Madame va in vacanza

L’estate è sempre il periodo in cui si desidera prendersi una pausa da tutto: stress, lavoro, colleghi, città, inquinamento, sveglia, scadenze… L’unica cosa da cui io non vorrei mai prendere una pausa… è Cinemuffin!

Ciononostante, pur avendo molti progetti in corso (un nuovo articolo su 007 in cantiere, una promessa in rima da mantenere, una Notte Horror da seguire), è arrivato anche per Madame il momento delle ferie, anche se mi scappa un sorriso pensando a Maggie Smith nei panni della Contessa di Downton Abbey che domanda candidamente: “E cosa sarebbe un weekend?”

Cinemuffin va in vacanza ma Madame farà di tutto (connessione permettendo) per continuare a seguire i blog amici, appuntamento quotidiano sempre lieto, direi irrinunciabile.

Al ritorno dalle vacanze Cinemuffin ritornerà ad offrire i suoi contenuti con scadenze (quasi sempre) regolari e ci sarà anche una ghiotta sorpresa…

Vi lascio con l’acquolina in bocca, auguro a tutti i lettori di trascorrere delle serene vacanze!

Madame Verdurin

“Ma quando torna Madame?”

Le Avventure di Rocketeer

Titolo originale: The Rocketeer

Anno: 1991

Regia: Joe Johnston

Interpreti: Billy Campbell, Jennifer Connelly, Timothy Dalton, Alan Arkin, Terry O’Quinn

Dove trovarlo: Disney Plus

Il giovane Cliff Secord (Billy Campbell) vive in un tranquillo paesino di campagna fuori Los Angeles, dove insieme all’amico Peevy (Alan Arkin) progetta e pilota piccoli aerei acrobatici mentre pianifica un futuro con la bellissima fidanzata Jenny (Jennifer Connelly), che però non condivide la sua passione per il volo e la tecnologia. Una notte due malviventi, dopo aver rubato un innovativo e sofisticato prototipo di jetpack al magnate Howard Hughes (Terry O’Quinn), durante la fuga lo nascondono proprio nel piccolo hangar di Peevy. Quando Cliff lo trova, entusiasmato da quel congegno futuristico, decide di provarlo, nonostante le proteste di Peevy che ritiene sia troppo pericoloso. Dopo i primi goffi tentativi, Cliff impara a volare in scioltezza e a utilizzare la sua nuova abilità per compiere gesti eroici: in breve, tutti conoscono il misterioso eroe volante col nome di Rocketeer. Ma sono in molti a volersi impossessare di quel jetpack ad ogni costo, dai gangster di Los Angeles al celebre e affascinante attore di Hollywood Neville Sinclair (Timothy Dalton).

Il personaggio Rocketeer nasce dalle pagine dei fumetti di Dave Stevens e viene portato al cinema dalla Disney nel 1991 per la regia di Joe Johnston, fresco del grande successo del suo esordio Tesoro mi si sono Ristretti i Ragazzi (di cui è da poco stato annunciato il sequel) e destinato a diventare negli anni regista di una serie di ottimi film d’avventura (Jumanji, Pagemaster, Hidalgo, il primo Captain America). Questo film rientra perfettamente in tutti i canoni del genere “avventura per famiglie”, ma il suo grande pregio è di avere dei personaggi e degli eventi di contorno davvero accattivanti. La doppia ambientazione, tra la tranquilla vita di campagna e la pulsante e caotica metropoli di Los Angeles e della sua scintillante ma anche spaventosa Hollywood, è resa in modo molto efficace. Tutte le scene ambientate sui set del film in costume in cui il divo vanesio e crudele Neville Sinclair, interpretato da un ottimo giovane Timothy Dalton, sono molto divertenti e anche incisive nella critica, marginale ma presente, al divismo che da sempre contraddistingue l’establishment. Poi ci sono i gangster, all’apparenza truci e terrificanti, e naturalmente  l’FBI che dà loro la caccia; alla fine però si scopre che i veri cattivi della storia sono i neonazisti, un altro elemento sempre di grande impatto in una storia. Su tutto e su tutti, e non può essere altrimenti, troneggia Howard Hughes, un uomo che, con tutti i suoi meriti e le sua stranezze (geniale inventore, ricco magnate, grande produttore cinematografico, autorecluso per scelta, aviatore per diletto), inevitabilmente è divenuto spesso un personaggio del cinema, in questo caso non protagonista ma comunque determinante per lo sviluppo della trama e per l’appagante lieto fine. Stupisce che un attore, non eccezionale ma sicuramente fascinoso, come Billy Campbell, che interpreta Cliff, non abbia avuto una carriera più fortunata. Non è invece una sorpresa trovare una Jennifer Connelly come sempre stupenda ma del tutto inespressiva. Timothy Dalton, che era già stato James Bond nel film Vendetta Privata, questa volta invece ammalia e convince nel ruolo del cattivo egocentrico e megalomane, proprio del genere di quelli di solito combattuti da 007. Infine Alan Arkin si fa voler davvero bene nel ruolo del burbero dal cuore d’oro Peevy. Le scene di volo del jetpack restano ancora oggi molto ben fatte e divertenti per grandi e piccini e pur non mancando nessun clichè narratologico il film, tra scene d’azione, di inseguimento e d’amore, si lascia guardare con molto piacere. Dallo stesso fumetto e dal film stesso nasce  nel 2019 la serie Disney Junior Rocketeer, in cui una bambina si lancia in nuove avventure con il suo zainetto a razzo, disponibile su Disney Plus per chi, dopo aver visto il film, non ha ancora voglia di smettere di volare.

Voto: 3 Muffin

007 – Una Cascata di Diamanti

Dopo il disastro conclamato di Al Servizio Segreto di Sua Maestà, che delude non solo i fan di 007 ma anche i produttori (che si erano abituati a ben altri incassi per i film della saga), per Cubby Broccoli e Harry Saltzman si presenta una sfida assai ardua: trovare un nuovo James Bond. I produttori sono convinti che il nuovo 007 debba essere un po’ meno inglese e più americano per tornare a soddisfare i gusti del pubblico. Sostituiscono dunque lo sceneggiatore Richard Maibaum, che aveva già scritto una prima bozza del copione partendo dal romanzo Diamonds are Forever di Ian Fleming, con il giovane americano (ma con un stile di scrittura sufficientemente british) Tom Mankiewicz. Cercano un americano anche per interpretare Bond, ma purtroppo Adam West, già sotto contratto per il telefilm Batman, non è disponibile; accetta l’offerta invece John Gavin (l’amante di Janet Leigh nel film Psycho di Alfred Hitchcock), che viene scritturato per interpretare l’agente segreto più famoso del mondo.

La United Artists vorrebbe riavere Sean Connery, ma Broccoli e Saltzman non intendono implorare l’attore scozzese: inviano quindi la bellissima Ursula Andress, che era stata sua partner in Licenza di Uccidere ed è rimasta in ottimi rapporti con Connery, a farlo in loro vece. Connery si prende una settimana per decidere e infine accetta il compenso stratosferico di 1.200.000 dollari, che devolverà interamente in beneficenza allo Scottish International Trust, il fondo per l’educazione scozzese istituito da lui stesso tre anni prima. I produttori, nel congedare John Gavin, insistono per pagargli ugualmente il compenso stabilito e lui si fa da parte con grande eleganza (a differenza del suo predecessore George Lazenby). L’idea di americanizzare James Bond viene così accantonata, ci si accontenta di adeguarlo un tantino ai tempi, facendolo smettere di fumare. È dunque ufficiale: Sean Connery interpreterà James Bond ancora una volta!

Una Cascata di Diamanti non è certo il film di 007 migliore tra quelli interpretati da Sean Connery (personalmente lo considero anzi il peggiore), ma si tratta comunque di un livello qualitativo infinitamente superiore rispetto al precedente Al Servizio Segreto di Sua Maestà con George Lazenby, come anche pubblico e critica decreteranno. Per quanto mi riguarda, se penso all’ultimo film di Sean Connery come 007 mi viene in mente piuttosto Mai Dire Mai, che però non fa parte della saga ufficiale di Bond e ne è piuttosto una riuscitissima parodia. Senza arrivare alla presa in giro, ma i produttori capiscono che, dopo il finale tragico del film precedente i fan di 007 hanno ora bisogno di umorismo e leggerezza più che mai.

Non resta dunque che scegliere il regista: i produttori decidono di andare sul sicuro e di richiamare Guy Hamilton, considerando il suo Goldfinger il film meglio riuscito (nonché il più redditizio) della saga; seguendo lo stesso ragionamento per interpretare la canzone del film, Diamonds are Forever, viene chiamata ancora una volta la talentuosa Shirley Bassey

La trama del romanzo di Fleming è piuttosto complicata (prevede ad esempio uno scontro finale tra Bond e il fratello gemello di Blofeld) e non convince i produttori, che chiedono a Tom Mankiewicz di discostarsene liberamente. Lo spunto per la nuova trama proviene dalla fonte più inaspettata: un sogno di Cubby Broccoli. Il produttore sogna infatti di osservare il lussuoso attico dell’amico Howard Hughes (eccentrico regista e magnate di Hollywood) dalla finestra e di scorgervi quello che crede di essere l’amico ma è in realtà una persona totalmente diversa. Mankiewicz inizia subito a lavorare su un copione in cui compare un ricco ingegnere stramboide (Willard Whyte, interpretato dal musicista country Jimmy Dean che Connery chiama “the noisy American”) e, nel finale, James Bond si ritrova ad affrontare non uno ma diversi Blofeld, tutti magistralmente interpretati da Charles Gray, che era già apparso in un film di 007 (Si Vive Solo Due Volte) nei panni di Dikko Henderson.

Charles Gray è Ernst Stavro Blofeld

Una Cascata di Diamanti sarà l’ultimo film in cui compare il villain Ernst Stavro Blofeld (eccezion fatta per la spassosissima scena iniziale di Solo per i tuoi Occhi) fino al  2015, in cui il personaggio ritornerà in Spectre con le sembianze di Christoph Waltz. Per le scenografie si decide di andare sul sicuro con Ken Adam, mentre purtroppo viene modificato il comparto effetti speciali, dove l’inglese premio Oscar John Stears vine sostituito dagli americani Leslie Hillman e Whitey McMahon, con risultati a mio parere molto meno efficaci, soprattutto per quanto riguarda gli effetti visivi delle esplosioni. Le mancanze dell’effettistica vengono però bilanciate dalla bravura degli stuntmen, ancora una volta guidati dai veterani Bob Simmons e George Leech. Nei ruoli ormai consolidati di M, Q e Miss Moneypenny tornano ancora una volta Bernard Lee, Desmond Llewelyn e Lois Maxwell, quest’ultima con un look decisamente diverso dal solito: non essendoci alcuna scena ambientata nello studio del capo di 007, M, questa volta la segretaria compare ad Amsterdam con la divisa di agente delle dogana. Per indossare invece i succinti panni della nuova Bond-girl Tiffany Case viene scelta l’americana Jill St. John; in seconda posizione troviamo invece Lana Wood (sorella minore di Natalie) nel ruolo di Plenty O’Toole.

La scelta è più difficile per i ruoli dei killer omosessuali, apparentemente innocui ma in realtà spietati, Mr. Kidd e Mr. Wint: la scelta cade sul musicista Putter Smith e sull’attore Bruce Glover (anche se i produttori avrebbero voluto Peter Lorre in questo ruolo). Questi personaggi sono molto delicati in quanto, tra l’omosessualità e la forte violenza, si muovono sul filo della censura, ma si rivelano una scelta felice: c’è infatti bisogno di un nuovo antagonista per 007, qualcuno di veramente temibile (per sottolineare la grandezza di 007) ma di originale, come appunto i due ometti all’apparenza inoffensivi che James Bond fa l’erorre di non prendere sul serio.

Il 5 Aprile 1971 iniziano, nel deserto del Nevada (che nel film è quello del Sud Africa), le riprese di Agente 007: Una Cascata di Diamanti. La prima scena girata è quella dell’omicidio del dentista commesso da Wint e Kidd con uno scorpione velenoso infilato nella giacca. Viene girata anche una scena alternativa in cui lo scorpione viene messo nella bocca della vittima, poi scartata perché troppo violenta.

La prima scena girata da Sean Connery invece è quella dell’inseguimento nel centro di Las Vegas: Cubby Broccoli, grazie alle sue conoscenze influenti, riesce a ottenere la chiusura delle strade della città per ben cinque notti consecutive. La grande comodità di girare di notte a Las Vegas, è che non servono riflettori per illuminare il set. Ma non tutto si rivela così semplice: non è possibile allontanare i curiosi dal set (infatti sullo sfondo si possono ben vedere i capannelli di fan sui marciapiedi) e questo diventerà un grosso problema per la scena in cui l’auto di Bond, per infilarsi in un vicolo strettissimo, viaggia su due sole ruote. L’acrobazia di sollevare la macchina sulle ruote di destra riesce al primo colpo allo stuntman Joei Chitwood (che riceve un applauso estemporaneo dalla folla): peccato però che la ripresa dell’auto che esce dal vicolo sia inutilizzabile a causa della gente e dei poliziotti accalcati ai lati del set. La scena deve essere girata nuovamente in giugno, negli studi Pinewood: gli stuntman americani non sono più disponibili e vengono chiamati degli stuntman francesi… ma per errore la scena viene girata con l’automobile che esce dal vicolo sulle ruote sinistre! Il pasticcio viene rimediato girando una scena di raccordo nell’interno dell’auto in cui Bond dice a Tiffany di “reggersi forte” perché sta per cambiare l’inclinazione della macchina: sarebbe una cosa senza senso e quasi impossibile da fare, ma nonostante questo, dopo il montaggio, la scena in qualche modo funziona.

Abbiamo parlato delle prime scene girate, ma analizziamo invece la scena che, come da tradizione, precede i titoli di testa e la sigla. La sequenza ha lo scopo di agganciarsi alla trama del film precedente, in cui la moglie di Bond è stata uccisa da Blofeld, sottolineando però il fatto che il mitico Sean Connery sia tornato nei panni di 007. Assistiamo dunque a diversi interrogatori molto poco garbati di Bond, di cui ancora non vediamo il volto, che sconvolto dalla morte di Tracy desidera vendetta nei confronti del Numero Uno della Spectre. Inizialmente, proprio come avveniva in Licenza di Uccidere, non vediamo il viso di Bond ma solo le sue spalle, mani e braccia, in un crescendo di tensione fino alla scoperta del covo segreto di Blofeld, in cui, dopo una dura lotta, assistiamo (apparentemente) alla morte del cattivo. Girare questa scena è stato molto difficile per gli stuntman: in prima battuta, per ricreare il fango terapeutico utilizzato dal chirurgo plastico, viene usato del purè di patate, che però, dopo alcune ore, inizia a marcire e diffondere un odore insopportabile. Si appronta dunque una nuova miscela, che però ha il difetto di bruciare gli occhi e produrre eruzioni cutanee ai cascatori… altro che trattamento di bellezza!

Subito dopo la sigla, Hamilton decide di inserire l’unica scena poco divertente del film, quella in cui viene spiegato al pubblico ciò che ha bisogno di sapere sui diamanti per poter seguire poi la storia (analogamente a quanto fatto per l’oro di Goldfinger); una volta sbrigata questa formalità, il film può procedere a ritmo sostenuto con le classiche scene d’azione e la stessa ironia di sempre. Non manca comunque una punta di ironia, anche se semi-involontaria: lo sceneggiatore Tom Mankiewicz inserisce infatti una sagace osservazione di Bond sull’annata dello Sherry, non sapendo che, per questo liquore, non esiste l’annata! Per sua fortuna l’avvocato di Broccoli, che invece è un esperto del settore, si trova a passare sul set in quel momento e gli fa notare l’inesattezza: questo scambio diventa la nuova battuta del film.

L’idea iniziale di girare gli interni agli Universal Studios di Los Angeles viene abbandonata in favore dei cari vecchi Studi Pinewood di Londra, dove Ken Adam realizza tutti i set, mentre gli esterni ambientati ad Amsterdam vengono girati nella città olandese in appena un weekend. Per velocizzare le riprese, Guy Hamilton ha l’idea di promettere a tutti la serata libera ad Amsterdam a lavoro ultimato, e come racconta lui stesso: “Mai lavorato così in fretta con una troupe!”.

Come in tutti i film di Bond che si rispettino, anche in Una Cascata di Diamanti non possono mancare i combattimenti corpo a corpo. Tuttavia, poiché il regista pensa che “non ci sia nulla di più noioso che guardare due tizi che si menano”, bisogna rendere accattivanti gli scontri fisici, come ad esempio quello (girato a Pinewood) tra 007 e Peter Franks, interpretato dall’inglese Joe Robinson, che era stato l’insegnante di judo di Sean Connery. Hamilton decide che lo scontro tra questi due atleti grandi e grossi deve avvenire in uno spazio davvero angusto: un ascensore. La coreografia del combattimento viene pianificata con molta cura da Bob Simmons, ma in quel set ristretto non c’è spazio per gli stuntman (le inquadrature sono troppo ravvicinate) e i due attori devono cavarsela da soli. Nessun problema per Sean Connery, che si diverte molto a girare queste scene e non fa mai storie quando deve picchiare o farsi picchiare: l’attore aggiunge anche qualche tocco personale alla coreografia (come aveva fatto anche per i dialoghi del copione) e il risultato è una scena molto efficace con la tipica chiusura ironica: oltre due settimane di prove per una scena di due minuti appena.

