Interpreti: Kevin Kline, Kristin Scott Thomas, Maggie Smith
Dove trovarlo: Amazon Prime
Lo spiantato Mathias Gold eredita dal padre un lussuoso appartamento a Parigi, ma quando vi si reca con l’intenzione di metterlo in vendita scopre che è abitato da un’anziana signora, Mathilde, che per contratto ha il diritto di abitarlo fino alla morte. Mathias, disperatamente bisognoso di denaro, tenta allora di scendere a patti con la figlia di Mathilde, Chloè, scontrandosi però con una volontà altrettanto irremovibile…
My Old Lady nasce come dramma teatrale del drammaturgo Israel Horovitz, che dopo aver già adattato diverse sue opere per la televisione e aver lavorato anche come sceneggiatore esordisce qui come regista; la sua poca esperienza in questo ruolo è colpevole degli unici difetti imputabili al film, cioè le scelte troppo convenzionali dal punto di vista narrativo e quelle eccessivamente leziose da quello formale. Mi riferisco alla specularità della scena iniziale, non appena Mathias si è reso conto di non poter contare sul denaro della vendita e, dopo essersi fermato pensoso su una panchina vaga senza meta per una Parigi grigia e uggiosa, mentre nel finale non solo si unisce alla performance della cantante d’opera un tempo snobbata in riva alla Senna, ma fa anche capolino un timido raggio di sole a simboleggiare, in modo non certo originale, la speranza ritrovata. Ho trovato poi forzato l’utilizzo di inquadrature non convenzionali, ad esempio attraverso uno specchio o un riflesso, a voler continuamente sottolineare l’importanza della percezione di sé in relazione allo sguardo altrui. Ma, tolti questi peccatucci veniali da regista esordiente, il film è un potente dramma esistenziale che sicuramente ha funzionato splendidamente sul palcoscenico e che qui è impreziosito da tre interpretazioni di gran lusso. Kevin Kline è un perfetto Mathias stropicciato e sperduto, spavaldo solo in quanto insicuro, con un ragguardevole bagaglio di qualità e di problemi. Maggie Smith, che non può essere altro che perfetta, riesce ad essere al contempo amabile e odiosa, messaggero ma allo stesso tempo vittima delle rivelazioni sul passato destinate a sconvolgere la vita dei protagonisti. Ruolo delicatissimo per Kristin Scott Thomas, che con gli anni sembra diventare non solo più brava ma anche più bella, perfetta controparte di Kevin Kline in questa ricerca di equilibrio sempre in bilico sull’abisso dello sconforto. Si ride molto, soprattutto all’inizio, ma si piange anche molto, ci si commuove e si fa il tifo per i tre protagonisti per tutta la durata del film, perché l’esito dei loro turbamenti non appare mai scontato: My Old Lady ha tutta la forza del teatro migliore e la grande qualità del migliore cinema. Da non perdere (compresa la scena al termine dei titoli di coda), perché il segreto per una lunga vita è la precisione, il buon vino, ma anche i bei film.
Interptreti: Robert Carlyle, Emma Thompson, Ray Winstone, Kevin Guthrie
Dove trovarlo: Amazon Prime
Barney Thompson (Robert Carlyle) vive a Glasgow, è un uomo di mezza età solo, scorbutico e attaccabrighe, che mantiene un lavoro come barbiere solamente in virtù dell’affezione del proprietario della bottega, visto che non fa che litigare con colleghi e clienti. Un giorno però la sua vita cambia quando commette un omicidio per errore: durante una lite uccide un collega barbiere. La madre (Emma Thompson), donna appariscente e sboccata, lo sorprende mentre tenta maldestramente di occultare il cadavere, e a sorpresa non solo si offre di aiutarlo, ma gli rivela di non essere affatto estranea alle procedure di occultamento dei corpi…
Esordio alla regia dell’attore Robert Carlyle, salito alla ribalta nel 1997 come protagonista del meraviglioso film Full Monty, Delitti Perfetti (questo il titolo con cui lo si può trovare su Amazon Prime, mentre fu originariamente distribuito in Italia con l’allusivo La Piccola Bottega degli Errori) vorrebbe inserirsi nel filone delle commedie in stile british la cui anima è lo humor più nero. Il nero c’è eccome in questa vicenda che ruota tutta intorno agli omicidi e all’occultamento e/o sezionamento dei cadaveri, mentre lo humor non è per niente efficace. Sulla carta poteva funzionare, visto il buonissimo cast, che oltre allo stesso Carlyle nel ruolo di protagonista vede la bravissima Emma Thompson in un ruolo molto diverso dal solito e una serie di comprimari di comprovata bravura, come il poliziotto cocciuto Ray Winstone e quello più posato e ragionevole Kevin Guthrie (protagonista della miniserie firmata Julian Fellowes The English Game). Eppure qualcosa si inceppa nel meccanismo del film, a tratti il trucido prende il sopravvento e sovrasta il divertimento, che pure fa capolino nei dialoghi assurdi tra Barney e la madre o tra i poliziotti. L’idea del barbiere assassino non è nuova, visto che il musical Sweeney Todd era un classico ancora prima che Tim Burton ne facesse un film, ma l’indolenza e l’amoralità di Barney rendono impossibile qualunque coinvolgimento nei confronti di un protagonista così sgradevole (da ammirare però la prova d’attore di Carlyle in un ruolo non certo facile), mentre l’umorismo assume toni troppo variegati (dal black humor più cinico al completo nonsense della sparatoria nel bosco) per poter reggere l’intero film. Il finale, un po’ didascalico, esplicita la critica dell’esaltazione della mediocrità e della meschinità morali da parte della società, sempre valida ma in questo caso, nonostante la locandina affermi il contrario, non molto “affilata”. Un esordio dietro la macchina da presa coraggioso ma purtroppo non convincente, però sono sicura che il bravo Carlyle saprà rifarsi in futuro.
