Mel Brooks – All About Me

Nel 2020, durante il surreale periodo del lockdown, tutti noi ci siamo dovuti ingegnare per passare il tempo senza poter uscire di casa né vedere parenti e amici. Molti si sono dati alla cucina, qualcuno al bricolage o al giardinaggio, altri ancora al binge watching di serie tv, qualcuno ha dovuto inventare ogni giorno un passatempo nuovo per i bambini…

Qualcuno invece, ben consigliato dal figlio Max, ha deciso di scrivere un’autobiografia: Mel Brooks.

Il mio film preferito di Mel Brooks: Silent Movie

Il regista americano, che ci ha regalato inarrivabili capolavori della risata come Frankenstein Junior, Mezzogiorno e Mezzo di Fuoco, e il mio preferito L’Ultima Follia di Mel Brooks, ha sfruttato al meglio l’occasione per riversare su carta i suoi ricordi e raccontarci la sua vita e la sua lunghissima carriera nel mondo dello spettacolo.

Il sorriso che spontaneamente sorge quando si pensa a uno qualunque dei suoi film si trasforma in risata già leggendo il titolo che Brooks ha scelto per la sua autobiografia: All About Me – My Remarkable Life in Show Business (Tutto su di me – La mia ragguardevole vita nel mondo dello spettacolo).

Questo libro ha un gran numero di pregi. Numero uno, è ponderoso. E nonostante questo, una volta arrivati all’ultima pagina non si è ancora pronti per chiuderlo: per favore Mel, un altro aneddoto, un altro nome illustre, un’altra risata… Di Mel Brooks non si è mai sazi!

Il secondo pregio è la metodicità con cui è stato impostato: iniziando naturalmente dalla nascita di Melvin James Kaminsky, il 28 giugno 1926, e dall’infanzia trascorsa con la madre e i fratelli a New York. Tutto è esposto in ordine cronologico, con tutte le date, i nomi e i riferimenti: non male per un signore di 97 anni! 

Un’altra caratteristica che rende il libro una vera chicca per tutti i cinefili è il gran numero di personaggi noti del cinema con cui Mel Brooks ha avuto occasione di collaborare: dai fedelissimi come Gene Wilder, Marty Feldman, Madeline Kahn, alle grandi amicizie come Alan Ladd Jr, Woody Allen, Ezio Greggio, fino alle star di primissimo ordine che con lui hanno lavorato come Orson Welles, Alfred Hitchcock, Liza Minnelli, Paul Newman…

Mel Brooks a pranzo con Alfred Hitchcock

Ma il merito più grande di questo libro secondo me è questo: in tutto il libro, Mel non ha mai una parola cattiva, un giudizio negativo, un accenno di risentimento verso nessuno. Anche i momenti più problematici come le difficoltà economiche della famiglia, il servizio militare, l’esacerbante gavetta come autore di programmi televisivi, ci vengono raccontati con tono sereno, tra ricordi affettuosi di tutti quelli che gli erano accanto e risate condivise con loro. Tutta la vita di Mel Brooks, leggiamo, è stata un’intensa, felice e gioiosa gita verso il successo e la felicità, sul lavoro, nell’arte e nel privato.

Padre di cinque figli, sposato, in seconde nozze, con la meravigliosa attrice Anne Bancroft (la donna matura che seduce il giovane Dustin Hoffman in Il Laureato), Mel si innamora fin da piccolo del teatro e inizia a sognare Broadway. Diventerà presto autore di testi per la stand up comedy, per poi passare alla stesura di copioni per spettacoli, musiche comprese; diventerà poi sceneggiatore, regista e attore. Mel Brooks è uno dei pochissimi appartenenti al mondo dello spettacolo a poter vantare nel suo curriculum un EGOT – acronimo con cui si indicano i 4 premi più importanti del settore: Emmy, Grammy, Oscar e Tony, tutti quanti vinti da Mel nel corso della sua brillante carriera. Ancora oggi Mel non mostra di volersi fermare, continuando a ricoprire il ruolo di doppiatore, attore e produttore, ed essere ricoperto di premi e onorificenze varie (tra cui la National Medal of Arts conferitagli dall’allora Presidente Barack Obama). Mel è riuscito perfino a riportare in vita (“SI PUO’ FARE!”) un progetto che sembrava ormai dimenticato: La Pazza Storia del Mondo Parte 2, seguito annunciato (in originale infatti il titolo del film diretto da Mel Brooks nel 1981 era History of the World Part I) che è diventato una serie tv andata in onda pochi mesi fa.

“Mi serve una casa più grande!”

All About Me riesce a raccontare tutto questo, e molto di più, senza essere noioso nemmeno per una riga. Le vicende produttive di ciascun film, la vita sul set, i rapporti con cast e troupe, gli escamotage per non farsi mettere i bastoni tra le ruote dai produttori: ce n’è per tutti i gusti! 

Gli aneddoti poi, che spesso coinvolgono celebrità del mondo dello spettacolo, sono il piatto forte. 

Il giovanissimo Dustin Hoffman che non può recitare nel ruolo di Franz Liebkind in Per favore non toccate le vecchiette perché deve girare Il Laureato con… Anne Bancroft, la moglie di Brooks!

La gamba della moglie di Mel Brooks

Mel Brooks che va a casa di James Caan per convincerlo a partecipare a Silent Movie e ne esce con una firma sul contratto… e un cagnolino, Pongo, che resterà con lui per ben 15 anni!

James Caan che si pente di aver dato quel cucciolo a Brooks…

Gene Wilder che, al termine delle riprese di Frankenstein Junior, continua ad insistere per rigirare alcune scene, fino ad ammettere di non voler andare a casa perché quello sul set di Mel Brooks è il periodo più felice della sua vita.