In Una Cascata di Diamanti incontriamo ancora una volta l’agente CIA Felix Leiter, sempre un fedele alleato di Bond, interpretato da Norman Burton (che segue Jack Lord, Cec Linder e Rick Van Nutter). Nella scena all’aeroporto, quando Felix esamina la bara e domanda a 007 dove siano nascosti i diamanti, Bond gli risponde: “Alimentary, Watson” (“Alimentare, Watson”), parafrasando Sherlock Holmes: Cubby Broccoli in realtà desiderava eliminare questa battuta dal copione, sostenendo che nessuno l’avrebbe capita. Quando, alla prima del film, sente che il pubblico in sala ride di gusto, commenta: “Bella forza, saranno tutti dottori!”

Per il set della camera mortuaria di Las Vegas Ken Adam sceglie uno stile molto kitsch e ironico (ben rappresentato dalla vetrata a forma di diamante) e decide che, come tutti i congegni che compaiono nei film di 007, anche il pannello di controllo del forno crematorio deve essere pieno di leve e pulsanti appariscenti. La scena in cui Bond è imprigionato nella bara e sta per essere cremato è la tipica situazione dei film di 007 in cui il protagonista sembra non avere via di scampo e il pubblico ha pochi secondi per cercare di capire come riuscirà a cavarsela: anche se sono scene brevissime, a volte sono necessari mesi per idearne una che funzioni. Ironia della sorte, quella di 007 imprigionato nella cassa da morto è anche l’ultimissima scena girata da Sean Connery nei panni di James Bond, venerdì 13 agosto (neanche a farlo apposta) 1971.

Per girare le scene ambientate nei casinò e gli inseguimenti d’auto, la troupe si ferma per ben sei settimane a Las Vegas: serve tanto tempo perché è possibile effettuare le riprese all’interno dei casinò solamente tra le tre e le sei del mattino dei giorni feriali. Attori e maestranze smettono di dormire, impegnati come sono a girare durante il giorno e giocare d’azzardo di notte. Lo sceneggiatore Tom Mankiewicz perde un intero mese di paga. E non si salva neppure chi non gioca: Cubby e Dana Broccoli vengono derubati mentre dormono tranquilli nella loro suite. Ma questo non è un grosso problema per il produttore, che ha sempre a disposizione un budget di riserva che lui chiama “supporto morale”: in questo caso decide di spenderlo per dare una suite anche allo sceneggiatore, per il quale era stata prevista invece una sistemazione più semplice. Per ringraziarlo Tom voleva dare ai trapezisti del Circus Circus il nome di “Flying Broccoli” in omaggio al produttore, che però glielo vieta categoricamente.

Il direttore del Circus Circus concede il suo casinò per le riprese in cambio di una piccola parte nel film: quella dello “scienziato pazzo” che introduce il numero della donna-scimmia. Viene girata anche una scena con una donna in costume da sirena che suona l’arpa galleggiando su una conchiglia all’interno del ristorante, ma viene poi esclusa dal montaggio finale, insieme a un cameo di Sammy Davis Jr. al casinò. Per girare la scena in cui Q utilizza uno dei suoi congegni per sbancare le slot machine viene chiesto a un tecnico di impostare le macchina in modo tale che ogni tentativo sia vincente… immagino che quell’uomo sia diventato d’un tratto molto popolare!

L’hotel Whyte House, da cui l’eccentrico milionario Willard Whyte non esce mai (proprio come faceva Howard Hughes nel suo Desert Inn) è il realtà l’hotel Hilton: nei campi lunghi gli edifici adiacenti vengono nascosti da un fondale per farlo spiccare di più.

A Las Vegas entra in scena la bella Plenty O’Toole: dopo “Pussy Galore” (“Gnocca a Volontà”) un altro nome evocativo, come lo stesso Bond non manca di notare, in quanto “Plenty” significa “abbondanza”. Inizialmente il ruolo doveva andare a Jill St. John, ma il regista cambia idea e lo assegna a Lana Wood, bellissima ma piccola di statura, che per recitare accanto a Sean Connery è costretta a salire su una cassetta di frutta; la scelta si rivela cruciale quando viene girata la morte di Plenty (nella casa di Kirk Douglas a Palm Springs): la ragazza viene trovata morta nella piscina e Lana ha davvero i piedi legati ad un peso posto sul fondo. Nessuno si è accorto però che il fondale della piscina è inclinato e con passare del tempo il peso scivola verso la parte più profonda: presto Lana non è più in grado di tirare fuori la testa dall’acqua per respirare. Per fortuna l’attrice è un’ottima nuotatrice e apneista, e riesce a non andare nel panico mentre le viene prestato tempestivamente soccorso. Nonostante la sua bravura però per il tuffo in piscina dal terrazzo viene chiamata una cascatrice, Patty Elder; allo stesso modo Sean Connery, anche lui abile nuotatore, viene sostituito da un tuffatore professionista quando 007 deve buttarsi in acqua da oltre venti metri.

Gli autori dei film di 007 sono da sempre attenti alle ultime novità tecnologiche ma anche alle mode del momento. La chirurgia plastica, che ha un ruolo centrale del film, era diventata di gran moda alla fine degli anni ‘60, così come lo erano i letti ad acqua come quello della suite d’albergo di Bond (in cui Ken Adam ha l’idea geniale di inserire anche dei pesci vivi); allo stesso modo, l’ascensore esterno o le tessere magnetiche, come quelle che garantiscono l’accesso al laboratorio, erano delle novità assolute. Bond riesce a introdursi nel laboratorio segreto della Spectre grazie all’aiuto inconsapevole del Dottor Hergersheimer: questo suggestivo cognome altro non è che la parola usata da Guy Hamilton per indicare un “Pinco Pallino” qualsiasi: lo sceneggiatore decide di usarla come nome per uno dei personaggi del film. 

Una delle scene più memorabili del film è senza dubbio la fuga di 007 a bordo del Moon Buggy, il veicolo lunare realizzato da Ken Adam basandosi sul modello reale ma, per volere del regista, con aggiunta di bracci e altre parti mobili per renderlo più grottesco; Adam ha dotato lo strambo veicolo di ruote a sezione conica come l’originale, ma purtroppo queste non resistono all’ambiente ostile del deserto del Nevada e si rompono durante le riprese. Vengono sostituite con dei più classici pneumatici Honda per poter terminare la scena.

Esattamente come i combattimenti, anche le scene di inseguimento nei film rischiano sempre di diventare noiose: ecco perché Hamilton pensa di ambientarne una in un parcheggio, elaborandone lo sviluppo con l’utilizzo di diversi modellini. Qui il regista può dare sfogo a tutta la sua antipatia per le auto americane, facendo sfasciare tutte le oltre ottanta automobili messe a disposizione gratuitamente dalla Ford per il film. Girando la scena al distributore di benzina, invece, una donna che sta passando in auto si distrae per guardare Sean Connery e tampona l’auto davanti, rallentando le riprese: quando si dice fascino pericoloso…

Dopo aver visto la scena del film in cui Bond utilizza una sparachiodi da arrampicata per introdursi dall’esterno nell’attico di Whyte, diverse associazioni di scalatori scrivono alla United Artists per chiedere dove poterne acquistare una: ma questo aggeggio nella realtà non esiste (i chiodi infissi in quel modo non potrebbero mai reggere il peso di un uomo). Proprio come gli speranzosi scalatori, dopo la sua impresa Bond vede le sue speranze finire…nel gabinetto. A questo punto del copione Tom aveva inserito una lunga spiegazione da parte di Blofeld su come funzionasse il sintetizzatore vocale, ma l’attore Charles Gray suggerisce di sostituirla con una semplice frase: “Non so come funziona, ma il principio è molto semplice”. Come in tutti i film di Bond, non bisogna mai spiegare troppo…

Ken Adam si è potuto sbizzarrire nel creare il set dell’attico di Whyte, lussuoso ma anche avveniristico, pieno d’acciaio e di modellini dei suoi progetti. Al contrario la casa in cui Bond affronta Bambi e Thumper non è un set, ma una vera abitazione di Palm Springs, costruita attorno ad un blocco di roccia, cui non viene aggiunto nulla se non il trapezio necessario per la scena di lotta. L’idea per questo strano combattimento è venuto al regista guardando  le acrobazie compiuta dalle atlete delle Olimpiadi: spetta poi a Bob Simmons coreografare il tutto e creare una delle scene più memorabili della saga di Bond.

Non è facile per Guy Hamilton trovare una location adeguata per lo scontro finale: serve infatti una piattaforma petrolifera dismessa ma sicura (in quanto verranno utilizzati esplosivi ed effetti pirotecnici) e non troppo difficile da raggiungere. Per sua fortuna in quegli anni l’azienda petrolifera Shell versa in cattive acque: Hamilton riesce così ad affittare una vecchia piattaforma, poco lontano dalla costa della California, per una cifra modesta. Ogni giorno, per raggiungere il set, attori e troupe devono volare per quindici minuti su degli elicotteri privi di portelloni. Prima di girare la grande esplosione finale, il regista decide di fare un’ultima prova generale della scena, ma l’aiuto regista fraintende e ordina di azionare tutti gli esplosivi. Per fortuna il cameraman Jim Gavin ha la prontezza di azionare la telecamera e riprendere tutto dall’elicottero su cui si trova. Vengono girate anche scene con i sub che si tuffano dagli elicotteri e raggiungono la piattaforma a nuoto, ma sono poi scartate per non far risultare la scena troppo lunga (ne restano però delle immagini nelle locandine). La scena in cui Bond raggiunge la piattaforma dentro uno strano pallone (ispirata al regista, ancora una volta, da un filmato visto in televisione), viene girata successivamente negli studi Pinewood, insieme alla scena finale a bordo della nava da crociera.

Putter Smith accetta coraggiosamente di lasciarsi incendiare le braccia, ma viene poi sostituito da George Leech per il finale della scena, così come lo stuntman Gerry Crampton sostituisce Bruce Glover per il salto in mare (per cui viene utilizzato un trampolino), anche se in realtà la scena viene grata in studio e non c’è acqua ma solo tessuto increspato a simulare l’effetto delle onde. Ken Adam progetta ben due sottomarini per la fuga di Blofeld, uno in fibra di vetro (per il costo di 30.000 dollari) e uno più resistente pieno di cemento per la demolizione della sala controllo. La scena, inizialmente prevista, di inseguimento di Blofeld nella salina non viene mai girata per indisponibilità della location californiana. Nonostante sia molto elaborata e tecnicamente complicata, la scena dell’attacco alla piattaforma viene girata a tempo di record grazie alla sagacia dei produttori, che negano a Guy Hamilton e Sean Connery il permesso di recarsi negli splendidi campi da golf della California fino a che la scena non sarà ultimata. A volte non serve altro che il giusto incentivo…

Venerdì 13 agosto 1971, alle ore 16.00, Sean Connery ha appena finito di girare la sua ultima scena nei panni di 007, e tutti i suoi amici e colleghi sanno che questa volta si tratta di un addio definitivo. I produttori avranno modo di consolarsi con gli incassi e il successo del film (anche se non è certo uno dei migliori, anzi), ma il futuro appare incerto: che ne sarà di James Bond? Dopo il fallimento catastrofico di George Lazenby sembra chiaro che sostituire Sean Connery non è possibile… È forse la fine di 007? 

Chi vivrà, vedrà! Sempre qui su Cine-muffin!

Al Servizio Segreto di Sua Maestà

Durante le riprese di 007 – Si Vive Solo Due Volte Sean Connery ha annunciato che quello sarebbe stato il suo ultimo film nei panni dell’agente segreto britannico, ma comprensibilmente i produttori Albert Broccoli e Harry Saltzman non hanno intenzione di lasciarsi sfuggire quella miniera d’oro. Inizia dunque una grandiosa operazione di casting, alla disperata ricerca di “un nuovo Sean Connery”. Ma questi, si sa, non si trovano certo sotto gli alberi di mango… Più di 200 attori sostengono il provino per il ruolo di 007, tra cui l’attore shakespeariano Timothy Dalton, ma i produttori non riescono a trovare il loro nuovo James Bond, fino a che non vedono un fascinoso sconosciuto guidare un’automobile da corsa nello spot della cioccolata Fry: si tratta dell’australiano George Lazenby, di professione venditore d’automobili e modello per hobby. Sebbene George non abbia mai lavorato nel cinema i produttori pensano che potrebbe essere il loro uomo. Lazenby, incredulo, per fare buona impressione decide di rivolgersi direttamente a Anthony Sinclair di Londra, che per anni era stato il sarto ufficiale di Sean Connery/James Bond; il caso vuole che Sinclair abbia in magazzino un completo elegante che era stato realizzato per Connery ma che non era mai stato ritirato: non resta che allungare un po’ le maniche e il gioco è fatto! Per non sbagliare George si rivolge anche al barbiere di Connery, Kurt dell’Hotel Dorchester, a cui domanda un taglio uguale a quello di Connery: Lazenby non sa che, seduto nella poltrona accanto a lui, c’è proprio il produttore Cubby Broccoli, anche lui assiduo cliente di Kurt, che osserva compiaciuto tutti i suoi sforzi. Il passo successivo è il colloquio con Harry Saltzman nel suo studio, dove George deve seminare la diligente segretaria per poter essere ricevuto e riesce a dimostrare di avere un carattere deciso quando si rifiuta di sedersi sulla sedia su cui Saltzman poggiava i piedi fino a un istante prima. Non resta che la prova del nove: il set. Lazenby viene invitato negli studi Pinewood per provare qualche scena d’azione con gli stuntman, visto che, se sarà scelto come James Bond, ne dovrà girare parecchie. Ma Lazenby si dimostra insofferente, provare le stesse mosse in continuazione con i cascatori lo annoia: “È come passare la giornata a piantare patate!” dirà in un’intervista, e sarà solo la prima di una serie di osservazioni infelici. Sia come sia il nostro George, per vincere la noia, decide di fare sul serio e finisce per rompere il naso all’attore russo Yuri Borienko. L’episodio, che normalmente verrebbe considerato deprecabile, al contrario scioglie tutte le riserve dei produttori: George Lazenby è ufficialmente il nuovo James Bond. Con queste premesse, cosa potrebbe andare storto?

Ho sicuramente già raccontato cosa il personaggio di James Bond significhi per me, che guardavo e riguardavo i film con Sean Connery e Roger Moore sulle ginocchia di Papà Verdurin e che mai potrò considerare questo personaggio in modo imparziale e distaccato, ma Al Servizio Segreto di Sua Maestà fa eccezione: questo film, che avevo visto solamente una volta a differenza di quasi tutti gli altri, è davvero brutto. Mi viene da dire che se George Lazenby non ha affossato il mito di Bond allora nessuno potrà mai farlo. Nel corso dell’articolo chiarirò e motiverò riccamente queste affermazioni, ma in questo caso l’impressione di quell’unica visione di tanti anni fa è stata pienamente confermata, dopo tanti anni e con tutti gli approfondimenti opportuni. In ogni caso, per amore di completezza, è necessario parlare anche di questo film, e così farò, anche perchè la storia della sua realizzazione e quella della meteora Lazenby sono come sempre molto interessanti. Certo è facile, col senno di poi, dire che le cose non sarebbero potute andare diversamente, però dico: scegliere come nuovo James Bond un modello? Davvero?

Mentre George Lazenby si prepara a diventare 007 con corsi di dizione (per perdere il forte accento australiano) e di portamento (per camminare in modo meno “australiano”) Saltzman e Broccoli cercano il resto del cast. Per il ruolo importantissimo di Tracy, che non sarà solo una Bond-girl ma diventerà anche sua moglie, viene scelta l’attrice inglese Diana Rigg (i produttori vorrebbero Brigitte Bardot, che è anche bionda come il personaggio del libro, ma non è disponibile). Diana ha già molta esperienza nel cinema e nelle serie tv (ha sostituito Honor Blackman come protagonista femminile nel telefilm Avengers, sul cui set ha anche imparato a girare le scene di lotta) e viene affiancata al neofita George Lazenby per fargli da guida. Nel ruolo del villain Ernst Stavro Blofeld non ci sarà più Donald Pleasance, visto in You Only Live Twice, ma Telly Savalas, (costretto a ripiegare all’indietro i lobi delle orecchie per corrispondere alla descrizione di Fleming) che diventerà famoso qualche anno più tardi come Tenente Kojak. All’attore italiano Gabriele Ferzetti, dalla vasta filmografia ma per me conosciuto soprattutto come lo spietato Morton di C’era una Volta il West, viene affidato un ruolo complesso, quello del padre di Tracy, incaricato di spiegare allo spettatore la trama del film in un lungo monologo che, nonostante lui cerchi di ravvivarlo compiendo varie azioni in scena (versando da bere, camminando, accendendo il sigaro…) risulta comunque piuttosto noioso. L’attrice tedesca Ilse Steppat, che interpreta la cattiva Irma Bunt, morirà poco dopo il termine delle riprese. L’attore George Baker, vecchio amico di Ian Fleming, viene convocato con un doppio compito: interpretare Sir Hilary Bray dell’istituto araldico e doppiare la voce di George Lazenby nelle scene in cui Bond si spaccia per Sir Hilary: nonostante l’impegno di George, imitare in modo convincente un accento britannico è fuori dalla sua portata. Tornano come sempre le tre rocce della serie: Lois Maxwell/Miss Moneypenny, Desmond Llewelyn/Q e Bernard Lee/M; tra l’altro in questo film abbiamo per la prima volta la gioia di vedere questi tre personaggi in scena tutti insieme, ospiti al matrimonio di James Bond.

