Grease 2

Anno: 1982

Regia: Patricia Birch

Interpreti: Michelle Pfeiffer, Maxwell Caulfield, Didi Conn, Syd Caesar, Eve Arden, Dodi Goodman

Dove trovarlo: Netflix

Inizia un nuovo anno scolastico alla Rydell e come da tradizione gli studenti si uniscono in gruppi che devono tutti sottostare  a regole sociali ben precise. Per esempio le Pink Ladies, le ragazze che indossano giacchette rosa, possono uscire solamente con i T-Birds, i ragazzi che portano le giacche di pelle nera. Ma alla bella Stephanie (Michelle Pfeiffer) le regole stanno strette: lei sogna di incontrare un ragazzo audace e misterioso, un motociclista senza paura, diverso da tutti i ragazzi che conosce. Per Micheal (Maxwell Caulfield), nuovo studente appena arrivato dall’Inghilterra, sembra impossibile poter conquistare il cuore di Stephanie, lui che ama Shakespeare e detesta le motociclette. Ma l’amore lo spinge a trasformarsi completamente per poter conquistare il cuore della ribelle Stephanie.

Dopo il successo stratosferico di Grease nel 1978 la Paramount Pictures tenta di replicare la formula della mitica “Brillantina”, ma il risultato non è che una variazione sul tema senza originalità, meno divertente e con attori meno capaci. Ci sono comunque alcune scene simpatiche e qualche gradevole canzone (come Reproduction, in cui gli studenti danno una loro interpretazione canora dell’impollinazione dei fiori), ma la sensazione generale è quella di una copia poco incisiva che fa molto rimpiangere il film precedente. Ritroviamo alcuni personaggi di Grease: la preside e la vicepreside, interpretate rispettivamente da Eve Arden e Dodi Goodman; Frenchy, l’amica della protagonista Sandy (Olivia Newton-John), sempre interpretata da Didi Conn; il fantastico Syd Caesar nel ruolo del coach Calhoun. Ma queste nostalgiche presenze non bastano a dare lustro al film. Le dinamiche tra Pink Ladies e T-Birds, con complicazione della banda di motociclisti rivale, restano invariate, e anche la conclusione in cui uno dei protagonisti realizza che l’altro in realtà non aveva affatto bisogno di cambiare resta identica, seppure a ruoli invertiti. La regista Patricia Birch, già coreografa per Grease, non riesce a ricrearne la magia, anche perché la trama è perfino troppo semplice anche per un musical tradizionale e le sottotrame, affidate a personaggi poco caratterizzati, sono quasi inesistenti, mentre nel primo film alcuni comprimari come Rizzo e Kenickie erano interessanti quanto i protagonisti. Purtroppo Maxwell Caulfield, l’attore che interpreta Michael, è un belloccio privo di espressione che non riesce a conquistare lo spettatore. Inaspettatamente però conquista la ragazza, e qui bisogna fermarsi un attimo per parlare di quella che è senza dubbio la cosa più bella del film: Michelle Pfeiffer. Michelle, che qui aveva appena ventiquattro anni, ruba la scena a tutti con la sua bellezza irraggiungibile e i suoi sogni ad occhi aperti. Quando canta invocando un Cool Rider che la porti via dalla banalità quotidiana seduta in cima ad una scala è semplicemente meravigliosa: nessuno stupore che Michael decida di compiere follie per lei! Sappiate che, di questi due muffin, uno è tutto per Michelle!

Voto: 2 Muffin

La Donna alla Finestra

Titolo originale: The Woman in the Window

Anno: 2021

Regia: Joe Wright

Interpreti: Amy Adams, Gary Oldman, Anthony Mackie, Julianne Moore, Jennifer Jason Leigh, Fred Hechinger, Wyatt Russell

Dove trovarlo: Netflix

Anna Fox (Amy Adams) è una psicologa infantile che soffre di agorafobia e da anni non esce più di casa. Trascorre il tempo in compagnia del suo gatto, guardando la televisione, bevendo finché non viene raggiunta dal sonno e dagli incubi: la massiccia terapia di psicofarmaci cui si sottopone non sembra dare risultati. In questa situazione diventa normale per Anna trascorrere molto tempo alla finestra, osservando la strada e i vicini di casa. Quando la famiglia Russell si trasferisce nell’appartamento di fronte Anna incontra dapprima il figlio, il timido e introverso Ethan (Fred Hechinger), poi sua madre, l’allegra e amichevole Jane (Julianne Moore) e infine il padre, Alistair (Gary Oldman), dal carattere possessivo e violento. Alistair non gradisce che la dirimpettaia stringa legami con i suoi familiari e cerca di tenerla a distanza, ma quando Anna assiste dalla finestra all’omicidio di Jane non può evitare di rimanere coinvolta. Dalle indagini della polizia però la sua vicina Jane Russell risulta viva e vegeta… che sia stato tutto un incubo frutto della sua mente alterata?