(da sinistra) Mel Brooks, Peter Boyle, Marty Feldman, Gene Wilder e Teri Garr

Potrei continuare ad elogiare questa meravigliosa autobiografia per ore (non ho nemmeno parlato della prefazione, una delle cose più divertenti che io abbia mai letto!), ma mi fermo qui insistendo perchè chiunque abbia visto e amato anche un solo film in vita sua (non necessariamente di Mel Brooks, intendo un film qualunque!), e a maggior ragione chi da sempre ama e segue Mel, non esiti un istante di più e corra a procurarsi una copia di All About Me (ricordate che mancano solo 91 giorni a Natale!)

Ecco l’idea regalo perfetta per Natale!

MISERY

Ognuno ha un modo diverso di trascorrere il tempo sotto l’ombrellone in estate: qualcuno ama dormicchiare, qualcuno si dedica alle parole crociate o ai sudoku, qualcuno passa tutto il tempo a parlare a voce altissima al cellulare infastidendo tutti quelli che gli stanno intorno, molti si dedicano a letture leggere, come i “romantichelli” o i “gialletti”. 

Io? Io leggo Stephen King.

Ho già raccontato in passato del mio complicato rapporto con lo scrittore americano, ma, che sia di amore o di odio, non è una relazione che sono in grado di troncare. Così, quando si è trattato di decidere cosa leggere in vacanza, la scelta è caduta su un romanzo scritto da Stephen King nel 1987: Misery.

La traduzione italiana del titolo, Misery non deve morire, non si può dire sbagliata, però porta via al titolo la sua deliziosa ambivalenza semantica. Misery infatti non è solo il nome di un personaggio di finzione nella finzione (come vedremo), ma in inglese significa “miseria, disperazione, infelicità”, e descrive perfettamente la situazione in cui si vengono a trovare i due protagonisti.

Appena 3 anni dopo l’uscita del romanzo, nel 1990, Misery era già diventato un film interpretato da attori eccezionali (Kathy Bates, James Caan e Lauren Bacall) e diretto da Rob Reiner, il regista di classici come Harry ti presento Sally, La Storia Fantastica, Stand by Me

Avevo visto il film molti anni fa e l’avevo trovato magnifico, quindi ero molto curiosa di leggere il romanzo da cui era stato tratto. E poi naturalmente di rivedere il film, per giudicarlo partendo da una nuova prospettiva.

Alla domanda, che forse ha poco senso fare ma che poi tutti fanno, “Ma è meglio il libro o il film?”, rispondo senza alcuna esitazione: “E’ molto meglio il film”.

Questa affermazione ovviamente va motivata, ma vorrei comunque iniziare con una breve sinossi della trama, che è la stessa per il libro e per il film.

Lo scrittore americano Paul Sheldon ha raggiunto fama e ricchezza grazie ad una serie di romanzi d’amore che hanno come protagonista la bella e disinibita Misery Chastain, ma non ha abbandonato il desiderio di scrivere qualcosa di più serio e importante. Decide quindi, nel suo ultimo romanzo, di far morire il personaggio di Misery, per potersi finalmente dedicare ad altro. Mentre l’ultima avventura di Misery viene data alle stampe, Paul intanto scrive la sua opera impegnata. Ma, proprio mentre è in viaggio per portare il manoscritto appena terminato al suo editore, lo sorprende una tempesta di neve e la sua auto finisce fuori strada, capovolta. Ma qualcuno ha assistito all’incidente, salva Paul e lo porta a casa sua, al riparo dalla tormenta, per prestargli le prime cure. Si tratta di Annie Wilkes, che subito lo scrittore riconosce come “la sua fan numero uno”. Annie è un’infermiera che vive sola in una casa isolata tra i boschi del Maine, e si ritiene molto fortunata per aver potuto prestare aiuto al suo idolo. Mentre Paul è bloccato a letto a causa delle ferite riportate nell’incidente quasi mortale, nelle librerie esce Il Figlio di Misery, e Annie corre immediatamente ad acquistarlo. Ma quando scopre che, nel finale, il personaggio di Misery muore, il suo atteggiamento verso il suo ospite convalescente cambierà radicalmente…

Non è difficile vedere come Paul Sheldon sia un alter ego dello stesso Stephen King, come lui stesso spiega nel suo saggio sulla scrittura On Writing, e come la sua crescente dipendenza dai farmaci antidolorifici, somministrati con zelo dalla solerte Annie, ricalchi la dipendenza da farmaci che ha attanagliato King per molto tempo. King, sempre in On Writing, confessa di aver scritto Misery come un grido di aiuto per la sua dipendenza da eroina (da qui l’equazione Annie Wilkes = eroina, che Paul odia ma da cui è dipendente). Si può dire quindi che Misery sia uno dei suoi libri più sentiti e personali (la macchina da scrivere che Annie procura per Paul, la Royal, è la stessa che la madre regala al piccolo Stephen King per il suo undicesimo compleanno). King nel suo saggio spiega però che tutti i suoi personaggi rappresentano una parte di lui stesso, pur essendo alcuni più affini, come Paul Sheldon, e altri più alieni, come Annie Wilkes (questi ultimi però però, svela King, sono i più divertenti da sviluppare – essere per un po’ Annie Wilkes è stata “una gita a Disneyland”). Anche Jack Torrance (interpretato nel film da Jack Nicholson), il protagonista di Shining, è come Paul Sheldon uno scrittore che, nel libro, è dipendente dai farmaci.

A proposito di Shining, che King aveva scritto nel 1977, nel libro Misery ad un certo punto Annie spiega come alcuni giornalisti, di tanto in tanto, si avventurino da quelle parti spinti dalla curiosità verso l’Overlook Hotel… che è l’albergo in cui è ambientato Shining! Questo rimando da un libro all’altro per un attimo mi ha fatto pensare alla possibilità di un “King-verso” in cui tutti i mostri e le creature spaventose dei suoi libri e racconti si trovino a convivere: i fantasmi dell’Overlook Hotel, il San Bernardo crudele Cujo, il clown assassino di IT, l’indemoniata Carrie… e naturalmente Annie Wilkes.