Per quanto riguarda il cast tecnico, per prima cosa bisogna parlare del regista: Peter Hunt, che aveva lavorato in tutti i film precedenti come montatore o regista della seconda unità, finalmente ottiene il ruolo di regista che tanto desiderava. Hunt, che aveva appena realizzato la sequenza dei titoli di apertura per Chitty Chitty Bang Bang (tratto da un libro di Ian Fleming e prodotto da Cubby Broccoli), importa da quel set moltissimi collaboratori: tra questi e le maestranze storiche della saga, sul set c’è sempre una gran folla e servono anche degli interpreti per facilitare le comunicazioni, oltre al fatto che i costi di catering per la troupe lievitano. Tra i collaboratori importati da Chitty Chitty Bang Bang c’è lo sceneggiatore Richard Maibaum, che ha il compito di adattare il romanzo di Ian Fleming uscito nel 1963 e scritto durante le riprese di Licenza di Uccidere, To Her Majesty’s Secret Service. A differenza di quanto accaduto per i film precedenti, in cui il libro era solo un punto di partenza per inventare storie, scene e personaggi, Hunt vuole mantenersi il più fedele possibile al romanzo, che fra tutti quelli scritti da Fleming offre il più approfondito scavo psicologico e dramma umano del personaggio di James Bond, raccontati con uno stile più semplice. Hunt crede che i fan di Bond desiderino vedere meno effetti speciali, gadget sofisticati e scenografie eccentriche, perché preferiscono il pathos e l’introspezione: ma sarà davvero così?

Peter Hunt ha lavorato a tutti gli 007, perciò dovrebbe avere ormai capito quali sono i meccanismi che permettono ai film della serie di funzionare: invece decide di stravolgerli tutti quanti, con risultati, come vedremo, poco felici. Per prima cosa, come abbiamo detto, Hunt ritiene che i fan di James Bond desiderino scoprire i risvolti personali e psicologici del personaggio, che decide dunque di appendere al chiodo la Walther PPK per via dell’ennesimo dissapore con M e di mettere su famiglia, sposandosi con la bella ma irrequieta ereditiera Tracy. Possiamo dire, a discolpa del personaggio, che Draco, il padre di Tracy gli ha offerto un’ingente somma per sposare la figlia scapestrata, e che, quando il dovere lo esige, Bond è comunque pronto a ignorare la sua monogamia per tante volte quante la Corona richieda. Inoltre, Hunt aveva previsto che Al Servizio Segreto di Sua Maestà si concludesse con la scena dello sfarzoso matrimonio di Bond, lasciando il suo triste epilogo per l’incipit del film successivo, Una Cascata di Diamanti. Le cose però, a causa dei capricci di una certa star e dei deludenti risultati al botteghino, non andarono secondo i suoi piani, come vedremo.

Il perfetto addio al celibato

Quando inizia il film, la prima immagine che vediamo sullo schermo è l’ormai familiare targa della Universal Export, che già sappiamo essere la copertura per gli uffici dell’Intelligence Britannica. Quello che è invece molto difficile notare è il regista Peter Hunt riflesso sulla targa lucida mentre passa per la strada: il regista non ha resistito all’idea di un cameo alla Hitchcock.

Hunt pensa che il nuovo attore debba essere introdotto con nonchalance (le locandine del film infatti glissano sull’assenza di Connery), senza dare troppo risalto alla cosa, e decide di ricalcare l’entrata in scena di Sean Connery nel primo film, Dr. No, mostrando da principio solo primi piani di oggetti legati al personaggio di Bond (sigaretta, dettagli degli abiti, accendino), quindi l’eroe in azione mentre salva Tracy dall’annegamento e combatte con degli assalitori sulla spiaggia e solo dopo la vittoria un primo piano del viso di George Lazenby, mentre si presenta come “Bond, James Bond”. L’agente segreto però non sembra aver affascinato la ragazza, che se ne va abbandonandolo da solo su una spiaggia deserta. E qui Lazenby esclama: “Questo non succedeva a quell’altro”, infrangendo per la prima volta nella saga la quarta parete e rivolgendosi direttamente al pubblico, che in effetti non ha mai visto una donna dire di no a Sean Connery. Pare che questa frase fosse ripetuta in continuazione da Lazenby sul set, e che Hunt abbia deciso estemporaneamente di utilizzarla anche nel film. Se poi l’attore australiano fosse trattato in modo diverso rispetto al suo predecessore è difficile dirlo, quel che è certo è che lui non si comportava affatto come Connery. Ad esempio, l’attore scozzese rifuggiva le attenzioni della stampa, mentre Lazenby non perdeva occasione per farsi intervistare e per lamentarsi della sua condizione, accusando il regista di non permettergli di esprimersi al meglio come attore, di caratterizzare meglio il personaggio e di non tenere in considerazione i suoi suggerimenti, come ad esempio quello di inserire nel film una buona dose di musica pop contemporanea: avendo imparato in Goldfinger che 007 ascolta i Beatles “solamente con i tappi nelle orecchie”, come avrebbe potuto funzionare?

Per fortuna invece ad occuparsi della colonna sonora c’è, ancora una volta, John Barry, che è in grado di conferire dignità a qualunque film (perfino a Scontri Stellari). Per Barry il primo ostacolo da superare è la tradizione secondo la quale la canzone della sigla di apertura deve avere lo stesso titolo del film: nel caso di Al Servizio Segreto di Sua Maestà cosa poteva essere adatto, forse una marcia militare? Infine Barry opta per un tema strumentale per accompagnare l’audace sigla creata da Maurice Binder che mostra silhouette molto dettagliate di corpi femminili. L’attore Roger Moore  più avanti affermerà che le sigle sono l’unica cosa dei film di 007 che dovrebbe davvero essere censurata. E questo, in alcuni casi, avviene: per esempio in Sudafrica la sigla viene tagliata per far scomparire tutti i capezzoli in rilievo delle ombre. Peccato che così venga eliminato dai titoli di testa anche il nome del regista: in Sudafrica quindi questo film è adespota. Oltre alle silhouettes conturbanti, la sigla mostra immagini dei film precedenti (non di Sean Connery però) per sottolineare la continuità della saga a prescindere dal cambio di attore. Il concetto è ribadito da clessidre e orologi: alla faccia della nonchalance!

John Barry riesce comunque a inserire una canzone memorabile per il film, nella scena dell’idillio amoroso tra Bond e Tracy, dal titolo We Have All The Time in the World (la stessa frase incisa all’interno della fede nuziale di Tracy nonché l’ultima tragica battuta del film e del romanzo) e per cantarla chiama Louis Armstrong, mostrando una certa sfacciataggine: il cantante infatti è malato da tempo e questa sarà l’ultima canzone che inciderà prima di morire. Armstrong in ogni caso si dichiara contento e ringrazia Barry per questa opportunità, dopo aver offerto una grande interpretazione alla canzone scritta da Barry con testi di Hal David.

Telly Savalas nel ruolo di Blofeld

L’inizio ufficiale delle riprese di Al Servizio Segreto di Sua Maestà è il 21 Ottobre 1968, in Svizzera, dove il regista ha trovato la location perfetta per Piz Gloria, la misteriosa clinica di Blofeld: il Monte Schilthorn, alto 3000 metri, sul quale è appena stato costruito un ristorante. La troupe ottiene il permesso di girare nella struttura e di arredarla a sua discrezione, purché si doti di generatore elettrico e costruisca l’eliporto. Lo scenografo Syd Cain dunque arreda la location: al termine delle riprese il ristorante sarà lasciato già arredato e i proprietari decidono di sfruttare il prestigio del film mantenendo il nome “Piz Gloria” per il ristorante girevole e chiamando “James Bond” il bar. All’arrivo in Svizzera la troupe non riceve certo il più propizio dei benvenuti: Hunt e gli altri si trovano di fronte al cadavere di un escursionista morto congelato che penzola dal fianco del monte Eiger, in attesa che le condizioni meteo permettano il recupero. Ma non tutto il male viene per nuocere, e Hunt trasforma questo tragico episodio in uno spunto per il film: quando Blofeld scoprirà la vera identità di Bond infatti gli mostrerà anche il cadavere congelato del collega dell’Intelligence Campbell (Bernard Horsfall) appeso davanti alla finestra. Hunt decide di girare per prime le scene in cui Bond sta impersonando Sir Hilary, in modo da giustificare la sua goffaggine. Hunt cerca anche di preparare lo spettatore per l’inedito outfit di 007 facendogli prima estrarre dalla valigia e solo in seguito indossare un tradizionale kilt scozzese (e come una delle ragazze avrà modo di constatare più tardi, senza biancheria intima come da tradizione). Hunt dichiara di aver voluto vestire il nuovo 007 secondo il suo stile personale, ed ecco perché vediamo per la prima volta l’agente segreto indossare dolcevita e camicie con volant, oltre al già citato kilt. Ma nonostante il cambio di vestiario, Bond si dimostra ancora un seduttore entrando nelle grazie di due delle affascinanti degenti del Piz Gloria, in cui Blofeld, fingendo di curare le allergie, manipola in realtà le menti delle ragazze tramite ipnosi per i suoi malevoli scopi. Nonostante tutti cerchino di tenersi occupati nelle pause tra i ciak – le ragazze si dedicano all’uncinetto mentre Telly Savalas al poker e al karaoke, oltre che alla bella Dani Sheridan, con cui inizia una storia d’amore che durerà per ben dieci anni – quando Harry Saltzman raggiunge il set trova un clima pesante e cupo, tanto che decide di organizzare una festa per tutta la troupe. Ma, a festa iniziata, nessun segno di George Lazenby, che si presenta solo molto più tardi, risentito per non aver ricevuto un invito personale. Quando Saltzman gli spiega che nessuno lo aveva ricevuto lui replica: “Ma io sono la star!” Anni più tardi, nelle interviste, Lazenby riconoscerà di essersi montato la testa per via del successo improvviso e della sua giovane età, ma all’epoca i suoi comportamenti causarono molti problemi a colleghi e produttori. Lazenby ad esempio, che in base alla sua polizza assicurativa non avrebbe dovuto sciare, attendeva il buio per divertirsi sugli sci di nascosto, e non aveva perso il vizio di picchiare sul serio girando le scene di lotta. Inoltre l’attore discute spesso con la coprotagonista Diana, e naturalmente la stampa non tarda ad ingigantire gli screzi tra i due. Lazenby è sempre più teso e nervoso sul set, rilascia ai giornalisti dichiarazioni sempre più infelici e la cosa non sfugge di certo ai produttori…

In Svizzera vengono girate moltissime spettacolari scene d’azione. Quelle ambientate sulle piste da sci sono tutte tratte direttamente da romanzo: Fleming infatti aveva studiato in Svizzera ed era uno sciatore provetto. Diana, che non sa sciare, gira le inquadrature ravvicinate stando in ginocchio su uno slittino; per i campi lunghi gli attori vengono sostituiti da stuntman ripresi dal campione olimpico di sci Willy Bognor Jr., che essendo in grado di sciare anche all’indietro riesce a catturare splendide scene di inseguimento sulla neve da molto vicino, tenendo la telecamera in mano o in mezzo alle gambe e realizzando anche le acrobazie più impegnative (come ad esempio il salto con atterraggio sul tetto). Altre inquadrature mozzafiato vengono realizzate da Johnny Jordan, l’operatore rimasto ferito durante le riprese di Si Vive Solo Due Volte che non solo è tornato al lavoro con una gamba di legno, ma ha inventato insieme al pilota di elicottero John Crewdson un modo per agganciare l’imbragatura alla parte bassa dell’elicottero e permettere a Jordan di filmare da ogni angolazione senza che l’elicottero entri mai nell’inquadratura. Jordan, sospeso molto al di sotto dell’elicottero, comunica con Crewdson tramite impianto interfonico e deve indossare una tuta di gomma per non congelare. Le temperature, soprattutto ad alta quota, sono glaciali, ma nonostante questo la neve inizia inesorabilmente a sciogliersi, causando non pochi problemi a Hunt, che deve trasportare la neve con dei camion in ogni location. Il regista pensa anche di spostarsi con la troupe dall’altro lato della valle, ma non è possibile perchè già occupato da un’altra troupe cinematografica: Robert Redford e Gene Hackman stanno girando Gli Spericolati. Hunt è preoccupato soprattutto per la grandiosa scena della valanga, per la quale si è accordato con l’esercito svizzero per piazzare delle cariche esplosive nei punti strategici, ma quando finalmente arriva il momento di farle esplodere non c’è più neve, che si è sciolta tutta nottetempo. Giungono in aiuto di Hunt il responsabile degli effetti speciali John Stears, che realizza una valanga in miniatura fatta con il sale e degli alberelli di plastica da poter filmare, e il regista della seconda unità John Glen, che aveva filmato (non senza rischi!) una vera valanga, provocata in un valico disabitato lanciando una manciata di bombe dall’elicottero: montando questo materiale e inserendo con un effetto ottico due minuscoli sciatori che cercano di sfuggire alla neve, il gioco è fatto. Hunt è più fortunato con la scena della pista di pattinaggio, che su sua insistenza viene girata proprio il giorno prima che il ghiaccio si sciolga; Diana, che non sa pattinare, viene sostituita da una controfigura, mentre guiderà personalmente l’auto durante l’inseguimento sulla pista ghiacciata della gara di stock car, debitamente addestrata insieme agli stuntmen da Erich Glavitza, pilota di rally austriaco. L’inseguimento viene girato di notte, a una temperatura di -30 gradi; attori e tecnici vengono continuamente riforniti di bevande calde e la pista continuamente bagnata e spazzolata per mantenere la lucidità del ghiaccio, di grande effetto scenico ma che fa slittare le auto (le gomme non sono dotate di chiodi, che rovinerebbero il campo da gioco sottostante). Molte auto si ribaltano, senza danni per via del tettuccio rinforzato. La Ford Escort di Tracy però non si ribalta realmente: quella che vediamo nel film è un’inquadratura ribaltata!

Johnny Jordan filma appeso all’elicottero

Ancora una volta il ruolo degli stuntmen è fondamentale. Tocca a loro sciare, pilotare auto sul ghiaccio, tuffarsi dall’elicottero per atterrare nella neve (che a volte è troppo alta e a volte nasconde delle rocce…), lanciarsi con i bob a tutta velocità, scivolare appesi ai cavi della funivia (che a volte si ghiacciano e diventano scivolosi…): gli incidenti e gli imprevisti sono talmente tanti che Hunt rimaneggia in continuo la sceneggiatura per includerli nel film (come succede per esempio per il bob che esce di pista). Gli interni vengono sempre girati in un momento successivo negli studi Pinewood, tranne la lotta nel fienile con i campanacci appesi: si tratta di un fienile autentico che aveva colpito Hunt in fase di ricerca location e in cui aveva voluto a tutti i costi ambientare una scena di lotta: abbiamo capito che al regista piacciono molto i rumori d’ambiente… Completamente ricostruito a studio invece è il fienile in cui Bond fa la proposta di matrimonio a Tracy. In questo caso Hunt si distacca dal libro, in cui la proposta veniva dalla ragazza: l’iniziativa deve essere di Bond!

Diana Riggs

Viene girata a Berna la scena in cui Bond si introduce nell’ufficio di Gumbold: con un colpo di fortuna Hunt trova una piazza in cui sono presenti un grande orologio e un edificio in costruzione con impalcature e gru, proprio come serve per la scena. Non gli resta che aggiungere il cartello Draco Constructions ed ecco pronto il set. Qui vediamo l’unico gadget utilizzato da Bond in tutto il film, il congegno per forzare la cassaforte che fa anche da fotocopiatrice, macchinario all’epoca non ancora molto diffuso e considerato quindi avveniristico. Per dare un tocco di leggerezza e spezzare la suspense della scena, il regista ci mostra 007 sfogliare la rivista Playboy trovata nell’ufficio di Gumbold: oltre che un tocco umoristico si tratta di un richiamo alla realtà, in quanto Al Servizio Segreto di Sua Maestà di Fleming era uscito a puntate proprio su Playboy. Questo è il primo richiamo esplicito ai romanzi di Fleming, ma abbiamo ormai capito che Al Servizio Segreto di Sua Maestà è il film delle prime volte: primo utilizzo del rallenty in un film di Bond (quando a Piz Gloria 007 viene colpito e sviene); primo flashback (quando Bond vede in un riflesso sulla finestra i nemici portare via Tracy dopo la valanga) e prima volta che scopriamo il motto storico della famiglia Bond tramite il blasone rinvenuto da Sir Hillary (Orbis Non Sufficit, cioè Il Mondo Non Basta).

