Interpreti: Kim Richards, Ike Eisenmann, Bette Davis, Christopher Lee, Anthony James, Denver Pyle
Dove trovarlo: Disney Plus
Alcuni anni dopo averli portati via dal nostro pianeta, zio Bene riconduce Tia e Tony in gita sulla Terra affinché possano studiare abitudini e comportamenti dei terrestri. Grazie ai suoi poteri, Tony riesce a salvare un uomo che stava precipitando da un tetto, ma così facendo attira l’attenzione dello scienziato senza scrupoli Victor, che rapisce Tony e riesce, tramite un meccanismo di sua invenzione, a controllarne la mente e la volontà. Tia si mette immediatamente alla ricerca del fratello, utilizzando la telepatia e gli altri suoi poteri per trovarlo e impedire che Viktor e la sua complice Letha lo sfruttino per i loro malefici piani.
Seguito del successo Disney del 1975 L’Incredibile Viaggio verso l’Ignoto che vede ancora una volta Kim Richards e Ike Eisenmann nei panni dei due giovani alieni dotati di straordinari poteri come la telepatia e la telecinesi, oltre che la capacità di comunicare con gli animali. John Hough, regista anche del primo capitolo, mantiene anche in questo film un tono serio, avventuroso ma anche cupo, alleggerito però dalla presenza di animali (nel primo film erano un gatto e un cavallo, qui invece una capra) e di alcuni personaggi minori, come i bambini che aiutano Tia (a vedere oggi questa squadra formata da quattro ragazzini sfigatelli e una ragazza carina e con poteri psichici non può non venire in mente la serie Stranger Things) e lo sfortunato Mr. Yokomoto, incaricato di ricondurre i bambini recalcitranti a scuola. Ma il vero fiore all’occhiello di Ritorno dall’Ignoto è il duo inedito di fuoriclasse scelti per interpretare i due villains: Christopher Lee, lo scienziato follemente ambizioso, e Bette Davis, l’avida e fatua Letha. I duetti tra i due sono memorabili, e se a completare il triangolo mettiamo Anthony James (il killer imbranato di Una Pallottola Spuntata 2 e Mezzo) le risate sono assicurate. Per il resto, la trama è piuttosto banale, gli effetti speciali all’altezza (per l’epoca ovviamente) e il ritmo un po’ più vivace rispetto al film precedente. I protagonisti utilizzano i poteri in modo più convenzionale e meno spettacolare, perchè ormai sono maturati e hanno imparato a gestirli meglio, ma questo toglie al film un po’ di magia. In generale, il film si rivolge meno ai bambini e più agli adulti.
Interpreti (voci): Colin Farrell (Ronin), Josh Hutcherson (Nod), Amanda Seyfried (M.K.), Steven Tyler (Nim), Christoph Waltz (Mandrake), Beyoncè (Regina Tara)
Mary Katherine, dopo molti anni, tenta di riavvicinarsi al padre, un eccentrico scienziato che si è trasferito al limitare di una foresta per trovare le prove dell’esistenza di un popolo minuscolo. Scoraggiata dalla fissazione del padre M.K. vorrebbe andarsene subito, ma viene suo malgrado rimpicciolita e catapultata proprio in quel mondo microscopico che non credeva esistesse. Sarà suo compito proteggere un prezioso bocciolo incantato dalla regina della foresta prima di morire e proteggerlo dai malefici Boggan, che amano il marciume e l’oscurità. Al suo fianco due bislacche lumache e un esercito di coraggiosi Leafmen.
Il titolo Epic è decisamente inadeguato per questo film d’animazione noioso e portatore del solito vecchio messaggio ecologista già visto in tanti cartoni animati. I bambini lo troveranno anche loro poco interessante e a tratti pauroso, mentre i grandi non troveranno niente di nuovo o interessante, almeno nella versione italiana (mi sono sentita molto sollevata alla morte prematura della saggia regina, molto malamente doppiata da Maria Grazia Cucinotta), perchè in quella originale invece il cast di doppiatori è da urlo. Si salvano però i personaggi, che sono piuttosto originali e simpatici, anche se la trama e le dinamiche interpersonali sono molto convenzionali. Chris Wedge, il regista, ci aveva offerto molto di meglio in passato con il capolavoro L’Era Glaciale. Ho apprezzato però la scelta di Blue Sky di inserire come extra nel Blu-Ray due brevi ma interessanti documentari, uno sui veri animali della foresta e l’altro sull’importanza del processo di decomposizione per l’equilibrio naturale: anche la “Marcia del Marcio” è una cosa buona!
