Il Ritorno dei Pomodori Assassini

Titolo originale: Return of the Killer Tomatoes

Anno: 1988

Regia: John De Bello

Interpreti: Anthony Starke, George Clooney, John Astin, Steve Lundquist, Karen M. Waldron

Dove trovarlo: Amazon Prime

Ieri è stato il compleanno di George Clooney, che ha compiuto 60 anni. Clooney è un attore che ho seguito molto negli anni passati (fin dai tempi del Dr. Ross di E.R.) e di cui ho avuto modo di vedere moltissimi film, alcuni bellissimi, altri molto meno belli, altri… bellissimi in modo molto diverso. È il caso di questo film, interpretato da George in gioventù (27 anni): Il Ritorno dei Pomodori Assassini. Come il titolo suggerisce si tratta del seguito di un altro film, Attacco dei Pomodori Assassini del 1978, sempre diretto da John De Bello e sceneggiato dal regista insieme a Costa Dillon e J. Stephen Peace.

La trama del primo film ci viene riassunta brevemente: alla fine degli anni ‘70 i pomodori, dopo aver subito una mutazione genetica, si erano ribellati e avevano dichiarato guerra alla razza umana. L’intero pianeta era in pericolo, ma alla fine i perfidi vegetali erano stati sconfitti grazie al coraggio di un uomo, il Tenente Wilbur Finletter (J.Stephen Peace), che aveva scoperto come i pomodori venissero annientati da una particolare canzone pop, Amore in Pubertà, e guidato il contrattacco terrestre fino a sbaragliare gli avversari. 

La nostra storia inizia dunque in un mondo in cui i pomodori sono diventati illegali (ma vengono contrabbandati): al solo nominarli si scatena il panico. Wilbur Finletter dopo la sua impresa eroica ha lasciato l’esercito e aperto una pizzeria (rigorosamente Tomato-free) in cui lavorano anche il nipote Chad (Anthony Starke) e il suo amico Matt (George Clooney). Mentre Matt passa tutto il suo tempo ad escogitare nuovi sistemi per conquistare le ragazze, Chad si sbizzarrisce dietro il bancone creando pizze sempre più fantasiose (con acciughe, burro d’arachidi e orsetti gommosi, per esempio). Nel frattempo, all’insaputa di tutti, il malvagio Professor Gangreen (John Astin) sta perfezionando un piano diabolico per conquistare il mondo servendosi di pomo-uomini, pomodori trasformati chimicamente in super-soldati. Il Professore però ha creato anche una pomo-donna, la bellissima Tara (Karen M. Waldron) di cui Chad, che va spesso alla villa per consegnarle la pizza, è invaghito. Tara, comprese le losche intenzioni del suo creatore, decide di fuggire, e non sapendo a chi rivolgersi chiede aiuto proprio a Chad.

Chi come me ha sempre avuto un debole per i film di serie B (o anche Z in molti casi) che mostrano, con effetti speciali più o meno accurati, animali che si ribellano all’uomo e diventano spietati assassini, ormai ha visto di tutto: squali, api, serpenti, pipistrelli, formiche, ragni, tafani, perfino funghi giganti… ma forse non i pomodori! Il Ritorno dei Pomodori Assassini, a differenza di alcuni dei film sopra citati, ha l’enorme pregio di non prendersi mai sul serio e riesce ad essere a tratti davvero molto divertente, giocando con il piano metacinematografico (mostrando cioè che i personaggi sono in realtà attori consapevoli di essere in un film) e utilizzando gag e battute come altre parodie del genere di Hot Shots!, Una Pallottola Spuntata o molti film di Mel Brooks. Non raggiunge gli stessi livelli, ma alcune trovate secondo me sono davvero ottime (come quella di inserire in scena gli sponsor per ovviare ai costi di produzione) e spesso si ride di gusto, con il valore aggiunto di vedere un giovane Clooney che fa il pizzaiolo (non perdete mai d’occhio le pizze!) o un attore del calibro di John Astin (il Gomez della serie tv La Famiglia Addams) interpretare lo scienziato pazzo. Anche se il film da noi resta sconosciuto (ricordo quanto fu difficile trovarlo quando, studiando la filmografia di Clooney, incredula ne scoprii l’esistenza) il suo successo è testimoniato dai suoi due seguiti, Killer Tomatoes Strike Back! e Killer Tomatoes Eat France!: in entrambi ritroviamo John Astin nei panni di Gangreen e Steve Lundquist come Igor, assistente del Professore che sogna la carriera di annunciatore in tv. Se vi piace George Clooney (ma anche se non vi piace!), se amate l’umorismo del trio Zucker-Abrahams-Zucker e di Mel Brooks, se collezionate animali e vegetali assassini, allora non perdetevi Il Ritorno dei Pomodori Assassini! su Amazon Prime. Sarete molto sorpresi di scoprire cosa può fare un pomodoro con sei bottiglie di latte e una sedia sdraio…