Il blasone della famiglia Bond

Poiché è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare, sottolineo anche che Lazenby, forse anche per via della sua inesperienza, ha delle ottime doti di improvvisazione. L’ultima scena sulla neve, in cui Bond viene raggiunto dal San Bernardo soccorritore, era stata pensata diversamente, ma l’attore, quando il cane inaspettatamente si sdraia a terra accanto a lui in cerca di coccole, improvvisa una battuta: “Lascia perdere, vai a prendere il brandy!” Forse anche perché il sole era ormai tramontato, il ciak viene tenuto per buono.

Non resta che una cosa da fare prima di lasciare la Svizzera: filmare l’esplosione del laboratorio segreto di Blofeld. Al termine delle riprese il set, costato più di 100.000 dollari, è completamente distrutto,, ma la grande esplosione cui assistiamo nel film è in realtà quella di un modellino realizzato da John Stears.

Alla fine di aprile, dopo sei mesi trascorsi nella fredda Svizzera, la troupe si sposta nel più soleggiato Portogallo per il resto delle riprese in esterno; gli interni, come sempre, saranno girati negli Studi Pinewood di Londra. La scena iniziale sulla spiaggia in realtà viene girata per ultima e di giorno, utilizzando dei filtri per farla sembrare una ripresa notturna. George Lazenby non è per nulla entusiasta all’idea di entrare nell’acqua gelata, ma Hunt ci tiene molto a vedere gli schizzi e sentire il rumore dell’acqua durante la lotta. A coreografare i combattimenti degli stuntmen c’è il veterano George Leech mentre al montaggio il neo regista Hunt viene sostituito dall’amico John Glen, che si occupa anche della seconda unità e che più tardi diventerà a sua volta regista di alcuni film della saga: Glen fa suo da subito il montaggio veloce e serrato in stile Hunt, che tanto bene aveva funzionato nei film precedenti per creare scene mozzafiato e al contempo nascondere i piccoli difetti delle riprese. Mentre sui set dei film precedenti l’incolumità di Sean Connery era sempre una priorità per tutti (nonostante lui insistesse per realizzare le sequenze acquatiche o di lotta in prima persona), a Lazenby viene chiesto dal regista di eseguire personalmente tutte le scene di lotta e le più semplici delle scene d’azione, in modo da poterlo riprendere da vicino con un effetto molto realistico (come nella scena in cui Bond spara ai nemici scivolando sulla pista di curling, agganciato a una fune di sicurezza). Le malelingue (Lazenby per primo, durante le interviste) sostengono che a Hunt non andasse a genio l’attore australiano e che addirittura rifiutasse di rivolgergli direttamente la parola durante le riprese, sostenendo che per il regista un attore valeva l’altro purché fisicamente corrispondesse all’idea di Bond; al contrario Hunt nel suo commento al film spende molte parole di elogio per Lazenby, ammirandone l’eleganza e le doti recitative.

Per il matrimonio di Bond il regista vuole fiori ovunque, perché ha deciso che i fiori sono caratteristici del personaggio di Tracy, e infatti compaiono sempre insieme a lei: sul terrazzo, sui suoi abiti, sul letto, e naturalmente sull’abito da sposa. Sfortunatamente è tutto rose e fiori anche per Bernard Lee (M), che durante una pausa viene travolto da George Lazenby che sta mostrando la sua abilità di cavallerizzo, finendo tra le rose e ferendosi una gamba. Cubby Broccoli, che non si allontana quasi mai dal set, osserva e rimugina… Anche Lois Maxwell (Moneypenny) avrà una brutta sorpresa al termine delle riprese: tutti gli abiti fatti su misura per lei, che aveva avuto il permesso di tenerli, sono già stati portati via. Viene invece affidata a Desmond Llewelyn (Q) una battuta molto controversa rivolta allo sposo: “007, sono stupito, io pensavo che lei fosse…” Cosa? Perché Q pensava che 007 non si sarebbe mai sposato? Sarà davvero per la sua reputazione di dongiovanni? Non è certo. Quel che è certo è che al termine della cerimonia Bond si allontana con la moglie sulla sua iconica Aston Martin DB5. Anche se, purtroppo, non andranno molto lontano…

Che cosa avrà voluto dire?

Per girare la morte di Tracy, Hunt lascia volutamente Lazenby in attesa per molto tempo, in modo da innervosirlo. Poi però, al momento del ciak, l’attore scoppia in singhiozzi e la scena va rigirata: 007 può essere distrutto ma non piange mai! A piangere sono invece i produttori, che quando hanno promesso a George Lazenby che avrebbe partecipato al tour promozionale del film non avevano certo previsto che lui si sarebbe fatto crescere barba e capelli! Poiché Lazenby rifiuta categoricamente di riassumere un aspetto più “bondiano”, Broccoli e Saltzman fanno saltare l’accordo: Lazenby organizzerà un proprio tour parallelo, pagandosi tutte le spese. Anni più tardi Lazenby ammetterà: “Non capivo la fama, mi davo un sacco di arie e non piacevo a nessuno. Le porte per me si aprirono tutte e si richiusero tutte subito dopo”. Ed ecco perché, una volta dismessi i panni eleganti di James Bond, la carriera cinematografica di Lazenby si può dire conclusa, salvo qualche ruolo nei panni della spia in varie imitazioni o parodie dei film di 007.

Un’ultima curiosità prima di lasciare definitivamente la Svizzera: nella versione originale del film Draco, il padre di Tracy, è italiano come lo è l’attore che lo interpreta, Gabriele Ferzetti. Nel finale, in cui Draco arriva con gli elicotteri per salvare Tracy, rapita da Blofeld, Draco risponde per radio alla torre di controllo del Piz Gloria che gli intima di cambiare immediatamente rotta e allontanarsi inventando sul momento una giustificazione dopo l’altra, fino a che non inizia a parlare in italiano nel tentativo di confondere l’operatore e comincia a spiegare di “una disastrosa alluvione a Rovigo” che lo costringe all’intervento immediato. Certo James Bond è stato diverse volte in Italia (Cortina, Roma, Venezia…), ma mai mi sarei aspettata di sentir nominare Rovigo in un suo film!

“Questo non succedeva a quell’altro…”

Terminate le riprese in Portogallo la troupe rientra a Londra per girare tutte le scene negli interni negli studi Pinewood. Per la prima volta in assoluto vediamo lo studio di James Bond quando lui, credendo di non essere più un agente segreto (non sa che la devota Moneypenny ha sostituito le sue dimissioni con una richiesta di permesso per due settimane) sgombra la sua scrivania. Intanto noi possiamo vedere diversi cimeli delle sue precedenti avventure: il coltello di Honey Ryder da Dr. No, l’orologio per garrota di Red Grant da Dalla Russia con Amore, il respiratore di Thunderball. Come se questo tuffo nel passato non bastasse, fuori dall’ufficio di Draco vedremo un nano intento a lavare il pavimento fischiettando il motivetto di Goldfinger: sempre all’insegna della nonchalance. Ma se Peter Hunt fa qualche azzardo per quanto riguarda la continuità con i film precedenti, dimostra anche di essere tecnicamente preparatissimo quando decide di girare tutte le inquadrature tenendo conto del cambio di formato che subiranno nel passaggio dal grande al piccolo schermo. Inoltre il regista, ossessionato dal desiderio di realismo, fa realizzare tutte le scenografie degli interni con i soffitti (mentre di solito il soffitto è vuoto per poter permettere i movimenti delle telecamere e i passaggi di cavi e illuminazioni varie); inoltre sceglie di abbandonare il formato Panavision a favore del Cinemascope: tecnicamente il regista è impeccabile tanto quanto lo è nello stile personale, visto che non si è mai presentato sul set senza cravatta. Oltre a vedere per la prima volta l’ufficio di 007 per la prima volta lo spettatore è ammesso anche nella residenza privata di M, Quarterdeck (che è invece spesso presente nei romanzi).

L’ufficio di 007

Sarà anche vero, come affermava lo stesso Lazenby, che “Bond ha qualcosa di ogni uomo, o meglio ogni uomo crede di avere qualcosa di Bond” ma forse le sue convinzioni non erano fondate, perché quando il suo agente Ronan O’Reilly annuncia alla stampa che il suo cliente non prenderà parte ad altri 007, i produttori non versano lacrime, al contrario si affrettano a confermare la notizia e ad affermare di aver liquidato loro l’attore australiano. A Peter Hunt e John Glen non resta che montare tutto il materiale girato con Lazenby, che dunque non parteciperà al capitolo successivo, convinto che, in ogni caso, il fenomeno Bond non sia destinato a durare a lungo…

Il matrimonio di James Bond

La première di Al Servizio Segreto di Sua Maestà si tiene il 18 Dicembre 1969; gli incassi sono molto alti, ma il film impiega molto più tempo rispetto ai precedenti per recuperare le spese. Questo insuccesso viene attribuito dai produttori interamente a George Lazenby, che evidentemente non è adatto per il ruolo e va sostituito. Ma chi, dopo questo primo passo falso dell’agente segreto britannico più famoso del mondo, accetterà di indossarne i panni ed essere travolto da una cascata di diamanti? Lo scopriremo nel prossimo capitolo di questa rubrica, sempre qui su Cinemuffin!

Scontri Stellari – Oltre la Terza Dimensione (recensione in versi)

Dal titolo ci si aspetterebbe, appunto, una guerra stellare,

Mentre invece iniziamo dentro un albero di Natale:

Lucette colorate ovunque senza motivo

E una navetta che col cartone anche io la costruivo.

La scena che vedo non è proprio bellissima, 

Anzi mi ricorda un po’ Paperissima:

Marco Columbro e Lorella Cuccarini

Avevano effetti speciali certamente più carini.

La musica è di John Barry, lo stesso di 007:

Almeno lui la buona volontà ce la mette.

Entra poi in scena Caroline Munro, la protagonista, 

niente da dire, una gran bella vista!

La bella Caroline Munro/ Stella Stella

Si chiama Stella Star, per gli amici italiani Stella Stella

Piratessa galattica, della galassia la più bella.

Al suo fianco il fedele Akton dai poteri strabilianti:

Dalle mani fa uscire le stelle filanti!

Che era una carnevalata si era già capito,

Non serviva mettere nella piaga il dito!

Akton, idolo delle feste di compleanno dei bambini

Sull’astronave c’è un’intelligenza artificiale

anzi, è proprio un grumo di materia celebrale!

I nostri eroi filibustieri vengono trovati

E dagli scagnozzi dell’Imperatore catturati:

Il robot “L”, che è C3PO ma il modello nero,

Non ha nemmeno un nome intero

Ma d’altra parte il regista non ci poteva pensare,

Aveva già il suo nuovo nome da inventare!

Il robot è quello in mezzo

Da “Luigi Cozzi” a “Lewis Coates” il passo è breve,

Per aver successo globalizzarsi si deve.

L’altro imperiale è Thor, non quello, ahimè,

Più che a un vikingo somiglia a Shrek

così , tutto dipinto di verde…

Non stringetegli la mano perché il colore perde!

La nostra Stella, portata via in tutta fretta

Non ha nemmeno tempo di indossare una camicetta;

Per svolgere i lavori forzati

Gli abiti sadomaso non son certo i più adeguati,

Ma Stella Stellina sobilla una ribellione

E in due e due quattro è fuggita di prigione

Ma è ancora lontana la libertà:

I suoi servizi sono richiesti da Sua Maestà.

Christopher Plummer è l’imperatore

(da ammirare per la sua mancanza di pudore),

Christopher Plummer è solo l’Imperatore dell’Universo

Vuole che Stella e Akton vadano subitissimo

A scovare il nascondiglio del Conte cattivissimo:

“Sarete accompagnati da Shrek e C3PO,

Io qui col mio ologramma vi aspetterò!”

L’imperatore si allontana, sembra finita la comunicazione

Ma gli è sovvenuta un’altra questione:

“Dimenticavo, perdonate lo sbaglio,

Se non vi secca mi riportate mio figlio?

Il mio unico discendente, l’erede al trono

Dell’universo e tutte le stelle che ci sono?”

Partono i nostri verso il Pianeta Proibito

Per sventare il diabolico piano dal Conte ordito.

Sulla strada giungono ad un pianeta di sole donne popolato

Rapiscono Stella e vogliono ogni uomo sterminato:

Un pianeta di sole ragazze in bikini?

Così iniziano molti film birichini

Vogliono torturare Stella con una macchina che distrugge la mente

ma non val la pena: sotto i capelli non c’è un bel niente!

Stella si salva anche questa volta

Ma stiamo per assistere ad una sorprendente svolta:

Thor/Shrek è un traditore in realtà

Stella e il robot surgelati nel ghiaccio abbandonerà,

Ma Akton è svelto e anche molto furbo

E ha tolto il fusibile per inserire il turbo

Recupera dal freezer il robot e Stella

E la scongela come i Quattro Salti in Padella.

Vi risparmio alcuni robot, scontri e lotte

Se no andiamo avanti fino a mezzanotte.

Tocca ora al pianeta dei cavernicoli

Ripresi dal basso così sembran più ridicoli

Ma un eroe misterioso con maschera da pesce

Spara laser dagli occhi e a salvare tutti riesce

Tutti i trogloditi son squagliati come burro,

Sorpresa: sotto la maschera c’è il Principe Azzurro!

David Hasselhoff senza salvagente né auto sarcastica

È ancora vivo, che notizia fantastica!

Per raggiungere il covo del Conte malfattore

Per fortuna c’è un comodo ascensore.

Akton si sacrifica per il bene e la gloria

E siamo quasi alla fine della storia.

Scontro finale, botte da orbi dappertutto

I nostri tentano il tutto per tutto:

Poiché nessuna munizione sembra funzionare

L’intera astronave gli devono lanciare

E finalmente il Conte capitola

Mettendo fine a questa farsa ridicola.

Tutti son felici e soddisfatti

Gli spettatori grosse risate si son fatti.

E se vi state domandando quale sia questa “terza dimensione

Guardate la scollatura di Caroline Munro e capirete l’allusione…

Queste recensione in versi è il premio per Bobby, il vincitore del gioco Indovina l’Attore!

Ancora complimenti Bobby, spero che il premio sia di tuo gradimento!

P.S. L’articolo era già pronto quando è arrivata la triste notizia della scomparsa di Christopher Plummer. Su Cinemuffin Christopher era comparso fino ad ora solamente in Cena con Delitto, in cui interpretava la vittima del misterioso omicidio. Credo che questo film sia un modo molto migliore di ricordarlo, nel ruolo di Imperatore dell’Universo, che alla fine del film guarda dritto in camera e dice: “Ora ci attende un periodo di pace e serenità”. E’ quello che tutti noi ti auguriamo Christopher.

James May – Our Man in Japan

You May like to see a real Samurai

Chi come me ha adorato l’ironia 100% british del trio Jeremy Clarkson-Richard Hammond-James May nei programmi di automobili (che di automobili parlano fino a un certo punto) Top Gear e The Grand Tour non può perdere questo nuovo show targato (per restare in tema) Amazon Prime intitolato James May – Our Man in Japan. In questi esilaranti sei episodi il nostro “Capitan Lento” preferito esplora il Giappone come solo un autentico gentiluomo inglese potrebbe fare: senza capirci un granché e senza alcun barlume di capacità di adattamento. Questo però non impedisce allo show di essere molto divertente, a patto che non si desideri imparare davvero qualcosa di inedito e profondo sulla cultura giapponese. Se invece vi piace vedere occidentali imbarazzati guidare robot giganti e altri veicoli inusuali, indossare costumi tipici e tentare con risultati deprecabili di creare haiku perfetti, allora questo programma fa per voi. Se avete amato vedere Sean Connery camminare curvo e truccato per sembrare un autentico giapponese (senza riuscirci nemmeno alla lontana) in You Only Live Twice allora vi piacerà anche vedere il nostro candido-chiomato James May esibirsi al karaoke, guidare una slitta trainata da cani o prendere il tè con una geisha (nascondendo prontamente gli scones portati da casa). Solo per inguaribili anglofili.