Cast: David Corenswet, Darren Criss, Laura Harrier, Joe Mantello, Dylan McDermott, Jake Picking, Jeremy Pope, Holland Taylor, Samara Weaving, Mira Sorvino, Patti Lupone, Jim Parsons, Queen Latifah
Dove trovarlo: Netflix (ancora senza il doppiaggio italiano a causa dei rallentamenti dovuti al Covid-19)
Fin dai suoi albori Hollywood ha fornito all’America i mezzi più potenti a disposizione per riscrivere la storia più o meno recente assolvendo ed incensando se stessa. Basti pensare alla pietra angolare Nascita di una Nazione di D. W. Griffith, del lontanissimo 1915, che celebra il razzismo del Ku Klux Klan; o a film di guerra come Berretti Verdi, in cui si tenta di utilizzare il carisma di John Wayne per sostenere l’intervento in Vietnam; o ancora all’accidentalmente escluso dal vastissimo catalogo di Disney Plus La Capanna dello Zio Tom, che racconta come fosse bello e divertente per gli schiavi neri vivere nelle piantagioni di cotone. In tempi più recenti tuttavia il revisionismo storico ha cambiato orientamento, ed abbiamo assistito per esempio all’assassinio di Hitler (non a caso in un cinematografo) prima che desse inizio alla seconda guerra mondiale in Bastardi Senza Gloria. Molte serie tv (Black Mirror, The Man in the High Castle) hanno seguito l’esempio di Tarantino e immaginato un diverso presente (o futuro) basato su un differente passato. Hollywood invece non ci racconta il presente o il futuro, ma un singolo evento del passato che avrebbe potuto cambiare completamente il corso dello sviluppo della cinematografia e della storia tout court, la realizzazione di un film, e lascia allo spettatore immaginare come avrebbe potuto essere il nostro presente seMeg fosse davvero stato girato alla fine degli anni ‘40. Probabilmente i movimenti #metoo e #girlpower non esisterebbero, perché non ce ne sarebbe bisogno. Hollywood mescola i fatti e i personaggi reali con quelli di fantasia, con l’effetto bizzarro di creare nella prima parte un mondo così realistico e triviale da risultare insopportabile e nel finale uno così infantilmente equo e bello da essere altrettanto difficile da accettare. La serie è dunque squilibrata e piena di difetti sostanziali, ma viene salvata in corner dalla bravura degli attori e dalla simpatia di alcuni personaggi. Tutti gli interpreti, più o meno conosciuti, sono davvero bravi, perciò mi soffermerò solo su quelli che mi hanno colpito di più. Jake Picking è efficace nei panni di un giovane e insicuro (soprattutto a causa della sua omosessualità) Rock Hudson, di cui viene raccontato con veridicità l’inizio della carriera sotto l’ala assai protettrice dell’agente Henry Willson (di cui parleremo ancora) ma di cui viene inventato il pubblico coming-out con fidanzato di colore. Parlo poi di quella che per me, per una serie di coincidenze, è diventata l’attrice del momento, Holland Taylor, che interpreta un personaggio di finzione ma del tutto realistico, una sorta di buona madrina per tutte le vittime del grande sistema degli studios hollywoodiani che rischia di ritrovarsi sola. Dico rischia perché alla fine di Hollywood (segue spoiler) ogni personaggio, nessuno escluso, riesce a realizzare il suo sogno, trovando l’amore, la gloria o la redenzione, nel più sfacciato degli happy ending, che però, devo essere sincera, mi ha dato una certa non giustificata soddisfazione emotiva. Parlando di questa serie è impossibile non citare l’attore Jim Parsons (per tutti lo Sheldon Cooper di Big Bang Theory) che interpreta Henry Willson, un agente di spettacolo realmente esistito che si approfittava spesso dei suoi clienti, Rock Hudson compreso: la scena in cui Parsons si esibisce nella danza di Salomè tornerà nei miei incubi negli anni a venire. Ruolo marginale come minutaggio ma fondamentale per Queen Latifah nei panni di HattieMcDaniel, la prima attrice di