Celebrity Hunted – Caccia all’Uomo

Ormai da decenni abbiamo tutti capito che c’è davvero molto poco di autentico in qualsiasi reality show, ma questo è particolarmente vero per lo show di Amazon Prime (basato su un format britannico) Celebrity Hunted: Caccia all’Uomo. Se fosse tutto vero, infatti, assisteremmo a sei puntate in cui un gruppo di persone con accesso a tutte le risorse delle forze dell’ordine (computer, satelliti, intercettazioni, elicotteri, droni…) cerca di impedire a dei personaggi famosi (chi più chi meno) di vincere dei soldi da dare in beneficenza. Evidentemente non è così, non c’è alcun dubbio sul fatto che si tratti di uno spettacolo costruito, organizzato e recitato, in cui le risorse della polizia vengono solamente replicate (come viene specificato all’inizio di ogni puntata) e tutto è pianificato per intrattenere lo spettatore sfruttando la simpatia e le diverse doti delle celebrità coinvolte. Inoltre, come spesso accade, il vero eroe non è il vincitore del gioco (non farò spoiler in ogni caso) ma i cameraman, costetti e seguire i personaggi famosi ovunque (nei boschi, nelle cliniche di chirurgia plastica, nelle case sugli alberi, nei conventi) e a nascondersi e acquattarsi a loro volta per non essere individuati dagli Hunters (i Cacciatori). Ma questo non significa che Celebrity Hunted non sia divertente e non possa regalare qualche risata e molti momenti di leggerezza. Tutto ha inizio a Roma, dove si trova la sede degli Hunters (nella suggestiva lanterna di Fuksas, in cima al palazzo dell’Ex Unione Militare) e dove i concorrenti vengono radunati per l’inizio del gioco. I fuggitivi hanno avuto la possibilità di organizzarsi in coppie e di predisporre un mezzo per la fuga; ciascuno di loro inoltre è stato dotato di un cellulare di vecchia generazione (non Smartphone) tramite il quale, dopo 12 giorni di fuga, i concorrenti ancora in gioco riceveranno le coordinate del Punto di Estrazione (che può essere ovunque nel territorio italiano e che è sconosciuto anche ai Cacciatori). Avranno quindi due giorni di tempo per raggiungerlo, ma a quel punto avranno anche gli Hunters alle calcagna: il cellulare infatti, così come i loro cellulari personali, è sotto controllo. I fuggitivi dovranno spostarsi, nascondersi e sopravvivere senza farsi trovare e con poche risorse a disposizione (una tessera bancomat che eroga al massimo 70 euro al giorno e che, naturalmente, viene tracciata). Nella loro sede operativa i cacciatori, una squadra composta da ex rappresentanti delle forze dell’ordine, hackers etici (cioè “buoni”), criminologi e psicologi cercherà di individuare i fuggitivi e anticipare le loro mosse per catturarli tramite le squadre d’azione dislocate sul territorio italiano. Le prede, come dice il titolo, sono personaggi famosi dello sport, del cinema e dello spettacolo italiano: l’ex capitano della Roma Francesco Totti, che affronterà la sfida in solitaria; il conduttore tv Costantino della Gherardesca, anche lui deciso a fuggire da solo; gli attori Diana del Bufalo a Cristiano Caccamo (in tutta onestà, mai visti nè sentiti prima), in coppia; l’attore Claudio Santamaria (che ho apprezzato moltissimo in Lo Chiamavano Jeeg Robot) insieme alla moglie giornalista Francesca Barra; il rapper Fedez (di cui ancora non ho sentito una canzone ma che mi è piaciuto molto per come ha condotto L.O.L.) in coppia con lo youtuber Luis Sal. A rendere le cose divertenti sono le peculiarità di ciascun personaggio e le dinamiche che si vengono a creare tra le coppie, oltre alle diverse strategie adottate (chi ha un piano, chi si affida alla fortuna, chi sfrutta le conoscenze, chi conta sulla generosità degli sconosciuti). Qualcuno cercherà di sparire in un monastero, altri in una casa sull’albero o in una stalla, qualcuno invece finirà ad abbuffarsi in casa Surace. Mettetevi comodi, preparatevi a fare il tifo per la vostra celebrità del cuore e vi scoprirete a trattenere il respiro quando i Cacciatori si avvicinano… Anche se non è tutto vero, di sicuro è vero intrattenimento!

Assassinio sull’Orient Express

Titolo originale: Murder on the Orient Express

Anno: 2017

Regia: Kenneth Branagh

Interpreti: Kenneth Branagh, Johnny Depp, Judi Dench, Penelope Cruz, Josh Gad, Willem Dafoe, Michelle Pfeiffer, Olivia Colman, Derek Jacobi, Leslie Odom Jr., Tom Bateman

Dove trovarlo: Disney Plus

Gerusalemme, 1934: Hercule Poirot (Kenneth Branagh), il detective più famoso al mondo, dopo l’ennesimo caso risolto brillantemente è pronto per godersi una meritata vacanza quando viene chiamato a Londra per un nuovo mistero da risolvere. Fortunatamente l’amico Bouc (Tom Bateman), direttore dell’Orient Express, riesce a trovargli un posto sul lussuosissimo treno. L’investigatore belga non tarderà a notare che alcuni dei suoi compagni di viaggio nascondono dei segreti e hanno comportamenti sospetti. Il magnate Edward Ratchett (Johnny Depp) gli offre anche un generoso compenso per fargli da guardia del corpo, poiché con i suoi affari poco puliti si è fatto molti nemici e in seguito ad alcune minacce ora teme per la sua vita. Poirot rifiuta, ma quando Ratchett viene trovato ucciso nella sua cabina Bouc lo scongiura di trovare l’assassino…