Belsnickel era l’elfo prediletto da Babbo e Mamma Natale finché non divenne geloso e dispettoso: le sue cattive azioni lo portarono ad essere punito con l’esilio dal magico paese del Natale. Trasformato in un essere umano e privato di tutti i poteri elfici, Belsnickel si rifugia al Polo Sud dove progetta a lungo la sua vendetta. Per poter tornare nel paese del Natale, protetto da una barriera magica che solo Babbo Natale può attraversare, decide di usare l’astuzia e di sfruttare i guai di Kate, ormai cresciuta e alle prese con le difficoltà emotive nell’accettare il nuovo compagno della madre.
Dopo il grande successo del primo capitolo, a dirigere la nuova avventura del Babbo Natale più cool del momento, sempre interpretato dall’eccezionale Kurt Russell, arriva il veterano Chris Columbus, già produttore di Qualcuno salvi il Natale e naturalmente autore di commedie per famiglie di grande successo come Mamma, ho perso l’Aereo e Mrs. Doubtfire, entrambi disponibili su Disney Plus per un ripasso a tema. Risultato? Il film risulta più mieloso del precedente, concedendo ancora più spazio ai buoni sentimenti, alla redenzione e all’inossidabile spirito del Natale, ma siamo comunque entro i limiti concessi ai film di questo genere. La trama non è l’elemento preponderante, anzi meglio non soffermarsi a pensare all’ovvietà del parallelismo tra l’elfo reietto e la ragazzina che scappa via dalla famiglia perché il nuovo compagno della madre non potrà mai prendere il posto del suo vero padre. Ma se si tralasciano questi elementi meno forti si possono trovare moltissimi motivi per vedere questo film e goderselo fino in fondo. Kurt Russell non delude le aspettative, anche se purtroppo in questo film la sua canzone è stata tradotta e doppiata in italiano con un pessimo risultato. Ha invece un ruolo principale Goldie Hawn, compagna di Russell anche nella vita, nei panni di Mrs. Claus, che nel primo film faceva appena un cameo mentre qui è una splendida coprotagonista e distribuisce abbracci e biscotti glassati esplosivi alla bisogna. Per il resto torna la protagonista Darby Camp del primo film, che in questa nuova avventura non è affiancata dal fratello ma dal futuro fratellastro, il simpatico Jahzir Bruno. Il cattivo della storia, l’elfo rinnegato Belsnickel (Julian Dennison), è piuttosto insignificante, anche perché si capisce immediatamente che non è affatto cattivo e nel finale si redimerà e tornerà nei ranghi degli elfi obbedienti. La CGI è usata con abbondanza ma anche con sapienza per realizzare gli elfi, il paese del Natale e molti dei curiosi congegni di Belsnickel, che con le sue abilità ingegneristiche ha sopperito alla perdita della magia. Facendo un confronto, il primo film era più originale, divertente ed equilibrato, mentre questo gioca al rialzo su cast, zucchero ed effetti speciali diventando a tratti stucchevole (la canzone finale è decisamente troppo lunga per esempio), ma in conclusione è anche questo un film perfetto per le feste, godibile per adulti e bambini. Resta inspiegabile come sia possibile per una ragazzina non desiderare Tyrese Gibson, simpaticissimo e affascinante protagonista di classici del genere action come Death Race e Fast & Furious (tutti dal secondo in poi ad eccezione del terzo), come patrigno.