colore a vincere un Academy Award per il ruolo di Mammy in Via col Vento del 1939 come miglior attrice non protagonista, che nonostante questo, proprio come racconta il suo personaggio, non ebbe il permesso di entrare nel salone della cerimonia: qui Hattie si prende virtualmente una rivincita sull’Academy. Anche tenendo conto di tutti i suoi difetti e della sua premessa non necessariamente condivisibile, che si basa su un film fittizio intitolato Meg per il quale, alla fine degli anni ‘40, tutti alla fine vincono un Oscar, compresa la protagonista di colore, il protagonista esordiente reduce dal conflitto mondiale, lo sceneggiatore di colore e omosessuale, l’attrice asiatica e il regista in parte filippino, credo sarà difficile per i cinefili astenersi dalla visione, se non altro per la curiosità di vedere insieme tanti bravi attori del grande e piccolo schermo e tanti personaggi della vecchia Hollywood. C’è però una mancanza secondo me imperdonabile, soprattutto considerando il fatto che Ian Brennan e Ryan Murphy sono stati anche gli autori di Glee e che sappiamo per certo che alcuni degli interpreti hanno grandi abilità canore (abbiamo apprezzato la voce d’angelo di Darren Criss proprio in Glee, quella di Queen Latifah in Chicago, e perchè no, Jim Parsons nel cultSoffice Kitty): nessun numero da musical hollywoodiano. Peccato.
Interpreti: Kim Richards, Ike Eisenmann, Donald Pleasance, Ray Milland, Denver Pyle
Dove trovarlo: Disney Plus
Tia e Tony sono due piccoli orfani dotati di poteri straordinari, come ad esempio la telecinesi o la lettura del pensiero. Quando il miliardario senza scrupoli Aristotle Bolt viene a conoscenza di queste loro abilità incarica il suo avvocato Deranian di fingersi loro zio per sottrarli all’orfanotrofio e poterli studiare per capire come sfruttare i loro poteri a scopo di lucro.
A vedere oggi film come questo, pensati per i ragazzi più di trentacinque anni fa, sembra impossibile che anche i bambini moderni possano trovarli appassionanti quanto lo erano per noi da piccoli, visti i ritmi decisamente morbidi e gli effetti speciali datati. Nonostante questo L’Incredibile Viaggio verso l’Ignoto resta un bel film d’avventura, che parte da una buona idea (tratta dal romanzo di Alexander Key) e mantiene fino alla fine il mistero dell’origine dei due bambini e dei loro poteri, utilizzati dai protagonisti in modo a volte spettacolare a volte divertente (la scena che mi ha colpito di più è quella in cui Tia e Tony improvvisano uno spettacolo di musica e ballo usando la telecinesi per manovrare marionette e pupazzi), proprio come farebbe un bambino, alternando così scene di timbro diverso nella narrazione. L’ottimo cast di attori e personaggi contribuisce a dare forza all’insieme: Eddie Albert è un adorabile vedovo all’inizio spigoloso ma che si affeziona profondamente ai due piccoli fuggitivi e li aiuta nella loro impresa; Ray Milland (il protagonista di Il Delitto Perfetto di Hitchcock) interpreta uno spietato riccone pazzoide che finisce per volare a testa in giù sul suo aeroplano; Donald Pleasance, il migliore del film, il losco e determinato braccatore (io me lo ricordo soprattutto dal suo ruolo in La Grande Fuga, per essere stato Blofeld, il nemico numero uno di 007 e, cambiando completamente registro, per …Altrimenti ci Arrabbiamo! con Bud Spencer e Terence Hill); Denver Pyle il misterioso ma salvifico zio (già zio anche di Bo e Luke Duke nella serie Hazzard). Il film ebbe un grande successo e casa Disney ne realizzò un seguito (Ritorno all’Ignoto) nel 1978 e due remake, uno nel 1995 (La Montagna della Strega) e uno nel 2009 (Corsa a Witch Mountain). La “Montagna della Strega” del titolo originale è il luogo in cui si conclude l’avventura, famoso per essere stato teatro di molteplici presunti fenomeni paranormali e avvistamenti di UFO.