Sono da sempre una grande appassionata dei gialli di Agatha Christie, perciò non solo ho letto il libro da cui il film è tratto ma ho visto, molte volte, la versione cinematografica precedente, diretta da Sidney Lumet nel 1974, che vantava un cast stellare (Lauren Bacall, Anthony Perkins, Ingrid Bergman, Sean Connery, Jean-Pierre Cassell, Martin Balsam, Vanessa Redgrave, Jacqueline Bisset, Richard Widmark…) e si fregiava dell’ottima interpretazione di Albert Finney nei panni dell’investigatore belga “dalla testa a forma di uovo”. Altre ottime interpretazioni di Hercule Poirot, protagonista di numerosissimi romanzi e racconti scritti dalla Christie, sono state offerte, sia per il cinema che per la televisione, da Peter Ustinov e David Suchet. Questo per dire che la materia mi è non solo familiare ma anche molto cara e ho affrontato la visione con un misto di eccitazione e terrore di restare delusa. Ho un’opinione oscillante di Kenneth Branagh, ho apprezzato molto alcuni suoi lavori (Thor come regista e I Love Radio Rock come attore) e molto meno altri (Frankenstein e più recentemente Artemis Fowl) ed ero molto curiosa di sapere che approccio aveva scelto per questo nuovo adattamento di un così celebre capolavoro del genere giallo che ha già avuto ottime trasposizioni cinematografiche e televisive. Mi è bastata la prima scena, in cui Poirot risolve un caso di furto a Gerusalemme (anche se in realtà la sequenza è stata girata a Malta) utilizzando il suo bastone infisso tra i mattoni del Muro del Pianto per bloccare la fuga del colpevole, per capire che qualcosa non andava. La scena, assente sia nel libro che nei film precedenti, è stata evidentemente aggiunta allo scopo di presentare il personaggio a chi non lo conosce: presentarlo come un esperto di strategie di fuga criminali è quantomeno fuorviante. Il vero Poirot non si sarebbe mai sognato di tentare di prendere un criminale in fuga (rischiando tra l’altro di rovinare il suo bastone): per questo c’erano il buon Hastings e l’Ispettore Japp, mentre a Poirot spettava solo il compito di utilizzare le sue “celluline grigie”. Allo stesso modo, Poirot non si sarebbe mai sognato di pestare una cacca di mucca con il piede destro solamente perché la scarpa sinistra si era già sporcata di letame! Questa ossessione per l’ordine, la precisione e la simmetria, che nel personaggio di Agatha Christie caratterizza in effetti il personaggio, viene estremizzata in modo tale che Hercule Poirot si trasforma nel Detective Monk (personaggio televisivo che adoro, interpretato magistralmente da Tony Shaloub). L’impressione è che Branagh, qui nel duplice ruolo di attore e regista e lo sceneggiatore Michael Green abbiano tentato di fare con Poirot ciò che Guy Ritchie ha fatto con Sherlock Holmes. Ma se per l’investigatore inventato da Arthur Conan Doyle l’operazione è perfettamente riuscita, grazie al ponderato bilanciamento tra azione, suspense e ironia, qui invece è fallita senza appello. Non solo l’ironia è totalmente assente dal film e dal personaggio, ma il tutto assume addirittura toni cupi e melodrammatici, con sprazzi di autocommiserazione (con tanto di impossibile foto di donna amata) moralizzazione non richiesta, del tutto estranei ai libri di Agatha Christie. Per chi poi, come me, è da sempre affezionato al personaggio di Poirot, vederlo saltellare sopra il treno o inseguire il malfattore arrampicandosi tra le impalcature è davvero insostenibile. Per il resto non ci sono novità di sorta rispetto al romanzo o agli adattamenti precedenti, gli attori fanno tutti il loro dovere e la trama non viene stravolta, salvo una connotazione tragica del finale davvero superflua. Judi Dench, ovviamente, non sbaglia mai; Penelope Cruz, come Ingrid Bergman prima di lei, accetta di imbruttirsi e di avere un personaggio fastidioso; Josh Gad è molesto come suo solito; Willem Dafoe è Willem Dafoe e non serve altro; Michelle Pfeiffer si carica della parte psicologicamente più pesante (per lei e per lo spettatore) con fascino e bravura; Leslie Odom Jr. (visto nel musical Hamilton) nel ruolo che fu di Sean Connery introduce un inedito personaggio di colore che viene però caricato e connotato eccessivamente (il passato da cecchino, l’amore proibito, lo sparo) rispetto ad altri che restano un po’ sullo sfondo (come Willem Dafoe). Non deve essere per nulla facile gestire tanti personaggi e tante star allo stesso tempo, ma Branagh non riesce a trovare il giusto equilibrio tra i ruoli, i personaggi e i cambiamenti apportati ai loro caratteri e alle loro storie personali. In conclusione, io non ho visto proprio nulla di buono in questo film e non ho trovato un motivo per giustificare l’idea di questa nuova trasposizione. Ma forse mi è sfuggito qualcosa, visto che sono già terminate le riprese di Assassinio sul Nilo, con Kenneth Branagh ancora nei panni di Hercule Poirot. Chissà se anche questa volta la giustificazione per il silenzio imbarazzato della folla alla sua freddura sarà “Scusate ma non so raccontare le barzellette, sono belga”.

Voto: 1 Muffin Ipocalorico

Fratello, dove sei?

Titolo originale: Oh Brother, where art thou?

Anno: 2000

Regia: Joel Coen

Interpreti: George Clooney, John Turturro, Tim Blake Nelson, John Goodman, Charles Durning, Wayne Duvall

Dove trovarlo: Netflix

Mississippi, inizio anni 30’. Ulysses Everett (George Clooney), costretto ai lavori forzati, convince i due detenuti incatenati insieme a lui a fuggire per cercare un tesoro nascosto. Abbagliati dai sogni di libertà e ricchezza Pete (John Turturro) e Delmar (Tim Blake Nelson) acconsentono e i tre si ritrovano presto a vivere mille avventure tra stranissimi incontri e inseguimenti delle forze dell’ordine, fino a giungere non ad un forziere colmo di monete d’oro ma alla moglie di Everett, che si deve risposare il giorno successivo…