Frequentavo le superiori quando convinsi i miei, non so come, a prendermi un televisore con videoregistratore da mettere in camera mia: forse il liceo classico aveva implementato la mia dialettica in modo incredibile… La condizione naturalmente era che i miei voti non ne risentissero, ma questo accadde solo grazie all’incredibile tempra garantita dalla gioventù, che mi permise in qualche modo di continuare ad andare bene a scuola nonostante passassi le notti praticamente in bianco. Prendevo in prestito le cuffie a infrarossi di mio padre in modo da non farmi scoprire (anche se quando guardavo i musical ero sgamabilissima perché non riuscivo a fare a meno di canticchiare) e passavo la notte in compagnia di Enrico Ghezzi e di qualunque cosa lui ritenesse che io dovessi vedere. La trasmissione che andava in onda a notte fonda su Rai Tre era Fuori Orario, che proponeva sempre film altrimenti introvabili, spesso in lingua originale, e fu fonte per me di infinite scoperte. Una notte Ghezzi propose tre diversi film tutti ambientati su piccole isole poco civilizzate, e uno dei tre era L’Isola, di un regista coreano allora sconosciuto (almeno a me), Kim Ki Duk. La visione del film mi lasciò sconvolta in tutti i sensi possibili. Scoprii poi che durante la proiezione del film alla Mostra del Cinema di Venezia molti spettatori presenti in sala avevano avuto malori e mancamenti durante la scena del tentato suicidio della ragazza, e non mi stupii affatto, perché ne ero stata profondamente turbata anche io, che pure, appassionata di horror, mi ritenevo di stomaco forte. Ma non era stata l’unica cosa del film a colpirmi: oltre alla famigerata scena degli ami da pesca mi ero commossa per la cura e la dedizione con cui il ragazzo aiutava la giovane, che quasi non conosceva, prima a guarire e poi a ritrovare la voglia di vivere. Questa tenera e profonda compassione di un essere umano verso un suo simile mi aveva stregata, oltre alla grande maestria con cui il regista aveva raccontato non solo gli animi ma anche la natura e gli ambienti quasi senza l’uso di parole. L’Isola rimase un ricordo importante sul fondo di un cassetto, finché anni dopo non uscì al cinema Primavera, Estate, Autunno, Inverno… e ancora Primavera, sempre di Kim Ki Duk. Decisi di doverlo vedere ad ogni costo, ma nessuno dei miei amici era disposto ad accompagnarmi, così attraversai la città a piedi in compagnia di un ragazzo appena conosciuto (che divenne poi un grande amico) appassionato dell’Oriente per raggiungere l’unico cinema d’essai che lo proiettava. Non rimasi per nulla delusa, vi ritrovai la stessa bravura avvolgente nel descrivere stati d’animo e paesaggi quasi senza parole: ero definitivamente diventata fan di Kim Ki Duk. Vidi poi al cinema Ferro 3, che è rimasto il mio preferito tra i suoi film perché alle caratteristiche di cui ho già parlato aggiungeva una buona dose di ironia intelligente. Le scene in cui il ragazzo si muove per casa con agilità felina senza un rumore, assumendo le pose più assurde e riuscendo a vivere la sua storia d’amore letteralmente sotto il naso del marito di lei, sono senza dubbio da scuola di cinema. Vidi poi La Samaritana, anche quello molto bello, che ancora una volta bilanciava in modo perfetto violenza e compassione, odio ed empatia che gli esseri umani sono in grado di provare l’uno per l’altro: io, che vedo sempre il bicchiere mezzo pieno, ci coglievo un messaggio di profonda fiducia nel genere umano che mi conquistava ogni volta. L’ultimo film di Kim Ki Duk che vidi fu L’Arco, che invece mi deluse un po’ rispetto alle grandi aspettative. Anche per questo poi non vidi più nulla di suo, anche se resto sempre e comunque intenzionata a recuperare. Nonostante sia passato molto tempo da quando ho scoperto il suo talento e dall’ultima volta che ho visto un suo film, la notizia della sua scomparsa mi ha fatto ripensare a quanto il suo cinema abbia significato per me. Ho ritenuto dunque di ricordarlo così, con questo racconto non certo esaustivo ma affettuoso del suo cinema e di ciò che ha rappresentato per me.
Interpreti: Kurt Russel, Oliver Hudson, Kimberly Williams-Paisley, Judah Lewis, Darby Camp
Dove trovarlo: Netflix
Per la piccola Kate (Darby Camp) e il fratello adolescente Teddy (Judah Lewis) il Natale non è più lo stesso da quando il padre, vigile del fuoco, ha perso la vita durante un’operazione di soccorso. Ora la madre Claire (Kimberly Williams-Paisley) è spesso assente per lavoro e Teddy, lasciato a se stesso, sta frequentando le persone sbagliate e rischia di diventare un delinquente. Kate però non smette di credere nella festa del Natale, la festa tanto amata dal padre, che ogni anno realizzava un video natalizio da condividere con amici e parenti. Riguardando proprio uno di quei vecchi filmati Kate nota un particolare: una mano che mette un regalo sotto l’albero. Convinta che si tratti del vero Babbo Natale, Kate convince il fratello a farsi aiutare a coglierlo sul fatto, riprendendolo quando verrà a consegnare i doni. La notte di Natale il sistema di allarme casalingo avverte i ragazzi che in casa c’è qualcuno e i due trovano nientemeno che una slitta trainata da renne volanti posteggiata in strada. Desiderosi di filmare Babbo Natale all’opera si intrufolano nella slitta, che riparte con loro a bordo. Babbo Natale (Kurt Russel) che non si è accorto della loro presenza viene colto di sorpresa e finisce per schiantarsi a terra con la slitta. Babbo Natale, Kate e Teddy sono incolumi, ma le renne sono fuggite, la slitta è rotta e i doni sono andati perduti. Il Natale è seriamente in pericolo!
Qualcuno Salvi il Natale è, non serve dirlo, un classico film di Natale, in cui non manca alcun elemento distintivo del genere: la magia, l’avventura, gli elfi, le renne volanti, la riscoperta dei buoni sentimenti, il dolce lieto fine. Dunque si astengano i Grinch più scorbutici. Tutti gli altri invece troveranno un film ben fatto, divertente per bambini ma anche per adulti, adatto a tutta la famiglia ma non stucchevole nel sentimentalismo, che c’è ma si sente solo nella misura necessaria. Kurt Russell, grintoso e spiritosissimo, si candida a diventare uno dei migliori Santa Claus di sempre, (di sicuro è quello più in forma, con la sua ossessione per la palestra) esibendosi anche in un fantastico numero musicale nella prigione (sì, in questo film Babbo Natale finisce dietro le sbarre). Diventerà senza dubbio un classico di Natale, ed è la scelta giusta per una tenera e divertente serata in famiglia durante le feste. Con un seguito, Qualcuno Salvi il Natale 2, di cui parlerò a breve. Occhio all’apparizione nel finale della Signora Natale in persona.