L’idea per la trama di Misery è venuta a King in sogno, mentre si trovava su un aereo diretto a Londra: il suo sogno conteneva tutti gli elementi principali della storia, compreso il maiale con il nome dell’eroina dei libri e uno scrittore che “potrei essere stato io, ma di sicuro non era James Caan” puntualizza King. Al suo risveglio scribacchia i dettagli del suo sogno su un tovagliolino di carta, e non appena giunto in hotel a Londra chiede subito se ci sia un posto quieto dove può mettersi a scrivere. Il solerte consierge lo accompagna in uno studio con una grande scrivania di legno. “Qui” spiega orgoglioso il consierge “ha scritto anche Rudyard Kipling“. “Davvero?” domanda distrattamente King, impaziente di mettersi al lavoro. “Sì, Kipling è morto proprio a questa scrivania. Ha avuto un infarto.” E con questa rivelazione King viene lasciato solo nello studio, dove inizia a prendere forma Misery.

Per fortuna, mentre scrive il libro King abbandona l’idea iniziale che l’infermiera Annie voglia il nuovo libro su Misery stampato sulla pelle della suo maialina omonima. Ma il cambiamento di rotta non impedisce a King, che scrive sempre sotto l’effetto di alcol e droghe, di divertirsi moltissimo (parole sue).

Il film è molto fedele al libro nella trama, nella descrizione dei personaggi, nelle situazioni, nell’atmosfera e nei dialoghi, molti dei quali sono identici parola per parola. Ovviamente il film rispetto al libro deve anche sforbiciare molte cose, ma nel caso di King, questo non è mai un male. Mi spiego: a dispetto del suo mantra “Show, don’t tell” enunciato molte volte in On Writing, King tende invece a spiegare troppo e troppo dettagliatamente e ad esagerare le situazioni (come accadeva anche per Shining). Tanti deliri allucinatori di Paul dovuti ai farmaci, tante situazioni ripetute, tante descrizioni di fenomeni fisiologici, risultano pleonastici ai fini sia della trama che dell’atmosfera. E i lunghi brani del nuovo romanzo su Misery scritto da Paul (su “gentile” richiesta di Annie), sebbene facciano apprezzare il talento di King per il genere “Harmony”, distolgono parecchio e spezzano il crescendo della tensione.

Perchè Misery, in entrambe le versioni, ha come suo punto di forza la costruzione della tensione, che arriva a livelli di puro terrore per il lettore e lo spettatore: questo è innegabile.

Se da una parte la sceneggiatura, inevitabilmente, deve togliere, dall’altra però aggiunge qualcosa, il che va a tutto vantaggio della scorrevolezza e del realismo. Nel libro sono assenti sia il personaggio dell’editore che quello dello sceriffo, che invece aiutano a mostrare come, al di fuori del piccolo mondo a sé che è casa Wilkes, le ricerche del famoso scrittore Paul Sheldon, misteriosamente scomparso durante una tempesta di neve, proseguano senza sosta: queste aggiunte, oltre a rendere più credibile la catena degli eventi, aiutano a portare al massimo la tensione verso il finale, quando Annie inizia a rendersi conto che prima o poi il suo sequestro verrà smascherato. Il film spiega anche alcuni dettagli che nel libro erano tralasciati, come ad esempio il fatto che Annie non abbia trovato per caso Paul durante la tempesta  ma lo stesse seguendo. Anzi, che lo spiasse sempre quando si rintanava nel suo hotel preferito per scrivere i suoi libri: un’informazione non da poco, per capire che tipo di persona dia Annie Wilkes, un personaggio su cui si potrebbero scrivere saggi di psicologia, di psichiatria e di letteratura.

E poi c’è il pinguino: è presente anche nel libro, ma nel film è causa di una delle scene più ansiogene e raccapriccianti. Vedere per credere…

La bravura immensa dei due attori protagonisti del film è fondamentale: se James Caan è perfetto, Kathy Bates è divina. La sua Annie Wilkes è tenera, infantile e dolce, in un primo momento, ma si trasforma gradualmente in un vero demonio, crudele e spaventoso e senza alcuna pietà, che nulla ha da invidiare agli altri mostri soprannaturali di King per ferocia, potenza e terrore che è in grado di suscitare.

Per concludere: Misery è sicuramente il libro che finora ho apprezzato di più di Stephen King; tuttavia, come Shining, non esce bene dal confronto con il film, anche se, proprio come Shining, ha saputo creare un’atmosfera, un’ambientazione e dei personaggi memorabili, che altro non chiedevano se non di diventare un film. E questo, innegabilmente, è un grande merito.

Se qualcuno, dopo la visione di Misery, dice di non essersi voltato nemmeno una volta a guardare se, nascosta nel buio, c’era l’infermiera Wilkes con un coltello… beh, sta mentendo.

Lo Strano Caso della Crasi di John Krasinski

Lo Strano Caso della Crasi di John Krasinski

L’offerta di film, serie e programmi tv in streaming è aumentata a dismisura in questi ultimi anni, questo lo sanno tutti. E’ anche vero però che non è possibile essere abbonati contemporaneamente a tutti i servizi, diventerebbe molto costoso, e inoltre, come tutti i cinefili purtroppo sanno, il tempo da poter passare davanti alla tv non è infinito… Quindi in casa mia ( e sicuramente non siamo i soli)abbiamo adottato la politica degli abbonamenti “a salti”: un mese questa piattaforma, un mese quest’altra e così via.

Il mese scorso era il turno di Prime Video. Con mia grande gioia, così ho potuto infatti proseguire la visione della serie The Office, che continuo a trovare esilarante (puntata più e puntata meno) ancora alla nona stagione. Ovviamente guardare The Office implica, oltre a un’overdose di risate e di Steve Carell, anche un abbondante contorno di John Krasinski, che nella sit-com interpreta Jim, uno dei personaggi principali: non certo il più simpatico (anzi, spesso penso che se avessi un collega come lui nella realtà lo vorrei prendere a pugni tutti i giorni) ma di sicuro quello che crea gli scherzi e i raggiri più divertenti, di solito ai danni del collega e arcinemico Dwight.