Ho visto questo film alla sua uscita al cinema nel pieno del mio “periodo Clooney” e l’ho trovato surreale ed esilarante. Ad una nuova visione in lingua originale (grazie a Netflix) però ho avuto modo di apprezzarlo ancora di più e di cogliere molti riferimenti e sfumature che in passato mi erano sfuggiti, regalandomene un’opinione ancora più alta. Il bizzarro titolo deriva da un sottile gioco metacinematografico: nel film di Preston Sturges I Dimenticati (1941) il protagonista, il regista cinematografico Sullivan, doveva compiere un viaggio per vivere sulla sua pelle le tribolazioni dell’uomo medio e raccontarle poi nel suo film, che si sarebbe intitolato appunto Oh Brother, where art thou?. Mentre un uomo medio il nostro Ulysses Everett lo è davvero, nonostante condivida il nome con l’eroe Ulisse: certo è il più intelligente del trio, ma a dire la verità per questo ci vuol poco. Pete di fatto è un disadattato, mentre Delmar un ingenuo sprovveduto: con la sua parlantina senza freni Everett non fatica molto a convincerli a seguirlo sulle tracce del fantomatico tesoro. Nasce così un trio comico davvero irresistibile, grazie al talento dei tre attori. Sarò sempre convinta che George Clooney, per quanto sia ammirevole il suo impegno a livello artistico, politico e ambientalista, abbia sempre dato il meglio di sé come interprete di commedie o film di altri generi in cui aveva ruoli brillanti: Ocean’s Eleven, Prima ti Sposo poi ti Rovino (sempre dei fratelli Coen, non a caso), per citare i più riusciti.

John Turturro e Tim Blake Nelson (che diventerà Buster Scruggs sempre per i Coen) gli fanno da ottime spalle, teneri e comici nelle giuste proporzioni. Come viene detto all’inizio del film, Fratello, Dove sei? si ispira liberamente all’Odissea: infatti i fratelli Coen non avevano mai letto il poema di Omero (pare che sul set Tim Blake Nelson fosse l’unico ad averlo fatto) ma hanno comunque fatto un ottimo lavoro nell’amalgamare le epiche gesta dell’eroe greco Ulisse con la descrizione del profondo Sud degli Stati Uniti e di tutti i suoi elementi caratteristici (compreso il Ku Klux Klan). Il tono beffardo e ironico scelto dai registi e sceneggiatori Joel e Ethan Coen crea una commistione perfetta e senza stonature di archetipi, immagini, personaggi e musica tra due mondi, il Mississippi e l’antica Grecia dei poemi epici, che più distanti non potrebbero sembrare. I riferimenti diretti all’Odissea sono moltissimi e chi ha avuto la gioia di leggere il poema di Omero (o, come nel mio caso, di farselo narrare più volte dall’instancabile Papà Verdurin) si divertirà molto a riconoscere tutti i personaggi e le situazioni che vi fanno riferimento.

I più evidenti sono le sirene ammaliatrici, che con la loro voce e le loro grazie seducono senza alcuno sforzo i nostri eroi (con il piccolo contributo di un bottiglione con sopra tre grosse X). Avviene inoltre una fusione tra le sirene e il personaggio della maga Circe, che nel poema trasformava gli uomini in maiali: qui invece le sirene, apparentemente, sono in grado di tramutare gli uomini in rospi. Il ciclope Polifemo, che ha il faccione molto meno amichevole del solito di John Goodman.

Omero stesso, nei panni di un vecchio cieco che conosce il futuro (e dunque un po’ Omero e un po’ Tiresia), compare proprio all’inizio della fuga. Questi i rimando più semplici da individuare, ma ad un’analisi più attenta ce ne sono molti altri. L’avventura di Ulisse è narrata da lui stesso in flashback: il poema infatti descrive l’approdo del re di Itaca, solo e stremato, nell’isola dei Feaci, dove il re Alcinoo lo accoglie e lo invita a narrare la sua storia. Parallelamente le avventure dei nostri galeotti iniziano da una sperduta stazione radio in cui vengono invitati, contro ogni logica, ad incidere alcune canzoni popolari, che, come scopriremo solo più avanti nella visione, descrivono perfettamente la situazione di Everett, Man of Constant Sorrow perché separato dalla moglie cui si riferisce anche You are my Sunshine. Anche se le voci non sono quelle degli attori (che hanno cantato in playback) la colonna sonora di questo film è davvero azzeccata, bella e divertente, e accompagna benissimo le scene più rocambolesche e quelle più bizzarre con i toni scanzonati del country, a partire dalla sigla di apertura Big Rock Candy Mountain. Un’altro prelievo dall’Odissea, secondo me molto divertente, riguarda i due aspiranti governatori del Mississippi impegnati nella campagna elettorale, Homer Stokes (Wayne Duvall) e Pappy O’Daniel (Charles Durning). Spesso i nostri tre fuggitivi si ritrovano senza volerlo invischiati nella lotta tra i due politicanti, che cercano, a seconda delle circostanze, di ucciderli o di farseli amici. Mi è venuto da pensare che i Fratelli Coen volessero qui raffigurare Scilla e Cariddi, i due enormi mostri marini che Ulisse si trova a fronteggiare con il suo equipaggio: entrambi gli uomini sono di stazza imponente infatti, e Pappy non si muove senza i suoi tre tirapiedi, che per la loro attitudine sottomessa e servile sono quasi un tutt’uno con lui, proprio come il mostro Scilla aveva molte teste. Così come Ulisse supera i mostri passando esattamente nel mezzo tra i due, così i nostri sopravvivono sfuggendo al confronto diretto con ciascuno dei due e con le forze dell’ordine (che danno loro la caccia con grande ostinazione) in generale.