Interpreti: Gary Oldman, Lily Collins, Amanda Seyfried, Tom Burke, Tom Pelphrey, Charles Dance
Dove trovarlo: Netflix
Immobilizzato a causa di uno sfortunato incidente d’auto, lo sceneggiatore Herman Mankiewicz (Gary Oldman) viene recluso dal giovane regista esordiente Orson Welles (Tom Burke) in un tugurio a Victorville, California, affinché possa terminare nei tempi previsti di scrivere la sceneggiatura del film con cui Welles intende debuttare a Hollywood: Quarto Potere.
Ricordo un episodio di alcuni anni fa dello show di David Letterman in cui il conduttore e la sua immancabile spalla Paul Shaffer si stupivano del fatto che fossero già stati realizzati ben sei seguiti (oggi sono sette, con altri due in in cantiere) del film Fast & Furious. “Ai miei tempi” sentenziava Letterman “non si facevano i sequel, nemmeno dei film più belli. Vi immaginate un Citizen Kane 3: Rosebuddier!?!” (in italiano si potrebbe tradurre con “Quarto Potere 3: Sempre più Rosabella!”). Questa battuta mi è rimasta impressa perché sono sempre stata tra quelli che considerano quel film un grande capolavoro e in cuor mio ho sempre sperato di non vederne mai un seguito o un remake. Con Mank però siamo ben lontani dal territorio delle operazioni arbitrarie e meramente commerciali cui Hollywood ci ha abituati, e restiamo piuttosto nel campo dei grandi film. Fin dai titoli di testa di Mank infatti il regista David Fincherci catapulta nel mondo dei classici di Hollywood con un bianco e nero pulito, una colonna sonora rispettosa, dialoghi incisivi e interpreti di classe. Il mitico Orson Welles (interpretato benissimo da Tom Burke), che in vita sua non è mai riuscito, nemmeno nei ruoli più marginali delle produzioni televisive più infime, a non troneggiare su tutto e tutti, questa volta rimane davvero sullo sfondo, per lasciare le luci della ribalta a un personaggio molto meno conosciuto ma che ha avuto una parte essenziale, come scopriamo qui, nella realizzazione del suo capolavoro indiscusso: Herman Mankiewicz. Soprannominato “Mank”, Herman era il fratello dell’influente produttore e regista Joseph Mankiewicz (interpretato da un bravo Tom Pelphrey); quando Welles lo scelse per scrivere la sceneggiatura di Quarto Potere Mank era conosciuto a Hollywood, oltre che per il suo carattere scorbutico e cinico (ma, come scopriremo, solo in apparenza) e il suo amore per i liquori forti, per aver prodotto i film dei fratelli Marx. Ma Welles, che aveva strappato alla RKO un contratto favoloso che gli garantiva piena libertà riguardo ad ogni aspetto del suo film, non si fece problemi ad ingaggiare Mank, salvo poi, a riprese ultimate, tentare di attribuirsi interamente il merito della sceneggiatura. Mank ottenne tuttavia di essere accreditato come co-autore e questo gli permise di ricevere nel 1942 l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale insieme a Orson Welles (che resterà l’unico riconoscimento dell’Academy per il regista, mentre Mank otterrà un’altra statuetta l’anno successivo per la sceneggiatura di L’Idolo delle Folle); ciononostante il regista nelle varie interviste continuò a definirsi l’unico autore di Quarto Potere, e ad attribuire al massimo a Mank il merito della prima stesura (che si intitolava American) o di aver avuto l’idea di “Rosebud”. Questo film racconta il periodo in cui Mank, costretto a letto da una gamba ingessata, detta ad una solerte segretaria (una splendida e incorruttibile Lily Collins) la prima stesura del copione di Quarto Potere. La sua opera non è ancora terminata che già iniziano ad arrivare da varie parti pressioni per il suo accantonamento: tutta Hollywood infatti sa che il personaggio di Kane è ispirato al magnate della stampa William Randolph Hearst (un fantastico Charles Dance, che grazie a un minimo trucco diventa molto somigliante al vero Hearst e con poche battute e la storia della scimmia ammaestrata domina con alta classe la scena), che come prevedibile non vede di buon occhio questo interesse per la sua persona e per quella della sua amante, l’attrice Marion Davies (una Amanda Seyfried mai così bella). Mank, che prima di diventare sceneggiatore e produttore era stato giornalista, conosceva di persona Hearst e la moglie, oltre a tutti gli altri personaggi influenti nella Hollywood dell’epoca, e probabilmente anche molti segreti che non dovevano essere rivelati. Le scene che potrebbero sembrare esagerate, come quella della presentazione di Louis B.Mayer (Arliss Howard) o quella della grande festa nella Casa Grande a San Simeon di Hearst (cui Welles si ispira per realizzare la Xanadu di Charles Foster Kane), sono in realtà del tutto credibili: la Hollywood degli anni d’oro non realizzava le sue grandiose messe in scena solo sotto i riflettori, ma anche nel retrobottega. Welles ha raccontato che le riprese di Quarto Potere furono accompagnate da diversi episodi sgradevoli, tra cui un tentativo di incastrare il regista con delle foto compromettenti: se il regista non fosse stato avvisato