Fatalità ha poi voluto che, proprio in agosto, sia uscita su Prime Video la quarta (e ultima) stagione della serie spy-action Jack Ryan, che racconta le avventure dell’analista della CIA divenuto agente sul campo creato da Tom Clancy e interpretato, guarda caso, dal nostro altissimo e inflazionatissimo John Krasinski.

Non che io abbia qualcosa contro di lui, anzi, ho avuto modo di apprezzarlo molto come regista per A Quiet Place (mi riferisco al primo, ritengo invece che il seguito fosse pleonastico e meno originale e coinvolgente), ma in questo periodo ho spesso avuto l’impressione di vederlo ovunque. Quando me lo sono ritrovato davanti inaspettatamente anche nel Multiverso della Follia del Doctor Strange ho seriamente pensato per un attimo a un’allucinazione. Poi ho capito che, se sei fantastico, non ci puoi proprio fare niente…

Ho guardato (a tratti dormicchiando, a tratti proprio russando mi dicono) tutte le 4 stagioni di Jack Ryan. Fin dall’inizio l’ho trovato noioso, privo di umorismo (cosa che una bondiana come me non può tollerare in un film di spie), con trame complicate e poco interessanti e personaggi del tutto privi di spessore. Ciononostante, tra un sonnellino e l’altro, sono arrivata in fondo (salvo ovviamente futuri sequel/prequel/spin-off/reboot).

Che cosa poteva accadere però dopo questa krasinskica abbuffata?

Semplice: una notte ho sognato John Krasinski.

Nel sogno io mi trovavo in ufficio (!) con tutti i miei colleghi. A un certo punto uscivamo tutti sul terrazzo per osservare un fenomeno meteorologico stranissimo: il cielo era pieno di nuvole dalle forme più strane, che si muovevano a bassissima quota a grande velocità in tutte le direzioni e, quando incontravano un edificio, un albero, oppure si scontravano tra di loro, si dissolvevano schizzando milioni di goccioline d’acqua tutt’intorno.

Noi eravamo tutti ammaliati e divertiti da quello spettacolo, galvanizzati a guardare le nuvole che si rincorrevano ed entusiasti degli schizzi freschi che spesso ci colpivano.

Ma qualcuno non era altrettanto entusiasta.

In un angolo, Jack Ryan (nel sogno un nostro collega) osservava tutto con espressione indifferente e le mani in tasca. Poi, d’un tratto, decideva di uccidere la nostra gioia infantile con una lunga, monotona, prolissa e dettagliata spiegazione scientifica del fenomeno.

“Non c’è nulla di insolito. Si tratta di cumulonembi i quali, in seguito alla differenza di pressione e alla divergenza delle masse…” bla bla bla. Fine della magia.

Non ho faticato, al risveglio, a capire di aver realizzato nel mio subconscio una fusione (crasi) tra i due personaggi di Krasinski che mi avevano tenuto compagnia per tante ore: Jim Halpert, il collega d’ufficio, e Jack Ryan, l’analista che snocciola dati e teorie socio-politiche senza mai cambiare espressione o tono di voce per un attimo.

Ma la bellezza del cinema (e delle serie tv) è anche questa: a volte, anche dalle cose che sembrano più banali, noiose e insignificanti, può scaturire qualcosa di buffo e bizzarro, come questo strambo sogno.

The Twelve Lives of Alfred Hitchcock

The Twelve Lives of Alfred Hitchcock

Si potrebbe pensare che ormai sull’indiscusso Maestro del Brivido Alfred Hitchcock sia già stato mostrato, detto e scritto tutto, e che l’intervista di Francois Truffaut Il Cinema secondo Hitchcock dove sono raccolte le parole dello stesso Hitchcock intervistato da un collega cineasta, abbia segnato il punto di arrivo della saggistica sull’argomento “Hitch”.

Invece, con mia grande sorpresa e mio ancor più grande diletto, mi sono imbattuta nel saggio The Twelve Lives of Alfred Hitchcock scritto nel 2021 dall’inglese Edward White e pubblicato in Italia da Il Saggiatore.

Le Dodici Vite di Alfred Hitchcock non è una biografia, né un’intervista, né una raccolta di recensioni o di analisi delle molte opere del celebre regista.

White sceglie invece di affrontare il monumentale argomento “Hitch” attraverso 12 tematiche che, in maniera trasversale, aiutano a comprendere meglio il regista, l’uomo, il personaggio, l’artista.

  1. The Boy who couldn’t grow up

Per iniziare dall’inizio, White parla dell’infanzia di Hitchcock, degli episodi che ne hanno segnato da subito l’immaginario e il subconscio (come la celebre notte passata in cella per volere del padre dopo una marachella) e dei primi segnali di difficoltà nell’accettare se stesso e nell’inserirsi in gruppi di individui;

  1. The Murderer

Perchè l’omicidio è al centro della maggior parte dei film di Hitchcock? Il femminicidio, soprattutto, sembra essere di enorme interesse per lui fin da subito. E perché il pubblico condivide con tanto entusiasmo questo interesse?

  1. The Auteur

Hitchcock non si può categorizzare in un movimento artistico o intellettuale preciso; anzi, Hitchcock di fatto “è” un movimento artistico, tanto che il suo nome è diventato un aggettivo usatissimo dalla critica cinematografica: “hitchcockiano”.

  1. The Womanizer

La cosa più complessa e controversa della vita privata e artistica di Hitchcock è senza dubbio il suo rapporto con le donne. Legatissimo e quasi dipendente dalla moglie da un lato, soggetto a infatuazioni per le sue attrici dall’altro, uccisore di donne sullo schermo.

  1. The Fat Man

Fin dall’infanzia e per tutta la vita Hitchcock vive un rapporto ambivalente con il suo corpo: se da una parte non si accetta e si sottopone a continue diete dimagranti, dall’altra usa la sua fisicità per esibirsi come comico per parenti e amici e per costruire il suo stesso personaggio, la cui silhouette rotonda è riconoscibilissima da chiunque ancora oggi.