Anche il finale del film rimane aderente a quello di Omero: quando Everett finalmente raggiunge la moglie la trova in procinto di sposarsi con un altro uomo, dopo aver raccontato alle loro sei figlie che il padre è morto. Anche Ulisse, quando dopo dieci anni riusciva a tornare ad Itaca, trovava la moglie insidiata dai Proci (i suoi chiassosi e smargiassi pretendenti); Penelope però aveva sempre sperato nel ritorno del marito e ne aveva tenuto vivo il ricordo nel figlio Telemaco. Un’ultima osservazione, forse arbitraria, ma che ho trovato molto divertente: nelle sue avventure Ulisse  sempre aiutato e protetto da Atena, la dea della sapienza: la dea gli infonde arguzia e sagacia quando serve, ma ne altera anche l’aspetto fisico al bisogno (ade sempio lo rende più attraente agli occhi di Nausicaa, la figlia del re Alcinoo, al fine di assicurargli ospitalità e protezione alla corte dei Feaci). Sembrerà assurdo, ma nel film la stessa funzione è svolta… dalla brillantina per capelli! Everett è ossessionato dalla sua capigliatura, tanto da dormire con una retina per proteggere i capelli anche quando si trova in una stalla. Il nostro eroe sembra addirittura perdere le proprie facoltà intellettive quando esaurisce la brillantina e non è disposto a scendere a compromessi: non va bene una marca qualsiasi perché lui è “un uomo Dapper Dan”. Sia come sia, ho trovato esilarante vedere George Clooney così impegnato a pettinarsi e impomatarsi i capelli lungo i fossi o in mezzo al bosco, con gli abiti da galeotto e la faccia sporca di terra. Credo che pochi altri attori sarebbero potuti risultare così affascinanti, disinvolti e divertenti nel ruolo di questo Ulisse moderno. Consiglio senza remore la visione di questo film a tutti coloro che amano ritrovare gli antichi miti nel mondo moderno, a chi ama le commedie, lo humor peculiare dei fratelli Coen e George Clooney, le avventure e la buona musica, le mucche e la brillantina.

Voto: 4 Muffin

Predestination

Anno: 2014

Regia: The Spierig Brothers

Interpreti: Ethan Hawke, Sarah Snook, Noah Taylor

Dove trovarlo: Amazon Prime

Tratto dal racconto di Robert A. Heinlein Tutti voi zombie del 1959, Predestination si apre con una scena di caccia ad un attentatore che si conclude tragicamente per l’inseguitore, il quale rimane gravemente ferito e ustionato. Con uno stacco ci ritroviamo molti anni dopo in un bar. Il nuovo barista inizia con un avventore una normale conversazione di cortesia tra sconosciuti ma insiste poi per farsi raccontare tutta la sua storia. Il cliente lo avverte: si tratta di una storia davvero scioccante, che lo lascerà senza parole. il barista non si lascia dissuadere e così inizia un lungo e incredibile racconto…  

Non rivelerò altri dettagli della trama non tanto per l’accortezza deontologica verso gli spoiler, quanto perché se la raccontassi nessuno crederebbe mai che questa possa essere davvero la trama di un film. Non so come la storia si sviluppasse nel racconto da cui è tratto (il cui titolo tra l’altro viene citato scevro di contesto nel film generando un ulteriore senso di confusione nello spettatore), ma per quanto riguarda il film ci troviamo di fronte ad una malsana dimostrazione di cattivo gusto mascherata da curiosità per le ipotesi scientifiche più azzardate. Mi sono venuti in mente i protagonisti di The Big Bang Theory, che nel loro salotto avrebbero potuto facilmente sbizzarrirsi in ipotesi sui paradossi dei viaggi nel tempo, e questa diciamo che è la parte interessante, quella teoretica sul “cosa accadrebbe se si potesse viaggiare nel tempo e cambiare il passato?”. Tutto il resto non è che un guazzabuglio di aberrazioni etiche e psicologiche che al termine della visione lasciano un senso di disgusto difficile da dimenticare. Dunque, volendo trovare un pregio a questo film, è quello di non essere facilmente dimenticabile. I due protagonisti, che sono anche gli unici personaggi su cui si regge la trama, interpretati da Ethan Hawke e Sarah Snook, sono talmente assurdi, irreali e psicologicamente contorti che non saprei nemmeno giudicare la performance degli attori. Si salva il comprimario Mr. Robertson (Noah Talor), anche se le sue motivazioni restano imperscrutabili. In conclusione, se amate le elucubrazioni sui viaggi nel tempo e non temete la conseguenze più nefande che esse possono avere, potete tentare di guardare Predestination. Ma non dite che non eravate stati avvertiti!

Voto: 1 Muffin Ipocalorico

Penn & Teller : Fool Us

Penn Jillette e Teller sono una strana, affiatata e simpaticissima coppia di prestigiatori americani: grande, grosso e chiacchierone il primo, minuto e silenzioso il secondo. Si esibiscono in coppia da decenni e il loro è stato a lungo uno degli show di punta di Las Vegas, ma spesso li si può trovare come ospiti in programmi tv (ad esempio Top Gear o Earth To Ned) o in piccoli ruoli da attori in molteplici film e serie tv (Penn era in Paura e Delirio a Las Vegas, mentre Teller è stato il padre di Amy Farrah Fowler in The Big Bang Theory).