A partire dal titolo stesso del film, La Donna alla Finestra esplicita i suoi richiami verso il capolavoro di Alfred Hitchcock La Finestra sul Cortile, in cui il giornalista James Stewart, immobilizzato da una gamba fratturata, si convinceva di aver assistito dalla sua finestra ad un omicidio. Giusto per ribadire il concetto, Anna guarda molto spesso vecchi film, tra cui proprio La Finestra sul Cortile ma anche Io Ti Salverò, altro film di Hitchcock affine per le tematiche affrontate (problemi psichici, rimozione di traumi, percezione alterata della realtà). Se nel film con James Stewart l’immobilità forzata era simbolo della riluttanza del protagonista a lasciarsi andare ai sentimenti per la bella Grace Kelly, in questo caso invece l’agorafobia (la paura degli spazi aperti e delle folle) scaturisce dalla difficoltà ad affrontare un trauma che ci viene rivelato (senza grosse sorprese, a dire il vero) solo in un secondo momento. Si tratta in entrambi i casi di una condizione che immobilizza i protagonisti, impedendo loro di vivere appieno la propria vita. Qui finiscono tutte le rassomiglianze con il film di Hitchcock: ci troviamo ad un livello decisamente più basso da ogni punto di vista. Il regista Joe Wright in passato si è dimostrato molto abile soprattutto nei film in costume, patinati eppure incisivi e divertenti come Orgoglio e Pregiudizio; purtroppo però non si mostra affatto a suo agio nel genere giallo/thriller, dove non riesce a costruire una suspense (non riceve nemmeno l’aiuto della colonna sonora di Danny Elfman, decisamente poco incisiva), a creare un mistero (la svolta finale è, come minimo, lapalissiana), a dare ambiguità ai personaggi. Questo non a causa degli attori, che invece si comportano tutti molto bene. Amy Adams accetta di sacrificare la sua bellezza per diventare una donna distrutta e disturbata, mettendo il suo talento al servizio di una protagonista con cui lo spettatore fatica, dall’inizio alla fine, a trovare empatia. Gary Oldman fatica a brillare a causa di una sceneggiatura balorda che, nel tentativo di dare ambiguità al suo personaggio lo rende poco efficace. Scintilla invece Julianne Moore in un ruolo vitale e cardinale, anche se di breve durata, mettendo in ombra la pur brava Jennifer Jason Leigh. Il migliore in campo, a sorpresa, è Wyatt Russell, l’affittuario ambiguo e misterioso, nonostante il personaggio venga usato come risolutore di tutte le storture della sceneggiatura. Riprovevoli, a mio parere, gli inserti come le macchie rosse sul tovagliolo, la mela rossa o i fiocchi di neve, nati sicuramente dal tentativo di richiamare le tecniche di Hitchcock (inserti e filtri cromatici per rappresentare una percezione distorta della realtà o un trauma affiorante) ma che qui non funzionano affatto. Purtroppo in questo film niente funziona: niente giallo, niente suspence, niente mistero, nessuno scavo psicologico interessante, nessun personaggio memorabile. Curiosità: anche se qui ha un ruolo molto piccolo come marito di Anna, Anthony Mackie ha da poco goduto di grande fama come protagonista della serie Disney Plus Falcon and the Winter Soldier, in cui interpreta appunto l’avenger Falcon che si incontra/scontra con il nuovo Captain America, interpretato guarda caso da Wyatt Russell. Il fatto che questa sia la curiosità più interessante di questo film la dice lunga sulla sua qualità, ahimè.

Voto: 1 Muffin

Le Avventure di Rocketeer

Titolo originale: The Rocketeer

Anno: 1991

Regia: Joe Johnston

Interpreti: Billy Campbell, Jennifer Connelly, Timothy Dalton, Alan Arkin, Terry O’Quinn

Dove trovarlo: Disney Plus

Il giovane Cliff Secord (Billy Campbell) vive in un tranquillo paesino di campagna fuori Los Angeles, dove insieme all’amico Peevy (Alan Arkin) progetta e pilota piccoli aerei acrobatici mentre pianifica un futuro con la bellissima fidanzata Jenny (Jennifer Connelly), che però non condivide la sua passione per il volo e la tecnologia. Una notte due malviventi, dopo aver rubato un innovativo e sofisticato prototipo di jetpack al magnate Howard Hughes (Terry O’Quinn), durante la fuga lo nascondono proprio nel piccolo hangar di Peevy. Quando Cliff lo trova, entusiasmato da quel congegno futuristico, decide di provarlo, nonostante le proteste di Peevy che ritiene sia troppo pericoloso. Dopo i primi goffi tentativi, Cliff impara a volare in scioltezza e a utilizzare la sua nuova abilità per compiere gesti eroici: in breve, tutti conoscono il misterioso eroe volante col nome di Rocketeer. Ma sono in molti a volersi impossessare di quel jetpack ad ogni costo, dai gangster di Los Angeles al celebre e affascinante attore di Hollywood Neville Sinclair (Timothy Dalton).