“Unrelated to Nintendo”

007 – Si Vive Solo Due Volte

Nonostante il fenomeno 007 sia ormai inarrestabile e i problemi di soldi dei primi film non siano che un lontano ricordo, per la prima volta sul set di un film di 007 si respira un’aria non del tutto serena: Sean Connery, il cui contratto è in scadenza, ha già annunciato che quello sarà il suo ultimo film nei panni dell’agente segreto britannico; la troupe e il cast sono costantemente assediati da curiosi e giornalisti; il pubblico, ormai assuefatto alle scene spettacolari dei film di James Bond, si aspetta sempre di più, e le sequenze d’azione diventano sempre più ardite e pericolose…

Il quinto film della saga di 007, Si Vive Solo Due Volte, si basa sul romanzo scritto da Ian Fleming ma se ne discosta molto a partire dalla trama, che nel libro era strettamente collegata a quella della precedente avventura di Bond, Al Servizio Segreto di Sua Maestà, che però come abbiamo visto non era ancora stato portato sugli schermi a causa di diatribe legali legate ai diritti. L’unica cosa certa è che 007 si dovrà scontrare ancora una volta con l’organizzazione criminale internazionale Spectre e con il suo Numero Uno, Ernst Stavro Blofeld (di cui fino ad ora il pubblico ha potuto vedere solamente le mani) e che il teatro di questo scontro epocale sarà il Giappone. Proprio come Fleming, che vi si era recato per cercare ispirazione per il suo romanzo, durante la fase di pre-produzione i produttori, Harry Saltzman e Albert Broccoli, partono per il Giappone insieme allo scenografo Ken Adam e al nuovo regista, l’inglese Lewis Gilbert (regista di molti film di guerra e dalla commedia di successo Alfie con Michael Caine), alla ricerca di location adatte per il film. A Cubby Broccoli è stata assegnata la suite numero 1007, che sembra di buon auspicio… Invece il castello medievale in cui Blofeld dovrebbe risiedere, circondato da un giardino popolato di animali feroci e piante esotiche velenose, sembra impossibile da trovare. Produttori, scenografo e regista noleggiano due elicotteri e iniziano a setacciare il Giappone, ricoprendone due terzi volando sette ore al giorno con scarso entusiasmo da parte di Gilbert, che non ama volare ed è impaurito dal fatto che il pilota sia piuttosto anziano e abbia le mani tremanti; nel tentativo di allentare la tensione il pilota si volta verso il regista ed esclama: “Io kamikaze!” A dispetto di tutto, il “kamikaze si rivelerà un ottimo pilota. Dopo tre settimane di ricerche in elicottero i nostri stanno per darsi per vinti, finché non si trovano a sorvolare la zona vulcanica a nord di Kyushu. Qui Ken Adam rimane affascinato da un vulcano, il monte Shinmoe, nel cui cratere si è formato un lago e azzarda un’ipotesi: “E se il cattivo anziché in un castello avesse il suo covo segreto dentro un vulcano?”. L’idea piace moltissimo e Adam inizia subito a realizzare schizzi e bozzetti del set del vulcano, che dovrà essere realizzato negli studi Pinewood di Londra. “Quanto costerà?” chiedono i produttori. Lo scenografo, che non ne ha idea, decide di sparare una cifra folle: “Un milione di dollari”. “Ok” risponde Broccoli “se puoi farlo per un milione va bene”. “Sapevo” ammette Adam “che se il set del vulcano non avesse funzionato non avrei mai più lavorato nel cinema”. No pressure here.

Ken Adam sul set in costruzione

È ormai chiaro che la trama del romanzo dovrà essere modificata consistentemente prima di essere adattata per il film e il compito di sceneggiare Si Vive Solo Due Volte viene inaspettatamente assegnato a uno scrittore di libri per bambini che non ha alcuna esperienza di sceneggiatura ma era stato grande amico di Ian Fleming: Roald Dahl, che qualche anno prima ha pubblicato La Fabbrica di Cioccolato. A dimostrazione del fatto che i fan di Bond altro non sono che eterni bambini…

Una importante innovazione rispetto al romanzo è quella di introdurre nel film una tematica attualissima come la corsa allo spazio, che si stava svolgendo proprio in quegli anni tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Lo spettatore più attento potrebbe però accorgersi di come, verso la fine del film, siano stati invertiti i filmati dei lanci del razzo americano e di quello sovietico. 

Mentre passeggiano per Tokyo, Saltzman, Broccoli e Gilbert si imbattono in Peter Hunt, il montatore dei precedenti film di Bond, che si trova lì in vacanza. Hunt è contrariato per la scelta di Gilbert come regista: “Mi avevate detto che il prossimo film lo potevo dirigere io!” si lamenta coi produttori. “Facciamo così, dirigi la seconda unità per Si Vive Solo Due Volte e il prossimo lo dirigi tutto tu!” Hunt accetta ma pretende che questa volta l’accordo sia messo per iscritto. Fidarsi è bene… Il giorno in cui i produttori avrebbero dovuto lasciare il Giappone vengono invece chiamati per visionare un filmato di un vero addestramento ninja e decidono di rimandare la partenza. L’aereo su cui sarebbero dovuti salire si schianta e tutti i passeggeri e l’equipaggio perdono la vita. Si adatta perfettamente alla situazione l’haiku che Ian Fleming, che si era appena ripreso da un grave infarto, aveva scelto di usare come incipit del romanzo Si Vive Solo Due Volte:

Si vive solo due volte:

Una volta quando nasci

E una volta quando guardi la morte negli occhi.  

Bashō,

Poeta giapponese,

1643-94

Le riprese iniziano il 4 luglio 1966 e la prima scena girata è… la morte di 007! Gilbert e Dahl decidono infatti di fare, per la sequenza che precede i titoli di testa, qualcosa di diverso dalla solita scena d’azione, puntando invece su un’atmosfera più misteriosa. 

Se la morte di 007 ha spiazzato gli spettatori, il compito di rassicurarli spetta alla sigla di apertura. John Barry è ancora una volta autore della colonna sonora del film e della canzone You Only Live Twice, il cui testo è scritto da Leslie Bricusse e che viene interpretata da Nancy Sinatra, figlia di Frank e amica di Barry e Bricusse. La cantante ricorda di essere stata così nervosa nello studio di registrazione, in presenza di un’ottantina di musicisti dal vivo, che la prima volta le è uscita dalla bocca una voce stridula “come quella di Minnie”. La versione della canzone che ascoltiamo oggi nel film è stata assemblata poi da Barry con parti prese da venticinque diverse registrazioni.

La cantante Nancy Sinatra

Per le immagini che fanno da sfondo ai titoli di testa ci si affida ancora una volta a Maurice Binder, il creatore dell’ormai celeberrima sequenza di apertura con Bond che cammina poi spara verso lo spettatore (per la quale Binder non finì mai di rammaricarsi per aver accettato il pagamento anziché la commissione) che prosegue la tradizione di utilizzare silhouettes di ragazze. “Se c’è qualcosa da censurare nei film di Bond, sono proprio i titoli di testa!” secondo Roger Moore. La figlia del produttore Harry Saltzman racconta di come, quando Binder faceva i provini per le ragazze dei titoli di testa, dagli uomini Pinewood sparissero improvvisamente tutti gli uomini, richiamati da quell’evento… In questo ambiente prevalentemente maschile, la presenza di un’addetta al montaggio donna come Thelma Connell faceva inevitabilmente scalpore, ma Gilbert non se ne preoccupa e la vuole con sé al pari di altri collaboratori come il direttore della fotografia Freddie Young, tre due volte premio Oscar per tre film di David Lean: Lawrence d’Arabia (1962), Il Dottor Zivago (1965) e La Figlia di Ryan (1970). Gilbert invita sul set il collega Lean, il quale accorre incuriosito con l’intenzione di fermarsi un’oretta, ma finisce poi per rimanere l’intera giornata di riprese, incantato, come tutti, dal fascino di una produzione così monumentale (Si Vive Solo Due Volte in quel momento è la più grande produzione del cinema inglese). Nonostante la sua imponenza (ben cinque unità di ripresa dislocate in vari paesi del mondo) però il nuovo regista non si sente intimorito, anzi, dichiara che dirigere un film di 007 è molto facile perché il lavoro in realtà è già tutto pronto: per le scene d’azione il cast tecnico si occupa quasi di tutto, la parte più difficile per il regista è girare i dialoghi; secondo Gilbert il pubblico di 007 non è interessato all’infanzia del personaggio o ai suoi problemi psicologici: quello che interessa al pubblico è l’azione condita di ironia.

Immagini dei titoli di testa creati da Maurice Binder

La finta morte di James Bond viene girata a Pinewood, il funerale sulla HMS Tenby al largo di Gibilterra e il recupero del “cadavere” invece alle Bahamas, utilizzando un modellino di sottomarino. La difficoltà sta nel trovare il giusto peso per il corpo del “defunto” Bond in modo che il fagotto non galleggi ma non sia nemmeno troppo difficile da sollevare e infilare nel sottomarino. Una volta a bordo del sottomarino il redivivo 007 incontra per la prima volta Miss Moneypenny (Lois Maxwell) e il capo M (Bernard Lee) in un ufficio esterno temporaneo. La segretaria, anche se indossa una regolamentare divisa della Marina Britannica, ha i capelli decisamente troppo lunghi per il regolamento di bordo, che consentirebbero di portarli al massimo fino a dieci centimetri sopra le spalline. Ma il nostro James non sembra preoccuparsene…

Lois Maxwell interpreta ancora Miss Moneypenny

Per poter girare in Giappone è necessario utilizzare attori giapponesi. Gilbert sceglie per il ruolo di “Tigre” Tanaka, collega di Bond, l’attore Tetsuro Tamba con cui ha già collaborato in La Settima Alba e che, oltre ad essere un esperto karateka, parla molto bene l’inglese, e fungerà da collegamento con gli attori e i tecnici del luogo. Nessuna ragazza giapponese invece conosce l‘inglese, perciò Gilbert ne selezione due e decide di portarle in Inghilterra per un corso di lingua intensivo; Akiko Wakabayashi impara in fretta, mentre la collega Mie Hama continua ad avere problemi con la lingua: Gilbert non ha altra scelta che dire a Tamba di chiederle di tornare a casa. L’attore esegue, ma la ragazza risponde che in questo caso si getterà dalla finestra dell’hotel. Gilbert non può fare altro che rivedere la sua scelta e tenere Mie nel cast, scambiandole però il ruolo con Akiko visto che Aki ha molte più battute della futura signora Bond Kissy

Mie Hama, Sean Connery e Akiko Wakabayashi

Il regista Lewis Gilbert, oltre a non amare gli elicotteri (come abbiamo visto) o la barche, non riesce ad abituarsi all’abitudine giapponese di togliersi le scarpe per entrare negli ambienti, che vale anche per i teatri di posa nonostante questi non abbiano pavimento: gli attori giapponesi infatti recitano stando seduti a terra, come si fa normalmente nelle case, e dunque è necessario posizionare le macchine da presa ad un livello più basso del terreno, vale a dire in un buco per terra, in modo da riprendere i volti alla giusta altezza. Per aiutare il regista in difficoltà, i produttori assumono prontamente un locale nel ruolo di “ragazzo delle scarpe” per dire al regista quando è il momento giusto di togliere o di rimettere le scarpe.

Il “ragazzo delle scarpe” suggerisce certamente di toglierle, insieme a tutto il resto, quando Lewis e Sean Connery si recano ad un bagno termale locale, in cui si ritrovano al centro di tutte le attenzioni: le donne, abituate agli uomini glabri, vorrebbero toccare i loro corpi villosi, mentre gli uomini li fulminano con sguardi gelosi. 

Molti dei personaggi che vediamo nel film non erano presenti nel libro: l’agente Spectre Mr. Osato, la spia Aki e la bella e letale Helga, per il cui ruolo si cerca inizialmente un’attrice alta e bionda mentre la scelta finale cade su Karin Dor, che deve quindi tingere i capelli scuri e portare tacchi alti per avere un aspetto più “nordico”. Il primo giorno di riprese, Karin si allontana dal set per un momento e vede un’enorme lampada cadere proprio nel punto in cui si trovava un attimo prima. Per fortuna nessun ferito e le riprese non si fermano, anche perché come sempre i tempi sono stretti: la data d’uscita è già stata fissata. Karin non ha mai visto un film di 007 (!) e quando vede dal vivo Sean Connery pensa che non sia poi così affascinante, salvo ricredersi immediatamente nel momento in cui lo vede recitare: anche se ormai il suo parrucchino è fin troppo evidente, Connery mantiene comunque tutto il suo fascino, nonostante sia molto infastidito dall’invadenza dei giornalisti. Un reporter giapponese ha perfino tentato di fotografarlo dalla finestra mentre era in bagno. I produttori, per tenere Sean lontano dai giornalisti, assumono ben sedici guardie del corpo locali. Risultato? Non appena Connery si avvicina ai suoi angeli custodi questi estraggono dalle tasche le macchina fotografiche! E sul set la situazione non migliora: giornalisti e curiosi circondano sempre la zone delle riprese e il regista è costretto a chiedere più volte il silenzio. La polizia istituisce dei posti di blocco che però vengono puntualmente aggirati: sembra impossibile contenere i fan giapponesi, così Gilbert decide di sfruttare la cosa a suo vantaggio: viene organizzato un vero incontro di sumo nello stadio di Tokyo per girare l’incontro tra Bond e Aki, e i tecnici del suono riescono a registrare dal vivo il clamore della folla autentica di ottomila persone, che viene poi usato per il sonoro del film.

L’abitazione dell’agente segreto Henderson, interpretato da Charles Gray, viene progettata da Ken Adam con grande cura per essere una commistione tra lo stile orientale e quello britannico, visto che Dikko Henderson vive da anni in Giappone ma non ha mai rinunciato alle sue abitudini, preferendo ad esempio un comodo letto a due piazze al tradizionale tatami giapponese. La caduta di stile consiste invece nell’offrire a Bond un Vodka-Martini che ha appena mescolato e non agitato! L’errore sfugge agli attori e al regista sul set, ma non ai fan che, dopo le prime proiezioni, scrivono numerosi alla United Arstists per lamentarsi dell’errore imperdonabile. Ma ancora prima che i fan si scatenassero la fine di Henderson era stata stabilita, tanto che le pareti della sua casa sono di carta di riso proprio in funzione della messa in atto del suo omicidio: Henderson viene pugnalato alle spalle proprio attraverso la parete; e pensare che per evitare la morte gli sarebbe bastato un salto a sinistra

“It’s just a jump to the left!”

In Si Vive Solo Due Volte il coordinatore degli stuntmen è ancora una volta Bob Simmons, che fa anche da controfigura a Sean Connery che, in quanto star indiscussa, non deve assolutamente infortunarsi. Nonostante questo Connery e Gilbert, entrambi appassionati di calcio, decidono di organizzare una partita amichevole contro una squadra giapponese, nonostante le rimostranze dei produttori, preoccupati per l’incolumità di 007. Dopo pochi minuti dal fischio d’inizio Sean Connery è già steso a terra dolorante, con una caviglia gonfia: fortunatamente 007 zoppica appena per un paio di giorni. Chi invece non si fa problemi a correre rischi è Simmons, che nel girare la scena dell’inseguimento al porto salta da trenta metri di altezza per atterrare su degli scatoloni. Quando il cascatore esegue il salto però dal pubblico si leva un grido di terrore: nella caduta a Simmons si sono abbassati i pantaloni, mettendo in mostra le sue mutande rosse, che da lontano sembravano macchie di sangue…

Come sempre il nostro eroe James Bond non ha paura di intrattenersi nemmeno con le donne più pericolose come la bella Helga. Non solo non ne ha timore, ma ci scherza sopra: “Cosa farei per l’Inghilterra!” dice mentre la spoglia. Una battuta che sarebbe dovuta essere nel film precedente, Thunderball (in riferimento ad un’altra bellezza pericolosa, Fiona Volpe) ma che fu tagliata e quindi riciclata per questa occasione.

Sean Connery e Karin Dor

Per la scena dell’aereo che precipita, il tecnico del suono Norman Wanstall (Oscar per gli effetti sonori di Goldfinger) si rivolge ai produttori: “Mi serve un pilota con un aereo che precipita”. La loro risposta? “Per quando ti serve?”. Grazie ad un pilota coraggioso, Wanstall può quindi procedere a registrare da vivo il rumore di un aereo in picchiata… Sono molti gli uomini senza paura che hanno reso possibile la realizzazione del film. Il Colonnello Wallis, ad esempio, inventore di Little Nellie, il mini-elicottero giallo utilizzato da Bond per cercare la base di lancio della Spectre. Quello fornito a 007 da Q (Desmond Llewelyn), di nuovo in trasferta e in tenuta estiva (anche se meno sgargiante di quella indossata nel film precedente) smontabile e trasportabile è un modellino, ma quello che vediamo volare è reale e funzionante, pilotato dallo stesso Colonnello Wallis nella difficile location montuosa e arricchito dal responsabile effetti speciali John Stears di razzi e mitragliatrici realmente funzionanti. In tutto il Colonnello Wallis, che pilota personalmente Little Nellie, farò più di ottantacinque decolli e atterraggi tra le montagne per un totale di circa quarantasei ore di volo: nel film la battaglia aerea dura sette minuti e mezzo…

La Piccola Nellie

Girare la scena della battaglia aerea si rivela molto più difficile e pericoloso del previsto, tanto che uno degli operatori, Johnny Jordan, rimane gravemente ferito in una collisione tra due elicotteri causata dalle correnti d’aria. Per sua fortuna il pilota del suo mezzo altri non è che il pilota kamikaze di Gilbert, che riesce a far atterrare l’elicottero nonostante sia danneggiato. Jordan viene subito trasportato in ospedale e successivamente i produttori gli garantiscono le migliori cure possibili a Londra, ma nonostante questo il piede dovrà essere amputato. Jordan però si rimette in fretta e torna al lavoro già nel film successivo della saga di Bond. La scena della battaglia aerea verrà poi ultimata in fase di post produzione in Spagna, poiché i giapponesi non permettono il lancio di razzi sopra il parco nazionale.