Tutti noi, almeno da piccoli, abbiamo amato i maghi e i trucchi di magia; poi c’è chi come me, anche in età adulta, continua a sbalordirsi quando un coniglio esce da un cappello o una donna segata a metà esce dalla scatola magicamente incolume. Ma ci sono anche molte persone in grado di capire come funzionino i trucchi, le quali godono più della loro prestazione intellettuale che della magia in sé. Lo show Penn & Teller: Fool Us, disponibile su Netflix, nasce per accontentare entrambe le categorie di spettatori. In ogni puntata diversi illusionisti, mentalisti, maghi e prestigiatori si esibiscono davanti ai grandi Penn & Teller nel tentativo di ingannare i maestri con i loro trucchi. Chi riesce nell’ardua impresa vince la possibilità di esibirsi con i due celebri maghi a Las Vegas. Per chi non riesce a ingannare Teller (che a detta di Penn è il vero cervello della coppia), invece, i due prestigiatori hanno sempre un complimento e una parola di incoraggiamento, cosa che non sarebbe possibile in un programma della televisione italiana, in cui chi si mette in gioco viene ad ogni piè sospinto offeso, deriso e denigrato da chi se ne arroga il diritto (sono consapevole del fatto che, trattandosi di programmi tv, la maggior parte di ciò che vediamo è stata stabilita in anticipo, infatti non mi stupisco certo dei concorrenti o dei giudici più o meno qualificati, mi stupisco che agli italiani piaccia vedere persone insultate e svilite per essersi messe in gioco, cosa che non sempre accade con i medesimi format in altri paesi). Quando Penn e Teller riescono a individuare il trucco, inoltre, il concorrente non è costretto a cambiare mestiere, perché il suo trucco non verrà rivelato. Sta alla vostra arguzia scoprirlo, magari con l’aiuto dei piccoli indizi lasciati da Penn e Teller (nel mio caso credo di aver capito giusto un paio dei trucchi più semplici, sentendomi comunque molto intelligente e godendomi invece quelli che mi stupivano davvero). Il programma è condotto dal simpatico comico inglese Jonathan Ross e al termine di ogni puntata Penn & Teller si esibiscono in uno dei loro strabilianti giochi di prestigio.

Per adesso sono disponibili solamente le prima due stagione di Penn&Teller: Fool Us, ma mi auguro che presto arrivino su Netflix anche le cinque stagioni successive, durante le quali si aggiungerà ai due maghi un terzo elemento, la bella e brava Alyson Hannigan (che interpretava Lily in How I Met Your Mother) e si vedranno anche molti ospiti con volti noti (per ora ha partecipato Simon Pegg). Le prime due stagioni non sono doppiate, il che rappresenta uno svantaggio per chi non conosce l’inglese, che intento a seguire i sottotitoli potrebbe non riuscire a godersi al meglio alcune esibizioni. In ogni caso, che siate eterni bambini che ancora si domandano quando lo zio restituirà loro il naso o smaliziati pragmatisti che hanno sempre una spiegazione per tutto, vi consiglio di dare una possibilità a Penn&Teller: Fool Us!

La Migliore Offerta

Anno: 2013

Regia: Giuseppe Tornatore

Interpreti: Geoffrey Rush, Sylvia Hoeks, Jim Sturgess, Donald Sutherland

Dove trovarlo: Amazon Prime (con abbonamento Premium)

Virgil Oldman (Geoffrey Rush) è uno dei più quotati battitori d’asta ed esperti d’arte del mondo. La sua vita è ordinata, solitaria e scandita da rituali sempre uguali; Virgil vive nel lusso più elegante, che può permettersi anche grazie alle truffe che organizza con il suo vecchio amico, il pittore specializzato in falsificazione Billy Whistler (Donald Sutherland). La vita di Virgil viene però stravolta da una donna misteriosa, l’ereditiera Claire (Sylvia Hoeks), che lo incarica di esaminare e valutare il suo ingente patrimonio. Virgil si innamora di Claire pur non avendola mai vista: la donna infatti rifiuta di uscire dalla sua stanza e di incontrare altre persone, spaventata da tutto e da tutti a causa di una serie di disturbi psicologici. A poco a poco però, anche grazie ai consigli del giovane Robert (Jim Sturgess), Virgil sembra riuscire a vincere i timori e la ritrosia di Claire…

Giuseppe Tornatore, già regista di capolavori come Nuovo Cinema Paradiso e La Leggenda del Pianista sull’Oceano, dirige uno splendido cast internazionale in un film peculiare, formalmente curatissimo e dagli sviluppi imprevedibili. Geoffrey Rush si cala con disinvoltura nei panni dello sgradevole Virgil, egocentrico e misantropo, rappresentandone in modo convincente la grande arroganza e tutte le piccole caratteristiche manie (l’ossessione per i guanti, la tinta dei capelli e la sua esplicativa collezione privata di ritratti femminili che sottolinea le sue difficoltà nei rapporti con il sesso opposto). Tornatore, qui anche sceneggiatore, realizza una serie di inquadrature che sembrano proprio quadri, a sottolineare il fatto che la vita del protagonista è vissuta in modo asettico e anaffettivo come se fosse fittizia, anche nei rapporti con gli altri, sempre superficiali e guidati dalla sua pretesa di superiorità (lo capiamo bene quando esterna la mancata stima per il talento artistico dell’amico di sempre Billy, o quando dimostra di non conoscere nulla della vita privata dei suoi collaboratori). Le interpretazioni sono tutte di ottimo livello e le scelte di cast tutte felici per creare un insieme eterogeneo e funzionale di personaggi tutti ben definiti ma non completamente leggibili, il che crea una bellissima atmosfera “gialla” senza però mai introdurre le forzature tipiche del genere. Per prima cosa lo spettatore rimane incantato dalla bellezza formale delle immagini, ma proseguendo si rende conto che qualcosa non torna, che qualcuno sta manovrando nell’ombra e raccontando deliberate menzogne: ma capire chi è e quale sia il suo scopo non è semplice, e il finale sorprende a sufficienza ribaltando la prospettiva e risultando allo stesso tempo perfettamente coerente, quasi inevitabile. Ancora una volta Tornatore collabora con il maestro Ennio Morricone, la cui colonna sonora sposa felicemente l’eleganza del protagonista e delle immagini. Il regista non rinuncia anche a una lezione morale che viene impartita con precisione (l’inquadratura finale con gli orologi) ma senza pesantezza, lasciando lo spettatore pienamente soddisfatto. Un film che mi è piaciuto molto e che consiglio vivamente per come arricchisce il patrimonio cinematografico italiano contemporaneo di un elemento ragguardevole e che non sfigura affatto nel confronto con le grandi produzioni internazionali.