Il personaggio Rocketeer nasce dalle pagine dei fumetti di Dave Stevens e viene portato al cinema dalla Disney nel 1991 per la regia di Joe Johnston, fresco del grande successo del suo esordio Tesoro mi si sono Ristretti i Ragazzi (di cui è da poco stato annunciato il sequel) e destinato a diventare negli anni regista di una serie di ottimi film d’avventura (Jumanji, Pagemaster, Hidalgo, il primo Captain America). Questo film rientra perfettamente in tutti i canoni del genere “avventura per famiglie”, ma il suo grande pregio è di avere dei personaggi e degli eventi di contorno davvero accattivanti. La doppia ambientazione, tra la tranquilla vita di campagna e la pulsante e caotica metropoli di Los Angeles e della sua scintillante ma anche spaventosa Hollywood, è resa in modo molto efficace. Tutte le scene ambientate sui set del film in costume in cui il divo vanesio e crudele Neville Sinclair, interpretato da un ottimo giovane Timothy Dalton, sono molto divertenti e anche incisive nella critica, marginale ma presente, al divismo che da sempre contraddistingue l’establishment. Poi ci sono i gangster, all’apparenza truci e terrificanti, e naturalmente  l’FBI che dà loro la caccia; alla fine però si scopre che i veri cattivi della storia sono i neonazisti, un altro elemento sempre di grande impatto in una storia. Su tutto e su tutti, e non può essere altrimenti, troneggia Howard Hughes, un uomo che, con tutti i suoi meriti e le sua stranezze (geniale inventore, ricco magnate, grande produttore cinematografico, autorecluso per scelta, aviatore per diletto), inevitabilmente è divenuto spesso un personaggio del cinema, in questo caso non protagonista ma comunque determinante per lo sviluppo della trama e per l’appagante lieto fine. Stupisce che un attore, non eccezionale ma sicuramente fascinoso, come Billy Campbell, che interpreta Cliff, non abbia avuto una carriera più fortunata. Non è invece una sorpresa trovare una Jennifer Connelly come sempre stupenda ma del tutto inespressiva. Timothy Dalton, che era già stato James Bond nel film Vendetta Privata, questa volta invece ammalia e convince nel ruolo del cattivo egocentrico e megalomane, proprio del genere di quelli di solito combattuti da 007. Infine Alan Arkin si fa voler davvero bene nel ruolo del burbero dal cuore d’oro Peevy. Le scene di volo del jetpack restano ancora oggi molto ben fatte e divertenti per grandi e piccini e pur non mancando nessun clichè narratologico il film, tra scene d’azione, di inseguimento e d’amore, si lascia guardare con molto piacere. Dallo stesso fumetto e dal film stesso nasce  nel 2019 la serie Disney Junior Rocketeer, in cui una bambina si lancia in nuove avventure con il suo zainetto a razzo, disponibile su Disney Plus per chi, dopo aver visto il film, non ha ancora voglia di smettere di volare.

Voto: 3 Muffin

Ricomincio da Noi

Titolo originale: Finding your Feet

Anno: 2017

Regia: Richard Loncraine

Interpreti: Imelda Staunton, Timothy Spall, Celia Imrie

Dove trovarlo: Amazon Prime

Dopo aver scoperto il marito in flagrante tradimento con la sua migliore amica, Sandra (Imelda Staunton) abbandona il fedifrago, la casa e la sua vita lussuosa per rifugiarsi dalla sorella Bif (Celia Imrie). Bif la accoglie con affetto ma presto i caratteri opposti delle sorelle porteranno all’attrito tra le due: se Sandra è composta, seria e posata, Bif al contrario è esuberante, disordinata e passionale. Per aiutare Sandra, Bif la coinvolge suo malgrado in un corso di ballo. Inizialmente Sandra sembra rifiutare ogni aspetto della vita della sorella, dalla marijuana alle sue frequentazioni, poi, poco alla volta, si lascia travolgere dalla sua energia e dal suo amore per la vita, fino a riscoprire se stessa, attraverso la danza (in cui eccelleva da bambina) e anche grazie a un sentimento inaspettato che la legherà sempre di più allo scapestrato (ma solo in apparenza) Charlie (Timothy Spall).

La storia del cinema in generale, e quella del cinema inglese in particolare, trabocca di storie in cui i personaggi, dopo una crisi esistenziale ed emotiva, ritrovano se stessi e la gioia di vivere grazie all’espressione, spesso artistica, della loro personalità più autentica. Succede ad esempio in Billy Elliot, Full Monty, Calendar Girls, tutte ottime commedie di formazione. Ricomincio da Noi appartiene allo stesso filone, sebbene sia un film dolceamaro che alterna momenti comici a momenti drammatici senza far prevalere nessuno dei due toni, anche se, forse proprio per questo suo essere ibrido, risulta meno riuscito degli altri che ho portato ad esempio. La forza del film quindi non si trova nella trama, piuttosto convenzionale, e nemmeno nei personaggi, che sono i caratteri tipici del genere, ma nel talento degli attori che, pur imbrigliati in questa struttura consolidata che non si prende alcun rischio riescono a restituire dei personaggi che, se non a tuttotondo, diventano delle figure aggettanti cui ci si affeziona e di cui si seguono con piacere le vicissitudini. Se il contrasto tra Imelda Staunton e Celia Imrie è il cuore della storia, il vero elemento d’interesse è il personaggio di Charlie, interpretato con spigliata dolcezza da Timothy Spall. Una curiosità: anche se non recitavano insieme, Imelda Staunton e Timothy Spall hanno preso entrambi parte alla saga di Harry Potter interpretando due personaggi spiacevoli, la tirannica preside Dolores Umbridge e il traditore Codaliscia. Consigliato a chi ha un debole per gli attori inglesi, per i film in cui si balla, per chi ama le storie leggere di riscatto personale, per chi vuole godersi un gruppetto di attempati ballerini inglesi che se la spassa per le strade di Roma.