Lois Maxwell, Mie Hama, Sean Connery, Karin Dor e Akiko Wakabayashi sul set di Ken Adam

Mentre la troupe gira in Giappone, a Pinewood fervono i preparativi per allestire il set del  vulcano ideato da Ken Adam, il più grande e complesso mai realizzato, alto centotrentacinque metri (gli operai avevano chiesto e ottenuto un aumento per lavorare a quell’altezza) che una volta completato è visibile da cinque chilometri di distanza e per il quale è stata adoperata una quantità di acciaio superiore a quella impiegata per costruire l’hotel Hilton di Londra. L’esterno è coperto da teli cerati e per le riprese dall’esterno vengono usati dei fondali dipinti attaccati ad una gru alta quasi cinquanta metri, ma per l’interno è tutto un altro discorso: gli elicotteri decollano veramente all’interno del set, la monorotaia è funzionante e Freddie Young deve usare ogni lampada degli studi per illuminarlo. Il buco del cratere è di vetro e la copertura può scorrere realmente grazie ad un verricello. Tuttavia c’è una cosa che non è possibile fare nel set di Adam: far decollare un razzo spaziale. La scena della partenza del razzo della Spectre viene realizzata sollevando il veicolo con una gigantesca gru; il rumore del decollo è dato da quello di un jet mescolato a quello del vapore. Il razzo che si apre per “ingoiare” gli altri razzi è interamente frutto della fantasia di Ken Adam, anche se un modello molto simile viene realizzato decenni dopo e utilizzato per il recupero e il rilascio di piccoli satelliti.

Il set di Ken Adam

Con un covo così grandioso, anche il villain deve esserlo: eppure l’attore scelto per interpretare Blofeld, di cui finalmente si dovrà vedere il volto, non convince per via di quell’aria bonacciona da Babbo Natale. Dopo cinque giorni di riprese il buon Jan Werich viene mandato a casa e rimpiazzato da Donald Pleasance. Pleasance accetta di buon grado la cicatrice che gli viene applicata alla pelle, nonostante la colla gli renda il volto livido. Chi invece non vede la faccenda di buon grado è il gatto bianco, che Blofeld tiene sempre in braccio. Nonostante sia un gatto-attore professionista, il micio si spaventa per un colpo di pistola a salve e si getta all’interno del condotto della monorotaia, dal quale riemergerà solo due giorni dopo, sotto shock: non lavorerà più nel mondo del cinema.

Per James Bond i produttori vogliono solo il meglio: le ragazze più belle, le scenografie più imponenti, i nemici più spietati. Per le molte scene del film in cui vengono utilizzate le arti marziali vediamo all’opera combattenti professionisti che si servono di autentiche armi tradizionali giapponesi. Per la scena del campo di addestramente ninja viene scelta la suggestiva location del Castello dell’Airone Bianco risalente all’inizio del diciassettesimo secolo. Per evitare danni all’edificio storico, che è anche un santuario, gli scenografi realizzano un secondo muro esterno sul quale i combattenti si allenano nel lancio degli shuriken. Il giorno successivo i quotidiani locali titolano “Via 007 dal Giappone!”: i giornalisti e i fotografi presenti sul set non avevano capito che il muro era posticcio e pensavano che gli attori stessero davvero rovinando il monumento storico. Per la scena dell’assalto finale al covo di Blofeld arriva dal Giappone un’intera squadra di esperti di arti marziali, tra cui anche i ninja autentici, che gli occidentali non avevano mai visto in un film: le arti marziali orientali non arriveranno al cinema in occidente che cinque anni più tardi. Bob Simmons avverte i colleghi di stare attenti con i ninja perché sono tipi molto orgogliosi… eppure, quando arriva il momento di calarsi lungo le funi all’interno del set del vulcano costruito da Ken Adam i ninja, spaventati dall’altezza, si rifiutano (ricordo che il vulcano è alto 137 metri): tocca dunque a Simmons e alla sua squadra di un centinaio di stuntmen calarsi a tutta velocità (utilizzano un flessibile per non bruciarsi le mani, ma nonostante questo accorgimento uno di loro si rompe una caviglia). Per la prima volta vengono anche introdotti i trampolini per le acrobazie degli stuntmen, uno dei quali però, a causa dell’inesperienza, batte violentemente la testa, per fortuna senza conseguenze.

Il matrimonio tra Bond e Kissy

Dopo l’addestramento di arti marziali, le fatiche di 007 non sono certo finite: ora James Bond, che ufficialmente è ancora defunto, deve diventare giapponese per nascondersi in mezzo alla popolazione locale. Per prima cosa è necessario coprire il tatuaggio di Sean Connery: Scotland Forever. Il make-up però non è sufficiente: Bond deve sposare una ragazza del luogo. La scelta ricade sulla bella Kissy, insospettabile agente segreto: al matrimonio di 007, filmato al tempio Nakanoshima, presenziano centoventi comparse oltre ad un gran numero di giornalisti. Per reclamizzare l’evento cinematografico la United Artists aveva precedentemente diffuso uno special tv, Welcome to Japan Mr.Bond, in cui Miss Moneypenny e Q (per la prima volta nella stessa scena) elucubrano sull’identità della fortunata Signora Bond). Per 007 non è certo una passeggiata, anzi, è una passeggiata molto difficile in quanto deve camminare curvo per non spiccare troppo sopra i giapponesi che lo circondano. Come se non bastasse, la bella Kissy, devota alla sua missione, gli nega le gioie della prima notte di nozze. Non c’è dunque da stupirsi se il make-up orientale di Bond scompare misteriosamente prima dello scontro finale con Blofeld: i costumi giapponesi proprio non fanno per lui…

Bondo-san

Al termine dello scontro finale servono degli aerei che lancino dei gommoni di salvataggio a 007, Kissy e agli altri sopravvissuti: ci pensa il Generale Russhon, amico di Cubby Broccoli e da sempre angelo custode di Bond, a dare l’ordine necessario. Russhon aveva anche provveduto a procurare, in modo non del tutto ortodosso, armi e attrezzatura militare per il film. 

La scena in cui il sottomarino emerge da sotto il gommone, interrompendo la luna di miele di Bond, si rivela impossibile da girare, perché la corrente generata dall’emersione spinge via il gommone: a Gilbert viene però l’idea di posizionare il gommone sul sommergibile che, anziché emergere, si immerge. A questo punto non resta che invertire la pellicola in fase di montaggio.

Il resto, come si dice, è storia: Si Vive Solo Due Volte, nonostante tutte le difficoltà e gli incidenti dentro e fuori dal set, fu un enorme successo, ma non fu l’ultimo film di 007. Anzi, a dirla tutta non fu nemmeno l’ultimo film di 007 di Sean Connery… ma di questo parleremo la prossima volta, vi aspetto sempre qui su Cinemuffin per Agente 007 – Al Servizio Segreto di Sua Maestà!

Operazione U.N.C.L.E.

Titolo originale: The Man from U.N.C.L.E.

Anno: 2015

Regia: Guy Ritchie

Interpreti: Henry Cavill, Armie Hammer, Alicia Vikander, Hugh Grant

Dove trovarlo: Netflix

Nel politicamente delicatissimo 1963 le intelligence di diversi paesi decidono di collaborare in un’operazione congiunta per smascherare un pericoloso traffico di armi. Napoleon Solo (Henry Cavill) e Illya Kuryakin (Armie Hammer), rispettivamente i migliori agenti della CIA e del KGB, saranno costretti a fare squadra insieme alla bella e imprevedibile Gaby Teller (Alicia Vikander), figlia di uno scienziato misteriosamente scomparso da Berlino Est. Le ricerche iniziano a Roma.

Guy Ritchie, già regista di ottimi film d’azione ricchi di umorismo come Snatch e i due film di Sherlock Holmes con Robert Downey Jr., partecipa anche come sceneggiatore a questo adattamento della famosa serie tv degli anni ‘60 Organizzazione U.N.C.L.E. La serie, che aveva come protagonisti Robert Vaughn e David McCallum, si colloca tra i molti prodotti derivati dalla Bond-mania scoppiata dopo il primo film di 007, Licenza di Uccidere, uscito nel 1962. Il film di Ritchie riprende i personaggi protagonisti della serie, Napoleon Solo (che inizialmente avrebbe dovuto dare anche il nome al telefilm, Solo, ma i produttori dei film di James Bond intentarono una causa in quanto un personaggio di nome Solo era presente anche nel romanzo di Ian Fleming Goldfinger) e Illya Kuryakin e racconta la nascita del loro improbabile sodalizio dal quale, intuiamo, nasceranno molte altre collaborazioni. Henry Cavill (il suo fascino è di certo più valorizzato dai completi eleganti di Solo che dagli occhi gialli di The Witcher) è una scelta perfetta per l’agente affascinante, pragmatico e arguto della CIA; Armie Hammer, anche lui prestante e inaspettatamente dotato di grande umorismo, è un contraltare perfetto e i dialoghi tra i due sono sempre brillanti. Sfuggente e bellissima, Alicia Vikander/Gaby Teller è l’elemento esplosivo e destabilizzante della squadra. Aggiunge lustro al cast la presenza di Hugh Grant, capo del servizio segreto britannico dall’impeccabile humor inglese: sebbene compaia per pochi minuti sullo schermo la sua presenza irradia simpatia. In perfetto stile Bond, Ritchie crea un gran bel film di spie ricco d’azione e colpi di scena ma che non si prende mai troppo sul serio: proprio come per 007, una battuta detta nel tono giusto stempera anche la violenza più cruda (un esempio perfetto è la scena della morte del torturatore di professione, che mi ha fatto ridere di pancia). Scene d’azione incalzanti, bei vestiti, tanto divertimento: cosa volere di più? Un seguito?

Voto: 4 Muffin

Goldfinger

Mentre stavo scrivendo questo articolo è arrivata la triste notizia della scomparsa di Sean Connery, il primo, e per molti l’unico, 007. Naturalmente sarebbe riduttivo ricordare Sir Sean Connery solamente per aver interpretato James Bond quando nella sua lunga e variegata carriera ci ha regalato una serie di personaggi straordinari, vincendo l’Oscar come miglior attore non protagonista per Gli Intoccabili di Brian De Palma nel 1987 e ricoprendo ruoli più o meno importanti, ma sempre memorabili, in film di ogni genere e caratura. Inutile cercare di fare una lista o una classifica dei suoi ruoli più riusciti o dei suoi film più belli. Più facile forse parlare di quello che io personalmente considero il suo unico passo falso: Zardoz. Ma di questo ho già stabilito di parlare in un’altra occasione. Per me la figura affascinante e carismatica di Sean Connery sarà sempre indissolubilmente legata al personaggio di James Bond e a quello che ritengo il film migliore tra quelli da lui interpretati: Goldfinger.

Il secondo film sull’agente segreto al servizio di Sua Maestà Dalla Russia con Amore ha avuto un successo enorme e spianato definitivamente la strada ai produttori Albert Broccoli e Harry Saltzman, che ora non hanno più alcun problema a reperire tutti i finanziamenti di cui hanno bisogno: il budget per il terzo film di 007 ammonta infatti a tre milioni di dollari, quanto i due film precedenti messi assieme. Per il terzo film viene scelto di adattare il settimo romanzo di Fleming, uscito nel 1959, scritto dopo un soggiorno in uno stabilimento termale inglese in cui lo scrittore aveva conosciuto un venditore d’oro che gli aveva spiegato alcuni segreti del mestiere. Questa volta però Terence Young, il regista dei primi due film, non è disponibile: i produttori scelgono per sostituirlo un veterano della regia, Guy Hamilton.

Sean Connery con Tippi Hedren e il regista Alfred Hitchcock sul set di “Marnie”

Per il nuovo arrivato non è semplice inserirsi all’interno di un gruppo di lavoro così affiatato, e nei primi giorni è costretto a sgridare diverse volte i membri del cast e della troupe che, immersi in rimembranze delle collaborazioni passate, non si concentrano debitamente sulla nuova impresa. Sicuramente Hamilton ha un carattere molto diverso da Terence Young, che considerava i colleghi di lavoro come una famiglia: lui invece è molto freddo e distaccato, ma sa sempre quello che vuole e riesce ad ottenerlo nel modo più efficiente. Il battesimo del ciak di Hamilton è tutt’altro che semplice, dato che Sean Connery e Gert Frobe, l’attore scelto per interpretare il villain Goldfinger, non sono ancora disponibili (Connery sta ultimando le riprese di Marnie di Alfred Hitchcock): il regista deve quindi girare la prima sequenza a Miami utilizzando delle controfigure. La scena verrà completata successivamente con i due attori in un set ricostruito negli studi Pinewood di Londra. Questo gioco di prestigio è reso possibile ancora una volta dalla bravura dell’editor Peter Hunt, che in fase di montaggio riesce a dare omogeneità visiva e narrativa alla sequenza. 

Cec Linder, Sean Connery e Margaret Nolan nel set di Miami ricostruito a Pinewood

Molti sono i critici e in fan che ritengono Goldfinger il miglior film di 007 in assoluto grazie alla sua equilibrata miscela di azione, erotismo, suspense e umorismo. È innegabile il fatto che il terzo film della saga abbia consacrato definitivamente il mito di James Bond e sancito un modello che tutti i film successivi hanno poi tentato di emulare, oltre a dar vita alle prime imitazioni e parodie e al fenomeno del merchandising legato all’agente segreto nato dalla penna di Ian Fleming. Goldfinger ha stabilito in modo definitivo il canone del perfetto film di 007. Ne è un esempio condensato la scena che precede i titoli di testa, come accadeva già in Dalla Russia con Amore. Questa volta Hamilton realizza una sequenza del tutto scollegata dalla storia principale, una mini avventura di pochi minuti che però racchiude in sé tutti gli elementi tipici dello stile bondiano: l’umorismo, l’avventura, il pericolo, le belle donne. 

In questo incipit la prima cosa che vediamo è un gabbiano male in arnese che nuota nel porto, ma subito scopriamo che sotto il pennuto c’è il nostro eroe, che avanzava non visto sott’acqua con un gabbiano posticcio (che durante le riprese si era irrimediabilmente inzuppato d’acqua) incollato al cappuccio della muta. Nella cisterna in cui Bond si addentra furtivamente scorgiamo qualcosa di familiare: una grande apertura circolare sul soffitto, come si era vista in Licenza di Uccidere nella scena che introduce il cattivo, il Dr. No. Non ci sono dubbi: Ken Adam, lo scenografo del primo film, che non aveva partecipato al secondo perché impegnato con Il Dottor Stranamore, è tornato, pieno di nuove idee scaturite dalla collaborazione con Stanley Kubrick. Dopo essere uscito dal deposito, che ha riempito di esplosivo, Bond si toglie la muta (che è in realtà una tuta di nylon) rivelando un impeccabile smoking bianco e si reca in un night club, dove assiste al panico causato dalla sua esplosione senza battere ciglio. Inevitabilmente poi l’agente segreto si ritrova solo in compagnia della bella ballerina, che però non gli è amica come sembra. In un efficacissimo effetto ottico vediamo, riflesso nell’occhio della ragazza (un’idea dello sceneggiatore Richard Maibaum), un brutto ceffo che sta per aggredire Bond alle spalle. 007 non esita a farsi scudo della donna dopodichè si libera dell’aggressore spingendolo in una vasca da bagno e gettando un ventilatore nell’acqua. Nel girare questa scena ci furono un paio di imprevisti: l’attore selezionato per interpretare Capungo, il messicano che lotta con Bond, viene arrestato per furto poco prima dell’inizio delle riprese e sostituito dallo stuntman Alf Joint. La scena deve essere ripetuta diverse volte, Sean Connery viene colpito con una sedia alla schiena ad ogni ciak; infine Joint, immerso nella vasca insieme a cavi elettrici ed effetti pirotecnici, si procura un’ustione di secondo grado alle gambe. “Shocking”, come direbbe 007.

A questa sequenza d’apertura segue naturalmente la sigla, in cui vediamo i titoli di testa di Robert Brownjohn (che si occupa anche della grafica pubblicitaria del film) proiettati sul corpo dorato della splendida Margaret Nolan e ascoltiamo quella che sarà la prima di una lunga serie di sigle bondiane divenuta un grande successo: Goldfinger, musica di John Barry (autore dell’intera colonna sonora) e testi di Anthony Newley, eseguita dalla celebre cantante Shirley Bassey. Per la prima volta la colonna sonora di un film di 007 diventa un vero successo, superando nelle vendite perfino i Beatles, tanto che l’LP vincerà il disco d’oro: e come poteva essere diversamente?

Hamilton intende mostrare fin da subito quanto sia lussuoso ed edonistico il mondo in cui si muove 007. Per la prima scena realizzata, quella della piscina, girata il 20 gennaio 1964 nell’hotel Fontainbleau di Miami, ingaggia delle vere modelle solo per far bella figura riempiendo le sdraio; chiama inoltre l’attrice Margaret Nolan a interpretare per una manciata di secondi la massaggiatrice di James Bond. L’unico attore effettivamente presente a Miami all’inizio delle riprese è Cec Linder che interpreta l’agente della CIA Felix Leiter, personaggio già presente in Licenza di Uccidere, dove però aveva il volto di Jack Lord: Felix ha il compito di sfilare James dalla sua meritata (dopo la missione in Messico) vacanza per chiedergli di indagare sul magnate Auric Goldfinger ed alcuni suoi presunti traffici poco puliti nell’esportazione dell’oro. Naturalmente Bond interpreta la missione a modo suo, seducendo la splendida Jill Masterson, assunta da Goldfinger per farsi vedere in sua compagnia…e per aiutarlo a barare a carte!