da un poliziotto, al suo rientro in albergo avrebbe trovato nella sua stanza un’adolescente svestita e dei fotografi pronti ad immortalare la scena. Dunque tutti i tentativi di dissuasione che vediamo nel film, anche ad opera del fratello Joseph, sono del tutto realistici. Immagino che Gary Oldman, come il suo personaggio, potrebbe arrivare a stringere la statuetta dorata dell’Academy grazie alla sua ottima interpretazione di un personaggio non facile, che riesce a strappare la simpatia del pubblico nonostante sia un ubriacone misantropo e bugiardo che spesso tratta malissimo moglie e amici e che vive in bilico tra l’odio per il sistema e l’attrazione irresistibile verso la scintillante Hollywood, in cui rimarrà fino alla sua morte. Mank è un film fatto bene sotto ogni punto di vista, che con continui flashback spiega chi fosse Herman Mankiewicz e come funzionassero gli ingranaggi della dorata Hollywood degli anni ‘30 e ‘40 mentre racconta una storia umana di amore/odio verso il sistema cui è difficile restare indifferenti. Adatto anche a chi non dovesse aver mai visto Quarto Potere (ma dopo aver visto Mank sono sicura che tutti saranno ansiosi di recuperarlo), imprescindibile per chi ama Welles, succulento per tutti coloro che amano conoscere i segreti dei grandi capolavori della storia del cinema. Dopo la visione consiglio una corsa in libreria alla ricerca di It’s All True, raccolta di intervista fatte a Orson Welles nel corso degli anni, che, anche se non chiarisce il rapporto conflittuale tra il regista e Mank, svela moltissimi ghiotti aneddoti sulla vita e il lavoro del grande regista. Auguro a Mank un grande successo, anche se non ha potuto uscire nelle sale ma è arrivato direttamente su Netflix: ma dopotutto anche Quarto Potere fu un mezzo fiasco al botteghino, mentre oggi è costantemente nei primi posti di ogni classifica di film più belli, oltre ad essere in tutti i manuali di cinema per le sue innovazioni nel campo delle inquadrature, del montaggio, dell’utilizzo dello spazio. Il film di David Fincher forse non farà la storia del cinema ma certamente merita di essere visto, è un’accurata macchina del tempo per rivivere i fasti di Hollywood senza tentativi arbitrari di mostrarla non per come era ma per come oggi vorremmo fosse stata (vedi la serie, sempre Netflix, Hollywood).
Titolo originale: Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker
Anno: 2019
Regia: J.J. Abrams
Interpreti: Daisy Ridley, John Boyega, Oscar Isaac, Adam Driver
Dove trovarlo: Disney Plus
Questo film mi è stato somministrato contro la mia volontà, mentre ero inerme causa malattia stagionale che mi ha messa ko per un po’ e non mi ha lasciato le forze per ribellarmi, o quanto meno trascinarmi via dal divano. A onor del vero aggiungo però che la pillola è stata addolcita da un pacchetto gigante di M&M’s che mi hanno tenuta buona per tutto lo scorrimento degli arcinoti titoli iniziali proiettati come da tradizione su screensaver spaziale. Nonostante questo mi sono persa già al riassunto delle puntate precedenti: dopo tanti anni e tante prese in giro, una su tutte Balle Spaziali, come si possono ancora leggere quei letteroni giganti scorrevoli senza iniziare già a ridere? Io non mi sono mai appassionata alla saga di Star Wars, ho visto i primi tre film da piccola ma non mi hanno mai conquistata, e con quelli nuovi non è andata molto meglio. Vidi perfino L’Attacco dei Cloni al cinema perché, dopo aver vistoMoulin Rouge, avevo una gran cotta per Ewan McGregor, ma nonostante questo non ricordo nulla, come anche dei successivi del resto. L’unico che ho trovato gradevole è Rogue One, un discreto film d’avventura con l’ambizione di spiegare come mai ci fosse quel famoso tallone d’Achille nell’efficientissima Morte Nera. Comunque mi sono rassegnata all’idea di vedere il film e mi sono accorta da subito che mi ero completamente sbagliata, valeva eccome la pena di vederlo: mai riso così tanto, dai tempi di Una Pallottola Spuntata credo. Non ci provo nemmeno a riassumere la trama o a disquisire sui diversi aspetti del film, da completa ignorante della saga non ne sarei in grado. Preferisco invece riportare un elenco delle domande che mi sono posta durante la visione e alle quali non ho saputo trovare risposta, sperando che qualcuno dei miei lettori possa magari illuminarmi in merito. Ma anche se così non fosse, siccome di questi tempi una bella risata è una cosa ancora più preziosa, ritengo che siano stati 141 minuti ben spesi. Chiedo scusa se i miei dubbi non sono in ordine cronologico rispetto alla trama, ma credo sia nello spirito della saga rimescolare il continuum temporale…
Perchè i Cavalieri Neri, arrivati non mi ricordo su quale pianeta all’inseguimento dei nostri eroi, si sono fermati tutti in posa plastica sopra ad un altopiano? Erano atterrati lassù? E perché? E perché erano scesi tutti dalla nave? O forse avevano parcheggiato sulla sabbia e poi erano saliti lassù per avere una visuale migliore? Tutti assieme?