Deloris Van Cartier, cantante in un casinò, assiste per caso ad un omicidio a sangue freddo commesso dal suo uomo, Vince, boss della malavita di Reno. Quando Vince ordina ai suoi scagnozzi di eliminare la scomoda testimone, Deloris si rivolge alla polizia, che le offre protezione se accetterà di testimoniare in tribunale; in attesa del processo dovrà rimanere nascosta nell’ultimo luogo in cui Vince penserebbe di cercarla: un convento.
Sister Act (ho volutamente omesso l’imbarazzante sottotitolo italiano “una svitata in abito da suora”) è a tutti gli effetti un classico della commedia musicale hollywoodiana, genere in cui il regista Emile Ardolino, che ha diretto anche Dirty Dancing, si trova decisamente a suo agio. Non è un vero musical, ma i numeri musicali (bellissimi, divertenti e ancora oggi efficaci) sono perfettamente funzionali alla trama, arricchiscono e danno brio al film. Per Whoopi Goldberg è impossibile deludere, il personaggio di Deloris le viene cucito addosso in modo perfetto. Maggie Smith, anche lei come sempre magistrale, le fornisce un contraltare eccezionale con la sua Madre Superiore rigida e seriosa. Anche se si tratta di una commedia brillante Sister Act trasmette comunque un messaggio positivo e che non è ancora passato di moda: spesso l’amicizia e la comprensione si possono trovare anche nelle persone che sembrano più diverse e incompatibili. La simpatia dei personaggi e la bravura degli attori, nessuno escluso (anche se credo che Harvey Keitel, che in originale simula un accento italiano, potesse fare meglio) fanno perdonare tutti gli stereotipi (tipici del genere e sempre funzionali alla trama, come gli scagnozzi del gangster o il poliziotto corrotto) e le forzature della trama (come la scena del Papa che assiste alla messa al Santa Caterina). Indimenticabile la scena finale con inseguimento delle suore all’interno del casinò. Ha avuto un seguito, Sister Act II, dignitoso ma non all’altezza. Dopo la visione di Sister Act assicuro che chiunque, a prescindere dall’età e dalle convinzioni religiose, si ritroverà a cantare appassionatamente I Will Follow Him.
Alle medie io e la mia migliore amica prendemmo una cotta per lo stesso ragazzo: giravamo tutti i pomeriggi intorno a casa sua, a scuola lo cercavamo con ogni scusa e pendevamo senza pudore dalle sue labbra. Alla fine lui scelse la mia amica, ma a me rimase comunque qualcosa che mi cambiò la vita, un libro di cui non avevo mai sentito parlare ma che mi ero procurata e divorata perchè piaceva molto a questo ragazzo: la Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams. La passione per questa fantastica “Trilogia in cinque parti”, opera di ingegnosa fantascienza raccontata con impeccabile humor britannico, curò in men che non si dica il mio cuore spezzato, che iniziò a battere freneticamente per le spassose avventure del terrestre Arthur Dent che, salvato dalla distruzione della Terra, si ritrova a vagabondare per l’universo con altri scalcinati personaggi. Di lì a poco avrei scoperto anche i Monty Python (con cui Adams collaborò per un episodio del Flying Circus), ma la mia anglofilia era già potente e mi fece innamorare della scrittura allo stesso tempo arguta e divertente di Douglas Adams. Al mio primo viaggio in Inghilterra mi procurai la versione originale (allora si doveva fare così…), con disperazione di tutti gli amici e parenti cui già da mesi propinavo letture dei brani più significativi (prediligevo l’incontro tra Arthur e la creatura da lui inconsapevolmente uccisa in diverse sue reincarnazioni). Credo che a questo punto non sia difficile immaginare come reagii alla notizia che stava per uscire un film tratto dalla Guida Galattica. L’entusiasmo si intiepidì solo quando mi accorsi che in Italia il film usciva in appena una manciata di sale (tutte fuori portata) per rimanerci appena per un weekend: avrei dovuto attendere ancora a lungo per poterlo vedere!