Jill Masterson suggerisce a Gert Frobe tramite “Auric-olare”

Auric Goldfinger, come si capisce già dal nome, è il perfetto villain bondiano: megalomane, intelligente, spietato, permaloso e folle. Si circonda di belle donne ma non per andare a letto con loro, solamente perché le trova decorative e occasionalmente anche utili. Gli piace vincere sempre, negli affari e nel gioco, senza risparmiare sui mezzi per ottenere la vittoria. La sua ossessione per l’oro lo rende senz’altro stravagante ma mai sprovveduto, portandolo anzi a concepire un piano criminale di cui anche Bond non può che ammirare la genialità. Per interpretarlo Albert Broccoli fece chiamare l’attore tedesco Gert Frobe. Purtroppo però, contrariamente a quanto sosteneva il suo agente, Frobe non parla una parola d’inglese! Ma la sua presenza scenica è perfetta, così i produttori decidono di farlo comunque recitare e di doppiarlo in post produzione (a prestargli la voce sarà l’attore Roy Michael Collins). Non è facile per gli altri attori, che devono recitare interagendo con un Frobe che biascica un inglese molto maldestro, spinto dal regista a parlare velocemente per facilitare l’operazione di doppiaggio. Sempre meglio che ascoltare i Beatles senza tappi nelle orecchie, come direbbe Bond…

Gert Frobe interpreta Auric Goldfinger

Tornando al film, James Bond passa la notte con Jill Masterson, che non è una semplice donna oggetto: come altre precedenti Bond girls (ad esempio Honey/Ursula Andress in Dr. No e Tatiana/Daniela Bianchi di Dalla Russia con Amore) Jill si lascia sedurre ma a sua volta sfrutta James per il suo piacere. Purtroppo però, 007 mentre si allontana per rimettere in ghiaccio il Dom Perignon del ‘55, viene colpito alle spalle da una persona di cui vediamo solamente l’ombra. Ancora molti anni dopo Sean Connery affermava in un’intervista di poter ancora sentire il dolore provocato da quel colpo. Guy Hamilton decide di non mostrarci subito l’aggressore per mantenere alta la suspence, ma lo spettatore scoprirà che il colpo è stato inferto da Oddjob, lo scagnozzo muto e letale di Goldfinger. Per interpretarlo il regista sceglie Harold Sakata, un wrestler hawaiano (vincitore di una medaglia d’argento alle olimpiadi del 1948 per il sollevamento pesi) visto casualmente in televisione. Sakata, malgrado la sua imponenza fisica, si rivela un uomo gentile, generoso e dedito al lavoro, sempre pronto ad accontentare i fan. Al suo risveglio Bond trova Jill morta, con il corpo interamente ricoperto di vernice dorata: non ci può essere alcun dubbio su chi sia il mandante dell’omicidio.

Il wrestler hawaiano Harold Sakata nei panni di Oddjob

Questa scena è diventata una delle più famose non solo della saga di 007 ma della storia del cinema, non solo per le sue qualità intrinseche (originalità, tensione emotiva, effetto sorpresa): la mastodontica campagna pubblicitaria per Goldfinger infatti era iniziata ancora prima che Hamilton desse il primo ciak, e quando la scena viene girata sono presenti sul set giornalisti e fotografi (oltre a un dottore per scongiurare il soffocamento dell’attrice a causa della vernice dorata che le copriva per intero la pelle). Pur comparendo nel film per pochi minuti Shirley Eaton, che interpreta Jill Masterson, diventa l’attrice più famosa e fotografata del 1964. Per lei, un’occasione d’oro!

Dopo la morte di Jill ritroviamo James Bond a Londra, nella sede della Universal Export, la società di copertura per i servizi segreti inglesi. Qui ritroviamo quello che ormai è il cast fisso della saga: Bernard Lee nel ruolo di M, il capo di 007; Lois Maxwell in quelli della segretaria Moneypenny e Desmond Llewelyn come Q, il fornitore di tutti i gadget e le armi degli agenti segreti. Dopo che M gli ha affidato ufficialmente l’incarico di smascherare i traffici illeciti di Goldfinger (non senza diffidare Bond dall’approcciare il caso come una vendetta personale) possiamo entrare per la prima volta nel laboratorio di Q e di sbirciare tra i gadget ancora in fase di sviluppo. Armi e congegni sofisticati, fantasiosi e spesso improbabili, sono infatti un marchio distintivo della serie: i film in cui sono stati utilizzati in misura minore sono anche quelli meno apprezzati dal pubblico. In Goldfinger entra in scena per la prima volta un’altra grande protagonista: la mitica Aston Martin DB5. Nei romanzi di Fleming 007 guidava una Bentley Green Label, che viene però considerata ormai fuori moda dai produttori. La casa automobilistica inglese Aston Martin è riluttante a fornire le proprie auto per il film (ne verranno usate quattro diverse, due con tutti gli accessori funzionanti e due per le scene su strada) e le cede a caro prezzo; eppure la DB5 diventerà in breve tempo l’auto più famosa del mondo (anche grazie ai tour promozionali e agli spot pubblicitari) e le sue vendite, grazie al film, aumenteranno del 60%: Saltzman e Broccoli non avranno mai più difficoltà a trovare le automobili per i film di 007. 

“Io non scherzo mai sul mio lavoro 007!”

Originariamente il copione non prevedeva una scena in cui Q spiega a 007 tutti i congegni presenti sull’auto, ma Broccoli insiste per aggiungerla a riprese ormai quasi ultimate (con grande disappunto di Desmond Llewelyn che non capisce nulla di auto e di meccanica e fatica ad imparare le sue battute). L’idea si rivela vincente, perché la scena crea una grandissima aspettativa nello spettatore, curioso di vedere quando e come i vari marchingegni verranno utilizzati da Bond. Gli ingegneri della Aston Martin non credevano fosse possibile montare tutti quei meccanismi aggiuntivi sull’auto, ma il responsabile degli effetti speciali John Stears li smentisce, anche se l’auto diventa così pesante che ne serve una seconda per le scene su strada. Nel romanzo erano descritti soltanto una manciata di accessori presenti nell’auto di 007, mentre per il film Ken Adam e John Stears possono dare libero sfogo alla loro immaginazione. Hamilton, che prende molto spesso multe per sosta vietata in centro a Londra, fornisce l’idea della targa rotante. Addirittura nella vettura ritoccata da Stears sono presenti dei congegni che non verranno nemmeno utilizzati nel film: un’antenna radar nascosta nello specchietto laterale, un ripiano sotto il sedile (contenente fucile, coltello da lancio, granata e pistola), un vano da cui fuoriescono chiodi a tripla punta (non utilizzati perché la United Artists teme il pericolo emulazione) e un telefono nella portiera. Della Aston Martin di 007 verranno realizzati infiniti modellini, alcuni anche dotati di gadget; una piccola DB5 a pedali verrà regalata al Principe Andrea in occasione della visita della Regina Elisabetta alla fabbrica della Aston Martin a Lagonda: un’auto davvero principesca!

Sean Connery con una delle Aston Martin DB5 utilizzate per le riprese del film

Una volta equipaggiato James si appresta ad incontrare di persona Goldfinger, stabilendo un altro punto fermo del canone bondiano: il primo incontro tra 007 e il supercattivo è sempre molto formale, anche se ricco di allusioni, minacce velate e sospetti reciproci. In questo film esso ha luogo in un campo da golf (le riprese vengono fatte a Stokepoges, vicino agli studi Pinewood). La difficoltà della scena consiste nello spiegare allo spettatore le regole del golf, considerato uno sport per nulla cinematografico, senza mai annoiarlo. Gert Frobe, che non sa giocare a golf, viene rimpiazzato nei campi lunghi da una controfigura, al contrario di Sean Connery, che non solo ha imparato a giocare per l’occasione, ma ha sviluppato una passione per il golf che non lo lascerà più. Bond esce vincitore dalla partita con Goldfinger (che naturalmente, proprio come con le carte, tenta di barare), ma Oddjob gli fa subito capire che non è finita lì decapitando una statua con un lancio del suo cappello con lama incorporata nella tesa (la testa era già recisa ma il cappello dovette essere lanciato più di 40 volte per riuscire a girare la scena): questa scena e quella in cui Oddjob polverizza con la mano una pallina da golf servono a preparare il terreno per lo scontro finale con Bond.

Al termine della partita di golf Bond, che ha piazzato un localizzatore nell’auto di Goldfinger, lo segue fino in Svizzera, dove si accorgerà di non essere l’unico a pedinare il magnate: anche Tilly Masterson (Tania Mallet), sorella di Jill, è sulle sue tracce in cerca di vendetta. Per attirare la sua attenzione Bond ricalca la strategia di Messala nella corsa delle quadrighe del film Ben Hur, uscito cinque anni prima, e utilizza le lame rotanti estensibili presenti nei cerchioni della Aston Martin per squarciare le gomme dell’auto di Tilly, la quale non può che accettare un passaggio fino al distributore più vicino. Poiché non era possibile farlo con le vere automobili, la scena delle lame è stata girata in studio utilizzando due modellini in fibra di vetro su binari e un foglio di alluminio verniciato per simulare le gomma squarciata. Il montaggio di Peter Hunt ha poi creato la magia. Bond suo malgrado deve dire addio a Tilly, salvo ritrovarla nelle circostanze meno adatte: quando entrambi stanno cercando di introdursi nottetempo nella fabbrica di Goldfinger. Questa scena è un altro esempio dell’abilità di Peter Hunt, che riesce a renderla omogenea nonostante le inquadrature dalla collina siano girate in Svizzera e quelle all’esterno della fabbrica a Pinewood (dove si può vedere ancora oggi). Anche l’interno della fonderia clandestina è ricostruito in studio: l’oro fuso è in realtà cera mischiata a polvere dorata, il contenitore dell’oro fuso ha dentro una lampadina e il fumo è generato dal ghiaccio secco. Purtroppo però, mentre spiano le operazioni poco pulite di Goldfinger (e del suo complice Mr. Ling interpretato da Burt Kwouk, diventato famoso nei panni di Cato, l’aiutante dell’Ispettore Clouseau nei film della Pantera Rosa), 007 e Tilly vengono scoperti.

Il personaggio di Tilly ha qui il ruolo di agnello sacrificale: in ogni film di Bond è presente un personaggio alleato con cui 007 stabilisce un legame forte ma che viene ucciso (in Dr. No era Quarrel, in Dalla Russia con Amore Kerim Bey) creando scene di forte impatto emotivo prontamente stemperato subito dopo dall’adrenalina e dal registro comico. Infatti, subito dopo l’uccisione di Tilly da parte di Oddjob, Bond viene caricato in auto dagli scagnozzi del cattivo, ma riesce a liberarsi del suo autista grazie al gadget che tutti attendevano con ansia di vedere in azione: il sedile eiettabile. Il congegno era stato inserito davvero sull’auto, anche se il trucco del lancio è realizzato con aria compressa e un fantoccio. Se questo non bastasse, ecco che la dolce vecchina incaricata di aprire la sbarra estrae una mitragliatrice e spara a raffica contro 007. Guy Hamilton ha raccontato che, quando dopo l’uscita di Goldfinger si è trovato a pranzare con Alfred Hitchcock, questi gli ha fatto i complimenti proprio per la quella scena: “Avrei voluto girarla io una scena così!” E Hitchcock di suspense e di umorismo se ne intendeva eccome! Il minion volante, la vecchietta col mitra e il successivo inseguimento (velocizzato in fase di montaggio per renderlo ancora più incalzante) fanno dimenticare immediatamente della povera Tilly. Durante la scena dell’inseguimento Bond utilizza anche l’olio per rendere scivoloso l’asfalto (si tratta di acqua colorata) ma non è sufficiente: alla fine la sua Aston Martin si schianta contro un muro. Lo stuntman George Leech, che doveva pilotare l’auto in quella scena, riceve dai produttori l’ordine contraddittorio di schiantarla senza rovinarla: cosa non semplice, soprattutto perché costretto a ripetere la scena due volte in quanto al primo ciak l’auto era penetrata troppo a fondo nel muro…

“Fermati o nonna spara!”

Dopo lo scontro Bond si risveglia nello stabilimento legato mani e piedi ad una tavola d’oro. Ormai Goldfinger lo ha definitivamente smascherato e ha intenzione di liberarsi di lui una volta per tutte. Per uccidere il grande James Bond però un semplice colpo di pistola sarebbe troppo sciatto, per cui utilizza un’arma mai comparsa prima sul grande schermo: il laser. La tecnologia del laser veniva sviluppata proprio in quegli anni e adoperata esclusivamente in campo chirurgico: nessuno aveva ancora pensato di usarla come arma. Un laboratorio scientifico fornisce ad Hamilton un vero laser, ma nel provare la scena il regista scopre che, con le luci del set, il raggio non è più visibile. John Stears realizza perciò un macchinario finto con suggestive luci blu; il raggio rosso e bianco viene aggiunto in fase di post produzione. L’effetto prodotto dal laser sulla tavola invece è realizzato in studio: la parte che deve essere incisa dal laser viene pretagliata e riempita di un materiale che si scioglie con il calore; sotto la tavola il designer degli effetti ottici Cliff Culley fa scorrere una torcia all’acetilene. Il risultato è la scena di quasi castrazione più famosa della storia del cinema (molto più suggestiva della “banale” sega circolare del romanzo).  Questa scena mette a dura prova la pazienza di Sean Connery, che deve passare molte ore legato ad una tavola con strani congegni in movimento accanto al suo inguine. 

“Invidia del laser…”

Bond è sufficientemente scaltro da convincere Goldfinger a risparmiargli la vita ma rimane comunque suo prigioniero. Colpito da una pistola tranquillante si ridesta su un aereo diretto nel Kentucky. È tuttavia un dolce risveglio quello di chi si trova davanti la bellissima Honor Blackman nel suo ruolo più iconico: quello della pilota d’aereo personale di Goldfinger, Miss Pussy Galore.

Fin dalla nascita dello 007 cinematografico i produttori Harry Saltzman e Cubby Broccoli avevano dovuto combattere con la censura per far ottenere ai film di Bond il visto “per tutti”, necessario perché anche i bambini e i ragazzi si recavano in massa al cinema per vedere i loro film. Poiché l’ufficio della censura britannico era molto sensibile alla violenza mentre quello americano era più suscettibile riguardo all’erotismo, in alcune occasioni furono necessari dei veri e propri giochi di prestigio per non dover rinunciare a nessuna scena. Inevitabilmente il personaggio di Honor Blackman solleva diversi problemi a questo riguardo, a cominciare dal suo nome, che letteralmente in inglese significa “gnocca a volontà”. La United Artists scongiura i produttori di cambiare il nome in “Kitty Galore”, sempre evocativo ma meno spudorato, finché non accade che il Principe Filippo venga fotografato con l’attrice e appaia sui giornali con la didascalia “Pussy and the Prince”: a questo punto il nome Pussy, accettabile per la stampa, lo diventa anche per il cinema. Nel romanzo di Fleming Pussy Galore è una lesbica dichiarata, mentre nel film la questione viene solamente suggerita ma mai esplicitata, sempre per motivi di censura. Pussy ha collaborato al piano di Goldfinger addestrando una squadra di piloti d’aereo, interamente costituita da ragazze belle e appariscenti. Nella scena in cui Bond vede gli aerei atterrare questi sono manovrati da piloti di velivoli agricoli ingaggiati per l’occasione, i quali però si rifiutano categoricamente di indossare le parrucche bionde che i costumisti hanno fornito approntato. Un occhio allenato potrà anche distinguere un sigaro in bocca a uno di loro…

James Bond viene rinchiuso in una minuscola cella nei sotterranei della tenuta di Goldfinger in Kentucky. Nel frattempo lo spettatore viene introdotto nello spettacolare set ideato da Ken Adam per la sala ludica di Goldfinger. Lo scenografo qui si sbizzarrisce nell’aggiungere, giocattoli e congegni di ogni tipo, dal cavallo meccanico da rodeo al tavolo da biliardo scorrevole. Quando Goldfinger inizia a spiegare ai suoi soci il suo grande piano tutta la sala si modifica: i pavimenti scorrono, le pareti cambiano, un enorme plastico emerge dal pavimento per mostrare a tutti l’obiettivo finale: Fort Knox, il deposito delle riserve auree degli Stati Uniti.

A ben pensarci, questa scena non ha alcun senso: perché Goldfinger si dà tanto da fare per spiegare il suo piano a degli uomini che ha già programmato di uccidere? Giuro che, pur avendo visto il film decine di volte, non ci avevo mai pensato, tanta è stata l’abilità di Hamilton nel creare una serie di sequenze divertenti e coinvolgenti: la fuga di Bond, il suo tentativo fallito di comunicare a Felix il piano di Goldfinger e l’uccisione con il gas dei soci d’affari (i flash di luce blu aggiunti dal direttore della fotografia Ted Moore danno un tocco espressionista alla scena rendendola più agghiacciante). Il signor Solo, che aveva scelto di non partecipare al colpo, viene eliminato in un modo altrettanto spettacolare: schiacciato insieme all’automobile da una pressa. Questa scena sciocca profondamente la troupe, che assiste a bocca aperta alla distruzione di una costosissima Lincoln Continental nuova. Per girare la scena dall’auto viene rimosso il motore, ma in questo modo si vede il cofano vuoto quando il magnete la solleva: interviene allora Cliff Culley che in post produzione aggiunge un effetto ottico di riempimento – si tratta di semplici linee nere ma non è semplice applicarle correttamente ad una immagine in movimento. Anche senza il motore il cubo pressato rimane comunque pesantissimo: ne viene tagliato via un pezzo, ma nonostante questo è possibile vedere che gli pneumatici dell’auto che si allontana dalla discarica affondano nel terreno. La scena della demolizione viene girata a Miami con una controfigura di Oddjob per i campi lunghi perché all’epoca gli sfasciacarrozze non erano ancora diffusi in Inghilterra, infatti il trovarobe Ron Quelch ha molte difficoltà a trovare un cubo di lamiera uguale a quello usato per le riprese in America. Riesce a reperirne uno in una discarica dotata di pressa giusto la sera prima che venga girata la scena dell’arrivo di Oddjob nel ranch di Goldfinger, ricostruito a Pinewood.