Dopo che i nostri eroi hanno recuperato il puntatore C-3PO rivela di non poter tradurre le coordinate perché il messaggio è in lingua Sith, una lingua proibita per la sua programmazione; dunque i nostri decidono di formattarlo completamente, cancellandogli la memoria, perché possa tradurre le coordinate per loro. Ma perché? Non potevano farsi mostrare il punto su una cartina? O farsi dare le indicazioni? O fargli guidare l’astronave? O almeno “Acqua, acqua, fuochino…”?
Perché quando i nostri eroi lasciano il campo dei ribelli non portano con loro R2D2 ma un altro robot, anzi altri due? Hanno competenze specialistiche diverse? Cioè, mi chiedo se ci sia un motivo di trama per questo scambio di robot, oltre alla suspense di non sapere se C-3PO recupererà la memoria perduta e, ovviamente, al bisogno di vendere tazze e magliette con il nuovo robot.
Perchè quando i nostri eroi scendono sottoterra e trovano lo scheletro di un tizio che stava benissimo fino al giorno prima a nessuno viene in mente che ci sia una creatura carnivora che dimora in quel luogo? Eppure, più posto da Tremors di così non c’è, con sabbie mobili e tutto!
Ho visto benissimo uno Stormtrooper colpire qualcosa! Beh, era un altro Stormtrooper, conta lo stesso?
Perché la Power Ranger rosa è innamorata di Poe? E perché decide di aiutare quelli che tutti i soldati stanno cercando (anche se lo stanno facendo in stile Brian di Nazareth)? E perché mai gli sceneggiatori le fanno dire una cosa scema come “non so perché ma tu (Rei) mi sembri una a posto”?
Ad un certo punto, con un effetto sorpresa da cardiopalma, la spia tra le fila dei nemici si rivela. Ma la sua motivazione? A sua detta è “Kylo Ren mi è antipatico”. Tutto qui? Un po’ deboluccia come motivazione per rischiare la vita… Mi è sfuggito qualcosa?
Nello scontro finale a un certo punto Poe dice “Questa è l’ultima occasione per colpirli!” Ma perché? Tutte le navi avevano finito contemporaneamente tutte le munizioni tranne un ultimo colpo? Oppure avevano tutti il copione in tasca come su Robin Hood – Un Uomo in Calzamaglia e sapevano che stava per finire il film?
Sempre durante lo scontro finale, per un po’ Finn, dopo aver solennemente annunciato che farà saltare in aria la nave ammiraglia nemica, scompare dall’azione. Quando ricompare vediamo la sua amica Jannah che collega due cavi e fa effettivamente saltare in aria tutto. Ma come ci sono riusciti? Cosa hanno usato come esplosivo? Come sono entrati nella nave per piazzarlo? Questa volta giuro che sono anche tornata indietro per vedere se mi ero persa la scena…
Perché i soldati dei cattivi hanno uniformi di tre colori diversi, nere bianche e rosse? Indicano chi deve morire per primo come in Star Trek?
Gli animali che attaccano nella battaglia finale, quelli che sembrano yak, come sopravvivono nello spazio in uno scontro tra astronavi?
(Spoiler Alert)
Abbiamo saputo che Palpatine è il nonno di Rei e abbiamo visto brevemente i genitori di Rei, due persone di aspetto normale. Ma dunque la nonna di Rei era una super top model o qualcosa del genere? E come mai, come mai, si è accoppiata con Palpatine?
Perché nello scontro finale Rei non ha guarito Kylo Ren? I Tremors sì e il figlio di Han Solo no?
Palpatine spiega che per tutto il tempo non voleva Rei morta, la voleva piuttosto seduta sul trono del male. Ma allora perché mandare così tanta gente a cercare di ucciderla? Nemmeno ai suoi occhi Kylo Ren dunque aveva un minimo di credibilità? A quanto pare no…
Avevamo visto una scena imbarazzante (per gli sceneggiatori intendo, e non certo l’unica) in cui durante una festa Rei viene approcciata da un’aliena che vuole sapere ad ogni costo il suo cognome. Segnata da questa esperienza, nel finale decide di prendersene uno, uno famoso già che c’è: Skywalker. Ma quindi, nel mondo di Lucas, chiamarsi “Skywalker” d’ora in poi sarà come chiamarsi “Snow” o “Stone” in quello di Martin? Sarà il cognome usato per tutti i trovatelli jedi? O chiunque potrà cambiare il suo cognome in “Skywalker” a piacimento? Allora, siccome lo ammiro molto, posso farmi chiamare “Hasselhoff” da oggi? Sono rimasta un po’ confusa.