Ma mi dissi: niente panico! Coincidenza volle, infatti, che mi trovassi a Londra proprio in quel periodo. Ormai non davano più il film al cinema, ma una cosa era rimasta: una mostra in cui era possibile visitare i set cinematografici del film! Mi immersi così anima e corpo nel mondo creato da Douglas Adams, incontrai i temibili Vogon, ascoltai il robot Marvin parlare del suicidio e attraversai porte che al mio passaggio mi apostrofarono così: “Grazie per aver reso felice un’umile porta!” Ma quella davvero felice ero io! Salii perfino sul carrellino elevatore giallo che si vede anche nel film, lo stesso toccato da Martin Freeman (che ancora non era diventato né Watson nè Bilbo Baggins). All’uscita mi proposero di acquistare la mia foto sul carrello per una cifra abnorme, così fui costretta a rifiutare (quanto me ne pento!) e mi accontentai di comprare tutte le matite e le calamite disponibili nello shop. Una di queste è arrivata fino a noi (vedi foto). Molto tempo dopo riuscii finalmente a vedere anche il film, che però mi lasciò delusa. Pur avendo un buon cast, tutti i tempi comici erano sbagliati, e non era lontanamente divertente quanto il libro. Tuttavia sarò sempre legata al film di Garth Jennings del 2005 che mi ha permesso, anche se per vie traverse, di vivere un’esperienza davvero indimenticabile! Quindi, anche se il ragazzo dei vostri sogni vi snobba per la vostra migliore amica, non colpitelo con un asciugamano (!) bagnato!
Enzo Ceccotti è uno spiantato di mezz’età senza famiglia né amici che sbarca appena il lunario con piccoli reati e si nutre esclusivamente di budini e film porno. Ma tutto cambia quando, per sfuggire sia alla polizia che a un paio di criminali, decide di gettarsi nel Tevere proprio nel punto in cui si trovano alcuni bidoni di scorie chimiche. Quando riemerge, Enzo si rende lentamente conto di aver acquisito una forza sovrumana, che decide subito di sfruttare per i suoi intenti criminali, fino a che non si ritrova a dover badare a Alessia, giovane con disturbi mentali il cui padre è stato ucciso durante un’operazione criminosa andata male. A complicare ulteriormente le cose c’è poi lo Zingaro, che intende scoprire ad ogni costo l’origine dei suoi superpoteri.
Non guardo quasi mai film italiani, ma per questo ho seguito il consiglio del mio critico cinematografico di fiducia (non Mereghetti, non Morandini, bensì il mio papà) cui il film è piaciuto. E per fortuna l’ho fatto, perchè partivo con molte riserve e invece il film mi è piaciuto moltissimo. La forza di Lo Chiamavano Jeeg Robot non è certamente nella trama, che è il classico racconto della nascita di un supereroe come ne abbiamo visti tanti, ma nei personaggi, nel linguaggio e negli attori. Enzo è il tipico misantropo che riscopre di avere sentimenti e una coscienza, ma Claudio Santamaria lo interpreta molto bene, senza mai strafare, e gli presta la sua voce profonda come già aveva fatto in passato con Batman, sia per la trilogia di Christopher Nolan che, in chiave autoparodica, per il Batman di Lego. A dare forza al protagonista è in realtà il suo rapporto con il personaggio di Alessia, splendidamente interpretata da Ilenia Pastorelli, bella e infantile, appassionata e profondamente traumatizzata, che riesce a far emergere tutto il buono che era sepolto in lui. Un bell’applauso lo merita senza dubbio Luca Marinelli per il suo Zingaro, la cui ossessione di rivivere il momento di gloria televisiva avuto tanti anni prima grazie al programma Buona Domenica lo trasforma in un supercattivo davvero efficace, un’ottima nemesi per l’oscuro e silenzioso Enzo. Anche se l’idea di un supereroe che parla in romanesco sulla carta può far sorridere, nel film si rivela invece una scelta efficace: lontano dalle forzature che forse un italiano troppo patinato avrebbe rivelato, l’uso del dialetto da parte dei personaggi contribuisce invece al realismo. Gli effetti speciali, molto lontani dall iperrealismo della CGI americana, sono tuttavia sufficienti ai fini della narrazione, e tutto il lavoro registico (montaggio, inquadrature) è ineccepibile. Nella storia e nel finale (con immancabile posa sul Colosseo) tutto è rassicurantemente prevedibile, ma secondo me un film italiano che regala personaggi e scene ben costruite come questo è davvero un gioiellino. Di cui spero nessuno faccia mai un sequel.
