosto che limitarsi a riproporre il rassicurante già visto in versione femminile o aggiornata all’epoca dei social (sto pensando ad alcuni recenti remake e reboot come Ghostbusters, Charlie’s Angels, Ocean’s Eight). Sono una fan di 007 fin dall’infanzia, e sarei molto più soddisfatta di vedere nel ruolo della spia un attore che sappia restituirgli la classe e l’ironia che Daniel Craig non possiede, a differenza dei suoi più illustri predecessori Sean Connery e Roger Moore. Molti hanno dichiarato più volte morto James Bond, sostenendo che un personaggio nato nel clima della guerra fredda nello scenario politico attuale non poteva più sussistere. Eppure la saga di Mission: Impossible (o meglio i suoi due capitoli più recenti) ci ha insegnato che fare un bel film di spie ai giorni nostri è ancora possibile, puntando, guarda caso, su quelli che sono da sempre gli ingredienti delle pellicole del personaggio ideato da Ian Fleming: un buon cast, ironia e gadget ingegnosi. Per chi faccio il tifo dunque? Tom Hiddlestone, divenuto famoso nei panni di Loki, il machiavellico fratello di Thor nell’universo dei supereroi Marvel. È sufficiente guardarlo all’opera nello spot Jaguar del 2014 per capire che Tom ha tutte le caratteristiche adatte al personaggio: fascino, personalità, ironia. Terrò le dita incrociate per lui, ma nel frattempo attenderò con pazienza l’uscita di No Time to Die, augurandomi che possa ripetersi il miracolo di un film bello, profondo e coinvolgente come Skyfall.
Haru e Yu frequentano lo stesso liceo e sono amici da sempre. Haru è un giocatore di basket adorato dalle ragazze, mentre l’amico, costretto fin da piccolo su una sedia a rotelle, lo aiuta a perfezionare le sue tattiche di gioco. Quando Kotona, la fidanzata di Haru (di cui però anche Yu è innamorato) viene ferita gravemente da un essere misterioso, i due ragazzi si trovano catapultati in un altro mondo, in cui non solo Yu è in grado di camminare, ma sono entrambi abili spadaccini. Yu, basandosi sui racconti di uno strano vecchietto conosciuto molti anni prima, ipotizza che l’unico modo per salvare la vita di Kotona sia trovare la sua anima affine nell’altro mondo, che sembra essere la bella principessa Astrid.
Il film è tratto da un videogioco, Ni No Kuni: La Maledizione della Strega Cinerea, di cui lo Studio Ghibli di Miyazaki aveva realizzato storia e disegni. Come spesso accade, il film non è all’altezza del gioco, che era molto appassionante e divertente non solo per le dinamiche di gioco ma anche per la trama e i bei personaggi, pur partendo da una storia non molto originale.
Il film è quasi del tutto privo di quei riferimenti al gioco che mi sarei aspettata (riutilizza appena alcune musiche dell’originale), ha una trama banale, piena di buchi e inutilmente intricata, personaggi inconsistenti e scene fuori luogo. Consiglio a tutti di evitarlo e di procurarsi piuttosto il videogioco, che può davvero regalare ore (anche molte, moltissime ore) di svago.