  1. The Dandy

Come nei suoi film l’aspetto di oggetti, luoghi e personaggi è fondamentale, così nella vita la cura di se stesso riflette la sua dedizione al lavoro e la sua volontà di apparire autoritario e dimesso al tempo stesso.

  1. The Family Man

Nella vita di Hitchcock ci sono numerosissime donne, ma due di queste si trovano a un livello superiore rispetto a tutte le altre: la moglie, amica, collega e compagna di una vita Alma e la figlia Pat.

  1. The Voyeur

Che cos’è il cinema se non un atto di voyerismo? Lo spettatore non è forse un “guardone” che spia di nascosto le vite dei personaggi? E se in un film è il protagonista stesso a essere un guardone, parliamo dunque di cinema al quadrato?

  1. The Entertainer

Tanto serio, posato e silenzioso era Hitchcock sul set, quanto era l’anima della festa in privato: amava esibirsi per amici e parenti in gag, scenette e numeri di ogni genere. Se al cinema il suo istrionismo si limita ai suoi celebri camei, in tv Hitchcock si è offerto molto generosamente agli spettatori come intrattenitore talentuoso.

  1. The Pioneer

Non solo dal punto di vista della tecnica di regia, studiata ancora oggi nelle scuole di cinema e presa ad esempio dai cineasti contemporanei, ma anche nel campo del marketing e della pubblicità Hitchcock ha anticipato di molti decenni le campagne social che promuovono i film di oggi.

  1. The Londoner

Hitchcock ha trovato il grande successo (anche economico) negli Stati Uniti, ma non per questo ha dimenticato la sua cara Inghilterra, anzi di fatto l’ha portata con sé oltreoceano, continuando a inserirla nei suoi film e vivendo fino alla fine come un cittadino di Sua Maestà.

  1. The Man of God

La religione è un argomento che Hitchcock non affrontava quasi mai direttamente nè sullo schermo né al di fuori di esso: a maggior ragione ci si domanda quale potesse essere il suo rapporto con la spiritualità, soprattutto verso la fine della sua vita.

Queste dodici affascinanti tematiche sono il punto di partenza per riflessioni coinvolgenti sull’uomo Hitchcock, sul regista Hitchcock, sui suoi film e sul suo pubblico. L’impianto analitico è solido e sempre sostenuto da numerosissime citazioni puntuali di amici, critici, giornalisti, attori, collaboratori e persone che, in interviste, appunti, diari o biografie offrono il proprio giudizio (e spesso si tratta di giudizi contrastanti da diverse fonti) su Hitchcock, nel bene e, a volte, nel male.

Consiglio The Twelve Lives of Alfred Hitchcock a tutti coloro che abbiano visto e amato anche solo un film del Maestro del Brivido, ma anche a chi li ha visti tutti e ha già letto tutto sull’argomento, perchè, per fortuna, su Hitchcock non si finisce mai di imparare!

Rosso, Bianco e Sangue Blu

Rosso, Bianco e Sangue Blu

Titolo originale: Red, White and Royal Blue

Anno: 2023

Regia: Matthew Lopez

Interpreti: Taylor Zakhar Perez, Nicholas Galitzine, Uma Thurman, Stephen Fry

Dove trovarlo: Prime Video

Alex (Taylor Zakhar Perez), il figlio della presidente degli Stati Uniti (Uma Thurman) e Henry (Nicholas Galitzine), fratello minore del futuro Re d’Inghilterra, non si sopportano: Alex trova il Principino troppo snob e perfettino, mentre Henry non ama l’eccessiva scioltezza e spontaneità di Alex. Dopo che un loro battibecco al matrimonio reale causa uno scandalo che mette addirittura a rischio i rapporti e gli accordi economici tra Stati Uniti e Inghilterra, i due ragazzi sono costretti, davanti alle telecamere, a fingersi grandi amici. Ma ben presto la funzione si trasforma in realtà, e anche in qualcosa di più…

Sinceramente: ho scelto di vedere questo film solamente perchè c’era Stephen Fry nel cast. Beh, si tratta di una vera e propria truffa, visto che il mio beniamino compare sì nei regali panni del Re d’Inghilterra, ma per appena una manciata di minuti alla fine del film. Fino a quel momento, Rosso, Bianco e Sangue Blu (il titolo, anche in originale, richiama i colori che accomunano la bandiera inglese e quella USA) non è altro che una commedia adolescenziale, come se ne sono viste a milioni (il nome di Greg Berlanti tra i produttori doveva accendermi una lampadina in effetti…), solo che questa volta gli innamorati scandalosi sono due principi azzurri. Seguendo la tendenza del momento, cioè quella di deformare la realtà per renderla più giusta e inclusiva (penso a Hamilton, Bridgerton, Hollywood…), il film è ambientato in un prossimo futuro in cui una donna (Uma Thurman, il cui talento nulla può contro l’ingenuità della sceneggiatura) sposata con un messicano può far carriera politica in Texas, e in cui il popolo inglese è ben felice di scendere in piazza per sostenere il coming out di un membro della famiglia reale. Tuttavia, se tutto quello che si desidera è una favola romantichella con lieto fine – e nulla più – allora Rosso, Bianco e Sangue Blu non tradisce le aspettative. 

Battuta migliore del film: “Boy, if anyone sees you leaving this hotel room I’m gonna brexit your head from your body!”

Voto: 2 Muffin (ma lasciate un po’ di posto per la torta!)

Gli spettatori travolti dalla melassa durante la visione del film

Le vacanze di Madame V

Angela Lansbury canta By the Sea nel musical Sweeney Todd

Finalmente è arrivato anche per Madame il momento di andare in vacanza!

Sono davvero contenta ma già so che mi mancheranno tutti i blogger che seguo abitualmente…

Cercherò comunque di mettere a frutto il tempo sotto l’ombrellone (tra un gioco aperitivo e l’altro) e al mio ritorno mi metterò in pari!

Intanto ho già un post pronto per lunedì prossimo per un rientro… regale!

Ciao a tutti, ci leggiamo tra una settimana!