Voto: 4 Muffin

Hello, Dolly!

Anno: 1969

Regia: Gene Kelly

Interpreti: Barbra Streisand, Walter Matthau, Louis Armstrong

Dove trovarlo: Disney Plus

L’elegante e disinvolta Dolly Levi (Barbra Streisand) ha deciso di non desiderare forti emozioni nella sua vita e si dedica pertanto a manovrare le vite altrui, organizzando affari e matrimoni tra i suoi innumerevoli conoscenti. Quando però Dolly decide di rimettersi in gioco in prima persona la sua scelta cade sul celibe burbero e spilorcio Horace Vandergelder (Walther Matthau), tentando con mille manovre di portarlo all’altare. Riuscirà nell’impresa?

Gene Kelly, attore protagonista ma anche co-regista del capolavoro Cantando sotto la Pioggia, porta sul grande schermo il musical Hello, Dolly! del 1964: sebbene la critica non lo apprezzi, il film vince ben tre Oscar l’anno successivo (migliore scenografia, sonoro e colonna sonora) e diventa un classico per gli amanti del musical e dell’attrice Barbra Streisand. Nel ruolo di Dolly Levi si sono avvicendate sul palcoscenico le attrici più celebri e talentuose (Ginger Rogers, Madeline Kahn, Bette Midler, Imelda Staunton e la nostra Loretta Goggi, tra le altre): il personaggio di Dolly è infatti molto affascinante, non solo per le diverse canzoni che interpreta ma anche per i molti eccentrici costumi che sfoggia e per la miscela di simpatia, arguzia e dolcezza che la contraddistingue e la fa entrare nel cuore dello spettatore. Barbra Streisand è perfettamente a suo agio tra piume e corsetti, elegante e sicura di sé mentre manovra i fili delle vite altrui ma anche quando decide di aprirsi in prima persona ai rischi e ai brividi della ricerca dell’amore. A tenerle testa troviamo, nei panni del misantropo Horace Vandergelder, il mitico Walter Matthau, che qui si cimenta anche nel canto e in alcuni (pochi) passi di danza. La trama, minimale, non è che il pretesto per le divertentissime esibizioni di questi due meravigliosi protagonisti e di una serie di simpaticissimi comprimari, fino alla magistrale scena madre nel ristorante di lusso (così chic che è possibile scegliere non solo il pesce dell’acquario che si desidera mangiare ma anche l’anatra selvatica, che il cameriere provvederà immediatamente ad abbattere con la carabina). Disney Plus, ora arricchito dal catalogo Stars, offre agli appassionati del musical la possibilità di gustare questo film rinfrescante, appagante e divertente, con due protagonisti bravissimi e tante deliziose canzoni (per chi non ama il genere alcune parti potrebbero risultare noiose ma consiglio comunque di tenere duro fino alla scena finale). Non c’è da meravigliarsi se nel capolavoro Pixar Wall-E il robottino protagonista è così affascinato da questo film, prezioso cimelio della sua collezione di paccottiglia terrestre, che per lui è unica rappresentazione visiva conosciuta dell’amore. Consiglio questo film a chi ama i musical classici, la vecchia Hollywood, i costumi sgargianti, le commedie romantiche, l’amore genuino, maldestro e canterino, le grandi dive e i grandi comici, le risate a tempo di musica.

Voto: 4 Muffin

Earth to Ned (con Marvel digressione)