Mia (Emma Stone) e Sebastian (Ryan Gosling) sono entrambi giunti a Los Angeles alla ricerca del successo: lei desidera diventare un’attrice ma si mantiene lavorando come cameriera, mentre lui vorrebbe aprire un suo locale jazz ma nel frattempo si limita a strimpellare alle feste. Dopo un paio di incontri sfortunati i due, che inizialmente non si sopportano, iniziano a capire di avere qualcosa in comune…
Ho sempre amato i musical, ce ne sono di meravigliosi in ogni epoca e, nonostante qualcuno ciclicamente decreti la morte del film musicale, se ne fanno di splendidi ancora oggi. Ma non è il caso di La La Land. Ammetto che per me sia davvero un mistero come questo film abbia potuto ricevere ben 14 nomination agli Oscar vincendone addirittura 6 quando, anche sforzandomi, non riesco proprio a trovarci una buona qualità. E dire che per un momento si era pensato che avesse vinto anche il premio dell’Academy come miglior film, quando a Warren Beatty venne consegnata la busta sbagliata durante la cerimonia del 2017: il vero vincitore, Moonlight, magari non è un capolavoro assoluto, ma ha alla base un’idea particolare e della buona volontà, oltre che un buon cast. Ma che cosa ha invece La La Land? Solo tanta nostalgia per la cara vecchia Hollywood e i grandi musical degli anni ‘50, uno su tutti Cantando sotto la Pioggia, che si può sempre vedere in controluce dietro ad ogni numero musicale o scena ambientata negli studi cinematografici. Inutile dire che Ryan Gosling non è Gene Kelly, ma, oltre ad essere legnoso nell’espressione, lo è anche nei movimenti e, ahimè, nella voce: insomma, un vero disastro. Se la cava meglio Emma Stone, che pur non avendo certo la simpatia della fantasticaDebbie Reynolds riesce a essere un po’ più convincente del partner come ballerina e come cantante, ma sempre restando a livelli piuttosto bassini per una vincitrice dell’Oscar come migliore attrice. J.K Simmons, che dai titoli sembrava dover avere più spazio nel film, in realtà non fa che una breve apparizione. La trama, molto simile a quella di Cantando sotto la Pioggia, non è certo innovativa: lui e lei sognano il mondo dello spettacolo, si incontrano, si odiano ma poi si amano. L’unico guizzo di sceneggiatura è quello di aggiungere un secondo finale immaginato per mostrare come le cose sarebbero potute andare ma non sono andate, anche se in conclusione tutti hanno avuto il loro lieto fine (e questo viene mostrato nel modo più piatto possibile, riprendendo la scena iniziale della celebrità che prende il caffè e insiste per pagarlo). La trama semplice non è un ostacolo per un buon musical, a patto che però altri elementi siano molto forti, ma qui non è così: i dialoghi sono banali e noiosi, i personaggi stereotipati e anche antipatici, le canzoni tutte dimenticabili (incredibilmente, a distanza di tempo, mi trovo a canticchiare canzoni dell’outsider Hamilton, mentre di La La Land non ricordo nemmeno una nota…). Si salvano invece le coreografie, che uniscono il classico stile hollywoodiano con uno più moderno (la coreografa Mandy Moore riproporrà questa commistione, con risultati migliori, nella serieLo Straordinario Mondo di Zoey). Un altro grave difetto del film è quello di prendersi sempre troppo sul serio, senza mai un pizzico di simpatia o ironia, che erano invece il punto di forza di Singin’ in the Rain e di molti altri film musicali classici. Come si capisce sono rimasta molto delusa da questo film, mentre sono convinta che il musical attualmente stia andando ancora alla grande, come dimostra lo splendido The Greatest Showman(che l’anno successivo ha ricevuto appena una nomination agli Oscar ma che, dal confronto con La La Land, esce vincitore alla grandissima). Lascio, oltre al votaccio, il ricordo affettuoso di un “La La La” assai migliore.
Papà Verdurin è sempre stato un grande appassionato di cinema (ma non solo), e sicuramente il mio amore per la settima arte è dovuto in parte a lui, che fin da piccolissima, anziché mostrarmi i soliti cartoni animati, mi intratteneva con i classici di Chaplin, Capra e perfino Sergio Leone (il che gli è costato anche qualche tirata d’orecchie da parte di mia madre). Innamorato dei classici, è rimasto però sempre anche uno spettatore vorace e curioso delle novità. Cascasse il mondo, ogni martedì, ovunque si trovi, lui rintraccia l’edicola più vicina e si procura il settimanale con i programmi tv, dedicandosi poi a studiarli con minuziosa dedizione; basandosi poi sui giudizi dei critici e i voti in stelline, cerchia con la penna tutti i film che ha intenzione di vedere. Di norma poi, di questi, non ne vede che una minima parte, distratto da altri impegni, o più facilmente dagli eventi sportivi. Una sera, dopo cena, io e lui ci ritrovammo sul divano a decidere cosa guardare. Mio fratello disertava sempre questo genere di visioni, preferendo vedere film e serie tv nella privacy della sua stanza. Io invece adoravo quelle serate di cinema in famiglia (mia madre era presente a spizzichi, spesso vedeva solo qualche pezzo del film, o si metteva vicino a noi a leggere, e quasi sempre andava a dormire prima della fine del film). Quella sera mio padre mi prospettò la visione del film L’Immortale, presentato dal suo “libercolo dei programmi” (come lo chiama lui) come un “bellissimo noir francese”. Protagonista, se c’è bisogno di dirlo, l’onnipresente Jean Reno. Così, sulla fiducia, decidemmo di guardarlo, ritrovandoci un banalissimo thriller ingenuo e sanguinolento con dialoghi (pochi) addirittura ridicoli (con tanto di “in fondo io e te siamo uguali!” nel finale…), in cui Jean Reno sopravviveva miracolosamente ad un tentativo di omicidio e si vendicava naturalmente con grande violenza. Il giorno dopo mia madre ci chiese com’era il film: io e mio padre ci guardammo a scoppiammo a ridere. Da allora, in casa mia, l’espressione “un bel noir francese” indica un brutto film che non vale la pena di vedere (con buona pace dei veri bei noir francesi, che non ho dubbi possano esistere).