Barbie before Barbie

The Covenant

Titolo originale: The Covenant

Anno: 2023

Regia: Guy Ritchie

Interpreti: Jake Gyllenhaal, Dar Salim

Dove trovarlo: Prime Video

2018, Afghanistan: il Sergente John Kinley (Jake Gyllenhaal) è a capo di una piccola squadra addetta alla ricerca di armi ed esplosivi collegati ai Talebani; sono operazioni delicate, rischiose e non debitamente supportate. Quando l’interpreto del team rimane ucciso viene scelto, per sostituirlo, un uomo del posto, Ahmed (Dar Salim), che si rivela da subito ottimo conoscitore del territorio e delle sue dinamiche ma anche incline alla disobbedienza, motivo per cui entra spesso in conflitto con il Sergente Kinley. Durante un raid in una fabbrica di esplosivi dei Talebani, vengono uccisi tutti gli altri membri della squadra, Kinley e Ahmed devono necessariamente collaborare per salvarsi la vita; quando il Sergente rimane gravemente ferito, Ahmed si incarica di portarlo in salvo, anche se questo comporta una lunga traversata del deserto con il ferito da trasportare e i Talebani alle calcagna.

Molti grandi registi, nella storia del cinema, sebbene resi celebri da un genere cinematografico particolare, hanno spesso dimostrato di poter realizzare dei capolavori anche al di fuori di essi: penso al maestro del brivido Alfred Hitchcock che gira la commedia nera esilarante La Congiura degli Innocenti (The Trouble with Harry è il ben più azzeccato titolo originale), o al genio della commedia Billy Wilder che crea un capolavoro drammatico come L’Asso nella Manica (Ace in the Hole). 

Poiché io amo moltissimo il regista Guy Ritchie per le sue famose commedie d’azione, adrenaliniche e spassose (Lock and Stock e The Man from U.N.C.L.E. i miei preferiti, ma non disdegno affatto la sua versione di Sherlock Holmes), mi sono approcciata con grandi aspettative al suo ultimo lavoro The Covenant, sapendo che si trattava di un film di guerra, molto lontano dalla sua comfort zone. E non sono assolutamente rimasta delusa, anzi, mi sono trovata a vedere un film stupendo, coinvolgente, ben fatto sotto ogni punto di vista, in cui sono presenti moltissimi stilemi tecnici tipici di Ritchie ma declinati con perizia nella sobrietà che il genere richiede.

Fin dalla scena di apertura, accompagnata da una delle mie canzoni preferite, A Horse with No Name, emergono tutte le grandi abilità tecniche del regista, che ci offre per tutto il tempo inquadratura bellissime (pregevolissima la fotografia di Ed Wild, collaboratore abituale del regista) e ci immerge fin da subito in un ambiente ben diverso dal deserto afgano cui il cinema di guerra ci ha abituati (richiamato anche dalla canzone degli America): un paesaggio variegato, pieno di colori e di sfumature incantevoli, che però nascondono terribili insidie e pericoli, come appare chiaro fin da subito.

Al momento della presentazione dei personaggi principali Ritchie utilizza, come suo solito, le didascalie con i loro nomi e soprannomi, come verrà fatto altre volte nel corso del film per spiegare allo spettatore cosa indichino alcuni acronimi o termini del gergo militare: questo espediente permette di alleggerire i dialoghi (Guy Ritchie è anche sceneggiatore del film) e di velocizzare la partenza della storia.

Con i consolidati virtuosismi dell’inquadratura, Ritchie riesce a mostrarci allo stesso tempo le due parti del controcampo con il volto del Sergente Kinley riflesso nello specchietto retrovisore: qui inizia la grande prova d’attore di Jake Gyllenhaal, che in questo film offre una recitazione dimessa, sincera e convincente in un ruolo fondamentale e molto complesso.

Era davvero molto tempo che non seguivo un film con tanto coinvolgimento e tanto interesse, e questo grazie all’enorme bravura degli interpreti (Jake Gyllenhaal su tutti ma anche l’ottimo Dar Salim, nel ruolo altrettanto complesso dell’interprete afgano, di cui i soldati USA diffidano e che i talebani hanno marchiato come traditore della patria). Il film procede equilibrato, senza strappi né esagerazioni patetiche: il coinvolgimento è dato dalla costruzione di personaggi profondi, completi e realistici, le cui azioni, emozioni e reazioni ci catturano fin da subito e per la cui sorte ci si appassiona e a tratti ci si commuove, senza che vengano mai usati gli stratagemmi tipici dei film mainstream americani (musica struggente, lacrime, dialoghi stucchevoli…).

Il grande merito di Guy Ritchie secondo me consiste nell’aver raccontato una storia (ben più interessante e sorprendente di quanto qualunque sinossi possa far intendere) che è allo stesso tempo universale e geograficamente e storicamente collocata: questa vicenda ai limiti dell’incredibile poteva benissimo accadere nella Chicago dei gangster, su un pianeta controllato dagli alieni o nel Far West: al centro, come di dice il titolo, c’è “il patto”, “l’accordo”, quel legame non ratificato e impossibile da spiegare che spinge un essere umano e sacrificarsi, contro ogni logica, per salvarne un altro. E se il “patto” più evidente è quello che lega i due protagonisti, nel film ci sono molti altri personaggi che mostrano, a volte in modo inaspettato, di possedere in loro una parte di quello stesso spirito disinteressato di sacrificio: molti soldati, alcuni incontri casuali, ma soprattutto le mogli dei protagonisti, meno presenti in scena ma non per questo meno determinanti e determinate.

La scelta di questo titolo quindi mi porta a pensare che The Covenant, oltre che l’affascinante e crudo racconto di un’amara realtà sconosciuta ai più, sia anche un sincero elogio della natura umana nella sua declinazione migliore.

Consiglio questo film a tutti coloro che amano Guy Ritchie, ma anche a tutti coloro che non lo amano, perché in The Covenant si trova tutto il meglio del regista spoglio di quel compiacimento un po’ ripetitivo che caratterizza i suoi ultimi film (come ad esempio The Gentlemen).