Voto: 3 Muffin

Terminal Velocity

Anno: 1994

Regia: Deran Sarafian

Interpreti: Charlie Sheen, Nastassja Kinski, James Gandolfini

Dove trovarlo: Disney Plus (Stars)

Richard Brodie detto “Ditch” è un istruttore di volo e di paracadutismo che sa cosa siano le regole e la disciplina. Un giorno si presenta da lui una bellissima sconosciuta che dice di chiamarsi Chris (Nastassja Kinski) e che smania per una lezione di volo immediata. Ditch accetta, sperando di far colpo su Chris, ma quando sono sull’aereo la ragazza, senza spiegazioni, si lancia nel vuoto. Ditch sta ancora cercando di darsi pace per l’accaduto quando si imbatte nuovamente in Chris, che gli rivela di chiamarsi in realtà Krista e di essere un agente del KGB in missione; la ragazza trovata morta era invece la sua compagna di stanza, di cui lei ora deve trovare l’omicida. Se vuole essere scagionato da ogni accusa Ditch non ha altra scelta che collaborare con Krista e aiutarla nella sua pericolosa missione…

Charlie Sheen è forse l’ultimo nome che ci si aspetterebbe di trovare nel catalogo di Disney Plus, viste le sue burrascose vicissitudini personali legate all’uso di droghe e alla violenza domestica: eppure, grazie all’acquisizione della piattaforma Stars, film e serie tv per adulti sono diventati molto più numerosi. Terminal Velocity è un film d’azione di stampo molto classico, senza eccessiva violenza e con giusto qualche parolaccia e alcune battute non adatte ai minori (“Io non sono solo un pisello con le gambe, sono un pisello con le ali!”), con i suoi canonici colpi di scena (senza grosse sorprese) e un mix di azione e comicità, affidata alle battute di Ditch e al contrasto tra i due caratteri opposti dei protagonisti che si ritrovano, sempre da manuale, insieme per forza. Ditch è un ribelle, scapestrato, superficiale e donnaiolo, mentre Krista è un agente segreto serio, professionale e devoto alla causa; inutile dire che tra i due ci saranno dapprima scintille e poi, man mano che iniziano ad aprirsi e confrontarsi, del tenero. A prescindere da ciò che si può pensare di lui come uomo, Charlie Sheen è da sempre un buon attore comico che sa essere fascinoso e divertente al punto giusto, come il duetto di film Hot Shots! ha dimostrato. Nastassja Kinski è molto brava a cambiare atteggiamento, da stuzzicante e seriosa a romantica, senza che il suo fascino diminuisca mai. Per una serata senza pensieri (ma va bene anche a colazione), con un po’ di azione retrò, qualche risatina e alcuni simpatici svolazzamenti.

Voto: 3 Muffin

Assassinio sull’Orient Express

Titolo originale: Murder on the Orient Express

Anno: 2017

Regia: Kenneth Branagh

Interpreti: Kenneth Branagh, Johnny Depp, Judi Dench, Penelope Cruz, Josh Gad, Willem Dafoe, Michelle Pfeiffer, Olivia Colman, Derek Jacobi, Leslie Odom Jr., Tom Bateman

Dove trovarlo: Disney Plus

Gerusalemme, 1934: Hercule Poirot (Kenneth Branagh), il detective più famoso al mondo, dopo l’ennesimo caso risolto brillantemente è pronto per godersi una meritata vacanza quando viene chiamato a Londra per un nuovo mistero da risolvere. Fortunatamente l’amico Bouc (Tom Bateman), direttore dell’Orient Express, riesce a trovargli un posto sul lussuosissimo treno. L’investigatore belga non tarderà a notare che alcuni dei suoi compagni di viaggio nascondono dei segreti e hanno comportamenti sospetti. Il magnate Edward Ratchett (Johnny Depp) gli offre anche un generoso compenso per fargli da guardia del corpo, poiché con i suoi affari poco puliti si è fatto molti nemici e in seguito ad alcune minacce ora teme per la sua vita. Poirot rifiuta, ma quando Ratchett viene trovato ucciso nella sua cabina Bouc lo scongiura di trovare l’assassino…