“Aveva detto di avere un impegno pressante…”

Nel frattempo Pussy ha catturato il fuggitivo Bond e lo riconduce al cospetto di Goldfinger, che ne approfitta per spiegare al suo nemico la seconda parte del suo piano diabolico, convinto del fatto che non possa in alcun modo mettergli i bastoni tra le ruote. Questa scena ha richiesto molti studi e molte stesure: gli sceneggiatori Richard Maibaum e Paul Dehn in questo caso non possono fare riferimento al romanzo, in cui Goldfinger arriva all’ingresso di Fort Knox ma viene subito arrestato. Occorre dunque inventare da zero il piano del cattivo: far detonare un ordigno nucleare all’interno di Fort Knox per rendere l’intera riserva aurea degli Stati Uniti radioattiva per una cinquantina d’anni. La sincera ammirazione di 007 per l’idea la rende credibile anche per noi spettatori. Nel frattempo Goldfinger è stato informato che fuori dai suoi cancelli ci sono due uomini che stanno curiosando. Si tratta di Felix Leiter e di un altro agente, pronti a intervenire nel caso ritengano che 007 sia in pericolo. Per non correre rischi Goldfinger decide che il suo “ospite” deve apparire il più possibile a suo agio e suggerisce a Miss Galore di indossare abiti “più adatti”. Quando Felix vede James infilarsi dentro una stalla con un Pussy vestita in modo succinto si convince che tutto stia filando liscio. In effetti Bond sta cercando di utilizzare il suo fascino per portare Pussy dalla sua parte, anche se lei gli ha già detto chiaramente di essere immune. La resistenza della donna alle avances di 007 si trasforma in un combattimento corpo a corpo in cui Pussy inizialmente riesce con delle mosse di judo a tenere testa a Bond, ma infine soccombe fatalmente al suo fascino e si lascia sedurre: nessuna donna è immune al fascino di James Bond.

Honor Blackman, quando viene scelta per interpretare la più celebre delle Bond girls, è già famosa come Catherine Gale, la protagonista della serie tv Avengers, che curiosamente diventerà un film nel 1998 con Sean Connery nei panni del supercattivo Sir August de Wynter. In quella serie Honor, che conosceva sia il judo che la boxe, si era abituata a girare le scene di combattimento sul cemento: trovare il set del fienile ricoperto di morbida paglia è per lei una gran bella sorpresa. La sceneggiatura viene arricchita di scene in cui Honor può mostrare la sua abilità nei combattimenti. Fotografi e giornalisti sono presenti quando viene girata la scena della lotta nel fienile, oltre naturalmente agli stuntman degli attori. Quando vediamo Pussy, lanciata da Bond, atterrare nella paglia, in realtà sono stati Bob Simmons e George Leech a farle fare il volo; grazie al sapiente montaggio di Peter Hunt non si vede che lo stuntman Simmons è di 12 centimetri più basso di Sean Connery. 

Ralph Fiennes, Uma Thurman e Sean Connery in “The Avengers”

Dopo questa parentesi bucolica giunge il grande momento: l’operazione Grande Slam è iniziata. Naturalmente non è possibile girare a Fort Knox, zona presidiata dal personale militare, perciò il deposito, dopo essere stato osservato (e di nascosto anche fotografato) da Guy Hamilton e Ted Moore viene ricostruito negli studi Pinewood. Le scene in cui il gas addormenta i soldati invece sono girate davvero nella base militare adiacente a Fort Knox, grazie all’amicizia di Broccoli con il colonnello della base Charles Rosshon (citato nei titoli di coda come consulente tecnico) che non solo permette a Hamilton di utilizzare la base come set ma gli mette a disposizione un intero plotone, corredato di sergente, che girano in varie postazioni la scena dello svenimento in cambio di 10 dollari e una birra.

Le cose cambiano quando arriva il momento di costruire gli interni di Fort Knox, che nessuno ha mai visto: nemmeno al presidente degli Stati Uniti è permesso entrare nel deposito. Questo però permette a Ken Adam si liberare tutta la sua creatività a realizzare la “cattedrale d’oro” desiderata da Broccoli. Il risultato è uno dei set più alti e grandiosi mai realizzati per un film, tanto d’effetto che dopo l’uscita del film arrivano più di trecento lettere di fan che chiedono come sia stato possibile ottenere il permesso di girare all’interno di Fort Knox, oltre ad una lettera del responsabile di Fort Knox che si congratula con lo scenografo per la fantasia. Vengono di nuovo chiamati gli stuntman: quando Oddjob lancia Kisch, il braccio destro di Goldfinger (interpretato da Michael Mellinger), dalla balaustra, in realtà è Bob Simmons a cadere per una decina di metri (rischiando anche di urtare la telecamera). Durante la scena del combattimento tra Bond e Oddjob Sakata si ustiona gravemente le mani ma continua comunque la scena perché il regista non ha dato lo stop. Dimostra meno stoicismo Sean Connery, che nel fuoristrada è ammanettato a Sakata e teme che, se le manette gli feriscono il polso, non sarà più in grado di giocare a golf… Nello scontro finale con Oddjob, che sembra invincibile, Bond non può che contare sul suo ingegno, non avendo nè congegni né armi a sua disposizione: anche lanciargli contro dei lingotti d’oro massiccio non sortisce alcun effetto.

Ken Adam progetta la finta bomba atomica riempiendola, su richiesta del regista, di pulsanti, rotelle, fili e manopole colorati, che in una vera bomba naturalmente non ci sono. Appena prima di girare Saltzman propone un’ultima modifica: che il conto alla rovescia della bomba, anziché arrestarsi su “003” come da sceneggiatura, si fermi invece a “007”.

James Bond ha salvato il mondo e sale su un aereo privato per raggiungere il Presidente degli Stati Uniti, che desidera ringraziarlo di persona. Ma invece di un’avvenente hostess si ritrova davanti Goldfinger in persona, che è riuscito a fuggire dopo il tentato colpo a Fort Knox e ora lo minaccia con una pistola. A questo punto lo spettatore sa, perché Bondo lo ha già spiegato a Pussy durante il loro primo incontro, che non è consigliabile sparare a bordo di un aeroplano: Guy Hamilton infatti sostiene che allo spettatore debbano essere forniti in anticipo tutti gli elementi per poter comprendere, un po’ alla volta, gli avvenimenti cui assiste. Durante la lotta con Goldfinger infatti parte un colpo che colpisce il finestrino. Nel girare questa scena Peter Hunt, cui Hamilton affida la regia delle scene che non gli interessano (come anche quella della morte di Tilly, la decapitazione della statua o le acrobazie aeree) si trova in difficoltà perché i frammenti di vetro ricadono sempre verso l’interno dell’abitacolo. Viene dunque realizzato successivamente un inserto in cui il finestrino, colpito questa volta da un più efficace fucile a canne mozze, si rompe nel modo corretto, con tutti i pezzi di vetro proiettati verso l’esterno a dare l’idea del risucchio. Gert Frobe gira la scena steso su un carrello che viene trascinato nell’abitacolo, dopodiché viene sostituito da un manichino assicurato con un cavo che al momento opportuno viene semplicemente tirato fuori attraverso il finestrino. Bond e Pussy, che pilotava l’aereo, si salvano gettandosi con il paracadute e li ritroviamo mentre non hanno alcuna fretta di farsi salvare.

Nessuno è perfetto, nemmeno James Bond! Nella scena finale del film infatti sono presenti ben due bloopers. Il primo errore è lo scambio tra due scene in cui si vedono i piloti dell’aereo presidenziale legati e imbavagliati, che sono dapprima mostrati nell’atto di agitarsi e divincolarsi e in seguito mentre sono privi di conoscenza. Il secondo riguarda lo scagnozzo che si intravede sull’aereo alle spalle di Goldfinger e che non solo non prende parte alla lotta con 007 ma non viene nemmeno risucchiato all’esterno come tutto il resto; lo ritroviamo in seguito, inspiegabilmente morto ai piedi di Bond. Ancora una volta, dopo decine di visioni ammetto di non aver mai notato nessuna di queste due sviste, segno che Guy Hamilton e tutti i suoi collaboratori hanno fatto un lavoro davvero eccellente. Basti pensare al fatto che Goldfinger è entrato nel Guinness dei Primati come film dagli incassi più rapidi di tutti i tempi: il suo costo di tre milioni di dollari viene infatti recuperato in sole due settimane!

Il successo planetario di Goldfinger è dovuto ad una formula che nessuno è più riuscito a replicare perché si fonda sul principio dello scardinamento di tutte le regole preesistenti dei film d’azione e di spionaggio: il protagonista riesce nelle fasi iniziali a battere il cattivo per ben due volte, ma si ritrova poi per un intervallo molto lungo ad essere un prigioniero, spettatore passivo e impotente degli eventi impossibilitato ad agire; lo scontro finale vede il protagonista lottare non con un avversario ma con una macchina (la bomba atomica); non viene mostrata la conversione di Pussy, che dopo aver “ascoltato le ragioni” di 007 decide subito di tradire Goldfinger e di aiutare Bond a sventare il suo piano, sostituendo il gas letale con una sostanza innocua e avvertendo la CIA dell’imminente assalto a Fort Knox. Broccoli e Saltzman, partendo dai romanzi di Fleming e con la complicità di Sean Connery, Terence Young e Guy Hamilton (oltre a tutti gli altri membri del cast e della troupe) hanno creato non soltanto un personaggio, ma un vero e proprio genere cinematografico di cui hanno prima inventato poi scardinato le regole allo scopo di intrattenere, divertire e stupire lo spettatore. 

Purtroppo Ian Fleming, che anche questa volta aveva visitato i set del film, si spegne un mese prima della première di Goldfinger, che si svolge al cinema Odeon di Londra il 17 agosto 1964. Per l’occasione Honor Blackman indossa un gioiello davvero unico: un dito d’oro che riveste il suo mignolo sinistro; poiché il gingillo ha un valore di circa 10.000 dollari, arriva all’Odeon accompagnata da due guardie del corpo. In strada si è radunata una folla di più di 5000 persone che spingono e scalpitano tanto da rompere la vetrata del cinema. Sean Connery non è presente, ma si farà perdonare attraversando con l’Aston Martin DB5 di Bond gli Champs Elysées in occasione della première di Parigi l’anno successivo: l’attore viene assalito dalla folla, una donna riesce addirittura ad intrufolarsi nell’auto. E la polizia parigina sembra più interessata all’automobile che a contenere la folla…

Sembra ancora impossibile pensare che oggi Sean Connery, attore così versatile, affascinante, carismatico e spiritoso, non sia più con noi. Per fortuna ha lasciato ai suoi fan tantissimi splendidi film per continuare a godere del suo grande talento. Per gli appassionati di Sean Connery e di 007 l’appuntamento è sempre qui, su cine-muffin, dove la prossima volta parleremo di Thunderball – Operazione Tuono. Non mancate!

Il Nuovo 007 è Donna

Quella che fino a due giorni fa era solamente un’illazione è stata ora confermata: il nuovo 007 sarà una donna. Per la precisione l’iconico ruolo di agente segreto di Sua Maestà verrà ereditato dall’attrice inglese Lashana Lynch. Il passaggio di testimone avverrà nel venticinquesimo film della saga di James Bond, No Time to Die, la cui uscita, già rimandata due volte a causa della pandemia globale, è attualmente prevista per il 2 aprile 2021 (anche se girano alcune voci riguardo ad una possibile uscita esclusivamente in streaming sulla piattaforma AppleTv). No Time to Die sarà l’ultimo film per Daniel Craig, il sesto attore a ricoprire il ruolo di 007 (dopo Sean Connery, George Lazenby, Roger Moore, Timothy Dalton e Pierce Brosnan) e il primo per Lashana Lynch, che farà il suo debutto nei panni dell’agente segreto Nomi, successore designato di 007 il quale ha abbandonato il servizio attivo per ritirarsi in Giamaica. Al momento non si conoscono altri dettagli sul personaggio e sulla trama, ma l’attrice in una recente intervista a Harper’s Bazar ha confermato che l’onore e l’onere di essere il nuovo 007 ricadrà proprio sulle sue spalle. Lashana ha già subìto molti attacchi sui social network, ma ha dichiarato di aver compreso che non si tratta di attacchi personali: “Io sono una donna di colore. Se  il ruolo fosse stato assegnato ad una qualsiasi altra donna di colore, lei avrebbe ricevuto gli stessi attacchi. Devo solo ricordare a me stessa che sono parte di qualcosa che sarà molto, molto rivoluzionario”. Ma lo sarà davvero? La scelta di Lashana Lynch come nuovo 007 sarà davvero così inedita e rivoluzionaria per la saga nata dai libri di Ian Fleming? 

Quando Sean Connery venne proposto dal produttore Albert “Cubby” Broccoli come possibile protagonista di Licenza di Uccidere furono in molti a pensare che non si trattasse di una buona idea. Lo stesso Connery dubitava di essere adatto al ruolo. E l’autore dei romanzi, Ian Fleming, rimase dubbioso sulla scelta di Connery fino a che non furono ultimate le riprese di Dalla Russia con Amore: lui avrebbe preferito vedere nei panni di 007 l’attore americano Hoagy Carmichael. Ricordiamo che all’epoca Sean Connery aveva recitato in appena un pugno di film, di cui il più noto era Darby O’Gill e il Re dei Folletti della Disney. Ma soprattutto ricordiamo che Sean Connery, che avrebbe interpretato un’elegante e sofisticata spia del servizio segreto inglese, era in realtà scozzese!

Lashana Lynch, inglese ma figlia di immigrati giamaicani, attualmente ha al suo attivo appena una manciata di film, di cui il più famoso è sicuramente Captain Marvel (potete trovarlo comodamente su Disney Plus) oltre ad alcuni ruoli in diverse serie tv. 

Quando inizialmente le era stato proposto di prendere parte alla saga di James Bond Lashana era riluttante: temeva di perdersi nella folla di donne bellissime che 007 ha sedotto e abbandonato nel corso dei decenni. Ma la produttrice Barbara Broccoli, figlia di Albert, e il regista Cary Fukunaga l’hanno subito rassicurata: per il personaggio di Nomi avevano in mente qualcosa di ben diverso. Evidentemente Barbara ha cambiato idea rispetto a quanto aveva affermato nel gennaio di quest’anno in un’intervista a Variety: “007 può essere di qualunque colore, ma è un uomo. Io credo che dovremmo creare nuovi personaggi per le donne – personaggi femminili forti. Non sono particolarmente interessata a prendere un personaggio maschile e farlo interpretare da una donna. Penso che le donne siano molto più interessanti di così”. Parole sagge, davvero, ma evidentemente qualcosa ha spinto la madrina di James Bond a cambiare idea, e ora siamo tutti molto curiosi di vedere Lashana in azione per capire il perché e per scoprire se, in caso No Time To Die sia un successo, potrà avere un film tutto suo. La sceneggiatrice Phoebe Waller-Bridge ha confermato l’intenzione di dare un grande spessore al personaggio di Nomi e di farlo risultare reale, credibile, addirittura impacciato. Per Lashana il realismo del suo personaggio è fondamentale, così si è convinta ad accettare il ruolo e ad entrare nella storia. Non voglio certo fare paragoni tra la giovane Lashana e il superbo Sean Connery, che purtroppo ci ha lasciato alcuni giorni fa, ma ho trovato interessanti queste molteplici piccole analogie tra i loro debutti nella saga di 007: a volte la storia del cinema viene fatta dalle coincidenze più inimmaginabili.

Sono ancora convinta che Tom Hiddleston sarebbe stato un Bond favoloso

Poiché sono, sono sempre stata e sarò sempre una grandissima fan di 007, faccio il mio più sentito in bocca al lupo a Lashana e a tutti coloro che si sono adoperati per la realizzazione di No Time To Die, sperando di poterlo vedere nei tempi previsti e non nascondendo che al pensiero mi sento non solo curiosa ma anche emozionata. Ritengo infatti che Fleming, senza rendersene conto, possa aver dato il via alla creazione non di un semplice filone ma di un genere cinematografico a sé stante, come lo sono il western o la fantascienza, che quindi si presta, con il cambiare dei gusti e dei modi di pensare, a infinite variazioni. Basti pensare alla differenza che passa tra Ombre Rosse e Gli Spietati, o tra Il Pianeta Proibito e Alien. Una cosa è certa: ovunque ci sarà uno 007, di qualsiasi sesso, razza, nazionalità o numero di scarpe, lì ci sarò anch’io.