Voto: 4 muffin

Z – Zardoz

Z – Zardoz

“Il film di John Boorman il cui titolo inizia e finisce con la stessa lettera”. Questa è la definizione del film Zardoz che si trova nel Trivial Pursuit. Ed è anche l’incipit che ho scelto non solo per questo aneddoto, ma anche per una recensione che venne pubblicata sul mensile Ciak alcuni anni orsono, nella rubrica (oggi purtroppo cancellata) Piaceri Proibiti, che proponeva ogni mese un breve articolo inviato da un lettore che confessava di amare un certo film nonostante fosse di qualità discutibile. A Zardoz questa categoria calza a pennello: si tratta di un film di fantascienza del 1974 ambientato in un futuro in cui sul nostro pianeta un esiguo numero di uomini armati, gli Sterminatori, tiene soggiogati tutti gli altri, costretti a produrre cibo come tributo per una misteriosa divinità, che si fa chiamare Zardoz e si materializza sotto forma di gigantesco testone di pietra volante e parlante. Il protagonista, lo sterminatore Zed, interpretato niente meno che da Sean Connery, ad un certo punto si introduce nella bocca del testone di Zardoz che, volando, lo trasporta in un luogo ameno abitato da Immortali, uomini e donne che vivono nella più totale mollezza ed indolenza, dimentichi di ogni forma di piacere sessuale poiché hanno stabilito che la riproduzione è per loro una cosa superflua. Spetterà ad un non più giovanissimo Sean Connery, conciato con mutandoni color rosso ciliegia, stivaloni neri sopra il ginocchio e lunga chioma fluente, ricordare agli Immortali (comandati da Charlotte Rampling) cosa significhi abbandonarsi ai piaceri della carne, e già che c’è sovvertire anche l’intero ordine sociale tramite una grande orgia finale. Il nome della divinità Zardoz deriva da “Wizard of Oz”, perchè come nel famoso libro dietro ad una facciata di grande potere trascendente si nasconde tutt’altro. La redazione di Ciak decise di pubblicare la mia recensione, in cui definivo il film uno “s-cult”, ma io rischiai di non accorgermene, perchè quel mese non ricevetti a casa la mia copia della rivista, cui ero scrupolosamente abbonata. All’epoca frequentavo ancora l’università, ed ero riuscita ad aggregarmi ad una gita a Berlino con un corso di storia del teatro che non stavo nemmeno seguendo: ma pur di trascorrere alcuni giorni in quella splendida città ero disposta a sorbirmi improbabili sedute di meditazone collettiva e disgustosi spettacoli teatrali d’avanguardia con tanto di masturbazione dal vivo. Fu in quell’occasione (la gita, non la masturbazione dal vivo) che conobbi tre simpatiche ragazze con cui prima non avevo mai avuto occasione di chiacchierare, nonostante avessimo seguito gli stessi corsi, perchè avevano tra di loro un’amicizia piuttosto esclusiva, e non era facile entrarci in confidenza. Una di queste, quando mi presentai con nome e cognome, mi chiese: “Ma tu sei la stessa Madame Verdurin che scrive per Ciak??”. E fu così, grazie a questo rapporto estemporaneo (che si interruppe non appena rientrammo dalla gita), che venni a sapere che la mia recensione era stata effettivamente pubblicata. Chiesi il numero arretrato e poi lo feci leggere orgogliosamente a tutti gli amici e i parenti (ancora oggi mi chiedo che cosa mia nonna abbia potuto capire…) Ed ecco perchè il film Zardoz, con tutti i suoi non trascurabili difetti, mi sarà sempre così caro.

Audiolibri che passione!

Ultimamente, ahimè, sono stata poco presente sul blog e questo mi dispiace molto. In questo periodo una convergenza di impegni di vario tipo mi ha portato ad avere meno tempo per guardare film e anche per scriverne. Tuttavia ho avuto modo, in questo periodo, di scoprire una fonte di intrattenimento per me del tutto nuova: gli audiolibri.

Si tratta di un ottimo compromesso per chi, come me, per vari motivi trova difficile mettersi davanti alla tv o aprire un libro ma, allo stesso tempo, non è disposto a rinunciare a qualche bella storia che faccia compagnia durante, ad esempio, la colazione o il rassetto della cucina. Ecco spiegato come mi sia trovata a scaricare l’app gratuita Raiplay Sound, che in cambio della sopportazione di una moderata quantità di annunci pubblicitari mette a disposizione un ampio catalogo di audiolibri (oltre a podcast, musica e altri settori che devo ancora esplorare) tra cui poter scegliere. Essendomi trovata improvvisamente, dopo aver cambiato casa, sguarnita di televisore in cucina, questo piccolo tesoro accessibile dallo smartphone mi ha davvero salvata dalla noia mortale del alvar ei piatti senza più la compagnia  della Signora in Giallo o dei quiz di Gerry Scotti.

L’unico problema era: da dove cominciare? Di sicuro non volevo, come prima esperienza, nulla di troppo impegnativo. Meglio ancora qualcosa che già conoscevo, in caso mi fosse risultato difficile concentrarmi sull’ascolto. Scorrendo i moltissimi titoli disponibili, uno mi è subito balzato agli occhi: Ventimila Leghe sotto i Mari, di Jules Verne. Ecco il libro perfetto! Lo conosco molto bene non solo per averlo letto diverse volte, ma perchè Papà Verdurin, quando ero bambina, era solito raccontarmelo (precursore degli audiolibri, in un certo senso) mentre passeggiavamo in montagna per non farmi sentire la fatica durante le salite più impegnative (e vi assicuro che funzionava alla grande). Dunque, con una certa emozione, premetti Play, e dopo una introduzione che giudicai superflua la voce suadente ed espressiva di Piero Baldini mi portò immediatamente indietro nel tempo, facendomi vedere con gli occhi della fantasia i personaggi, proprio come mi accadeva da bambina. Piero Baldini, oltre a leggere con cadenza perfetta, è bravissimo anche ad interpretare le diverse voci, e la lettura mi ha catturato e conquistato proprio come mi accadeva col romanzo.