Sono da sempre una grande appassionata dei gialli di Agatha Christie, perciò non solo ho letto il libro da cui il film è tratto ma ho visto, molte volte, la versione cinematografica precedente, diretta da Sidney Lumet nel 1974, che vantava un cast stellare (Lauren Bacall, Anthony Perkins, Ingrid Bergman, Sean Connery, Jean-Pierre Cassell, Martin Balsam, Vanessa Redgrave, Jacqueline Bisset, Richard Widmark…) e si fregiava dell’ottima interpretazione di Albert Finney nei panni dell’investigatore belga “dalla testa a forma di uovo”. Altre ottime interpretazioni di Hercule Poirot, protagonista di numerosissimi romanzi e racconti scritti dalla Christie, sono state offerte, sia per il cinema che per la televisione, da Peter Ustinov e David Suchet. Questo per dire che la materia mi è non solo familiare ma anche molto cara e ho affrontato la visione con un misto di eccitazione e terrore di restare delusa. Ho un’opinione oscillante di Kenneth Branagh, ho apprezzato molto alcuni suoi lavori (Thor come regista e I Love Radio Rock come attore) e molto meno altri (Frankenstein e più recentemente Artemis Fowl) ed ero molto curiosa di sapere che approccio aveva scelto per questo nuovo adattamento di un così celebre capolavoro del genere giallo che ha già avuto ottime trasposizioni cinematografiche e televisive. Mi è bastata la prima scena, in cui Poirot risolve un caso di furto a Gerusalemme (anche se in realtà la sequenza è stata girata a Malta) utilizzando il suo bastone infisso tra i mattoni del Muro del Pianto per bloccare la fuga del colpevole, per capire che qualcosa non andava. La scena, assente sia nel libro che nei film precedenti, è stata evidentemente aggiunta allo scopo di presentare il personaggio a chi non lo conosce: presentarlo come un esperto di strategie di fuga criminali è quantomeno fuorviante. Il vero Poirot non si sarebbe mai sognato di tentare di prendere un criminale in fuga (rischiando tra l’altro di rovinare il suo bastone): per questo c’erano il buon Hastings e l’Ispettore Japp, mentre a Poirot spettava solo il compito di utilizzare le sue “celluline grigie”. Allo stesso modo, Poirot non si sarebbe mai sognato di pestare una cacca di mucca con il piede destro solamente perché la scarpa sinistra si era già sporcata di letame! Questa ossessione per l’ordine, la precisione e la simmetria, che nel personaggio di Agatha Christie caratterizza in effetti il personaggio, viene estremizzata in modo tale che Hercule Poirot si trasforma nel Detective Monk (personaggio televisivo che adoro, interpretato magistralmente da Tony Shaloub). L’impressione è che Branagh, qui nel duplice ruolo di attore e regista e lo sceneggiatore Michael Green abbiano tentato di fare con Poirot ciò che Guy Ritchie ha fatto con Sherlock Holmes. Ma se per l’investigatore inventato da Arthur Conan Doyle l’operazione è perfettamente riuscita, grazie al ponderato bilanciamento tra azione, suspense e ironia, qui invece è fallita senza appello. Non solo l’ironia è totalmente assente dal film e dal personaggio, ma il tutto assume addirittura toni cupi e melodrammatici, con sprazzi di autocommiserazione (con tanto di impossibile foto di donna amata) moralizzazione non richiesta, del tutto estranei ai libri di Agatha Christie. Per chi poi, come me, è da sempre affezionato al personaggio di Poirot, vederlo saltellare sopra il treno o inseguire il malfattore arrampicandosi tra le impalcature è davvero insostenibile. Per il resto non ci sono novità di sorta rispetto al romanzo o agli adattamenti precedenti, gli attori fanno tutti il loro dovere e la trama non viene stravolta, salvo una connotazione tragica del finale davvero superflua. Judi Dench, ovviamente, non sbaglia mai; Penelope Cruz, come Ingrid Bergman prima di lei, accetta di imbruttirsi e di avere un personaggio fastidioso; Josh Gad è molesto come suo solito; Willem Dafoe è Willem Dafoe e non serve altro; Michelle Pfeiffer si carica della parte psicologicamente più pesante (per lei e per lo spettatore) con fascino e bravura; Leslie Odom Jr. (visto nel musical Hamilton) nel ruolo che fu di Sean Connery introduce un inedito personaggio di colore che viene però caricato e connotato eccessivamente (il passato da cecchino, l’amore proibito, lo sparo) rispetto ad altri che restano un po’ sullo sfondo (come Willem Dafoe). Non deve essere per nulla facile gestire tanti personaggi e tante star allo stesso tempo, ma Branagh non riesce a trovare il giusto equilibrio tra i ruoli, i personaggi e i cambiamenti apportati ai loro caratteri e alle loro storie personali. In conclusione, io non ho visto proprio nulla di buono in questo film e non ho trovato un motivo per giustificare l’idea di questa nuova trasposizione. Ma forse mi è sfuggito qualcosa, visto che sono già terminate le riprese di Assassinio sul Nilo, con Kenneth Branagh ancora nei panni di Hercule Poirot. Chissà se anche questa volta la giustificazione per il silenzio imbarazzato della folla alla sua freddura sarà “Scusate ma non so raccontare le barzellette, sono belga”.

Voto: 1 Muffin Ipocalorico

Fratello, dove sei?

Titolo originale: Oh Brother, where art thou?

Anno: 2000

Regia: Joel Coen

Interpreti: George Clooney, John Turturro, Tim Blake Nelson, John Goodman, Charles Durning, Wayne Duvall

Dove trovarlo: Netflix

Mississippi, inizio anni 30’. Ulysses Everett (George Clooney), costretto ai lavori forzati, convince i due detenuti incatenati insieme a lui a fuggire per cercare un tesoro nascosto. Abbagliati dai sogni di libertà e ricchezza Pete (John Turturro) e Delmar (Tim Blake Nelson) acconsentono e i tre si ritrovano presto a vivere mille avventure tra stranissimi incontri e inseguimenti delle forze dell’ordine, fino a giungere non ad un forziere colmo di monete d’oro ma alla moglie di Everett, che si deve risposare il giorno successivo…

Ho visto questo film alla sua uscita al cinema nel pieno del mio “periodo Clooney” e l’ho trovato surreale ed esilarante. Ad una nuova visione in lingua originale (grazie a Netflix) però ho avuto modo di apprezzarlo ancora di più e di cogliere molti riferimenti e sfumature che in passato mi erano sfuggiti, regalandomene un’opinione ancora più alta. Il bizzarro titolo deriva da un sottile gioco metacinematografico: nel film di Preston Sturges I Dimenticati (1941) il protagonista, il regista cinematografico Sullivan, doveva compiere un viaggio per vivere sulla sua pelle le tribolazioni dell’uomo medio e raccontarle poi nel suo film, che si sarebbe intitolato appunto Oh Brother, where art thou?. Mentre un uomo medio il nostro Ulysses Everett lo è davvero, nonostante condivida il nome con l’eroe Ulisse: certo è il più intelligente del trio, ma a dire la verità per questo ci vuol poco. Pete di fatto è un disadattato, mentre Delmar un ingenuo sprovveduto: con la sua parlantina senza freni Everett non fatica molto a convincerli a seguirlo sulle tracce del fantomatico tesoro. Nasce così un trio comico davvero irresistibile, grazie al talento dei tre attori. Sarò sempre convinta che George Clooney, per quanto sia ammirevole il suo impegno a livello artistico, politico e ambientalista, abbia sempre dato il meglio di sé come interprete di commedie o film di altri generi in cui aveva ruoli brillanti: Ocean’s Eleven, Prima ti Sposo poi ti Rovino (sempre dei fratelli Coen, non a caso), per citare i più riusciti.