Miles è uno sviluppatore di videogiochi solitario che passa la maggior parte del suo tempo incollato allo schermo del computer o dello Smartphone. Un giorno si imbatte casualmente in Skizm, un sito internet che trasmette a pagamento violenti scontri mortali, e colpito dalla sua immoralità ricopre di insulti telematici il suo gestore. Quest’ultimo però lo rintraccia e dopo avergli inchiodato due pistole alle mani lo costringe a scontrarsi con Nik, la più abile assassina di Skizm.
Guns Akimbo è un film di puro intrattenimento, molto violento ma a tratti divertente, che pur non partendo da uno spunto particolarmente originale (la trama è praticamente identica a quella di Death Race, che però è fatto molto meglio sotto ogni punto di vista, e lo stesso vale per la generica denuncia della crescente morbosità e amoralità del pubblico televisivo o di internet). L’ex Harry Potter Daniel Radcliffe se la cava senza lode né infamia, così come il resto del cast, la sceneggiatura non offre grandi sorprese e non è certo di solida roccia, ma per passare un paio d’ore tra pallottole, schizzi di sangue e qualche risata il film va più che bene. La scena più divertente, anche se piuttosto forzata, è quella dell’incontro col barbone cui Miles chiede se può cortesemente infilargli i pantaloni.
Ma sono meglio i film o le serie tv? In molti hanno provato a dare una risposta a questa domanda, portando diversi argomenti a favore dell’una o dell’altra squadra. Le serie tv hanno raggiunto (almeno alcune) livelli qualitativi che nulla hanno da invidiare ai lungometraggi; l’esperienza in sala (almeno prima del Coronavirus) permette un’esperienza emozionale e sensoriale che un diverso tipo di schermo non può offrire; essendo gli episodi brevi, le serie tv sono più facilmente fruibili; il cinema non è solo intrattenimento ma è anche cultura e storia, argomento studiato anche nelle università più prestigiose. Non è certo mia intenzione dare una risposta univoca e definitiva ad un quesito che probabilmente non ne ha una, ma voglio portare l’attenzione su una serie tv che ha tra i suoi punti di forza proprio il continuo intrecciarsi con il mondo del cinema: Psych.
La serie, iniziata nel 2006 e conclusasi nel 2014 con l’ottava stagione, ha avuto un grandissimo successo di pubblico e di critica, tanto da guadagnarsi anche due film, Psych: the Movie del 2017 e Lassie go Home, di cui si attende l’uscita, più uno spin-off animato, The Big Adventures of Little Shawn and Gus, tutti ideati da Steve Franks.
Psych è una serie crime, in ogni puntata c’è un misterioso assassino da scovare, ma spesso le indagini, che restano comunque interessanti da seguire, vengono messe in secondo piano dalle gag e dai dialoghi ricchissimi di citazioni pop e geek, che però non scadono mai nella farsa.