Ecco cosa vedo mentre ascolto Piero Baldini

Terminato Ventimila Leghe sotto i Mari, ho deciso di rimanere sia in Francia che nell’ambito del genere avventuroso, e sono passata a I Tre Moschettieri, di cui ho visto molte delle versioni cinematografiche ma non avevo mai letto il romanzo. Questa volta però l’esperienza non è stata positiva: non solo Paolo Bonacelli non è in grado di rendere le voci dei diversi personaggi come Piero Baldini, ma mancavano all’appello alcuni pezzi del romanzo, smarriti, chissà, nella divisione in parti… Dopo essere tornata avanti e indietro diverse volte e aver constatato che non era stata colpa della mia disattenzione ma i pezzi erano davvero mancanti, ho abbandonato l’ascolto.

L’unica e sola Regina di Francia

A questo punto ho adocchiato un altro classico per l’infanzia che però non avevo mai letto: Il Mago di Oz di Frank Baum. Letto da Alba Rohrwacher. Ora, sicuramente la signorina Rohrwacher, di cui ammetto di non aver visto alcuna interpretazione, avrà sicuramente dei pregi, ma tra questi non vi è certo la modestia: l’introduzione (che l’attrice fa a se stessa) dura una buona mezz’ora e si dilunga ad enumerare le molte lingue che lei conosce. Mi spazientisco, perchè a me ne basterebbe una sola, l’italiano… Quando Alba inizia a leggere è chiaro che non ha alcuna intenzione di diversificare le voci dei personaggi, ma neppure di dare alcuna inflessione ai periodi. Ma presto realizzo che questo non è certo il peggio…

Ad un certo punto, inaspettatamente e senza alcun motivo apparente, parte a tutto volume una canzone dei Beatles, del tutto avulsa dal contesto. Ommamma! Io, come James Bond, detesto i Beatles! Ma in ogni caso non vedo alcun nesso tra loro e Il Mago di Oz! Fossero state le canzoni del bellissimo musical di Victor Fleming avrei capito, ma questo? Certo tra campi di papaveri e campi di fragole ci si potrebbe vedere una certa somiglianza, forzando un attimino… Sarebbe andata peggio se il Capitano nemo avesse cominciato a cantare We all  live in a Yellow Submarine, in fondo…Decido quindi di stringere i denti e proseguire, anche se alla volta di “Seguiamo il sentiero di mattoni gialli Obladì Obladà” sono sul punto di cedere… Invece tengo duro e arrivo alla fine! Addio Alba!

A ticket to riiiiide…

E ora devo solo decidere quale sarà la prossima audio-avventura!

Bullet Train (recensione in versi)

Mi han detto che esiste un “Treno proiettile” in Giappone

che va più veloce di una palla di cannone

e qui lo stesso fa la sceneggiatura

per non far notare la sua scarsa cura.

Non che di parole non sia generosa,

anzi di quelle ne elargisce a iosa.

Brad Pitt nell’incipit blatera senza sosta

ma è tutto fumo senza carne arrosta;

si psicanalizza da solo parlando al cellulare:

ma in qualche modo il protagonista si deve presentare.

“Ladybug” per gli amici “Coccinella”

rubo cose, annodo budella.

Lemon e Tangerine son due gemelli

(nel Segno del Destino, proprio quelli)

sono killer ma gran simpaticoni

loro malgrado addetti agli spiegoni,

ma il Quicksilver sbagliato e l’Eternal giusto

comunque tentano di farci ridere di gusto.

Prince a sorpresa è la ragazza in rosa

e capiamo che è capace di qualunque cosa

anche di gettare un bambino giù dal tetto

(e forse per puro diletto)

per trovare qualcuno da poter incastrare

e il suo piano far funzionare

di eliminare la Morte Bianca

che è il Diavolo, o poco ci manca.

C’è poi la solita valigetta

piena di soldi, come ci si aspetta,

che inizia a passare di mano in mano

mentre il treno va sempre più lontano.

Ora di tutti tutto sappiamo

ma la psicologia dei personaggi ce la scordiamo

perchè qui tutti agiscono a casaccio

nel tentativo di levarsi d’impaccio

facendo scorrere sangue a fiotti

tra braccia spezzate e nasi rotti.

Pistole, spade, bombe e karma:

in questo film ogni cosa diventa un’arma,

perfino il serpente velenoso

(“Snakes on a Train”) non trova riposo

mentre lo trova lo spettatore

soavemente cullato da tutto il fragore;

e se per un attimo si riprende

una predica del Trenino Thomas di nuovo lo stende.

Channing Tatum ha un cameo e nemmeno bello:

almeno ci avesse fatto uno spogliarello!

E l’umorismo? Lo riassumo in una battuta

(così anche la quarta parete è abbattuta).

“Non dimentico mai una faccia!” dice Coccinella

“Che sia brutta oppure bella!”

quando invece Brad Pitt ha da poco rivelato

che di “prosopagnosia” è malato

per cui non riconosce volti e persone

e tutti lo accusano di maleducazione

se per strada nessuno saluta:

non so se voi ve la siete bevuta…

Ma dal regista di Deadpool 2 che vi aspettate?

(a proposito, un’altra apparizione a sorpresa

su questo tema: con ottima resa!)

Sangue, morti e violenza a palate,

tanto ogni malanno rimane impunito

perchè il treno è del tutto incustodito:

né un controllore né un inserviente

per tutto il film nessuno si accorge di niente.

E così senza motivo né ragione

in qualche modo si arriva a una conclusione

perché in realtà si seguiva un binario:

Assassinio sull’Orient Express ma al contrario.

Michael Shannon è un bravo attore, poveretto,

se a usare spada e parrucca non è costretto.

Nel marasma anche la fata madrina è arrivata:

una Sandra Bullock dal botox pietrificata

che ancora alle inutili ciance è incline

perchè al peggio non c’è mai

Fine.