John Turturro e Tim Blake Nelson (che diventerà Buster Scruggs sempre per i Coen) gli fanno da ottime spalle, teneri e comici nelle giuste proporzioni. Come viene detto all’inizio del film, Fratello, Dove sei? si ispira liberamente all’Odissea: infatti i fratelli Coen non avevano mai letto il poema di Omero (pare che sul set Tim Blake Nelson fosse l’unico ad averlo fatto) ma hanno comunque fatto un ottimo lavoro nell’amalgamare le epiche gesta dell’eroe greco Ulisse con la descrizione del profondo Sud degli Stati Uniti e di tutti i suoi elementi caratteristici (compreso il Ku Klux Klan). Il tono beffardo e ironico scelto dai registi e sceneggiatori Joel e Ethan Coen crea una commistione perfetta e senza stonature di archetipi, immagini, personaggi e musica tra due mondi, il Mississippi e l’antica Grecia dei poemi epici, che più distanti non potrebbero sembrare. I riferimenti diretti all’Odissea sono moltissimi e chi ha avuto la gioia di leggere il poema di Omero (o, come nel mio caso, di farselo narrare più volte dall’instancabile Papà Verdurin) si divertirà molto a riconoscere tutti i personaggi e le situazioni che vi fanno riferimento.

I più evidenti sono le sirene ammaliatrici, che con la loro voce e le loro grazie seducono senza alcuno sforzo i nostri eroi (con il piccolo contributo di un bottiglione con sopra tre grosse X). Avviene inoltre una fusione tra le sirene e il personaggio della maga Circe, che nel poema trasformava gli uomini in maiali: qui invece le sirene, apparentemente, sono in grado di tramutare gli uomini in rospi. Il ciclope Polifemo, che ha il faccione molto meno amichevole del solito di John Goodman.

Omero stesso, nei panni di un vecchio cieco che conosce il futuro (e dunque un po’ Omero e un po’ Tiresia), compare proprio all’inizio della fuga. Questi i rimando più semplici da individuare, ma ad un’analisi più attenta ce ne sono molti altri. L’avventura di Ulisse è narrata da lui stesso in flashback: il poema infatti descrive l’approdo del re di Itaca, solo e stremato, nell’isola dei Feaci, dove il re Alcinoo lo accoglie e lo invita a narrare la sua storia. Parallelamente le avventure dei nostri galeotti iniziano da una sperduta stazione radio in cui vengono invitati, contro ogni logica, ad incidere alcune canzoni popolari, che, come scopriremo solo più avanti nella visione, descrivono perfettamente la situazione di Everett, Man of Constant Sorrow perché separato dalla moglie cui si riferisce anche You are my Sunshine. Anche se le voci non sono quelle degli attori (che hanno cantato in playback) la colonna sonora di questo film è davvero azzeccata, bella e divertente, e accompagna benissimo le scene più rocambolesche e quelle più bizzarre con i toni scanzonati del country, a partire dalla sigla di apertura Big Rock Candy Mountain. Un’altro prelievo dall’Odissea, secondo me molto divertente, riguarda i due aspiranti governatori del Mississippi impegnati nella campagna elettorale, Homer Stokes (Wayne Duvall) e Pappy O’Daniel (Charles Durning). Spesso i nostri tre fuggitivi si ritrovano senza volerlo invischiati nella lotta tra i due politicanti, che cercano, a seconda delle circostanze, di ucciderli o di farseli amici. Mi è venuto da pensare che i Fratelli Coen volessero qui raffigurare Scilla e Cariddi, i due enormi mostri marini che Ulisse si trova a fronteggiare con il suo equipaggio: entrambi gli uomini sono di stazza imponente infatti, e Pappy non si muove senza i suoi tre tirapiedi, che per la loro attitudine sottomessa e servile sono quasi un tutt’uno con lui, proprio come il mostro Scilla aveva molte teste. Così come Ulisse supera i mostri passando esattamente nel mezzo tra i due, così i nostri sopravvivono sfuggendo al confronto diretto con ciascuno dei due e con le forze dell’ordine (che danno loro la caccia con grande ostinazione) in generale.