Shawn (James Roday) ha grandissime doti da detective, ma si rifiuta ostinatamente di seguire le orme del padre ex poliziotto (Corbin Bernsen) ed entrare in polizia. Invece apre con l’amico del cuore Gus (Dulè Hill) una fittizia agenzia investigativa e risolve i casi fingendo di possedere poteri psichici. Mantiene il suo segreto anche con gli amici del corpo di polizia, con cui spesso collabora: la detective di cui si innamora, Juliet (Maggie Lawson), il detective tutto d’un pezzo Lassiter (Timothy Omundson), il capo del dipartimento di polizia di Santa Barbara (Kirsten Nelson) e l’eccentrico anatomopatologo Woody (Kurt Fuller). La congiunzione con la settima arte si struttura su diversi livelli, in primo luogo i dialoghi e le battute, che come accennavo pullulano di citazioni e riferimenti cinematografici. Poi ci sono le trame dei singoli episodi, che a volte ricalcano diversi aspetti di un film celebre: troviamo ad esempio una puntata a tema Shining, una sul Mistero della Strega di Blair, una interamente dedicata ad Alfred Hitchcock e, la mia preferita, che omaggia Signori il Delitto è Servito addirittura con due membri del cast del film, Christopher Lloyd (che è anche produttore della serie) e Leslie Ann Warren. Poi ci sono gli attori e le attrici famosi che compaiono come personaggi in una o più puntate: Cary Elwes, Tim Curry, Christine Baranski, Val Kilmer, William Shatner…. Ultima cosa, in omaggio ad un mio guilty pleasure personale, spesso compaiono ospiti le star della WWE (John Cena, Brie e Nikki Bella, The Miz, The Big Show, che ora ha un suo “Big Show” divertentissimo su Netflix). E non ho ancora detto che alcune puntate comprendono delle canzoni originali, in perfetto stile musical (la più bella è quella su Jack lo Squartatore nell’ultima stagione), cantate dal cast che è davvero fantastico e non sfigura mai nemmeno davanti alle più alte celebrità. Psych è una serie godibile per chiunque, ma particolarmente consigliata ai cinefili che amano cogliere riferimenti e citazioni. Potete trovare tutte le otto stagioni su Amazon Prime. Buona visione!
Il piccolo Antoine, che in famiglia non trova alcun affetto (la madre pensa solo a se stessa e il patrigno alle corse automobilistiche), inizia con i cattivi comportamenti a scuola per arrivare poi al furto e alla fuga. Finisce dunque in riformatorio, ma riesce a scappare.
Primo lungometraggio di Truffaut, allora giovane ma già affermato critico cinematografico per i Cahiers du Cinéma (l’unico cui Alfred Hitchcock accettò di concedere una lunga e meravigliosa intervista), I 400 Colpi spicca tra i titoli cardine della Nouvelle Vague francese insieme ad altre pellicole capitali come Fino all’Ultimo Respiro di Godard, che uscirà l’anno successivo. Truffaut attinge al suo vissuto personale per raccontare la storia di Antoine, interpretato da Jean-Pierre Léaud anche in altri quattro titoli sempre diretti da Truffaut, giovane disadattato perché cresciuto senza bussole affettive né morali cui far riferimento e incapace di sfruttare le proprie potenzialità se non decidendo ingenuamente di dedicarsi al furto di una macchina da scrivere che poi non riesce a rivendere (viene poi scoperto non nell’atto del furto ma in quello della restituzione). Tutto sullo schermo appare genuino: situazioni, caratteri, dialoghi, luoghi. La Parigi di Truffaut non ha nulla a che fare con quella delle cartoline ma è autentica, vissuta, divertente ma anche torbida, e tutto questo si evince già dalle inquadrature della Torre Eiffel sui titoli di testa, che sono fatte da vicino e dal basso, proprio come se a guardarla fosse un bambino. Truffaut non giudica né giustifica ma semplicemente racconta, senza nessuno stratagemma filmico o romanzesco, adattando il mezzo cinematografico alle sue esigenze espressive piuttosto che alle consuetudini ma senza il compiacimento di infrangere le sue regole che macchia altre pellicole come Fino all’Ultimo Respiro. Non a caso I 400 Colpi è un classico in tutti i corsi di cinematografia.