Batman in difficoltà per liberarsi della bomba senza ferire i civili
Il primo numero del mensile della rivista di cinema Ciak lo acquistai nell’agosto del 2001. Ricordo che in copertina c’era un’immagine dell’allora giovanissimo Daniel Radcliffe/Harry Potter, la cui saga cinematografica iniziava allora con il primo episodio, e il numero proponeva, come fa tutt’ora nel mese di agosto, un’anticipazione dei film che sarebbero usciti nelle sale nei mesi successivi. Trovai in quella rivista il giusto compromesso tra approfondimento culturale e vanesio glamour: da allora, non ne ho mai perso un numero. Dapprima li acquistavo in edicola, poi ho scoperto la comodità dell’abbonamento. Da brava grafomane, oltre a leggere avidamente ogni numero da cima a fondo (saltando giusto qualche articolo sul cinema italiano), ho anche sempre approfittato di ogni occasione per dire, o meglio scrivere, la mia. Su ogni numero infatti si potevano trovare (col passare del tempo sempre meno, devo dire) diversi inviti ai lettori ad inviare le proprie idee, recensioni e valutazioni, e io naturalmente ne approfittavo il più possibile. Questa mia partecipazione in una percentuale piuttosto alta di casi mi ha anche dato delle soddisfazioni: una recensione pubblicata (come racconterò più avanti) e premiata con il blu-ray del film Stanno tutti bene (che confesso di non aver ancora mai guardato…), un intervento premiato con i biglietti per l’anteprima a Milano di Kick-Ass 2 (cui non mi è stato possibile assistere), uno premiato con la partecipazione gratuita ad una lezione di comicità (anche di questo parlerò in seguito). Forte di questi riconoscimenti ho anche inviato il mio curriculum, diverse volte, ma ahimè non sono mai stata presa in considerazione… Una grande soddisfazione però l’ho avuta: un bel regalo per mio figlio. Quando Ciak propose ai suoi lettori di scrivere per dire quale fosse, tra i tanti attori che lo hanno interpretato, il loro Batman preferito e perché, non ho avuto esitazioni. Devo aver già detto che uno dei miei film di supereroi preferiti è Il Cavaliere Oscuro, ma questo non ha nulla a che fare con la presenza di Christian Bale, che è certamente un ottimo professionista ma che non mi ha mai, per così dire, rubato il cuore. Di quel film, oltre all’ottima sceneggiatura, amo soprattutto le interpretazioni di Heath Ledger e di Aaron Eckart. George Clooney? Beh, confesso di aver avuto una cotta per lui per molti anni e di aver visto moltissimi dei suoi film (compreso Il Ritorno dei Pomodori Assassini, che è esilarante e che tutti dovrebbero vedere), ma non posso non riconoscere che Batman & Robin è un film divertente ma piuttosto cretinotto. Con Tim Burton ci sono cresciuta, di lui amo moltissimo moltissime cose (al primo posto il musicalSweeney Todd), ma sinceramente i suoi Batman mi lasciano indifferente, non sono né divertenti né graffianti, nonostante il cast sempre stellare. Il Batman crepuscolare di Ben Affleck (e del suo panino allaNutella) non era ancora arrivato nelle sale. Dunque non c’era che una risposta: Adam West (che per coincidenza morì pochi mesi più tardi). Famoso soprattutto per la serie televisiva (che guardavo da piccolissima e di cui non ho che ricordi vaghi), fu tuttavia anche protagonista nei panni dell’uomo pipistrello di un lungometraggio che fu riproposto per un certo periodo da Netflix. A guardare quel film oggi, la prima cosa che colpisce è l’ingenuità generale del tutto, dai costumi alle battute di spirito agli escamotages di trama, ma quando l’ho visto sono rimasta colpita da una cosa: Batman non aveva mai dubbi. Oggigiorno siamo abituati a supereroi più umani, pieni di esitazioni, incertezze, rimorsi, che spesso mollano tutto (magari solo per un po’) o che elucubrano all’infinito su profonde questioni morali. Adam West invece non elucubrava mai, sapeva sempre esattamente cosa fare, il nero era nero e il bianco bianco, il cattivo cattivo e gli innocenti venivano salvati, sempre e comunque. Questo mi ha fatto pensare a come debba essere cambiato il mondo, in poche decine di anni, se perfino i supereroi sembrano aver perso ogni certezza e ogni speranza di poter davvero trionfare sul male: in fondo il cinema, come ogni forma d’arte, non è che uno specchio dell’animo umano, dei suoi bisogni, delle sue paure, dei suoi sogni. Questo scrissi a Ciak, ed il mio intervento fu premiato con il blu-ray di Lego Batman, che tutta orgogliosa regalai a mio figlio. E vorrei tanto poter donare ai miei figli un mondo meno simile alla Gotham di Christopher Nolan, in cui Batman si accolla volontariamente l’odio di tutti e fugge, e più simile a quello di Adam West, dove un delfino di passaggio decide spontaneamente di immolarsi per salvare Batman e Robin da un siluro esplosivo…