Ormai, a più di un anno dal lancio della piattaforma streaming Disney Plus (arrivata con tempismo incredibile giusto per l’inizio del primo lockdown), ci siamo tutti resi conto che non si tratta solamente di un canale per bambini o per irrimediabili nostalgici sentimentali legati ai film e ai cartoni animati della propria infanzia (che cercano disperatamente di convincere i propri figli che FBI: Operazione Gatto è infinitamente meglio di cartoni come 44 Gatti o Bing). Una pubblicità martellante proveniente da ogni direzione ha insegnato a tutti che su Disney Plus si possono trovare, oltre a tutti i classici Disney e le produzioni Disney Channel, anche tutto ciò che riguarda Star Wars e i supereroi Marvel. Venerdì per esempio sarà disponibile l’ultima puntata della serie Marvel Falcon & the Winter Soldier, che segue a ruota Wandavision nell’inaugurazione della cosiddetta Fase 4 Marvel, che ci racconterà cosa accade dopo la sconfitta di Thanos nel film Infinity War:End Game. Wandavision era iniziata benissimo, con un’inattesa e inspiegabile ambientazione in stile sitcom anni ‘60 (sulla falsariga di Strega per Amore, che adoravo da piccola, e Vita da Strega) che nascondeva però un oscuro mistero, svelato via via mentre si viaggiava nella storia della sitcom USA fino ad arrivare a Malcolm (serie divertentissima con Brian Cranston, fino ad oggi misteriosamente dimenticata ma che spero tanto ora riemerga grazie a questo revival) e l’odierna Modern Family. Purtroppo i presupposti di una trama basata sugli intrighi psicologici si sono presto dissolti lasciando il posto ad una banale e noiosa storia di invidia tra streghe (anche se pare che la serie sia stata conclusa in maniera frettolosa a causa del Covid, quindi forse le intenzioni degli autori erano diverse). Per quanto riguarda Falcon & The Winter Soldier ne parlerò attraverso un esempio: a qualcuno interesserebbero le avventure del lattaio di Peter Parker o del vicino di casa di Superman? Perché il livello è questo, con il picco più basso raggiunto nella scena della terapia di coppia tra i due Avengers (con tanto di “avvicinatevi e guardatevi negli occhi”, senza scherzi). Come si capisce attendo la conclusione della serie con scarso entusiasmo, convinta del fatto che queste serie altro non siano che un segnaposto per cose più interessanti che arriveranno (mi riferisco alla serie su Loki e, ovviamente a Thor: Love & Thunder). Ma a prescindere dal mio parere personale (che non mi ha impedito di vedere tutto, comunque, perché ormai sappiamo che le storie sono tutte collegate e che ogni vicenda può contenere un dettaglio cruciale) queste serie hanno portato un grandissimo numero di abbonati a Disney Plus, dimostrando come le strategie della piattaforma (rilasciare una puntata alla settimana e non la serie completa; riservare alcune novità solo agli Abbonamenti VIP, più costosi) siano vincenti. E’ necessario però non farsi distrarre dalle ultime novità e dai contenuti più pubblicizzati per non rischiare di farsi sfuggire qualche chicca, come ad esempio l’originale Terra Chiama Ned (in originale Earth to Ned). Lo show ha come protagonista Ned, un alieno venuto a una galassia lontana lontana con la sua nave spaziale per distruggere la Terra, secondo gli ordini dell’Ammiraglio suo padre. Ned, considerato dal genitore un buono a nulla, dovrebbe quindi dare finalmente prova di se stesso e distruggere senza pensarci due volte la Terra… ma non ci riesce, perché troppo affascinato dalla nostra…televisione! Ned non solo si appassiona a film e programmi del palinsesto terrestre, ma decide di imbastire un talk show tutto suo con tanto di guest stars debitamente sequestrate tramite raggio trasportatore e invitate a condividere con Ned e gli spettatori la loro sapienza riguardo al mondo della comicità. Il mattatore della serie Ned, alieno celeste con un’enorme testa, quattro braccia e una smodata passione per la maionese, è un pupazzo creato da Brian Henson (figlio di Jim Henson, il creatore dei Muppet) e manovrato da ben sei burattinai; Ned viene affiancato da Cornelius, divenuto suo servo (e poi sua spalla comica) dopo che l’Ammiraglio ha fatto disintegrare il suo pianeta e dai Clods, piccole creaturine eccentriche e imprevedibili. Tra gli ospiti terrestri, incaricati di spiegare a Ned diversi aspetti del mondo dello spettacolo: Eli Roth (regista di Hostel), Gina Carano (al fianco di Pedro Pascal in The Mandalorian), Halyson Hannigan (Lily in How I Met Your Mother), Rachel Bilson (protagonista di Hart of Dixie), i prestigiatori Penn&Teller e molti altri. Consiglio la visione in lingua originale per godersi il talento dei doppiatori dei personaggi e degli ospiti (aspettatevi che chiunque in qualunque momento possa iniziare a cantare, come dettano le leggi terrestri dello spettacolo). Se cercate un intrattenimento originale ma familiare, un omaggio e allo stesso tempo una presa in giro del mondo dell’intrattenimento e una gran bella prova di talento vecchio stile (senza traccia di CGI), allora Terra Chiama Ned fa per voi!

I Fratelli Sisters

Titolo originale: Les Frères Sisters

Anno: 2018

Regia: Jacques Audiard

Interpreti: John C. Reilly, Joachin Phoenix, Jake Gyllenhaal, Riz Ahmed, Rutger Hauer

Dove trovarlo: Amazon Prime

I fratelli Eli (John C. Reilly) e Charlie (Joachin Phoenix) Sisters sono tra i più abili e famigerati cacciatori di taglie tra quelli al soldo del potente Commodoro (Rutger Hauer), che questa volta ha deciso di inviarli sulle tracce di un cercatore d’oro, Herman Kermitt Warm (Riz Ahmed). Il Commodoro ha anche mandato in avanscoperta un segugio, John Morris (Jake Gyllenhaal), il migliore nello scovare i fuggitivi ma molto meno abile con le armi da fuoco, per localizzare Herman. Ma inaspettatamente Herman convince John ad unirsi a lui nella sua ricerca della ricchezza: i fratelli Sisters dovranno quindi rintracciarli ed occuparsi di entrambi. Almeno in teoria…

Tratto dal romanzo del 2011 di Patrick DeWitt Arrivano i Sister, I Fratelli Sisters (“sisters” in inglese significa “sorelle”) è il primo film girato in lingua inglese dal regista francese Jacques Audiard, autore anche della sceneggiatura, che dirige un cast eccezionale in un’interpretazione del Vecchio West che attraversa tutti i toni, dal classico al divertito al tragico, spiazzando lo spettatore per la transizione inaspettata dalla canonica caccia all’uomo alla composizione del delizioso quartetto di personaggi in una situazione quasi bucolica per poi virare verso un’inedita caccia all’oro che ricorda le dinamiche del Tesoro della Sierra Madre di John Huston con Humphrey Bogart, almeno fino all’inatteso epilogo.

La visione, che trascina lo spettatore in un’altalena di umori ed emozioni, non è adatta a tutti, in quanto la violenza e le situazioni forti sono presenti; non è adatto nemmeno a chi ama il western classico e non gradisce le variazioni sul tema, perché qui i cowboy con le pistole non sono che uno spunto per riflettere su alcuni temi: famiglia, cupidigia, percezione di se stessi, convivere con il passato. Encomiabili tutti e due gli attori protagonisti e anche i due comprimari, che si caricano sulle spalle con consapevolezza questo fardello culturale ed emotivo restituendoci dei personaggi insoliti, anche attraverso dei dialoghi ben scritti ma che spesso paiono troppo forzati, troppo didascalici e poco realistici. Da segnalare anche una colonna sonora non riuscita, a tratti troppo invadente e non pervenuta invece nei complicati dislivelli emotivi, in cui sarebbe stata necessaria la sua guida (lo stesso che succedeva in Midnight Sky, sempre con colonna sonora di Alexandre Desplat). Rutger Hauer appare in un bizzarro cameo.

Voto: 3 Muffin