Anche il finale del film rimane aderente a quello di Omero: quando Everett finalmente raggiunge la moglie la trova in procinto di sposarsi con un altro uomo, dopo aver raccontato alle loro sei figlie che il padre è morto. Anche Ulisse, quando dopo dieci anni riusciva a tornare ad Itaca, trovava la moglie insidiata dai Proci (i suoi chiassosi e smargiassi pretendenti); Penelope però aveva sempre sperato nel ritorno del marito e ne aveva tenuto vivo il ricordo nel figlio Telemaco. Un’ultima osservazione, forse arbitraria, ma che ho trovato molto divertente: nelle sue avventure Ulisse  sempre aiutato e protetto da Atena, la dea della sapienza: la dea gli infonde arguzia e sagacia quando serve, ma ne altera anche l’aspetto fisico al bisogno (ade sempio lo rende più attraente agli occhi di Nausicaa, la figlia del re Alcinoo, al fine di assicurargli ospitalità e protezione alla corte dei Feaci). Sembrerà assurdo, ma nel film la stessa funzione è svolta… dalla brillantina per capelli! Everett è ossessionato dalla sua capigliatura, tanto da dormire con una retina per proteggere i capelli anche quando si trova in una stalla. Il nostro eroe sembra addirittura perdere le proprie facoltà intellettive quando esaurisce la brillantina e non è disposto a scendere a compromessi: non va bene una marca qualsiasi perché lui è “un uomo Dapper Dan”. Sia come sia, ho trovato esilarante vedere George Clooney così impegnato a pettinarsi e impomatarsi i capelli lungo i fossi o in mezzo al bosco, con gli abiti da galeotto e la faccia sporca di terra. Credo che pochi altri attori sarebbero potuti risultare così affascinanti, disinvolti e divertenti nel ruolo di questo Ulisse moderno. Consiglio senza remore la visione di questo film a tutti coloro che amano ritrovare gli antichi miti nel mondo moderno, a chi ama le commedie, lo humor peculiare dei fratelli Coen e George Clooney, le avventure e la buona musica, le mucche e la brillantina.

Voto: 4 Muffin

Predestination

Anno: 2014

Regia: The Spierig Brothers

Interpreti: Ethan Hawke, Sarah Snook, Noah Taylor

Dove trovarlo: Amazon Prime

Tratto dal racconto di Robert A. Heinlein Tutti voi zombie del 1959, Predestination si apre con una scena di caccia ad un attentatore che si conclude tragicamente per l’inseguitore, il quale rimane gravemente ferito e ustionato. Con uno stacco ci ritroviamo molti anni dopo in un bar. Il nuovo barista inizia con un avventore una normale conversazione di cortesia tra sconosciuti ma insiste poi per farsi raccontare tutta la sua storia. Il cliente lo avverte: si tratta di una storia davvero scioccante, che lo lascerà senza parole. il barista non si lascia dissuadere e così inizia un lungo e incredibile racconto…  

Non rivelerò altri dettagli della trama non tanto per l’accortezza deontologica verso gli spoiler, quanto perché se la raccontassi nessuno crederebbe mai che questa possa essere davvero la trama di un film. Non so come la storia si sviluppasse nel racconto da cui è tratto (il cui titolo tra l’altro viene citato scevro di contesto nel film generando un ulteriore senso di confusione nello spettatore), ma per quanto riguarda il film ci troviamo di fronte ad una malsana dimostrazione di cattivo gusto mascherata da curiosità per le ipotesi scientifiche più azzardate. Mi sono venuti in mente i protagonisti di The Big Bang Theory, che nel loro salotto avrebbero potuto facilmente sbizzarrirsi in ipotesi sui paradossi dei viaggi nel tempo, e questa diciamo che è la parte interessante, quella teoretica sul “cosa accadrebbe se si potesse viaggiare nel tempo e cambiare il passato?”. Tutto il resto non è che un guazzabuglio di aberrazioni etiche e psicologiche che al termine della visione lasciano un senso di disgusto difficile da dimenticare. Dunque, volendo trovare un pregio a questo film, è quello di non essere facilmente dimenticabile. I due protagonisti, che sono anche gli unici personaggi su cui si regge la trama, interpretati da Ethan Hawke e Sarah Snook, sono talmente assurdi, irreali e psicologicamente contorti che non saprei nemmeno giudicare la performance degli attori. Si salva il comprimario Mr. Robertson (Noah Talor), anche se le sue motivazioni restano imperscrutabili. In conclusione, se amate le elucubrazioni sui viaggi nel tempo e non temete la conseguenze più nefande che esse possono avere, potete tentare di guardare Predestination. Ma non dite che non eravate stati avvertiti!

Voto: 1 Muffin Ipocalorico

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Anno: 2013

Regia: Giuseppe Tornatore

Interpreti: Geoffrey Rush, Sylvia Hoeks, Jim Sturgess, Donald Sutherland

Dove trovarlo: Amazon Prime (con abbonamento Premium)

Virgil Oldman (Geoffrey Rush) è uno dei più quotati battitori d’asta ed esperti d’arte del mondo. La sua vita è ordinata, solitaria e scandita da rituali sempre uguali; Virgil vive nel lusso più elegante, che può permettersi anche grazie alle truffe che organizza con il suo vecchio amico, il pittore specializzato in falsificazione Billy Whistler (Donald Sutherland). La vita di Virgil viene però stravolta da una donna misteriosa, l’ereditiera Claire (Sylvia Hoeks), che lo incarica di esaminare e valutare il suo ingente patrimonio. Virgil si innamora di Claire pur non avendola mai vista: la donna infatti rifiuta di uscire dalla sua stanza e di incontrare altre persone, spaventata da tutto e da tutti a causa di una serie di disturbi psicologici. A poco a poco però, anche grazie ai consigli del giovane Robert (Jim Sturgess), Virgil sembra riuscire a vincere i timori e la ritrosia di Claire…

Giuseppe Tornatore, già regista di capolavori come Nuovo Cinema Paradiso e La Leggenda del Pianista sull’Oceano, dirige uno splendido cast internazionale in un film peculiare, formalmente curatissimo e dagli sviluppi imprevedibili. Geoffrey Rush si cala con disinvoltura nei panni dello sgradevole Virgil, egocentrico e misantropo, rappresentandone in modo convincente la grande arroganza e tutte le piccole caratteristiche manie (l’ossessione per i guanti, la tinta dei capelli e la sua esplicativa collezione privata di ritratti femminili che sottolinea le sue difficoltà nei rapporti con il sesso opposto). Tornatore, qui anche sceneggiatore, realizza una serie di inquadrature che sembrano proprio quadri, a sottolineare il fatto che la vita del protagonista è vissuta in modo asettico e anaffettivo come se fosse fittizia, anche nei rapporti con gli altri, sempre superficiali e guidati dalla sua pretesa di superiorità (lo capiamo bene quando esterna la mancata stima per il talento artistico dell’amico di sempre Billy, o quando dimostra di non conoscere nulla della vita privata dei suoi collaboratori). Le interpretazioni sono tutte di ottimo livello e le scelte di cast tutte felici per creare un insieme eterogeneo e funzionale di personaggi tutti ben definiti ma non completamente leggibili, il che crea una bellissima atmosfera “gialla” senza però mai introdurre le forzature tipiche del genere. Per prima cosa lo spettatore rimane incantato dalla bellezza formale delle immagini, ma proseguendo si rende conto che qualcosa non torna, che qualcuno sta manovrando nell’ombra e raccontando deliberate menzogne: ma capire chi è e quale sia il suo scopo non è semplice, e il finale sorprende a sufficienza ribaltando la prospettiva e risultando allo stesso tempo perfettamente coerente, quasi inevitabile. Ancora una volta Tornatore collabora con il maestro Ennio Morricone, la cui colonna sonora sposa felicemente l’eleganza del protagonista e delle immagini. Il regista non rinuncia anche a una lezione morale che viene impartita con precisione (l’inquadratura finale con gli orologi) ma senza pesantezza, lasciando lo spettatore pienamente soddisfatto. Un film che mi è piaciuto molto e che consiglio vivamente per come arricchisce il patrimonio cinematografico italiano contemporaneo di un elemento ragguardevole e che non sfigura affatto nel confronto con le grandi produzioni internazionali.

Voto: 4 Muffin

Hello, Dolly!

Anno: 1969

Regia: Gene Kelly

Interpreti: Barbra Streisand, Walter Matthau, Louis Armstrong

Dove trovarlo: Disney Plus

L’elegante e disinvolta Dolly Levi (Barbra Streisand) ha deciso di non desiderare forti emozioni nella sua vita e si dedica pertanto a manovrare le vite altrui, organizzando affari e matrimoni tra i suoi innumerevoli conoscenti. Quando però Dolly decide di rimettersi in gioco in prima persona la sua scelta cade sul celibe burbero e spilorcio Horace Vandergelder (Walther Matthau), tentando con mille manovre di portarlo all’altare. Riuscirà nell’impresa?

Gene Kelly, attore protagonista ma anche co-regista del capolavoro Cantando sotto la Pioggia, porta sul grande schermo il musical Hello, Dolly! del 1964: sebbene la critica non lo apprezzi, il film vince ben tre Oscar l’anno successivo (migliore scenografia, sonoro e colonna sonora) e diventa un classico per gli amanti del musical e dell’attrice Barbra Streisand. Nel ruolo di Dolly Levi si sono avvicendate sul palcoscenico le attrici più celebri e talentuose (Ginger Rogers, Madeline Kahn, Bette Midler, Imelda Staunton e la nostra Loretta Goggi, tra le altre): il personaggio di Dolly è infatti molto affascinante, non solo per le diverse canzoni che interpreta ma anche per i molti eccentrici costumi che sfoggia e per la miscela di simpatia, arguzia e dolcezza che la contraddistingue e la fa entrare nel cuore dello spettatore. Barbra Streisand è perfettamente a suo agio tra piume e corsetti, elegante e sicura di sé mentre manovra i fili delle vite altrui ma anche quando decide di aprirsi in prima persona ai rischi e ai brividi della ricerca dell’amore. A tenerle testa troviamo, nei panni del misantropo Horace Vandergelder, il mitico Walter Matthau, che qui si cimenta anche nel canto e in alcuni (pochi) passi di danza. La trama, minimale, non è che il pretesto per le divertentissime esibizioni di questi due meravigliosi protagonisti e di una serie di simpaticissimi comprimari, fino alla magistrale scena madre nel ristorante di lusso (così chic che è possibile scegliere non solo il pesce dell’acquario che si desidera mangiare ma anche l’anatra selvatica, che il cameriere provvederà immediatamente ad abbattere con la carabina). Disney Plus, ora arricchito dal catalogo Stars, offre agli appassionati del musical la possibilità di gustare questo film rinfrescante, appagante e divertente, con due protagonisti bravissimi e tante deliziose canzoni (per chi non ama il genere alcune parti potrebbero risultare noiose ma consiglio comunque di tenere duro fino alla scena finale). Non c’è da meravigliarsi se nel capolavoro Pixar Wall-E il robottino protagonista è così affascinato da questo film, prezioso cimelio della sua collezione di paccottiglia terrestre, che per lui è unica rappresentazione visiva conosciuta dell’amore. Consiglio questo film a chi ama i musical classici, la vecchia Hollywood, i costumi sgargianti, le commedie romantiche, l’amore genuino, maldestro e canterino, le grandi dive e i grandi comici, le risate a tempo di musica.

Voto: 4 Muffin